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Racconti fantastici

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Come stalattiti, i ricordi

Fulvio Staffieri, proprietario del celebre ristorante detto "Al Cuciniere", cuoco di eccelsa perizia e d'infame cocciutaggine, maestro nell'arte culinaria e terrore d'ogni vivandiere, famoso per le sue squisite pietanze quanto per i feroci rimproveri ai suoi lavoranti, quel giorno sembrava perdersi dietro pensieri d'altra fattura. Meditazioni sospese solo al cospetto di un esoso bottegaio altrettanto irascibile. Chiamò l'aiutante affidandogli il compito di ritirare la merce, e, dopo aver regalato un ultimo sguardo carico di disprezzo al petulante venditore, uscì dal mercato. Di fronte alla sua auto proprio non se la sentì di salirvi a bordo e tirò lungo impegnando una breve salita che portava al centro. Inciampando più volte sulle pietre affioranti dall'acciottolato di via del corso, non fece caso al respiro che iniziava a farsi prepotente, mentre alcune lacrime gli lasciavano righe di sale sulla pelle. Si appoggiò esausto alla parete di un palazzo per riprendere fiato. Poco più là un bar aveva sistemato dei tavolini lungo la via.
Seduto all'aperto, sorseggiava un caffè approfittando del sole autunnale per procurarsi un po' di tepore, forse l'ultimo della stagione visti i presagi d'inverno portati dal vento. Con gli occhi chiusi provò a liberarsi dell'inquietudine che lo aveva assalito lasciando lavorare l'immaginazione. Si sorprese invece a meditare sulla sua vita passata, ritrovando antichi ricordi di cui aveva perso memoria, che ora reagivano a ogni tentativo di relegarli di nuovo nell'angolo della mente in cui erano stati rinchiusi divenendo ancora più vividi. Da qualche giorno era preda di dubbi e incertezze come non gli era mai capitato prima, e la cosa lo angustiava. Soprattutto una questione, attorno alla quale si arrovellava, era arrivata a privarlo del sonno notturno, una domanda che si poneva di continuo. Cercava di capire se fosse giusto rendere così prezioso tutto quello che facciamo per credere che la nostra vita sia davvero importante

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Sulla terrazza di Cagli

Sono nella mia vecchia casa, al peep, mi trovo in cucina, è già notte, ora di cena, ma sul tavolo oltre a stoviglie e pietanze c’è anche il mio vecchio vocabolario di latino, rivestito di pelle rossiccia, che una volta fu di mia zia, poi di mia madre, poi mio e ora di mia cugina.
Devo andare ad uno spettacolo a Cagli, quella sera, ma ora non ricordo di che genere, so solo che è in teatro. Verranno anche alcuni amici, ma non ho voglia d’aspettarli, parto prima, mi raggiungeranno.
Arrivo a Cagli in corriera; ora è giorno, c’è una luce accecante, come quando, nelle prime ore dei pomeriggi di luglio, esco dopo essere stato diverso tempo in casa, al buio. Ma la sera è la stessa di prima, non è il giorno dopo.
È pieno di gente, nello sciamare festante mi ricorda il Mugello quest’anno, prima della corsa. Attraverso la stazione delle corriere e seguo il flusso delle persone, stupito scopro una città splendida, nella sontuosità e nello stile imponente e aggraziato dei palazzi pare una capitale mitteleuropea; avevo sempre sentito parlar del centro storico di Cagli, ma non c’ero ancora mai stato.
Arrivo davanti al teatro, le porte sono aperte ma nessuno ancora entra: il teatro si trova defilato sul lato sinistro di un’immensa terrazza, sembra una piazza, e accanto ad esso c’è un muro, non troppo alto, su cui si aprono delle ampie finestre da cui tutti cercano di affacciarsi. Per ingannare l’attesa, infatti, hanno organizzato qualcosa là sotto, vorrei vederlo anch’io ma gia c’è troppa gente, troppa ressa. In vari punti della terrazza, che ora è una stanza, ci sono delle aiuole di pietra rialzate, con al centro un albero. Io mi siedo su uno di questi muretti e cerco di ascoltare cosa succede là fuori.
All’inizio sembra che ci sia il circo, si sentono barriti degli elefanti e versi di altri animali che ogni tanto sovrastano un felice brusire, interrotto ogni tanto da espressioni collettive di acclamazione e stupore. Poi arriva una musi

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Incubo

Mi guardai allo specchio dopo la doccia.
Il piccolo bagno era completamente avvolto nel vapore e lo specchio completamente appannato.
A stento distinguevo il mio volto che appariva. La mia immagine che prendeva forma mano a mano che la condensa evaporava.
Per quanto mi sforzassi non riuscivo a riconoscermi in quella orribile creatura che pian piano appariva. In quegli occhi cattivi che mi fissavano con malvagità, in quel volto demoniaco che si materializzava esattamente nel modo opposto in cui il vapore acqueo andava evaporando in maniera definitiva.
Provai a chiudere gli occhi. Una seconda volta.
L'immagine era sempre la medesima. Il mio volto appariva sempre deformato, angosciante nella sua bruttezza e spaventoso nella malvagità che palesava. Il mio corpo nudo sgraziato e informe.
Non potevo essere io. Non poteva essere la mia immagine quella che si rifletteva in quello specchio e se il vapore inizialmente aveva parzialmente nascosto tutte quelle brutture, adesso esse si manifestavano completamente alla mia vista. Ero diventato un mostro e ciò che peggio, avevo paura di me stesso.
Provai a rendermi conto di come fossi arrivato in quel luogo e cosa avessi fatto prima di entrare nella doccia e arrivai all'unica soluzione concepibile: stavo sognando. Non poteva che essere così!
L'ultima cosa che ricordavo con lucidità era il caldo abbraccio della mia compagna. Come ogni notte giacevamo insieme, stretti l'uno all'altra, in un abbraccio tenero e voluttuoso al tempo stesso. Lei e io sul lato destro del nostro corpo, con le mie braccia che cingevano il suo petto e le sue spalle.
Ma certamente. Stavo sognando! Quella creatura orrenda e demoniaca che stava possedendo la mia immagine in quello specchio non era altro che una proiezione. Un sogno. Un incubo.
Era finito. Ero sveglio. Ero lucido.
Ma non stavo abbracciando la mia compagna come prima di addormentarci. Le mie braccia non la cingevano. I nostri corpi non comunicavano.
Adesso ero seduto sul letto. L

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   0 commenti     di: Ettore


L'armadio

Ancora uno scricchiolio. Ce n'erano stati parecchi quella sera. Lucio tendeva le orecchie ogni volta che il vecchio armadio cominciava a farsi sentire. Sembrava che si aggiustasse, nella sua posizione statica. Imponente e massiccio, rumoreggiava in sequenze di tre o quattro piccoli schiocchi. Lucio aveva il tempo di pensare che stava per arrivarne un altro e, puntualmente lo avvertiva.
Viveva in quella casa da quasi vent'anni, la conosceva benissimo e la sentiva sua. Era un vecchio appartamento di famiglia che lui aveva ristrutturato e che aveva abitato un po' da solo e per il resto del tempo con le fidanzate di turno. Alcuni mobili dei parenti erano rimasti nella casa ed erano ormai suoi. Tra questi, l'armadio, che troneggiava in camera da letto. Era un pezzo in stile Liberty, con un'unica grossa anta munita di specchio. Al di sotto dell'anta, un ampio cassetto accoglieva altra roba; ma quasi tutto quello che era riposto al suo interno, non veniva mai utilizzato da Lucio. Le camicie, restate appese da anni e una tuta jeans che sicuramente non gli stava più; anche i pantaloni avevano preso irrimediabilmente la forma delle grucce. Invece Lucio era solito aprire l'armadio e buttarci dentro, alla rinfusa, quello che si toglieva: felpe, jeans, calzini, riposavano ammonticchiati gli uni sugli altri fino all'Indomani.
Ora non si sa perché, si era fatto l'idea che quando era solo e si stava rilassando magari con un buon libro, cominciavano gli scricchiolii. Gli pareva di sentirli forti e netti, come se l'armadio volesse dirgli qualcosa, comunicare con un linguaggio particolare. Forse si sentiva offeso per l'utilizzo che Lucio ne faceva: più estetico che funzionale. Un contenitore per la roba smessa! Non c'era altra spiegazione, forse era addirittura l'anima turbata di qualche suo antenato.
Per quanto cercasse di razionalizzare, l'idea rimaneva fissa: l'armadio scricchiolava e sembrava proprio che si lamentasse, rimproverandolo.
Lucio non credeva a niente c

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Un invito davvero inaspettato

L'irrazionale è sempre in agguato.
Dobbiamo farcene una ragione.





Quella notte faceva un caldo, ma un caldo, che scioglieva anche i pensieri. Il condizionatore dopo aver vibrato, sussultato e sternutito a lungo, aveva esalato l'ultimo respiro. Da far rimpiangere quei vecchi ventilatori che con le loro pale di legno fendevano instancabilmente la calura, col ritmico fruscio di seta sui fianchi di una donna. Ma Casablanca, in quella notte americana che avvolgeva e stringeva fino a togliere il respiro, era un ricordo liquefatto. Situazione anomala per una città dai climi notturni abitualmente assai piacevoli.

Il servizio in camera era latitante. Le strade: semideserte. Il che creava un bizzarro contrasto con le luci a giorno della Plaza Alfredo Sadel. Troppo tardi per uscire. E poi per i periodisti stranieri non tirava aria buona. Rimaneva la tivù. Sai che allegria! Afferrato il telecomando cominciai a zippare senza molta convinzione. Dopo alcuni minuti di lite con i tasti, mi parve di udire dei passi furtivi, fuori, nel corridoio. Mi girai verso la porta. Lo sguardo la percorse dall'alto in basso fino a scorgere far capolino dalla fessura, tra legno e moquette, l'angolo di una busta. Non aspettavo nessun messaggio. Almeno consegnato in modo così stereotipato, da giallo di maniera. Mi alzai, mi avvicinai e mi chinai a raccoglierlo.

Era una busta di carta raffinata. Doveva provenire da qualcuno importante. La aprii sempre più incuriosito. Il testo della lettera diceva più o meno così: Lei è invitato al Palazzo di Miraflores domani sera alle 21. 00. Sua eccellenza, Hugo Rafael Chavez Fria, desidera conoscerla personalmente e avere con lei uno scambio di idee. Dopodichè deciderà se concederle un'intervista. Un taxi l'aspetterà all'uscita dell'Hotel. Lo riconoscerà perché l'autista avrà in mano una banana. Cordialmente. Con

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La gabbianella e il gatto di Sepulveda.

Il messaggio è semplice e chiaro: il "nemico", anziché distrugerlo, si può amare e non sulla spinta di un'istanza morale che costa fatica ma su quella emotiva e affettiva che nasce dalla "pietas", condivisione di un evento tragico che priva la gabbianella della madre e fa nascere nel "nemico" gatto una vocazione materna. Il messaggio è forte ma non austero. Sepulveda anima la comunità dei gatti adottivi di una comicità lieve e di una vena poetica che tocca il culmine nel volo sicuro della gabbianella che supera la paura e gli ingenui, infruttuosi tentativi degli amici gatti di insegnarle a volare e si stacca dal campanile con un addio festoso agli amici che lascia per tornare alla sua natura.



Ghlendak Un nuovo mondo da scoprire

Ghlendak Mondo fantasy illuminato da due grandi stelle : Dhlaniol e Guorn il significato rispettivo italiano è Argento e Fuoco. Questo pianeta ha un moto rivoluzionario molto più lento di quello terrestre:un anno è lungo (circa) 502 giorni ed un giorno dura dalle 48 alle 36 ore circa. Gli abitanti di Ghlendak hanno una pelle di color Argenteo molto robusta e resistente ad urti ed ai raggi ultravioletti che emettono le due potenti stelle, persino le palpebre dei loro occhi sono rivestite di uno strato doppio, consentendo loro di non soffrire di problemi riguardanti la vista. Le Città di Ghlendak Le città di Ghlendak sono 10 contando l'isola Zrezin nel Oceano delle acque di Vetro, ognuna di queste città ha un nome ed un linguaggio unico, come linguaggio universale con cui possono capirsi tutti c'è il Kotoba, un linguaggio che ha origini molto antiche e che viene rispettato ed insegnato a tutti fin dalle età più piccole. Elenco delle città Dètren : Città posta al nord sopra una grande pianura, caratterizzata da un linguaggio melodioso ma allostesso tempo molto difficile da parlare. Dèfren : Città del tutto contraria a Dètren caratterizzata da varie coltivazioni di piante e frumenti di ogni genere, nemica di Dètren dopo lunghe guerre combattute per indipendenza su di essa, gli abitanti stessi per rivolta, cambiarono linguaggio inventadolo a Tavolino, il loro linguaggio attuale suona molto duro e sgradevole. Gurgum Città posta a Sud di Ghlendak stessa sotto un antico vulcano in continua eruzione, le sua incessanti Eruzioni hanno frmato una cappa Oscura e Tetra che non lascia penetrare alcun spiraglio di luce, gli abitanti infatti si sono adattati ad uno stile di vita rude e maleducato, non hanno rispetto di niente e di nessuno se non per l'antichissima cattedrale nera posta al centro dell'oscura città abitata da un tenebroso stregone chiamato Zurum. Il loro linguaggio è unico per suoni e per scrittura, presenta simboli ben distinti per ogni lettera

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   1 commenti     di: Udrihel Affen



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