PoesieRacconti utilizza cookie, anche di terze parti, per personalizzare gli annunci. Per informazioni o negare il consenso clicca qui.     Chiudi

Favole per bambini

Pagine: 1234... ultimatutte

Volo

Un bel giorno Pio Pio di buon mattino si mise in testa di voler volare, quanto le sarebbe piaciuto planare nel cielo aperto, e saziare la sua voglia di conoscere, e viaggiare in luoghi sconosciuti. Quindi fece mille tentativi dal punto più alto del pollaio, ma puntualmente invece che planare ballonzolava giù nella paglia che attutiva le cadute. Cocca D'Oro più volte l'aveva esortato a non farlo: "I pulcini non possono volare, quante volte telo devo dire?! .. ma il pulcino come il suo solito non ascoltava, e più testardo che mai decise di allontanarsi dal pollaio. In questo modo avrebbe potuto agire indisturbato, convinto che tutto il risultato potesse dipendere dalla concentrazione! Si sposto in un luogo appartato, vi erano alti cespugli, e un solo grosso albero d'ulivo, il quale copriva la terra sottostante con la sua ombra. Nascosto su un grosso ramo vi era Nonno gatto Bastiano disturbato dall'arrivo di Pio Pio;Bastiano si domando tra se e se : "Ma santo cielo! Cosa combina quel batuffolo di piume?" nel frattempo lo vide arrampicarsi su un alto cespuglio, con l'ausilio del becco e delle aluccie. In bilico fra un ramo e l'altro, cercava di raggiungere la cima troppo alta per un pulcino. Nonno gatto pensava che avrebbe potuto farsi un gran male, poteva morire battendo la testa al suolo! Immediatamente si preoccupo di correre a chiamare lo zio Rupert l'oca in corsa tutto agitato con balzi felini fece più in fretta che poté. Quando la mina vagante Pio Pio giunse in cima all'alto cespuglio, era tutto sudato, sfiatato e stanchissimo, guardare verso il basso le faceva girare la testa. "Oh dio aveva le vertigini!! " "Casplitelina mi viene da vomitale!" in un attimo si senti mancare, così perse l'equilibrio e precipitò, cercando con le poche forze rimaste di battere le ali, o agguantare i rami, ma niente continuava a precipitare. Penso che sarebbe finita la sua vita, qualcuno lo salvo in tempo, prima di toccare il suolo, un grande pennuto fiondo al volo tenendol

[continua a leggere...]

   4 commenti     di: Gabry


Il serpente Jangurd

Il serpente Jangurd, con i grossi occhiali da sole sul naso e il cappello sulle ventitré, se ne andava a spasso ai margini della foresta, sibilando allegramente. Ad un tratto si sentì piombare addosso qualcosa ed ebbe l'impressione che la sua testa fosse presa in una tagliola. No, non era una tagliola. Erano i denti di una mangusta, la terribile nemica dei serpenti, che lo fissava con l'aria cattiva di di trionfo di chi ha appena abbattuto un nemico.

"Scusi - disse il srpente che era molto spiritoso - ci deve essere un equivoco. Io non la conosco e non riesco ad immaginare il motivo di tanta confidenza". Per tutta risposta la mangusta, stringendo ancora di più i denti, fece fare alla testa del serpente due o tre giri veloci e così al povero Jangurd vennero il capogiro e la nausea."Insomma! - gridò quando riprese fiato - mi vuole dare una spiegazione? Che cosa le ho fatto?" La mangusta, parlando tra i denti per non mollare la presa, disse: "Lo sanno tutti che i serpenti sono nemici degli uomini ed io devo difendere il mio padrone che abita in quella villa laggiù, dove finisce la foresta". Jangurd sorrise: "Che iserpenti siano i nemici degli uomini è probabile ma io personalmente non ho niente contro di loro e meno che mai contro il suo padrone che non ho mai visto e che non so chi sia. Dunque non abbia scrupoli e mi lasci andare". Ma la mangusta era testardaed anche un po' sciocca. "I serpenti sono nemici degli uomini, tu sei un serpente e quindi anche tu sei nemico degli uomini. Di lasciarti andare non se ne parla neppure". Jangurd sospirò e disse: "Allora mi porti dal suo padrone e speriamo che sia più ragionevole di lei". La mangusta stette un po' a pensare, poi disse. "Va bene, andiamo" e sempre tenendo Jangurd tra i denti si incamminò verso la villa. Quando furono arrivati, la mangusta spinse con la zampa la porta d'ingresso, entrò, attrversò molte stanze e finalmente si accucciò davanti ad un uomo alto e grosso che, seduto in poltrona, stava legg

[continua a leggere...]



Leo…nino va a caccia

-grauu, presto Leo, è ora, è ora che tu catturi la tua prima preda. Ricorda i miei insegnamenti e torna con un trofeo degno del figlio del re della foresta-
Presto, ragazzi, avete sentito Ras? Andiamo Leo è già partito per la caccia. Seguiamolo.
Anzi non perdiamo di vista Enrica la scimmia, saremo sicuri di arrivare da Leo.


Eccolo Leo, ma quanto è carino, guardate come è curioso, sembra proprio un micione.
Ma che sta facendo, si è fermato a mangiare un cespuglio?
- Ehi Leo,-ecco Enrica che non perde un’occasione per dire la sua- ma tu devi andare a caccia, non divorare tutti i cespugli della foresta.-
-Sì, lo so, ma questa camminata mi ha fatto venire un po’ di fame e a caccia è meglio arrivare a pancia piena. Poi, questa erbetta è una cosa, una cosa…ne vuoi un po’? Vieni, dai non avere paura-
-No grazie Leo, magari tra qualche mese, quando ti avrò conosciuto meglio
- Va beh, comunque ora vado al lago, vieni con me?
-Certo che vengo, non mi perderei la tua prima battuta di caccia per tutto l’oro del mondo.
Nemmeno noi, presto ragazzi anticipiamoli.
Ecco Enrica, ma Leo dov’è?
Non si vede, sarà tornato indietro?
Guardate quel grazioso cucciolo di impala che sta arrivando, anche lui deve essere alla sua prima esperienza solitaria. Fortunatamente Leo se ne è andato, non si sa mai…
L’impala si avvicina al lago, fermandosi guardingo fiuta l’aria, nessun pericolo. Si avvicina ancor più…shhh non fatevi sentire, altrimenti fugge.
Eccolo, ancora indeciso, così deve avergli insegnato la mamma. Finge di bere, poi con un salto veloce si allontana dall’acqua, osserva tra le macchie di vegetazione e torna a fiutare, ne è sicuro:
nessun pericolo.
Torna al lago ed inizia a sorseggiare tranquillo. Primo sorso, sguardo, secondo sorso, sguardo. Nulla lo disturba. Tre sorsi gli ha insegnato la mamma, dopo il terzo, via velocemente. Eccolo immergere il muso per la terza volta quando
-Gramiaooooo.
Leo si è letteralmente mater

[continua a leggere...]

   5 commenti     di: cesare righi


Amore abissale

C'era una volta, nei profondi abissi marini, una dolce pesciolina di nome VIOLETTA. Essa viveva laggiù insieme alla famiglia e alla sua amica Margherita, con la quale si divertiva a nuotare e vivere mille avventure, ma dopo un po' si annoiarono. Violetta desiderava vedere qualcosa di diverso e sperava sempre che un giorno qualcosa sarebbe cambiato, purtroppo la sua famiglia non la capiva e nemmeno la sua amica. Infatti, loro erano contenti di vivere così, non desideravano altro e allora lei si sentiva un po' sola.
Un giorno mentre nuotava e chiacchierava tranquilla con la sua amica, vide sopra di loro una barca e incuriosita risalì alla superficie del mare. Sopra la barca c'era un ragazzo di nome Giacinto, che non si accorse di lei, ma Violetta ne rimase colpita e restò lì ad osservarlo finché non se ne andò. Verso il tramonto lui tornò alla riva per andare a casa e Violetta avrebbe voluto seguirlo, perché sentiva dentro di sé una strana emozione, ma tanto lui non la pescava nemmeno. Quindi un po' delusa tornò giù, dove c'era la sua amica Margherita che l'aspettava e dopo averle raccontato tutto, le chiese un consiglio. Lei le disse che l'unico modo per farsi notare era diventare anche lei un essere umano, una ragazza, e per fare questo doveva chiedere aiuto alla perla dorata nella gran conchiglia dei desideri.
Violetta si mise a cercarla, anche se non era sicura, di trovare subito una cosa così preziosa nell'immensità del mare, così chiese aiuto all'animale più saggio del mare: il granchio reale. Lui le indicò la strada per il labirinto marino e le spiegò, che per arrivare alla perla dorata doveva superare tre prove difficili.
Violetta era un po' preoccupata, ma decise di partire. L'entrata del labirinto era una grotta buia e misteriosa dove nuotò per un po', ma poi dovette fermarsi perché la strada era bloccata da uno specchio molto grande: lo specchio degli incubi. Infatti, appena si avvicinò vide delle brutte immagini come uno squalo catt

[continua a leggere...]

   3 commenti     di: sara zucchetti


Lu parrinu e li soru schettiU PARRINU E LI SORU SCHETTI

Il Cuntu è stato il prodotto narrativo più comune pur nella sua disperata e disperante ingenuità della Civiltà contadina la rivela meglio di un saggio di sociologia. Gli ingredienti ci sono tutti: la speranza, la miseria, la superstizione, la tristezza, la magia, la religione, il lieto fine. Questo cunto, uno dei tanti, veniva raccontato dagli anziani la sera dopo il pasto. si ripeteva all'infinito, ogni volta lo stesso ed ogni volta nuovo, perchè il cuntastorie aggiungeva sempre qualcosa o toglieva se aveva fretta di andare a dormire, incurante delle proteste di quanti di noi ricordavamo le parti del racconto tagliato. Auguro buona lettura a quanti avranno la pazienza di addentrarsi nel racconto.

C'era 'na vota 'na viduva, lu maritu murennu l'avia lassatu cu tri figli nichi e idda mischina cu granni sacrifici li purtava avanti. Amuninni chi vinni lu tempu chi li picciotti avianu divintatu grannuzzi, allura la matri li riunii e cci fici un beddu discursu:
"Figli mei, sinu a quannu atu statu nichi, ju cu granni sacrifici haiu mantinutu a tutti, oramai siti granni perciò un pezzu di pani agghiri dintra cci l'aviti a purtari".
Lu granni si fici avanti.
"Dumani matina prestu, mi nni vaju a la chiazza, sutta lu roggiu di lu spitali, dunni fannu l'omini pi ghiri a travagliari e videmu si mi capita la jurnata".
Accussì fici. La matina prestu chi cc'era ancora scuru, lu figliu granni si nni ju sutta lu roggiu dunni si riunianu tutti l'omini chi circavanu travagliu e si misi ad aspittari chi un patroni lu chiamassi pi fari la jurnata.
Mentri lu picciottu era dda chi aspittava, di la chesa vicina nisciu un parrinu chi avia dittu missa, s'avvicinau a iddu e cci dissi:
"Beddu giuvini, vò travagliari"?
"Certamenti signuria, sugnu ccà a Ddiu e a la furtuna, spirannu chi quarcunu mi chiama pi farimi travagliari, accussi pozzu purtari pani a la casa".
"Cci vo veniri cu mia a travagliari"?
"Macari a Ddiu, si vossia mi cci porta ju cci vegnu vulinteri e cci di

[continua a leggere...]



il re e la farfalla

La farfalla è simbolo di fortuna, pace e libertà.
V’era un re, che un giorno giunse in un regno per aiutare a costruire il palazzo del sovrano,
suo amico. Si portò con se, tutti i muratori del suo paese. Un giorno, mentre dirigeva i lavori,
incontrò una farfalla, che aveva ali stupende.
Desiderò subito di conoscerla, così iniziò a parlare con lei. La farfalla aveva paura degli uomini, perché spesso le avevano strappato pezzetti di ali, ma il re voleva a tutti i costi che lei si adagiasse sulle sue mani. Per questo tutte le mattine, prima di andare a lavorare, andava nel prato sotto il castello, aspettava la farfalla, con dolcezza la convinse a volare sulle sue estremità.
Nacque un amicizia bellissima, che questo re teneva segreta. Era geloso dei muratori,
temeva che raccontassero alla regina che lui aveva una farfalla come amica, quando ogni tanto tornava nel suo regno. Perla, così si chiamava la farfalla, era felice di stare con il suo re, scriveva per lui bellissime poesie sui petali dei fiori, lo portava di sera sui prati a guardar le stelle, la luna, lo baciava con le sue ali, ma era consapevole che, una volta finito il castello, lui sarebbe tornato nel suo regno, ma lei, avrebbe conservato per sempre nel cuore il ricordo di questa amicizia, che considerava come un prezioso dono che la vita le aveva fatto. Giunse l’inverno, Perla non poteva più portare il re sui prati. Ben presto però si accorse che il re era cambiato nei suoi confronti, ma lei gli voleva sempre bene. I re si sa sono bizzarri, sono volubili, inoltre tantissime farfalle svolazzavano sul prato, farfalle che d’inverno hanno belle case di zucca che possono ospitare un re, ma lei era povera, come ricchezza aveva il suo grande cuore. Inoltre viveva in un tronco cavo di un albero insieme ad altre due farfalle, non poteva quindi invitare e ricevere il suo amico. Si accontentava di stare con lui ogni tanto, dentro la cascina del boscaiolo.
Ma le visite del re, comi

[continua a leggere...]



Un Halloween pauroso

Una notte, all'apparenza come tutte le altre, era la notte di Halloween.

Nella foresta l'orso si era travestito da scheletro e il lupo da mummia.
Durante quella notte un cinghiale, che era nella sua casa, aveva così tanta paura che quando suonarono alla sua porta pensava che ci fosse uno Zombie.

Pensava che intorno alla casa ci fossero delle mummie.

Al cimitero, però, c'erano degli Zombie veri. Uno di essi s'incamminò verso la casa del cinghiale e bussò alla porta.
Il cinghiale disse: "Smettila scimmia!"
Ma in realtà non era la sua amica scimmia e lo capì quando la porta si aprì.

"Se tu non sei la mia amica scimmia, allora chi sei?" Disse il cinghiale.
Lo Zombie rispose: "Mi chiamano tutti zombie."

Il cinghiale, dallo spavento, scappò via per sempre e lo Zombie capì che quella era una bella casa quindi poté stare li per sempre.




Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

Questa sezione contiene favole e storie per bambini e adulti, racconti con morale e allegorie

Le favole sono dei racconti breve che trasmettono un insegnamento di carattere morale o didascalico. I protagonisti sono solitamente animali antropomorfizzati che rappresentano vizi e virtù degli uomini. La presenza di un intento morale le differenzia dalle fiabe - Approfondimenti su Wikipedia