“La tutina delle colleghe”
Una tutina rosa di ciniglia morbida e soffice si guardò il pancino e vide che su una nuvola paffuta e bianca dormiva beato un micio a strisce. In nuance con le strisce dei piedini della tutina.
Era una tutina da notte e stava ordinatamente piegata nella sua scatola di cellophane, con marca, etichette ed istruzioni per il lavaggio ed una migliore e più lunga durata.
Non si trovava male nello scaffale del negozio di merceria in cui era finita, accanto le stavano le “misure più grandi” (ogni volta che le sentiva nominare la sua dignità subiva una scossone) e un po’ più in là occhieggiavano le scatole dei bottoni con i bottoni-capo attaccati al bordo della scatola.
Una mattina si sentì volare sul bancone, spiegazzare, tocchettare, sovrapporre, (e un po’ soffocò) poi riemerse in trionfo, fu ripiegata e confezionata. Attraverso la velina della carta vedeva troneggiare un grosso bellissimo fiocco rosa. Ovviamente.
Tiziana aveva avuto una bambina e la tutina intese che in qualche modo lei c’entrava. C’entrava eccome, dato che questa bambina entrava proprio nelle sue maniche, entrava nei suoi piedi a strisce, entrava nel suo pancino.
Da quel momento non ebbe più pace; ciò che proprio non sopportava era tutta quella schiuma e quel gran rotolare nell’acqua fino a girare vorticosamente. Aveva pochi attimi di tregua, solo un giorno o due in quell’armadio di legno chiaro con i cassetti rossi, con compagni mai visti e in più al buio, dove pensava con un po’ di malinconia al suo scaffale. E poi latte, pappe, biscottini in macchie di tutte le forme e consistenze. E acqua, tanta acqua e bolle di detersivo.
A volte arrivava persino al punto di preferire quando si trovava tutta umida a testa in giù appesa ad un filo con i piedi pinzati da due becchi a molla. Il sole tiepido del mattino e l’aria frizzantina le erano sempre piaciuti, le ricordavano la sua vita precedente, quando era un ciuffo bianco in un grande c
Era un pino solitario, se ne stava sulla collina dominando tutta la vallata.
Svettava poderoso, la sua immaginabile altezza sfiorava i 60mt. Una moltitudine di aghi raccolti a coppie di due disegnavano la chioma in una forma conica perfetta;
dal possente fusto, non temeva nulla. Non vi erano bufere o tormente che potessero piegarlo.
Ogni tanto qualche boscaiolo tentava di abbatterlo per farne legna da ardere, ma l'accetta, seppur usata con forza non scalfiva minimamente quella bruna corteccia.
Erano passati centinaia di anni e tante generazioni si erano tramandate la storia del magico pino, nessuno avrebbe pensato di riuscire ad abbattere quel magnifico esemplare. Fu così che si dimenticarono di lui.
Passarono ancora cento e cento anni, il pino divenne riparo per uccelli ed ogni forma di vita campestre.
Il tempo non lo segnava minimamente, poderoso era e poderoso restava.
Nelle fredde notti invernali, quando la neve lo ricopriva, si ritirava in se stesso chiedendosi quale fosse il suo destino, perché ne era certo, lui non era un albero come gli altri.
-Io sono nato per un motivo, la mia vita ha uno scopo.
Passarono le ere, guerre e devastazioni, la collina si impregnò del sangue degli uomini morti in battaglia.
Urla, grida e disperazione accompagnarono la sua esistenza, ma nessuno riuscì mai ad abbatterlo o a segnarlo minimamente.
Lo sconforto iniziò ad avere il sopravvento su di lui, non si capacitava di tutta quella malvagità che albergava sulla terra.
Era stanco, il suo amore per gli esseri umani iniziava a vacillare, ma era impotente, non sapeva che fare per poter aiutare quella terra devastata.
Una notte si accorse che in cielo non brillava nessuna stella, la luna era scomparsa, eppure doveva essere proprio lì, sopra alla sua immensa chioma. Non vi era nessuna nuvola, ma il firmamento era scomparso. Improvvisamente una luce lontana si evidenziò sempre più viva, non aumentava di circonferenza, ma solo di intensità.
Un lampo improvviso e
C’era una volta un asinello. Non pensate che avesse chissà quali ambizioni, era un asinello che ogni giorno trasportava i pacchi che il suo padrone gli caricava sulla groppa dalla baita in montagna al mercato, giù, a valle.
Era un asinello ammaestrato e molto intelligente e ormai il padrone gli lasciava fare il tragitto da solo, per poi passare a prendere il denaro dai mercanti a fine settimana.
Accadde un giorno che mentre era soprappensiero l’asinello sentì sotto al suo zoccolo qualcosa di tagliente. Era un pezzo di vetro.
“Dannazione!” " Esclamò " “Chi ha lasciato qui questo coccio? Deve essere stato sicuramente un ubriacone! Da oggi lo porterò sempre con me, per ricordarmi di non bere se mai avessi voglia di farlo.”
E con un gesto abile del muso, afferrò il pezzo di vetro e lo infilò in una delle sue sacche che aveva sulla groppa.
In un allegro periodo della sua vita condivise tutti i giorni la strada che portava al mercato con il cavallo del fattore vicino del suo padrone e con lui il tempo volava. Parlavano del più e del meno, dei loro sogni, dei loro amori.
Ma un giorno il fattore arricchitosi comprò un altro cavallo per raddoppiare la merce trasportabile e da quel dì il cavallo suo amico non aveva occhi che per il suo simile.
L’asinello si sentiva profondamente triste e anche rabbioso. Vide sul sentiero un vecchio ferro di cavallo. Lo afferrò e lo mise nella sua sacca.
“Sono contento dopotutto. Ho imparato che non bisogna mai fidarsi di nessuno. Pensavo fossimo amici, ma solo perché facevamo lo stesso sentiero. Non dimenticherò facilmente”.
Il tempo passava e l’asinello continuava a raccogliere oggetti che gli ricordavano episodi della sua vita, continuando ad accumularli nella sua sacca, sicuro che un giorno gli sarebbero serviti.
Ormai aveva con sé un frammento di bastone di quel giorno che il padrone lo aveva picchiato ingiustamente, perché pensava fosse stato inefficiente ed invece era il mercante che aveva
In mare c'era un pittore chiamato "Lejeux Sonfet", era un pesce che dipingeva fuori dal mare. Alzava la testa fuori dall'acqua e dipingeva i suoi quadri, che restavano fuori.
Lui era famoso in tutto l'oceano e certe volte i pesci di Pescelandia parlavano di lui, come quando, un giorno, andò a una gara per pittori e vinse il primo premio.
Ogni giorno inventava anche qualcosa, e una volta decise di dipingere un quadro e portarlo nel mare.
Quando lo immerse però, dopo aver finito, i colori uscirono dal quadro, e il mare diventò tutto colorato con le onde di colori diversi che si alternavano.
Il mare prese tutti i colori che esistevano diventando così un grande quadro colorato, e questo fu il suo quadro più grande e più bello.
Esistono le fate, eccome. Noi esseri umani non le possiamo vedere, ma una volta abitavano il mondo insieme a noi. Poi improvvisamente sono fuggite ed ora abitano nei paesi dei TRA.
Come, non sapete che paesi sono? Ma sono i paesi che stanno tra tutti i TRA. Un esempio: tra il sogno e la realtà abitano le fate della fantasia; tra il dormi-veglia abitano le fate del mattino, tra il bene ed il male abitano le fate della giustizia e via di seguito.
Le fate abitavano sulla terra insieme a noi, ed a capo di tutte vi era la fata più bella, più dolce, più giusta che l’universo intero avesse mai creato. Figlia della stella più luminosa era giunta sulla terra per portare amore e pace. Lei aveva creato i rossi tramonti e le splendenti albe, lei era padrona degli eterni ghiacciai, e del blu di tutti gli oceani.
Con lei l’amore era sovrano, il nostro pianeta conobbe l’epoca più bella di tutti i tempi.
Le fate vivevano insieme a noi aiutandoci ogni qual volta avevamo bisogno.
La terra era un paradiso.
Ma, come accade in tutte le leggende anche in questa esiste un ma, la strega dell’invidia viveva di rancore verso le fate. Lei voleva essere sovrana degli uomini, lei voleva distruggere l’amore, lei odiava gli uomini che amavano le fate. Così pensò che se fosse riuscita a distruggere le fate gli uomini avrebbero adorato solo lei. Quindi se avesse distrutto Fata Pasqualina lei avrebbe vinto.
Vagò nelle notti senza luna nascondendosi a tutti e raccolse dai sogni degli umani i loro incubi peggiori, creò un sogno talmente pauroso che pure lei rischiò di esserne distrutta. Con questo sogno racchiuso in un ampolla stregata iniziò la ricerca di fata Pasqualina, e quando l’avesse trovata, l’avrebbe obbligata a respirare il contenuto dell’ampolla: così Pasqualina sarebbe morta.
Ma le fate che tutto percepiscono vennero a conoscenza del piano della malvagia Invidia e avvertirono la loro regina. Pasqualina non riusciva a capire perché Invidia l’
Due piante... separate da un muro che tu stessa
creasti, abbattesti e ricostruisti.
O mia dolce Edera, che trovando un piccolo varco
ti legasti al mio cuore strozzandolo e sottraendone il dolce amore pian piano.
Fu come un'anestesia poichè addormentando il mio cuore non provo più emozioni se non per te.
Un giorno arrivò la grande e rigogliosa quercia, alla quale tu ti legasti.
Strappasti i sottili legamenti impigliati a me, ma ce la feci solo in parte,
perchè quelle radici sono rimaste diramate nel mio cuore.
Le tue foglie secche rimaste sulla mia scalfita corteccia sono come fiacchi ricordi,
che spariscono col tempo.
Ma quelli sono solo i ricordi più insignificanti, quelli che con le deboli foglie
non sono riusciti a superare la dura scorza.
Gli altri sono diramati nel mio cuore.
Essendo legati ad esso, non posso rimuoverli, perchè se no morirei
[strappando con essi il cuore stesso.
Pochi giorni seguenti all'ode
un contadino strappò l'edera convinto di fare del bene,
ma ahimè in poche ore i due abbandonaron tutte le pene.
Avevan bisogno entrambi di una sola cosa,
tutti e due infatti, erano legati da un così piccolo, ma essenziale legame.
Ma queste ormai sono parole vane, perchè nel campo di grano,
tra le spighe dorate alla luce del sole
vi riposano ormai, solamente dell'edera ed un albero secco
ove i corvi al tramonto ci picchiano il becco...
Astuta come una lucciola
Talvolta i più grandi mutamenti hanno inizio grazie alle intuizioni del più piccolo degli esseri. Non conta che ruolo tu abbia nel vivere, sempre e dico sempre, potrai modificare il futuro del mondo. La vita è l’unico bene irrinunciabile che vedrà il suo realizzo solo se condiviso col mondo intero. Muta il mondo di domani, inizia oggi diffondendo la tua voglia di vivere.
Un grosso ragno intesseva la sua complessa e scintillante ragnatela, fiero della propria opera restò immobile ad ammirarla, e poi si disse:
È meravigliosa questa ragnatela la più bella che abbia mai fatto, e visibile solo ai raggi del sole, ma quando scenderà la notte molti sventurati cadranno nella mia trappola.
Giunse la notte, e il ragno si nascose dietro una foglia, e con grande tranquillità attese che qualche sprovveduto insetto finisse contro la sua vischiosa ragnatela. La sua attesa non fu lunga, erano passati appena pochi minuti, quando una piccola lucciola nel volare finì nella rete del ragno.
Aiuto, aiuto!!!
Prese a urlare la piccola, un altro gruppetto di lucciole che stavano volando con lei, a quelle grida si avvicinarono alla piccola, e nel vedere che era finita in una ragnatela, seppur addolorate l’abbandonarono al suo destino.
Era cosa risaputa, che quando un ragno catturava la sua preda, non ci fosse scampo per la vittima del suo inganno. Il ragno uscì dalla sua tana, e con le sue zampe pelose incominciò ad avvicinarsi alla preda dicendo:
Piccola lucciola che tu sia la benvenuta, sappi che oggi la tua esistenza mi appartiene, ma il tuo sacrificio non sarà vano, servirà a nutrire me e i miei piccoli. Pertanto non esser triste, accetta la tua sorte con gioia, darai continuità al vivere.
Ti prego, abbi pietà, io sono solo una piccola lucciola, ma voglio fortemente vivere.
La lucciola aveva notato che il ragno era una femmina, e quando aveva fatto riferimento ai suoi figli aveva sentito una sorta d’infle
Questa sezione contiene favole e storie per bambini e adulti, racconti con morale e allegorie
Le favole sono dei racconti breve che trasmettono un insegnamento di carattere morale o didascalico. I protagonisti sono solitamente animali antropomorfizzati che rappresentano vizi e virtù degli uomini. La presenza di un intento morale le differenzia dalle fiabe - Approfondimenti su Wikipedia