Fulvio Staffieri, proprietario del celebre ristorante detto "Al Cuciniere", cuoco di eccelsa perizia e d'infame cocciutaggine, maestro nell'arte culinaria e terrore d'ogni vivandiere, famoso per le sue squisite pietanze quanto per i feroci rimproveri ai suoi lavoranti, quel giorno sembrava perdersi dietro pensieri d'altra fattura. Meditazioni sospese solo al cospetto di un esoso bottegaio altrettanto irascibile. Chiamò l'aiutante affidandogli il compito di ritirare la merce, e, dopo aver regalato un ultimo sguardo carico di disprezzo al petulante venditore, uscì dal mercato. Di fronte alla sua auto proprio non se la sentì di salirvi a bordo e tirò lungo impegnando una breve salita che portava al centro. Inciampando più volte sulle pietre affioranti dall'acciottolato di via del corso, non fece caso al respiro che iniziava a farsi prepotente, mentre alcune lacrime gli lasciavano righe di sale sulla pelle. Si appoggiò esausto alla parete di un palazzo per riprendere fiato. Poco più là un bar aveva sistemato dei tavolini lungo la via.
Seduto all'aperto, sorseggiava un caffè approfittando del sole autunnale per procurarsi un po' di tepore, forse l'ultimo della stagione visti i presagi d'inverno portati dal vento. Con gli occhi chiusi provò a liberarsi dell'inquietudine che lo aveva assalito lasciando lavorare l'immaginazione. Si sorprese invece a meditare sulla sua vita passata, ritrovando antichi ricordi di cui aveva perso memoria, che ora reagivano a ogni tentativo di relegarli di nuovo nell'angolo della mente in cui erano stati rinchiusi divenendo ancora più vividi. Da qualche giorno era preda di dubbi e incertezze come non gli era mai capitato prima, e la cosa lo angustiava. Soprattutto una questione, attorno alla quale si arrovellava, era arrivata a privarlo del sonno notturno, una domanda che si poneva di continuo. Cercava di capire se fosse giusto rendere così prezioso tutto quello che facciamo per credere che la nostra vita sia davvero importante
Eccomi qui, sfinita, spiegazzata, mezza rotta, ridotta ad uno straccio, quasi alla fine della mia breve vita.
E pensare che tutto era cominciato così bene! Nei miei primi ricordi sono bella, frusciante, perfettamente stirata, con ancora l'odore della tipografia da cui sono uscita e sto viaggiando sopra un grande furgone diretto alle Poste Centrali assieme a tante altre come me.
Quanti discorsi in quel breve tragitto! Quelle più grandi che si vantano del loro valore, vedendosi già nell'alta società, attente a non confondersi con quelle false. Noi più piccole che parliamo insieme per farci coraggio. Ma tutte ansiose di viaggiare e di conoscere il mondo.
Il mio primo contatto col mondo ce l'ho quando la cassiera delle Poste mi tira fuori dalla mazzetta e mi consegna ad una signora anziana. Lei mi ripone con cura nella sua borsetta che sa di pulito e poi esce. Camminando brontola fra se e se, imprecando per la pensione sempre più misera, per le bollette da pagare, per il conto del macellaio, la rata del condominio e molto altro ancora. Incontra un'amica, con cui rifà pari pari tutti i discorsi che mi sono appena sorbita. Poi si dirige verso casa, con la crescente apprensione di essere derubata da qualche scippatore. "Ah, la città non è più quella di una volta!"
Però quando viene a trovarla la sua nipotina con il vestito a fiorellini apre il portafoglio, mi prende e mi consegna a lei. La bambina mi guarda a lungo poi bacia la nonna e corre via, tenendomi appallottolata nella mano. Lei è una bambina giudiziosa e sa che dovrebbe mettermi subito nella scatola del comodino dove tiene i risparmi. Ma è combattuta e continua ad aprire e stringere il pugno, indecisa. Addio stiratura! Alla fine si decide ed entra in una gelateria consegnandomi a un signore col cappellino bianco, che le da un gelato e una manciata di quegli odiosi dischetti di metallo che non valgono niente ma si credono chissà chi. Invece sono solo burini e fracassoni, tiè!
Il gelataio mi di
- ... Agli albori del mondo il Signore, mentre si riposava delle fatiche della Creazione, si dilettava a rifinire il Suo lavoro.
Al momento di completare la Liguria, pensò di creare una serie di paesini che assomigliassero ad un presepio (il Signore era molto sentimentale) e felice dell'idea la comunicò ai pochi abitanti della zona: - Vi metterò qui mezza dozzina di paesini carini - disse - Mezza dozzina! - esclamarono i Liguri, - qui ci rimettiamo, devono essere almeno una dozzina! -
Il Signore si arrabbiò perché non Gli piaceva essere contraddetto (per questo motivo non si era mai sposato) ma doveva mantenere la parola data, però ne creò solo 5 invece dei 6 previsti, per punire la loro sfrontatezza.
Basta andare per mare da Genova verso Levante per vederli, sono inconfondibili, si chiamano Cinque Terre.
PS: Favola moderna raccontata da un uomo antico
L'universo si sa, è uno, a immagine del Centro che l'ha generato, e tutto comprende non potendo escludere che l'impossibile a realizzarsi in nessuno dei suoi indefiniti piani di realtà, quello dei sogni compreso.
— Lì si realizzano le cose più strambe—
pensò Vidharr, guardandosi attorno stralunato, nell'impossibilità di cogliere il senso di quello che vedeva. I nani, escluse rare eccezioni, non dormono molto e si danno un gran daffare a costruire castelli e strade in dura pietra, scavare miniere dove estrarre metalli e pietre magiche e corteggiare nane pericolose, con le quali tentare invano di esporsi in vanterie che le nane mortificano senza alcuna pietà, maneggiando una cruda superiorità intellettuale che è l'unica arma che un nano ha problemi a schivare.
Questa loro natura non li spinge, di solito, a dare eccessiva importanza al corpo dei sogni evanescenti che insidiano la loro connaturata solidità.
Per la stessa ragione i nani poco apprezzano tutto quello che mette in precario equilibrio convinzioni e conoscenze, le quali si allungano misteriosamente nel loro epico passato, allo stesso modo in cui l'intreccio di grotte, scavate dagli antenati, si perde sprofondando verso il centro del pianeta, infuocato come la fucina che arde nei loro cuori.
Ma questa volta era uno strano sognare, quello che accompagnava le solide convinzioni di Vidharr verso il pericolo di sgretolarsi, e i responsabili dovevano essere stati i funghi raccolti nella grotta del labirinto oscuro.
Gli tornavano alla mente antichi ricordi di frasi sussurrate alle sue orecchie appuntite dalla nonna, che gli ordinava di calpestare quei frutti del diavolo e di non guardarli neppure.
Lui, entrato nella grotta del labirinto oscuro inseguendo un coniglio selvatico, si era perso e aveva vagato per un tempo interminabile tra quei cunicoli, ciechi come la sua anima che aveva dovuto azzittire per riempirsi lo stomaco. Già, lo stomaco. La sua nonnina gli aveva insegnato a
Il cavaliere risalì con fatica lo scosceso pendio che lo avrebbe condotto fino alla grotta in cui il drago dimorava; egli era stato assoldato per uccidere quella bestia che da troppo tempo terrorizzava gli abitanti di quel piccolo villaggio incastonato tra le montagne. La gente del posto narrava storie di paura e morte legate a quei luoghi; chiunque si avventurava sulla montagna non faceva più ritorno e inoltre la creatura, che si diceva provenisse dagli inferi, si era mostrata varie volte agli abitanti del posto, seminando distruzione e morte e portando con se le poche ricchezze che essi possedevano. Si diceva, infatti, che la tana del drago fosse ricolma dei tesori che questi aveva rubato ai più ricchi reami del luogo. Al cavaliere era stata promessa una parte del tesoro che il drago custodiva e, se le storie su queste enormi ricchezze erano vere, egli avrebbe potuto vivere il resto della propria vita da re, immerso nell'oro e nei gioielli.
La via era impervia e l'audace fantino aveva abbandonato il proprio cavallo a metà del percorso, scegliendo di continuare il cammino da solo. Dopo una lunga e ardua risalita, finalmete egli giunse all'enorme squarcio nella montagna che segnava la fine del suo percorso; la grande spelonca che tagliava il fianco del monte era posta in un luogo isolato che affacciava sulla vallata e permetteva di scorgere tutta la catena montuosa che si estendeva per chilometri e chilometri, con le sue alte vette perennemente circondate dalla nebbia. Non si udiva nessun suono provenire dalla tetra grotta, in essa regnava un irreale silenzio.
Il coraggioso cavaliere si addentrò nell'antro della bestia. Era un posto buio e tenebroso, illuminato tenuemente solo dalla fioca luce che entrava dall'ingresso. Il soldato, anche se con un lieve accenno di timore, continuò ad addentrarsi nella montagna, con la luce alle sue spalle che diventava sempre più flebile. Ad un certo punto però, i suoi occhi intravidero un debole fascio luminoso che pr
1.
Erano le primi luci dell'alba, quando Amyra stava facendo una passeggiata al mercato di Grafen, che era in fase di allestimento. Sylos invece era andato a fare una cavalcata vicino al fiume, per stare un po' da solo. Da un anno era finita la battaglia contro Felloby; il ragazzo era riuscito a sconfiggerlo, e aveva sposato Amyra. Da allora aveva fatto solo piccoli duelli con Amyra o con qualcuno della città, ma cose da poco; usava la magia di rado, solo per occasioni particolari o di bisogno. Amyra dopo aver fatto compere tornò a casa per cucinare il pranzo, e lì incontrò Selem e Mera, che avevano deciso di fare una visita a sorpresa; pochi minuti dopo Sylos si presentò sulla soglia della porta, e abbracciò i suoi genitori, che non vedeva da un mese. "Come mai siete venuti così all'improvviso senza avvertire?","Beh, vedevamo che non venivi più, e così abbiamo deciso di venire noi da te" "Mi dispiace di non essere venuto, ma ultimamente ho molti pensieri che mi ronzano in testa, ed oggi se n'é aggiunto un altro". "Quale?" chiese Amyra distogliendosi nel tagliare un pomodoro "Mentre venivo qua ho incontrato il custode del trono della città, e mi ha detto che questo pomeriggio si riunirà il consiglio per decidere chi salirà al trono; come uccisore di Felloby secondo loro dovrei essere io". "E qual è il problema?" chiese subito Mera, "è un peso troppo grande per me un regno, e poi ci sono cose più importanti di cui preoccuparsi!" "Ultimamente mi sento strano, come se la magia stesse abbandonando il mio corpo." "Ma come è possibile? Significa che qualcuno cerca di sottrarti i poteri? E come?" "Non ho la risposta a nessuna delle tue domande papà, non so come spiegarlo né so come risolvere il problema, so solo che c'è qualcosa che non và!" "Consultati con Merod allora, lui saprà aiutarti" "Hai ragione Amyra, parto subito." Sylos, aiutato dai suoi genitori ed Amyra, cominciò a prepararsi, e dopo un'ora era già in viaggio, diretto verso il palaz
I refoli ciarlieri ed autunnali del sottobosco maculato di funghi multicolori, sembravano accompagnare i passi di Getflok, lo Sciamano del popolo della Terra di Confine.
Girovagava apparentemente senza méta, ma con lo sguardo attento agli alberi, che iniziavano a spogliarsi dell'abito di foglie. In realtà stava cercando un ramo di tasso adatto per costruire un arco per Tosit, suo grande amico e fratello, invaghito della ragazza più bella del villaggio. Ma, il mugnaio suo padre non voleva sentir ragione e andava ripetendo che avrebbe concesso la mano della sua Gedea solo al miglior cacciatore della valle. ossia, al vincitore della gara che anche quell'anno si sarebbe tenuta nel Campo del Sole d'inverno, il grande circolo sacro circondato dalle sacre pietre dei giganti. Chiunque vi poteva partecipare e questo era motivo di apprensione nel cuore di Tosit, si era confidato con Getflok, chiedendogli aiuto. E lui ora s'aggirava nel bosco alla ricerca di un albero vibrante, il Tasso, l'albero preferito da Janna, la dea della caccia. In quel momento Evos, il dio del vento alzò la voce, quasi un fruscio a coprire il cricchiolìo dei suoi stivali di pelle di daino, sulle foglie croccanti sparse a mò di tappeto.
Getflok capì che quella voce era un segnale del dio Evos e tese la mente per sentirne il messaggio pronto a seguirne i consigli. Dal limitare del bosco dove si trovava gli occhi saettarono verso i lontani alberi di acacia, che crescevano sulle rive tormentate del fiume Tonante. Sì, aveva capito bene e conosceva quel posto anche se si trovava oltre i limiti delle terre Conosciute. Lo Sciamano s'avviò. La voglia di far contento il suo amico-fratello e fargli vincere quella tenzone gli metteva le ali ai piedi.
Getflok era il migliore costruttore di archi da caccia, perché conservava gelosamente tutti i segreti che gli aveva trasmesso suo padre, che a sua volta li aveva appresi anche lui dal padre e così via via, dagli antenati sin dagli inizi del t
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