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Racconti fantastici

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Lasciateci Passare

Era tutto pronto.
Nessuno sapeva più chi avesse costruito il Muro, o perché. L'unica cosa certa era che il Muro divideva il mondo. Le zone più vicine al Muro, dal lato dove si trovava Gabriel, si erano sempre più riempite di persone, con il passare implacabile degli anni. Erano sorti piccoli villaggi di baracche, avamposti, rifugi provvisori dove stare in attesa di passare dall'altra parte. Quasi ogni famiglia recava un cartello, sulla porta della sua baracca o per chi non ne aveva una addirittura da portare in mano ovunque si andasse. La frase scritta su questo cartello, nei caratteri più disparati, nei colori più diversi e in calligrafie più o meno leggibili era sempre la stessa:
LASCIATECI PASSARE
Gabriel l'aveva capito da un pezzo, come molti altri: nessuno li avrebbe lasciati passare, e probabilmente nessuno c'era dietro quelle telecamere che a intervalli di due metri sbucavano dal Muro, scrutando con il loro occhio freddo e meccanico i poveri relitti umani che si ammassavano vicino ad esso. Ovviamente passare sopra il Muro era impossibile.
Un sistema di torrette di difesa automatiche, in generale mitragliatori, era progettato per sparare a vista a chiunque si fosse trovato in prossimità del Muro.
Ma Gabriel aveva trovato un modo. Aveva notato l'unica falla dell' altrimenti perfetto sistema che impediva a tutti di raggiungere la salvezza. Si era stupito addirittura che nessuno l'avesse notato prima. Le torrette miravano sempre alla testa. Bastava però un piccolo specchio, applicato davanti al viso a mo' di maschera, per confondere le sentinelle automatiche giusto il tempo necessario, Gabriel sperava, per passare indenne dall'altra parte del Muro. Aveva fatto qualche prova, e aveva calcolato che il tempo necessario alla sentinelle per capire il trucco e reimpostarsi era di circa un minuto e trenta secondi. Ora era tutto pronto.
Con lo specchio sul viso forato all'altezza degli occhi, a distanza di sicurezza, Gabriel appoggiò una l

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Il Confine

Un riflesso abbagliante balenò sulla lama, costringendo i presenti a socchiudere lievemente gli occhi. I due sovrani erano uno di fronte all'altro. Si guardarono per un istante che sembrò infinito. Attorno a loro la schiera di soldati sembrava non aver fine. Theos alzò la spada con le due mani e con tutta la forza che gli era rimasta tracciò un solco netto sul terreno, proprio sotto le sue gambe. "Nessuno osi varcare questo solco. Sarà per sempre il confine tra il mondo del male ed il mondo del bene. Questo solco è bagnato dal sangue di valorosi soldati che, da entrambe le parti, hanno combattuto per millenni perché questo giorno potesse splendere sulla terra di Agad. Io, Theos, Re di Magaria, Signore dei Quattro Soli, siglo questo accordo di sangue e di sudore, con Kraukas, Signore degli Orchi, Padrone delle Terre Oscure." Pronunciate queste parole ritrasse la gamba, riportandola nel proprio territorio e, immediatamente, dal solco nel terreno usci un'enorme energia, violenta più del vento che soffia nelle terre di Sarigat, e che terrorizza i marinai che solcano i suo mare. Il vento fu seguito da fiamme di fuoco, tanto alte da superare gli alberi incantati della foresta di Shilerman, poi il silenzio. Un silenzio fragoroso, eterno, strabiliante. Un silenzio che gli uomini di Agad non avevano mai sentito prima. Un lampo lo squarciò e dal terreno uscirono due enormi draghi di fuoco. "Presto! La magia completi l'opera!" urlò Theos e subito due maestri di arti magiche, uno per ogni parte dello schieramento, puntarono i loro immensi poteri verso le creature emerse dalla terra. Haros, nero stregone del Kaos, e Golimar, cultore della magia di Magaria, produssero due fasci di luce che raggiunsero e rinchiusero gli enormi draghi. L'energia prodotta esplose in un enorme bagliore e si spense affidando ai quattro soli il compito di illuminare le desolate lande di Agad. Theos si chinò e raccolse da terra un sigillo, frutto della trasformazione delle creature nate dalla

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   0 commenti     di: Andrea Oldani


Il prigioniero del solstizio

Il prigioniero del solstizio

La mattina del 22 giugno 2016, avvertito dalla sua domestica, cui non aveva aperto la porta, mi recai a casa del mio eccellente amico, l'Ing. Vincenzo Trapax. Io possedevo da lungo tempo una copia della chiave dell'appartamento, perché durante le sue periodiche assenze andavo a innaffiare i gerani e dar da mangiare ai canarini, insieme a mie collaboratrici a ore.
Entrammo dunque nell'appartamento, che non presentava segni di particolare disordine o altro che potesse far pensare a qualcosa di preoccupante, come una colluttazione, un furto o cose del genere. Notai soltanto che aveva lasciato sulla scrivania il cellulare e il portafogli, fatto insolito per le sue abitudini, come per quelle di chiunque, forse una partenza frettolosa, chissà.
Stavo per uscire dallo studio, quando qualcosa attirò la mia attenzione: alla lavagna di lavoro era attaccato un post-it su cui, vergate con la sua caratteristica, fitta grafia, c'erano queste singolari parole:
Lascio questo breve resoconto della mia folle scoperta a chi avrà la ventura di capitare per primo nel luogo dove ho vissuto e lavorato per lunghi anni, in vista di questo obiettivo che è ora, per mia sfortuna, a portata di mano. Questa è la storia della più terribile delle invenzioni: io, signori, ne sono l'artefice, lo sperimentatore, la quasi certa vittima. Sto per partire verso il più strano ignoto, in qualcosa che tutti crediamo di conoscere, ma che in realtà ci sfugge nella sua vera natura, nella sua infinità vastità e complessità. È in questo ingannevole, rassicurante infinito che io sto per immergermi, per perdermi nei suoi labirinti, da cui non so se potrò mai tornare. Ma mi rendo conto che ormai rinunciare significherebbe svuotare di senso la mia esistenza, devo affrontare il mio destino, è bene però che prima di andare lasci il mio monito a chi resta. Il sogno...
Il biglietto si interrompeva bruscamente qui, non gli detti naturalmente il minimo peso, considerand

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Verità ritrovate cap. 3

VERITA RITROVATE

CAPITOLO 3

Tra le catene montuose a nord ovest del regno, si stava radunando un immenso esercito di Tugralh. Richiamati dagli inferi da Thalis, le creature del buio avanzavano oltre le montagne dirette a Narois sotto ordine del loro padrone. La città morta di Darakthis, era diventata il loro rifugio dopo averla saccheggiata per parecchi giorni e sterminato gli abitanti. I nani, combatterono sino alla fine per difendere la loro città ma purtroppo la superiorità numerica dei Tugralh ebbe la meglio. Messaggeri e delegazioni, vennero mandate per tutto il regno ad avvertire l’imminente marcia delle creature nere in direzione delle città. I nani sopravvissuti al massacro, chiesero alleanza agli elfi e si rifugiarono a Narois consci del fatto che prima o poi avrebbero dovuto combattere per non soccombere. La città di Narois, era stata costruita dagli elfi molto tempo prima che la razza umana si stabilisse nel regno.

“Cosa facciamo?” Chiese James.
“Nulla. Dobbiamo aspettare.” Rispose Aron appoggiandosi sulla schiena ad un albero poco distante. Intanto le guardie, si sedettero in circolo su uno spiazzo erboso mentre re Corion si mise in disparte dal gruppo seduto su una roccia. James, lo seguì con lo sguardo e gli andò incontro per cercare di confortarlo.
“Tutto bene mio signore?” Il sovrano rispose con un sorriso.
“Si, James. Tutto bene. Sono solo preoccupato per la mia gente.” Rispose premendosi le ginocchia con le mani.
“Sono sempre stato un sovrano leale e combattivo. Ma solo adesso mi rendo conto delle mie responsabilità. Da anni il mio regno è sempre stato reclamato da molte persone e li ho sempre combattuti respingendo ogni loro attacco. Ma adesso è diverso.” Aggiunse coprendosi il viso con le mani.
“C’è in gioco la vita di mio figlio capisci?”
“Si mio signore. Capisco benissimo ma se volete che la vostra gente sopravviva non dovete fare eccezioni. E brutto

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Rubina

La nostra storia comincia in una casa in mezzo alla campagna.
Qui viveva Rubina, nella casa in cui era nata, con i suoi genitori, che però vedeva raramente in quanto il lavoro nei campi consumava loro la maggiorparte del tempo.
Così passava Rubina le sue giornate, mentre il sole sorgeva e tramontava sulla sua pelle frusciando fra le alte spighe di grano.
Senza pensieri, senza ambizioni, senza quasi parlare, lei camminava da sola.
Non aveva amici, poco o nulla sapeva del mondo.. in effetti, la sua unica amica era la sua bambola di pezza.
Rubina non era una bambina; ma non conosceva la sua età esatta..
Non sapeva quand'era stata l'ultima volta che aveva parlato coi suoi genitori.
Loro erano sempre fuori a lavorare... almeno, così pensava mentre camminava intorno alla casa.
Tutto il pomeriggio, percorrendo un sentiero a spirale che la portava fino alle colline, che però non osava varcare.
Si ricordava un monito.. Non sapeva chi, forse sua mamma, gliel'avesse detto..
Le colline non erano da varcare!
La luce cremiusi del tramonto dava al tutto un senso di grande profondità.
Come immersa in sanguigni pensieri muoveva le braccia della sua bambola; i grilli cantavano e lei...
Quand'è stata l'ultima volta che ho visto mia madre?
Quand'è stata l'ultima volta che mio padre mi ha accarezzato la testa?
Eppure queste sensazioni, così chiare, mantenevano una presenza vivida nella sua mente.
A volte pensava di esistere da sempre, in questo limbo di grano
A volte pensava di non aver mai avuto un padre ed una madre
La notte non esisteva, a sua memoria; cos'era l'oscurità?
Non aveva mai avuto paura..
E così decise quel giorno che avrebbe aspettato la notte, per vedere le stelle... o forse chissà, avrebbe potuto osservare i suoi genitori tornare dal campo...
Da quel campo lontano, oltre le colline...
Si sedette su un grande sasso, ed attese che il tramonto si trasformasse in oscurità.
Attese..
Ed ancora..
Fino a quando gli ultimi raggi del

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   0 commenti     di: Kable


Prigioniera senza onore

Rinchiusa, ancora una volta. Lei, amante della libertà, prigioniera di un uomo spietato, ma che nell’ultimo periodo sembrava cominciare ad ammirare alcuni suoi aspetti: era affascinante, quella solita ombra scura che gli passava negli occhi cominciava ad infonderle profonda tranquillità; quando parlava a lei, la sua voce si abbassava, diventata un dolce borbottio che la faceva sentire protetta. Durante la marcia, al giorno, la legavano sul primo cavallo coraggioso in grado di stare tra i due draghi affidati alla sua sorveglianza e la trascinavano per le terre, sotto al sole, ignorando la voglia di bere e di riposare. La notte, Ronimir la faceva portare nella sua tenda per evitare che i draghi pensassero di divorarla, ignorando l’ordine.
Alcuni giorni era teso, sembrava preoccupato; le lanciava occhiate piene d’ira senza farla uscire dal padiglione militare sospettando una sua fuga, altre volte la portava con sé durante le passeggiate serali. Redeye sembrava non lasciarlo solo un istante e la notte stava a sorvegliare la tenda per evitare che lei scappasse, ora che erano al di fuori della Valle Morta.
Il giorno prima erano al passaggio tra le montagne, ora stavano seguendo i profili dei monti per raggiungere una foresta, oltrepassare un fiume e giungere ad una città nota col nome di Berlénus. Li si sarebbero riposati per poi proseguire verso la prima battaglia.
Li odiava tutti. Tutti erano vestiti con armature nere, spade al fianco, archi e balestre a tracolla; trainavano trabucchi, guidavano i carri, addestravano i cani all’attacco, ognuno aveva un compito nel viaggio. Nelle passeggiate con la cattiva compagnia del re, poteva osservare uomini impegnati ad affilare le lame delle armi, alcuni elfi scorbutici passavano il loro tempo a perlustrare le zone sui loro strani animali, facendo pratica, draghi intenti a scrutare le macchie di alberi coperti dalla neve in attesa di veder sbucare una preda... Ronimir le portava vestiti caldi, asciutti e puliti og

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   1 commenti     di: clarissa catti


Harry Potter E La Scienza Babbana

Il signor Gazza aveva già spento le luci di tutto il castello, gli alunni erano tutti nei loro dormitori nelle proprie casate, di certo non a dormire. La preside McGranitt era nel suo ufficio a dare la buona notte a una vecchia foto ormai statica del suo caro Silente e i professori, dormivano già da molto, tormentati dal pensiero che l'indomani, ci sarebbe stato il campionato Serpeverde VS Grifondoro.
Nonostante ciò, c'era un gran fracasso quella notte, o per lo meno, sarebbe arrivato a breve.
<< Privet Drive, 4. È quesssto l'indirizzo sssignore, anche ssse il ragazzo ha perssso la traccia, non significa che non torni qui ssstrisssciando >> << Fa silenzio! >> interrumpe il suo compagno subito quando sentì, nel mondo babbano, un rumore curioso. << È Sssolo lo ssscarico sssignore, i babbani è cosssì che essspellano le loro... >> <<Fa silenzio ho detto! Non m'importa niente del parere di uno stupido serpente! Aspetta qui che sei più inutile di una cioccorana! >> L'uomo agitò la sua bacchetta e aprì così la finestra di casa Dursley.
<< Certo sssignore, come desssidera... inutile Magonò. >> L'ultima frase fu detta solo quando l'uomo era già nella residenza.
Ci volle un po' a capire a cosa servissero tutti quegli strani oggetti babbani, ma lui non si faceva distrarre da nulla, era lì per un motivo, e non se ne sarebbe andato senza portarlo a termine.

<< Ron! Ron svegliati, presto! Hermione è in infermeria! >> disse Harry alle 07:00 del mattino. Ron fece un salto dal letto degno di chi ha appena bevuto una pozione di Fortuna Liquida, seguito da un passo come quello di Grop, il fratello gigante di Hagrid, procedendo con una caduta peggiore di quella che fece Draco Malfoy al primo anno. << Cosa stai dicendo? Dov'è adesso? Perché in infermeria? Se muore la uccido! >>
Harry si divertiva nel vedere l'amico mettersi i vestiti al contrario e le scarpe diverse mentre cercava di capire cosa fosse successo alla sua ragazza. << Lo trovi divertente Harry?

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   0 commenti     di: Sara



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