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Racconti fantastici

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Il ragno bianco, l'orchidea

Gli allievi erano tutti seduti, rumorosi e impazienti, nell'attesa del maestro.
La giornata era un dono che la primavera aveva fatto per quell'occasione speciale, come se tutto l'universo sapesse quanto fosse importante una cornice così splendente, e persino gli uccelli cinguettavano meno rumorosamente del solito, per non disturbare la rivelazione.
Ognuno aveva con sé il bicchiere, dal quale avrebbe bevuto quando sarebbe arrivato il momento, e sarebbe stato il momento più importante della loro esistenza, il momento per il quale attendevano da tempo, da quando erano nati e da prima ancora, a sentire le parole divinamente ispirate del maestro.
Tutti quei miscredenti impauriti che lo tacciavano come cialtrone, non sapevano nulla di lui, delle sue ispirazioni e della sua conoscenza, ma chi era lì quel giorno sapeva, ed era pronto!
Si mormoravano grandi cose in quello sparuto gruppo di persone, c'erano milioni di pensieri che prendevano forma e grandi aspettative, perché quel giorno il maestro avrebbe rivelato loro quella che era la verità; non una verità qualunque, quella no! La verità qualunque era quella che ti davano tutti, perfino la televisione e i politici! La verità del maestro era suprema, perché era una verità d'amore, di trascendenza e di pura pace...
Finalmente il maestro arrivò, puntuale ed avvolto in un invisibile ma tangibile candore, e non si perse in cerimonie, come un qualunque ciarlatano... NO! Era lì per raccontare, e dopo aver distribuito il nettare del sapere nei vari calici di quegli allievi che fino in quell'ultimo clamoroso giorno lo avevano seguito, cominciò a svelare loro la verità:
-miei amati figli... allievi e discepoli dell'amore...-le sue parole risuonavano con il rumore del mondo
-voglio raccontarvi una storia, una fola antica quanto il mondo stesso, di quando gli dei ancora non si vergognavano degli uomini, ma vivevano in stretto contatto con loro, facendogli omaggio di doni che però non sempre l'uomo, acce

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   1 commenti     di: andrea mansi


La bambina e l'albero

piove... piccole gocce via via sempre più grandi e pesanti si abbattono su un esile figura che come una statua di marmo sta lì, immobile fissando un punto nello spazio davanti a sè che sembra non coincidere con ciò che vi si trova in realtà... ossia nulla... una distesa infinita di erba che arriva all'altezza della vita dell'esile figura come fosse una di quelle statue di cui nonostante se ne conosce il valore, le si lascia lì, abbandonate alle intemperie... la ragazzina con la mantellina gialla immobile in mezzo a quella distesa verde con lo sguardo perso verso l'orizzonte poteva essere scambiata per molte cose... poteva anche trattarsi di un albero le cui radici sono salde al terreno su cui si trova... potrebbe trattarsi di un ancora gettata in mare fissa sul fondo... potrebbe essere molte cose... ma era semplicemente una ragazzina di appena undici anni la cui mente disegnava in quella distesa infinita di verde, con l'ausilio della sua fantasia, un mondo diverso da quello che era in realtà... per questo motivo non riusciva a staccare gli occhi (la mente) da quel luogo così lontano eppure così vicino a lei... nemmeno la pioggia poteva turbare i suoi pensieri, nulla avrebbe frantumato il suo mondo di cristallo... lì, proprio su quella collina un enorme albero silente stava... silente, poichè nessuno più si recava da lui per implorare consigli alle sue sagge fronde... nessuno più credeva nella saggezza della natura anzi tutti tentavano di sradicarla e le nuove generazioni avevano preferito dimenticare i tempi d'oro in cui gli alberi erano la vera ricchezza dell'umanità... così lui in silenzio osservava e attendeva il giorno in cui anche le sue radici si sarebbero raggrinzite perdendo la loro linfa vitale... ma quel giorno nessuno avrebbe pianto per lui poichè nessuno avrebbe ricordato la sua esistenza... nessuno... tranne forse quella bambina che lo osservava da lontano come se lo vedesse veramente... ma... no. Questi erano pensieri di una pove

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   2 commenti     di: Noemi Seminara


Verità ritrovate cap. 3

VERITA RITROVATE

CAPITOLO 3

Tra le catene montuose a nord ovest del regno, si stava radunando un immenso esercito di Tugralh. Richiamati dagli inferi da Thalis, le creature del buio avanzavano oltre le montagne dirette a Narois sotto ordine del loro padrone. La città morta di Darakthis, era diventata il loro rifugio dopo averla saccheggiata per parecchi giorni e sterminato gli abitanti. I nani, combatterono sino alla fine per difendere la loro città ma purtroppo la superiorità numerica dei Tugralh ebbe la meglio. Messaggeri e delegazioni, vennero mandate per tutto il regno ad avvertire l’imminente marcia delle creature nere in direzione delle città. I nani sopravvissuti al massacro, chiesero alleanza agli elfi e si rifugiarono a Narois consci del fatto che prima o poi avrebbero dovuto combattere per non soccombere. La città di Narois, era stata costruita dagli elfi molto tempo prima che la razza umana si stabilisse nel regno.

“Cosa facciamo?” Chiese James.
“Nulla. Dobbiamo aspettare.” Rispose Aron appoggiandosi sulla schiena ad un albero poco distante. Intanto le guardie, si sedettero in circolo su uno spiazzo erboso mentre re Corion si mise in disparte dal gruppo seduto su una roccia. James, lo seguì con lo sguardo e gli andò incontro per cercare di confortarlo.
“Tutto bene mio signore?” Il sovrano rispose con un sorriso.
“Si, James. Tutto bene. Sono solo preoccupato per la mia gente.” Rispose premendosi le ginocchia con le mani.
“Sono sempre stato un sovrano leale e combattivo. Ma solo adesso mi rendo conto delle mie responsabilità. Da anni il mio regno è sempre stato reclamato da molte persone e li ho sempre combattuti respingendo ogni loro attacco. Ma adesso è diverso.” Aggiunse coprendosi il viso con le mani.
“C’è in gioco la vita di mio figlio capisci?”
“Si mio signore. Capisco benissimo ma se volete che la vostra gente sopravviva non dovete fare eccezioni. E brutto

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L'invasione del regno di Esmelia

Un giorno Armares ordinò a Parsek di rapinare e distruggere un regno il cui re di nome Merovis appartenente ad una importante dinastia, in passato lo aveva sconfitto e umiliato. Così a capo di una banda di delinquenti e mostri Parsek invase il regno scatenando una feroce guerra e insieme a Plesius sconfisse l'esercito regio e tre cavalieri fatei chiamati Adenar, Berseker e Mithrenal che difendevano la famiglia reale e infine uccise lo stesso re Merovis.

Il cavaliere fateo decaduto Parsek, con la sua banda di mercenari e creature infernali arrivò nel regno di Esmelia, che secondo gli ordini del suo signore Armares doveva distruggere.
Si fermò di fronte al piccolo villaggio di Venner, che precludeva la strada alla città di Esmelia, sapendo che buona parte dell'esercito regio si era asseragliata in quel centro per precludergli il passo. Lord Adenar Mellit infatti, cavaliere fateo di indiscusso valore, si era appostato con dei soldati propio a Venner e intendeva fermare l'avanzata del sicario di Armares. Tale Adenar era il figlio di un cavaliere fateo di nome Sedrenar che 20 prima, con la sua straordinaria abilità nel combattimento e nelle arti magiche aveva permesso al re Merovis di sconfiggere il titano Armares; anche se a costo della vita. In questo grande mago guerriero riposavano le speranze del re di Esmelia, oltre a buona parte delle speranze del glorioso ordine dei cavalieri fatei, creato secoli prima dall'antico Titano Vardames. Il gran maestro dell'ordine Ralk in fatti intendeva nominare Adenar suo successore, nonostante questi avesse espresso dissenso.
Allora Iridan Plesius, cavaliere oscuro maestro di Parsek intimò al suo allievo di fermarsi, perchè intendeva liberargli la strada con il colpo che aveva incenerito un intero villaggio e lo aveva reso famoso e odiato da tutti: la bombarda simka. Salito su una collinetta iniziò a concentrarsi ed a formare una sfera di fuoco fatuo che si ingrandiva sempre più.
Plesius comunque ignorava che anche A

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La battuta di caccia

Non caldo ma afa. Già da cinque giorni l'aria irrespirabile flagellava il "divertimento" dei cacciatori di frodo sulla collina.
"Ehi Dario, per poco non mi colpivi!"
L'uomo fu avvolto dal panico e con il cuore sottosopra si
precipitò verso il cugino. Alex aveva solo 32 anni e mai si era avvicinato al pericolo
di una morte improvvisa.
"Non so proprio cosa possa essere successo... io..."ansimò l'uomo.
"Ho sentito il fischio del proiettile quasi dietro l'orecchio, come hai
fatto a non vedermi??"
"Non te lo so dire, davvero..." ma forse lo sapeva... da tempo non era
più lui da quando gli era stato diagnosticato un tumore benigno da
tenere sotto controllo e lui ogni tanto aveva timore di eventuali complicazioni.
La vita da allora gli divenne più precaria e aleatoria, lui che di solito
cercava di fare progetti. Questo ad Alex non lo avrebbe mai rivelato, era il
suo nipote preferito... rifletteva del fatto che tutti possono essere egoisti
e sovrapporre i propri conflitti sopra quegli degli altri... in effetti
il proiettile mancò il bersaglio di pochissimo... brutto affare. Il ragazzo
sudava freddo ed era ancora sotto shock. Era solo alla sua terza battuta di
caccia e per lui questo non era altri che un passatempo... e per colpa dei suoi
"forse" infondati timori stava per compiere una tragedia.
Tornarono subito verso casa avvolti in un lugubre silenzio. La cena era pronta
e Normase ne stava già seduta. Era la madre di un cugino che anni fa fece perdere
le proprie tracce. Da llora la donna divenne sempre più malinconica e taciturna.
Del figlio non si ebbe più notizia, anche se il gesto era prevedibile da un tipo come
lui, affetto da turbe psichiche... un giorno decise di andarsene per sempre, dopo
una vita non facile in seno alla famiglia. La madre però non lo aveva dimenticato
anche se ci litigava spesso per via della sua instabilità.
La cena si svolse in assoluta silenziosità. Nessuno, per i propri motivi, aveva

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   1 commenti     di: Linda Tonello


I tre angeli custodi cap 3 Leira

Per quanto fosse di natura ribelle, Leira aveva un gran rispetto per sua “madre” e ne accettava gli ordini, anche se spesso le sembravano strani; ad esempio non capiva perché mai non andassero mai insieme nel villaggio vicino, ogni volta, Wanta, ci andava da sola, nonostante le accorate suppliche della piccola…

Comunque, aveva precocemente imparato a leggere e scrivere e far di conto…così, quando restava sola, tirava fuori i libri dalla cassapanca, e assieme anche i fogli e l’inchiostro e, affilata una penna, spesso scriveva …raccontando a se stessa le sue scoperte, i suoi giochi, le sue avventure nel bosco, i suoi sogni; ecco, i suoi sogni; spesso le capitava di sognare di trovarsi su in alto nel cielo, come se stesse volando, e da lì osservava le lucine della valle e le anse del fiume che l’attraversava…
Spesso sognava di essere sola nel bosco, inseguita da un “nemico sconosciuto” senza volto, senza forma, un “nemico” e basta; un “nemico” che voleva, lei ne era certa, farle del male, addirittura ucciderla…strillando di paura si svegliava di soprassalto e si lasciava cullare, dalle ruvide braccia di sua madre, prontamente accorsa.

Spesso sognava una voce, sì, una voce che dal nulla le diceva :- Leira, piccola regina, ascolta, devi essere paziente, devi accettare la disciplina di tua madre, devi eseguire i suoi ordini, poi, un giorno, quando il Gran Consiglio avrà deciso che sarà il momento giusto, tu diventerai…….-
E lì, il sogno, sistematicamente si interrompeva, mai, era riuscita, a sentire cosa sarebbe dovuta diventare, e quando ne parlava con Wanta, chiedendole se sapesse cosa fosse il Gran Consiglio, restava disillusa perché la madre faceva spallucce, guardandola come fosse una matta!

Comunque di una cosa era certa, sentiva di essere diversa, speciale, unica, perché avvertiva nello scorrere del suo sangue una forza particolare, avvertiva che tutti gli animali del bosco ai quali si avvicinava, la guardavan

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   5 commenti     di: luigi deluca


La meta agognata

Al suo Signore e Padrone aveva dedicato tutta la vita, fin da quando era bambino.
Ricordava ancora il sorriso mesto e ispirato della mamma mentre esalava l'ultimo respiro dopo aver dato alla luce l'ultimo figlio, ricevuto - al pari degli altri tredici - come dono divino.
Ricordava la schiuma di rabbia del padre, portato via dai Guardiani della Religione, ai quali lui stesso era andato a denunciarlo, perché voleva impedirgli di frequentare il Tempio.

Fin da allora, poco dopo il sesto compleanno, non aveva avuto altro scopo nella vita se non combattere per la gloria del Signore.
Per questo aveva rinunciato a tutti i piaceri terreni: le corse e i giochi con i coetanei, qualche piatto più gustoso dei soliti zuppa, pane e acqua, persino qualche momento di meritato ozio o di contemplazione della natura.
Non aveva mai conosciuto il corpo di una donna (tanto meno quello di un uomo), non aveva mai concesso e nemmeno ricevuto una carezza, neppure da un animale.
Il suo stesso membro non era mai stato sfiorato dalla sua mano, se non per l'inevitabile minzione, e si irritava molto quando questo, durante il sonno, provvedeva da solo a svuotarsi, dopo sogni assurdi e imbarazzanti.

Appena gli fu consentito, era corso ad armarsi per andare a combattere contro gli infedeli: neppure ricordava più quanti ne aveva sterminati, la gloria del Signore si era giovata anche del suo contributo.
Sapeva che non avrebbe avuto ricompense terrene per i suoi meriti, ma non dubitava che, dopo la morte, il Giusto lo avrebbe accolto con tutti gli onori alla sua tavola.

Forse il momento era arrivato.

Sentiva che qualcosa doveva aver messo fine alla sua vita sulla terra, ma non riusciva a capire dove si trovasse ora. Nulla che ricordasse le descrizioni dell'aldilà contemplate nei Libri Sacri imparati a memoria.
Aveva sempre immaginato il suo arrivo in Paradiso come una marcia trionfale in mezzo a due ali festanti di "Angeli guerrieri della Fede", in un tripudio di ori e mag

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   7 commenti     di: PIERO



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