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Favole per bambini

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La moglie del contadino

Un uomo sposato con una donna bella e molto più giovane di lui, non riuscendo più a campare emigrò in un altro paese. Essendo molto innamorato di sua moglie, benché ella aspettasse un bambino, decise di chiederle di affrontare il viaggio con lui.
La notte che partirono, due vipere si avvicinarono al loro carro già carico per il viaggio. La donna le catturò e le mise in un vaso con piccoli fori perché vivessero. Disse al marito di catturare due topi, che l'uomo non fece fatica a trovare.
La donna mise i due piccoli topi di campagna nello stesso vaso condannandoli a morte certa.
Il contadino era un gran lavoratore e nel nuovo paese trovò presto da lavorare e guadagnare abbastanza per dar da mangiare a sua moglie e molto presto anche al bambino che lei gli diede.
Lavorava per un signore vedovo e senza figli che lo ricompensava giustamente per il suo lavoro nei campi e nel ricco orto della sua sfarzosa villa.
La giovane coppia ed il loro figliolo vivevano in una grotta lungo il corso di un torrente alla periferia della città.
La donna che si occupava del bambino e non lavorava fuori di casa, scavò nel tufo della grotta, sino a ricavarne nuove stanze ed un camino per raccogliere il fuoco e permettere di cucinare le verdure che suo marito riceveva dal suo padrone.
La donna catturava di tanto in tanto piccoli topolini che faceva scivolare nel vaso delle vipere che si erano riprodotte ed erano diventate una numerosa famiglia di dodici vipere.
La donna dopo un po' di tempo lasciò il vaso scoperto e le vipere impararono ad uscirne quando avevano fame. La donna faceva trovar loro piccole uova d'uccello topi e lucertole.
Le vipere impararono a muoversi per casa ed a prendere il cibo dalle mani della contadina e a ritornare sazi ne vaso dove restavano a dormire fino a sentire nuovamente la fame.
L'uomo lavorava sodo e non parlava mai al suo padrone della giovane moglie, e questa non andava mai al villaggio e conduceva una vita molto rise

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   4 commenti     di: Michele Loreto


IL TERNO A LOTTO

Napoli.
È uno dei primi giorni di dicembre. Già si avverte l’atmosfera delle festività natalizie: i negozi e le strade hanno iniziato ad addobbarsi.

Questa città, com’è noto, ha una sua particolare affezione al Natale, consolidatasi nel corso dei secoli. Nonostante il progressivo decadimento dei valori e degli usi ad esso connessi, resiste e persiste l’attaccamento dei suoi cittadini alla festa più sacra dell’anno, che trova il suo fulcro principale, la sua sublimazione, nella preparazione e nella cura dedicata all’allestimento della sua rappresentazione che si concretizza con il Presepe. Raffigurazione che si tramanda da otto secoli, da quando Francesco d’Assisi realizzò la prima ricostruzione vivente della nascita di Gesù, nel paese reatino di Greccio.

Questa sacra riproduzione conserva ancora a Napoli tutto il suo intenso significato, che ha prodotto una plurisecolare tradizione del Presepe, a cui hanno contribuito anche artisti di talento. Intorno alla “Sacra Famiglia” si sono creati gli scenari più diversi e collocati i personaggi più disparati, in aggiunta a quanto descritto nel Vangeli di Luca e Matteo ed in alcuni vangeli “apocrifi”, frutto della fantasia e della creatività dei napoletani.

Potevano rimanere immuni da questa magica e mistica atmosfera, i nostri due ineffabili “filosofi” napoletani: Gennaro Platone e Ciro Aristotele, già protagonisti di altre curiose e strampalate vicende?
Certamente no!

Cerchiamo, allora, di scoprire qual è il loro atteggiamento ed il loro “profondo pensiero” sulla festività dell’anno per antonomasia.

È un lunedì, giorno di chiusura settimanale della pizzeria di Ciro. Sono le undici circa di una giornata autunnale in cui il sole si alterna alle nuvole in un naturale gioco di rimpiattino.
Ciro e Gennaro, come sono soliti fare spesso, passeggiano tranquillamente per le vie del centro di Napoli, discorrendo, a modo loro, del più e del meno.

“Né Ci

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   0 commenti     di: Sergio Maffucci


La tartaruga ballerina.

Giannina era una bambina di otto anni che amava molto gli animali e soprattutto le tartarughe. Quando le chiedevano perché proprio le tartarughe lei rispondeva, decisa: "Perché hanno una casa dove si possono rifugiare subito se c'è un pericolo, senza bisogno di correre. E poi perché camminano lentamente e si possono prendere in braccio facilmente. Anche le lumache camminano lentamente ma la loro casa è troppo fragile mentre le tartarughe hanno una casa durissima che non si rompe nemmeno se un bambino ci sale sopra".
Convinti da questo ragionamento i genitori, per il suo compleanno le regalarono una giovane tartaruga. Giannina fu felicissima e la prese subito fra le sue mani, accostando il suo viso al musetto della tartaruga che lo ritrasse subito dentro la sua casa. "Hai paura, eh! - disse Giannina - Ma vedrai che diventeremo amiche ed io riuscirò a baciare il tuo simpatico musetto".
La mamma sorrise e chiese a Giannina: "Le vogliamo dare un nome?" "Certo, la chiamerò Uga". La tartaruga mise fuori il musetto come se si fosse sentita chiamare. "Hai visto, mamma? - disse Giannina - Il nome le è piaciuto!".
La casa di Giannina aveva un grande giardino con molte piante. C'erano molte rose, un gelsomino rampicante, due grandi acacie, un abete, due pini e un glicine che, quando fioriva, raggiungeva il balcone del primo piano. In un angolo del giardino il padre di Giannina aveva attrezzato un piccolo orto con molti tipi di verdure, pomodori, fagiolini e melanzane.
Uga era libera di passeggiare nel giardino ed anche nell'orto dove entrava infilandosi sotto una maglia più larga della rete di recinzione. La mamma di Giannina la lasciava fare. "Quanta insalata potrà mangiare?" - pensava.
Insomma Uga viveva in un piccolo paradiso. Scoprì che le piacevano anche altre verdure, oltre la solita lattuga. Trovava la ruta molto saporita ed i fiori d'acacia caduti a terra maturi erano perfetti come dessert. Ma Giannina la strappava spesso al suo paradiso. La portav

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Ka-dune

Avanzo, stancamente, passo dopo passo, e duna dopo duna, illuminato dalla

Luna, nel deserto, seguo il mio percorso. Ho perso i contatti con il

Resto della carovana, durante l’ultima tempesta di sabbia;mi resta poca

Acqua, non so se supererò quest’altra notte, se non diventerò

Cibo per qualche leonessa in agguato fra le rocce all’orizzonte!

Comunque, sono certo che la squadra di soccorso, ha già

Avviato le sue ricerche, o, almeno, lo spero! Ora credo di

Riconoscere quei ruderi, si! Sono proprio i resti dell’antico fortino,

Là è il punto di ritrovo per tutti gli escursionisti! Sono salvo! e lei mi

Aspetta, preoccupata ma felice di rivedermi, e fra le sue braccia…rinasco!
(è la favola di un sogno, o il sogno di una favola!)

   9 commenti     di: luigi deluca


Lisetta

Alle volte quando ti senti persa e sola, la vita ti regala momenti indimenticabili e bisogna avere il coraggio e la capacità di apprezzare e comprendere.


Una sera d'inverno mi trovavo a camminare sulla spiaggia.
Il cielo era sereno e le stelle lucenti cullavano la mia anima.
Io ero persa nei miei pensieri, ricordavo l'estate, gli ombrelloni aperti e la gente che rideva e giocava nell'acqua. La mia mente vagava fra i ricordi delle storie estive che iniziavano colme di emozioni, le promesse di amori eterni che sarebbero finiti nel momento in cui il sole avrebbe lasciato il posto al freddo invernale.
Camminavo scalza e sentivo la sabbia umida e già fredda scivolarmi fra le dita provocandomi brividi indescrivibili.
Il mare era stupendo, calmo e caldo; la luna si specchiava nell'acqua limpida. La serata prometteva bene, e anche se dal mio viso scendevano lacrime di dolore, mi sentivo in pace con me stessa.
Ormai erano ore che camminavo senza far riposare le mie gambe e la mia mente. Decisi di sedermi in riva al mare e di scrivere una poesia che avrebbe reso eterno quel momento.
Amo comporre poesie e racconti: la scrittura è l'essenza della mia vita, è l'arma che mi ha sempre aiutato nei momenti di crisi, è uno sfogo e una passione. Non avevo niente con me quella sera, né borsa, né cellulare, oggetti inutili che mi avrebbero solo dato noia. Solo due cose non avrei lasciato mai da nessuna parte. Un quaderno e una penna.
Sospirai profondamente cercando di ricacciar dentro le lacrime che mi annebbiavano la vista, presi in mano la penna e fissando il mare iniziai a scrivere.

Mi perdo nel silenzio della notte
guardo questo mare, lo respiro
umide le labbra sanno di sale

Improvvisamente sentii una voce che sussurrava il mio nome
Laura... Laura... mi senti?
Scattai in piedi d'istinto, lasciando cadere in terra il quaderno e la penna.
Spaventata, mi guardai intorno alla ricerca di un viso, di un corpo che potessero giustificare quella voce, ma non

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   3 commenti     di: laura


il mondo formica

Era una caldissima giornata d’estate il sole brillava nel cielo e si rispecchiava nelle acque del laghetto che si trovava al centro del parco. Era un parco molto grande con un immenso prato ricamato di fiori, stradine e giochi per bambini.
Nel centro del parco c’era un formicaio pieno di formiche. Tutte uscivano a procurarsi il cibo tranne una: piccola, innocente, impaurita e chiusa in se stessa che non poteva nascondere il dolore e l’umiliazione che provava per quello che non riusciva a fare. Il pensiero che l’affliggeva, nel vuoto di solitudine, era: “Ci vorrebbe un amico per dimenticare il male”, ma poi ripensandoci sentiva che l’unica vera amicizia era in se stessa perché solo lei capiva ciò che provava.
Nel parco c’erano anche altri insetti come delicate farfalle variopinte, vivaci api che volavano accanto ai fiori, zanzare che pungevano, moscerini e mosche fastidiosi. Grilli e cavallette che saltavano ovunque, scarafaggi, libellule e altri. Ma nessuno la poteva aiutare.
Un giorno, nonostante sapeva quanto fosse difficile, decise di rischiare provando a uscire dal formicaio insieme alle altre. Risalì alla superficie, mise le zampe fuori dal formicaio e mentre il sole la accecava sentiva il cuore battere forte. Le altre si allontanarono velocemente per cercare qualcosa da mangiare, ma lei entrò nel panico girando a destra, a sinistra e continuando a cambiare direzione. Piccolina e con un gran cuore ma si sentiva dispersa in un mondo immenso.
Intorno a lei c’erano solo ciuffi d’erba corti e fiori profumati dove vide le sue simili non lontano e decise di raggiungerle, ma mentre lo faceva un bambino che giocava li accanto senza accorgersene la stava per schiacciare, per fortuna non successe nulla di grave perché riuscì a nascondersi sotto un sasso che era vicino. Appena raggiunse le sue simili preoccupate l’aggredirono cacciandola di nuovo nel formicaio. Lei con il cuore spezzato, una gran delusione e una profonda disperazione ci

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   7 commenti     di: sara zucchetti


La farfalla Fru Fru

Non c é peggior sordo di chi non vuol sentire

Non conta cosa e come dici qualcosa, conta chi hai dinnanzi.
Puoi dipingere il mondo dei colori più belli che conosci e chi ti ha ascoltato riuscire a vedere solo il bianco e nero.
Puoi sorridere e gioire della vita e chi ti osserva riuscirà a scorgere solo la tua frivolezza.
Puoi diffondere parole di pace e chi ti ascolta penserà che sei solo un altro pazzo che vorrebbe cambiare il mondo.


Primitiva io? Disse la testuggine alla farfalla FRU FRU.

Ma cosa puoi saperne tu, piccolo fiore che vola, cosa vuol dire appartenere ad una grande dinastia. Tu sei semplicemente un fiore che ha la fortuna di muovere i petali e volare.

No Tuga, hai frainteso io appunto dicevo che le testuggini hanno alle spalle millenni di storia, pensa che siete gli animali più antichi del mondo, eravate presenti già all'epoca dei dinosauri. Perciò mi sono permessa di dire che le tue sono origini primitive.

Disse la farfallina sorridendo, nella speranza d'essere compresa.

Basta frivola farfalla, tu non puoi capire cosa vuol dire appartenere ad una stirpe antica e nobile come la mia. Stai zitta.

Non riuscirò mai a farti comprendere cosa volevo dire. Disse FRU FRU. Sei talmente prevenuta che mi sembri quasi sorda, sai come si dice non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire, mai proverbio è stato più azzeccato di questo.

Vai, vai vola via fastidiosa farfalla, mi hai molestata abbastanza per oggi, vai a svolazzare sui fiori di campo e restaci, restaci per sempre, io non ho piacere nel vederti.

La farfalla scoppiò a piangere disperata, non era nelle sue intenzioni offendere la grande Tuga, voleva semplicemente rivolgerle un complimento. Ma la tartaruga era grossa quanto ottusa, e aveva frainteso le docili parole della giovane farfalla.

Puà una coccinella amica della vecchia testuggine, aveva assistito al deplorevole frainteso, cercò di spingere Tuga alla ragione dicendo:

Tuga hai trattato male qu

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   0 commenti     di: Cleonice Parisi



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Questa sezione contiene favole e storie per bambini e adulti, racconti con morale e allegorie

Le favole sono dei racconti breve che trasmettono un insegnamento di carattere morale o didascalico. I protagonisti sono solitamente animali antropomorfizzati che rappresentano vizi e virtù degli uomini. La presenza di un intento morale le differenzia dalle fiabe - Approfondimenti su Wikipedia