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Fiabe

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La bambina dagli occhi tristi

Un velo d lacrime le ricoprì gli occhi, la bambina dagli occhi tristi era ancora più triste da quando il suo cane era appena deceduto.
"Esisterà un Paradiso anche per i cani e tu adesso starai assieme ai cani più buoni" - diceva a se stessa.
Fancy, aveva un muso dolce, scodinzolava davanti agli estranei e ai bambini e amava in ugual modo la solitudine come la compagnia, qualunque essa fosse.
Più volte la bambina dagli occhi tristi aveva pensato: "se rinasco voglio essere una femmina di cane. Voglio una padroncina che mi curi e mi ami e altrettanto farò io con lei. Giocheremo tutto il giorno e quando arriverà l'ora di cena, la giornata mi sembrerà breve come un battito di ciglia!".
Intanto la bambina dagli occhi tristi aveva imparato il linguaggio canile, conosceva la filosofia di vita di qualsiasi razza, le loro abitudini, i gusti in fatto di cucina e di sesso e persino la loro depressione.
A causa dell'anzianità, gli ultimi mesi di Fancy erano stati un po' tristi. Il meticcio, un incrocio tra un volpino e un barboncino aveva perso un po' la sua allegrezza e un alone di malinconia era apparso sui suoi occhi languidi. La notte poi, di colpo si svegliava, e cominciava ad abbaiare furiosamente, come se un altro cane lo avesse appena azzannato.
"Malattia senile" era stato il responso del veterinario. E non c'era cura, non c'era farmaco che potesse guarire o migliorare lo stato di salute del vecchio cane.
La bambina dagli occhi tristi era disperata. Non poteva accettare una situazione simile. Doveva fare qualcosa. Pregò allora il dio dei cani: "Se tu esisti veramente, guarisci la mia Fancy ed io ogni giorno della mia vita, invocherò il tuo nome" e poi attese.
Nonostante il voto preso, la bambina dagli occhi tristi progettava il suo futuro: "quando sarò grande voglio mettere al mondo una bella cucciolata di meticci. Li allatterò ai miei seni e cresceranno forti e robusti. È vero: ho le sembianze di una donna umana, però mi sento più vicina alla

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   3 commenti     di: Fabio Mancini


Il prato verdesmeraldo

Un giorno un corvo dopo aver giocato a rincorrere le nubi, si era sentito molto stanco ed era andato a riposarsi su un quarto di luna. Siccome era bene educato, per sdebitarsi del fastidio che dava, aveva cominciato a raccogliere i raggi di luna in lunghe trecce argentee.
-Sei molto gentile- gli disse la luna " e per ricambiare la tua gentilezza voglio raccontarti una storia.
-Grazie- rispose il corvo e, sempre intrecciando i sottili fili luminosi, si mise ad ascoltare.
-Oltre la fine del tempo e dello spazio- inziò a raccontare la luna "viveva felice una piccola topolina di nome Topina. Era venuta al mondo da poco e conosceva solo il posto dove era nata. Quel luogo le piaceva: lo annusava, lo tastava col musetto; credeva che quello fosse tutto ciò che esisteva. Poi Topina diventò un po' più grande e si accorse che quel suo mondo non era tutto il mondo e che viveva in una gabbia. A dir la verità era una gabbia molto buona e comprensiva: le procurava il cibo, le faceva tanti bei regali, accontentando ogni suo desiderio; ma ad ogni pezzettino di formaggio, ad ogni nuovo dono le inferriate della gabbia diventavano sempre più grosse e numerose.
La piccola topolina si sentì soffocare, si disperò e desiderò fuggire da quel luogo; ma l'impresa era impossibile: non solo le sbarre erano robuste e fittissime, ma lei, che pure voleva andarsene, non aveva mai potuto guardare oltre le inferriate.
La gabbia si accorse della sua pena e le disse "Non disperarti piccola Topina, mangia e godi di quel che qui ti viene dato. Arriverà il tempo in cui la porta si aprirà, fino ad allora devi premettere che non tenterai di uscire. Solo così, poi, potrai essere felice".
Topina ubbidì a malincuore: pensava a cosa avrebbe potuto esserci fuori dalla gabbia; anche se non aveva mai visto niente oltre le sbarre che la imprigionavano, il vento, che era suo amico, le aveva portato notizie di prati, boschi, ruscelli, farfalle, fiori e di tutte quelle cose che fanno felice un

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   3 commenti     di: Ivano Boceda


Sogni Usati...

C’era una volta… un vecchietto che con il suo carretto andava in giro a vendere sogni usati, era suo solito arrivare al parco verso sera in quanto i sogni che vendeva potevano essere usati la notte che presto arrivava subito dopo il tramonto. Il buon vecchietto vendeva i sogni usati dentro a dei barattolini di vetro soffiato, il barattolino non andava aperto per nessun motivo, andava appoggiato sul comodino e aperto solo quando tutto intorno era buio e appena prossimi ad addormentarsi. Se qualcuno, preso da forte curiosità, apriva anzitempo il barattolino il sogno evaporava nel nulla sotto forma di vapore o nebbia dando così la sensazione di vedere una piccola nuvoletta che si dissolveva nel vuoto. I sogni del saggio vecchietto erano davvero di prima scelta e chi non riusciva a sognare la notte li comprava di buon grado. Il vecchietto aveva sempre clienti e andava via solo quando finiva di vendere tutti i sogni, il che accadeva nel giro di tre ore, proprio quando il sole donava al parco gli ultimi raggi di oro fino. Aspettava a venderli tutti per non portarne indietro, i sogni, se di prima scelta, erano carichi di forti emozioni, colori, profumi e immagini persistenti da poter essere ricordati anche la mattina, non avrebbe mai venduto sogni del giorno prima in quanto perdevano la loro forza e il loro vigore e chi li avrebbe comprati li avrebbe presto dimenticati prima dell’ alba. Il vecchietto donava allegria e buon umore a tutto il paese, la gente lo voleva davvero bene e tutti lo rispettavano ed era persino grande amico di tutti i bambini, che durante la sua permanenza al parco raccontava loro delle fiabe. Un giorno come tanti altri il vecchio era al parco con il suo carretto, una fanciulla di dodici anni gli si accostò e si sedette accanto, il vecchietto e la fanciulla si conoscevano da tanto tempo che la fanciulla aveva imparato a chiamarlo nonno. La gente che passava continuava a salutare il vecchietto e a fargli i complimenti per gli ottimi sogni che

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   3 commenti     di: Paolo Magnoni


Il peso delle parole

"Michelle, cosa ci facevi dietro alla mia porta?"
La cameriera alzò lo sguardo verso il signore del castello, il suo datore di lavoro.
"Nulla, capitano Kenneth"
"Origliavi, forse?"
Il capitano domandava, ma già sapeva la verità dietro al suo quesito.
Il castello era un piccolo mondo, con i propri intrighi, i propri interpreti ed i propri cantori.
E la bella Michelle era una di questi, l'aedo più grande, più abile e più presente di tutto il castello.
Nulla di grave, ovviamente.
Un uomo moderno e di mentalità aperta come lui non dava alcun peso alle voci di corridoio, allo schiamazzante spettegolare della servitù.
O almeno, questo accadeva prima della morte della signora.
La dama del castello, moglie di Kenneth, Sofia Luventfal, era una donna splendida.
Amata da tutti per la sua bontà e generosità, era la donna più perfetta che il capitano avesse mai conosciuto.
Così solare, così devota al marito...
Da non poter pensare una vita senza lui ed il suo amore.
E fu così che, quando le arrivò alle orecchie piccole e candide la notizia del presunto rapporto tra il marito e la serva di nome Lisa, in attesa di un bambino, non vide altra soluzione che lasciare questa valle di lacrime abbandonandosi al mondo esterno dalla finestra più alta del castello, nella torre.
Il volo non fu abbastanza lungo perchè la donna scoprisse che il padre del figlio di Lisa era in realtà il fattore, e che il coinvolgimento del marito non era altro che una sciocca e falsa chiacchera messa in giro da una cameriera annoiata.
Il capitano però, dal canto suo, comprese bene il peso di quelle parole futili, e, folle d'ira, preparò la sua vendetta nelle lunghe notti successive.
"No, signor capitano. Non stavo origliando", rispose la cameriera.
"Sarà meglio così. Ora ho da fare", disse allora l'uomo, che con passo rapido si allontanò subito dalla porta socchiusa, dietro la quale l'occhio vispo di Michelle notò immediatamente la figura di Rada, una delle cuoche del c

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   6 commenti     di: Andrea Bocca


Kapustnica

Questa volta sarà per voi una vera novità, pensate, che pur trovandosi nella solita cucina, appaiono sul solito tavolo, degli ingrediente stranieri quasi. In un bel sacchetto e ben sigillato si pavoneggiano i signori crauti, vicino a loro con un po' di timidezza giace il cumino, poi alcune foglie di alloro impertinenti, sale pepe e peperoncino, arroganti, nei loro bei contenitori son presenti e non si spostano neanche un poco, ma peggio di loro appaiono delle salsicce affumicate ed un po' di funghi porcini essiccati.
Il piatto, che il cuoco, anche se un poco brillo, ma esperto nella sua arte culinaria, vuol presentarci è la Kapustnica, in italiano zuppa di crauti. Una specialità austro-ungarica, ancora in voga da queste parti.
Il tegamino, un poco stanco, poverino, lo lasciamo riposare. Mentre la pentola veterana e la sua figlia cucchiaia si presentano in servizio. Quindi il cuoco tutto contento, può cominciare la sua opera con uno squillo di tromba.
Dà un' occhiata al tutto, ma vedendo la solita fiaschetta e il calice attaccato, non si far pregare nemmeno un poco, e uno ne tracanna. Voi dite di che? DEl solito bicchiere di vino rosso fatto da mani esperte. Anche in Slovacchia infatti, si produce dell'ottimo vino, sia rosso che bianco, ma non voglio su questo argomento dilungarmi per rispetto del cuoco e la sua arte. Il quale più brillo di prima, ma sempre bravo si mette all'opera.
Dimenticavo, sapete un po' distratto, nella pentola bollivano già delle patate, che essendo ben cotte venivano schiacciate.
Il cuoco allora ci fece entrare i crauti, al suon di tromba seguirono le salsicce, i funghi porcini, il cumino, timidamente, quasi per non guastare il tutto, un piccolissimo pizzico di sale, alcuni grani di pepe, prepotenti le foglie di alloro con un po' di peperoncino. Lasciando la pentola brontolare per ore ed ore sul fuoco del fornello a bassa voce.
Era rimasta una salsiccia fuori gioco, al cuoco la cosa spiacque un poco.

- Ma tu da dove salti

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L'accordo che salvò il Natale

Era il 21 dicembre, l'inverno avanzava a grandi falcate e il Natale era ormai alle porte.
Fra i ghiacci del Polo Nord, sotto una luce opaca e nebbiosa, Babbo Natale aveva dato inizio ai preparativi per il grande evento.
Tutto procedeva a rilento poiché accadeva che, appena lui tentava di uscire dalla sua baita, la lingua ghiacciasse, come del resto la sua barba che sembrava, a volte, uno stoccafisso.
Come ben sapete la corporatura panciuta e dondolante di Babbo Natale si accentuava durante questo periodo a causa delle grosse abbuffate di dolci che era costretto a mangiare ben volentieri.
Ma la prova più certa della sua simpatia stava in quelle guance grosse, rotonde e rubiconde come due mele, con le quali andava in giro a organizzare il lavoro dei suoi folletti.
L'attività della fabbrica di giocattoli, lassù in Lapponia, era al massimo. Tutti lavoravano con impegno e serietà: nessun bambino avrebbe dovuto ricevere un giocattolo brutto o difettoso!
I folletti costruivano giochi ben strani: bolle di sapone che, quando scoppiavano, facevano materializzare oggetti divertenti; macchine spara dolcetti; aggeggi trasforma desideri, insomma, tutto doveva essere pronto per il 25 dicembre!
Quest'anno il lavoro era aumentato perché Babbo Natale aveva ricevuto molte richieste in più da un paese chiamato Italia.
Aveva deciso di accontentare le richieste di tutti i bambini però sapeva che in quella parte del mondo negli ultimi cento anni, una vecchia col naso orribile, i brufoli e un vestito logoro e stracciato, costruiva e portava regali ai bambini.
Si sarebbe offesa?
Nelle ultime settimane, al Polo Sud, stranamente erano arrivate meno letterine del solito per la Befana, così ella si chiamava, che si era preoccupata e insospettita aveva deciso di mandare ad indagare le sue aiutanti streghette.
Le streghette si misero prontamente al lavoro e, per prima cosa, videro nelle strade, sui balconi, sugli alberi addobbati, sopra le vetrine dei negozi e all'interno de

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Non è bello ciò che è bello è bello ciò che piace

C'era una volta una vecchia stalla abbandonata, dispersa in campagna. Non c'era nessuno dentro, tranne un piccolo ragno solo di nome Tessè che costruiva la sua ragnatela. Ogni tanto sulla finestra uccellini che cinguettavano.
Un giorno un passerotto di nome Volì, osservò attentamente l'interno della stalla e si accorse del ragno.
- Ciao, cosa fai qui tutto solo?
- Vivo! Sulla mia ragnatela che ho costruito.
- Perché vivi chiuso qui dentro, che fuori c'è uno splendido mondo e un sole che fa cantare?
- Perché non sono un uccellino come te e se mi vedono, non mi apprezzano, ma si mettono a urlare spaventati o mi schiacciano.
- Ho capito, mi dispiace, non sono tutti così in questo mondo. Io conosco qualcuno che ti vorrebbe bene.
- Davvero!
- Sì certo, vuoi venire con me?
- Ma io non so volare.
- Non preoccuparti ti porto io.
- Come?
Volì non rispose, si avvicinò e afferrò con il becco il filo della ragnatela, dove era attaccato. Cominciò a volare fuori libero nel cielo, Tessè era terrorizzato e non riusciva a guardare in basso, era abituato ad arrampicarsi, ma non aveva mai volato nel vuoto infinito. Dondolava un po' ma cercava di stare attaccato al filo più che poteva per non cadere. Il viaggio non fu lungo e Volì si fermò sul davanzale di una finestra.
- Hai avuto paura o ti sei emozionato?
- Tutte e due. Rispose un po' sconvolto, ma felice.
Era una piccola casa di una famiglia povera, con due splendidi genitori e un bambino di circa otto anni. La finestra era quella della cameretta del bimbo che era a scuola. Tessè si cominciò ad ambientare riprendendosi dal viaggio un po' movimentato.
- Dove siamo?
- Qui troverai il tuo amico stasera! Ora è a scuola cerca di avere pazienza Ti prometto che se non sarai felice verrò a riprenderti.
Volì se ne andò e Tessè passò la giornata a costruire una nuova ragnatela. Verso sera, vide una piccola ombra avvicinarsi alla finestra, fu sorpreso e poi capì che era il bimbo di cui le aveva pa

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   12 commenti     di: sara zucchetti



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FiabeQuesta sezione contiene storie e racconti su fate, orchi, giganti, streghe e altri personaggi fantastici

Le fiabe sono un tipo di racconto legato alla tradizione popolare e caratterizzata da componimenti brevi su avvenimenti e personaggi fantastici come orchi, giganti e fate. Si distinguono dalle favole per la loro componente fantastica e per l'assenza di allegoria e morale - Approfondimenti su Wikipedia