Una graziosa e dolce ragazza di circa trent'anni e con il nome di Gaia ha vissuto fin da piccola in una splendida baita di montagna a circa mille metri di altezza. Il panorama attorno a lei era stupendo sia d'estate sia d'inverno. Quando faceva molto freddo, ogni tanto scendeva una spolverata di neve, ma d'estate il sole mandava dei raggi splendenti che accarezzavano come una forte emozione. Sua madre morì quando era molto piccola dandola alla luce ma lei riuscì a crescere forte e coraggiosa lo stesso.
Tutti i giorni si occupava della casa mentre suo padre e suo fratello maggiore portavano le mucche e le capre al pascolo curandole per tutta la giornata e di sera le riportavano nella stalla. Dopo aver fatto colazione, sistemava i letti e puliva la casa. Poi andava al ruscello a lavare i vestiti e li stendeva profumati, puliti e freschi sapendo che con il sole e l'aria fresca che c'era si asciugavano. D'inverno invece li lavava dentro casa andando a prendere l'acqua. Aveva una vita dura ma era abituata fin da piccola e per lei non era difficile. Verso l'ora di pranzo portava su dei panini a suo padre e suo fratello mangiavano insieme e poi ritornava a casa. Pomeriggio si riposava un po' poi andava a fare passeggiate e altri lavori fino all'ora di cena e anche lì preparava sempre qualcosa di splendido.
Un caldo pomeriggio d'estate, mentre brillava il sole, si raccolse i capelli e vestita con una maglietta e una semplice gonna decise di andare a raccogliere delle castagne. S'incamminò per il solito sentiero con un cestino vuoto in mano e raggiunse il bosco.
Iniziò a cercare e quando trovò gli alberi, ce ne erano tantissime, riempì il cesto e pensava già alla torta che voleva fare. Una volta riempito il cestino si avviò per tornare a casa, ma sentì dei rumori alzò lo sguardo convinta che fossero i soliti scoiattoli. Invece davanti a se vide uno splendido ragazzo. Lei rimase a bocca aperta dall'incanto vedendo i suoi occhi azzurri come il cielo e il suo sorr
C'era una foresta e c'era una giraffa,
Il suo collo si spingeva verso il cielo. Si nutriva dei germogli e dei raggi di sole che la scaldavano e la illuminavano. Un vento leggero intriso di azzurro sempre la accarezzava e i suoi occhi morbidi ammiccavano una specie di sorriso.
Racchiudeva molte cose quello splendido animale.
Era come una montagna in mezzo alla foresta, una foresta supportata da una fonte di saggezza.
Era solita parlare al vento perché lassù solo lui poteva sentire. Un bel giorno le disse il vento: " giraffa tutte queste nostre discussioni a che portano se nessuno poi le può sentire. " !
E la giraffa pensierosa poco dopo le rispose :
" Caro vento io le cose che ho da dire non le posso trattenere, e tu sei qui vicino a me non ho altri che mi sentono, sai nessuno vuol venire fin quassù!"
Il vento che era libero di andare soffiò oltre la foresta, oltre le montagne, radente la pianura e si spinse fino al mare.
Sulla spiaggia passeggiava un pettirosso, si scaldava sotto il sole, perchè il mare un po' l'aveva inumidito. Apriva le sue alette con il becco si strusciava. Soffiando un po' più lentamente il vento sussurrò:
"Pettirosso cosa fai tutto solo in questa spiaggia, non c'è nessuno qui con te, vieni a farmi compagnia, ti farò volare proprio in alto, così potrai godere di un paesaggio sconfinato".
E il pettirosso incuriosito rispose : Vengo vento via con te ".
Varcarono di nuovo le montagne sconfinate dall'alto si vedeva una terra incantata e via via di questo passo poi raggiunse la giraffa.
Subito si piacquero e il pettirosso e la giraffa, si posò sulla sua testa proprio in fronte.
La giraffa strizzò l'occhio al vento che nel divenire della sera si placò !
"Sei bella e molto alta " le disse il pettirosso," nostro fratello vento mi ha detto che tu sei molto saggia e che sai tante cose, ed io mi sento tanto solo ma se ti va con me tu puoi parlare." E cosi' la giraffa amorevolmente iniziò a parlare.
"Ho un co
C’era una volta una bambina, Lunette, aveva otto anni ed abitava con la nonna in una casetta sita in una piccola campagna. In quel posto non c’era molta vita, le case erano distanti qualche minuto a piedi e ve n’erano al massimo una decina. Si poteva affermare che quello era un posto abbastanza tranquillo.
Jean, abitava nella casa più vicina ed era uno dei suoi migliori amici come Stephan. Passavano spesso le giornate insieme, a giocare nei prati poco distanti, soprattutto in quelli vicini ad una grande villa disabitata, in cui giravano voci fosse infestata da strane creature. Ed era per questo che i bambini gironzolavano spesso da quelle parti, proprio per riuscire a vedere, un giorno, qualche mostriciattolo.
<Per me sono tutte storie> disse Jean guardando le persiane della casa, ormai in rovina. All’apparenza Villa RestFord, così si chiamava per via dei suoi vecchi proprietari morti secoli prima, era di colore giallo ocra con delle crepe ai muri. Il tetto aveva dei buchi enormi che lasciavano entrare l’acqua durante la pioggia e il giardino interno era malcurato, il prato era diventato come una foresta e pieno d’erbacce e foglie secche. <storie> fece eco Lunette emettendo una risatina < ma un po’ di paura, devo ammetterlo, me la fa>.
Passarono i giorni e i bambini, felici, continuavano a giocare fino a che una spiacevole notizia non rattristì la piccola. La sua adorata nonna si era ammalata ed aveva bisogno di cure.
Lunette, disperata, cercava aiuti da qualsiasi persona ma con esiti negativi. Il medico era anche molto lontano dalla casetta in cui abitavano e non poteva procurare loro le medicine per fare guarire la vecchietta.
<Conosco una persona che fa al caso tuo> disse un bel giorno il simpatico Stephan dopo aver appreso la triste notizia. <Si fa chiamare Bianca Saggia e c’è gente che sostiene sia una specie di maga>.
Così i tre amici si recarono alla casa della maga e per loro stupore si accorsero che era proprio fuori dalla porta
Enrica è il suo nome ed è una formica.
Adesso direte: la solita storia della formica e della cicala, uff che palle.
Sbagliato! Questa è la vera storia di una formica sciupona e ve lo posso garantire perché io sono la Regina del nido e la conosco benissimo.
Quindi se volete conoscere la sua storia ve la leggete, altrimenti amici come prima.
Dopo la schiusa delle uova ero soddisfatta, una bellissima colonia la mia.
Tante formiche operaie, molte quelle soldato, qualche formica otre. Un bel formicaio, scavato in profondità, con molti cunicoli. Inattaccabile sia dagli agenti atmosferici che da quelli di altre comunità.
Ero veramente soddisfatta.
Tutte erano già al lavoro, e mi apprestavo a fare una bella mangiata, dopo il digiuno impostomi dalla natura, quando sentii una vocina, o meglio la percepii:
voglio uscire, fatemi uscire
Mi guardai intorno e non vidi nessuno, ma la voce insisteva
Voglio uscire prestoooo
Osservando meglio, vidi che un uovo non si era schiuso e la vocina veniva proprio da lì.
Chiamai una formica soldato dalle forte mandiboli e le dissi di aprire l’uovo.
Al chè uscì come un razzo una formichina nera come il carbone:
-Ho fame, ho fame- urlò. Feci uscire l’operaia che se la stava ridendo sotto i baffi e dissi all’ultima nata:
-hei calmati, pure io devo ancora mangiare. Vieni con me- aggiunsi spingendola delicatamente- Tu sei Enrica, l’ultima nata.
Rispose scontrosetta _va bene, solo che si mangi-
La rifocillai ben bene, e poi la feci bere dal ventre di una formica otre, non ve lo immaginate quanto mangiò ed il bere? La dovetti staccare dal ventre dell’otre: me la svuotò.
Enrica-la sgridai- devi essere moderata nelle tue cose, noi siamo una comunità e qui ognuno ha il suo compito e la sua razione di cibo e di bevanda. Tu ti sei già consumata la scorta di un mese.-
-Ma io ho fame-
-Ancora?- Domandai e non potei esimermi dal sorridere- Ora ti spiego i tuoi compiti.
Tu sei nata operaia, sei una bella formic
Passò ancora poco tempo e Amos era arrivato alla disperazione, non sapeva cosa fare e decise di scappare. Avvisò Camilla e le disse: "Se mi ami veramente, vieni con me, non ce la faccio più! Sto rovinando la mia vita e la tua." Lei non voleva farsi abbandonare e si buttò nel vuoto delle scelte. Non sapevano, dove andare, perché la sua casa era troppo vicino, così decisero di incamminarsi per il bosco prima dell'alba, sperando di trovare qualcosa, con quello che si era messo da parte Amos per le emergenze.
Entrambi non presero molte cose, ma lei non poteva lasciare lì ciò che racchiudeva i ricordi più importanti della sua vita. Era un piccolo cofanetto di legno dolce con all'interno uno specchietto, laccato su tutta la superficie in nero, con decorazioni dorate raffiguranti paesaggi e pagode; coperchio bombato con fascia mossa. Cerniere e bocchetta cesellati in lamierino sbalzato, formanti nastri d'amore ed altri motivi tipici della Cina. Questo cofanetto era tra i vari oggetti del negozio, quando lei era piccola, ne rimase così incantata che suo padre lo regalò a lei che lo custodì con amore, sul comodino vicino al letto, fino a oggi. Dentro questo cofanetto ci mise il petalo della rosa, che le aveva regalato Amos, un ricordo importante come l'amuleto che le aveva regalato la madre.
Un giorno quando sua madre era ancora viva, entrò nel negozio una signora giapponese con kimono colorato, capelli tradizionalmente legati a chignon e un fiore di ciliegio sulla testa. Aveva notato il negozio e si mise a guardare senza disturbo, ogni oggetto antico, ma senza comprare nulla. Infatti, regalò alla mamma di Camilla un amuleto, perché lei non aveva figli e nella tradizione della sua civiltà dopo cinque anni, doveva essere passato a un figlio. La signora notò la bimba molto tranquilla e graziosa ed era convinta che se lo meritasse. Quest'amuleto era una splendida spilla a forma di farfalla, con ali decorate e di colore bianco come un diamante. La madre di Ca
La farfalla è simbolo di fortuna, pace e libertà.
V’era un re, che un giorno giunse in un regno per aiutare a costruire il palazzo del sovrano,
suo amico. Si portò con se, tutti i muratori del suo paese. Un giorno, mentre dirigeva i lavori,
incontrò una farfalla, che aveva ali stupende.
Desiderò subito di conoscerla, così iniziò a parlare con lei. La farfalla aveva paura degli uomini, perché spesso le avevano strappato pezzetti di ali, ma il re voleva a tutti i costi che lei si adagiasse sulle sue mani. Per questo tutte le mattine, prima di andare a lavorare, andava nel prato sotto il castello, aspettava la farfalla, con dolcezza la convinse a volare sulle sue estremità.
Nacque un amicizia bellissima, che questo re teneva segreta. Era geloso dei muratori,
temeva che raccontassero alla regina che lui aveva una farfalla come amica, quando ogni tanto tornava nel suo regno. Perla, così si chiamava la farfalla, era felice di stare con il suo re, scriveva per lui bellissime poesie sui petali dei fiori, lo portava di sera sui prati a guardar le stelle, la luna, lo baciava con le sue ali, ma era consapevole che, una volta finito il castello, lui sarebbe tornato nel suo regno, ma lei, avrebbe conservato per sempre nel cuore il ricordo di questa amicizia, che considerava come un prezioso dono che la vita le aveva fatto. Giunse l’inverno, Perla non poteva più portare il re sui prati. Ben presto però si accorse che il re era cambiato nei suoi confronti, ma lei gli voleva sempre bene. I re si sa sono bizzarri, sono volubili, inoltre tantissime farfalle svolazzavano sul prato, farfalle che d’inverno hanno belle case di zucca che possono ospitare un re, ma lei era povera, come ricchezza aveva il suo grande cuore. Inoltre viveva in un tronco cavo di un albero insieme ad altre due farfalle, non poteva quindi invitare e ricevere il suo amico. Si accontentava di stare con lui ogni tanto, dentro la cascina del boscaiolo.
Ma le visite del re, comi
Vivevano in una graziosa villetta un bambino di nome Kevin, di sette anni, e Giulia di quattro.
Dei due fratellini, Kevin, era appassionato di mostri. Nella cameretta che divideva con sua sorella, aveva ogni genere di esemplare fatto di gomma. Un mattino Kevin era in classe e durante la ricreazione, indossò una maschera orrenda e si andò a nascondere in bagno per mettere paura ai più fifoni. Soprattutto alle bambine.
Difatti poco dopo, arrivò la sua fidanzatina di nome Sindy con la sua amica del cuore. Parlavano tra di loro così accanitamene da non accorgersi che le attendeva un brutto scherzo. In verità, Kevin non sapeva che dall'altro lato della porta c'era anche la sua amata. Quando le bimbe si chiusero in bagno, Kevin salì sulla tazza del water e con indosso quella maschera orribile sbucò dal muro dove c'erano le bimbe. Le spaventò talmente tanto che, le poverine si misero a correre in preda al panico. Quando il bimbo si accorse che una delle vittime era la sua Sindy, si tolse la maschera e correndogli dietro la raggiunse per scusarsi.
Ma fu tutto inutile, perché Sindy promise di non rivolgergli mai più la parola.
Kevin col passare del tempo tentò di farsi perdonare in mille modi ma, senza risultato. Così decise di farle un regalo un po’ più impegnativo. Il mattino seguente si presentò in classe con un ciondolo a forma di cuore e lo mise sul banco di Sindy.
Questo ciondolo non lo aveva comprato. Ma rubato alla sua sorellina che, gelosamente lo custodiva in uno scrigno. Era un regalo avuto dal suo filarino di nome Eric.
Nemmeno con questo dono ottenne il perdono della sua amata che, non solo rifiutò il ciondolo ma gli disse, che doveva lasciarla in pace una volta per tutte.
Avvenne ancora un altro episodio spiacente che complicò la nostra storia. Oserei dire, in modo preoccupante.
Quando il mattino seguente Kevin rimise a posto il ciondolo, vide che sul pavimento c'era la sua figurina preferita. Avendo intuito che sua sorella poteva
Questa sezione contiene favole e storie per bambini e adulti, racconti con morale e allegorie
Le favole sono dei racconti breve che trasmettono un insegnamento di carattere morale o didascalico. I protagonisti sono solitamente animali antropomorfizzati che rappresentano vizi e virtù degli uomini. La presenza di un intento morale le differenzia dalle fiabe - Approfondimenti su Wikipedia