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Racconti fantastici

Pagine: 1234... ultimatutte

Un diamante nel lago

I nostri eroi dopo un lungo viaggio che li aveva fatti.. gabbiani... volando attraverso un cielo che piu` blue... che piu` blue non c`e`... si vedono pian... pianino... scendere... delicatamente... e magicamente... verso quel... che a prima vista... era loro sembrato... solo un grosso medaglione... ma che in realta` si stava rivelando... un incantevole lago dorato. E che meraviglia nella sua perfezione... un cerchio perfetto... forse un lago di origine vulcanica... pensava Tommaso ricordando una lezione di scienze... a scuola!
Al centro del lago c`era un diamante... dai mille riflessi... cangiante sotto i raggi di un sol platinato... e di un color... cielo... magnifico... poiché`rifletteva... quel cielo... non solo blue... in cui avevano cosi` a lungo viaggiato... ma... tra il turchese... l`indigo... il blue reale.. ed un celeste che piu` chiaro... che piu` chiaro... che piu` chiaro... che piu` chiaro non c`e`.
Piu si avvicinavano al lago.. nelle scendere... e piu` i nostri eroi cominciavano a realizzare che proprio quel diamante... era... la loro destinazione!
Piu` si avvicinavano a quella magia... e piu` non credevano ai loro occhi... non potevano.. credere... a quello che vedevano. Un isola diamantina nel centro del lago... che sconvolge Tommaso a tal punto da esclamare " Noooooo.. Non e` impossibile... adesso mi mordo un orecchio... non e` possibile... ma.." Susanna interrompendolo" Ma che... Tommaso... Invece no... tutto e` possibile... io l`ho sempre detto che qualcosa di incredibile al momento giusto si sarebbe manifestato... anche per noi. Da quando abbiamo perso... i nostri genitori e siamo finiti la`... in quell`orfanotrofio... non siamo stati molto felici.. perche papa` e mamma ci mancano... e tanto.. anche se... ci trattano tutti da principini.. specialmente al piccolo Giovanni.. Ma noi siamo forti.. e sempre insieme.. ricordi quello che dicevano sempre papa` e mamma "Uno per tutti e tutti per unoooooooooo!!!"... Prima abbiamo volato! Ora scendiamo

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   0 commenti     di: Tullio


Il ritorno della primavera

Tanti e tanti anni fa in un bosco impenetrabile vivevano due bellissime fanciulle.
Nessun essere umano le aveva mai viste, solo gli animali del bosco avevano questo privilegio. In quel bosco, grazie alle due meravigliose fanciulle, persisteva un profumo delicato di fiori e di freschezza.  Il clima  era mite, la pioggia sottile e gradevole, le giornate luminose e tranquille.  Il vento accarezzava le foglie producendo una musica dolce che rallegrava i cuori di tutti gli animali del bosco.  Le due fanciulle si erano rifugiate in quel luogo perché anni prima un terribile tiranno che dominava il mondo, voleva ucciderle, per vendicarsi dei suoi genitori, perché..., ma se lo desiderate, leggete quello che segue...

Questo tiranno si chiamava Inverno, era un malvagio e perverso despota. Infliggeva al mondo punizioni terribili: inondazioni, tempeste di neve, freddi glaciali. Tutti i popoli della terra lo temevano perché il suo potere era incommensurabile e le sue vendette atroci.
Chiunque osava ribellarsi a lui veniva rinchiuso nelle segrete del castello, queste erano stanze buie, umide, abitate da enormi ratti. In una di queste erano rinchiusi due compagni di Inverno che anni prima avevano regnato insieme a lui.
Le cose andavano molto meglio quando Autunno e Estate governavano con Inverno. Il mondo conosceva giustizia ed equità. Ma quando Autunno e Inverno si innamorarono di Estate e questa ricambio' solo l'amore di Autunno, Inverno esplose in tutta la sua furia, il ghiaccio copri quasi tutto il pianeta e solo la pazienza e il calore di Estate lo convinsero a ritirarsi pian piano ed a liberare la terra da quella distruzione.
Passo' un periodo di apparente tranquillità, ma Estate non poté più nascondere ad Inverno che  presto lei e Autunno sarebbero diventati i genitori di due gemelle, questi impazzi'. Scomparve per moltissimo tempo, dieci anni, nei quali nessuno seppe dove fosse finito, molti credevano, o meglio, speravano fosse morto.  
Senza Inverno n

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   1 commenti     di: cesare righi


La meta agognata

Al suo Signore e Padrone aveva dedicato tutta la vita, fin da quando era bambino.
Ricordava ancora il sorriso mesto e ispirato della mamma mentre esalava l'ultimo respiro dopo aver dato alla luce l'ultimo figlio, ricevuto - al pari degli altri tredici - come dono divino.
Ricordava la schiuma di rabbia del padre, portato via dai Guardiani della Religione, ai quali lui stesso era andato a denunciarlo, perché voleva impedirgli di frequentare il Tempio.

Fin da allora, poco dopo il sesto compleanno, non aveva avuto altro scopo nella vita se non combattere per la gloria del Signore.
Per questo aveva rinunciato a tutti i piaceri terreni: le corse e i giochi con i coetanei, qualche piatto più gustoso dei soliti zuppa, pane e acqua, persino qualche momento di meritato ozio o di contemplazione della natura.
Non aveva mai conosciuto il corpo di una donna (tanto meno quello di un uomo), non aveva mai concesso e nemmeno ricevuto una carezza, neppure da un animale.
Il suo stesso membro non era mai stato sfiorato dalla sua mano, se non per l'inevitabile minzione, e si irritava molto quando questo, durante il sonno, provvedeva da solo a svuotarsi, dopo sogni assurdi e imbarazzanti.

Appena gli fu consentito, era corso ad armarsi per andare a combattere contro gli infedeli: neppure ricordava più quanti ne aveva sterminati, la gloria del Signore si era giovata anche del suo contributo.
Sapeva che non avrebbe avuto ricompense terrene per i suoi meriti, ma non dubitava che, dopo la morte, il Giusto lo avrebbe accolto con tutti gli onori alla sua tavola.

Forse il momento era arrivato.

Sentiva che qualcosa doveva aver messo fine alla sua vita sulla terra, ma non riusciva a capire dove si trovasse ora. Nulla che ricordasse le descrizioni dell'aldilà contemplate nei Libri Sacri imparati a memoria.
Aveva sempre immaginato il suo arrivo in Paradiso come una marcia trionfale in mezzo a due ali festanti di "Angeli guerrieri della Fede", in un tripudio di ori e mag

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   7 commenti     di: PIERO


Come gabbiani

Caro lettore... oggi e` tempo di discesaaaaaaaa...-Infatti dall`alto del cielo... che piu` blue non c`e`... i nostri amici... Tommaso... Susanna ed il piccolo Giovanni... cominciano a scendere... cullati... da un venticello.. premuroso amico... Un vento dal soffio delicato.. amico attento.. che vuole essere solo sorgente d` incanto nel cuore... garanzia di piacevole viaggio... e soprattutto di un atterraggio.. piacevole,, gentile, sicuro e sereno!
- Noi certo sappiamo con quale e quanta cura... un pilota... si prepari.. per la discesa, dopo un lungo viaggio nel cielo... con il suo aeromobile... E quanto si adoperi affinché` questa sia... dolce... serena... graziosa... discesa... impercettibilmente gustosa... all`amato viaggiatore... con un atterraggio appunto... morbido... placido... e felice .. . sognando... quell`applauso... di viaggiatori sicuri, felici e contenti.. . che si scatena... tra le mani... quando questi... rilassati.. sanno di esser arrivati a destinazione... e senza strani sussulti... ma... delicatamente.. poggiati... a terra... e quindi felici... sapendosi finalmente... in quel preciso momento... anche sani e salvi... su terra -
Cosi`... il delicato vento... provetto pilota... si prende gran cura della discesa... dei nostri cari amici. Ma certamente sotto la guida attenta pero`di Destino... capitano esigente... e quindi con massima attenzione e concentrazione ... soffiando delicatamente... e saggiamente... si prepara.. . all`atterraggio!
I nostri eroi... come le foglie autunnali.. che stanche di vivere su su su.. . si affidano alla dolce aria... lasciandosi cadere... nel giusto tempo... per andare... giù giù giù... avendo deciso di scendere in basso... verso Terra... per porgerle nostalgicamente... rinnovati saluti ... per salutarla e baciarla... e baciarla...- Dopo tutto... le sono state cosi lontane... li` in cima... sull`albero... cosi`vicine al sole... la luna e le stelle... tra le braccia del cielo... e per molto tempo...- cosi i no

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   0 commenti     di: Tullio


Cosmogonia

Vidi emergere dall'oscurità una sfera luminosa, che diveniva poco a poco sempre più alta e lucente. Si eresse in cielo e si accostò alla Luna, che in quel momento regnava indiscussa sugli astri della volta celeste, ed ero inerme a guardare quel bagliore diventare sempre più grande. D'improvviso divenne gigante, iniziò la sua discesa in terra e fui colpito da un tuono che stordì i miei sensi e accecò i miei occhi. Non so quanto tempo trascorsi accasciato come senza vita, ricordo che il mio sonno fu travagliato e ricordo una creatura che mi parlava in una lingua a me ignota, ma nonostante non la conoscessi riuscivo comunque a capire ciò che mi stava dicendo. Ecco cosa sognai. La creatura era simile a me nei lineamenti del volto e nella corporatura. Era molto alta e aveva gli arti robusti, coperti da un'armatura metallica che cambiava colore ad ogni passo che faceva. Veniva in avanti, avvicinandosi con molta calma. Dietro di lei potevo scorgere una macchina che sapevo provenire dal cielo. Era quella che avevo visto da sveglio alzarsi in cielo e brillare come il Sole. "Il mio nome è Aruk" disse. La voce era molto forte e la sentivo dentro la mia testa. Le sue labbra, infatti, non si muovevano. Mi disse che veniva dalle profondità del cielo, un posto che lui chiamava Primo Spazio. Gli domandai cosa fosse questo "spazio" e come fosse arrivato da me. "Miliardi di anni fa..." disse Aruk "... la mia stella madre esaurì il combustibile e divenne una gigante. I pianeti più vicino a lei furono inglobati dalla sua energia e con essi morirono le civiltà che li governavano. Ender, Gunnah e Numa, i tre più vicini ad essa, furono inceneriti in poche ore; io, Aruk, governatore di Tyope, quarto pianeta del sistema di Undo Nabaru, situato nel settimo braccio della galassia Geyser, fui costretto ad abbandonare il mio pianeta. La mia gente fu trasferita su un proto-pianeta a poche unità astronomiche da Tyope, ma non era un ambiente ospitale per la mia razza: avevamo biso

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   2 commenti     di: Filippo


l'incanto raccolto

Narrate dalle cantilene femminili
e recitate ai bambini nelle lunghe serate invernali,
quella conoscenza,
inconsapevole atto di un unico accettato sapere,
diveniva per me, piccolo partecipante di un antico disegno,
ben più di una sequenza ritmata di suoni.

Era la melodia di un amore che srotolando la passione, il timore,
la paura che in essa ospitava, imbrigliava il mio essere,
ora invitandolo, ora atterrendolo.

Il sopraggiungere, poi, della controversa ed inquietante figura selvatica,
“l’Om Sarvaigru”,
abitante della regione Fragota,
forse un po’ ridicolizzato per sminuirne la portata aggressiva,
non taceva ancora lo spavento,
quando il percorrere accelerato dei miei passi sull’accidentato
e selvatico sentiero
della Strà Vegia d’an Ara,

o l’incedere del mio sguardo
sulle ciclopiche figure degli affreschi delle Chiese,
forse nel San Cristoforo,
temeva di incontrarne le tracce.



Realtà Altra

Certe volte ho la sensazione di vivere non in un'epoca di mezzo, bensì nell'età di mezzo di un'altra epoca di mezzo. Non so se mi spiego.
È una situazione strana, quella che contraddistingue questi giorni: l'atmosfera è carica di presagi, come se da un minuto all'altro potesse accadere qualcosa, come se fosse questione di attimi, prima dello scoppio della rivoluzione, prima che la bomba esploda e ci travolga tutti.
Lo ripeto, non so bene come spiegarmi. È una situazione parecchio bizzarra.
Siamo tutti, e dico tutti, in attesa, non sappiamo bene di cosa, né come. Sappiamo solo che arriverà. Che qualcosa accadrà.
Mi guardo allo specchio e mi scruto negli occhi. Se non mi conoscessi, se fossi un'altra persona e mi incontrassi per strada, non saprei interpretare quell'espressione dubbia che mi incide il volto, proprio sotto il ciuffo fulvo di capelli che mi pende dalla fronte.
Ma io so che cos'è. È paura, è apprensione. È attesa. Ansia. Forse persino curiosità.
Sono passati pochi giorni dal fatto. Da quel giorno assurdo e banale allo stesso tempo che ha scombussolato la nostra esistenza, la vita di questo mondo.
E tutto è iniziato con un frase assurdamente semplice. Nient'altro che una professione di ateismo. Nient'altro che l'atto di un uomo che si rende conto che, al di là del velo, molto probabilmente non c'è nulla e che, se proprio ci fosse qualcosa, lui non lo scoprirà mai; che ogni tentativo dell'uomo di cercare di immaginare una realtà ultraterrena non è altro che una chimera, un'illusione.
Nient'altro che questo: un uomo, un piccolo uomo, che in tutta sincerità ammette: "Dio probabilmente non esiste. Se esiste non è come lo abbiamo sempre tramandato. Cercatevi la vostra verità personale da soli".
Peccato che a quel piccolo uomo, proprio a lui, fosse toccato di indossare i panni di Papa della Chiesa Cattolica, alle soglie del nuovo millennio.
Così, così, il mondo era naufragato nel pantano più totale. Nella disperazione.

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   0 commenti     di: simone regolo



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