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Favole per bambini

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Il serpente Jangurd

Il serpente Jangurd, con i grossi occhiali da sole sul naso e il cappello sulle ventitré, se ne andava a spasso ai margini della foresta, sibilando allegramente. Ad un tratto si sentì piombare addosso qualcosa ed ebbe l'impressione che la sua testa fosse presa in una tagliola. No, non era una tagliola. Erano i denti di una mangusta, la terribile nemica dei serpenti, che lo fissava con l'aria cattiva di di trionfo di chi ha appena abbattuto un nemico.

"Scusi - disse il srpente che era molto spiritoso - ci deve essere un equivoco. Io non la conosco e non riesco ad immaginare il motivo di tanta confidenza". Per tutta risposta la mangusta, stringendo ancora di più i denti, fece fare alla testa del serpente due o tre giri veloci e così al povero Jangurd vennero il capogiro e la nausea."Insomma! - gridò quando riprese fiato - mi vuole dare una spiegazione? Che cosa le ho fatto?" La mangusta, parlando tra i denti per non mollare la presa, disse: "Lo sanno tutti che i serpenti sono nemici degli uomini ed io devo difendere il mio padrone che abita in quella villa laggiù, dove finisce la foresta". Jangurd sorrise: "Che iserpenti siano i nemici degli uomini è probabile ma io personalmente non ho niente contro di loro e meno che mai contro il suo padrone che non ho mai visto e che non so chi sia. Dunque non abbia scrupoli e mi lasci andare". Ma la mangusta era testardaed anche un po' sciocca. "I serpenti sono nemici degli uomini, tu sei un serpente e quindi anche tu sei nemico degli uomini. Di lasciarti andare non se ne parla neppure". Jangurd sospirò e disse: "Allora mi porti dal suo padrone e speriamo che sia più ragionevole di lei". La mangusta stette un po' a pensare, poi disse. "Va bene, andiamo" e sempre tenendo Jangurd tra i denti si incamminò verso la villa. Quando furono arrivati, la mangusta spinse con la zampa la porta d'ingresso, entrò, attrversò molte stanze e finalmente si accucciò davanti ad un uomo alto e grosso che, seduto in poltrona, stava legg

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La ballerina

C'era una volta Marisol, una splendida ragazza dagli occhi azzurri e capelli lunghi, che quando ballava erano legati a chignon. Fin da piccola si era allenata per diventare una brava ballerina, la danza le piaceva molto, aveva nel sangue l'istinto di muoversi leggermente ogni volta che sentiva la musica.
All'inizio era una ballerina di danza classica, poi scoprì anche la ginnastica ritmica. Imparò a volteggiare nell'aria, librarsi e girarsi con il nastro che le roteava attorno, creando piccole spirali e cerchi immensi. Delicati erano i movimenti seguiva la musica ad ogni passo, saltava si abbassava e si alzava e con le braccia muoveva il nastro di seta rosa, attaccato a una bacchetta. Provò anche a danzare con la palla che lasciava scorrere sul suo corpo, lanciava e dopo capriole la riprendeva al volo. Fece diverse gare e saggi poi imparò ad usare anche il cerchio, sempre con leggerezza, lo muoveva, lo lanciava e lo faceva girare attorno alla vita. Tutto questo con passione e gioia, allenandosi tutti i giorni, con energia e vivacità in una concentrazione che le faceva superare ogni difficoltà, facendola sentire soddisfatta di se stessa.
Una notte, dopo una lunga giornata faticosa era molto stanca e si addormentò profondamente senza accorgersi dello spirito maligno che era entrato nella tetra stanza e penetrando nella sua anima le lanciò una maledizione. All'mattino si risvegliò e anche se aprì gli occhi non vide nulla perchè era diventata cieca, non udiva nulla e non riusciva a muovere le gambe, era totalmente bloccata nel letto senza poter fare nulla e dovendo rinunciare al sogno della sua vita. La sua vita non aveva più senso ed era disperata, le carezze della madre le davano coraggio e gli amici le stavano vicino, ma non riusciva a reagire a quella inutile vita.
Una notte, nonostante la sua cecità, vide una luce intensa davanti a sè mentre era sdraiata nel letto e nonostante la sordità riuscì a sentire le parole di una splendida donna che le

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   11 commenti     di: sara zucchetti


La leggenda del pozzo senza fondo (quarta e ultima parte)

Dopo qualche giorno arrivarono a destinazione, Amos lasciò Camilla davanti al negozio e andò a salutare i suoi genitori. Rimasero d'accordo di trovarsi vicino al pozzo dove andavano sempre e si erano incontrati la prima volta.
Camilla, vide che il negozio era chiuso, anche se era orario giusto di apertura e lo trovò strano. Decise di entrare in casa, anche se si sentiva un po' angosciata, per come avrebbe reagito suo padre rivedendola. La porta non era chiusa a chiave e in casa c'era un silenzio profondo, quel posto l'aveva sentito nel cuore tra i suoi più vivi ricordi per tante volte.
Non vide subito suo padre e si cominciò a preoccupare, lo chiamò girando un po'per la casa ma, non ebbe nessuna risposta, finché non raggiunse la camera e lo trovò nel letto con brutti malesseri. Aveva la febbre alta e una tosse fastidiosa e quando la vide gli sembrò di sognare. Lei si avvicinò e gli disse preoccupata: "Come stai papà? Presto, bisogna chiamare il medico."
"Non preoccuparti non è nulla di grave mi passerà, tu piuttosto pensavo fossi caduta nel pozzo e fossi morta, da quando te ne sei andata quel pozzo è rimasto senza fondo. Quanto mi sei mancata, mi sembra di vivere un sogno, piccola mia."
"Perdonami papà io sono andata via per vivere con lui, perché lo amavo, ma non riesco a dimenticare tutto il bene che mi hai dato, sei sempre stato nel mio cuore."
Lui rimase un po'sconfortato, ma la gioia di averla ancora accanto in un momento così difficile gli fece dimenticare tutto. Lei gli mise un fazzoletto fresco sulla fronte e andò a cercare il dottore nel paese. Quando lo trovò, gli spiegò che aveva bisogno, così andarono insieme a casa. Il dottore lo visitò e disse che era una brutta polmonite, così gli diede degli antibiotici.
Poi aggiunse: "Se non veniva a chiamarmi, però non sarebbe mai riuscito a guarire, deve ringraziare sua figlia. Ora si riposi, prenda le medicine e presto si rimetterà in forma!"
Lei sorrise, contenta dell'aiuto che

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   4 commenti     di: sara zucchetti


La stellina all'alba

C’era una volta una bellissima principessa, che viveva in un grande castello e aveva circa venti anni. Non era mai uscita dal giardino del castello, perché quando era più giovane, avevano rapito il suo fratellino. Nonostante le varie ricerche non erano riusciti a ritrovarlo e i suoi genitori le avevano vietato di uscire sola, così non conosceva il mondo e la realtà che la circondava. Abituata fin da piccola a non uscire gli piaceva stare in giardino, ma non si allontanava da sola, restava nella sua ingenuità. Era una ragazza dolce, intelligente, sensibile e timida di nome Alba. Un giorno uscì in giardino a fare una passeggiata e conobbe il nuovo giardiniere. Un ragazzo giovane, della sua età, carino e simpatico che si chiamava Celestino. Ogni giorno gli mostrava un fiore nuovo e tante altre cose belle del giardino. Gli diceva: “Questa violetta è dolce come te, questa margherita è semplice come te”. A lei faceva piacere stare con lui era contenta, ma non usciva mai dal castello.
Un giorno le disse. “Questa rosa è grande e bella come l’amore che provo per te” e lei sorridendo senza dire una parola mostrò il suo amore con un bacio. Un dolce bacio sulla bocca che fu l’inizio di una splendida storia d’amore. Non lo sapeva nessuno, ma si vedevano sempre di più.
Un giorno lui le afferrò la mano e la avvicinò al cancello del giardino. Lei aveva un po’ paura, ma con lui vicino sentiva il coraggio e la sicurezza risvegliarsi. Uscirono dal cancello e l’emozione era così forte che sentiva il cuore esplodere, ma con un uomo così premuroso che l’amava, era contenta.
Il loro obiettivo era essere insieme e felici, ma lui era un giardiniere e lei una principessa così decisero di scappare. A lei non importava chi fosse lui perché lo considerava il suo principe che da qualche tempo aspettava per amare ed essere amata.
S’incamminarono per il paese e Alba era sempre più meravigliata di vedere cose nuove. Cominciarono a vedere anche un po

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   7 commenti     di: sara zucchetti


La coniglietta innamorata

In un prato con dell'erbetta verde, come infinita speranza e fiori colorati di gioia, vivevano dei coniglietti di varie razze. Avevano le loro tane dove si rifugiavano durante il giorno e vicino un piccolo laghetto con pesciolini rossi, ranocchie e altri insetti.
Pink era una coniglia nana tenera e delicata, con pelo morbido e di colore rosa, il corpo raccolto e arrotondato sia davanti che dietro, gli occhi molto grandi, le orecchie in giù e il batuffolo di coda nero. Alcuni lo consideravano un difetto, altri lo vedevano come una cosa speciale, pensando che Dio non ci ha fatto tutti uguali fisicamente.
Stava spesso in compagnia dei suoi amici saltellando, mangiando un po' di erbetta e chiacchierando, ma questo durante la notte o all'alba, poi di giorno si rifugiano nelle tane.
Una notte, mentre cercava il cibo si allontanò un po' dal gruppo e vide una lepre selvatica e solitaria, con un fascino irresistibile, più grande di lei, con il pelo di colore marrone, le punte delle orecchie nere e di nome Billy. Pink rimase lì a guardarla incantata e lui se ne accorse subito. Scambiarono due parole e si accorse che era un po' presuntuoso e scontroso, così lo salutò e si allontanò con salti veloci.
Passò la notte e lei continuava a pensarlo, il suo aspetto l'aveva incantata e decise di dichiarare i suoi sentimenti, non riusciva a toglierselo dalla testa. All'alba, decise di andare a cercarlo per rivelargli i suoi sentimenti, anche se sarebbe stato difficile per la sua timidezza. Lo raggiunse dove lo aveva trovato l'altra volta, rimase a osservarlo per un po' incantata e poi si avvicinò.
- Scusa Billy volevo dirti una cosa... ecco io ti voglio bene.
Non osava dire ti amo era una parola troppo speciale e difficile nella sua sensibilità ma aveva lo stesso valore.
- Mi dispiace ma io non provo nulla per te.
Lei delusa scappò in lacrime, raggiunse la sua tana e disperata piangeva perchè aveva perso la fiducia in se stessa.
Cosa c'è in me che n

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   8 commenti     di: sara zucchetti


il re e la farfalla

La farfalla è simbolo di fortuna, pace e libertà.
V’era un re, che un giorno giunse in un regno per aiutare a costruire il palazzo del sovrano,
suo amico. Si portò con se, tutti i muratori del suo paese. Un giorno, mentre dirigeva i lavori,
incontrò una farfalla, che aveva ali stupende.
Desiderò subito di conoscerla, così iniziò a parlare con lei. La farfalla aveva paura degli uomini, perché spesso le avevano strappato pezzetti di ali, ma il re voleva a tutti i costi che lei si adagiasse sulle sue mani. Per questo tutte le mattine, prima di andare a lavorare, andava nel prato sotto il castello, aspettava la farfalla, con dolcezza la convinse a volare sulle sue estremità.
Nacque un amicizia bellissima, che questo re teneva segreta. Era geloso dei muratori,
temeva che raccontassero alla regina che lui aveva una farfalla come amica, quando ogni tanto tornava nel suo regno. Perla, così si chiamava la farfalla, era felice di stare con il suo re, scriveva per lui bellissime poesie sui petali dei fiori, lo portava di sera sui prati a guardar le stelle, la luna, lo baciava con le sue ali, ma era consapevole che, una volta finito il castello, lui sarebbe tornato nel suo regno, ma lei, avrebbe conservato per sempre nel cuore il ricordo di questa amicizia, che considerava come un prezioso dono che la vita le aveva fatto. Giunse l’inverno, Perla non poteva più portare il re sui prati. Ben presto però si accorse che il re era cambiato nei suoi confronti, ma lei gli voleva sempre bene. I re si sa sono bizzarri, sono volubili, inoltre tantissime farfalle svolazzavano sul prato, farfalle che d’inverno hanno belle case di zucca che possono ospitare un re, ma lei era povera, come ricchezza aveva il suo grande cuore. Inoltre viveva in un tronco cavo di un albero insieme ad altre due farfalle, non poteva quindi invitare e ricevere il suo amico. Si accontentava di stare con lui ogni tanto, dentro la cascina del boscaiolo.
Ma le visite del re, comi

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Piccola favola natalizia

Si avvicinava il Natale. Le vetrine dei negozi mostravano, sotto luci abbaglianti, alcune vestiti eleganti, altre cibi ricercati ed altre ancora giocattoli di tutti i tipi, da quelli elettronici a quelli di legno dipinto, come il bel cavallino a dondolo.

Roberto era fermo con la mamma davanti ad una vetrina dove troneggiava una grande macchina da corsa dotata di telecomando. Roberto guardò la mamma e le chiese: "Che dici? Se chiedo a Gesù Bambino di portarmi quella macchina, mi accontenterà?" La mamma sorrise e rispose: "Tu provaci. Poi vedremo!". Roberto sperava, sperava. La notte sognava la grande macchina rossa e la mattina, quando si svegliava, pregava Gesù Bambino. I giorni passavano e le strade diventavano sempre più affollate e luminose perché c'erano appese, da un capo all'altro, lampadine di tutti i colori che formavano abeti, stelle e ghirlande.
Intanto Roberto aveva allestito, con l'aiuto del papà, un grande albero di Natale molto originale. Era stato realizzato con tanti rami di quercia che il papà aveva uniti, con molta bravura, a forma di abete. Con i grandi pupazzi che risalivano addirittura ai bisnonni di Roberto avevano fatto, tutta la famiglia insieme, anche un Presepe., Ai piedi dell'albero, dopo qualche giorno, comparvero i doni tra i quali uno scatolone con dei buchi su tutti i lati.
Quando venne il momento di aprire i pacchi, il papà trovò uno strumento per lavorare il legno, la sorellina di Roberto una bella bambola di pezza con i capelli di lana, biondi e la mamma una collana di conchiglie marine. Roberto aveva aspettato ad aprire il suo pacco per prolungare la gioiosa attesa. Era sicuro di trovare la macchina. Alla fine lo aprì. La macchina non c'era! In fondo allo scatolone c'era un cagnolino che dormiva tranquillo. Aveva un collare nel quale era infilata una busta. Roberto, deluso, aprì la busta e, nel foglio che conteneva, lesse: " Caro Roberto, la macchina era troppo costosa ed io dovevo comprare tanto cibo per molti,

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Questa sezione contiene favole e storie per bambini e adulti, racconti con morale e allegorie

Le favole sono dei racconti breve che trasmettono un insegnamento di carattere morale o didascalico. I protagonisti sono solitamente animali antropomorfizzati che rappresentano vizi e virtù degli uomini. La presenza di un intento morale le differenzia dalle fiabe - Approfondimenti su Wikipedia