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Racconti fantastici

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82, Washington Road (Episodio 14)

Raggiungere il cantiere non fu affatto semplice per i quattro sopravvissuti, nonostante la distanza da colmare non fosse molto grande. Le creature, che si erano ritirate quasi del tutto verso l'alba, a metà mattina ricominciarono a battere le strade di Rockford, avendo forse smaltito la scorpacciata del giorno prima e bramando nuovamente vittime.
Rod Hensenn e Sonny Meltzer aprirono la strada imbracciando gli M4 sottratti ai cadaveri degli uomini in nero, mentre Sarah e Jake li seguivano armati della sola pistola, che impugnavano a turno con uguale insicurezza. Abbatterono sei mostri, ne respinsero molti di più con la sola minaccia delle armi, ma non trovarono sollievo fino a quando non imboccarono Washington Road.
La strada era abbastanza larga da offrire una visuale ampia e i pochi edifici non costituivano nascondigli dai quali quelle bestie potevano sorprenderli, ma fu ben altro a rasserenarli. L'esperienza vissuta da Jake e Sarah suggeriva che l'origine di quei demoni si trovasse proprio lì, in quella strada, dunque sarebbe stato logico trovare una concentrazione maggiore di pericoli. Al contrario, invece, Washington Road era vuota e pacifica, indifferente all'invasione maligna che aveva distrutto Rockford. Le creature, addirittura, smisero di braccarli quando la imboccarono, forse temendo quella strada, forse avendone sacro rispetto.
Il cantiere, ciò che ne rimaneva, non rincuorò i quattro, perché non offriva alcun suggerimento, nessuna soluzione, tuttavia raggiunsero il cancello penzolante e sbirciarono oltre, tra le macerie generate dall'esplosione. A sprezzo di ogni logica, sentivano ora più di prima che lì dentro c'era qualche speranza; non erano certi di trovarvi il modo di lasciare Rockford - o cancellare gli ultimi giorni e tornare alla normalità - , ma che sotto la polvere, i calcinacci e le travi di ferro spezzate vi fosse qualcosa di potente non v'era dubbio.
Un lucchetto teneva chiuso il cancello, ma questo era stato talmente pie

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Il Re di Cuori

Mi sono sentito dire spesso che ho lucidità, freddezza, razionalità non umane.
Nel corso della mia esistenza, se esistenza poteva definirsi lo squallido grigiore dei giorni che si susseguivano tutti uguali l'uno al precedente, non avevo mai manifestato particolari emozioni. Anzi, sarebbe più corretto dire che non avevo mai provato emozione alcuna.
Nemmeno alla morte delle persone a me vicine.
Nei miei ricordi non c'era spazio per le lacrime.
Non c'era spazio per i sorrisi.
Non c'era spazio per l'ira.
C'era solo, vago, lontano, un senso di irritazione crescente quando altri manifestavano sconforto, ilarità, ira.
Non provo invidia per nessuno. Non provo rancore. Non provo pietà.
La mia vita era solamente un eterno peregrinare verso il domani. Sapendo che nulla l'avrebbe sollevato dallo squallore dell'oggi e da quello di ieri.
Ma non m'importava.

Nella mia vita ho avuto numerose donne.
Non potrebbe certo dirsi che le ho avute per la mia bellezza.
Né tanto meno per la mia allegria, o simpatia, o estro.
Le amavo.
Loro si lasciavano amare.
I miei pensieri erano freddi anche in quei momenti. La razionalità non mi abbandonava in nessuna situazione.
Non provavo alcuna felicità, per quanto ne avessi sentito parlare e forse era quella che inseguivo, quando ero con loro.
Dopo… le abbandonavo nello stesso modo di sempre.
Non un arrivederci, non un addio. Semplicemente le riaccompagnavo a casa e, sempre senza proferire alcun suono, andavo via, verso il domani, sapendo che sarebbe stato altrettanto grigio, vuoto e squallido.
Ma non provavo alcuna tristezza. Né alcun rimorso.
Una volta una donna mi definì il Re di Cuori, poiché avevo sempre una chiave per entrarvi.
Non importava quanto fosse bella, intelligente, brillante.
Qualsiasi donna che io incontravo aveva una serratura. Ed io sapevo ricavare, anche dal nulla, la chiave giusta.
E quando hai la chiave giusta per entrare, hai anche quella per uscire.
Come un ladro di appartamen

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   14 commenti     di: Ettore


E venne la fine

E come sentendosi in dovere di avverare tutte le profezie, la fine fece per giungere. Finalmente, secondo alcuni, troppo presto per altri, ai quali sarebbe bastato arrivasse la generazione dopo. Fatto sta che quello che stava succedendo pareva proprio essere la fine, almeno agli occhi degli abitanti della Terra. Erano decine di anni che si credeva sarebbe successo: schiere di profeti avevano preannunciato la catastrofe, “solo”, dicevano, “non si può sapere con esattezza quando avverrà”. Si sapeva solo che doveva accadere, e che sarebbe accaduta, in un modo o nell’altro. Questa incertezza sul quando faceva sì che nessuno muoveva un dito per evitare il disastro, tutti si sentivano la coscienza a posto, solo speravano non sarebbe toccato a loro, assistere alla fine del mondo.
Da qualche anno la crisi economica, dovuta alla scarsità delle risorse in rapporto al fabbisogno di energia dei troppi uomini che popolavano il pianeta, stava imperversando nelle nazioni più sviluppate. Questo era un brutto segno, in quanto si sapeva che il Terzo e Quarto Mondo non si sarebbero mai sollevati dal loro stato di povertà, ma se anche nei paesi considerati ricchi si fosse presentata la crisi... Insomma, il mondo sembrava alla frutta, ma forse non era proprio un peccato, il fatto che sarebbe finito di lì a breve.
Va da sé che da qualche tempo tutte le televisioni non parlavano che dell’imminente fine del mondo: c’era un margine di errore di solo qualche ora, per quanto riguarda il momento della caduta di un grosso meteorite sulla Terra, a detta degli scienziati di un’equipe canadese, gli stessi che avevano preannunciato il triste evento un paio di anni prima. Mancava soltanto una settimana all’impatto, e già da un paio di mesi le attività economiche erano state bloccate: si era stimato che le riserve petrolifere e di beni di consumo a disposizione sarebbero state sufficienti per i due mesi che ancora c’erano da vivere, quindi tutti gli operai avevan

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   13 commenti     di: Luca Grazioli


Ronzavano

Sfrecciava la sua macchina... sfrecciava come se il Diavolo in persona la stesse inseguendo...
I riflessi rossi mandavano bagliori sotto il sole cocente.
Il rombo sotto di lui lo faceva sentire bene, la musica martellante gli sussurrava di schiacciare di più
“PIU’ VELOCE DEL DIAVOLO... YEAH... YEAH”
e lui schiacciava fino in fondo.
Inserì la quarta e il motore fece un balzo in avanti, la lancetta ormai prossima ai cento.
Ramona... quelle vibrazioni gli avrebbero regalato la sua verginità... e una sana bottiglia di vino l’avrebbe aiutato.
Le ruote bruciavano sulla strada fumante.
“Posso accendere il climatizzatore?” La sua voce tradiva la paura... e l’eccitazione. Si teneva la gonna stretta in mezzo alle gambe e tichettava nervosamente le dita contro il poggia braccio.
Chiuse i finestrini e accese il climatizzatore; tutto si fece più piacevole.
“Grazie”
Il segnale del limite di velocità visse una frazione di secondo nella sua mente, poi sparì e fu cestinato. I limiti di velocità li rispetta solo chi non sa guidare e questo non era suo caso.
Aveva finito gli studi e i suoi avevano fatto fede alle loro promesse.
“Cavolo, se ci dovesse beccare la polizia...”
“Non ti preoccupare”
Svuota cestino.
Inserì la quinta, ormai sui centoventi... poche centinaia di metri ancora e sarebbe iniziata la grande scalata, l’odore di freni e frizione avrebbero incominciato a riempirgli le nari... avrebbe preso quella rotonda a grande velocità, la musica si sarebbe frantumata sotto il rumore delle ruote che fischiavano e gli applausi del pubblico, avrebbe stretto mani e posseduto tipe a non finire e... sentì un leggero dolore sul fianco, un pizzico.
Abbassò lo sguardo e vide una vespa o un ape del cazzo che lo stava pungendo.
La vespa svolazzò sopra il suo braccio destro, dove si posò a farsi una passeggiatina e sganciò un altro morso.
“Figlia di puttana!”
“Cos...”
Calò la mano sinistra e spiaccicò l’insetto. Il liq

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Elyndas

"Corri, corri veloce. Scappa, non farti prendere, se ti prendono se morto, finito, il tuo mondo svanisce, corri veloce, non fermarti, nulla ti deve fermare". Era questo ciò che pensava la giovane Elyndas, appena sedicenne. Correva veloce scalza sull'erba fresca della notte dell'ultimo giorno di primavera. Sentiva l'adrenalina e al contempo la paura invaderle il corpo, doveva tornare alla base, solo lì sarebbe stata al sicuro. Sentiva il sangue scorrere sotto i suoi piedi, le sue vittime, la sua strage, sentiva gli effetti di ciò che aveva appena fatto, come ogni volta del resto; sentiva il sangue di tutte quelle persone sotto i suoi piedi mentre tentava di ritrovare l'uscita del grande giardino del palazzo dei nobili del luogo.
All'improvviso si ritrovò a terra dopo aver sbattuto contro la cancellata principale, ma da lontano sentiva le guardie arrivare più veloci che mai, sentiva i passi rapidi, sentiva le urla delle guardi che le promettevano morte certa.
Si affrettò a scavalcare il cancello, la sua incredibile magrezza ed agilità in questi casi le erano molto utili.
Corse veloce, il più velocemente possibile, per arrivare alla base della gilda.
"Ma cosa sto facendo? Ormai sono anni che faccio sempre le stesse cose: loro mi affidano le missioni e io le devo portare a termine il più velocemente possibile. E a loro non interessa se magari alla fine sono morente, devo arrangiarmi, devo fare tutto da sola, non mi concedono nemmeno un aiutante! Ma ora basta! Sono stanca di stare ai loro ordini! Non voglio essere un'assassina e sono ormai sei anni che sono un'assassina della gilda degli assassini più temuta del nostro mondo! Un Tiranno sta cercando di conquistare l'intero nostro mondo, e loro pensano solo ad affidarmi missioni che vedano come vittime persone che con il Tiranno non c'entrano nulla! Voglio andarmene da questa inutile gilda degli assassini! Si, ammetto che alcune missioni andavano bene anche a me, che alcune persone che ho ucciso le ho uccise

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   4 commenti     di: Gaia Locatelli


La setta della parola

La setta della parola magica è ora una realtà.
Iniziò così per gioco, erano in sette 4 uomini e tre donne. Improvvisamente scoprirono che le loro poesie erano in grado di influenzare le menti.
Forse è meglio che inizio… dall’inizio.
Ce, Vi, Ma, So, Lo, Fa, Au, scrivevano poesie e le pubblicavano su un sito internet dove chiunque poteva entrare, leggere e lasciare commenti.
Spesso i commenti lasciati determinavo alcune scelte che i lettori evidenziavano nel loro giudizio.
Per fare un esempio: una poesia scritta da Ma, dove si evinceva che per trovare l’amore dovevi percorrere un passaggio doloroso, trovava riscontro nel giudizio di un lettore che affermava ciò che Ma aveva sentenziato nella sua opera.
Sembra strano eppure era così, nessuno dei 7 poeti se ne rese conto fino a quando Vi, che tra tutti era colui che aveva più tempo, ricco da generazioni, viveva di rendita in un castello dell’800 alle porte di Roma, analizzando le opere e i commenti se ne accorse rimanendo allibito.
Tornò a verificare il tutto, ed ebbe conferma quando lesse un commento di un lettore in cui affermava che era inutile continuare a vivere, la faceva finita suicidandosi, non era più in grado di sopportare il mondo così come era. Si sarebbe gettato da un ponte.
Vi, si mise alla ricerca su internet dei suicidi avvenuti nel luogo di origine del lettore, e su un quotidiano locale trovò la conferma.
Impallidì, deglutì più volte, come un automa si alzò e versandosi un’abbondante dose di cognac uscì in giardino. Accarezzando svogliatamente la testa dell’alano che gli si era avvicinato si chiese:
ed ora?

Ognuno dei sette poeti aveva la propria vena artistica,
Ce scriveva sovente di amore, speranza e voglia di vivere,
Vi, del vivere nella sua essenza migliore, Ma e So dei sogni, di amori perduti, Lo del sociale e della malvagità dell’uomo, Fa della solitudine e dell’abbandono, Au del dolore interiore.
Ognuno era però in grado di interpretare con paro

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   1 commenti     di: cesare righi


Sacrificio

Un suono acuto e fastidioso lo svegliò di soprassalto. Con un gesto deciso Thor, il dio del tuono, scostò le coperte, afferrò la sveglia e la scagliò contro le pareti, poi si levò a sedere e rimase immobile ad osservare i pezzi metallici sparpagliati sul pavimento marmoreo, a venti centimetri dalle pareti, a due metri dal suo letto.
- Un tempo sarebbero stati venti chilometri, - sospirò.
Ripensò a quando i vichinghi solcavano i mari, depredavano le città che si affacciavano sulla costa e attraversavano l'oceano, fino alle coste americane. Ripensò alle volte in cui lo avevano adorato, avevano invocato la sua protezione e lui aveva combattutto al loro fianco. All'inizio li aveva aiutati solo perché era nel suo interesse farlo. Gli dei hanno bisogno degli uomini più di quanto gli uomini abbiano bisogno degli dei, perché la forza degli dei è nella fede e nell'adorazione degli uomini.
- Fede e adorazione, un prezzo onesto in cambio del nostro aiuto, - aveva sempre sostenuto il figlio di Odino, un prezzo che gli uomini avevano smesso di pagargli.
Lentamente Thor aveva perso il vigore che lo aveva reso leggendario e invincibile quando si abbatteva sui nemici impugnando Mjolnir, il suo martello incantato. Nessuno, né uomo, né demone, né dio poteva maneggiare il martello di Thor, perché nessuno, eccetto Thor, aveva la forza necessaria per sollevarlo. Ora neanche lui.
I tempi erano cambiati da quando gli dei combattevano giganti, uccidevano orchi e ispiravano poeti e cantastorie, che ne narravano le impavide gesta. I tempi erano cambiati da quando festeggiavano con sontuosi banchetti in cui l'ambrosia scorreva a fiumi e la musica riempiva le sale.
- Da quando ci sono delle metodologie per valutare in modo oggettivo l'operato di un dio? - Si chiese il tonante, mentre faceva colazione e leggeva la lettera di convocazione presso l'ufficio del dott. Erik Vakund, che gli era stata recapitata con la posta mattutina.
Gent. Sig. Thor,
si

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