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Racconti fantastici

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Noi gli anti-eroi Capitolo II

Mentre camminavo il sole tramontava e tutto si tingeva di un colore caldo. La vallata e il villaggio che si vedevano in lontananza stavano per essere oscurati dal buio della notte.
Vedere quella sfera infuocata che lascia il posto alla luna mi faceva sentire bene. È solo una mia sensazione e non so per quale stano motivo la notte mi porta ispirazione; viaggiare di notte è la cosa più bella in assoluto. Quando chiusi il cancello del mio castello verso di me era il tramonto. Il mio compagno SORUS non viveva molto distante da me, ma dovevo mettermi in marcia; il sentiero era lungo, tortuoso e sopratutto dovevo percorrerlo a piedi.
Attraversando le foreste che conoscevo come le mie tasche, mi soffermavo ogni tanto ad osservare i dintorni, sia per evitare possibili inseguitori che per diletto personale. La vasta collina era disseminata di pini molto anziani, alcuni abbattuti e il sentiero si trovava in pessime condizioni, forse perche ormai più nessuno osava passarci e nel passare degli anni non ho mai ricevuto visite.
Camminando incontrai le varie creature che popolano la notte; gli animali che di giorno si nascondono, la sera escono un po' come noi anti-eroi. Esse sono le creature meno capite e vagano senza una meta ben precisa, ma a differenza loro io ora ho una meta da raggiungere.
Camminare da solo serve sempre, spesso per pensare. Nei miei viaggi è capitato di esplorare villaggi o città popolate da persone o da eroi e la sensazione non era delle migliori; il comportamento di quest'ultime era completamente avverso al mio passaggio, come se venissimo da due mondi diversi. Ma la nostra era una convivenza forzata; spesso per le strade venivo additato come se fossi pazzo, probabilmente perché venivo riconosciuto e ricordato per il mio passato.
Troppe volte mi saliva la rabbia in corpo e avrei voluto urlare, sfoderare le spade e fare una carneficina, massacrando tutte quelle persone che senza nemmeno conoscere la verità si permettevano di giudicare e maltr

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Ronzavano

Sfrecciava la sua macchina... sfrecciava come se il Diavolo in persona la stesse inseguendo...
I riflessi rossi mandavano bagliori sotto il sole cocente.
Il rombo sotto di lui lo faceva sentire bene, la musica martellante gli sussurrava di schiacciare di più
“PIU’ VELOCE DEL DIAVOLO... YEAH... YEAH”
e lui schiacciava fino in fondo.
Inserì la quarta e il motore fece un balzo in avanti, la lancetta ormai prossima ai cento.
Ramona... quelle vibrazioni gli avrebbero regalato la sua verginità... e una sana bottiglia di vino l’avrebbe aiutato.
Le ruote bruciavano sulla strada fumante.
“Posso accendere il climatizzatore?” La sua voce tradiva la paura... e l’eccitazione. Si teneva la gonna stretta in mezzo alle gambe e tichettava nervosamente le dita contro il poggia braccio.
Chiuse i finestrini e accese il climatizzatore; tutto si fece più piacevole.
“Grazie”
Il segnale del limite di velocità visse una frazione di secondo nella sua mente, poi sparì e fu cestinato. I limiti di velocità li rispetta solo chi non sa guidare e questo non era suo caso.
Aveva finito gli studi e i suoi avevano fatto fede alle loro promesse.
“Cavolo, se ci dovesse beccare la polizia...”
“Non ti preoccupare”
Svuota cestino.
Inserì la quinta, ormai sui centoventi... poche centinaia di metri ancora e sarebbe iniziata la grande scalata, l’odore di freni e frizione avrebbero incominciato a riempirgli le nari... avrebbe preso quella rotonda a grande velocità, la musica si sarebbe frantumata sotto il rumore delle ruote che fischiavano e gli applausi del pubblico, avrebbe stretto mani e posseduto tipe a non finire e... sentì un leggero dolore sul fianco, un pizzico.
Abbassò lo sguardo e vide una vespa o un ape del cazzo che lo stava pungendo.
La vespa svolazzò sopra il suo braccio destro, dove si posò a farsi una passeggiatina e sganciò un altro morso.
“Figlia di puttana!”
“Cos...”
Calò la mano sinistra e spiaccicò l’insetto. Il liq

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I tre angeli custodi cap 5 La protezione

Alfio, Fiocco e Gail, un grosso falò nella radura più nascosta del bosco, il gran Roppo… all’ordine del giorno, anzi, della notte; la protezione di Leira; l’accigliato Roppo andava su e giù, lo sguardo fisso al terreno, cercando una soluzione al grave rischio della piccola Fata…ad un tratto, il vecchio Gail nella sua veste tradizionale, una lunga tunica grigia dalle ampie maniche e dal cappuccio profondo, esordì dicendo:”- Ascoltatemi, la vita di Leira è in pericolo perché la sua natura ibrida non viene accettata dal Gran Consiglio, non viene accettata in quanto singolare…però, se riuscissimo a dimostrare che esistono altri ibridi? Frutto dell’unione di un Mago ed una Terrestre ad esempio, oppure altri casi di unione di Fate e Terrestri? Chi ci dice che non ce ne siano? Come facciamo ad esserne certi? Se è successo ad Ashtar perché non può essere successo ad altri? Dovremmo cercare, fra i membri del Gran Consiglio, qualcuno disposto ad aiutarci in questa ricerca…e così, se dimostrassimo che gli ibridi esistono già e non sono un pericolo per il nostro mondo, il Consiglio potrebbe recedere dal suo giudizio…”

“Già” rispose Alfio, graffiando il terreno con gli scalpitanti zoccoli e soffiando aria dalle froge, “chi mai, del Gran Consiglio sarebbe disposto a perdere il suo prezioso tempo per noialtri? ”
“La vedo veramente brutta” sentenziò Fiocco, l’elfo; e per la paura si fece ancora più piccolo e quasi trasparente.

“Un membro del Gran Consiglio che possa aiutarci? Un membro del Gran Consiglio che ci sia amico? Un membro del Gran Consiglio disposto a tradire l’Ordine per fare giustizia? ” Si domandava ad alta voce Roppo, continuando a girare intorno al fuoco…quando, all’improvviso esclamò:” Reynah!!! Si, si, Reynah potrebbe aiutarci, Reynah risponde ai requisiti necessari a disubbidire all’Ordine, Reynah, la mia piccola dolce adorata allieva, oh fato, oh destino, è vero, Gail, hai ragione, solo con u

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   1 commenti     di: luigi deluca


Il giardino zen

Erik era un cacciatore. Non nel senso classico, però: era sì un cacciatore, ma nell’accezione più moderna del termine. Non esistevano più cacciatori, almeno per come li si intendeva fino a un dieci anni prima: era un cacciatore di carcasse. Uno degli ultimi rimasti.
Nessuno stava dietro al Messia.
Tuttavia Erik ci riusciva, anzi, lo aveva quasi raggiunto. Aveva sacrificato tutto ciò che possedeva per inseguirlo, e per non perderlo di vista aveva addirittura abbandonato la sua famiglia lungo la via. “Non c’è più speranza per noi, vai, amore mio! ” gli aveva gridato la moglie Alina e lui, senza pensarci troppo, si era lanciato all’inseguimento del Messia, che proseguiva veloce, seguito dal fumo delle foreste in fiamme.
Non avrebbe avuto senso restare con la moglie, perché se non si rimaneva al passo con il Grande Distruttore non si riusciva a sopravvivere: per nutrirsi degli avanzi dei roghi che provocava il Messia bisognava essergli a non più di qualche chilometro di distanza, altrimenti non si sarebbe riuscito ad ottenere che cenere, dal suo passaggio.
Così, un giorno lei lo baciò e gli disse: “Ferma quella bestia, tanto per me non c’è speranza, come non ce n’è stata per i nostri bambini, e per tutti gli altri”. L’aria rarefatta non le aveva concesso il tempo per dire altro, e lui era partito, intento a fermare la distruzione che si stava diffondendo nel mondo per mano del Messia, il Grande Distruttore.
Rapido come il leopardo, e paziente come la iena, Erik seppe sopportare l’attesa della vendetta. Seppe attendere che il piatto si raffreddasse al punto giusto. All’alba di un giorno che ormai quasi nessuno poteva annotare negli almanacchi, si trovò ad essere non più di cento metri da lui.
Come un seminatore in mezzo a un campo stava il Messia, ma anziché semi per far germogliare la terra, egli diffondeva sale, affinché nulla potesse ricrescere dopo il suo passaggio, dopo aver bruciato per sempre la s

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   3 commenti     di: Luca Grazioli


La morte svelata

Funziona solo con gli esseri umani ma sono sicuro che per i cani o per le allodole basta cambiare qualcosa, qualche piccolo particolare.
La matematica è sempre stata la mia passione, i numeri sono per me come i colori per gli altri, un universo affollato fatto di teorie, lemmi, dimostrazioni, scoperte.
Alla base di scienze affascinanti come fisica, chimica, meccanica, astronomia, c'è sempre e comunque la matematica, i numeri; la natura obbedisce ai numeri come una cortigiana devota.

Nei secoli scorsi i pensatori dell'epoca parlavano di proporzione divina, un rapporto numerico fisso che poteva riscontrarsi ovunque in natura, dalle conchiglie all'uomo, dalle foglie agli elefanti: persino Leonardo conosceva il numero Phi, la proporzione divina; i più grandi artisti crearono i loro capolavori rispettando quel numero magico.

I miei padri spirituali sono sempre stati Euclide, Newton, Pitagora, Lobacevskij; quest'ultimo sviluppò nel suo paese di origine una geometria innovativa chiamata "non euclidea" perchè superava il limite invalicabile del quinto postulato di Euclide.

Quel mese ero immerso nella preparazione di un esame di analisi matematica e un giorno mi capitò di andare a visitare mio padre al camposanto. Continuavo a ripetere mentalmente teoremi, serie numeriche e concetti di topologia quando all'improvviso osservando gli epitaffi e le date mi accorsi: inizialmente credevo fosse una coincidenza e provai cinque, dieci, venti volte ma il risultato non cambiava. Credo che in quel momento il mio viso esprimesse terrore inizialmente, poi incredulità come quando si vede un fantasma.
Non avevo fatto altro che ripassare mentalmente una dimostrazione euclidea partendo dalle date di nascita e il risultato era sempre lo stesso: la data di morte.

Continuai a provare, dopo rientrato a casa consultai la mia enciclopedia controllando le date di Chaplin, di Marylin Monroe, di Emily Dickinson, di Mussolini ma purtroppo il risultato era sempre lo stes

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   6 commenti     di: vincent corbo


Lux Aeterna, il ritorno - ultima parte

"Oliver, perdonami. Avevo promesso di rimanere a casa ma non ci sono riuscita - si girò verso Blake - lui è... è un mio amico. Cos'hai, sembri così strano?"
"Levati di mezzo".
Oliver diede uno spintone violento alla sorella facendole sbattere la schiena su un tronco di pino, ricadde sulle ginocchia e dolorante lo fissò spalancando gli occhi sbigottita.
"Non la toccare!" Urlò Blake storcendo le labbra.
"Me ne frego di lei, è te che il mio padrone vuole".
"Padrone, quale padrone... oddio Oliver, chi è stato a farti questo? Ti prego ritorna in te. Ti voglio bene, guardami!" Laila appoggiò la testa sul suo petto mentre la voce era interrotta dai singhiozzi.
"Ti ho detto di toglierti di mezzo!"
La scaraventò brutalmente a terra, questa volta andò a sbattere la testa su una roccia perdendo i sensi. Una leggera brezza si sollevò su di lei, era Sylphie che l'abbracciava piangendo sconsolata.
Blake urlò disperato coprendosi il volto con le mani.
Oliver estrasse un pugnale dall'interno della giacca, i suoi occhi spiritati luccicarono.
"Ora affonderò questa bella lama nella tua carne; il tuo sangue e la tua morte ricomporranno dalle ceneri il grimorio infernale per la gioia di Druxen, il mio padrone".
Blake decise di non lottare, pensò che forse era un segno del destino: era arrivato il momento di pagare con la vita tutte le morti che la sua maledizione aveva causato. Per salvarsi non avrebbe potuto fare del male a Oliver, lui era il fratello di Laila, la sua "notte stellata". Avrebbe sacrificato sè stesso, sereno, perchè il contatto non diretto, ma per mezzo della lama, non poteva essere letale al suo carnefice.
Oliver sollevò il pugnale in alto pronto a colpirlo al centro del cuore.
Blake chiuse gli occhi convincendosi che nella morte avrebbe trovato la liberazione e iniziò a recitare mentalmente una preghiera.
Sylphie e le altre fate dell'aria soffiarono forte un vento gelido addosso ad Oliver facendogli perdere l'equili

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   10 commenti     di: Kartika Blue


La volpe

Non saprei dire, quando ti incontrai nei boschi, se eri figlia o madre o entrambe le cose. Risplendevi di luce fulva tra i tronchi brunastri e mi facevi strada sul sentiero impervio mentre arrancavo fra rantoli di freddo. Non fu un incontro fatale, ma l'ammansirsi reciproco di due spiriti.
Mi portavo in spalla le ossa malridotte e un concerto di tasti stonati mentre a valle il luccichio degli ottoni ancora riverberava sulle foglie argentate.
Lasciare tutto e non tornare, mai più, questo segreto in petto attutiva i passi sul terreno profumato d'aghi di pino e di ricci. Mai più rimpianti o scotti da pagare, mai più silenzi imbarazzati e macilenti sorrisi di ceramica.
A coda ritta mi precedevi, ti adeguavi al mio passo sempre più esitante.
L'acciottolio delle stoviglie, quell'abbuffarsi di cibo ed aria, quel vomitar parole a caso fra scrosci di vino, il puzzo degli agnelli straziati, l'avevo ancora addosso.
Cercavo fonte d'acqua vergine e ne sentii già il gorgoglìo tra i sassi muschiati. Con me ti fermasti a bere e tra il tuo pelo rosso addormentai il disgusto di me stessa.

   1 commenti     di: elena cidda



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