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Racconti fantastici

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400 anni

Erano passati dua anni dall'incoronazione della regina Sakla nella città di Aralta. Ora la loro terra viveva un lungo periodo di pace, grazie a Re Holsen seduto al trono del regno umano, le due maestà, amati da tutti i loro cittadini, erano ignari di quello che sarebbe successo molti secoli avanti.
Quella, era una giornata ordinaria, con poche nuvole candide nel cielo sereno. La regina era nel giardino del palazzo reale, ad allenarsi con il pugnale come di solito e il re come d'abitudina, passava la sua giornata ad allenare i cavalieri dell'esercito di Aralta.
L'aria del tempio era profumata ma allo stesso stempo inquinata dal troppo fumo degli incensi posizionati in ogni angolo, di ogni stanza. Geyra, la maga di corte era nel suo ufficio a discutere con suo marito di argomenti vari, noti solo ai praticanti di magia. La scrivania, occupata da alti tomi e da alambicchi pregiati, ospitava varie pergamene di incantesimi proibiti che erano solito argomento di litigio fra i due vecchi. Sakla entrò nella grande stanza profumata spalancando le porte senza bussare, ancora vestita con la sua tenuta d'addestramento. "Geyra, devo parlarti!", la maga aggrottò la fronte aggiungendo ulteriori rughe al suo viso che ormai era cadente e minaccioso, poi dopo un sospiro chiese il motivo di tutta quella foga. "è urgente, devi assolutamente venire con me, scoprirai presto il perchè della mia agitazione!", strillò la sovrana secca, la vecchia maga si alzò a fatica dicendo al coniuge di aspettarla lì e poi seguì Sakla fino all'esterno del tempio. Finalmente il profumo asfissiante delle stecche profumate lasciò spazio al buon odore dell'erba umida primaverile.
La regina indicò all'altra una strana ragazza più o meno sulla ventina come lei. "Cosa ci fa qui un elfa!", Urlò la maga spaventata, la giovane aveva lunghi capelli blu e due belle orecchie a punta, camminava spaesata come se cercasse qualcosa. "Posso esserti di aiuto?", Domandò Sakla gentilmente con un espression

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   1 commenti     di: filippo pagani


Storie vere in caramelle

La danza dei colori
ROSSO


La sala era quasi pronta, addobbata a festa.
Tele e pennelli si erano affaccendati dopo i preparativi che li avevano tenuti impegnati per diversi giorni. Avevano deciso di invitare i colori per far si che, dopo una vita in cui non avevano scambiato neppure una parola, potessero finalmente stringere amicizia e conoscersi meglio.
Ma a chi era venuta questa bella idea?
Tutto era nato in una cena di famiglia a casa di Mastro Pennello detto anche "ll principe" perché, viste le sue dimensioni, pennellava con due semplici movimenti di testa, esponendo un bel ciuffo a grandi spazi. Il principe aveva molti figli, ma adorava in modo particolare la sua "pennellina", minuta e soffice, che trattava e faceva trattare con molto riguardo, perché il suo ciuffetto doveva rimanere sempre lindo e pulito, adatto per dipingere cose minute, importanti e delicate.
Mastro Pennello aveva creato, intorno a lei, questa riverenza, perché venisse protetta e non le venisse fatto del male. La trattava con estrema dolcezza: "Come è andata oggi?" le chiedeva, dopo che rientrava dal lavoro."Sono molto stanca pà, ho pennellato, ciglia, contorni, e tanti piccoli particolari" rispondeva. "Riposati cara, riposati!".
Dopo quella famosa cena erano stati mandati tutti gli inviti a casa di sei colori, in particolare, con un occhio di riguardo e con un biglietto più prezioso, ai tre colori ritenuti più importanti : " Bianco, rosso e nero".
Bianco, Rosso e Nero erano i più vecchi del gruppo e quindi da tenere in maggior considerazione. Questi avevano parenti in tutto il mondo e i loro antenati avevano lasciato impronte in ogni angolo della terra, nelle grotte, all'aperto, fin dalle epoche preistoriche. I biglietti d'invito accuratamente preparati da "Spennellata" , detta così perché era quasi calva, arrivarono in pochi giorni a destinazione.
Il Rosso, dopo aver ricevuto il biglietto d'invito, prese in mano il telefono e chiamò immediatamente il suo amico

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   6 commenti     di: antonina


L'elfo

Nel mio goffo cammino, verso una giornata densa di fumo, vidi una luce fioca in fondo a destra del saggio albero imponente, la seguii e li trovai ad attendermi un elfo, dalle orecchie apuntite e coperto solo da una foglia del saggio albero, non disse nulla... mi fece un cenno andai con lui, tenendolo per mano e guardandolo con la coda dell'occhio notai il suo naso, sottile e appuntito fare movimenti dall'alto al basso, come per indicare il passo, aveva una forte mano, emanava calore, mi sentii fluttuare come una piuma, mentre l'orizzonte si colorava, di luci sempre più colorate e calde... mi girai un ultima volta vidi sparire il saggio albero imponente, allora capii, era questa la fine dei miei giorni... così, come un soffio, senza un addio. L'elfo mi sorrise e con uno sguardo dolce ma composto, mi diede un bacio e mi lasciò la mano...

   2 commenti     di: moon 602


Hai mai ucciso un topo a mani nude?

In una terra lontana, lontanissima; un luogo popolato dalle razze più disparate, dove noi "umani" siamo quella in minoranza, ogni tanto scoppia una specie di guerra; una guerra spietata, a cui nessuno, di nessuna razza, può sottrarsi! Si tratta di un evento terribile, una mattanza che ogni volta affligge e flagella il nostro pianeta di milioni di vittime... Nessuno ama quest'evento a dir la verità, ma tutti vi prendono parte... Esso incombe su noi tutti come una mannaia sulla testa del condannato a morte (un po' come la vodtra spada di Damocle); e ogni qual volta il nostro Re ci viene a mancare (per un motivo piuttosto che per l'altro, sia esso della stirpe degli Uomini come di quella delle Bestie) questa mannaia si abbatte inesorabile, prepotente e noncurante su tutto il nostro popolo; risvegliando in ogni razza l'istinto cieco e massacratore della supremazia, e trasformando la pacifica coesistenza che ci impegnano a mantenere fra le specie in una carneficina fraticida.

Di queste guerre c'è n'è una ogni generazione: quindi sai che, bene o male, almeno una te la dovrai fare; e, inoltre, non c'è alcun modo per prevedere QUANDO avverrà la prossima: perchè sappiamo solo che scoppierà "esattamente allo scoccare della prima mezzanotte dopo la morte del Re". E pssiamo solo ringraziare il cielo, almeno, che la durata di questi inevitabili conflitti sia circoscritta all'arco di una giornata: "esattamente 24 ore da una mezzanotte all'altra".

Da tempo immemore c'è un oggetto, un orecchino d'oro a forma di campanellino, che con questa cruenta battaglia si tramanda dal regale lobo di un Sovrano a quello d'un altro... Colui il quale allo scoccare della nuova mezzanotte ne sia in possesso, infatti, diverrà il nuovo Re, con buona pace di tutti gli altri... È questo l'unico modo che abbiamo trovato per non creare "territori" o "discriminazioni razziali" nel nostro mondo.
Certo, così paghiamo il dazio di una giornata di caos incontrollato o

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   9 commenti     di: marco carlino


Paradosso

Sono di fronte al mio quinto bicchiere di Jack Daniel’s e non ho intenzione di smettere.
La pioggia ticchetta sopra i vetri della mia stanza e io non sono ancora abbastanza ubriaco. Cazzo. Sono troppo sconvolto pure per esserlo.
Se fossi ubriaco, probabilmente non potrei scrivere, ma lo sto facendo…in fondo chi cacchio leggerà mai queste pagine? Non ho la minima intenzione di farle vedere a nessuno, né di raccontare quello che io so, figuriamoci se mi metto a pubblicare un libro di memorie.
“I ricordi di Cesare Antini” edizioni Vattelapesca.
Che schifo, mai.
Ma sto divagando. Cosa strana, per me che sono famoso quale lo scienziato più scrupoloso e precisino della Terra…che onore eh? Voi non ci credereste, ma darei qualsiasi cosa al mondo per non aver mai preso la laurea in Fisica e soprattutto per non aver mai inventato quella maledetta macchina.
Il cervello mi sta scoppiando. Se solo penso alle implicazioni di quello che ho fatto…mio Dio…
No, mi spiace, foglio di merda. So che tu ora ti aspetti che io descriva chissà quale scoperta mostruosa che ha portato chissà quale cataclisma all’Umanità. Ma resterai deluso. Il mondo se ne sbatte di quello che ho scoperto, perché riguarda me soltanto. È il mio mondo ad essere distrutto.
Mamma aveva ragione, ma io ho sempre creduto che fosse pazza. Continuava a dirmelo, anche sotto sedativi, in quell’ospedale psichiatrico dove s’è spenta poco a poco…
“Cesare…tuo padre non era di qui, non apparteneva a questo tempo”
E io: “Si mamma, certo mamma”
“Ascoltami, tuo padre mi disse di venire da un posto lontano”
Certo mamma, come no mamma.
“Ha sempre detto di venire dal futuro”
Ah si mamma? Tieni, ecco il Tavor, mamma.
“Ascoltami, sembra assurdo anche a me, ma è cosi”
E io non ho mai voluto ascoltarla. Non aveva una singola prova di quello che diceva. Nemmeno una foto di mio padre. Non un biglietto, non una lettera, non un disegno e nemmeno una ciocca di capelli.

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   3 commenti     di: Giuseppe C.


Il Bianco Cristallo

Edward staccò le dita stanche dalla tastiera della macchina da scrivere, spense la luce sullo scrittoio e andò verso il letto accendendo l'abat jour, il suo romanzo, il suo primo romanzo era quasi finito, e un involontario sorriso di autocompiacimento era come stampato sul volto di Edward.
Ormai l'ora era tarda per continuare, ma entro il giorno seguente il romanzo sarebbe stato pronto.
Si coricò e la stanchezza ebbe presto la meglio, nella notte sognò il suo romanzo, le scintillanti navi spaziali che orbitavano intorno al lontano pianeta Arkin, le città dei robot arroccate sulle rocce roventi e quella società meccanica che aveva appena iniziato la propria evoluzione, già cominciava a sviluppare aspetti analoghi a quelli della razza umana, i robot pensanti avevano un enorme potenziale, e il romanzo di Edward immaginava cosa potessero fare con quel potenziale, una società apparentemente ricalcata dal modello umano, ma deviata in più punti essenziali.

La mattina seguente si svegliò intontito, si alzò barcollando e si trasportò davanti il bagno, poi appoggiò la mano sulla piastra di riconoscimento digitale sulla porta del suo bagno personale, con un clic la bianca e lucida porta si aprì e Edward entrò.
Si tolse tutti i vestiti ed entrò sotto la doccia, l'acqua calda avrebbe solo potuto peggiorare il suo stato, quindi decise di farla uscire fredda, decise inoltre, scorrendo le dita sul pannello digitale all'interno della doccia, di ascoltare l'overture 1812 di Tchaikovsky; il suono non era un problema, il suo bagno e la sua stanza erano fonicamente isolati dal resto dell'appartamento che divideva con i suoi genitori, non c'era pericolo di svegliarli.
Dopo aver finito di rinfrescarsi, una mezzora dopo, guardò allo specchio il proprio attraente volto da sedicenne contornato da capelli biondi allo specchio, si asciugò, e tornò nella propria stanza.

In cucina un robot aveva già preparato la colazione, e aveva recapitato ai genitori di Ed

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Le ricette dei demoni di Axiliantes

Era sempre un caos, l'ora del pasto, non era per le differenze di credo, gli abitanti di Axiliantes nemmeno avevano un credo, una religione, un Dio.
Non avevano bocca per nutrirsi, bensi' una porta mini usb, ma il menu' era variegato, si andava dalle succolente micronde alle radiazione di Zacchet impanate e formattate fat 32, ai vecchi autoexec. bat alla parmigiana, non gustare quest'ultimi sarebbe come non mangiare gli involtini primavera in un ristorante cinese.
Ad Axiliantes il sesso si faceva con le sim, meglio se a coppie da 2GB, e i dischi rigidi esterni, naturalmente il rapporto protetto con Norton, in caso contrario dopo nove mesi sarebbe venuto alla luce un DLL che andrebbe ad ingrossare le fila delle librerie.
L'alcool era rigorosamente vietato ai minori di 300 tetrabait, e il presidente Billgheiz non transigeva su questo punto, pena la cancellazione dal tuo desktop di Guggle. Praticamente isolamento sociale.
Il Parlamento era composto da 17 allocazioni divise in due dischi virtuali, con i propri Presidenti, il demone Schifat e il gran maestro demone onorario Finfat 64 con scheda di accelerazione GT 9600, invidia di tutta la societa' e pure della scheda madre, nota nipote del battagliero commodore 64 Muxolinus.
Axiliantes non fa parte della NATO.

   6 commenti     di: Isaia Kwick



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