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Favole per bambini

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La ballerina

C'era una volta Marisol, una splendida ragazza dagli occhi azzurri e capelli lunghi, che quando ballava erano legati a chignon. Fin da piccola si era allenata per diventare una brava ballerina, la danza le piaceva molto, aveva nel sangue l'istinto di muoversi leggermente ogni volta che sentiva la musica.
All'inizio era una ballerina di danza classica, poi scoprì anche la ginnastica ritmica. Imparò a volteggiare nell'aria, librarsi e girarsi con il nastro che le roteava attorno, creando piccole spirali e cerchi immensi. Delicati erano i movimenti seguiva la musica ad ogni passo, saltava si abbassava e si alzava e con le braccia muoveva il nastro di seta rosa, attaccato a una bacchetta. Provò anche a danzare con la palla che lasciava scorrere sul suo corpo, lanciava e dopo capriole la riprendeva al volo. Fece diverse gare e saggi poi imparò ad usare anche il cerchio, sempre con leggerezza, lo muoveva, lo lanciava e lo faceva girare attorno alla vita. Tutto questo con passione e gioia, allenandosi tutti i giorni, con energia e vivacità in una concentrazione che le faceva superare ogni difficoltà, facendola sentire soddisfatta di se stessa.
Una notte, dopo una lunga giornata faticosa era molto stanca e si addormentò profondamente senza accorgersi dello spirito maligno che era entrato nella tetra stanza e penetrando nella sua anima le lanciò una maledizione. All'mattino si risvegliò e anche se aprì gli occhi non vide nulla perchè era diventata cieca, non udiva nulla e non riusciva a muovere le gambe, era totalmente bloccata nel letto senza poter fare nulla e dovendo rinunciare al sogno della sua vita. La sua vita non aveva più senso ed era disperata, le carezze della madre le davano coraggio e gli amici le stavano vicino, ma non riusciva a reagire a quella inutile vita.
Una notte, nonostante la sua cecità, vide una luce intensa davanti a sè mentre era sdraiata nel letto e nonostante la sordità riuscì a sentire le parole di una splendida donna che le

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   11 commenti     di: sara zucchetti


Il fraticello e la lavandaia

Tanto tempo fa, in un paesino di montagna, viveva un fraticello che ogni giorno andava su e giu per i monti per dare buoni consigli alla gente e, mentre passeggiava per le stradine piccole e tortuose, pregava anche. Nei paraggi c'era una piccola baita nella quale abitava una perfida lavandaia. Lei odiava troppo ascoltare e vedere quel fraticello che ogni giorno alla solita ora saliva e scendeva i monti per pregare, cosi pensò di vendicarsi di lui. Un bel giorno, quando il fraticello si trovava per i monti, come era consuetudine fare, venne chiamato dalla
lavandaia:
- Fraticello, posso rubarvi un minuto? Vi voglio parlare!
- Ogni vostra richiesta sarà esaudita, rispose il fraticello. Come posso esservi utile gentile signora, asserì di nuovo il povero fraticello.
- Questa volta sarò io gentile con voi disse la lavandaia; perché domani vi offrirò una gustosa pizza, sempre se accetterete l'invito.
- Accetterò molto volentieri, rispose il fraticello, come posso rifiutare l'offerta di una gentile signora come voi? Domani verrò da voi a gustare la bella pizza.
In realtà, la lavandaia la pizza la fece piena di veleno, visto che desiderava la morte di quel povero fraticello.
Il giorno seguente, il frate non mancò all'appuntamento.
Ma visto che non poteva fermarsi a lungo, la lavandaia taglio due belle fette di pizza e le diede al fraticello. Le mangerò appena arriverò in paese disse il fraticello alla lavandaia.
Dopo che era sceso in paese, uscirono quattro ragazzini da scuola che egli conosceva bene. I ragazzi che videro il frate chiesero se aveva qualcosa da offire a loro. Il frate pensò di cedere le fette di pizza ai ragazzi, e cosi se le divisero tra di loro. Ma la parte dove c'era più veleno capitò nelle mani del figlio della lavadaia.
Gli altri ragazzi ebbero solo un lieve mal di pancia ma tutto passò in poche ore, mentre il figlio della lavandaia appena tornato a casa ebbe un forte mal di pancia. La madre chiese se avesse mangiato qualc

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   1 commenti     di: antonio iovino


L'arcobaleno del cuore

Quando tutte le prove del vivere saranno esaurite e il cuore dell'uomo gonfio d'amore salirà al cielo, le porte del paradiso si schiuderanno e Dio invierà il suo angelo.
Altamente meritevole è colui che nel suo passo terreno incrocerà gli occhi della sua anima alta, le porte del vivere si apriranno al suo avanzare e del suo divenir rimarrà traccia. Perché sia di esempio, a chi ancora viaggia nel buio dell'anima, il suo sorriso consapevole e pieno di luce.

Ci sono giorni speciali in cui il cielo sorride con i suoi figli, il vento diviene alito leggero e i cuori gonfi d'amore salgono alti come piccole mongolfiere.

Amina, era sulla sua mongolfiera, il cielo che la illuminava era radioso come il suo sorriso, un soffio di vento le scompigliò i capelli, lasciando nell’aria un intenso profumo di fiori.

Il mondo è mio.

Sussurrò felice come non lo era mai stata, mentre due bianche colombe planavano leggiadre al suo fianco, portandole in dono di due ramoscelli, uno di ulivo e l'altro di pesco.
Amina pianse di gioia nel comprendere cosa quei due esseri alati volevano annunciarle, la pace dell’anima e l’eterna primavera.
Raccolse i ramoscelli col cuore grato, carezzò le piccole testoline delle colombe, che al suo saluto ripresero immediatamente a volare.
Il suo volo era sempre più alto e cullata dalla divina promessa, fissava nell'attesa l'azzurrità del cielo, quando una strana pace la distolse dal suo osservare il cielo, trascinandola incontro al suo cuore, ed in quel preciso istante vide avverate quelle promesse tanto attese. Era davvero felice.

Un movimento fece sussultare la mongolfiera e Amina si girò di scatto per vedere cosa o chi l'avesse fatta vibrare. Un altro ospite era planato sul suo abitacolo, una sorta di strano uccello, che non aveva mai visto, la fissava immobile.

Chi sei?

Chiese Amina.

Sono il tuo angelo.

Rispose l'uccello, parlando al suo animo senza usare le par

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   7 commenti     di: Cleonice Parisi


Una mano al cielo

Il mondo ci nutrirà sino a quando la nostra fame ci spingerà a cercare le cose del mondo. Solo quando ne saremo sazi, riusciremo ad ascoltare la voce del cielo, riconoscendoci per quello che siamo, esseri di luce. E la pace regnerà nel mondo per sempre.

Dammi pane, dammi pane!

Disse un topo ad una bambina, e la bambina prese del suo pane e lo condivise con il topolino, e poi vedendolo più sereno ora che aveva il pancino pieno, gli disse:

Sei disposto ad ascoltarmi?

E il topino disse:

Certo mi hai dato pane ed io ti darò ascolto.

Tu non sei un topino, come hai sempre creduto di essere, tu sei un essere di luce.

Il topino incominciò a sbellicarsi dalle risate.

Che dici bambina di una sola cosa sono certo nella vita e cioè quella di essere un topino roditore.

La bambina prese dalla tasca della sua bianca veste uno piccolo specchio, e consegnandolo al roditore disse:

Guardati!

Il roditore guardò perplesso la sua immagine riflessa nello specchietto e restò senza parole.

La bimba sorrise contenta, mise le ali e volò alta.

Aspetta disse l’ex topino, ma allora perché ho sempre pensato di un topo quando invece sono un angelo?

E la piccola nel volare disse:

Siamo tutti angeli ma dobbiamo camminare molto per meritare la nostra lucente natura.



Aspetta perché tu hai le ali ed io no?



Per lo stesso motivo per il quale non avevi capito d’essere un angelo, le tue ali te le devi meritare, camminerai in terra sino a quando non sarai maturo per il volo.

L’angelo nuovo, prese lo specchietto conservandolo gelosamente, ora sapeva che doveva fare. Salì su un palco e chiamò a se tutti i topini del circondario e disse:

Mangiate e bevete e quando sarete sazi, avvicinatevi a me ho messaggio per voi!

I topini si avvicinarono al grande buffet che l’angelo terreno aveva preparato e quando erano ormai sazi, gli corsero incontro, erano tanti e l’angelo non aveva uno specchio tanto gr

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   0 commenti     di: Cleonice Parisi


storia del cane giallo

Dalla campagna un cane giallo e grosso ogni tanto veniva giù in paese, a Gioiosa. Scendeva dalla strada del fiume, girava l’angolo del Conad e quello dell’officina, tirava dritto sulla Nazionale fino alla doppia fila di alberi davanti al circolo Roma, e lì stava, col posteriore acculato e le zampe ritte e ferme davanti, pure se la pioggia lo colava sano. Dopo un poco – quando gli pareva – se ne tornava indietro.
Ci vollero un po’ di volte, ma alla fine ci fu chi si accorse che col cane, immancabilmente, in paese scrosciava la pioggia e arrivavano burrasca e tempesta.
Così si riunirono gli abitanti in Municipio per decidere il da farsi.
E se c’era chi diceva di lasciar perdere, gli altri urlavano: “Cacciamolo”. Finchè non si alzò uno che di mestiere tirava agli animali – faceva il cacciatore cioè – e disse: “Ci penso io”.
Infatti il giorno appresso con la migliore delle sue doppiette in spalla si mise all’uscita del paese ad aspettare l’arrivo del cane giallo e quando gli fu a tiro lo sparò e l’uccise.
Poi, per il rimorso forse, lo seppellì sotto le pietre del fiume, davanti la Puntura.
Passò del tempo.
La gente del paese sembrava contenta che le giornate di sole non si disturbassero con le piogge e che vento e burrasca non li infastidissero più.
Così l’estate passò – senza le piogge di dopo mezz’agosto – e anche in ottobre e in novembre non stillò dal cielo. A dicembre non cadde neve, né in gennaio né a Carnevale; tanto che qualcuno, i contadini, cominciò a lamentare: “I miei campi… le zolle crepano… i piedi del giardino…”.
In breve, la campagna pareva fatta di rena.
Allora tutti se ne tornarono al Municipio e non c’era chi non si malediva per aver deciso di ammazzare il cane giallo che si portava la pioggia che riviveva la terra.
Anche stavolta mentre ognuno diceva la propria e nessuno sapeva che fare e che pesci pigliare, il cacciatore si alzò e disse “Ci penso io”. E l’indomani

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   2 commenti     di: sergio scaffidi


La leggenda del bosco incantato(prima parte)

Nell'antico medioevo si trovava dispersa nella profondità del bosco leggendario una dolce fanciulla. Aveva circa 27 anni, gli occhi azzurri, un bellissimo vestito rosa dalla gonna lunga e il cappello, con due punte, di seta che le copriva le orecchie e la testa con i capelli raccolti. Il sole stava per tramontare e la sua anima penetrava pian piano, nel buio intenso della notte. Il cielo era offuscato dalle nuvole e ogni tanto si vedevano fulmini seguiti da tuoni, finché non cominciò a piovere, fortemente e si alzò un vento violento. Smeralda sentiva i brividi era sempre più impaurita, nonostante ciò continuava lo stesso a camminare per ritrovare la strada di casa.
All'improvviso comparve dal nulla, davanti a lei, una bestia orribile. Era un orco con il volto duro, spietato e peloso. Bocca con denti enormi, occhi infuocati, che scintillavano nel nero e profondo buio, della notte. Alto e molto grosso, come un animale, alzò le zampe e violentemente cercò di catturarla. Lei si allontanò, ma non riuscì a scappare, lui le afferrò le braccia e con forza la portò nel suo luogo segreto. Un motivo valido non c'era, era solo un mostro cattivo, che faceva versi da animale e la paura che provava Smeralda, non la sentiva e non la viveva nessun altro. L'angoscia scoppiava dentro di lei come i fulmini e l'acqua cadeva dal cielo come le sue lacrime scivolavano fuori dal cuore e dagli occhi, mentre era obbligata a seguirlo.
Era quasi l'alba, quando sotto la pioggia battente, che non aveva perso la minima intensità, raggiunsero una grotta enorme. L'entrata era un po'nascosta dagli alberi, ma quell'orribile bestia la portò ugualmente all'interno, scaraventandola poi in terra, si ritrovò così dietro le sbarre.
Intanto al castello, si accorsero della sua lunga assenza e ordinarono ad un cavaliere, di andare a cercarla. Uscì così a cavallo con mantello e spada, per imboccare il sentiero, che raggiungeva il boschetto. Purtroppo non fece in tempo a raggiungerlo, che f

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   2 commenti     di: sara zucchetti


La pizza pazza puzza

Un pizzaiolo, come di consueto, si mise ad impastare gli ingredienti per preparare la pasta delle sue prelibate pizze: mescolò la farina con l'acqua tiepida e il lievito, aggiunse un pizzico di sale e un goccio d'olio. Quando gli ingredienti furono ben amalgamati, divise l'impasto in varie porzioni e le lavorò con le mani dando a ciascuna la forma di piccola palla. Ogni porzione sarebbe servita per formare la base di una pizza. Le lasciò riposare in un posto riparato dalle correnti d'aria, per permettere alla pasta di lievitare. Una di queste palle di pasta, lievitando, cominciò a prendere vita. Man mano che lievitava e aumentava di dimensioni cominciò a pensare e ad immaginare cosa ne sarebbe stato di sé. "Sarò una pizza fantastica - pensava - sarò molto colorata e fragrante... Chissà quale cliente affamato mi mangerà... Chissà come mi vorrà farcire... Forse chiederà una viennese, con i dischetti di würstel, oppure una semplice margherita, con pomodoro e mozzarella, o magari una capricciosa, con funghi, prosciutto e carciofini... O magari diventerò una pizza dolce, da servire come dessert, ricoperta di nutella e fettine di banana, oppure farcita di marmellata..."
Si convinse che sarebbe diventata una pizza perfetta, la migliore pizza del mondo. Passò tutto il tempo della lievitazione assorta in questi pensieri, finché il pizzaiolo ritornò per stendere le palle di pasta in dischi sottili, che poi avrebbero ricevuto lo strato di sugo di pomodoro, le fette di mozzarella e tutti gli altri ingredienti previsti dal menù della pizzeria. La pasta viva fu l'ultima ad essere stesa. Il pizzaiolo, mentre la lavorava con le sue abili mani e la spolverava di farina per non farla appiccicare al tavolo di lavoro, le parlò, come se si aspettasse di essere compreso: "tu sarai mezza vegetariana e mezza tonno, il cliente ti vuole cosí". Mezza e mezza?! Vegetariana e tonno?! La pasta fu colta di sorpresa, questa richiesta proprio non se l'era immaginata, non si s

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Questa sezione contiene favole e storie per bambini e adulti, racconti con morale e allegorie

Le favole sono dei racconti breve che trasmettono un insegnamento di carattere morale o didascalico. I protagonisti sono solitamente animali antropomorfizzati che rappresentano vizi e virtù degli uomini. La presenza di un intento morale le differenzia dalle fiabe - Approfondimenti su Wikipedia