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Favole per bambini

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Il giardino incantato e la fata dell’Uva

Questa favola è dedicata a tutte le persone che muiono pur vivendo, che
nell’apatia nell’assenza di emozioni, hanno creduto di trovare la
panacea di una vita felice, senza rendersi conto d’aver solo anticipato
la morte.

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“Nel giardino incantato non ti addentrare
solo la morte lì puoi trovare,
in quel dipinto il viver è finto,
scegli di andare e nella vita inizia a seminare,
è nel mondo che muta la vita.”


C’è un giardino incantato in cui non dovrai mai accedere! Hai compreso creatura?

Disse l’antica quercia alla Fata dell’Uva.

Quercia ma in questo luogo ci sono alberi di olive, alberi di mele e pere, alberi di pesche, querce, frassini, ma non ho visto neppure una vite…ed io ricordatelo sono la fata dell’uva, come posso dare realizzo al mio essere, senza una vite e i suoi frutti?

Fata dell’uva il giardino è tanto grande sei sicura di aver cercato in ogni luogo?

Ma per cercare in ogni luogo consumerei tutto il mio tempo, ed io non possiedo tempo infinito.

Disse la fata con occhi lacrimevoli.

Secondo te, se ci do una sbirciatina? Non voglio davvero entrarci, solo per escludere il giardino incantato?

NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!

Urlò la quercia.

Di tutti i luoghi calpesta terra, ma di quel giardino non far neppur favella.

La Fata dell’Uva aveva compreso. Il giardino incantato era proprio li dinnanzi ai suoi occhi, un grande portone in legno antico ne racchiudeva il segreto. La fata vi passò vicino sfiorando la porta con un dito e la porta disse:

Fata dell’Uva gradisci entrare?

La fata fece un salto indietro, impaurita.

Cosa ti succede?

Disse la porta.

Hai paura? Ti ho sentito sai? Poco fa mentre parlavi con la vecchia quercia.

Improvvisamente la terra sotto i piedi della fata prese a sussurrare.

Non dargli ascolto e chiedigli prima chi era?

La fata ascoltò il suggerimento della terra, forte anche dell’ammonimento della quercia.

Porta antica, mi chiedo e

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   6 commenti     di: Cleonice Parisi


Lisetta

Alle volte quando ti senti persa e sola, la vita ti regala momenti indimenticabili e bisogna avere il coraggio e la capacità di apprezzare e comprendere.


Una sera d'inverno mi trovavo a camminare sulla spiaggia.
Il cielo era sereno e le stelle lucenti cullavano la mia anima.
Io ero persa nei miei pensieri, ricordavo l'estate, gli ombrelloni aperti e la gente che rideva e giocava nell'acqua. La mia mente vagava fra i ricordi delle storie estive che iniziavano colme di emozioni, le promesse di amori eterni che sarebbero finiti nel momento in cui il sole avrebbe lasciato il posto al freddo invernale.
Camminavo scalza e sentivo la sabbia umida e già fredda scivolarmi fra le dita provocandomi brividi indescrivibili.
Il mare era stupendo, calmo e caldo; la luna si specchiava nell'acqua limpida. La serata prometteva bene, e anche se dal mio viso scendevano lacrime di dolore, mi sentivo in pace con me stessa.
Ormai erano ore che camminavo senza far riposare le mie gambe e la mia mente. Decisi di sedermi in riva al mare e di scrivere una poesia che avrebbe reso eterno quel momento.
Amo comporre poesie e racconti: la scrittura è l'essenza della mia vita, è l'arma che mi ha sempre aiutato nei momenti di crisi, è uno sfogo e una passione. Non avevo niente con me quella sera, né borsa, né cellulare, oggetti inutili che mi avrebbero solo dato noia. Solo due cose non avrei lasciato mai da nessuna parte. Un quaderno e una penna.
Sospirai profondamente cercando di ricacciar dentro le lacrime che mi annebbiavano la vista, presi in mano la penna e fissando il mare iniziai a scrivere.

Mi perdo nel silenzio della notte
guardo questo mare, lo respiro
umide le labbra sanno di sale

Improvvisamente sentii una voce che sussurrava il mio nome
Laura... Laura... mi senti?
Scattai in piedi d'istinto, lasciando cadere in terra il quaderno e la penna.
Spaventata, mi guardai intorno alla ricerca di un viso, di un corpo che potessero giustificare quella voce, ma non

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   3 commenti     di: laura


La leggenda del pozzo senza fondo (seconda parte)

Passò ancora poco tempo e Amos era arrivato alla disperazione, non sapeva cosa fare e decise di scappare. Avvisò Camilla e le disse: "Se mi ami veramente, vieni con me, non ce la faccio più! Sto rovinando la mia vita e la tua." Lei non voleva farsi abbandonare e si buttò nel vuoto delle scelte. Non sapevano, dove andare, perché la sua casa era troppo vicino, così decisero di incamminarsi per il bosco prima dell'alba, sperando di trovare qualcosa, con quello che si era messo da parte Amos per le emergenze.
Entrambi non presero molte cose, ma lei non poteva lasciare lì ciò che racchiudeva i ricordi più importanti della sua vita. Era un piccolo cofanetto di legno dolce con all'interno uno specchietto, laccato su tutta la superficie in nero, con decorazioni dorate raffiguranti paesaggi e pagode; coperchio bombato con fascia mossa. Cerniere e bocchetta cesellati in lamierino sbalzato, formanti nastri d'amore ed altri motivi tipici della Cina. Questo cofanetto era tra i vari oggetti del negozio, quando lei era piccola, ne rimase così incantata che suo padre lo regalò a lei che lo custodì con amore, sul comodino vicino al letto, fino a oggi. Dentro questo cofanetto ci mise il petalo della rosa, che le aveva regalato Amos, un ricordo importante come l'amuleto che le aveva regalato la madre.
Un giorno quando sua madre era ancora viva, entrò nel negozio una signora giapponese con kimono colorato, capelli tradizionalmente legati a chignon e un fiore di ciliegio sulla testa. Aveva notato il negozio e si mise a guardare senza disturbo, ogni oggetto antico, ma senza comprare nulla. Infatti, regalò alla mamma di Camilla un amuleto, perché lei non aveva figli e nella tradizione della sua civiltà dopo cinque anni, doveva essere passato a un figlio. La signora notò la bimba molto tranquilla e graziosa ed era convinta che se lo meritasse. Quest'amuleto era una splendida spilla a forma di farfalla, con ali decorate e di colore bianco come un diamante. La madre di Ca

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   4 commenti     di: sara zucchetti


La stanza proibita (seconda parte)

Prese la chiave e sistemò il quadro. Si girò e si avvicinò alla porta, sospirò profondamente e poi decisa infilò la chiave nella serratura. Dopo averla girata un paio di volte, abbassò la maniglia e aprì leggermente la porta nella quale entrò uno spiraglio di luce e d'aria.

La stanza era buia, perché la finestra aveva due persiane chiuse, dove dagli spiragli entrava una delicata luce, così si procurò il suo lumino. Entrò socchiudendo la porta, ma quando si allontanò, si chiuse totalmente all'improvviso e sbattendo un po', lei sobbalzò, ma non ci fece caso e iniziò a guardarsi attorno. Osservò attentamente ogni cosa e vide un letto nuovo in legno, con un copriletto ricamato e di colore rosa. Accanto c'era una culla, rivestita di lenzuola bianche e rosa e con il suo piccolo nome ricamato, che le fece nascere un dolce sorriso. Accanto alla culla c'era una cassettiera, sempre in legno antico, con decorazioni e un piccolo specchio attaccato. Provò ad aprire un cassetto e vi trovò oggetti e vestiti intimi da donna. Sopra la cassettiera, davanti allo specchio, c'era un carillon a forma di pianoforte che lei caricò e sentì vibrare nell'aria una dolce melodia. Era come uno scrigno e sollevando il coperchio, all'interno vi trovò il ciondolo a forma di fiore e di colore azzurro, che riconobbe perché si ricordò di averlo visto sul ritratto della mamma. Per sentirla più vicina al suo cuore, se lo mise al collo e continuò la sua scoperta.

Sull'altra parete della stanza, c'era un armadio con antine e aprendole vide degli splendidi vestiti da donna che la incantarono, eleganti e lunghi come da principessa. Accanto all'armadio c'era una libreria ricca di libri di ogni tipo. Fu attirata da certi libri che l'affascinavano per la copertina, anche se non tutti avevano immagini, ma erano rilegati molto bene e leggendo i titoli s'immaginava la storia con tutta la sua fantasia.
L'unico libro che non la interessò era un piccolo libro di un colore nero inte

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   10 commenti     di: sara zucchetti


Il ciondolo d'argento

C’era una volta una bambina, Lunette, aveva otto anni ed abitava con la nonna in una casetta sita in una piccola campagna. In quel posto non c’era molta vita, le case erano distanti qualche minuto a piedi e ve n’erano al massimo una decina. Si poteva affermare che quello era un posto abbastanza tranquillo.
Jean, abitava nella casa più vicina ed era uno dei suoi migliori amici come Stephan. Passavano spesso le giornate insieme, a giocare nei prati poco distanti, soprattutto in quelli vicini ad una grande villa disabitata, in cui giravano voci fosse infestata da strane creature. Ed era per questo che i bambini gironzolavano spesso da quelle parti, proprio per riuscire a vedere, un giorno, qualche mostriciattolo.
<Per me sono tutte storie> disse Jean guardando le persiane della casa, ormai in rovina. All’apparenza Villa RestFord, così si chiamava per via dei suoi vecchi proprietari morti secoli prima, era di colore giallo ocra con delle crepe ai muri. Il tetto aveva dei buchi enormi che lasciavano entrare l’acqua durante la pioggia e il giardino interno era malcurato, il prato era diventato come una foresta e pieno d’erbacce e foglie secche. <storie> fece eco Lunette emettendo una risatina < ma un po’ di paura, devo ammetterlo, me la fa>.
Passarono i giorni e i bambini, felici, continuavano a giocare fino a che una spiacevole notizia non rattristì la piccola. La sua adorata nonna si era ammalata ed aveva bisogno di cure.
Lunette, disperata, cercava aiuti da qualsiasi persona ma con esiti negativi. Il medico era anche molto lontano dalla casetta in cui abitavano e non poteva procurare loro le medicine per fare guarire la vecchietta.
<Conosco una persona che fa al caso tuo> disse un bel giorno il simpatico Stephan dopo aver appreso la triste notizia. <Si fa chiamare Bianca Saggia e c’è gente che sostiene sia una specie di maga>.
Così i tre amici si recarono alla casa della maga e per loro stupore si accorsero che era proprio fuori dalla porta

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   1 commenti     di: Vale B


L'incantesimo

C'era una volta una grande giraffa che una sera andò a dormire.
Mentre dormiva, arrivò una piccola fatina che voleva avvicinarsi per fare amicizia. La fatina però era così piccola che la giraffa, quando russava, la faceva volare via impedendole di arrivare fino a lei.
La fatina provò più volte ad avvicinarsi, e alla fine, pensando che la giraffa lo facesse apposta, si arrabbiò, e le lanciò un incantesimo.
La mattina seguente la giraffa si svegliò piccola.
"E ora come faccio!" Disse la giraffa."Essere piccoli sembra portare solo guai. Uffa!"

Andò quindi a cercare l'orso saggio che le disse:
"Sarà stata di certo la fatina che si sarà arrabbiata perché lei è brava, ma è permalosa e non capisce noi animali, ti avrà lanciato un incantesimo!"
"L'unica cosa che devi fare - le consigliò l'orso- è restare sveglia tutta la notte e se arriva parlarle."

La giraffa restò con gli occhi aperti tutta la notte, ma quella volta la fatina non poté venire.
Quando la giraffa lo capì, era distrutta dal sonno, ma si era fatto già mattina e quindi si svegliò.
Dal tanto sonno, mentre mangiava, a un tratto cascò nel piatto.

La notte seguente, finalmente, la giraffa riuscì a parlare con la fatina, che la fece tornare normale.



La mamma uccello e il serpente

C'era una volta, una mamma uccello che deposte le sue uova, le covava amorevolmente.

Un giorno, però, il volatile lasciò il suo nido incustodito, per andare a cercar cibo e un serpente che passava da quelle parti, approfittandosi della situazione, mangiò tutte le uova.

Poco dopo, la mamma uccello fece ritorno alla sua casa e non vide più la sua covata; vedendo il serpente, lo accusò di essersi mangiato le sue creature. Così si scagliò, come una freccia impazzita, su di lui e cominciò a beccarlo.

Il serpente cercò di difendersi sentenziando:
"Non sono stato io... non devi beccare me, ma quell'uccello geloso di te, che ha preso le tue uova e le ha lasciate cadere nel lago qui vicino."

A quel punto l'uccello disse: "E perché mai avrebbe dovuto farlo?"

Il serpente rispose: "Perché era gelosa delle tue uova. Se badi bene, non era riuscita ad averne neanche uno e, per questo era tanto invidiosa della tua covata. Per dimostrare la sua non verità, il serpente, condusse la mamma uccello al lago.

Insieme, iniziarono le ricerche che, si conclusero senza risultati positivi. A quel punto, il serpente disse:
"Non riusciremo mai a ritrovarle sane, cascando si saranno sicuramente rotte."

All'improvviso, mentre il serpente si difendeva, successe che, la mamma uccello, si accorse della colpevolezza dello rettile e glielo disse: "Tu, serpente, hai mangiato le mie uova e ne ho la prova."

Il serpente, spazientito, tagliò corto e rispose:
"Beh, adesso devo andare, io ti ho messo in guardia sulla colpevolezza di quell'uccello. Ora tocca a te".

Esso, però, non si era accorto di una piccola piuma che sporgeva dall'angolo della sua bocca e la mamma uccello, con il cuore colmo di dolore, si diresse verso di lui, afferrò, con il becco, la piccola piuma e gliela mostrò.

Infine, uno stormo di uccelli si unì alla mamma uccello e insieme beccarono il serpente fino allo sfinimento ed esso, malridotto e dolorante, se ne to

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Questa sezione contiene favole e storie per bambini e adulti, racconti con morale e allegorie

Le favole sono dei racconti breve che trasmettono un insegnamento di carattere morale o didascalico. I protagonisti sono solitamente animali antropomorfizzati che rappresentano vizi e virtù degli uomini. La presenza di un intento morale le differenzia dalle fiabe - Approfondimenti su Wikipedia