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Favole per bambini

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La fiducia dei nonni e la forza della vita

Tiepidi raggi di sole primaverili penetravano dalla finestra, sul davanzale cinguettava un passerotto, mentre la piccola Vanille cominciava a svegliarsi. Si vestì e dopo aver fatto colazione, si avviò verso la scuola come tutte le mattine.
Camminava a testa bassa persa nei suoi pensieri, osservando il marciapiede e ogni suo passo, con lo zaino pieno di libri sulle spalle. Aveva circa undici anni ed era una ragazzina dai capelli lunghi, che lasciava sciolti o a volte raccolti, gli occhi azzurri, molto timida e sensibile. Mentre camminava, si ricordò del sogno che aveva fatto quella notte che riguardava i suoi nonni. Entrambi erano andati in cielo recentemente, ma erano spesso nei suoi pensieri. Nel sogno si ricordò che andava in giro in bicicletta con la nonna e poi tornava a casa per gustarsi un ottimo pranzo del nonno.
Raggiunse finalmente la scuola ed entrò in classe silenziosamente, con l'impressione di essere molto osservata. Non aveva il nemmeno il coraggio di salutare le sue amiche, ma lo fecero loro con piacere e lei rispose sorridendo. Iniziò la lezione e fu interrogata, ma la professoressa la chiamò accanto a lei e così riuscì a prendere un bel voto, perché dal suo banco non sarebbe riuscita a fare un discorso davanti a tutta la classe, anche se la lezione l'aveva studiata bene. Suonò la campanella dell'intervallo e i suoi compagni cominciarono a deriderla come al solito, lei ci rimaneva male, anche se ormai sapeva che non doveva prendersela. Gli avevano spiegato, tante volte, che loro erano un po' superficiali e spiritosi, ma dentro di sé sentiva sempre quella vergogna che le faceva perdere la fiducia in se stessa.
Suonò la campanella e venne il momento di tornare a casa, Vanille raccolse le sue cose e si avviò. La strada per tornare a casa attraversava un piccolo parco e decise di fermarsi un momento. Salì sull'altalena e cominciò a dondolarsi lentamente, mentre la sua mente era persa in mille pensieri. Fece un respiro profondo chiud

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   6 commenti     di: sara zucchetti


Il congresso dei Topolini del groviera

Topolino Ghino, candidato unico, al Congrasso del Partito dei Topolini del Groviera, gongolava a sentire gli squittii degli animaletti a lui vicini, anche loro topolini da cavia bianchi, che lodavono la sua immagine sia come topolino di famiglia, che topolino pubblico. Il suo squittire fluido era addirittura riuscito, nel lontano 2010, a convincere un gatto randagio, durante un azione di aggressione per fame nei suoi confronti, delle ragioni del suo far politica. E di come avesse convinto lo stesso gatto, a sentirsi topo, e a fargli da guardia del corpicino. Che poi, con la furbizia del gatto, il randagio si era trasformato in topo gigante, e aveva convinto tanti gatti a fare lo stesso pur di partecipare all'assemblea programata dai topolini.

Topone gatto randagio, era stato a capo della corrente politica più estrema del Consiglio di quartiere dei Gatti di Via delle Panchine, leader legato a una frangia violenta di gattacci che la notte li senti che fanno miaooomiaooo, quanto si graffiano tra loro. E i gatti suoi amici che si erano rifiutati di seguire il suo credo, e quello di piccoli ratti succulenti, si stupirono dalla sua trasformazione e ne erano addirittura schifati. Un gatto topone che fa "Squittao"... mai visto un ibrido così schifido.

Segretamente, Topolino Gone padre di Topolino Ghino, era stato chiamato da Topolino Saggio che condivideva con l'altro vecchio il fatto che era troppo pericoloso, durante il congresso dei Topolini del Groviera, la presenza di strani topoloni, in realtà gatti, che si erano così resi mansueti, guarda caso alla vigilia ufficiale del più grande raduno di appetitosi topolini, programmato nello scantinato della Signora Carletta Carlini, di Via del Buio, numero civico 5 di Paese in provincia di Città, della Regione di Nazione. Topolino Gone ne aveva visti già troppi di topolini presi in trappola da gatti furbissimi, come Gatto Randagio!

E fu così che rischiando la pelle, Topolino Gone e Topolino Saggio

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   0 commenti     di: Raffaele Arena


Un albero per amico

Questa è la storia di un albero di ulivo, tanto vecchio da aver dimenticato il giorno in cui era spuntato dalla terra, forse 200 anni prima. Ricordava a malapena la fatica che aveva fatto per bucare la terra. Ricordava che si sentiva pieno di vigore ma non sarebbe riuscito a far capolino tra le zolle se improvvisamente non fosse scoppiato quel temporale. Era successo che il Sole, che da lassù riesce a vedere anche ciò che avviene sotto terra, mosso a pietà e ammirato per tanta tenacia, aveva ordinato alle nuvole di avvicinarsi a quel pezzo di terra e innaffiarlo per bene.

Così era nato Olivo, e si era dato subito un gran da fare per tirar fuori dai suoi rametti delle belle foglie lucide, e per affondare le sue piccole radici nel terreno laddove trovassero più cibo per il suo fusto. Di anno in anno, sopportando il caldo dell’estate e il freddo d’inverno era cresciuto sano e forte, aveva prodotto migliaia di piccoli fiori, che poi si erano trasformati in piccoli frutti prima verdi e poi con il sole sempre più neri, fino a quando non erano venuti una donna con i suoi bambini a raccoglierli.

Fu felice di donare i suoi frutti, anche se quei bambini gli tiravano un po’ i rami, e gli strappavano le foglie, e si arrampicavano sul suo tronco. Sapeva (non si sa come visto che non si era mosso mai di là) quale prezioso liquido sarebbe venuto fuori dalle piccole olive, e per questo era disposto a sopportare un po’ di strapazzo.

La casa dei bambini non era distante, e loro lo venivano trovare anche quando non era stagione di raccolta, perché il suo tronco era bello e forte, i suoi rami grandi e ben distesi. Era facile arrampicarsi e a loro piaceva molto sedere tra le sue fronde ben sistemati nell’incrocio delle sue braccia robuste, come su piccole sedie sospese.

I bimbi erano tre, due femmine e un maschio. Si chiamavano Isotta, Alessia e Lorenzo. Avevano anche un cane vivacissimo e un po’ pazzerello: Yuri.
Essi avevano deciso che Olivo era

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Ricciolino

Gesù era nato da poco e già i primi pastori erano davanti alla grotta con i loro poveri doni: Latte, formaggio, uova.
Uno meno povero degli altri portò un agnellino vivo, molto piccolo. Maria sorrise e lo pose delicatamente sulle gambe di Gesù. L' agnellino belò e Giuseppe, accarezzandolo, gli disse: " Sta tranquillo. Nessuno ti farà del male" Come tutti sapete Giuseppe, Maria e Gesù dovettero fuggire in Egitto. Non ebbero il coraggio di lasciare l' agnellino solo e lo portarono con sè. Maria era in gropa ad un asinello con Gesù in braccio. Giuseppe con una mano teneva la cavezza dell' asinello per guidarne il cammino e, nel braccio libero, teneva l' agnellino. Quando finalmente tornarono a Nazareth Giuseppe fece una stalletta per l' agnellino che divenne il compagno di giochi di Gesù via via che cresceva. Anche
l' agnellino cresceva e Maria pensò che fra poco Gesù sarebbe stato troppo grande per giocare ancora con l' agnellino e si
intenerì al pensiero che questo si sarebbe sentito solo.
Allora comprò una pecorella e la mise nella stalletta. Cosa pensate che successe? Successe che i due si innamorarono e si sposarono. Nacque un agnellino, bello come i genitori che
lo chiamarono Ricciolino per i riccioli neri che incorniciavano la sua testa. Passò qualche anno. Gesù, che aveva guarito i lebbrosi, ridato la vista ai ciechi e l' udito ai sordi, fu condannato morte da Pilato che non avrebbe voluto farlo
perché riteneva Gesù un uomo giusto. Saprete che, sotto le feste pasquali, in Palestina c' era la consuetudine di liberare un prigioniero. Pilato chiese alla gente radunata sotto il suo palazzo se volevano libero Gesù o Barabba, un feroce malvivente. La gente, aizzata da uomini malvagi, scelse Barabba. Gesù fu condotto sul monte Golgota e fu crocifisso. Ricciolino lo aveva seguito ed aveva assistito con grande dolore alla sua agonia. Quando Gesù emise l' ultimo respiro il cuore di Ricciolino si spezzò. Gli amici di Gesù lo seppellirono pro

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Lo specchio dell'anima

In una piccola casetta di legno, dispersa nel bosco incantevole, viveva una vecchia strega buona di nome Lulù che ogni tanto faceva qualche magia. Un giorno decise di prendere un semplice specchio e farlo diventare magico. Dopo varie formule magiche lo specchio ovale con cornice e manico azzurro divenne color oro. Questo cambiamento poteva essere la conferma che lo specchio aveva acquistato il potere magico che gli aveva donato, ma lei non era sicura voleva provarlo. Lo specchio doveva cambiare l’anima di chi si specchiava guardandosi intensamente negli occhi. Passò un po’ di tempo e Lulù era impegnata a fare tante magie, che dimenticò lo specchio sul davanzale di una finestra sempre aperta.
Ogni tanto passava di lì Cip, un passerotto azzurro e curioso che guardava ogni cosa nel bosco. Da uno splendido volo atterrò sul davanzale e appollaiandosi vicino allo specchio d’oro che brillava con la luce del sole, non riuscì a resistere alla tentazione di guardare. Si avvicinò con occhi stupiti appoggiò il becco e guardandosi intensamente negli occhi, non successe nulla di particolare ma lo specchio aveva attivato la sua magia. Un attimo dopo Cip decise di volare via disinteressato da ogni cosa.
Il giorno dopo Lulù si ricordò dello specchio, lo prese e decise di uscire per provarlo, se incontrava qualcuno. Il bosco non era mai affollato, ma qualcuno lo avrebbe di sicuro trovato. Dal nulla comparve all’improvviso un orso bruno, grande e grosso, di nome Ubaldo che cercò di aggredirla. Scontroso e scorbutico cominciò a bramire e non ne voleva sapere di guardare lo specchio, poi cambiò idea se ne impossesso e si allontanò. La strega un po’ sconvolta decise di non inseguirlo perché era impossibile recuperarlo. Ubaldo si guardò attentamente nello specchio, all’inizio s’irritò, ma quando si guardò intensamente negli occhi, lo specchio compì la sua magia. Un attimo dopo l’orso era diventato molto gentile e cortese con ogni creatura del bosco.

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   7 commenti     di: sara zucchetti


Gnurantino

Il quartiere d’allora era povero ma infelice e, come si sa, è d’obbligo che miseria e ignoranza si diano il braccetto. Oggi, certo, non è più così: intelligenza e cultura impreziosiscono Palermo per tutte le sue classi.
Gnurantino lo chiamavamo, perché era l’unico fra noi che andava a scuola e quindi ignorante era, ma meno degli altri. A casa la mattina lo svegliavano e lui faceva: “O mammà, lassam’a lettu”; mammà allora lo chiappava per la recchia, gli assestava cauci e pizziconi e non passava il tempo di rossore e lividore che quello già stava nel banco.
Quando Gnurantino s’accasò, la moglie, morendo nel frattempo, gli dette tre gemelle belle come il sole. Quand’ebbero l’età del marito vollero una il principe del Noto, la mezzana il marchese del Demone e la terza il re di Mazara. Gnurantino non vedeva che per i loro occhi e, tanto fece e sfece, che glieli diede.
Così restò solo, visto che le belle come il sole se n’andarono lontane.
Se passava per le vie la gente, tanto per sfruculiare, gli chiedeva: “Che dice la principessa di Noto? Sta bene signora la marchesa? La reginella figliò? ” dato che lo sapevano che quando le andava a trovare quelle scappavano per cacce e festine e lui restava come un cane a muffire in una stanzetta sotto tetto.
Venne tempo di restituire a Dio il suo.
Gnurantino prese le robbe e se ne tornò alla casa, nel suo quartiere, dove pure se lo buffoniavano gli restavano le cose più belle. Sistemò il vecchio lettino di fanciullo, socchiuse le imposte, tolse gli occhiali dal naso e, sereno come aveva cominciato, si mise a morire.
Anch’io, che mi ero stato accanto per vedere come finiva, lo salutai per l’ultima e volsi per andarmene.
Ma prima di chiudere la porta, con una voce a filo che pareva di lunario, lo sentii che diceva:
”O mammà, lassam’a lettu”.

   5 commenti     di: sergio scaffidi


Il mondo della passione

Ho conosciuto la passione!
Disse una donna ad una oscura ombra.
Ero in un angolo della mia vita e delle mani calde mi raccolsero.
Buon per te donna.
Rispose la voce dell’ombra.
Alla luce di questo ricordo riscalderai la tua vecchiaia.
Perché dici ricordo, io coltiverò questo fiore, vorrei vedesse molti tramonti.
E tu pensi di poter conservare la passione?
Disse l’ombra ridendo senza alcun contegno.
Donna è già un ricordo e neppure te ne sei accorta.
Ombra dalle tue parole scorgo il tuo digiuno, non sai neppure di cosa parlo, tu poco senti o forse poco hai mai potuto sentire.
Insegnami -disse l’ombra - sarò un alunna attenta ed obbediente.
È in ciò il tuo limite, nella passione non si è alunni e neppure maestri, ma si è vento e marea, si è luna e sole, si è presa e arresa alla luce di un’unica è valente pretesa la goduriosa intesa.
Devi volerlo!
Io lo vorrei!
Rispose l’ombra con umiltà.
Ma conosco i limiti di questa cosa.
Limiti?
Disse la donna.
Vecchio concetto indotto, inizia da qui limiti non c’è ne sono, ma ci vuole fiducia!
Fiducia?
La fiducia è quel fiore che sboccia spontaneamente al sole della ragione sulla terra dell’amore, non confondere mai la fiducia con il desiderio d’amore, quella fame conduce ad aprire porte, ma non potrà mai schiudere la profonda porta della passione, dell’abbandono consapevole.
Ricorda la fiducia è quel fiore che nasce al sole della ragione sulla terra dell’amore, e quando quel fiore unico e prezioso sarà nato tu lo stringerai a te, e nello schiudere nuove ali volerai nei cieli immensi della passione.
L’ombra uscì dall’angolo e quando la donna la vide, riconobbe i suoi tratti, l’ombra era priva di energia e scarna, la donna la prese per mano, conducendola sino alla luce della passione. La vestì di abiti nuovi la colorò di emozioni intense, facendola salire dai profondi abissi sino ad altezze inconcepibili, e dall?

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   2 commenti     di: Cleonice Parisi



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Questa sezione contiene favole e storie per bambini e adulti, racconti con morale e allegorie

Le favole sono dei racconti breve che trasmettono un insegnamento di carattere morale o didascalico. I protagonisti sono solitamente animali antropomorfizzati che rappresentano vizi e virtù degli uomini. La presenza di un intento morale le differenzia dalle fiabe - Approfondimenti su Wikipedia