PoesieRacconti utilizza cookie, anche di terze parti, per personalizzare gli annunci. Per informazioni o negare il consenso clicca qui.     Chiudi

Racconti fantastici

Pagine: 1234... ultima

L'ultima poesia

Quanto aveva scritto, una miriade di versi, un'impressionante continuo scavo dentro se stesso alla ricerca di un confine che mai aveva trovato, ora gli sembrava solo un lontano ricordo, un susseguirsi di parole che si incrociavano, si scontravano, si perdevano a brandelli nella mente.
Era un poeta, era uno di quelli che si erano illusi nel corso dell'esistenza di aver trovato il modo di comunicare, attraverso gli altri, con il proprio io, forse era solo un presuntuoso, o magari solo un illuso che aveva creduto di dare un senso ai giorni che passavano attraverso una ricerca interiore per giungere a capire il significato di ogni cosa. Tante domande di cui aveva creduto di trovare la risposta si erano rivelate solo l'inizio di una lunga e interminabile serie di quesiti irrisolti e ora che il tempo sembrava scandire le ultime ore, si chiedeva, quasi con angoscia, il perché di tanto affannarsi senza giungere a una conclusione.
Forse è un destino dell'uomo correre dietro ai miraggi della mente, forse è un riaffermare la supremazia, pretesa, ma tutt'altro che realizzabile, del singolo sul proprio destino.
Una volta, in un convegno a cui aveva partecipato con altri letterati, poeti, scrittori, filosofi affermati, uno dei presenti gli aveva chiesto se la poesia era il mezzo o il fine.
L'aveva guardato in volto, stupito, come se all'improvviso quella domanda fosse la risposta a tante altre ancora lì in sospeso, in attesa probabilmente vana di una soluzione.
Lui era rimasto attonito, poi aveva risposto che era l'uno e l'altro, un giudizio salomonico, anche se in realtà pensava fosse il mezzo per arrivare al fine. Nulla in effetti si svelava in quei versi che sembravano un treno che corre diritto verso la meta, quel limite estremo a cui pareva di essere prossimi ad ogni passo e ad ogni passo sempre più si allontanava.
Teorie, ipotesi, aveva concluso, ma per la prima volta si era incrinato qualcosa in lui, aveva compreso che la corsa ormai era senza fine.
Aveva c

[continua a leggere...]



Abrenet 2

Un uomo dal volto coperto si avvicinò cauto alla porta di una casupola, quasi un capanno, dall'aspetto cadente. Non aveva finestre e sembrava fosse disabitata da tempo. Il comignolo non fumava e le luci erano spente. L'uomo legò il cavallo ad un albero e si guardò intorno per assicurarsi che nessuno lo avesse seguito. Dopo aver verificato che nessuno potesse spiarlo, portò le mani alle tempie chiudendo gli occhi e iniziò a declamare strane litanie, rotolandole tra i denti. D'improvviso il comignolo prese a fumare e una sottile luce ammiccò da sotto la porta. Era quello che si aspettava. L'uomo entrò con circospezione, tenendo gli occhi bassi. Appena all'interno, gli occhi incollati al pavimento, si mise in ginocchio, con un braccio sul petto e salutò
-" Sia lode a te, Maestro Abrenet. Ti rendo omaggio."
Nessuna risposta. La grande tenda nera che nascondeva la parete prospiciente l'ingresso ondeggiò leggermente come mossa da un refolo di vento.
L'uomo toccò l'amuleto che teneva al collo e riprese a parlare
-" Maestro, credo di aver trovato ciò che fa a caso vostro" deglutì e continuò
-" C'è un giovane non lontano da qui. Ha diciassette anni" attese qualche secondo come se si aspettasse una risposta poi riprese a parlare molto lentamente come se ogni sillaba gli pesasse
-"Si è fatto assoldare come sicario, l'unico lavoro che ha trovano per sfuggire alla fame, e ora si appresta a compiere il suo primo omicidio"
La tenda parve fremere di piacere.
-"Un omicidio compiuto da un innocente" continuò l'uomo inginocchiato quasi sillabando soffermando la voce su quell'ultima parola, innocente. Poi, mellifluo
-"Le darà forza. Si chiama Nafer, può trovarlo in una locanda a un chilometro da qui, prendendo il sentiero a Nord. Un omicidio compiuto da un innocente" ripetè, poi dopo un attimo di silenzio:
-" Si ricordi di me, Maestro".
Finito di parlare attese qualche minuto un cenno di risposta, titubante come se fosse incerto sul da farsi;

[continua a leggere...]

   2 commenti     di: Ivano Boceda


Giorgio e il drago

"Oggi è San Giorgio. La sai la storia di San Giorgio? "
"Io no nonno, tu la sai?
"Io sì"
"E chi te l'ha raccontata? "
"Nessuno, io ero lì"
"Davvero?! Mi racconti? "

Un 23 aprile di molti anni fa (era presto, era ancora buio) passavo davanti ad una chiesa, in un piccolo paesino di nome Chièuti, che adesso è molto cambiato. Ero lì perché cercavo, cercavo e cercavo, il primo oggetto che avevo perso, da bambino, proprio mentre giocavo con altri davanti a quella chiesa. Era un oggetto a cui tenevo molto, la mia prima biglia di vetro, che dovevo assolutamente ritrovare, per ritrovare anche tutto quello che avevo perso negli anni successivi.
Non c'era nessuno in giro, era freddo, e la porta della chiesa era chiusa.
Non c'era nessuno in giro, era freddo ed era ancora buio, e la porta della chiesa si aprì.
Un vecchietto piccolo, piccolo, che non riconobbi subito, sistemò le grandi ante della porta regolandole alla massima apertura, poi cavò dalla tasca un mazzetto di biglietti bianchi. Mi guardò, mi chiamò per nome e mi mostrò il primo biglietto, fissandomi negli occhi come aveva sempre fatto, proprio lui, Gino il sacrestano, quando ci trovava a giocare vicino alla chiesa. Mi afferrò una mano e quel biglietto, l'unico che mi sembrasse non stropicciato, me lo spinse nel fondo del palmo.
"Vedi" mi disse "sei arrivato prima e puoi prenderti questo biglietto nuovo. Fra un po' arriva il Santo, il drago è già in sacrestia"
Si girò e scomparve dentro, nel buio oltre la porta aperta, in quella chiesa che ricordavo bene.
Non succedeva spesso di assistere al ritorno del Santo ed erano sempre pochi quelli ammessi a vedere la scena. Quando si incontravano a parlare, nella piazza del paese, spettatori di anni diversi, tutti erano d'accordo sui particolari, sui dettagli dell'azione, sui rumori e sulle espressioni; e se anche qualcosa, al racconto, sembrava in un primo tempo nuova, subito il gruppo di ascoltatori, accomunati dall'essere stati spettatori, r

[continua a leggere...]



La danza degli orsi

Non ricordo il momento preciso in cui giunsi in questi luoghi fuori dal mondo, vaghe sono le memorie di quella notte ove la nebbia regnava.
Nebbia, sì nebbia, fu quella la ragione della mia fermata non prevista. Mai vi ero stato in queste terre dimenticate dal nulla e non lo sarei tuttora, se fossi stato in grado di guidare. La mente poteva farcela ma gli occhi chiedevano pietà. In alcuni momenti, ho avuto l’impressione di aver avuto delle allucinazioni….
Decisi quindi di fermarmi nel primo posto aperto che capitasse. All’improvviso, vidi una lieve luce farsi strada fra la cecità di una grigia notte. Avvicinandomi riuscii a dare anche dare una forma al bagliore. Si trattava di un’insegna….. una locanda.
“Che fortuna!” Pensai fra me.
Senza pensarci troppo voltai a sinistra e arrestai la mia corsa clandestina, parcheggiando proprio sotto l’insegna.
Impossibile ricordare di preciso il nome di quella locanda, non ci feci troppo caso all’epoca, figuriamoci adesso. Credo assomigliasse o richiamasse qualcosa simile ad un club……ma ormai non ha più importanza.
Decisi di entrare con l’incertezza che avrebbero potuto cacciarmi data l’ora tarda. Aprii la porta e, sorpreso, scoprii con felicità che il ritrovo era ancora affollato di bevitori ma un destino beffardo, volle che ci fosse più nebbia dentro che fuori dalla locanda. Strano però, tutto quel fumo non mi dava fastidio anzi, mi riportava alla mente vecchi ricordi di gioventù.
Facendomi strada con gli occhi, notai un posto libero in un tavolo in fondo al locale. Stavo per sedermi, quando una voce interruppe i miei liberi pensieri. Un uomo, anzi due m’invitarono a sedermi con loro al bancone. Titubante non risposi immediatamente, ma quando le mie stanche orecchie udirono l’espressione che oramai non si usa molto, “offriamo noi”….. non potei più rifiutare. Dopotutto, non si rifiuta mai una bevanda offerta in modo più significativo, se alcolica e in una fredda e scura not

[continua a leggere...]



Non si recide un fiore

È diventato impossibile vivere sul nostro pianeta nel 2251: da tempo le industrie male utilizzate hanno creato solo inquinamento, mezzi super veloci consentono spostamenti in tempi brevissimi ma ognuno raziona l'ossigeno da un dispositivo presente nel taschino della camicia, non ci sono carburanti naturali, il benzoepirene lo producono solo le tre sorelle arabe degli Emirati, dei sauditi e di un piccolo centro che domina il mondo. Un tempo si chiamva sultanato dei Brunei oggi Fahadtown, re Abdelfahad ha preso tutto per sé e distribuisce cibo, materie prime, mezzi di locomozione e interviene nella formazione delle famiglie di tutto il mondo. Una lotta di razze dilania il mondo: tutti vogliono prevalere, non sono riusciti a creare una forza lavoro indipendente e sono ormai esauriti fiumi e frutti della terra, l'agricoltura è un ricordo lontano del passato. Si uccide senza frontiere, si sentono tutti diversi e superiori, tutti piccoli Fahad sanguinari e vendicativi, non resta che fuggire, i mezzi ci sono ma bisogna trovare nuovi spazi vivibili nell'universo. Due scienziati italiani Roberto e Tiziana trapiantati in America compiono il tentativo estremo: si costruiscono da soli una navetta e provano a cambiare la loro vita cercando nello spazio un nuovo posto per rinascere, i soldi sono razionati da Fahad ma si ruba, esistono ancora quelli che fanno prestiti in piccoli empori ovviamente clandestini che stampano titoli di credito in proprio. Le banche ci sono ma sono tutte in Asia con soli quattro proprietari che si spartiscono le proprietà di un pianeta intero: vengono tutti dalla famiglia di Fahad: sono i suoi figli prediletti, quanti ne ha? Nemmeno lui lo ha mai saputo, forma lui le famiglie con governatori fedeli e meccanici ma per lui questa regola non serve, lui può e sceglie chiunque e tutte si sentono privilegiate ad essere scelte anche se sono picchiate e abbandonate. Il lavoro di costruzione della navetta che salva la vita o ne può creare una diversa dura

[continua a leggere...]



82, Washington Road (Episodio 13)

I capelli erano a posto, la barba appena un velo e rifinita con cura, gli abiti erano abbastanza formali ma sufficientemente giovanili. Leonard Haslam era perfetto, pronto per una giornata di lavoro e, soprattutto, per Laila. Era emozionato all'idea che tutto tornasse come prima, con loro due che andavano al lavoro insieme; magari presto si sarebbero svegliati di nuovo nello stesso letto.
Incerto della propria perfezione, si accostò allo specchio per controllare l'interno delle narici, allora si raggelò. Senza alcun motivo plausibile detestò la cura che aveva riposto nel prepararsi, odiò la propria immagine impeccabile. Sentiva, come un suggerimento della sua coscienza o un'improvvisa illuminazione, che quell'insolita attenzione aveva a che fare con la morte. <<I morti sono sempre eleganti>>, sussurrò ad occhi spalancati, sorpreso dalle sue stesse parole.
Si riscosse, però, gli bastarono pochi attimi ed una risata. Ciò che aveva pensato era assurdo, milioni di persone curano il loro aspetto ed arrivano alla fine della giornata, la morte non bada certo all'eleganza. Lasciò il bagno, sollevato, ma distrattamente si scompigliò un po' i capelli.
Dallo stereo si diffondeva la voce di James Labrie che cantava One Last Time e parlava di una tragica fine. Il cd doveva essere graffiato, perché la fine del primo verso prese a ripetersi di continuo. Leon, infastidito, diede qualche colpetto allo stereo senza ottenere risultati, poi provò a mettere in pausa e a fermare del tutto la musica, ma la voce continuava a ripetere le stesse parole.
... this tragic ending... this tragic ending... this tragic end...
Leon staccò la spina e riuscì a far tacere lo stereo, ma quelle parole risuonavano ancora nella sua testa mentre indossava il giubbotto leggero ed usciva di casa, quasi che lo stereo avesse voluto parlargli tramite la canzone. Stavolta non rise di sé, riuscì solo a constatare che parte del suo buonumore era svanito, sostituito da un'irrequietezza

[continua a leggere...]



Sacrificio

Un suono acuto e fastidioso lo svegliò di soprassalto. Con un gesto deciso Thor, il dio del tuono, scostò le coperte, afferrò la sveglia e la scagliò contro le pareti, poi si levò a sedere e rimase immobile ad osservare i pezzi metallici sparpagliati sul pavimento marmoreo, a venti centimetri dalle pareti, a due metri dal suo letto.
- Un tempo sarebbero stati venti chilometri, - sospirò.
Ripensò a quando i vichinghi solcavano i mari, depredavano le città che si affacciavano sulla costa e attraversavano l'oceano, fino alle coste americane. Ripensò alle volte in cui lo avevano adorato, avevano invocato la sua protezione e lui aveva combattutto al loro fianco. All'inizio li aveva aiutati solo perché era nel suo interesse farlo. Gli dei hanno bisogno degli uomini più di quanto gli uomini abbiano bisogno degli dei, perché la forza degli dei è nella fede e nell'adorazione degli uomini.
- Fede e adorazione, un prezzo onesto in cambio del nostro aiuto, - aveva sempre sostenuto il figlio di Odino, un prezzo che gli uomini avevano smesso di pagargli.
Lentamente Thor aveva perso il vigore che lo aveva reso leggendario e invincibile quando si abbatteva sui nemici impugnando Mjolnir, il suo martello incantato. Nessuno, né uomo, né demone, né dio poteva maneggiare il martello di Thor, perché nessuno, eccetto Thor, aveva la forza necessaria per sollevarlo. Ora neanche lui.
I tempi erano cambiati da quando gli dei combattevano giganti, uccidevano orchi e ispiravano poeti e cantastorie, che ne narravano le impavide gesta. I tempi erano cambiati da quando festeggiavano con sontuosi banchetti in cui l'ambrosia scorreva a fiumi e la musica riempiva le sale.
- Da quando ci sono delle metodologie per valutare in modo oggettivo l'operato di un dio? - Si chiese il tonante, mentre faceva colazione e leggeva la lettera di convocazione presso l'ufficio del dott. Erik Vakund, che gli era stata recapitata con la posta mattutina.
Gent. Sig. Thor,
si

[continua a leggere...]




Pagine: 1234... ultima



Cerca tra le opere

Racconti fantasticiQuesta sezione contiene racconti di fantascienza, storie fantasy, racconti fantastici