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Racconti fantastici

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First Life

L’isola è avvolta da bagliori giallastri, rade increspature rosse su un cielo pietra levigata. Un cielo che freme, instabile di milioni di pixel che scuotono se stessi e rendono la simulazione di un movimento incessante, nuvole accartocciate sfrigolano come su rotaie striate, voli d’uccelli che sono macchie nere nel presagio della notte che si avvicina. Attorno l’oceano, distesa immensa di blu cobalto, flutti dispersi e tuffi d’acqua sintetica, gocce perfette a comporre il quadro di una singola onda: Hokusai non avrebbe saputo fare meglio, nessuno saprebbe rendere meglio ogni singolo puntino polarizzato da un energia che non si esaurisce. Sedute al tavolo, le quattro persone finiscono i rimasugli di un aperitivo ricco. Resti di carne adagiati su foglie d’insalata, bicchieri di cristallo con un liquido rosso al fondo, sigarette piegate su di un portacenere a conchiglia.
- La pioggia pare che abbia come una consistenza, capite?
- In che senso?
- Nel senso che si sente
- Si ascolta?
- No, non in quel senso…
- E in quale?
- È difficile da spiegare. Dicono che sia come se ci fosse una pressione di energia che dura pochissimo eppure tu la avverti nel profondo di te - Amanda Logan scuote la testa alle parole di Friedrich Jano, e il suo casco di riccioli ocra si avvolge su se stesso, i minuscoli tentacoli a spirale che lo compongono titillano.
- Boh. Cazzate - dice Amanda, e il suo labbro ha un tentennamento quasi cattivo.
- Tanti però ci perdono un sacco di tempo
- Tanti non sanno fare altro che stare dietro alle cose che inventano di continuo. Poi si stufano e le abbandonano
- Può darsi, ma io ci proverei. Un po’ di curiosità ce l’ho, voi no? - Gulp Ho si alza stirandosi. Prende il bicchiere e finisce ciò che rimane del suo Daiquiri alla fragola. Il liquido pare scomparire risucchiato nell’intervallo di spazio tra la sua bocca, immobile, e il bordo del bicchiere.
- Le cose nuove attraggono sempre, in fondo - aggiunge risedendosi.

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   0 commenti     di: vito ferro


Solitaria

1

Una pietra cadde nello stagno…

Si svegliò e capì di essere solo.
---... solo…sono morto…---
Non era il senso di solitudine che si prova quando il letto è freddo e non c’è nessuno accanto da cui poter spillare un po’ di calore umano… no, era solo, assolutamente solo. Non capiva il perché lo sapesse così nettamente e assolutamente ma fu la prima sensazione che ebbe appena aprì gli occhi e si mise a fissare il tetto.
Tutto attorno a lui si trasformava, faceva caldo, si trovava all’inferno. La luce arrivava da un punto che egli non poteva vedere ed era rossa, arancione, verde, azzurra, era luce di fiamma, luce di dannazione
---…probabilmente uno scherzo dei miei occhi…---
Un odore di vecchio impregnava l’aria. La schiena gli doleva e si sentiva stanco e pesante. Con un non piccolo sforzo alzò la mano destra e se la portò davanti agli occhi e la guardò, anzi l’ispezionò tutta come se la vedesse per la prima volta in vita sua. Aveva le unghie lunghe e sporche. Dietro di lui vedeva solo buio, nessun ricordo. Si tastò la faccia tutta imperlata di sudore.
---... ho la barba devo tagliarla…---
Chiuse gli occhi, si appoggiò la mano sul petto, aspettò e ascoltò.
---... sono o non sono morto?... ---
Il silenzio era di tomba… o quasi. Sentiva solo il suo respiro e il tambureggiare ritmico del suo cuore. Faceva rumore, il suo corpo faceva il rumore di una vecchia macchina diesel in bruttissime condizioni che lo percuoteva e gli rimbombava nel cervello.
Il flashback
---…una volta ero in acido a casa di Betty e stavamo guardando la tv solo che io non la guardavo io ero quelle linee bianche che passano ogni tanto sullo schermo ero un disturbo e mentre pensavo a tutto questo l’unica cosa che sentivo che mi teneva aggrappato alla realtà era il mio respiro il battito del mio cuore e le onde di sangue che s’infrangevano nelle mie tempie…---
fu fortissimo e lo spaventò; il cuore e il suo respiro si fecero sempre più pres

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La palla

Oggi è un mese che Adriana mi ha lasciato, portandosi via lo stretto necessario che è riuscita ad introdurre in due valigie.
È andata dalla madre, per ora.
Mi disse che quando se la sarebbe sentita, avrebbe provveduto a prendere tutte le altre sue cose.

Io non feci il minimo accenno di resistenza e d'opposizione a questo suo gesto che, da qualche tempo, ormai, stava maturando.

Il nostro rapporto, infatti, negli ultimi mesi, registrava quotidiani battibecchi e accese discussioni, che nascevano, sempre, da futili motivi.
Mi ha sopportato anche troppo a lungo. Per troppo tempo ha subito le mie stupide angherie, le mie provocazioni, il mio scaricare su di lei le mie angosce e le mie ansie.

Mi rendevo conto che sarebbe arrivato il giorno in cui, esasperata dal mio comportamento, mi avrebbe affrontato, com'è suo costume, per chiarire definitivamente il nostro rapporto.
Quel giorno giunse.
Era una delle, ormai consuete, noiose ed insulse domeniche, che trascorrevamo in casa, come due estranei.
Con fare deciso Adriana, richiama la mia attenzione e mi dice:
"Claudio, io ti ho tanto amato e ti amo ancora, ma non posso più assistere al disfacimento del nostro rapporto, senza vedere una possibilità di recupero. Non posso più combattere con una persona che fa di tutto per affossarlo sempre di più".
Seguì un'intensa pausa indotta dalla commozione di Adriana. Dopo pochi secondi, tratto un profondo respiro, proseguì:
"Claudio, non vedo la benché minima intenzione, da parte tua, di recuperare l'equilibrio e la serenità che ti ha sempre contraddistinto. Non mi fai partecipe dei tuoi sentimenti, non comunichi più, non mi consenti di aiutarti ed io, a questo punto, sono tanto avvilita che non vedo altra soluzione che quella di andarmene, per poi separarci.".

Cominciò a singhiozzare intensamente ed io continuavo a fissarla come se fosse un'estranea e parlasse di cose che non mi riguardassero.

"Vedo  che non te ne importa niente!  Sa

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   2 commenti     di: Sergio Maffucci


L'equilibrio ritrovato!

Ce: donna totalmente pazza è arrivato il momento che io ti veda, basta rimandare, stasera ore 21:00 voglio incontrarti, decidi te il luogo. Se non accetterai nemmeno questa volta, non parleremo più nemmeno distanziati da uno schermo, come ormai facciamo da anni!
Cu: d'accordo! Stasera ora 21:00 in via " bocca" .. voglio proprio vedere se esisti, uomo con idee assurde e contrastanti dalle mie!
Finalmente si decisero, dopo svariati appuntamenti rimandati, dopo aver esaurito anche le scuse più assurde, la sera del 4 luglio 2012 si sarebbero incontrati e avrebbero potuto discutere guardandosi negli occhi, invece di digitare tasti di freddi e tecnologici pc portatili. Erano trascorsi anni da quando i due iniziarono a chattare, parlavano, parlavano di tutto e la cosa buffa è che su niente andavano d'accordo, riguardo nessun argomento la pensavano ugualmente. Il loro passatempo preferito era iniziare un discorso e far cambiare idea all'altro, a volte usando anche un linguaggio volgare e per niente amichevole. Entrambi erano increduli del fatto che da li a poche ore avrebbero incontrato l'interlocutore virtuale, compagno di sere solitarie e notti insonni passate a discutere, a spiegare le proprie idee in mille modi differenti cercando di convincere l'altro a cambiare opinione, ma ripetutamente le discussioni si concludevano con un " vaffanculo, ho ragione io. Buona notte! "
Erano le 20, 00 e all'incontro mancava un'ora esatta, in compagnia di chissà quali pensieri, paure e aspettative iniziarono a farsi belli o quantomeno presentabili. Lui, CERVELLO, si fece una doccia veloce, si spruzzò il profumo che secondo lui gli donava maggior virilità e iniziò a cercare l'abbinamento perfetto fra calzini, camicia, pantaloni, giacca e cravatta, una decisione non semplice che si concluse con la scelta di una scala di blu niente male, immancabile l'orologio d'oro al polso sinistro, un'ultima pettinata ed era pronto per incontrare lei, CUORE, che nel frattempo si era truccata

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   3 commenti     di: marzia


Lux Aeterna - parte 3: in cammino verso la montagna degli spiriti

Laila divenne una statua incapace di muoversi, si sentiva paralizzata; non oppose alcuna resistenza quando la non-morta, impaziente, le infilò il pesante cappuccio sulla testa.
All'improvviso fu tutto buio, ma forse era meglio così, pensò tra se.
Sentì delle fredde mani taglienti levarle le scarpe facendola rimanere scalza; altre mani si aggiunsero strattonandola per le braccia e affondando le unghie nella carne.
A velocità impressionante la fecero scendere per delle vorticose scale a chiocciola e nel mentre avvertiva il contatto con il freddo del marmo che le congelava i piedi e l'anima.
Udì un suono familiare che tanto assomigliava a quello prodotto dalla porta della sua stanza quando si apriva, ma quel rumore era talmente forte da indolenzirle i timpani; pensò che sicuramente doveva essere un gigantesco portone blindato.
Laila capì di essere all'aperto, finalmente era fuori dalla fortezza ma prigioniera di un destino che non le apparteneva.
Avvertì di essere in cammino su di un ripido sentiero circondata da un corteo di voci, spaventose e metalliche.
Recitavano litanie in una lingua incomprensibile e un odore pungente d'incenso le faceva bruciare le narici.
I piedi cominciarono a farle molto male, le pene inflitte da sassi e spine lungo il sentiero divennero insostenibili.
Fu allora, quando i sensi stavano per cedere, che qualcosa d'inspiegabile iniziò a massaggiarle la pianta dei piedi ogni volta che essi toccavano il terreno. Lentamente si riappropriò della sensibilità persa.
Un piccolo vortice d'aria le si attorcigliò alle caviglie.
"Laila resisti! Sono Sylphie e sono qui con te. Le fate della terra si stanno prendendo cura dei tuoi piedi, non riusciranno a farti perdere i sensi!".
Ad ogni passo si sentiva più forte fisicamente ma ancora troppo debole nello spirito per affrontare l'imminente situazione.
Sylphie con tutta la dolcezza possibile della sua voce flautata si rivolse al suo orecchio:
"Siamo quasi sulla cima della montagna

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   10 commenti     di: Kartika Blue


giuseppe

Pure se accolte in trionfo alle splendenti porte del Cielo, da qualche tempo le anime beate dei palermitani giungevano in Paradiso con visi sempre più contriti.
Di ciò si dolse Gesù con Giuseppe per conoscerne il motivo.
Il sant’uomo un poco si schermì ma, che volete, a sentirsi appellare papino-papetto da quello che tante gliene aveva rifilate in terra e che qua ora gli era figlio neanche a metà, al buon vecchio gli si sciolse la cera di padre: “Vedi che c’è, figlio mio, da tanto in Sicilia neanche da morti i vivi hanno risetto”, e gli contò il come e il per la quale trovare riposo nei cimiteri comunali era diventato una Passione che pari solo il Golgota, forse.
Al sentir la sonata, al piccolo dio gli girarono le sante cose e, con un colpo di bacchetta, in quel bruscolo di creato che era Palermo di colpo si smise di morire.
Fu un bel vedere per i quasi eredi in attesa d’ereditare, per le quasi vedove in attesa di svedovare, per i casciamortari in attesa nelle sale d’attesa che non la finirono più d’attisare.
Al modo del gioco di Peralta, la morte era montata sull’albero e non ne intendeva scendere. Nonostante le tarme che salivano fuori dalle tasche degli eredi, del fuoco da sotto le gonne delle vedove e dei denari a chi di dovere pagati sottobanco dai casciamortari.
Come un cattivo odore, poco a poco, la notizia si propalò e non vi fu chi da ogni parte non accorresse a frotte: malati agli ultimi istanti, generazioni di sifilitici, ricconi decrepiti e canaglie d’ogni sorta decisi a prolungare l’onore di madre terra a tenerseli per figlietti.
In breve le vie della città erano un viavai di incartapecoriti, di vecchi con facce come scorze d’alberi, di strisce lunghe di cateteri, clisteri e bypass. Nel contempo ai camposanti i vivi fecero deserto, rinfrancati d’aver frapposto più che una morte tra loro e quegli altri; tanto che sulle cancellate gonfiavano le ruggini e s’aggrappavano edere prodigiose.
Al sindaco comincia

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   2 commenti     di: sergio scaffidi


Attraverso la Voce: Atto 1

Prologo: Celtic Sea 1195
È andato tutto storto. La tempesta ci ha travolto senza il benché minimo preaviso. Il vento urla mentre, assieme alla pioggia flagella la nave da ogni direzione. La tetra oscurita che ci avvolge viene trafitta soltanto, dal rosso bagliore del falò di una torre di guardia. La terra è vicina. Ma non so se riuscirò a raggiungerla. Benjamin mi si avvicina urlando a squarciagola: "John, che facciamo?! La tempesta è troppo forte! Se continua cosi saremo dati in pasto al mare!" Con la mano mi asciugho il viso come meglio posso mentre manovro il timone sferzando con violenza: "Ben, ascolta... devi ritrarre le vele! Capito? Se riusciamo a non farci trascinare troppo dal vento avremmo una possibilita!"Ben mi guarda come se avessi detto la cosa più folle del mondo: "Ma sei impazzito?! Senza le vele la nave andrà fuori controllo!" "La nave è già fuori controllo idiota! Senza le velle almeno avremmo un po' di tempo per riportare questa bestia in asse!" Senza esitare oltre Benjamin comincià ad arrampicarsi sull'albero maestro. Sbattuto dal vento e dalle vele Benjamin armeggia con le corde con frenesia. All'improviso si ferma. Cosa avrà visto? Non faccio in tempo a chiederlo che già lo sento gridare: "Uno scoglio! Uno scoglio di prua!!!". Maledizione! Sterzò il timone della nave a destra più in fretta che posso. Ma non abbastanza. Sento il fianco sinistro della nave che si incrina. Poi sento il fragore del legno che si spezza come un ramoscello, mentre gelide onde travolgono l'intero ponte. La nave sobbalza e io vengo lanciato quasi fuoribordo. Cado poco prima di perdere i sensi.
Atto I: England Bay
Mi sveglio sentendo i sussulti sotto la scomoda superficie di legno sulla qualle giacio. Apro gli occhi e vengo accecato dal sole mattutino. La testa mi gira, ma riesco comunque a metermi seduto. Una mano mi stringe la spalla: "Ehi vacci piano amico mio... Hai preso una bella botta!" Anche se a fatica riconosco la sua voce: "Benjamin? Ma tu..

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