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Racconti fantastici

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L'ultima poesia

Quanto aveva scritto, una miriade di versi, un'impressionante continuo scavo dentro se stesso alla ricerca di un confine che mai aveva trovato, ora gli sembrava solo un lontano ricordo, un susseguirsi di parole che si incrociavano, si scontravano, si perdevano a brandelli nella mente.
Era un poeta, era uno di quelli che si erano illusi nel corso dell'esistenza di aver trovato il modo di comunicare, attraverso gli altri, con il proprio io, forse era solo un presuntuoso, o magari solo un illuso che aveva creduto di dare un senso ai giorni che passavano attraverso una ricerca interiore per giungere a capire il significato di ogni cosa. Tante domande di cui aveva creduto di trovare la risposta si erano rivelate solo l'inizio di una lunga e interminabile serie di quesiti irrisolti e ora che il tempo sembrava scandire le ultime ore, si chiedeva, quasi con angoscia, il perché di tanto affannarsi senza giungere a una conclusione.
Forse è un destino dell'uomo correre dietro ai miraggi della mente, forse è un riaffermare la supremazia, pretesa, ma tutt'altro che realizzabile, del singolo sul proprio destino.
Una volta, in un convegno a cui aveva partecipato con altri letterati, poeti, scrittori, filosofi affermati, uno dei presenti gli aveva chiesto se la poesia era il mezzo o il fine.
L'aveva guardato in volto, stupito, come se all'improvviso quella domanda fosse la risposta a tante altre ancora lì in sospeso, in attesa probabilmente vana di una soluzione.
Lui era rimasto attonito, poi aveva risposto che era l'uno e l'altro, un giudizio salomonico, anche se in realtà pensava fosse il mezzo per arrivare al fine. Nulla in effetti si svelava in quei versi che sembravano un treno che corre diritto verso la meta, quel limite estremo a cui pareva di essere prossimi ad ogni passo e ad ogni passo sempre più si allontanava.
Teorie, ipotesi, aveva concluso, ma per la prima volta si era incrinato qualcosa in lui, aveva compreso che la corsa ormai era senza fine.
Aveva c

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Sulle tracce del lupo bianco

... Impugnava la spada con entrambe le mani. La lama era disposta a perpendicolo rispetto alla sua fronte e tenuta a pochissima distanza dal volto. Il suo sguardo era orientato in una direzione ben definita, così come le aveva insegnato il vecchio Hiyang.
Quanti tramonti passati insieme sulla collinetta della fattoria.
L’anziano maestro, dopo aver addestrato il capitano Cliff all’arte del combattimento con la spada ma anche alla profonda conoscenza dello spirito, veniva considerato un componente della famiglia, e da alcuni anni si era dedicato ad indottrinare quanto di sua conoscenza ai figli del suo grande amico. Purtroppo da un mese a quella parte aveva deciso di lasciarli per "portarsi" a miglior vita:
- Seguirò le orme del niveo lupo, mi condurranno nel regno della vita eterna. -
Ma per lei era come se il suo vecchio maestro era ancora lì vicino, come una volta.
- Immobile! Sguardo in avanti. Non fissare nulla, ma nello stesso tempo tutto ciò che hai intorno deve essere controllato dal tuo sguardo! Userai l'udito per vedere alle tue spalle. Fai fuoriuscire l’aria dal naso e con essa tutti i cattivi pensieri. Ricorda sempre che non sono i muscoli e le mani che reggono la spada, ma è la tua mente a farlo... Mantienila libera. Se fai tremare la lama, il riflesso perderà la sua staticità, e tu non sarai più in grado di sentirla. -

Catturare i raggi del sole... Era quello il suo fine. Raccogliere i raggi del sole e convogliarli su una metà del suo viso. Non i freddi raggi del mattino e neanche quelli troppo caldi di mezzogiorno. Solo quelli del tramonto, sfumati d’arancio, erano in grado di far comunicare la spada con il suo compagno. Una leggera carezza di calore generato dalla lama, garantiva la percezione di sintonia di spirito fra due cose apparentemente così differenti, ma che durante il combattimento divenivano un tutt’uno. Agli occhi dei due fratelli, Hiyang ne pareva molto convinto: un oggetto creato ed usato anche per

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   3 commenti     di: Carmelo Trianni


La Voce

Non siete nati per capire. Nessun mortale oltre me, su questa terra, o nell'intero universo, ebbe mai il privilegio di udire, in tutta la sua bellezza e la sua spaventosa evanescenza, la Voce. Questo venni a sapere da lei direttamente, nella notte in cui per la prima volta la incontrai in sogno. La serata non era molto diversa da tutte le altre: la mia pigrizia e la mia natura solitaria da sempre mi avevano impedito di partecipare ai normali eventi mondani, da cui invece alla maggior parte dei miei simili piace bere come da un calice ripieno del più dolce e attraente dei veleni. Per quanto mi riguardava, amavo l'ombrosa solitudine della mia piccola casa nella provincia di Lecco, dalla quale era sempre un piacere osservare il paesaggio: il lago luminoso, che si faceva strada come un bambino in cerca di fantastiche avventure tra le due colline che lo fiancheggiavano, dolci ma possenti.
Quella notte passava quindi come molte altre erano passate, in un clima di rilassata riflessione e una punta di noia, che però avevo imparato a godermi.
Immerso nella mia poltrona, un buon libro tra le mani, facevo passare il tempo, senza alcun pensiero e solo nel silenzio che pareva creare intorno a me un guscio protettivo, di cui ancora pochi esemplari della mia specie sono dotati, che mi difendeva da qualsiasi contatto con il mondo esterno, il quale sempre più mi risultava ostile e a volte persino rivoltante.
In un tale clima di calma e serenità, il sonno giunse lentamente e gradualmente, accogliente proprio perché fu in grado di disperdere i miei ultimi contatti con la realtà. Devo ammettere ora che quasi mai mi era capitato di ricordare i miei sogni: in fondo non si trattava di null'altro che di una diversa rappresentazione della propria esperienza di vita, una sua rielaborazione per così dire, e quindi difficilmente indugiavo nel ricordo di ciò che mi disgustava così profondamente.
Quella notte, però, il sogno fu diverso: non era frutto della mia mente ma sembrava p

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Nella bottega di zia Adele

Il lungo viale che conduce alla bottega d'antiquariato di zia Adele è sempre stato uno spettacolo di luci e suoni nel periodo natalizio. E anche quest'anno la magia che regala ai passanti è da togliere il fiato. Io e Lisa, mia sorella, osserviamo i grandi alberi coperti di decorazioni colorate a bocca aperta, mentre sottili scie di fiato caldo salgono verso il cielo. La notte risplende di colori intermittenti che attraversano la neve. Mamma ci sorride e indica di sbrigarsi se non vogliamo che zia Adele chiuda i battenti prima del nostro arrivo. Allungo il passo e mi aggrappo a un codino di Lisa che le sfugge da sotto il cappello di lana, un po per dispetto e un po per non perdermi fra la folla.
La bottega è una fonte inesauribile di scoperte, immagini e desideri. Un luogo nel quale facciamo visita poche volte nel corso dell'anno e dove ogni volta lo stupore si impadronisce di noi. La grande vetrina che dà sul viale alberato è colma degli oggetti più insoliti e strani, forse utili per chi è già grande e ne conosce l'utilizzo. Mamma spinge la porta d'ingresso e un babbo natale meccanico, alto poco più del mio orso di peluche, ci accoglie con un balletto a scatti e una canzone natalizia. Lisa si imbambola ad osservarlo, ma a me non piace per niente. Forse mi incute anche un po' di paura, e passo oltre. Alzo gli occhi verso quel mondo antico, fatto di lampadari, quadri senza cornice, piatti rotondi e inarcati, bambole dallo sguardo fisso e statue dalle pose più curiose. Ognuno di quegli oggetti sembra guardarmi da un altra epoca, da un mondo passato, dove qualcuno ha avuto modo di tenerli nella propria casa, di custodirli, di ammirarli, e ora restano lì, fermi, immobili, in attesa che un nuovo sguardo ricada su di loro, che nuove mani possano sfiorarli. E mentre mi perdo in mille pensieri ecco spuntare da dietro un alto scaffale una donnina riccioluta, sulla sessantina, con un paio di occhialetti sulla punta del naso, vestita di tutto punto ma con qual

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   0 commenti     di: Andrew Abel


La zona di confine e i due regni (parte 2)

Riaprii gli occhi confusa, ma non spaventata. Avevo la sensazione che quel luogo in qualche modo mi appartenesse.
Mi ritrovai stesa su un prato pieno di margherite; tutte di colore diverso che mischiate tra loro creavano una tonalità indefinibile, la più bella che si possa immaginare. Il cielo era diviso in tre parti: a sinistra era di un azzurro intensissimo e il sole sembrava una palla di fuoco arancione; a destra c'erano i lampi, si sentiva tuonare e tutto era avvolto da una fitta nebbia. Quello sopra di me era pazzesco; si vedevano delle immagini, come un gigantesco schermo su cui venivano proiettati milioni di film contemporaneamente.
"Chi diavolo sei? che posto è questo? mi hai drogato?".
Mi girai di scatto e con sorpresa vidi il ragazzo con l'i-pod, era la prima volta che sentivo la sua voce.
"Senti, non ho la più pallida idea di che posto sia questo e per quanto ne so potresti essere stato tu a portarmici".
La mia risposta fu veramente acida, lui era così irritante ma bellissimo.
"Mi chiamo Vanessa e tu?"
"Alex" lo disse sottovoce evitando il mio sguardo.
Volevo avvicinarmi, stringergli la mano, avvertivo il bisogno di contatto fisico.
Non feci a tempo ad avanzare che Alex indietreggiò all'istante e con un'aria terrorizzata si mise a urlare:
"Stammi lontana, non ti avvicinare, è tutto veramente assurdo, ho le allucinazioni, vedo il cielo diviso in tre parti - con un sorriso sforzato proseguì - e come se non bastasse sono cinque notti di seguito che ti sogno..".
Sentivo le vene pulsare sulle tempie, lo interruppi all'istante "tu, tu mi hai sognata?"
"È incredibile... vedo te apparire dal nulla che mi sorridi e un attimo dopo estrai una pistola luccicante e.. pum, mi spari dritto al cuore".
A quel punto dovevo dirglielo:
"Anche a me da cinque notti succede la stessa cosa, beh più o meno, nel mio sogno non mi uccidi.. semplicemente ti vedo sull'autobus con l'i-pod alle orecchie".
Mi sentivo a disagio e imbarazzata, non potevo certo pro

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   12 commenti     di: Kartika Blue


La verità su come nascono i bambini

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   3 commenti     di: Fiscanto.


Punto atto e tatuato, L'incontro con l'Uomo-dalla-treccia-canuta (parte 1)

Dal blog-novel http://puntoattoetatuato. blogspot. it/

3 dicembre 2011. Venezia, Campiello san Rocco. Da più di mezz'ora Aurelio aspettava nel luogo dell'appuntamento, la vetrina del negozio di tatuaggi. "Insisto perché tu arrivi puntuale", gli venne raccomandato con insistenza, ma del tatuatore non vi era ombra. Per mantenere la parola, Aurelio dovette fiondarsi dal treno, uscire di gran fretta dalla stazione e farsi d'un fiato tutto il tragitto, ponti compresi. A linea d'aria gli sarebbero bastati quindici minuti scarsi, ma la poca dimestichezza con la città gli fece perdere spesso la via, impiegando il quadruplo del tempo.
Ora stava lì, spazientito ad aspettare. Con un piede si appoggiava al muro del sotoportego adiacente all'ingresso del negozio. Stava immobile, proteg-gendosi dal soffio di quel vento dicembrino, che penetrava attraverso le fib-bie delle scarpe, i jeans, il cappotto grigio doppiopetto.
Insofferente, estrasse dalla tasca un foglio. Era la locandina del negozio, che due settimane prima lo incuriosì terribilmente, mentre in quel momento, ri-letta nella gelida solitudine, infondeva unicamente una sensazione di sciagu-ra.

Il corpo umano è l'espressione del mondo che ci circonda. Nella sua perfe-zione, è metafora di una moda, di una cultura, di una società. Se l'interezza del corpo viene spezzata, da esso scaturiranno ossessioni, demoni, tabù; ma se la sua armonia viene esaltata sapientemente, eromperanno forze più po-tenti di un soffio vitale.
L'arte che valica e amplifica il confine limitato del corpo è il tatuaggio. Con la simbologia giusta, tatuata nella zona adeguata, alcuni punti vitali muteranno e si espanderanno, sviluppando attitudini speciali.
Non esitate allora, venite a fare un tatuaggio!

Ricevette quel foglio durante una gita scolastica a Venezia, durante la pausa libera tra una visita di un museo e l'altra. Glielo lasciò un tizio che si direbbe più anomalo che strano. Aurelio lo ricordava perfettamente. Alto e i

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   3 commenti     di: Matteo Contrini



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