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Fiabe

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Se il matto parla alla luna

Non gli sembrava vero, aveva tutto quello che poteva desiderare, possedeva soldi, automobili di lusso, faceva una bella vita ed era sempre stato invidiato da tutti, ma ora era diverso, anche se da un certo punto di vista... migliore.
Paolo era un uomo giunto, come si suol dire, "nel mezzo del cammin di nostra vita", quindi era un uomo di mezza età, come detto viveva nell'agio e non aveva nessun problema, anzi uno si ma per lui non era tale: Paolo giudicava le persone ancora prima di conoscerle, a lui bastava vedere l'apparenza per dare un giudizio che difficilmente cambiava, a chi gli faceva notare questo suo comportamento lui rispondeva: "Le apparenze non ingannano". Per lui tutti gli extra-comunitari erano ladri, chi non la pensava come lui stupido e chi si comportava in modo strano, per i suoi standard, era matto, ecco lui si vantava di conoscere più matti di tutti, e diceva che non meritavano rispetto perchè non sono come noi.
Qualcosa, però, stava per cambiare, tutto ebbe inizio un paio di settimane fa, era un normale giorno lavorativo e Paolo si stava recando in ufficio pronto ad un'altra giornata fatta di pratiche e scartoffie da firmare, una volta sul posto di lavoro incontrò una ragazza che era stata appena assunta, da subito questa ragazza lo stregò, aveva qualcosa di strano, di particolare che attirava la sua attenzione, ma lui non poteva distrarsi, non era concepibile, quindi tornò con la testa bassa sul computer. Durante la pausa pranzo la ragazza gli si avvicinò, si chiamava Luisa e disse che aveva un compito da fare, ed aveva scelto lui per portarlo a termine, Paolo subito pensò: "Ecco un'altra fuori di testa", non diede troppa importanza all'episodio e tornò al lavoro. Finita la giornata lavorativa Laura gli si avvicina e, come per magia, lo prese per mano e lo portò alla sua auto, lo fece accomodare e parti, senza che Paolo facesse la benchè minima protesta. Lui non capiva come fosse successo, non era accettabile questo episod

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La principessa sul vascello

Tanto tempo fa, c'era una principessa di nome Aurora, che aveva 20 anni e sognava di viaggiare per il mondo, invece che stare nel proprio castello e annoiarsi. I suoi genitori non erano molto d'accordo perché poteva correre dei rischi, così lei non era felice.
Aveva uno splendido vestito, molto lungo e di colore rosa che la aggraziava. I capelli lungi e biondi e indossava spesso un cappellino elegante dello stesso colore del vestito, decorato con fiorellini. I suoi occhi di color verde acqua però erano spesso abbassati e il suo sorriso spento.
Un giorno i suoi genitori, vedendola sempre così triste, decisero di accontentarla. Così fu costruito un elegante vascello solo per lei, senza armi con un sicuro capitano e persone disposte ad aiutarla in caso di pericolo.
Lei era molto emozionata e chiese di essere portata in posti tropicali, nell'oceano Atlantico, salì sul vascello e iniziò la sua avventura. L'oceano immenso la faceva sognare, si appoggiò al bordo e chiuse gli occhi respirando quella naturale brezza marina che le accarezzava il viso, mentre il cappello le volò via, ma non gli diede importanza perché il suo desiderio si era avverato, stava viaggiando seguendo una splendida rotta.
Mentre osservava il panorama, vide avvicinarsi un delfino, riuscì a riconoscerlo subito vedendo la pinna dorsale. Era di uno splendido colore blu e seguendo la scia di prua del vascello, cominciò a compiere salti mortali e giravolte in aria, era un vero acrobata del mare. Emergeva completamente battendo la superficie dell'acqua, con le pinne pettorali, con la testa e con la coda.
Lei rimase incantata dallo spettacolo della natura e spontaneamente gli regalò un applauso che lui sentì con immenso piacere.
L'unica cosa strana era che fosse solo, perché di solito i delfini vivono in branco, con i loro simili per aiutarsi a cercare il cibo. Lui non era un vero delfino, era un principe molto egoista e una strega buona gli aveva fatto un incantesimo perché capisse che

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   11 commenti     di: sara zucchetti


Vivere nell’ombra

C’era una volta,
alle pendici di un alto monte, una paludosa valle, lugubre e sconosciuta ai raggi solari, e nonostante, persino durante l’estate, la luce del giorno non riuscisse a penetrare tra la fitta vegetazione di quel pendio, pareva fosse un luogo allegro, dove la solarità si accendeva sui volti di tutti, sebbene avvolta da una densa foschia nerastra.
Sulla vetta più alta della montagna c’era un castello settecentesco, custodito da migliaia di incantesimi ed indovinelli, che solo il consigliere più fidato del re conosceva perfettamente a memoria; si trattava appunto della residenza reale, dove vivevano il re Giacomo, la regina Elisabetta, ed i loro tre adorati figli: Anita, Carlo ed il minore Filippo.
Anche se era un luogo freddo e buio, la valle, che prendeva il nome di Giacomia, dal suo fidato re, avvolgeva i suoi abitanti di un’innata gioia, posseduta esclusivamente da quel paese.
L’unico problema che affliggeva i giacomiesi era il non poter esportare i loro prodotti, per poi importarne altri, poiché venivano definiti dai paesi vicini gente sudicia e malvagia, data la mancanza della luce e della vita nella loro cittadina.
Inoltre gli abitanti della valle vivevano di stenti, a causa della sterilità dei loro terreni, e man mano che passavano gli anni la popolazione diminuiva sempre più o si avventurava nei luoghi più ignoti all’occhio umano per cercare, anche in capo al mondo, la salvezza.
Tuttavia, a quanto si diceva tra il popolo, nessun uomo partito verso Nord s’era mai stabilizzato in una fissa dimora, il più delle volte era ritornato a Giacomia, cacciato via violentemente da tutto e da tutti.
Era una splendida giornata primaverile, le candide margherite si accingevano a sbocciare per il giardino reale, mentre le fatate rose erano già pronte a germogliare con i loro magnifici petali rossi, quando Filippo, il principino più ribelle che si fosse mai visto nel regno di Giacomia, decise con convinzione di rubare il bianco caval

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La generosità

Era una bella giornata splendente, dove si sentiva il risveglio della primavera, con il profumo nell'aria della voglia di vivere, che aveva nel cuore Lucy. Era una dolce ragazza di circa 28 anni, gentile e premurosa, con capelli lunghi e azzurri naturali, un dolce sorriso e occhi raggianti. Si recava a scuola, come tutti i giorni, per andare a prendere Peter. Un bimbo di 6 anni, tranquillo e socievole, che aveva appena imparato a scrivere qualche parola e a contare. I suoi genitori erano molto impegnati, con il lavoro e così Lucy gli faceva da babysitter nel pomeriggio.
Dopo aver fatto merenda, decisero insieme di andare al parco giochi e Peter era contento, voleva tanto bene a Lucy, come alla sua mamma e al suo papà, per lui era una grande amica. Lucy cercava di insegnargli le cose più giuste e lo aiutava a crescere, non gli dava problemi perché era un bimbo abbastanza giudizioso, anche se ogni tanto veniva rimproverato, ma senza essere troppo severa, lui capiva che sbagliava e imparava.
Arrivarono al parco e Peter raggiunse subito i suoi amici che giocavano, mentre Lucy si sedette su una panchina e lo guardava per controllare se gli poteva succedere qualcosa. Allegramente giocava a nascondino, senza allontanarsi tanto, poi dondolava sull'altalena da solo o spinto dai suoi amici, qualcuno più grande e qualcuno della sua età.
Lucy notò che aveva fatto amicizia con una bella bambina, insieme sorridevano e scendevano dallo scivolo, guardò un secondo l'orologio e quando rialzò il viso, non c'era più. Gli sembrava impossibile che fosse scomparso in così pochi secondi, si avvicinò ai bambini per vedere bene, che non si fosse nascosto e lo chiamava, ma non aveva nessuna risposta. Provò ad allontanarsi per vedere se lo trovava, molto preoccupata e in un posto un po'isolato del parco. Sentì qualcuno che le tirava la maglietta delicatamente dicendo: "Sono qui Lucy, non mi vedi?" Lei sentiva la sua manina e la sua voce, ma non lo vedeva, era diventato invis

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   14 commenti     di: sara zucchetti


Che pasticcio, Babbo Natale!

"Fai quel che vuoi, ma stai attento!"
Babbo Natale era proprio ingordo e avido e così lo avevo avvertito di stare attento, ma... m'avesse dato retta!

Era stato un autunno duro. Come per magia il caldo aveva sconfinato l'estate, proseguendo oltre ottobre e novembre: la natura aveva rinunciato ai vestiti più belli e una serie di sconvolgimenti aveva modificato per sempre il ciclo delle stagioni.

Io gli avevo detto di stare attento: in dicembre non era già normale mangiare albicocche, tantomeno se queste albicocche sbocciavano dalle piante di fragole. Non era poi tanto normale assaggiare, a dicembre, le susine e le prugne che, per quanto buone, avevano color del cielo. Non era normale camminare e poi, d'un tratto, trovarsi sospesi a mezz'aria. Non era normale poter bere acqua da un arcobaleno che bucava una casa.

Io gli avevo detto, chiaramente, che avrebbe dovuto smettere. Ero certo che non avesse compreso ancora.
Dopo aver terminato l'abbuffata, fece con me un giro nei dintorni e, vedendo spuntare da un cancello una rosa, chiamò il propietario della casa e se la fece inviare per posta. Una rosa in dicembre?

Io gli sconsigliai di farlo. Inutile: poco dopo ci salutammo e ognuno tornò ai suoi affari.

Avevo fatto del mio meglio. Lo avevo ben consigliato.
E purtroppo sapevo che sarebbe accaduto.

Non passò molto tempo. Solo un giorno.
Ci fu un urlo fortissimo, uno strillo che eccheggiò ovunque.
Si udì veramente ovunque.

Sapete che era accaduto?
La Befana, moglie di Babbo Natale, aveva ricevuto in dono la rosa e si era punta un dito. Così aveva subito lanciato un urlo tremendo, perchè lei non conosceva le rose e le loro spine: dormiva tutto l'anno e si svegliava solo durante l'inverno.
Ma non era quello l'urlo uditosi.
Babbo natale le aveva raccontato degli sconvolgimenti che erano avvenuti sulla terra, della strana frutta mangiata e come avesse bevuto persino da un arcobaleno.
La befana allora aveva lanciato l'urlo.
Que

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   3 commenti     di: Riccardo Re


Pescatore di sogni

Atanor pensava, sul lungo lago delle Irose pianure, che l’Oltrecielo fosse nel lago. Forse era più comodo pensarlo li, dato che gli ultimi aquiloni erano partiti due anni prima senza fare ritorno. L’Oltrcielo... ne parlavano spesso nel passato le genti delle Irose pianure, eran certi li abitasse Zhar il Dio dei sogni, colui che era in grado di far avverare il sogno che ognuno porta con sé. L’Oltrecielo nel lago... che cosa strampalata e buffa potreste pensare, e poi che pratica strana: i sogni in questo lago vanno pescati. Per molto tempo gli abitanti delle Irose pianure hanno trascorso giorni e notti con la canna tesa in trepida attesa. Ma nulla. E allora, piano piano, si aggrapparono agli aquiloni cercando altrove l’Oltrecielo: oltre il cielo, appunto. Ma nessuno fece ritorno per testimoniare se l’Otrecielo esistesse davvero. Adesso, la leggenda sostituiva il mito, cominciava a tramandarsi come uno stanco racconto, come un richiamo per i turisti: “Venite alla ricerca dell’Otrecielo, basta portare una canna da pesca o in sostituzione un aquilone”. Così recitava il cartello posto sul confine alto delle Irose pianure. Ma oramai anche i turisti avevano scelto altri luoghi, sicché le irose pianure erano diventate una terra desolata. Atanor, figlio di Freyer e nipote di Algiz, era l’ultimo erede degli Hadingus (i primi che si stanziarono su quelle terre), ed era rimasto forse l’unico convinto di poter pescare il sogno. Il sogno avrebbe dovuto fuoriuscire dall’Oltrecielo una volta che l’Oltrcielo stesso avesse abboccato all’amo. Il sogno per essere pescato non avrebbe mai dovuto essere svelato ad alcuno, pena l’impossibilità di raggiungerlo. Atanor credeva e con volontà si adoperò, gettò la canna nel lago per ore, giorni, forse anche anni; mai una fatica, mai un cedimento, le pianure erano sempre più deserte ma lui era li. Non so che età avesse raggiunto quando una notte sentì tirare dalla canna. Qualcosa sicuramente aveva abboccato

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   2 commenti     di: Federico Magi


Non è bello ciò che è bello è bello ciò che piace

C'era una volta una vecchia stalla abbandonata, dispersa in campagna. Non c'era nessuno dentro, tranne un piccolo ragno solo di nome Tessè che costruiva la sua ragnatela. Ogni tanto sulla finestra uccellini che cinguettavano.
Un giorno un passerotto di nome Volì, osservò attentamente l'interno della stalla e si accorse del ragno.
- Ciao, cosa fai qui tutto solo?
- Vivo! Sulla mia ragnatela che ho costruito.
- Perché vivi chiuso qui dentro, che fuori c'è uno splendido mondo e un sole che fa cantare?
- Perché non sono un uccellino come te e se mi vedono, non mi apprezzano, ma si mettono a urlare spaventati o mi schiacciano.
- Ho capito, mi dispiace, non sono tutti così in questo mondo. Io conosco qualcuno che ti vorrebbe bene.
- Davvero!
- Sì certo, vuoi venire con me?
- Ma io non so volare.
- Non preoccuparti ti porto io.
- Come?
Volì non rispose, si avvicinò e afferrò con il becco il filo della ragnatela, dove era attaccato. Cominciò a volare fuori libero nel cielo, Tessè era terrorizzato e non riusciva a guardare in basso, era abituato ad arrampicarsi, ma non aveva mai volato nel vuoto infinito. Dondolava un po' ma cercava di stare attaccato al filo più che poteva per non cadere. Il viaggio non fu lungo e Volì si fermò sul davanzale di una finestra.
- Hai avuto paura o ti sei emozionato?
- Tutte e due. Rispose un po' sconvolto, ma felice.
Era una piccola casa di una famiglia povera, con due splendidi genitori e un bambino di circa otto anni. La finestra era quella della cameretta del bimbo che era a scuola. Tessè si cominciò ad ambientare riprendendosi dal viaggio un po' movimentato.
- Dove siamo?
- Qui troverai il tuo amico stasera! Ora è a scuola cerca di avere pazienza Ti prometto che se non sarai felice verrò a riprenderti.
Volì se ne andò e Tessè passò la giornata a costruire una nuova ragnatela. Verso sera, vide una piccola ombra avvicinarsi alla finestra, fu sorpreso e poi capì che era il bimbo di cui le aveva pa

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   12 commenti     di: sara zucchetti



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FiabeQuesta sezione contiene storie e racconti su fate, orchi, giganti, streghe e altri personaggi fantastici

Le fiabe sono un tipo di racconto legato alla tradizione popolare e caratterizzata da componimenti brevi su avvenimenti e personaggi fantastici come orchi, giganti e fate. Si distinguono dalle favole per la loro componente fantastica e per l'assenza di allegoria e morale - Approfondimenti su Wikipedia