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Racconti fantastici

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Giulio e Romeo

I fantasmi di Verona hanno sempre mantenuto relazioni di pacifica convivenza con la popolazione residente. Nati dal genio di William Shakespeare, essi vivono sotto i ponti dell'Adige, nei solai delle case antiche, nelle sale rinascimentali del museo di Castelvecchio. Sono fantasmi che badano ai fatti loro, non hanno problemi di trapasso come i fantasmi del Louvre, non sono spacconi e pericolosi come i fantasmi americani di Ghostbusters, nemmeno sono dispettosi come certi fantasmi praghesi. Non che siano pacifici e tranquilli. I fantasmi di Verona sono tuttora suddivisi in Montecchi e Capuleti, che ancora oggi si combattono in una faida cominciata cinquecento anni fa. È una lotta intestina che non riguarda e non coinvolge la popolazione residente. Come dire: ognuno bada ai problemi suoi senza interferire con quelli degli altri. Come dire: voi mortali avete lo spread, avete l'Equitalia, la mafia siciliana, le spiagge sovraffolate, la camorra, l'inquinamento da mucillagine, la mafia di certi palazzi romani. Noi fantasmi abbiamo le nostre faide. Noi di qua, voi di là, voi sapete che ci siamo, noi sappiamo che ci siete, tutto sommato non c'è alcun motivo per pestarsi reciprocamente i piedi. Non vorrete mica aprire uno sportello di Equitalia anche qui da noi?

Il secolare equilibrio tra fantasmi e cittadini della città di Verona rischiò di andare all'aria un paio di anni fa. Tutto ebbe inizio al mattino di una giornata ventosa, quando, trovandosi sul Lungoadige Porta Vittoria, nei pressi del palazzo Lavezzola Pompei, il fantasma di Romeo venne investito e trapassato da un foglio del Corriere della Sera, che una folata di vento dispettosa aveva scippato dal giornale che leggeva un pensionato. Romeo gettò una rapida occhiata alla pagina del giornale: si parlava di lui. Allora bloccò la pagina sotto la ruota di una moto parcheggiata lì nei pressi, si sedette sul marciapiedi, inforcò gli occhiali (da un paio di secoli è astigmatico) e si immerse nella lettura.
Gl

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   0 commenti     di: Angelo Pozzi


Ore undici : riunione

Ore undici : riunione.
Tavolo ovale predisposto per dieci.
Arrivo in ritardo e appena entrato siedo al mio posto.
Il capo mi squadra. Ho capito : la convention avrà un seguito. E non sarà piacevole.
Non ho il coraggio di alzare gli occhi mentre il responsabile del marketing inizia la relazione.
Non riesco a concentrarmi, sbadiglio.
Mi martellano le parole di mia madre. " Se si lavora non si può far tardi la notte..." con quello che ne consegue. Povera donna l'ho fatta inquietare per anni ma non ho imparato la lezione.
L'intervento di una voce femminile mi riporta al presente.
È la nuova responsabile della pubblicità.
Carina... penso e che voce sensuale. Mi sveglio dal torpore e ascolto.
Non me ne è mai fregato niente del settore ed è sempre stato il momento giusto per sognare ad occhi aperti.
Mi accorgo che non ho cambiato atteggiamento ma il tema è più gustoso del solito.
La sua bocca da baciare, frutto succoso da mordere mi invita all'attenzione così come i suoi capelli scivolati sulla camicia aperta sul seno.
Non posso fare a meno di fissarla quando si risiede, finito l'intervento, apprezzato dal capo.
Troppo facile, penso, con una così.
È il collega a prendere la parola ma io non muovo gli occhi dal mio obiettivo.
Non ricordo il nome del personaggio dei fumetti che attrae le persone solo con lo sguardo ma cerco di imitarlo. Il mio flusso magnetico tesse fili invisibili nella ragnatela gettata al di là del tavolo.
Il polo opposto è attratto.
Mi guarda... no, mi sbaglio, mi osserva. Mi sfida.
Giochiamo a chi resiste di più.
Ricordo che da bambino mi divertivo a farlo con gli amici e vincevo sempre.
Tra noi c'è il binario a doppio senso e le rotaie sono sempre più calde. Scottano.
Fare del sesso senza toccarsi. È la prima volta che mi accade.
Io ho bisogno del contatto fisico come il cibo per vivere. Non mi riconosco. Sto sognando.
No, lei è vera e la mia non è illusione.
Stremato, vorrei fuggire ma sono bloc

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Fonte dell'intervista della Domenica del Corriere del febbraio del 1950 a Dott. stanchini

W.: "Doc Stanc, come mai questa continua produzione ripetuta di penne, lapis, gomme, appuntalapis, telefoni fissi, telefoni mobili, telefoni ad alta tecnologia sottocutanei, riviste, libri, collezioni da fare in edicola dei soldatini delle guerre puniche, tastiere e mouse colorati come fossero dei quadri, insomma, come mai questa continua diffusione di oggestistica che apre e chiude la mente come il movimento che diamo alle persiane durante una giornata di tempo variabile, che non ci rende più felici, tranne quando tre fragoline tutte insieme danno poi vita allo scorrere gioioso di una sacchettata di gettoni metallici in un'obsoleta macchina, moneta che ha più valore legale considerata la diffusione dei microcips sottocutaei bancari" .
Dr. : "Sono situazioni antropologicamente spiegabili. Anche in considerazione di una forte mancaza di comunicazione tra le varie branchie delle scienze chiamate anche asservite per studi di carattere finalizzato all'uomo e non solo. Sono situazioni risultato di un'enorme cambiamento, continuo, per esempio ora stò facendo un bonifico tramite una mia cellula celebrale inserita apposita, scusi non mi ricordo il codice di accesso del mio conto corrente devo recuprarlo dal mio telefonino, aspetti un attimo"
W.: "E quindi, mi viene a mente anche il porta mine che se non inserisci con l'evidenzaitore blu sulla custodia in plastica, un segno marcato, non riesce ad allungarsi per permettere di fare un segno"
Dr. S.: "Bhe, risalendo anche a studi recenti dell'ottocento, tutto ciò che è oggetto prodotto dall'industria, deve essere imposto e lanciato dietro nel mercato, comprese purtroppo le armi belliche, c'è uno studio a misura d'uomo e non, alla base, con una logica di marketing e di vendita, dopo una campagna millenaria, dovuta anche allo sfruttamento di certi istinti primari necessari, non ci trovo nulla di male in questa produzione, a parte quella nucleare che pian piano ha portato all'inversioni dei poli. Soprannominati og

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   2 commenti     di: Raffaele Arena


Sfoglia di cipolla

Era ricca, vergognosamente ricca, la signora della collina. così la chiamavano tutti, ed era insieme una forma di rispetto e una formula di avversione profonda. viveva nell'unica villa del paese che sorgeva appunto sulla collina, sovrastando tutto e tutti, circondata da un parco che un tempo doveva essere stato splendido, ma che ora somigliava nè più nè meno a una boscaglia incolta, dove anche le piante si odiavano tra loro cercando di sopraffarsi a vicenda in un intrico senza inizio nè fine. solo il viale d'ingresso era tenuto libero dalla furia vegetale per consentire il passo alla signora negli unici due giorni al mese in cui offriva ai paesani lo spettacolo della sua faccia aguzza e scarna, dagli occhi di vipera e il naso adunco, quando si recava a controllare di persona i suoi affari.
ci pensava mastro Giorgio il giardiniere a sgombrare il viale dagli sterpi e dalle ghiande, ma ormai ci andava sempre più di rado da quella megera, che erano due mesi che non lo pagava. l'ultma volta gli aveva dato una cassetta di frutta tanto matura che neanche il tempo di portarla a casa, era tutta marcita e puzzolente.
usciva solo due volte al mese, un giorno per andare a riscuotere le rendite in moneta contante dei suoi possedimenti, un altro per riscuotere le rendite in natura dai suoi coloni. che cosa ne facesse, poi, di tutto quel ben di Dio non si sa, visto che si faceva portare tutto quanto in casa, da dove non si vedeva mai più uscire.
in paese dicevano che persino l'aria fresca del mattino, imputridiva all'istante a contatto con quelle nari da Cerbero.
non aveva mai dato niente ad alcuno, nè ora, che era avanti negli anni, regalava almeno un sorriso, nè, avesse pur campato come Matusalemme, avrebbe mai abiurato dal suo credo: è mio, mio, tutto mio.
una sola volta, quand'era più giovane, aveva donato ad un povero affamato che aveva bussato insistente, una cipolla. e aveva immediatamente sbattuto la porta.
un giorno la signora morì. si ritrovò imm

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Brandelli di vita dannata di Christopher Hancock

I primi anni della mia nuova vita da vampiro furono un incubo; ero dilaniato per la perdita della mia amata famiglia, ancora adesso, a distanza di 365 anni, ogni tanto la mia mente vola inseguendo il loro ricordo, l'immagino lassù, liberi e sereni nel Regno dei Cieli.
Lassù, immersi e illuminati da una luce che mai conoscerò.
Miei adorati genitori e fratelli, vi prego voltatevi, non guardatemi mentre rubo vite a ignare vittime e soprattutto non giudicatemi; non l'ho scelto io, non posso tornare indietro.
Il tempo passa e anche se il dolore più profondo non può essere rimosso, poco alla volta impari a conviverci.
Pensare alla mia famiglia mi riportava seppur per pochi istanti alla mia esistenza umana, pochi istanti per poi rendermi immediatamente conto di aver perso per sempre la mia essenza vitale e di nuovo precipitavo negli abissi oscuri in cui ero relegato.
Catherine, la mia creatrice, mi è sempre stata pazientemente vicina, fu in grado di capire il senso di smarrimento in cui mi trovavo. Mi aiutò ad accettare la mia natura. Era estremamente saggia ma anche molto misteriosa.
Catherine dannò la mia anima senza chiedere alcun permesso. Certo è terribile, ma una vita umana, con la sua fragilità, può esserlo altrettanto.
Il conte William Harvey alle volte era veramente insopportabile con la sua arroganza. Amava ostentare e vantarsi delle sue ricchezze. Spesso mi scontravo con lui, ma Catherine trovava sempre il modo di farci riappacificare. Nonostante tutto, gli ero comunque grato, mi aveva accolto nella sua casa nell'elegante quartiere di St. James's e grazie a lui potevo condurre una vita agiata.
Vita, che assurdità!
Non dovrei nemmeno pronunciare questa parola, io, che vivo nella morte.
Sophie, la mia pseudo-sorella vampira, all'inizio della sua trasformazione si nutriva esclusivamente di sangue di cani e gatti randagi, nemmeno Catherine riuscì a convincerla ad assalire gli umani; diceva che era innaturale, che mai e poi mai avrebbe com

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   6 commenti     di: Kartika Blue


Al bar in riva al mare 3

Da:..."Le storie di Capt. Nemo"

Un giorno, in quel bar in riva al mare,
entrò un vecchio marinaio e chiese il
permesso di sedersi accanto alla bella
fanciulla, che lo accordò.
Fissando il mare lei gli chiese: - Dove
hai navigato? -
- In tutto il mondo - rispose lui.
- Hai conosciuto tante donne belle? -
- Si -
- Più belle di me? -
- Si -
- Mi vuoi bene? -
- Si -
- Anch'io te ne voglio -
- Che vuoi da me? -
- Starti vicino -
- Quanto vicino? -
- Tanto da amarti -
Intanto la marea sale e lambisce gli scalini di legno
che portano al bar, in quel bar in riva al mare,
dove due anime sperse si incontrano, parlano,
parlano, parlano, parlano... e
le maree si susseguono implacabili,
segnando il tempo della vita.
Capt. Nemo
Capitano di lungo sorso
Internet Navigator



I tre tulipani

Il sole dall'alto riscaldava il mattino di quel giorno di inizio primavera accompagnato da un dolce canto; come ogni anno, la natura rispondeva a quel richiamo, e tutte le sue creature cominciavano ad aprire gli occhi a nuova vita. Il primo a destarsi, fu Pan :
"ragazzi! ragazzi! ehi! Svegliatevi! sveeegliiiaaaa! Guardate! Che cos'è quella luce? Guardate in alto, ve lo dicevo che non poteva essere tutto qui, ma che c'era dell'altro... evviva!"
Scosso da tutto quel trambusto, Li aprì gli occhi:
"eh? Cos'è? Chi urla? Pan, sei tu? Sempre il solito, sono stanco dei tuoi discorsi insensati! Sono stanco! Perché urli? dormivo così bene!"
" guarda in alto Li!" disse con voce eccitata Pan. "guarda sopra di noi, si è accesa una luce; speranza; novità; evviva! cosa può essere secondo te?"
"non lo so" rispose Li "però, io non mi fido; non mi piace; è meglio aspettare; cosa ne pensi Tu?" Ma Tu dormiva ancora, oppure, come al suo solito, la paura che albergava dentro di lui, aveva preso il sopravvento e faceva finta di non sentire; allora Li, conoscendo bene suo fratello, cominciò a percuoterlo: "ehi! Tu, ehi! Tu, apri gli occhi, lo so che sei sveglio; Tu! Tu! sve-glia-ti!"
"che c'è? Che c'è?" urlò seccato Tu "metti giù le tue mani ruvide e nodose! mi rovini la pellicina! lo sai che è delicata! e poi, non urlare in questo modo; non sono mica sordo! Che c'è?".
Li e Pan, l'uno preoccupato, l'altro sempre più eccitato, risposero insieme:
"guarda sopra di noi, è apparsa una luce, cosa dici di fare?"
"Aspettiamo; ho paura!" rispose timidamente Tu "perché rischiare di metterci nei guai?".
Ma Pan era profondamente attratto da quella luce; ne era ossessionato; aveva spesso sognato che ci fosse un altro mondo possibile oltre quella grotta in cui insieme ai suoi fratelli, divideva uno spazio che diveniva ogni giorno più stretto. Li, come al suo solito, non dava mai giudizi o pareri precisi; rimaneva sempre sul vago e lasciava

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   2 commenti     di: Luigi Locatelli



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