PoesieRacconti utilizza cookie, anche di terze parti, per personalizzare gli annunci. Per informazioni o negare il consenso clicca qui.     Chiudi

Favole per bambini

Pagine: 1234... ultimatutte

La gamba

Era pomeriggio, quando mori una vecchia signora che abitava poco lontano dal paese, noi ragazzi andavamo sempre a schernirla per la gamba di legno che sostituiva la sua persa durante un bombardamento. Anche il giorno della morte andammo a trovarla, era stesa sul letto, vicino aveva la gamba di legno che oramai non le serviva più. Per farle un ultimo scherzo durante un attimo di disattenzione dei parenti rubammo la gamba per utilizzarla poi per i nostri giochi. In pochi minuti l'avevamo ridotta in quattro pezzi.
Erano gli anni cinquanta e noi la sera andavamo nella stalla a giocare a nascondino, ci eravamo oramai dimenticati della vecchia signora e pure della sua gamba. Verso mezzanotte udimmo degli strani rumori provenire dalla stanzetta attigua alla stalla. I nostri genitori erano da poco andati a dormire, noi li avremmo raggiunti poco dopo.
Eravamo certi che non vi fosse nessuno in quel posto. Presi dalla paura iniziammo ad indietreggiare per raggiungere la porta e correre dai nostri genitori. Quando udimmo il catenaccio chiudere la porta della stalla.
Dopo avere cercato inutilmente di uscire ci raggruppammo stretti uno all'altro,
E fu allora che risentimmo nuovamente dei passi. Come una persona che camminava saltellando. Terrorizzati non sapevamo cosa fare. Quando udimmo delle urla spaventose, la porta cominciò a vibrare per poi aprirsi di colpo.
Urlavamo terrorizzati non sapendo cosa o chi avesse fatto questo. Quando dal buio della piccola stanza vedemmo avanzare una mostruosa figura, subito cercammo di fuggire, ma la porta chiusa dall'esterno lo proibiva. Mentre il misterioso personaggio si avvicinava sempre più. Quando aprì il mantello, un coro di urla quasi disumane risuonarono nella stalla, una mostruosa figura, dal cui corpo pendevano brandelli di carne si presentò.
Gigi, forse il più coraggioso di noi gridò:
“Guardate ha una sola gamba!”
Fu in quel momento che una voce cavernosa si udi nella stalla:
“Dove avete portato la mia gamb

[continua a leggere...]

   1 commenti     di: Giuseppe Loda


Nella capanna del presepe

Era il 27 dicembre e subito dopo la santa messa la gente si scambiava gli auguri del Natale appena passato. Salutandosi e abbracciandosi calorosamente, tra una chiacchiera e l’altra, a gruppetti se ne stavano sulle gradinate dell’ingresso della chiesa oppure nella piazza adiacente.
Una piccola folla, circa venti persone in tutto, si era anche riunita di fronte al presepe allestito dalla parrocchia e con stupore e disappunto commentava quanto poteva ammirare.
Ovviamente, i commenti della gente non si riferivano solamente al presepe in sé, una composizione semplice e tradizionale che da svariati anni veniva riproposta, pressoché immutata, in occasione delle festività natalizie.
Una capanna in paglia e bambù al centro e svariate sagome di carton-gesso sistemate al suo interno oppure sparpagliate tutt’attorno.
All’esterno se ne stavano quindi una mezza dozzina di pastori, alcuni in piedi con il volto rivolto alla capanna, altri intenti a seguire il gregge di pecore finte di che pascolava attorno immerse nella rada vegetazione. Dirimpetto alla costruzione di bambù, in mistica contemplazione, i tre re magi nelle loro vesti esotiche dai colori sgargianti. Mentre a terra, di fronte ai tre, i doni che portavano facevano bella mostra di sé sul selciato e sul finto terreno creato per l’occasione.
Ma era a ciò che stava all’interno della capanna che la gente di Trebaseleghe indirizzava i propri commenti.
E critiche, soprattutto.
Non tanto per la resa dell’asinello e del bue, animali ricostruiti con discreta fedeltà e dall’aria innocua e sonnacchiosa.
E nemmeno per le sagome di San Giuseppe o della Madonna, due figure semplici e dal volto gioioso in sobrie vesti dai colori tenui: azzurro e marrone per il patrono dei lavoratori, mentre una tunica rosa e bianca definiva la beata Vergine Maria.
Neppure criticavano la resa del bambin Gesù, un frugoletto tutto rosa con le braccia protese in avanti in un gesto di apertura e dono al mondo.
Nien

[continua a leggere...]



Il volto della Luna

Una bambina passava molto tempo alla finestra della sua camera. Contava le ore del giorno pregando passassero rapide, camminava su e giù per la sua stanza aspettando solo di vederla. Perchè da quella sera si era innamorata.. Era successo tutto per caso. La testa le doleva tanto, quel giorno distante, che il letto era diventato la sua gabbia per l'intera giornata. Il suo pianto dolente era il suo unico compagno mentre tutto pulsava e girava. Si sentiva sola, occhi serrati come se li avesse cuciti. Poi posò le lucide iridi al di fuori della finestra.. e quel fioco bagliore sembrò invaderla totalmente con una dolcezza infinita. Tonda e argentea, la Luna sembrò sorriderle. Rimase ammaliata e per ore seguì la sua lenta vita su quel cielo, ignorando le stelle che pullulavano attorno alla sua corona soffusa, dipingendola nella sua mente per non dimenticarla. E il dolore svanì. E imparò a sorridere cancellando forse per sempre la sua solitudine. Perchè lei, fedele, ogni volta era sempre lì, in alto a guardarla, a cullarla con la sua sola presenza.
Di giorno spariva, eppure manteneva la sua tacita promessa: sarebbe tornata. E la bambina l'avrebbe aspettata.
Ma la bambina amava troppo... e anche per questo, pur sognando ogni sua parola, non avrebbe mai chiesto alla Luna di parlare. ma la Luna era bella, così perfetta da fare male... e così lontana da essere la punizione peggiore per la piccola osservatrice. Le bastava guardarla, è vero, ma che desiderio di poterla toccare, che desiderio di poter assaporare il suo abbraccio consumava lentamente la bambina! Lei era stata sola e ora che aveva visto quell'unico vero sorriso, avrebbe voluto che la Luna sorridesse a lei soltanto. Le notti passavano e la bambina la implorava. Amava tanto da desiderare di essere l'unica, l'unico sguardo della Luna, l'unico sorriso, l'unico suo cielo. Ma la Luna era sempre silente, lontana e abbagliante, d'uno straziante candore. E a volte illuminava nuove lacrime sul volto della bambin

[continua a leggere...]

   2 commenti     di: Elena Ballarin


La dolcezza

Il sole splendeva, mentre Bellina passeggiava sulla spiaggia in riva al mare. Era a piedi nudi ed erano bagnati, ma non dall'acqua del mare bensì da cioccolato, il profumo intenso e il calore delle onde le scaldavano il cuore. Una leggera brezza di zucchero a velo le accarezzava i capelli, mentre si scorgevano isole di budino. Continuando a camminare, raggiunse le rocce biscottate di una montagna, che sulla vetta aveva una spruzzata di panna, al posto della neve.
Sospirando continuò la sua passeggiata e non lontano riuscì a intravedere il principio di un bosco. La sua curiosità non le impediva di attraversarlo, notando alti alberi con appese delle tortine di frutta fresca e crostatine alla marmellata. Il bosco diventò sempre più misterioso e incantevole, sui cespugli trovò caramelle di ogni gusto al posto di bacche molto rare, fiori colorati erano gelati di mille gusti e infine qualche insetto che passava inosservato erano deliziosi cioccolatini. Nonostante la sua golosità, osservava tutto con attenzione, ma senza toccare nulla.
Le foglie di affascinanti felci, che sono le piante più antiche del bosco, erano di salame al cioccolato.
Uscita dal bosco, seguì uno splendido arcobaleno che la portò a un piccolo laghetto di nutella contornato da fiori di nocciola. Il desiderio le solleticava la mente nel ricordo del gusto, così fece un assaggio affondando il dito, non sentì il sapore, ma se lo immaginava.
Un attimo dopo percepì il fruscio di una cascata, non lontana e passo dopo passo la raggiunse.
Rimase sorpresa nell'assistere allo spettacolo di quella cascata di crema, che scivolava nel torrente dove al posto dei sassi c'erano gustose brioches che si farcivano.
Raggiunse un ponte, con bordi decorati da gustosi profitterol, per attraversare il torrente. Il canto della natura con il profumo dei dolci, le fece sollevare le gambe leggermente e passo dopo passo iniziò a danzare.
All'improvviso uscì da una grotta un buffo personaggio, Bellina quando

[continua a leggere...]

   12 commenti     di: sara zucchetti


Il papero e la tartaruga (CAPITOLO 1)

C'era una volta un papero...
Era un papero come tanti... tutto giallo e pieno di piume, l'unica cosa che lo distingueva da gli altri paperi erano due grandi occhi azzurri. Ancora non sapeva che proprio loro gli avrebbero portato fortuna...
La sua vita, sebbene monotona, era tranquilla e felice. La mattina si svegliava presto e andava a scuola insieme a gli altri paperi. Il pomeriggio lo trascorreva a studiare con una capra e un porcellino d'India ai quali voleva molto bene. Aveva molti amici. Il sabato sera infatti lo passava insieme a loro. Si divertivano un sacco a fare gli scherzi al fattore, a giocare a nascondino... (anche se vinceva sempre il camaleonte)
Nella fattoria c'era un grande cane lupo; sembrava cattivo ma in realtà era molto socievole. Organizzava feste alle quali erano invitati tutti gli animali. Il papero si divertiva a ballare (il ballo del qua qua?) e a stare in compagnia dei suoi amici.
Un giorno, mentre pioveva, il papero decise di uscire dalla fattoria!
Fuggì!!
Non che fosse triste, la sua vita era serena: aveva un sacco di animali vicino, si divertiva con i suoi amici, era in ottima salute (salvo quella zampetta che ogni tanto dava qualche problema), aveva la ciotola sempre piena (infatti il fattore non gli faceva mai mancare nulla)... però sentiva che c'era qualcosa dentro che non andava... UN VUOTO. Non capiva. Decise quindi di scappare.
Una volta uscito dalla fattoria si mise a pensare, a riflettere...
"ma cosa mi manca?" pensava
"ho tutto ciò che un papero desidera!" evidentemente si sbagliava
Attraversò tutta la collina di fronte alla fattoria, passò a nuoto il ruscello e arrivò in un bosco...
Era stanco, provato dal sonno e turbato dalla tristezza.
Ecco!!
Proprio quando decise di tornare indietro, alla fattoria e alla vita di sempre, vide una tartaruga che lo stava fissando.
"Cosa guardi?" disse la tartaruga
Il papero non rispose, ma non per la stanchezza.
Non capiva cosa stesse gli succedendo, ma di una cosa

[continua a leggere...]

   2 commenti     di: Marco Mugnaini


A partire da te

Un grande cielo, un semplice filo d erba, che implora acqua per sopravvivere alla siccità del suo cuore. Ed una risposta inattesa, che lo delude:

Bevi del tuo pianto!
Ma nel proferir del cielo non vi è improvvisata parola, il senso profondo appare a chi nel suo dir le labbra vorrà inumidir.

Entra a far parte delle parole, leggi tra le righe e disseta la tua sete, non esistono verità che non ti appartengano già.

Il mio pensiero.


________________________________________________

In piedi!

Disse il cielo al filo d'erba.

E il filo d'erba che era senz'acqua ormai da giorni, alzò un poco il capo, dicendo:

Ho sete, tu sei cielo dammi l'acqua, e ti farò vedere come mi alzerò in piedi in fretta.


In piedi!

Ripeté il cielo.

Tu non devi attendere l'acqua dal cielo, hai radici prendila dalla tua terra.

E il filo d'erba stanco e debole con voce flebile disse:


Ma che dici se non piove da giorni, che acqua prendo dalla terra.


Bevi del tuo pianto.

Disse il cielo senza sarcasmo.

E il filo demoralizzato, rispose:

Ho già bevuto sappi, e delle lacrime versate potrei dissetare il mondo intero.
Cielo, ti pensavo dalla parte dei fili d'erba, da te il sole che ci fa belli, da te l'acqua che ci disseta, e tu ora mi dici di bere delle mie lacrime e del mio dolore, ti trovo malvagio.
Si malvagio e la parola che più ti si addice.

Bevi delle tue lacrime piccolo filo d'erba, in esse e solo in esse c'è l'antidoto al veleno che ti devasta il cuore, non c'è altra cura per il male che divora voi fili d'erba, il tutto è racchiuso nel vostro piccolo e complesso essere, e non fuori da Voi.
Non chiedere al cielo di sanarti solo tu possiedi l'antidoto al tuo dolore.
La mia acqua, disseta ma non ti sana.
I lunghi periodi di siccità torneranno a martoriarti affinché tu sia costretto a bere delle tue stesse lacrime, solo attraverso il dolore potrai comprendere la via che ti conduce al benessere.

Caro cielo il tuo fin

[continua a leggere...]

   3 commenti     di: Cleonice Parisi


Non esagerare!

C’era una volta una gallina e i suoi pulcini che vivevano nel pollaio di una fattoria.
Mamma gallina disse ai suoi pulcini:<< Non esagerate a mangiare!>>
I pulcini obbedirono ma il più dispettoso però non obbedì.
A lui piaceva il mangime al cioccolato e diventò un pollo.
Dopo qualche mese il contadino prese il pollo e decise di ucciderlo per mangiarlo.
La gallina disse ai pulcini:<<Avete visto cosa è successo a vostro fratello?>>
Tutti dissero:<<Si!>> E un pulcino poco dopo disse:<<è stato mangiato>>
La morale di questa favola è di non esagerare mai nel mangiare se no siamo pronti per essere il pranzo di Natale!.

   2 commenti     di: Andrea Raineri



Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

Questa sezione contiene favole e storie per bambini e adulti, racconti con morale e allegorie

Le favole sono dei racconti breve che trasmettono un insegnamento di carattere morale o didascalico. I protagonisti sono solitamente animali antropomorfizzati che rappresentano vizi e virtù degli uomini. La presenza di un intento morale le differenzia dalle fiabe - Approfondimenti su Wikipedia