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Racconti fantastici

Pagine: 1234... ultimatutte

Sogno creato

- Capita a volte di sognare i desideri
e di desiderare i sogni -

"Anno 19 del Primo Impero del Regnoluce governato da Sua immensità Albus 1°, diretto discendente dell'ultimo Umano sopravvissuto alla Guerratotale. Albus 1° è stato e sarà per l'eternità, il Primo Unico Vero Profeta della nuova Era iniziata con il Primo Impero del Regnoluce."

Questa scritta è presente in ogni angolo di strada del regno.


- 1 -
IL mio nome è Dimar e abito la Quinta Fascia
a sud del "Diomo" che è la dimora del nostro sovrano.
Io sono uno dei numerosi abitanti della nuova terra governata dalle leggi del Profeta.
Ho letto qualche libro che parla della vecchia terra
abitata da esseri con due gambe, due braccia e un cervello... e riflettendo sul contenuto di questi libri sono portato a credere che questo cervello fosse microgalact, rispetto al corpo esterno.
Lo prova la brutale e terrificante ultima Guerra.

- 2 -
Scrivo questo e quello che seguirà , perchè voglio che qualcuno sappia... voglio che tu conosca la mia storia e la giudichi in base al tuo grado di pazzia.
Io non sono esternamente (nel senso d'involucro ) come gli ex abitatori di questa massa che gira da infiniti secoli attorno ad altre Masse Sapienti.
Cioè... sono uguale a parte la presenza in me di una sola gamba e di un solo braccio.
Noi Albusiani non siamo forniti di naso e bocca e non abbiamo bisogno di mangiare in alcun modo.

-3-
Anno 10 del Regnoluce.
La sera è gelida e nerissima.
Io seduto davanti alla mia cellula... ammiro le stelle e lo spazio infinito su cui esse splendono e vivino dal tempo della Creazione.
Non è una sera speciale... ma... c'è qualcosa nell'aria... nelle mie sensazioni... ... che Vibra.
Non so perchè ma aspetto che succeda qualcosa.
Aspetterò invano.
No!!
Succede!! -(dal mio diario) -Dimar-

Questa è una pagina di un mio diario, scritto in un mese del decimo anno.
È l'inizio di una storia da me

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Il grande manutentore

Avere cura del mondo
è un po' avere cura di noi stessi.




Suiish... suiiissh... suiiiisssh... la pialla scivolava leggera lungo il telaio della vecchia e malandata finestra, che sembrava gemere di piacere, distesa sui due possenti cavalletti di quercia. Nel suo ampio scorrere, lieve come l'andirivieni di un'altalena, liberava nell'aria minuscoli trucioli che scendevano a rallentatore. Erano passati sei lunghi anni dall'ultimo restauro. E adesso, entrata da tempo nella sua terza età, si abbandonava alle amorose cure di Sebastian, che l'avrebbe restituita di lì a poco ad una umile ma dignitosa vita. Alla funzione di prodiga dispensatrice di aria e tenace barriera contro le intemperie.
Sebastian era nato più di cinquant'anni addietro, in una modesta famiglia che viveva alla periferia di una piccola città. Oggi era un affermato imprenditore. Dalla sua fabbrica usciva un prodotto unico al mondo. Nessuno, nonostante i tentativi dei migliori cervelli del pianeta, era ancora riuscito a copiarne o replicarne la funzione seppur lontanamente. Ma di questo avremo modo di parlare in seguito.
Fin da bambino, Sebastian, dopo aver attraversato d'un balzo il periodo "distruttivo" in cui, specie i maschi, sventrano e sbudellano con piglio sadico ogni cosa che passa loro per le mani, presi da una pulsione esplorativ-cognitiva, raggiunse assai prima degli altri quello stato di grazia che si chiama "rispetto delle cose". E che porta, o almeno dovrebbe portare, come conseguenza diretta, al rispetto dei propri simili. Nei casi più felici, di tutti gli esseri viventi e del mondo circostante.
Non che la curiosità per i misteriosi meccanismi e le fantasiose architetture che gli oggetti celavano lo avesse abbandonato del tutto, ma era stata ampiamente superata dal piacere di godere della loro funzione. Ogni oggetto, dal più semplice al più complesso, dal più umile al più prezioso, aveva una sua sacralità che non andava violata.

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Morte di una strega

Sdraiata sul pagliericcio della cella, vedeva e non vedeva il cielo ancora scuro fuori dalla piccola finestra, serrata da spranghe di ferro. Non aveva più forze, il corpo aveva ceduto alle torture; presto avrebbero messo fine alla sua esistenza.
La coscienza andava e veniva come piccoli flash. Una volta era stata potente, invincibile poi il tradimento di chi l'aveva resa tale; accecata dall'ambizione si era resa vulnerabile e adesso lui voleva la sua anima tutta per sé. Dalla vita alla non vita.

Sentiva le urla e gli schiamazzi della folla intorno. Qualcosa la colpì alla testa e le fece aprire gli occhi: attraverso le sbarre del carro di legno, i volti accaniti del popolo le urlavano la loro verità.
"Brucia strega!"
"All'inferno"
"Maledetta! Al rogo"
Ci mancava poco, la luce le si spense.

La trascinarono fuori dal carro. Un corpo inerme ormai vicino alla fine. Indossava una tonaca lacera e rotta. I capelli, una volta fluenti e neri erano stati tagliuzzati in segno di disprezzo.
La legarono ben stretta al palo, un corpo martoriato che non la rappresentava più.
L'odore del fumo, forte e secco le penetrò le narici, risvegliandola un'ultima volta. Fece appena in tempo a rialzare la testa e le sembrò di vedere Martino in fondo al mucchio dei volti. Poi crollò definitivamente, sperando di risparmiarsi gli atroci dolori che le avrebbe procurato il fuoco.

   10 commenti     di: Paola B. R.


Sulle tracce del lupo bianco

... Impugnava la spada con entrambe le mani. La lama era disposta a perpendicolo rispetto alla sua fronte e tenuta a pochissima distanza dal volto. Il suo sguardo era orientato in una direzione ben definita, così come le aveva insegnato il vecchio Hiyang.
Quanti tramonti passati insieme sulla collinetta della fattoria.
L’anziano maestro, dopo aver addestrato il capitano Cliff all’arte del combattimento con la spada ma anche alla profonda conoscenza dello spirito, veniva considerato un componente della famiglia, e da alcuni anni si era dedicato ad indottrinare quanto di sua conoscenza ai figli del suo grande amico. Purtroppo da un mese a quella parte aveva deciso di lasciarli per "portarsi" a miglior vita:
- Seguirò le orme del niveo lupo, mi condurranno nel regno della vita eterna. -
Ma per lei era come se il suo vecchio maestro era ancora lì vicino, come una volta.
- Immobile! Sguardo in avanti. Non fissare nulla, ma nello stesso tempo tutto ciò che hai intorno deve essere controllato dal tuo sguardo! Userai l'udito per vedere alle tue spalle. Fai fuoriuscire l’aria dal naso e con essa tutti i cattivi pensieri. Ricorda sempre che non sono i muscoli e le mani che reggono la spada, ma è la tua mente a farlo... Mantienila libera. Se fai tremare la lama, il riflesso perderà la sua staticità, e tu non sarai più in grado di sentirla. -

Catturare i raggi del sole... Era quello il suo fine. Raccogliere i raggi del sole e convogliarli su una metà del suo viso. Non i freddi raggi del mattino e neanche quelli troppo caldi di mezzogiorno. Solo quelli del tramonto, sfumati d’arancio, erano in grado di far comunicare la spada con il suo compagno. Una leggera carezza di calore generato dalla lama, garantiva la percezione di sintonia di spirito fra due cose apparentemente così differenti, ma che durante il combattimento divenivano un tutt’uno. Agli occhi dei due fratelli, Hiyang ne pareva molto convinto: un oggetto creato ed usato anche per

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   3 commenti     di: Carmelo Trianni


Noi, ultras combattenti (Bravi, violenti ragazzi II). Prima metà

Nella primavera del 2039 era in pieno svolgimento la dodicesima stagione ufficiale del cosiddetto campionato "grigio", disputata in parallelo ai tradizionali campionati di calcio "verde" a ventidue calciatori. Si trattava di autentiche battaglie, cruente ma rigorosamente regolamentate, combattute direttamente dagli ultras ed valevoli per l'assegnazione di uno scudetto e di sostanziosi premi in danaro. Ideate anni prima dall'allora Presidente del Consiglio italiano e poi Presidente dell'Unione europea, il discusso magnate televisivo Pier Silvano Garlasconi, venivano trasmesse in diretta tv o, per meglio dire, telernet, con un crescente successo internazionale. Moderne panem et circensem, avevano pacificato la società italiana, riducendo a dismisura non solo le violenze e il teppismo gratuiti ma perfino le tensioni sociali e il tasso di criminalità.
Il campionato grigio era disputato sia in serie A sia in serie B, con lievi differenze nel regolamento. Limitandoci alla A, a inizio stagione ogni squadra schierava rose variabili da un minimo di 150 a un massimo di 200 guerrieri. Gli scontri si svolgevano in zone degli spalti appositamente attrezzate e a prova di danneggiamenti, in contemporanea ai match calcistici, e vi partecipavano due formazioni di settantadue guerrieri ciascuna. Si poteva combattere solo a mani nude o con spranghe, randelli, magli elettrici e pochi altri oggetti contundenti, calibrati in modo da causare danni relativamente limitati. Le coreografie presentate e/o mantenute a fine incontro concorrevano all'assegnazione del punteggio finale, ma la principale determinante era rappresentata dal successo conseguito nei combattimenti veri e propri, a seconda del numero di nemici abbattuti o catturati, delle posizioni conquistate o perdute e dell'avvenuta cattura del vessillo nemico.
A fine gara venivano assegnati 3 punti in caso di vittoria larga, cioè avendo totalizzato più del doppio del punteggio conseguito dagli avversari, due punti per le vittor

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   9 commenti     di: Massimo Bianco


L'ultima poesia

Quanto aveva scritto, una miriade di versi, un'impressionante continuo scavo dentro se stesso alla ricerca di un confine che mai aveva trovato, ora gli sembrava solo un lontano ricordo, un susseguirsi di parole che si incrociavano, si scontravano, si perdevano a brandelli nella mente.
Era un poeta, era uno di quelli che si erano illusi nel corso dell'esistenza di aver trovato il modo di comunicare, attraverso gli altri, con il proprio io, forse era solo un presuntuoso, o magari solo un illuso che aveva creduto di dare un senso ai giorni che passavano attraverso una ricerca interiore per giungere a capire il significato di ogni cosa. Tante domande di cui aveva creduto di trovare la risposta si erano rivelate solo l'inizio di una lunga e interminabile serie di quesiti irrisolti e ora che il tempo sembrava scandire le ultime ore, si chiedeva, quasi con angoscia, il perché di tanto affannarsi senza giungere a una conclusione.
Forse è un destino dell'uomo correre dietro ai miraggi della mente, forse è un riaffermare la supremazia, pretesa, ma tutt'altro che realizzabile, del singolo sul proprio destino.
Una volta, in un convegno a cui aveva partecipato con altri letterati, poeti, scrittori, filosofi affermati, uno dei presenti gli aveva chiesto se la poesia era il mezzo o il fine.
L'aveva guardato in volto, stupito, come se all'improvviso quella domanda fosse la risposta a tante altre ancora lì in sospeso, in attesa probabilmente vana di una soluzione.
Lui era rimasto attonito, poi aveva risposto che era l'uno e l'altro, un giudizio salomonico, anche se in realtà pensava fosse il mezzo per arrivare al fine. Nulla in effetti si svelava in quei versi che sembravano un treno che corre diritto verso la meta, quel limite estremo a cui pareva di essere prossimi ad ogni passo e ad ogni passo sempre più si allontanava.
Teorie, ipotesi, aveva concluso, ma per la prima volta si era incrinato qualcosa in lui, aveva compreso che la corsa ormai era senza fine.
Aveva c

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La notte senza sapere cosa

La scuola era finita, ma i compiti delle vacanze rimanevano comunque uno strazio.
Una settimana dopo la fine dell'anno scolastico decise di recarsi a recuperare i libri che l'insegnante di italiano gli aveva imposto di leggere.
Stefano entrò tutto giulivo col suo pezzo di carta in mano. La bibliotecaria lo seguì lungo il percorso che lo portava dinanzi a lei. Il ragazzo appoggiò i gomiti al bancone e sorrise. Gli occhi castani si fecero leggermente più tirati, la dentatura quasi perfetta gli si spiaccicò sul viso, e le poche lentiggini che aveva gli si concentrarono sul naso arricciato.
La bibliotecaria fece scivolare gli occhiali sul naso.
"In cosa posso esserti utile? "
"Ahm... vorrei dei libri. "
"Elencameli. "
Stefano scorse con l'indice, dei titoli di libri. "Dunque: Il sentiero dei nidi di ragno, Se questo è un uomo, Sostiene Pereira e Il Conte di Montecristo. "
"Uhm... sono parecchi. Sono per la scuola? "
"Sì, infatti. Devo leggerli tutti e fare la recensione di due a scelta. "
La donna si alzò e si diresse direttamente agli scaffali interessati senza consultare il catalogo. Ormai conosceva quel posto come le sue tasche.
Stefano rimase invece al bancone, in attesa che glieli portasse.
Appena due minuti dopo, stava già effettuando il prestito.
"Ecco a te", disse porgendogli i libri da sopra al bancone.
"È tranquillo qui... " commentò lui guardandosi intorno.
"Be', è anche ora di chiusura. Comunque sì, è tranquillo. È una biblioteca. Non potrebbe essere altrimenti. "
Stefano annuì.
"La ringrazio. Vista l'ora, allora buon appetito", le augurò recuperando i romanzi.
"Grazie, altrettanto. "
Senza fissarlo, lei aggiunse: "Dentro te, lo sai che non puoi. "
Stefano si bloccò a metà dell'uscita. Si voltò verso la donna.
"Stava parlando con me? "
Allora lei lo guardò, proprio dritto negli occhi.
"Sei sicuro? Una volta fatto, non potrai tornare indietro. "
Stefano arricciò la fron

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   8 commenti     di: Roberta P.



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