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Racconti fantastici

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Quasi perfetto

on sapeva ormai da quanto tempo effettivamente si trovasse in quella stanza, nè aveva la più pallida idea di come vi fosse arrivato. Il suo ultimo ricordo del mondo esterno era la solita telefonata d'affari, quel tipo di telefonata intorno alla quale ormai girava circa il settanta per cento della sua vita. Il restante trenta per cento lo spendeva in riunioni e a dare e ricevere consulenze sul mondo dell'economia. Era diventato un perfetto businessman, ma qui, in questa stanza, la sua reputazione non sembrava contare più di tanto. Anzi, non contava affatto.
Era come crocefisso ad una parete, e indossava una specie di tuta nera molto aderente, di origine e materiale sconosciuti. In corrispondenza dei polsi entravano nella tuta due piccoli tubi, dai quali gli era stato già iniettato quattro o cinque volte uno strano liquido, anch'esso nero, probabilmente a scopo nutritivo. A giudicare dalla frequenza dei “pasti” dovevano già essere passati due giorni, ma l'uomo non aveva sentito il bisogno di dormire né di espletare i propri bisogni fisiologici. Evidentemente il liquido nero era responsabile anche di questi effetti.
L'unica distrazione, in quella stanza, era il cubo di fronte a lui. Si trovava esattamente alla stessa distanza da ogni parete, e fluttuava a mezz'aria. L'uomo si era accorto di essere in grado di farlo ruotare a piacimento, senza bisogno di muoversi (cosa che tra l'altro non avrebbe potuto fare), e la sensazione che aveva provato in quel momento, nonostante la sua forzata immobilità, era di potere assoluto.
I primi momenti erano stati di panico completo e totale. L'uomo aveva prima pensato a qualche rivale senza scrupoli, pronto a tutto pur di far sparire uno degli uomini più ricchi della città. Poi aveva pensato ad un serial killer. Aveva da poco visto un film che lo aveva impressionato moltissimo, su un serial killer a cui piaceva preparare trappole da cui fosse possibile fuggire solo tramite sacrifici e sofferenze inimmaginabili. Senon

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Ritorno di un Eroe

Seconda parte del racconto: "Sulle tracce del lupo bianco".

... - Tanto tempo fa ci fu una piccola farfalla che la sera, dopo il calar del sole, diventava molto triste perché tutti i suoi splendidi colori svanivano appena il buio accarezzava le sue ali. Anche le sue amiche divenivano infelici: nessuna di loro, durante l'oscurità, poteva rallegrare l'amino di colui che le ammirava.
Una notte la piccola farfalla, non potendo più veder soffrire le sue compagne, decise di volare verso il cielo per cercare di raggiungere le stelle. Voleva implorarle per far svelare il loro segreto di così tanta lucentezza, nel buio... Volò tanto verso di loro che sfinita e senza più energie, perse i sensi e cominciò a precipitare verso la terra. La più luminosa delle stelle, vedendo tanta determinazione da parte di una così piccola e fragile creatura, si impietosì così tanto che decise di salvarla e di donare il segreto della lucentezza a lei e solo alle sue simili che avevano desiderato tanto tale dono.
Da quel giorno la farfallina lucente restò lassù a volare nel cielo e le sue notti non erano più accompagnate dalla tristezza. Sfrecciando da una stella all'altra sprigionava nello spazio un po' di polvere brillante che a volte poteva essere vista, se pur per un attimo, anche dalla terra.
E fu così che da allora, chiunque ha la fortuna di vederla volare, ogni volta esclama:
"Una stella cadente!"
ed ogni volta esprime un desiderio, con la speranza che la stella più lucente lo stia ad ascoltare. -

Nella ascoltava le parole della madre restando immobile, quasi incantata. Ricordando quella favola si sentiva di nuovo bambina, le ritornava il buonumore.
- È una storia bellissima, grazie mamma. Credi che sia accaduto tutto ciò anche alle farfalle lucenti del bosco di Hern? -
- Non lo so Nell, è solo una favola. Te l'ho raccontata tantissime volte ed in ogni occasione tu l'ascolti con lo stesso entusiasmo, come se fosse la prima volta. E ora? Dove vai?

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   1 commenti     di: Carmelo Trianni


Tre amici

Bettina era una dolce bambina di circa dieci anni, occhi azzurri e i capelli lunghi e biondi, ogni anno nel periodo estivo, andava in vacanza in una splendida e grande villa dei suoi da genitori che appartenevano ad una nobile famiglia. Questa villa si trovava su di un lago e nonostante fosse molto bella, lei adorava ancora di più il giardino, dove andava sempre a giocare, anche da sola. Il panorama del lago era immenso, si sentiva un profumo di vita e natura e lei si divertiva a guardare le barche.
La villa era contornata da lunghi viali alberati e piccoli sentieri. Un bel giorno si allontanò un po' dal solito posto dove giocava e vide delle grotte, la curiosità la invitò ad esplorarle erano rocciose, ma non profonde. All'improvviso apparve davanti a lei uno strano omino, molto piccolo e snello con una lunga criniera, le sorrise e si presentò come l'elfo delle grotte. Lei lo salutò, ma scappò via, senza rendersi conto che lui la inseguì velocemente e le riapparve vicino. Lui cercava di convincerla a vedere tutto e stare con lui, ma lei si spaventò ancora di più e facendo segno di no con la testa, si allontanò.
Il giorno dopo lei non pensò nemmeno a quel posto, ma lui venne a cercarla, solo salutandola e condividendo con lei la meraviglia della natura, tra mille fiori profumati e farfalle colorate correvano insieme. La sua gentilezza riuscì a farle acquistare fiducia in lui e insieme entrarono nelle grotte ammirandole con entusiasmo, vide anche accanto una piccola fontana dove dalla bocca di un leone usciva dell'acqua.
Il giorno dopo tornò alla fontana, ma lui non c'era, al posto suo trovò un folletto, robusto, dall'aria un po' buffa e dagli occhi sinceri. Il suo sorriso simpatico la fece subito distrarre, era il folletto delle statue e dei monumenti, di cui il giardino ne era pieno, la portò in posti tranquilli come la cappella e il chiosco con sculture, restarono all'ombra osservando l'acqua del lago e giocando con i sassi, salutandosi poi al

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   1 commenti     di: sara zucchetti


Nel passato il nostro futuro

Una luce può risvegliare ricordi profondi, come accadde quella sera a Livia, mentre camminava lentamente verso casa. Era appena scesa dal bus. Non aveva fretta di tornare, non c'era nessuno ad aspettarla e sperava solo che arrivasse in fretta il giorno dopo. Il buio era sopraggiunto all'improvviso. Dopo il lavoro aveva girato per il centro, cercando di allontanare il più possibile il momento del rientro. La sua piccola casa era lontana dalla strada, vicino ad altre vecchie costruzioni che un tempo formavano una cascina. Si fermò nell'oscurità in un campo di grano ad ammirare le lucciole. Tracciavano scie luminose, disegni che duravano il tempo di un battito di ciglia. Era bello vederle libere. Una volta, tanti anni prima, ne aveva viste tante sprigionare tutte insieme una luce intensa, abbagliante per i suoi occhi di bambina. Ma erano lucciole prigioniere, sotto un bicchiere rovesciato sul tavolo: le aveva catturate suo padre per farle una sorpresa. Lei le liberò subito; il vero piacere fu vederle uscire dalla finestra, mentre la ringraziavano con i loro messaggi luminosi. O almeno così le era sembrato.
Ripensava, con grande malinconia, alla sua fanciullezza, bella e spensierata. Poi tutti i sogni si erano infranti, uno dopo l'altro. Quando entrò in casa i ricordi le giravano vorticosamente nella testa e non aveva voglia di leggere, come era solita fare tutte le sere. Quei piccoli insetti, padroni della luce, avevano risvegliato in lei il desiderio del passato. Recuperò una vecchia scatola di latta piena di foto, scritti, cartoline e altri oggetti che la legavano all'unico periodo felice della sua vita: l'adolescenza, al suo paese, con i suoi amici e con Marco. Gli aveva voluto bene, con l'amore di cui può essere capace solo una ragazzina di quindici anni. Nessun altro sentimento era stato per lei così profondo, ma le sue aspettative erano svanite in un attimo, quando si era dovuta trasferire. Prese in mano l'unica cartolina di Marco, ricevuta poco dopo

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   1 commenti     di: ivano51


Trittico

CAPITOLO XVII (e ultimo)
Hertogenbosch,(Brabante) estate 1506

La piccola Bet e sua madre Saarineen stettero abbracciate a lungo prima di addormentarsi.
La mattina dopo si alzarono presto. Trafficarono in cucina, Bet rovesciò del latte e poi uscirono percorrendo il sentiero del lago.
Mai e poi mai Saarineen si sarebbe immaginata di avere un cugino così famoso;il Padre l'aveva detto chiaro: dei grandi signori erano arrivati fin da Colonia per vedere i suoi quadri.
Se la passavano male: l'ometto di casa aveva tirato le cuoia un annetto prima e loro erano sole.
Si diceva in giro che entrare in casa del cugino non era come entrare in casa di un qualsiasi pittore ;nessun quadro accatastato e poi, e questa era la segreta speranza di Saarineen, forse il cugino le avrebbe regalato un dipinto, anche se piccolo piccolo.
Entrarono in casa dopo aver inutilmente bussato. Hieronymous era tutto preso, non si era accorto del loro ingresso, stava raccogliendo con le mani un impasto morbido e giallastro. Buongiorno fanciulle!
Tutto si sarebbero aspettate le due ospiti fuorchè esser colpite in pieno viso da un saluto così squillante ma soprattutto da una zaffata di odore dolciastro di latte cagliato.
Era sempre stato un po' matto, o perlomeno strano, ma adesso mettersi addirittura a fabbricare il formaggio!
Dopo la morte della "vecchietta", Aleyt, era rimasto vedovo e da libero come lui si era sentito sempre, lo era diventato ancora di più, e più solo.
Insieme ai Fratelli del Libero Spirito fin dal 1486, si considerava un puro, e innocentemente aveva sempre cercato di affrontare le prove che la vita gli aveva posto innanzi ; e si sa quanto in una comunità tradizionalista pericolosa ed eversiva può esser l'innocenza.
Ma i dipinti?? Rimuginava tra sè incredula Saarineen, vedendo svanire d'un colpo la sua piccola peregrina speranza.
Chiese infine dov'erano a Hieronymous, e questi confessò di stare lavorando da tanti mesi

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   3 commenti     di: alberto accorsi


La battuta di caccia

Non caldo ma afa. Già da cinque giorni l'aria irrespirabile flagellava il "divertimento" dei cacciatori di frodo sulla collina.
"Ehi Dario, per poco non mi colpivi!"
L'uomo fu avvolto dal panico e con il cuore sottosopra si
precipitò verso il cugino. Alex aveva solo 32 anni e mai si era avvicinato al pericolo
di una morte improvvisa.
"Non so proprio cosa possa essere successo... io..."ansimò l'uomo.
"Ho sentito il fischio del proiettile quasi dietro l'orecchio, come hai
fatto a non vedermi??"
"Non te lo so dire, davvero..." ma forse lo sapeva... da tempo non era
più lui da quando gli era stato diagnosticato un tumore benigno da
tenere sotto controllo e lui ogni tanto aveva timore di eventuali complicazioni.
La vita da allora gli divenne più precaria e aleatoria, lui che di solito
cercava di fare progetti. Questo ad Alex non lo avrebbe mai rivelato, era il
suo nipote preferito... rifletteva del fatto che tutti possono essere egoisti
e sovrapporre i propri conflitti sopra quegli degli altri... in effetti
il proiettile mancò il bersaglio di pochissimo... brutto affare. Il ragazzo
sudava freddo ed era ancora sotto shock. Era solo alla sua terza battuta di
caccia e per lui questo non era altri che un passatempo... e per colpa dei suoi
"forse" infondati timori stava per compiere una tragedia.
Tornarono subito verso casa avvolti in un lugubre silenzio. La cena era pronta
e Normase ne stava già seduta. Era la madre di un cugino che anni fa fece perdere
le proprie tracce. Da llora la donna divenne sempre più malinconica e taciturna.
Del figlio non si ebbe più notizia, anche se il gesto era prevedibile da un tipo come
lui, affetto da turbe psichiche... un giorno decise di andarsene per sempre, dopo
una vita non facile in seno alla famiglia. La madre però non lo aveva dimenticato
anche se ci litigava spesso per via della sua instabilità.
La cena si svolse in assoluta silenziosità. Nessuno, per i propri motivi, aveva

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   1 commenti     di: Linda Tonello


ORLANDO

Corre sempre più velocemente, il mondo.
Il 24 dicembre corre anche tanta gente alla ricerca dell'ultimo regalo, e anch'io, pigramente, devo cercare un regalo per Natale! Per l'unica persona alla quale sono uso fare regali: me stesso.
Vedo il mio regalo seduto proprio di fianco a me, al bancone del bar dove ho deciso di affogare nella birra analcolica quello che resta del pomeriggio.
È bellissima! Per quello che può contare l'opinione di uno cui le donne piacciono tutte, certo…
Direi un metro e settanta, vagamente soprappeso, capelli neri, foltissimi, tagliati a spazzola e occhi scurissimi, che essendo, come universalmente noto, lo specchio dell'anima, definirei da urlo. Ah, dimenticavo di citare i fianchi larghi da fattrice e il seno quinta misura o giù di lì. Insomma proprio il mio tipo! Tra l'altro in ovulazione, il mio fiuto è infallibile.
Mi presento, io e il mio sguardo da Peter Falk:
- Chiedere cosa ci fa tutta sola una bella ragazza come te al bar è tacchinaggio volgare e scontato, vero? Meglio sbattere le ciglia e dirti Mi chiamo Orlando, sei deliziosa, posso offrirti l'aperitivo?
- Grazie per i complimenti e per l'aperitivo, Orlando. Mi chiamo Vera. Però devo deluderti, purtroppo. Sto aspettando visite.
- Mi auguro meno piacevoli della mia, stellina, sai, io sono un tipo geloso.
Così dicendo allargo un sorriso a 31 denti e una capsula davvero irresistibile. Vera mi avvolge con uno sguardo che manifesta quanto meno simpatia. Meglio che niente.

Nel frattempo entrano nel bar tre ragazzoni biondi, alti e grassocci che, con la delicatezza propria di un caterpillar, si piazzano tra me e Vera. La mia reazione, al momento, è un semplice sbuffo di insofferenza.
- Vè, vieni fuori, si parla meglio senza zanzare intorno!
Ad aprire bocca è stato il più alto dei tre, guanti di pelle e codino sbiadito sulla nuca, aura da capo branco. La zanzara sarei io.
Vera torce le labbra disgustata:
- Devo finire di bere, prima! Abbiamo quant

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