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Racconti fantastici

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Non è andata così (I libri delle vite)

"Dannazione, che botta!". Questo David pensò, guardando, nello specchietto retrovisore, un incidente avvenuto tra due auto. Procedeva molto più lentamente del solito, per poter osservare con maggior cura l'accaduto e cercando di capirne le dinamiche. "Speriamo che nessuno si sia fatto male" si disse tra sé e sé. "Questa provinciale 36, fa paura". Era vero: era il terzo incidente che accadeva su quella strada negli ultimi dieci giorni. Le due auto erano completamente distrutte. Negli abitacoli non c'era più nessuno, ma un'ambulanza era ancora parcheggiata là vicino. C'era pure una volante della polizia. Ad un tratto, notò che la sua andatura stava creando disagio alle auto che seguivano lentamente la sua e decise, quindi, di distogliere finalmente lo sguardo da quel triste "spettacolo" e di accelerare, pur se moderatamente, poiché quello che si era presentato sotto ai suoi occhi, gli ricordava quanto bisognava essere sempre prudenti. Cercò di scacciare gli indesiderati pensieri sul dolore e sulla morte, che gli erano inevitabilmente venuti, pensando invece a cose belle. E cosa c'era di meglio da pensare che, di lì a poco, avrebbe trascorso il compleanno di suo figlio con una bella cenetta che, sua moglie, amava preparare con tanta cura ed amore; poi un bel film avrebbe chiuso in bellezza la serata, siccome a casa sua amavano tutti il cinema." Il momento più bello" pensò, "sarà quando Alex aprirà la scatola contenente il suo regalo" , trovandovi il piccolo robot che tanto desiderava, e di cui i suoi amichetti a scuola parlavano tanto. "Immagino il suo viso quando lo vedrà" si diceva fiero di sé, accarezzando la scatola che teneva appoggiata sul sedile passeggero accanto a lui. Fu proprio in quel momento che lo sentì. Forte e pungente. A tratti insopportabile. Un mal di testa così non gli era mai venuto, anche perché non aveva sofferto mai di mal di testa. "Diamine, che dolore".

Arrivato dinanzi casa sua, parcheggiò l'a

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   7 commenti     di: Ezio T.


Le due regine

C'era una volta un pianeta ricoperto da una vegetazione folta e lussureggiante e popolato da una gran quantità di animali. C'erano uccelli, rettili, pesci. C'erano animali grandi e piccoli, e c'erano due regine, Vita e Morte.
Vita percorreva le strade del suo regno accarezzando amorevolmente i suoi sudditi o sfiorandoli dolcemente con le labbra. Il suo tocco faceva crescere l'erba, dischiudere le uova e partorire le madri.
Anche Morte percorreva quelle strade dispensando il suo tocco su piante e animali, ma il suo tocco era violenza, guerra e fame, soprattutto fame.
Morte era veloce e Vita era stanca di rincorrerla per costruire e ricostruire ciò che veniva distrutto, così, un giorno, le chiese un incontro per parlare di pace.
Per oltre due ore si parlarono, si spiegarono, cercarono l'una di convincere l'altra. Per due ore non nacque nessuno in quel pianeta e nessuno morì, ma alla fine Morte fu categorica:
- Non dobbiamo fermarci, - le disse e riprese la sua falce per rimettersi al lavoro.
- Aspetta, - la trattenne Vita afferrandola per il braccio - se questa lotta deve continuare lascia almeno che trovi chi mi possa sostituire per un po' di tempo.
Morte le concesse un giorno di tregua e Vita creò due Araldi, in cui infuse tutto il suo potere e tutto il suo sapere. Infine si preparò ad un lungo riposo.
- Dormirò per milioni di anni, - disse loro - Fate del vostro meglio fino al giorno in cui vi richiamerò al mio cospetto e tornerete ad essere parte di me.
Con un sorriso Vita chiuse gli occhi e cadde in un sonno profondo.

Per molti secoli gli Araldi percorsero il pianeta in lungo e in largo toccando le piante e gli animali, rendendoli fertili, facendoli figliare come Vita aveva loro insegnato: i figli come i genitori, un po' come la mamma, un po' come il papà. Qualche volta, raramente, commettevano degli errori. Non si può sempre essere precisi quando si lavora sotto stress. Uno stress che cresceva di giorno in giorno e metteva a dura

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Tattiche sparse

Tattiche sparse



-l'apparenza inganna?-



Non smetteva di piovere, e la cosa di certo non migliorava l'umore, ma d'altronde che funerale sarebbe stato, senza una pioggia leggera e costante, che copriva lacrime e faceva da sottofondo alle parole del prete.?
Pioveva anche dai miei occhi, con la stessa lentezza e costanza, il volto fermo in quell'espressione rigida che lasciava intendere quanto poco quel che stava accadendo intorno a me fosse importante, fermo a guardare il legno dove lei era rinchiusa.
L'ospedale, la chiusura della bara, la messa, la marcia lenta al cimitero... tutte queste cose le avevo sopportate, ma quando la bara comincia a scendere sottoterra, allora ti accorgi che è davvero arrivato il capolinea per quella persona, e anche per una parte di te.
Non c'è ritorno una volta ricoperta la cassa, anche l'ultimo attimo di vicinanza viene sotterrato e ti ritrovi davvero senza più qualcosa, senza possibilità di riprendere quel che è caduto fin là sotto;fu allora che crollai, in ginocchio come se mi avessero segato i tendini delle gambe con un sol colpo.
Albert, come gli si confà, venne lì e si inginocchiò di fianco a me, senza pronunciare niente e senza guardarmi, o almeno così immagino stesse facendo, dato che in quel momento la mia percezione sensoriale era annullata.
Stette lì fintanto che io, tornato a "sentire", mi girai verso di lui; il suo volto, la sua espressione, era la solita maschera seria, ma fu rassicurante vederla e sentirla familiare, ora che avevo perso quella che era la mia famiglia, ora che lei era stata sepolta assieme a tutto quell' amore che pensavo la rendesse immortale... Patricia... mi sanguina il cuore... mi manchi...
mi alzai, senza che Albert mi aiutasse (seppur straordinariamente gentile per l'occasione, era comunque Albert), non salutai nessuno che non fosse la mia defunta moglie, e uscii dal cimitero lasciandomi alle spalle la mia v

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   1 commenti     di: andrea mansi


Abbandono

Stamattina mi svegliai molto presto. C'era qualcosa di diverso, nell'aria. Era più caldo del solito. Bogo sembrava agitato. Abbaiava in continuazione, come se avesse visto qualcosa d'interessante. Forse era stato proprio il suo guaito a svegliarmi.
Mi vestii in fretta, mi lavai la faccia e corsi dal mio cagnone. "Cagnone" per modo di dire. Certo, era un pastore tedesco adulto di grossa taglia, ma per me era un piccolo cucciolo.
Mi ero sempre chiesta come avesse fatto un cane di tale razza a trovarsi su un'isola deserta.
Comunque, seguii i suoi guaiti sino alla spiaggia. All'inizio non capii cosa avesse fatto entusiasmare il mio cucciolone.
Ma poi, guardando con più attenzione, mi accorsi che qualcosa si era incagliato, dietro agli scogli. Si muoveva appena nella bassa marea mattutina. Una barca, anzi una scialuppa.
Ne vedevo appena la prua.
Decisi di controllare meglio e avanzai cauta tra le onde che mi lambivano appena le caviglie. Udì un tonfo, come qualcosa che precipitata in acqua, ma non vidi nulla tra le onde.
Fu solo raggiungendo la scialuppa che capii di aver trovato molto di più di un semplice guscio di noce.
Distesa nella scialuppa c'era una persona. Un essere umano. Un ragazzo, di circa vent'anni.
Era esanime, con l'intero corpo abbandonato mollemente sulle assi di legno. La pelle, soprattutto del volto, era secca e tirata, cotta dal sole e dalla salsedine. Portava una barba di parecchi giorni, malcurata, e lo stesso era per i capelli e gli abiti. Non doveva aver fatto un bel viaggio.
Inizialmente non sapevo cosa fare. Ma poi mi resi conto di non poterlo lasciare lì, così. Sicuramente al suo risveglio si sarebbe spaventato, ma aveva bisogno di cure. Lo sollevai per le ascelle, come raramente facevo con quelli della sua specie. Non pesava molto. Respirava, anche se lievemente. Me lo caricai su una spalla. Dovevo farlo rivenire, e la spiaggia non mi sembrava il luogo adatto. Ne conoscevo un altro, più appartato.
Portai l'umano in una zona

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   0 commenti     di: Caska Berserk


Mon-Do

Protagonisti: Oproc
Piritos
Nimae

Il drago e la tigre si erano scontrati
... ed era finita un’epoca meravigliosa.
Le acque avevan inghiottito le terre e gli Antichi con esse
ma il sole continuava a sorgere. . .
Era l’epoca in cui i Grandi Spiriti camminavano sulla terra...

Oproc: Ti stavo cercando Piritos... adesso vedremo quanto forte batta il tuo cuore!
Piritos: Frena il tuo focoso impeto, Oproc... ne sento l’ardore da qua.
Invece di far annegare le tue parole nell’ira
fa che mi spieghino il motivo di tanta rabbia.
O. : È presto detto!
Nimae mi ha parlato. So.
... e ti avverto... non incrociare più il suo cammino!
Lei è la mia compagna e non mi va di averti tra i piedi.
P. : Allora, per non recarti disturbo, la vedrò quando tu sarai altrove.
O. : Non ti permetterò di farlo!
P. : Non sei tu che devi permetterlo.
Puoi decidere per te stesso ma per nessun altro.
Per me Nimae è una persona importante e non mi ha rifiutato.
Ho deciso quindi di frequentarla e lei è libera di fare altrettanto.
O. : Dannazione Piritos...è troppo!
Non ti intrometterai nel nostro amore!
P. : Amore.
È una parola grossa.
In bocca tua è il bastone su cui appoggiare il peso delle tue mancanze.
... il tuo colpo è debole, il tuo equilibrio vacilla.
Se tu sei sicuro dei tuoi sentimenti
allora non dovrai temere niente.
... se invece non sei in grado di darle quel che vuole
significa che non è la donna per te.
O. : ... Noi ci amiamo...
P. : Se è vero ciò che dici, se lei ti ama, non dovrai temermi
... giacchè io non cerco un corpo senza anima
Ma se non sei tu a darle quel che cerca è giusto che possa scegliere.
Nostra prerogativa è il libero arbitrio.
Nessuno, in buona fede, può apprezzare l’imposizione
di un’altrui verità sui propri desid

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82, Washington Road (Episodio 9)

I sopravvissuti lasciarono il negozio di Meltzer, avventurandosi nell'incubo che aveva inghiottito Rockford. Avanzavano in una tremolante fila indiana aperta dalla canna del Remington impugnato da Rod Hensenn e chiusa da Meltzer stesso, il quale aveva serrato a chiave il negozio come se dovesse riaprirlo il giorno dopo, pur consapevole che il giorno dopo poteva non arrivare mai.
Per raggiungere la Statale 19 avevano bisogno di ruote, sufficienti per portare tutti. Ventidue persone non potevano infilarsi tutte nella vecchia Honda Civic che Meltzer teneva parcheggiata dietro alla sua rivendita, sempre che non fosse di colpo diventata un'automobile da clown, né era pensabile che un piccolo gruppo iniziasse il viaggio in auto mentre gli altri camminavano, esposti a quelle creature. A mezzo miglio dal negozio c'era il concessionario di Lenny Dillinger, la cui insegna diceva "Prendi oggi, paga dopodomani". Era esattamente ciò che intendevano fare.
La notte danzava tra le ombre intorno a loro, come un fanciullo dispettoso che aspetta di godere della propria malefatta. In alcune abitazioni le luci erano accese, ma dove il male era arrivato prima non c'erano che gli occhi scuri delle finestre. I lampioni fornivano un'illuminazione insufficiente a far sentire al sicuro Sarah, lasciando troppo spazio all'immaginazione, troppi nascondigli possibili dai quali le creature potevano tendere agguati. Camminava a metà della fila, dietro a Anthony Corliss, tirando per una mano un Jake ciondolante e ancora scioccato da ciò che era accaduto a casa sua.
Era successo tutto troppo in fretta, e stava ancora accadendo senza rallentare affatto. Troppo in fretta anche per lei, che detestava Rockford con i suoi uomini duri che andavano fieri delle loro pance da alcolizzati, Rockford con le donnine religiose e caste che si scambiavano opinioni sul pene del lattaio, Rockford dello sceriffo Lassiter che aveva strappato la sua denuncia nei confronti dello zio perché "da queste parti c

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La vera storia del Carnevale -soggetto per la drammaturgia di uno spettacolo teatrale per bambini

Ci sono milioni di persone nel mondo, ognuna con un diverso carattere, un diverso modo di vivere, una storia diversa da raccontare. Tanto tempo fa una di queste persone, forse la meno adatta a diventare protagonista di questo racconto, ci fece un fantastico regalo... Ma partiamo dal principio :una scrivania nella penombra, tante cartacce e... un uomo, il ricco e potente signor Tristobaldo Burbero.

   0 commenti     di: Moni Flà



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