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Favole per bambini

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Una mano al cielo

Il mondo ci nutrirà sino a quando la nostra fame ci spingerà a cercare le cose del mondo. Solo quando ne saremo sazi, riusciremo ad ascoltare la voce del cielo, riconoscendoci per quello che siamo, esseri di luce. E la pace regnerà nel mondo per sempre.

Dammi pane, dammi pane!

Disse un topo ad una bambina, e la bambina prese del suo pane e lo condivise con il topolino, e poi vedendolo più sereno ora che aveva il pancino pieno, gli disse:

Sei disposto ad ascoltarmi?

E il topino disse:

Certo mi hai dato pane ed io ti darò ascolto.

Tu non sei un topino, come hai sempre creduto di essere, tu sei un essere di luce.

Il topino incominciò a sbellicarsi dalle risate.

Che dici bambina di una sola cosa sono certo nella vita e cioè quella di essere un topino roditore.

La bambina prese dalla tasca della sua bianca veste uno piccolo specchio, e consegnandolo al roditore disse:

Guardati!

Il roditore guardò perplesso la sua immagine riflessa nello specchietto e restò senza parole.

La bimba sorrise contenta, mise le ali e volò alta.

Aspetta disse l’ex topino, ma allora perché ho sempre pensato di un topo quando invece sono un angelo?

E la piccola nel volare disse:

Siamo tutti angeli ma dobbiamo camminare molto per meritare la nostra lucente natura.



Aspetta perché tu hai le ali ed io no?



Per lo stesso motivo per il quale non avevi capito d’essere un angelo, le tue ali te le devi meritare, camminerai in terra sino a quando non sarai maturo per il volo.

L’angelo nuovo, prese lo specchietto conservandolo gelosamente, ora sapeva che doveva fare. Salì su un palco e chiamò a se tutti i topini del circondario e disse:

Mangiate e bevete e quando sarete sazi, avvicinatevi a me ho messaggio per voi!

I topini si avvicinarono al grande buffet che l’angelo terreno aveva preparato e quando erano ormai sazi, gli corsero incontro, erano tanti e l’angelo non aveva uno specchio tanto gr

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   0 commenti     di: Cleonice Parisi


Il fraticello e la lavandaia

Tanto tempo fa, in un paesino di montagna, viveva un fraticello che ogni giorno andava su e giu per i monti per dare buoni consigli alla gente e, mentre passeggiava per le stradine piccole e tortuose, pregava anche. Nei paraggi c'era una piccola baita nella quale abitava una perfida lavandaia. Lei odiava troppo ascoltare e vedere quel fraticello che ogni giorno alla solita ora saliva e scendeva i monti per pregare, cosi pensò di vendicarsi di lui. Un bel giorno, quando il fraticello si trovava per i monti, come era consuetudine fare, venne chiamato dalla
lavandaia:
- Fraticello, posso rubarvi un minuto? Vi voglio parlare!
- Ogni vostra richiesta sarà esaudita, rispose il fraticello. Come posso esservi utile gentile signora, asserì di nuovo il povero fraticello.
- Questa volta sarò io gentile con voi disse la lavandaia; perché domani vi offrirò una gustosa pizza, sempre se accetterete l'invito.
- Accetterò molto volentieri, rispose il fraticello, come posso rifiutare l'offerta di una gentile signora come voi? Domani verrò da voi a gustare la bella pizza.
In realtà, la lavandaia la pizza la fece piena di veleno, visto che desiderava la morte di quel povero fraticello.
Il giorno seguente, il frate non mancò all'appuntamento.
Ma visto che non poteva fermarsi a lungo, la lavandaia taglio due belle fette di pizza e le diede al fraticello. Le mangerò appena arriverò in paese disse il fraticello alla lavandaia.
Dopo che era sceso in paese, uscirono quattro ragazzini da scuola che egli conosceva bene. I ragazzi che videro il frate chiesero se aveva qualcosa da offire a loro. Il frate pensò di cedere le fette di pizza ai ragazzi, e cosi se le divisero tra di loro. Ma la parte dove c'era più veleno capitò nelle mani del figlio della lavadaia.
Gli altri ragazzi ebbero solo un lieve mal di pancia ma tutto passò in poche ore, mentre il figlio della lavandaia appena tornato a casa ebbe un forte mal di pancia. La madre chiese se avesse mangiato qualc

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   1 commenti     di: antonio iovino


Vedere tutto da lì

Quel giorno di primavera Lei nacque…
O meglio, quel pomeriggio, straordinariamente caldo pomeriggio di primavera Lei respirò per la prima volta l’aria di quella che sarebbe stata la sua terra, giacché il bozzolo, ripieno di vita, della Sua palpitante e impaziente vita, si trovava tra quei rami da diversi giorni.
Ovviamente la sua condizione non Le permetteva di rendersi conto di che razza, di che specie di animale era, a mala pena riusciva a percepire le prime vibrazioni dell’aria, il calore del luogo che la circondava, lo spazio che il Suo corpo, che le Sue ali occupavano nella dimensione reale di cui entrava a far parte.
Uno scienziato l’avrebbe definita uno splendido esemplare di Eurytides thyastes Dry, un bambino del posto semplicemente farfalla, una bellissima e grande farfalla di una delle molte specie presenti in Perù.
Lei quel giorno non si definì, Lei non apprezzò con occhio artistico le sfumature di gialli, di marroni, di bianchi che costituivano le sue aggraziate ali, non si soffermò a chiedersi il perché di quelle due chiazze rosse, non si chiese perché la Natura le dava la possibilità di vivere mostrando agli altri Esseri quei colori bellissimi e geometricamente organizzati.
Il suo primo pensiero, se così si può definire un innato riflesso vitale, fu dispiegare le ali, svegliarsi dal torpore che la attanagliava all’interno del bozzolo, interrompere quel periodo ovattato in cui tutto ciò che è Fuori viene percepito come molto lontano.
Lei ancora non lo sapeva…non sapeva una cosa, non sapeva Quella cosa.
Finalmente i primi battiti d’ali; una sensazione di libertà si impadronì della farfalla che per la prima volta assaggiò le potenzialità del volo…ancora mancava l’esperienza, il controllo, la stabilità, l’eleganza di quello che sarebbe stato un Volo.
Però il battito, il primo semplice battito, le conferì una forza e una sicurezza, la gioia che invade il neonato quando scopre di poter camminare solo.
Da

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mamma canguro

Mamma Canguro aveva già versato fiumi di lacrime per la prematura scomparsa della sua creatura : un piccolo canguro di pochi giorni.
La sua caratteristica borsa addominale era rimasta vuota ma lei sentiva ancora il forte impulso di nutrire un cucciolo.
Tanto era forte il desiderio che la sorte arrivò in suo aiuto.
Stava percorrendo mestamente, a piccoli salti, la prateria australiana, quando la sua attenzione fu attratta dai lamenti disperati di un piccolo essere sporco ed affamato.
Si trattava di un Koala che la madre, morta mentre lo dava alla luce, aveva lasciato tutto solo.
Mamma canguro gli si avvicinò tutta emozionata e mentre lo prendeva delicatamente in braccio si accorse che alcuni metri più in là, ai bordi della strada un altro koala, di dimensioni poco più grandi anche lui abbandonato giaceva a terra.
Quello che la mosse a compassione, fu il silenzio di questo secondo cucciolo, così disperato per la sua infelice situazione da non riuscire ad emettere nemmeno un piccolo verso.
Mentre pensava: “Anche loro sono dei marsupiali come me, e hanno bisogno d'aiuto, di coccole, di cibo per poter sopravvivere”, li raccolse entrambi e li mise dentro la sua sacca per riscaldarli e per nutrirli con il suo latte.
Il tempo trascorreva e la balia si prodigava in tutti modi verso i cuccioli adottivi, cercando di non far loro mancare nulla.
Li leccava spesso in tutti i versi per tenerli puliti e stringeva a sé la pelle della sacca per meglio riscaldarli.
Ogni tanto per far credere ai piccoli di essere la loro vera madre emetteva anche degli strani suoni che aveva udito fare dai suoi amici koala.
Osservandoli bene mamma canguro si era accorta che, giorno dopo giorno, i due cuccioli si sviluppavano in modo diverso: uno di loro, il più debole e denutrito, era cresciuto a vista d'occhio, mentre l'altro, che all'inizio sembrava quello più forte, era rimasto del tutto inalterato nel suo aspetto.
Questa situazione, unita al fatto che

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La mia prima favola

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   1 commenti     di: Aure


Il grillo sopra il palo

La strategia per la conquista del granaio, come in qualsivoglia contesa, stabiliva che riconoscere il proprio nemico, soprattutto se mortale, era la prima capacità di difesa.
Si sapeva, infatti, che anche l'arma d'offesa più terribile e potente, più di una volta si era rivelata infruttuosa, se non si adottava anche la strategia di stringere alleanza con qualcuno, avendo in tal maniera l'accortezza di non rimanere soli come un Don Chisciotte ed il suo servo Pancho Sanza, a combattere contro tutti i mulini a vento, che quando soffiava, almeno facevano girare le pale, e con l'aiuto dell'acqua producevano energia.
Il nemico, che sin dal suo apparire sulla scena, utilizzava a proprio vantaggio quest'arte bellica, va-lida anche in tempi di pace, dopo averne provocato la completa rovina, senza pudore alcuno, s'alleò addirittura con l'avversario, per poter innalzare nel successivo girone di sfida, la bandiera d'aver contribuito a salvare per intero, e magari da solo, quel poco che di buono era rimasto nel granaio.
Il grillo capo - orbo, restò così con il cerino acceso in mano, e contro l'avversario, con cui non ave-va stabilito neanche un piccolo patto, ed il nemico "furbo" nella futura contesa per la conquista del granaio, nulla poteva sventolare sopra il palo, se non il suo nemico vero, sè stesso, e la sua fallace idea di conquistarlo tutto e da solo.
In quella lotta, l'aver detto, di fatto, "Tutti nemici e nessun amico, molto onore" naturalmente, non c'era alcuna colpa, ognuno sceglie ciò che più gli aggrada, ma un dato è chiaro, quel madornale er-rore di non sapere e volere riconoscere il suo nemico, ma di fare tutto da solo, ha mandato quel gril-lo sopra il palo, a leccarsi le ferite, per non correre il rischio di fare la fine di quello da Pinocchio schiacciato sopra il muro.
Si narra che qualche sera, con il rimpianto per la mancata azione quando si era presentata la sua bellissima occasione, lo sentirono elevare, con nostalgia alla luna, il

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La leggenda del Baobab

Nella foresta viveva un Baobab, un maestoso Baobab le cui ampie foglie si muovevano agli sprazzi di vento e i cui lunghi rami si inerpicavano nel vuoto, nell'aria, nel terreno, verso l'alto e verso il basso, in direzione della Terra e del cielo. Il suo tronco era consistente, vigoroso, un forte petto di donna dal nobile animo, dall'inusuale temperamento. Le sue radici erano braccia di madre, linfatiche braccia di madre apprensiva, affannata. E in un abbraccio il Baobab conduceva a sé con la tenerezza di un soffio provvidenziale tutte le creature della foresta: gli animali tradizionalmente buoni e quelli tradizionalmente cattivi, i lupi e gli agnelli, gli uomini e i cani, i conigli e i leoni. La forza del suo richiamo illanguidiva sé stesso, le sue componenti fisiche e spirituali, ma rendeva felici e inattaccabili tutte le creature trascinate a sé dal soffio provvidenziale, divino, le creature che si nutrivano del cibo procurato loro dal Baobab, cibo che il grande albero costruiva, lavorava e donava senza arrecare dolore alcuno ad alcun'altra specie né di pianta, né di animale, né di terra, né di mare e senza chiedere né volere null'altro in cambio se non il rispetto dello spazio attorno al suo tronco, a costo di morire sfiancato, indebolito, languido su sé stesso. Nonostante l'apparenza dell'inesauribile temperamento anche il Baobab esigeva riposo, non solo lo esigeva, ne necessitava: non era sempre facile proteggere e nutrire gli animali senza chiedere null'altro in cambio, era anzi un compito che talvolta richiedeva sforzi immani ed un alto dispendio di energie. Con l'avanzare delle stagioni, poi si avvicinava il pericolo dei tagliatori da legna, spregevoli e avidi umani interessati solo al materiale fisico che componeva il tronco del Baobab e, se questi aberranti esseri fossero riusciti nei loro intenti, l'intero equilibrio di felicità del Baobab e degli animali da lui protetti sarebbe stato alterato, depredato, distrutto, forse per sempre. C'erano gior

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Questa sezione contiene favole e storie per bambini e adulti, racconti con morale e allegorie

Le favole sono dei racconti breve che trasmettono un insegnamento di carattere morale o didascalico. I protagonisti sono solitamente animali antropomorfizzati che rappresentano vizi e virtù degli uomini. La presenza di un intento morale le differenzia dalle fiabe - Approfondimenti su Wikipedia