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Racconti fantastici

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La Voce

Non siete nati per capire. Nessun mortale oltre me, su questa terra, o nell'intero universo, ebbe mai il privilegio di udire, in tutta la sua bellezza e la sua spaventosa evanescenza, la Voce. Questo venni a sapere da lei direttamente, nella notte in cui per la prima volta la incontrai in sogno. La serata non era molto diversa da tutte le altre: la mia pigrizia e la mia natura solitaria da sempre mi avevano impedito di partecipare ai normali eventi mondani, da cui invece alla maggior parte dei miei simili piace bere come da un calice ripieno del più dolce e attraente dei veleni. Per quanto mi riguardava, amavo l'ombrosa solitudine della mia piccola casa nella provincia di Lecco, dalla quale era sempre un piacere osservare il paesaggio: il lago luminoso, che si faceva strada come un bambino in cerca di fantastiche avventure tra le due colline che lo fiancheggiavano, dolci ma possenti.
Quella notte passava quindi come molte altre erano passate, in un clima di rilassata riflessione e una punta di noia, che però avevo imparato a godermi.
Immerso nella mia poltrona, un buon libro tra le mani, facevo passare il tempo, senza alcun pensiero e solo nel silenzio che pareva creare intorno a me un guscio protettivo, di cui ancora pochi esemplari della mia specie sono dotati, che mi difendeva da qualsiasi contatto con il mondo esterno, il quale sempre più mi risultava ostile e a volte persino rivoltante.
In un tale clima di calma e serenità, il sonno giunse lentamente e gradualmente, accogliente proprio perché fu in grado di disperdere i miei ultimi contatti con la realtà. Devo ammettere ora che quasi mai mi era capitato di ricordare i miei sogni: in fondo non si trattava di null'altro che di una diversa rappresentazione della propria esperienza di vita, una sua rielaborazione per così dire, e quindi difficilmente indugiavo nel ricordo di ciò che mi disgustava così profondamente.
Quella notte, però, il sogno fu diverso: non era frutto della mia mente ma sembrava p

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Lost in Information

Se non volete perdervi
in un bicchier d'acqua,
portatevi una mappa dettagliata.


Si trovava in quella piccola città del centro Italia da poco più di tre mesi. Il Prof. Philip Hazon era stato fortemente voluto dal Consiglio Accademico dell'Università, con la stessa determinazione e intensità con cui, a Napoli, il popolo aveva pregato tre giorni e tre notti per l'arrivo di Maradona. Grande conoscitore di tutti gli aspetti della comunicazione, temprato a Eton, si era laureato a Oxford in Psicologia della Comunicazione. Poi, aveva conseguito un Ph. Doctor a Cambridge, in Scienza e Tecnica della Comunicazione. Entrato a far parte del gruppo di Palo Alto, per circa tre anni aveva lavorato gomito a gomito con Paul Wazlawick e la sua équipe. E, in seguito, insegnato in alcune delle migliori università degli States. Sue alcune delle più importanti pubblicazioni a cavallo tra gli '80 e '90. La più nota, Effetti Collaterali della Comunicazione Umana, aveva dato origine ad un libro, edito dalla Random House, che aveva riscosso un discreto successo fra gli addetti ai lavori. Adesso, alla soglia dei suo settantesimo anno, aveva deciso di accettare quell'incarico per concludere serenamente la carriera.
Il Prof. Phil Hazon conosceva alla perfezione la lingua italiana, avendo sposato una bellissima ragazza di Firenze, incontrata per caso a Cambridge. Purtroppo un cancro gliela portò via ancora nel fiore degli anni. E lui non volle più saperne di risposarsi. Era solo. Ma il ricordo di lei, così allegra, positiva, solare, e i numerosi incarichi nei vari atenei ne facevano un uomo sereno. Gli piaceva relazionarsi con tutti, specie con i giovani. Era molto interessato ad approfondire ogni aspetto della storia e della vita dei luoghi dove si recava a lavorare. Non poteva certo dirsi uomo chiuso nei suoi studi e sordo agli apporti del mondo esterno. Gli piaceva stare al passo coi tempi. Si accostava a tutto ciò che era vivo e vital

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il bucvher

I fiochi raggi solari salirono ad investire il viso di Wiliam Rogers, questi con un gesto impaziente si girò dall'altra parte tirandosi fin sopra la testa le candide coperte di lino, e sporgendosi con il braccio sinistro e la gamba verso l’altra metà del letto matrimoniale:
-un momento- si disse – io non ho mai avuto un letto matrimoniale, né tanto meno coperte di lino!-
Come svegliato da una secchiata di acqua gelida fece per rizzarsi a sedere.
Stump colpì violentemente con la testa qualche cosa che sporgeva sopra di lui:
“ Ma porca puttana! “ esclamò mentre qualche cosa gli rotolava sopra il grembo.
Con gli occhi ancora offuscati dal sonno cerco coi propri sensi di orientarsi, nella soffusa luce che bieca entrava dalle imposte, poté solo farsi un idea di dove si trovasse, gli oggetti avvolti nel semi buio non gli erano di certo familiari, e non percepiva niente che gli ricordasse la sua dimora in Gilder Street a New York.
Con la testa ancora pulsante dal dolore, annaspò con la mano in cerca di un interruttore, o qualche cosa del genere, ma come era comparsa improvvisamente l’altra metà di letto, era scomparso inevitabilmente anche l’interruttore che si trovava sopra il suo letto, decise quindi di andare alla finestra, aprì le imposte e vide che si trovava in un ambiente totalmente conforme, le pareti erano tutte di metallo e i pochi mobili che si trovavano nel luogo sembravano compattarsi al meglio con la stanza.
Sempre massaggiandosi la testa Will spinse un bottone rosso simile a quelli anti incendio, ancora non era consapevole di ciò che gli stava succedendo e lui era in quella famosa fase di negazione che ogni essere umano assume quando non sa cosa gli stia accadendo.
Una lastra che comprendeva il muro di metallo scivolo elettronicamente alla sua destra aprendogli un varco simile ad una specie di porticina, Will imboccò la porticina e si ritrovò in uno stretto corridoio illuminato da luci al neon che scendeva inclinandosi come u

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Abrenet 1

L'inverno si stava avvicinando, rapidamente. Un brivido di freddo gli penetrò le carni pustolose, miseramente coperte di stracci., mentre seduto su una radice, la schiena appoggiata al tronco dell'albero, guardava la prospettiva del sentiero che si snodava davanti ai suoi occhi. La foresta che gli uomini chiamavano oscura aveva al suo inizio l'aspetto di un invitante boschetto, con grandi alberi dalle ampie chiome e alti tronchi che si innalzavano da un tappeto di muschio, anche se l'invito era solo apparente e nessun uomo era riuscito nell'impresa di penetrarla e raggiungere il Centro Oscuro, o meglio nessun uomo era riuscito a raccontarlo; per gli elfi era la Porta, il luogo Alfa dove avevano origine il piacevole gorgoglio dei ruscelli e dei torrenti, le acque limpide dei laghi lucenti: Il luogo che metteva in comunicazione i diversi mondi e ne permetteva la separazione. Per i maghi era Topos, il luogo del mutamento dove nulla rimane uguale, niente è quello che sembra tutto è in trasformazione. Sul sentiero che passava in quella parte boscosa percorsa anche dagli uomini e che collegava la Regione delle piante buone a Vira, l'uomo seduto vide arrivare un pasciuto mercante a cavalcioni di un mulo portato per la cavezza da un giovane garzone che avanzava aiutandosi con un bastone. Era quello che aspettava. Si alzo faticosamente e si avviò arrancando verso i viandanti in arrivo. Il mercante diede un'occhiata a quello strano vecchio dal corpo ridotto a un insieme di ossa avvolto da qualcosa di difficile identificazione "un mendicante, forse un ladro un ladro travestito" pensò mentre controllava la borsa sotto la giubba.
-Scaccialo - disse al garzone mentre il mendicante, ormai vicino tendeva la mano nel gesto classico di chi chiede aiuto, gli occhi rivolti a terra e le piaghe del corpo rese orridamente evidenti dalle vesti lacere emanavano un lezzo nauseante. Il giovane lasciata la mula alzò il bastone e colpì l'uomo che cadde a terra, il viso nella polvere, im

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   0 commenti     di: Ivano Boceda


L'anima dimenticata

Frugando noiosamente, tra le passate cose, negli anfratti dei miei ricordi, un flebile chiarore m'ha incuriosito, spostati alcuni cartoni sgangherati e fradici l'ho vista!
Rannicchiata, la sottile figura, teneva lo sguardo fisso su una mummia di topo.
Ho allungato la mano e con delicatezza l'ho sfiorata, con lentezza infinita ha voltato lo sguardo su di me, uno sguardo profondo come un cono prospettico rovesciato.
Un breve attimo di scintilla gioiosa, poi il buio assoluto nel profondo di quei occhi.
"chi sei!" chiedo
Sussulta un poco al suono della mia voce e senza fissarmi risponde incerta.
"non so, uno scarto... forse... un colpevole... forse..."
Ho notato un poco di muffa negli orli, qualche foro lacero, il lavorio di tarme...
Inutile cosa! Un tempo la credevo necessaria, indispensabile e avevo provato desideri di profonda felicità legati al senso del mondo che rappresentava.
La luce della lampadina avvolta in architetture di ragni vibra tremula, poi il tugsteno cede ed è buio.
A tentoni ritrovo la porta ed esco pulendo le mie vesti dalla polvere di calce e salnitro.
Lascio, senza emozioni, quella cosa "senso del mio tempo", nel tempio dell'Inutile; quando sarò folle e darò di bianco alla soffitta crederò ancora nella luce dei pensieri, ora, in regime di austerità, risparmio energia.



Robot

- Forza, portatelo al patibolo! Sbrigatevi!! Cosa aspettate? Che muoia di vecchiaia?-
-non potrebbe mai succedere capo... -
-si, lo so. Ma sbrigatevi!-

Un'anima.
Era l'ultimo. L'ultimo di quella razza che aveva rovinato il mondo fino a portarlo alla distruzione. La situazione era gravemente peggiorata dopo la creazione dei primi computer: tutto era progredito troppo in fretta e l'apice confluiva in questo tragico momento.
Erano stati loro a ridurre la terra in quello stato pietoso. Arida. Nuda. Morta. Eppure gli era stata donata, avrebbero almeno potuto portarle un po' di rispetto.
L'hanno sfruttata, bruciata, maltrattata, violentata, uccisa.
Ora non avranno più occhi per piangere perché noi riusciremo a riportare l'ordine attraverso l'eliminazione di quell'ultimo essere appartenente a quella razza indegna.

Il condannato fu posto davanti un muro.
La procedura per eliminarlo era piuttosto semplice anche se avevano impiegato un po' di tempo per capire come disattivare quella creatura.
Per capire come rimediare agli errori compiuti.
Anzi era addirittura troppo semplice.
All'inizio avevano creduto che fossero immortali, invincibili, senza accorgersi di quanto in realtà fossero fragili.
La creatura procedette lentamente zoppicando ed emettendo un suono metallico ad ogni passo. Le catene o forse altro. Sangue ferreo gli scorreva nelle vene. E adorava sentirne il sapore. Che strana creatura era stata creata.
Prepararono le armi.

Un colpo di fucile. Il lontano eco di tanti altri. Sempre lo stesso rumore. Da millenni: tutto ciò era così patetico e miserevole.

Il giustiziato accusò il colpo piegandosi su se stesso mentre la sua faccia si deformava nel dolore. Poi si accasciò al suolo emettendo un solo esile lamento.
Esalò l'ultimo respiro e disse addio alla sua creatura che ora lo uccideva. Disse addio a quel mondo che lui stesso aveva creato.

E così morì l'ultimo uomo.

   4 commenti     di: ayumi


Le ricette dei demoni di Axiliantes

Era sempre un caos, l'ora del pasto, non era per le differenze di credo, gli abitanti di Axiliantes nemmeno avevano un credo, una religione, un Dio.
Non avevano bocca per nutrirsi, bensi' una porta mini usb, ma il menu' era variegato, si andava dalle succolente micronde alle radiazione di Zacchet impanate e formattate fat 32, ai vecchi autoexec. bat alla parmigiana, non gustare quest'ultimi sarebbe come non mangiare gli involtini primavera in un ristorante cinese.
Ad Axiliantes il sesso si faceva con le sim, meglio se a coppie da 2GB, e i dischi rigidi esterni, naturalmente il rapporto protetto con Norton, in caso contrario dopo nove mesi sarebbe venuto alla luce un DLL che andrebbe ad ingrossare le fila delle librerie.
L'alcool era rigorosamente vietato ai minori di 300 tetrabait, e il presidente Billgheiz non transigeva su questo punto, pena la cancellazione dal tuo desktop di Guggle. Praticamente isolamento sociale.
Il Parlamento era composto da 17 allocazioni divise in due dischi virtuali, con i propri Presidenti, il demone Schifat e il gran maestro demone onorario Finfat 64 con scheda di accelerazione GT 9600, invidia di tutta la societa' e pure della scheda madre, nota nipote del battagliero commodore 64 Muxolinus.
Axiliantes non fa parte della NATO.

   6 commenti     di: Isaia Kwick



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