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Racconti fantastici

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Il Cavaliere

Il cavaliere ha amato viaggiato e imparato molto
il suo volto porta i segni delle esperienze che ha fatto
la sua corazza protegge il suo corpo ma nn la sua anima
i suoi occhi sono porte socchiuse ma raccontano la sua vita
la sua forza lo pernea di una luce senza tempo
è duro ma capace di sciogliersi davanti al sorriso di un bimbo
Il cavaliere ha amato
e quindi conosce la scoperta
e quindi il suo cuore palpita
e quindi i suoi principi sono saldi
e quindi le sue donne sono salve
e quindi ora il suo cuore è solo e dentro di lui qualcuno grida
Un grido infinito
un grido di un uomo
un grido mentre piove
un grido su una scogliera
un grido di notte
un grido più forte del mare sotto di lui
un grido
un grido solo
Il cavaliere ha viaggiato
molte sono le cime che ha conquistato
molte sono le strade finite
molte sono le vite che ha intrecciato
molte sono le storie che ha raccontato
molte sono le cose che sà ma ora lo ascolta solo il vuoto
Il vuoto della sua vita senza senso
il vuoto rumore di una bimba che nn lo chiama
il vuoto che rimarra dopo di lui
il vuoto del suo sapere che nn verrà trasmesso
il vuoto che nel suo letto lo affianca
il vuoto nella memoria delle genti che verranno lui occuperà
Il cavaliere ha imparato
lui sà che la sua arma deve essere sempre pronta vicino a lui
lui sà che dovrà ancora mettersi in gioco
lui sà che nella vita devi avere rispetto ma nn devi pretenderlo
lui sà accontentandoti nn godrai mai
lui sà che i sogni nn saranno mai come pensi ma sognerai cmq
lui sà che lottare per tutta la vita è un buon modo di vivere
lui sà che gli amici vanno e vengono ma quelli veri restano
lui sà che la famiglia è la base della felicità
lui sà che tutto muta e che arrendersi nn va bene
lui sà che nn vuole avere rimipianti
lui sà che ti ama
lui sà che lo ami
lui sà che lui sono io e che sarò felice solo con te

   2 commenti     di: Dave Mastro


Non è andata così (I libri delle vite)

"Dannazione, che botta!". Questo David pensò, guardando, nello specchietto retrovisore, un incidente avvenuto tra due auto. Procedeva molto più lentamente del solito, per poter osservare con maggior cura l'accaduto e cercando di capirne le dinamiche. "Speriamo che nessuno si sia fatto male" si disse tra sé e sé. "Questa provinciale 36, fa paura". Era vero: era il terzo incidente che accadeva su quella strada negli ultimi dieci giorni. Le due auto erano completamente distrutte. Negli abitacoli non c'era più nessuno, ma un'ambulanza era ancora parcheggiata là vicino. C'era pure una volante della polizia. Ad un tratto, notò che la sua andatura stava creando disagio alle auto che seguivano lentamente la sua e decise, quindi, di distogliere finalmente lo sguardo da quel triste "spettacolo" e di accelerare, pur se moderatamente, poiché quello che si era presentato sotto ai suoi occhi, gli ricordava quanto bisognava essere sempre prudenti. Cercò di scacciare gli indesiderati pensieri sul dolore e sulla morte, che gli erano inevitabilmente venuti, pensando invece a cose belle. E cosa c'era di meglio da pensare che, di lì a poco, avrebbe trascorso il compleanno di suo figlio con una bella cenetta che, sua moglie, amava preparare con tanta cura ed amore; poi un bel film avrebbe chiuso in bellezza la serata, siccome a casa sua amavano tutti il cinema." Il momento più bello" pensò, "sarà quando Alex aprirà la scatola contenente il suo regalo" , trovandovi il piccolo robot che tanto desiderava, e di cui i suoi amichetti a scuola parlavano tanto. "Immagino il suo viso quando lo vedrà" si diceva fiero di sé, accarezzando la scatola che teneva appoggiata sul sedile passeggero accanto a lui. Fu proprio in quel momento che lo sentì. Forte e pungente. A tratti insopportabile. Un mal di testa così non gli era mai venuto, anche perché non aveva sofferto mai di mal di testa. "Diamine, che dolore".

Arrivato dinanzi casa sua, parcheggiò l'a

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   7 commenti     di: Ezio T.


Freoria

Quando Ryuka prese il potere, non pensava che fosse così difficile trattare con quella marmaglia di selvaggi bio-cybernetici. Nonostante i suoi sforzi per sensibilizzarli, stavano continuando a distruggere ogni tipo di risorsa del pianeta inquinando e sporcando la loro terra oltre i limiti del tollerabile. Nulla si salvava dalla loro sudicia ingordigia: terra, acqua, aria, tutto era così inquinato da costringere Ryuka a far mettere una recinzione foto-elettromagnetica alta fin sopra l'atmosfera di Freoria proprio al confine con il territorio dei bio-cyber. La loro tecnologia, se così si poteva chiamare, usava marchingegni meccanici a combustione interna, che producevano fumi tossici e puzzolenti, bruciando strani liquidi infiammabili come fonte principale di energia. La situazione era così grave che, dallo spazio, i due emisferi del pianeta sembravano due metà appartenenti a due pianeti completamente diversi: uno dei due, quello governato dall'Imperatore Ryuka, era verdeggiante e pieno di vita, mentre l'altro, invece, era nero come un incubo notturno, dove fumi neri e nauseabondi fuoriuscivano dalle canne fumarie delle loro fabbriche. Perfino i fondali marini erano color del catrame e i mari erano di un colore verde-giallo, sporco come il veleno. Per impedire a quell'acqua fetida e letale di varcare i confini, Ryuka dovette escogitare una barriera diversa: onde evitare di far evaporare i mari per il calore generato dalle potenti barriere di energia, fece costruire un dispositivo idro-magnetico che si aggiungeva alle barriere e che respingeva l'acqua marina. Cosicché, nella metà Meridiana del pianeta vi era un vuoto che separava le due masse d'acqua. Per usare un termine degli abitanti del pianeta Gaya, posto nella galassia a noi più vicina, il pianeta sembrava un Tao, ma senza i due cerchi equilibranti su ogni metà.

Nonostante la sua carica e la sua immensa forza, i bio-cyber non lo temevano, ma anzi, una volta provarono perfino a schernirlo chiamandolo

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Jan Mydlàv o delle colpe e delle pene

Sono Jan Mydlàv, boia dell'Imperatore nella città di Praga.
Come me fu boia mio padre Jaroslav.
Bambino, ignoravo dove andasse quando portava con sé quel grande mantello di raso rosso, che credevo magico.
Il suo servo, Karel, lo attendeva con un lungo e pesante fardello che - seppi poi - conteneva le spade.
Quei giorni papà non tornava che al mattino, quando io ero già sveglio.
Lo sguardo stanco, gli effetti di una intera notte passata nelle bettole.
Solo il giorno successivo sarebbe ritornato lui, affettuoso e attento: avremmo giocato nel cortile della casa, richiamato gli uccelli sulla collina di Petrin.
Quando compii sedici anni mio padre mi disse del suo lavoro e che un giorno avrei dovuto succedergli.
Mi avrebbe insegnato ogni cosa.
Lui e Karel mi mostrarono le tre spade, puro acciaio di Spagna, me ne fecero saggiare l'enorme peso, l'equilibrio.
"La punta della spada al cielo - mi disse mio padre - e tutto il suo peso per un istante qui, in questo punto al centro del polso, prima che la lama cada".
L'arte del boia stava infatti nel decapitare il condannato in un solo colpo.
La sofferenza di chi doveva morire sarebbe stata minore, la punizione impeccabile.
Un boia che dovette usare il terzo colpo per decapitare un uomo a Poznàn ebbe problemi con la folla.
Karel mi addestrò con le sue spade - quelle che avevano già colpito un uomo dovevano essere usate solo nelle esecuzioni - a decapitare piccoli animali, perché mi abituassi al gesto e al sangue.
Mi fu spiegato con l'aiuto del cadavere di un vecchio, un senza casa pronto ad essere gettato in una fossa comune, dove e come colpire il collo per riuscire.
All'età di vent'anni sostituii Karel come asssitente di mio padre
Quando tutto finiva provvedevo alla pulizia delle spade che avevano colpito, con acqua di fonte.
Apposte le firme di rito, smettevamo i nostri mantelli e ci univamo alla folla.
Andavamo in qualche osteria dove molta birra e una carne pesante e condita mutavano e scuriva

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Matador

Anche oggi la missione è la stessa. Stanerò i nemici che si nascondono tra le montagne di questo impervio paese.
Il panorama è sempre lo stesso, terra, sassi e deserto. Questo è quello che vedo. Non sono belle immagini a colori, ma, anche se lo fossero, ci sarebbe poco colore da vedere in questa terra sempre grigia e uguale a se stessa.
La cuffia mi da noia, anche se rispetto al caldo del posto dove devo andare a colpire, non è noia di molto.
Due ore di missione a osservare il percorso stabilito, ben in alto, in modo da non essere colpito da questi guerriglieri che mi sparerebbero addosso anche con i mitra, o mi prenderebbero a sassate se solo li capitassi a tiro; ma non gli capito a tiro, sicuro!
Sono a un'altezza che non possono raggiungere con quello che hanno in dotazione. Arrivato all'obiettivo, inquadrerò e sparerò il mio missile.

Eccola, finalmente, quella deve essere la costruzione da colpire, da questa distanza non si vede neanche tanto bene, ma il target è sicuro. Bisogna inquadrarlo bene, mirare e... Partito!
Dalla telecamera sul missile vedo che si avvicina sempre più e... obiettivo colpito e distrutto. Missione compiuta.

C'è da tornare indietro. La parte forse ancora più noiosa di queste missioni coi droni è riportarli alla base.
Che delusione che è, sempre!
Volevo fare il pilota militare e mi trovo in un videogioco, davanti ad uno schermo a migliaia di chilometri di distanza dagli obiettivi!

Di avventuroso, mi è rimasto il nome in codice: Matador.



l'incanto raccolto

Narrate dalle cantilene femminili
e recitate ai bambini nelle lunghe serate invernali,
quella conoscenza,
inconsapevole atto di un unico accettato sapere,
diveniva per me, piccolo partecipante di un antico disegno,
ben più di una sequenza ritmata di suoni.

Era la melodia di un amore che srotolando la passione, il timore,
la paura che in essa ospitava, imbrigliava il mio essere,
ora invitandolo, ora atterrendolo.

Il sopraggiungere, poi, della controversa ed inquietante figura selvatica,
“l’Om Sarvaigru”,
abitante della regione Fragota,
forse un po’ ridicolizzato per sminuirne la portata aggressiva,
non taceva ancora lo spavento,
quando il percorrere accelerato dei miei passi sull’accidentato
e selvatico sentiero
della Strà Vegia d’an Ara,

o l’incedere del mio sguardo
sulle ciclopiche figure degli affreschi delle Chiese,
forse nel San Cristoforo,
temeva di incontrarne le tracce.



La meta agognata

Al suo Signore e Padrone aveva dedicato tutta la vita, fin da quando era bambino.
Ricordava ancora il sorriso mesto e ispirato della mamma mentre esalava l'ultimo respiro dopo aver dato alla luce l'ultimo figlio, ricevuto - al pari degli altri tredici - come dono divino.
Ricordava la schiuma di rabbia del padre, portato via dai Guardiani della Religione, ai quali lui stesso era andato a denunciarlo, perché voleva impedirgli di frequentare il Tempio.

Fin da allora, poco dopo il sesto compleanno, non aveva avuto altro scopo nella vita se non combattere per la gloria del Signore.
Per questo aveva rinunciato a tutti i piaceri terreni: le corse e i giochi con i coetanei, qualche piatto più gustoso dei soliti zuppa, pane e acqua, persino qualche momento di meritato ozio o di contemplazione della natura.
Non aveva mai conosciuto il corpo di una donna (tanto meno quello di un uomo), non aveva mai concesso e nemmeno ricevuto una carezza, neppure da un animale.
Il suo stesso membro non era mai stato sfiorato dalla sua mano, se non per l'inevitabile minzione, e si irritava molto quando questo, durante il sonno, provvedeva da solo a svuotarsi, dopo sogni assurdi e imbarazzanti.

Appena gli fu consentito, era corso ad armarsi per andare a combattere contro gli infedeli: neppure ricordava più quanti ne aveva sterminati, la gloria del Signore si era giovata anche del suo contributo.
Sapeva che non avrebbe avuto ricompense terrene per i suoi meriti, ma non dubitava che, dopo la morte, il Giusto lo avrebbe accolto con tutti gli onori alla sua tavola.

Forse il momento era arrivato.

Sentiva che qualcosa doveva aver messo fine alla sua vita sulla terra, ma non riusciva a capire dove si trovasse ora. Nulla che ricordasse le descrizioni dell'aldilà contemplate nei Libri Sacri imparati a memoria.
Aveva sempre immaginato il suo arrivo in Paradiso come una marcia trionfale in mezzo a due ali festanti di "Angeli guerrieri della Fede", in un tripudio di ori e mag

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   7 commenti     di: PIERO



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