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Racconti fantastici

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Nel passato il nostro futuro

Una luce può risvegliare ricordi profondi, come accadde quella sera a Livia, mentre camminava lentamente verso casa. Era appena scesa dal bus. Non aveva fretta di tornare, non c'era nessuno ad aspettarla e sperava solo che arrivasse in fretta il giorno dopo. Il buio era sopraggiunto all'improvviso. Dopo il lavoro aveva girato per il centro, cercando di allontanare il più possibile il momento del rientro. La sua piccola casa era lontana dalla strada, vicino ad altre vecchie costruzioni che un tempo formavano una cascina. Si fermò nell'oscurità in un campo di grano ad ammirare le lucciole. Tracciavano scie luminose, disegni che duravano il tempo di un battito di ciglia. Era bello vederle libere. Una volta, tanti anni prima, ne aveva viste tante sprigionare tutte insieme una luce intensa, abbagliante per i suoi occhi di bambina. Ma erano lucciole prigioniere, sotto un bicchiere rovesciato sul tavolo: le aveva catturate suo padre per farle una sorpresa. Lei le liberò subito; il vero piacere fu vederle uscire dalla finestra, mentre la ringraziavano con i loro messaggi luminosi. O almeno così le era sembrato.
Ripensava, con grande malinconia, alla sua fanciullezza, bella e spensierata. Poi tutti i sogni si erano infranti, uno dopo l'altro. Quando entrò in casa i ricordi le giravano vorticosamente nella testa e non aveva voglia di leggere, come era solita fare tutte le sere. Quei piccoli insetti, padroni della luce, avevano risvegliato in lei il desiderio del passato. Recuperò una vecchia scatola di latta piena di foto, scritti, cartoline e altri oggetti che la legavano all'unico periodo felice della sua vita: l'adolescenza, al suo paese, con i suoi amici e con Marco. Gli aveva voluto bene, con l'amore di cui può essere capace solo una ragazzina di quindici anni. Nessun altro sentimento era stato per lei così profondo, ma le sue aspettative erano svanite in un attimo, quando si era dovuta trasferire. Prese in mano l'unica cartolina di Marco, ricevuta poco dopo

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   1 commenti     di: ivano51


Alexis - La grande battaglia (1°parte)

Il sole era appena tramontato e la penombra stava avanzando su un giorno che aveva visto fin troppe vittime nel regno di Alypios. Il generale Alexis, con la scintillante corazza argentea a raffigurare il torace, il gonnellino di un blu acceso, dello stesso colore del lungo mantello che copriva totalmente mezzo corpo e con l'elmo tenuto sotto un braccio entrò nella stanza reale, si posizionò davanti a Alypios fece un lungo inchino e si girò verso gli altri alti ufficiali che come lui erano stati convocati.
Il re lo guidò con lo sguardo invitandolo a sedere al suo fianco, Alexis si mosse e si sedette. Il motivo della convocazione era Kaleb, da sempre il peggior nemico del regno e che ora aveva iniziato il suo piano di conquista. Le sue truppe si erano velocemente impossessate dei territori di confine del regno di Alypios, e ora si stavano dirigendo rapidamente verso i territori interni e verso Gamus, il cuore del regno.
Aveva conquistato una gran parte dei territori del nord e aveva distrutto numerosi villaggi mietendo centinaia di vittime tra la povera gente. Bisognava prendere subito una decisione e cercare di bloccare il nemico, per questo tutti i più grandi condottieri, primo fra tutti Alexis, erano stati riuniti. Angus era già stato mandato con un piccolo gruppo di soldati in esplorazione e aveva dichiarato di aver visto una gabbia di ferro con impresso il simbolo di Anat. Questo era un gran problema, e tutti avevano già capito la gravità della situazione.
“Allora dobbiamo fare i conti anche con Taurus. Giusto?” chiese Alexis con tono grave.
“Io direi di allontanare la popolazione dalle zone più vicine ad essere attaccate. Facciamoci aiutare da Said” rispose un altro. Taurus era il figlio di Anat, una semi-divinità dalle sembianze di toro su due zampe. Poteva contare su un'agilità animalesca e su una forza fisica che andava ben oltre qualsiasi immaginazione. Said invece era il re degli Italmiti, che già in passato erano stati aiuta

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   1 commenti     di: Van Hudy


Il Riflesso

Ancora uno scricchiolio. Ce n'erano stati parecchi quella sera. Lucio tendeva le orecchie ogni volta che il vecchio armadio cominciava a farsi sentire. Sembrava che si aggiustasse, nella sua posizione statica. Imponente e massiccio, rumoreggiava in sequenze di tre o quattro piccoli schiocchi. Lucio aveva il tempo di pensare che stava per arrivarne un altro e, puntualmente lo avvertiva.
Viveva in quella casa da quasi vent'anni, la conosceva benissimo e la sentiva sua. Era un vecchio appartamento di famiglia che lui aveva ristrutturato e che aveva abitato un po' da solo e per il resto del tempo con le fidanzate di turno. Alcuni mobili dei parenti erano rimasti nella casa ed erano ormai suoi. Tra questi, l'armadio rumoroso che troneggiava in camera da letto. Era un pezzo in stile Liberty, con un'unica grossa anta munita di specchio. Al di sotto dell'anta, un ampio cassetto accoglieva altra roba; ma quasi tutto quello che era riposto al suo interno, non veniva mai utilizzato da Lucio. Le camicie, restate appese da anni e una tuta jeans che sicuramente non gli stava più; anche i pantaloni avevano preso irrimediabilmente la forma delle grucce. Invece Lucio era solito aprire l'armadio e buttarci dentro, alla rinfusa, quello che si toglieva: felpe, jeans, calzini, riposavano ammonticchiati gli uni sugli altri fino all'indomani. In realtà, a pensarci bene, la cosa più sfruttata del mobile era sicuramente lo specchio: piuttosto ampio e lungo, dava la possibilità di cogliere meglio, per così dire, alcuni momenti topici della vita di Lucio. A dirla tutta, dalla parte opposta della stanza e in posizione a tre quarti, campeggiava una bella toletta, fornita anch'essa di un comodo specchio ovale orientabile, che garantiva... ogni angolazione. Lucio era un uomo vitale, di bell'aspetto e nonostante avesse già compiuto il suo quarantacinquesimo compleanno non si era mai sposato. Le sue esperienze si erano limitate alla convivenza, che prima o dopo si era rivelata un disastro,

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Se salta fora la locandiera. (3 e ultima parte)

Secondo il testo della commedia, la locandiera appare durante il primo atto, alla scena quinta. Prima del suo ingresso si assiste ad un lungo dialogo tra i protagonisti maschili, tutti ospiti della locanda, i quali si intrattengono tra loro, scambiando opinioni in merito al mondo femminile, argomento certamente trattato con molta disinvoltura nel '700. Goldoni , insomma, ci fa capire con quale qualità di uomini (e con quali pregiudizi) Mirandolina avesse a che fare; e ciò pur essendo lei " donna pericolosa" - secondo la definizione che ne diede lo stesso Carlo - in quanto faceva innamorare di sé i più " orsi " e poi li faceva soffrire come " cani".

Da dietro le quinte assistevo attenta ai dialoghi del Cavaliere , del Marchese e del Conte.
Nel mentre mi preparavo all'ingresso, sentii bisbigliare l'assistente del regista, la quale si doleva che in platea non c'era il pienone tanto atteso. Purtroppo il pubblico, deluso dall'assenza della prima attrice, aveva in parte defezionato. Questa circostanza non mi fece affatto demordere. Sentii dentro di me Mirandolina prepararsi al debutto. Scalpitavo dentro alle mie piccole pianelle.
All'inizio della scena quinta entrai con il garbo richiesto dal commediografo e la mia prima battuta, rivolta ai gentiluomini, fu :
" M'inchino a questi cavalieri. Chi mi domanda di lor signori? "
Mirandolina si trovò immediatamente a proprio agio . Io e lei ( che fosse , a questo punto non capivo più nulla) recitammo all'unisono. La grande stanza della locanda non pareva un artifizio di quinte teatrali , ma l'ambiente caldo ed accogliente di una autentica antica locanda. Mi sembrò persino di annusare odore di buon cibo messo a cuocere.
Mentre si scambiavano le battute tra gli attori, avvertivo che l'italiano goldoniano che mi usciva dalle labbra, per spirito della locandiera, era di timbro e di pronunzia assai diversi non solo dall'italia

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Uno strano viaggio nel passato

Ero in viaggio da molte ore quando il treno sul quale viaggiavo improvvisamente si fermò ad una stazione di un piccolo paese che non avevo mai letto sulle carte. E dire le conoscevo tutte, facevo quella linea ogni tre giorni. Ad un certo punto vidi tra la nebbia che offuscava il paesaggio una donna che cercava di farsi notare saltando su e giù davanti al finestrino. Quando finalmente riuscii ad aprirlo mi disse: "Ho perso il mio bambino! Mi aiuti a trovarlo per favore." Le risposi che non potevo scendere dal treno, perché se fosse partito da lì a poco lo avrei perso. Lei mi assicurò che se avessi perso il treno ne avrei potuto prendere un altro l'ora dopo. Quando riuscii a convincermi a scendere mi assicurò che in quella stazione i treni passavano ogni ora. Mi stupii, poiché ricordavo che, secondo i miei calcoli, se avessi perduto quello non avrei potuto prenderne un altro fino all'indomani mattina.
La nebbia era fittissima e insieme a quella donna che mi disse di chiamarsi Elena Govi mi misi a cercare il bambino chiamandolo per nome (il nome era Tiziano) proprio come mi chiamavo io, solo che il mio era al femminile. Strana coincidenza. Elena mi raccontò che stavano scappando dai soldati tedeschi. Erano ebrei e se li avessero trovati lei e il piccolo sarebbero finiti nei campi di concentramento in Germania. Stupita da quel che diceva, mi fermai e prendendola per un braccio le chiesi se fosse impazzita: "La guerra era finita da sessant'anni." Lei scosse la testa guardando me come se fossi pazza, poi disse: "Oggi è il 28 novembre 1943 e domani è il compleanno di mio figlio. Non voglio che lo festeggi su un treno diretto in Germania, dobbiamo trovarlo."Di nuovo sorpresa da un'altra coincidenza dissi: "Domani è anche il mio compleanno e vorrei festeggiarlo a casa con i miei amici." "Bene!" disse Elena "Quando avremo trovato Tiziano potrai fare ciò che vuoi Eravamo ormai molto lontani dalla stazione quando sentii il fischio del treno che ripartiva. Feci per

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   1 commenti     di: Tiziana


L'antico potere dei draghi

In un'antica città, ai piedi di una collina c'era un foro nelle profonde cavità del monte, la gente del popolo diceva essere abitata da gente al quanto scontrosa, era chiamata l'entrata per la città del disordine.
Un bel giorno però dei ragazzini stavano giocando tra di loro a una sorta di rimpiattino, uno dei ragazzi, il più giovane, Dovahn si nascose nell'entrata per la città sotterranea, subito notò una sorta di scrittura rondeggiante e molto elegante dipinta nel muro, non sapeva il significato di quelle antiche parole, ma lo incuriosirono così tanto che proseguì all'interno dimenticandosi degli amici lasciati all'esterno, il percorso si faceva sempre più buio, afferrò una torcia che era attaccato in una delle antiche pareti roccee e prosegui all'interno.
Fuori all'esterno gli altri due ragazzini preoccupati per l'amico iniziarono a cercarlo furiosamente, trovarono anche loro l'entrata roccea e proseguirono all'interno.
Dovahn ormai era in piena balia di emozioni e curiosità, quel luogo gli faceva provare fortissime emozioni, proseguendo all'interno e seguendo l'antica scrittura arrivo in un punto in cui due persone, evidentemente del luogo stavano parlando nella loro lingua, Dovahn curioso e senza paura, si avvicinò ai due gli disse:
-Ciao! Sapete per caso dirmi che luogo è questo?
I due alle parole del nostro esploratore impervio si girarono e risposero:
- Nehimudenek! [Non ascoltarci!]
Il giovane allora non comprendendo le loro parole si rivolse a loro con voce più convinta e gli ripetette:
-Scusate, forse non ci siamo capiti... vorrei soltanto sapere che posto sia questo... la vostra lingua non la capisco è tanto bella quanto strana!
allora in più anziano del luogo di avvicinò a Dovahn e gli disse:
-Ragazzo mio, questa è l'antica città scolpita nelle profondità del vostro monte in epoche così antiche che nessuno ne sà le origini nemmeno io, la nostra lingua viene chiamata Dovahkem o linguaggio dei draghi, voi che

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   1 commenti     di: Udrihel Affen


La mente e il cuore

Un giorno la mente invidiosa disse al cuore: "Non capisco perché
gli uomini dicono che della loro vita sei il motore,
sei un organo perfetto te lo concedo è vero però non sei così speciale, ora non ti agitare poiché ti voglio dire che il tuo motore è difettoso, è fragile."
Il cuore come sempre le chiese dolcemente: "Dimmi ti prego,
perché dici che sono fragile?"
La mente perfida rispose: "Il difetto che ti rende fragile è che
dai troppo amore, ogni avvenimento per te è un'emozione,
soffri, piangi, pur nel dolore riesci ad amare e perdonare,
basta una carezza e ti sciogli come neve al sole, questo è il difetto che c'è nel tuo motore."
Io sono la mente, son fredda calcolatrice e razionale,
tu vedi solo il bene mentre io sò ragionare, cerco sempre
cosa mi conviene, se stare con il bene o con il male
io sì che son speciale. Con un battito d'amore così rispose
il cuore: "Non hai capito che nella creazione tra noi c'è un
equilibrio, la giusta compensazione? Tu sei la mente, calcolatrice, fredda intelligente, per questo non puoi amare."
Mentre io che sono il cuore con la mia fragilità io posso amare,
non mi interessa chi di noi due è speciale, poichè questo
motore ad altri può donare solo... tutto il suo calore.




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