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Racconti fantastici

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Cronoloop

La cronomacchina cessa di ronzare all’improvviso, capisco d’essere arrivato. Ho una strana sensazione: mi sembra di rivivere questo momento per la milionesima volta, comunque mi scuoto, apro il portello.
È come le impronte di Aldrin sulla Luna, è come Colombo quando avvistò l’America, invece fuori ci sono solo due militari che mi aspettano, e anche piuttosto dimessi, neppure in alta uniforme. Accanto a loro c’è una limousine nera con una portiera aperta che mi aspetta. La limousine è sporca, avrebbe bisogno d’una bella lavata, peccato lasciare così una macchina tanto bella, sto pensando mentre supero i due militari ed entro in auto. Nel lussuoso abitacolo un generale con la faccia tesa, gli occhi infossati, la barba lunga e la divisa in disordine, mi sta aspettando. Un generale che conosco ma del quale non so il nome.
L’auto parte e guardo il panorama dal finestrino blindato mentre il generale stancamente mi mette al corrente degli ultimi sviluppi della situazione. Tutte cose che già conosco a menadito perché ho sentito infinite volte, intanto l’auto prosegue nel suo viaggio verso una base militare nascosta trai monti. Sono stanco, stanco di ripetere gli stessi gesti, d’ascoltare le stesse parole, ma forse tutti sono stanchi di rivivere gli stessi momenti. Stiamo andando verso una villetta all’interno della base. C’è la mia ragazza che mi aspetta, staremo assieme fino al momento del ritorno. Abbiamo superato il tratto di deserto e ora l’auto imbocca il rettilineo che porta alla base, eccola, le sbarre sono già alzate, ancora poche centinaia di metri e saremo davanti alla villetta. Il generale intanto non ha mai smesso di parlare malgrado la mia palese disattenzione. La limousine s’arresta, scendo lentamente e mi avvio verso la porta d’ingresso, salgo i cinque scalini e sono sul porticato, la porta adesso dovrebbe aprirsi e lei mi getterà le braccia al collo piangendo.
Ma la porta resta chiusa, ho un attimo d’indecisione, po

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LE ZEPPE CAVITÁ/2

Ho scalato da solo una montagna. La neve di aprile sembra più fitta e penetrante. Gli scarponi, il berretto di lana, le piccozze, i bastoni. Il sibilo del vento. Tutto regolare, classico.
Io, ero un uomo meridionale: il sole, l’aria profumata, la mitezza del tempo. Poi mi ero trovato alle impossibili altitudini, e lì non c’era vita, soltanto una coltre bianca avvolgeva il paesaggio. Nei pochi momenti di lucidità, comunque avvertivo la dolcezza che una nevicata portava in casa nel periodo natalizio. Ma in definitiva ero solo; non avvertivo inquietudine: una sensazione di vuoto si. A quante migliaia di metri mi trovavo? Non sarebbe stato confortante saperlo, ormai c’ero ed era presto la mattina. Rallentai, mi fermai. Che senso aveva andare più su? Raggiungere una vetta a tutti i costi… senza emozioni.
Penso che il punto fondamentale sia sempre arrivare da qualche parte, dire: ce l’ho fatta!
E io no. A un certo punto ho voluto fermarmi: la perfezione non mi appartiene. E non me ne frega niente.
Tra l’altro non ero lì per battere un qualsiasi primato, per vincere una sfida, per innalzare la mia bandiera. Ero stato spinto a fare la scalata proprio per trovare il senso del limite. La domanda era: dove può arrivare l’uomo? Poi divenne: dove può fermarsi? E mentre salivo mi chiedevo: ho la volontà di fermarmi?
Pensavo di poter arrivare in cima facilmente e avevo anche avvertito le autorità di quel luogo, affinché nei momenti di difficoltà fossero stati pronti a ricevere l’allarme.
E invece dissi basta. Stop. Se l’uomo non vuole fermarsi, io posso. Perché l’uomo non è l’Uomo, ma è un uomo a sé: distintamente. Avevo visto sotto i miei piedi, verso destra, una specie di fosso. Lasciai docilmente la presa dello spuntone di roccia. Mi voltai verso la meraviglia del panorama. Mi calai, interamente. E nevicava. Dentro non era molto buio: sembrava che alla fine del tunnel ci fosse una lieve fonte luminosa. Un po’ di quella luce rischiara

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L'incontro

Era il suo primo giorno di ferie ed era deciso ad approfittare di quel periodo.
Guidava una vecchia Ford rossa: il lungo cofano e il frontale dall'aspetto aggressivo ricordavano un animale predatore; la linea bassa e allungata prometteva velocità e forti sensazioni.
Tim aveva trent'anni: longilineo, il viso dai tratti regolari, gli occhi profondi e scuri, i capelli piuttosto lunghi e raccolti in un codino; senza legami sentimentali ormai da diversi mesi. Da quando aveva rotto con la sua ragazza, non si era concesso un momento per sè e l'idea di visitare l'Arches Park lo aveva sempre solleticato. Aveva controllato l'olio e le gomme e si era messo in viaggio di buon'ora. La statale che lo avrebbe portato a Moab era affascinante. Presto si sarebbe immerso nei colori del deserto e nelle spettacolari forme delle guglie, delle formazioni rocciose e degli archi di quel posto unico. Viaggiava spedito già da alcune ore; rilassato si godeva il panorama nei lunghi rettilinei, ripensando alla vita trascorsa e ai suoi progetti. Il sole abbronzava il suo braccio sinistro appoggiato al finestrino. Gli venne fame: "Mi faccio un hamburger" pensò.

Entrò nello spiazzo dell'autogrill, parcheggiò l'auto davanti al locale e scese.
Mentre chiudeva lo sportello, un'altra auto si affiancò alla sua e spense il motore. Dalla elegante berlina nera con i sedili in pelle, scese un uomo dall'aspetto distinto: indossava un abito scuro di taglio italiano, occhiali da sole con la montatura di metallo dorato e stivali in pelle di pitone. Tim si avviò ed entrò nel locale. L'ora di pranzo era passata da un po' e il posto era quasi vuoto. Una coppia stava ancora mangiando mentre una famiglia andava verso l'uscita. Tim si sedette ad un tavolo e ordinò qualcosa, intanto l'uomo che era rimasto ad indugiare nel parcheggio, varcò la soglia e si sistemò ad un tavolo piuttosto vicino al suo. Il locale non era grande, La maggior parte dei tavoli erano allineati davanti alle vetrate. L'ar

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Giuseppe e Gesù

In un umile villaggio della Galilea, abitato da pastori, contadini ed artigiani, viveva anche Giuseppe il falegname con la sua famiglia, conosciuto anche come padre putativo di Gesù.
Erano anni quelli prevalentemente tranquilli; Gesù guardava spesso le mani rozze e callose del suo buon babbo e ne nutriva immensa stima et amore filiale vero e puro, come una sorgente vergine di acqua fresca che dal monte sgorga.
Mastro Giuseppe, come bonariamente veniva chiamato dai nazareni, suoi concittadini, era conosciuto oltre che per la sua bontà, anche per la sua bravura d'artigiano; infatti molte erano le commissioni che riceveva da parenti, amici e conoscenti, anche se lo pagavano come potevano, e lui non si lamentava mai.
In un angolo della sua botteguccia c'era sempre un rozzo vaso con un giglio dentro, ed ogni tanto alzando gli occhi stanchi dalla pialla lo guardava con tenerezza; l'altro suo giglio era il proprio pargoletto che, cresceva a vista d'occhio, sano, robusto e ben propenso al mestiere del padre.

- Papà, papà, mi fai fare anche a me un piccolo sediolino?

Chiese Gesù a papà Giuseppe, il quale sorridendo divertito rispose:

- Se sei capace perché no! Prendi quei pezzi di legno e prova.

Per il piccolo Gesù non fu facile mettere insieme i pezzi di legno per costruire il sediolino su sua misura; il buon papà lo lasciava fare, ma poi dovette intervenire, e solo così il piccolo capolavoro fu portato a termine.
I giorni passavano spensierati l'uno dopo l'altro; Maria, mogliettina diletta del buon artigiano, all'ora di pranzo portava loro il buon desinare, che insieme consumavano senza molta fretta; per loro era infatti una bella consuetudine, approfittandone per scambiarsi qualche parola, mai sgarbata, ma sempre docile e pia.
Gli occhi profondi di color azzurro mare del pargolo d'oro, cosiddetto per via della sua folta e bellissima chioma bionda; penetravano a fondo in quelli dei suoi genitori, a volte lasciandoli sgomentati.
Ma subito dopo i

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Il Bianco Cristallo

Edward staccò le dita stanche dalla tastiera della macchina da scrivere, spense la luce sullo scrittoio e andò verso il letto accendendo l'abat jour, il suo romanzo, il suo primo romanzo era quasi finito, e un involontario sorriso di autocompiacimento era come stampato sul volto di Edward.
Ormai l'ora era tarda per continuare, ma entro il giorno seguente il romanzo sarebbe stato pronto.
Si coricò e la stanchezza ebbe presto la meglio, nella notte sognò il suo romanzo, le scintillanti navi spaziali che orbitavano intorno al lontano pianeta Arkin, le città dei robot arroccate sulle rocce roventi e quella società meccanica che aveva appena iniziato la propria evoluzione, già cominciava a sviluppare aspetti analoghi a quelli della razza umana, i robot pensanti avevano un enorme potenziale, e il romanzo di Edward immaginava cosa potessero fare con quel potenziale, una società apparentemente ricalcata dal modello umano, ma deviata in più punti essenziali.

La mattina seguente si svegliò intontito, si alzò barcollando e si trasportò davanti il bagno, poi appoggiò la mano sulla piastra di riconoscimento digitale sulla porta del suo bagno personale, con un clic la bianca e lucida porta si aprì e Edward entrò.
Si tolse tutti i vestiti ed entrò sotto la doccia, l'acqua calda avrebbe solo potuto peggiorare il suo stato, quindi decise di farla uscire fredda, decise inoltre, scorrendo le dita sul pannello digitale all'interno della doccia, di ascoltare l'overture 1812 di Tchaikovsky; il suono non era un problema, il suo bagno e la sua stanza erano fonicamente isolati dal resto dell'appartamento che divideva con i suoi genitori, non c'era pericolo di svegliarli.
Dopo aver finito di rinfrescarsi, una mezzora dopo, guardò allo specchio il proprio attraente volto da sedicenne contornato da capelli biondi allo specchio, si asciugò, e tornò nella propria stanza.

In cucina un robot aveva già preparato la colazione, e aveva recapitato ai genitori di Ed

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L'Angelo Pahaliah

L'Angelo Pahaliah
è il ventesimo degli Angeli del Nome.
Egli regna sui nati dal 27 giugno al 1 luglio.
La sua natura è femminile.
La sua essenza è Redenzione.
Il suo dono sono le labbra del profeta
ed il vedere del mistico, i mali che devono
essere trasformati la menzogna e il libertinaggio.
Nell'antichità Pahaliah veniva invocato
così dai suoi figli:
"Vieni!, Pahaliah, Angelo del Signore, vieni!,
libera la mia vita dalle labbra di menzogna,
dalla lingua ingannatrice, dammi il potere
di compiere il mio viaggio".

"Trattato di angelologia", K. Scott Wallace, pag. 116



Il destino, l'infinito futuro, stanno racchiusi in un solo giorno, il giorno della nostra nascita.
Non occorre altro che quel giorno, il disegno di pianeti e di stelle che si forma - unico e irripetibile negli eoni - nell'istante in cui vediamo la luce, per dire ogni cosa di noi.
Il giorno che lo precede, quello successivo, sono aureolati dalla sua essenza.
Il 27 giugno del 1957 mio padre e mia madre si sposarono in una piccola chiesa di periferia a Milano.
Riguardo quel film: mio padre, il suo viso, la figura vergine della mamma.
Nella vecchia pellicola in bianco e nero volano ali scure, si accendono punti luminosi, grigi globi d'argento crescono e poi scompaiono.
L'azione degli acidi degli anni e del mondo sul nitrato di cellulosa ma, insieme, la presenza degli Angeli che, solo grazie a quel disfacimento è ora possibile vedere.
Quando comprenderemo come le cose sono realmente, ciò che le collega oltre e contro ogni evidenza sconvolgendo la sintassi e la causalità del reale, rendendole sempre, in ogni istante, simbolo di ciò che è uno?
Uomini grigi come fantasmi muovono nella pellicola.
In uno degli ultimi fotogrammi la mamma sorride in un raggio bianco verso altrove, verso il tempo, verso il qui: luce da luce, vero da vero, carne da carne.
Così ogni cosa viene decisa e le anime cadono nel tempo.
Nacqui il 29 giugno del 1959, due anni e due giorni dopo.
Q

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Al ritmo della Marangona

Quella notte sognante, avvolta nel mantello di gocce di pioggia che picchiettavano una cadenza cupa, la notte sognante, illuminata dal riflettore lunare ed oscurata dalle nubi dense di pioggia, Annabella si trovò in un piccolo campo (uno di innumerevoli nella città), non sapendo come arrivò lì, perduta come ciascun lettore, cercando di trovare il bandolo della matassa - un faro nell'alto mare della letteratura; però, la magia delle parole è sempre nascosta tra le righe.
Nella volta celeste le nuvole piangevano siccome Annabella era a piedi nudi. Lei guardò in giro come una trottola, avendo osservato minacciosamente quell'ambiente desolato, mentre le lacrime celesti l'accarezzavano. Come fa l'ago al pallone, la trafisse un forte déjà vu, o quello fu un jamais vu - dipende dall'angolo di vista; comunque rabbrividì.
Ai margini della vista di mezzanotte, si accorse di una figura misteriosa sotto un ombrello, circondata dall'alone di fumo: un simulacro di bell'aspetto. Che immagini il lettore, portato dal fruscio di fogli di libro, un concetto strano che rispecchia fedelmente questa aria, poiché le parole sono nient'altro che i contorni dei pensieri, le silhouette oscurate sulla bianca ampiezza della carta.
Si avvicinò a quello sconosciuto e gli chiese:
- Dove sono?
E l'uomo come se non udisse la domanda, le disse:
- Venga sotto l'ombrello, madame, si sarà bagnata.
Annabella non prestava attenzione al fatto che il suo vestito, assai bagnato dall'acqua piovana, diventava trasparente e cominciò a tracciare il suo seno nudo, magnifico come due cupole in miniatura di Bruneleschi, le quali per il suo splendore sono senza pari fra tanti modelli, tra cui quelli di Tiziano: Venere allo specchio, Amor sacro e amor profano, Venere di Urbino, Venere dormiente (con Giorgione), Maddalena penitente, Danae, Danae riceve la pioggia d'oro, Diana e Callisto, Ratto di Europa, Venere che benda Amore; la signora delle Sette opere di misericordia di Caravaggio; Danae di C

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