username: password: dati dimenticati?   |   crea nuovo account

Fiabe

Pagine: 1234... ultimatutte

La fiaba dell'Aquila e dell'aquilone

C'era una volta un'Aquila che non sapeva volare.
Non guardava neppure il cielo, perché pensava non fosse raggiungibile.
A dire il vero, l'Aquila non sapeva neppure di essere un'aquila, perchè nessuno le aveva mai detto a cosa servivano le ali e non era mai stata con le altre aquile.
Un giorno la vide un Uomo, mentre stava cercando di svolazzare nel cortile della sua casa.
Allora, l'Uomo la guardò e le disse: "Ciao bellissima Aquila, che cosa ci fai nel mio cortile, perché non voli nel cielo insieme ai tuoi simili".
E l'Aquila rispose: "Ma io non so volare e non conosco i miei simili, che cos'é un'aquila?"
L'uomo stupito ed intenerito, prese con sé l'Aquila e giorno per giorno le insegnò a volare.
Tuttavia, per rassicurarla e per non perderla, legò un filo alla sua zampina, in modo tale che l'Aquila si sentisse sicura e ritornasse da lui alla sera.
L'Aquila iniziò a volare sempre più in alto.
Un giorno si spinse fino all'altezza delle nuvole, ma quando sentì il filo tirare, pensò che non sarebbe potuta arrivare fin lassù e tornò più in basso.
L'Aquila continuò a volare per molto tempo all'altezza degli aquiloni, tanto che riconobbe in essi i suoi simili.
L'Uomo, intanto, teneva stretto il filo ed era felice nel vedere rientrare tutte le sere l'Aquila nel suo cortile. L'Aquila era felice di volare con gli altri aquiloni e alla sera recava gratitudine al suo padrone.
I voli continuavano uguali, anche se il padrone dell'aquila iniziava a non curarsi più dell'animale come prima. Era tornato ad occuparsi della sua famiglia, ma si sentiva rassicurato nel veder tornare l'Aquila nel cortile tutte le sere.
Un giorno l'Aquila volò più in alto del solito, ma quando arrivò quasi all'altezza delle nuvole si fermò, ricordando che a quel punto il filo avrebbe tirato.
Quando stava per tornare indietro all'altezza degli aquiloni, la raggiunse un'altra aquila e le disse: "Ciao sorella, vieni su con noi altre, che cosa ci fai

[continua a leggere...]

   5 commenti     di: ANGELA VERARD0


Il regno del cuoco brillo

Nella grande cucina del cuoco brillo, ma non troppo, stanno succedendo cose davvero straordinarie.
La prima è la visita inaspettata di Alice, la sua nipotina, accompagnata da un' altra bambina, più o meno della stessa età.
Gli utensili, le posate, i piatti, le pentole e soprattutto un piccolo tegamino ed il cucchiaione applaudono felicissimi a questa vista.

Il cucchiaione:

- Che bella sorpresa, finalmente sei tornata mia principessina!

Alice:

- Perché principessina?

Il cucchiaione:

- Perché sei bellissima, con quelle guancette tutte rosse e paffutelle e poi, quei tuoi occhioni azzurro mare, mi ci tufferei.

Alice:

- Grazie del complimento, ma non esageriamo.

L' altra bambina sentendosi ignorata non riesce a trattenere delle lacrime, una di queste cadendogli sul mignolo esclama:

- Asciugaci su! Vedrai che in questo bel cucinone c' è posto anche per te, anche tu sarai principessina, perché la grazia non ti manca davvero.

Infatti il primo ad accorgersi di lei è proprio il cuoco, che rivolgendosi ad Alice chiede:

- Chi è questa bella bambinetta?

Alice:

- Paoletta, anche lei è tua nipotina, che ancora non conosci, mia cugina, figlia di zio Peppe.

Il cuoco brontolando:

- Oh Peppe, Peppe figlio mascalzone! Ma lasciamo perdere, venite ad abbracciare il vostro nonnino.

Le bambine non se lo fecero dire due volte e gli saltarono al collo, abbracciandolo e baciandolo. Il cuoco emozionato spese anche lui delle lacrime, che se ne stavano buone buone fra le candide palpebre. Poi si accorse della sua fiaschetta, la prese e versò il liquido di Bacco, detto anche sangue di toro, nel suo calice e se lo tracannò in un sorso solo. Poi rivolgendosi di nuovo alle bambine e a tutti gli astanti, compresa la spesa che era già sul tavolo da lavoro, dice:

- In seduta stante ho deciso di farmi nominare da voi Re della cucina, e facendo di questa cucina il mio Regno. Alice e Paoletta saranno così delle vere principessine

[continua a leggere...]



Il Processo

La storia, che stiamo per leggere, è inventata di sana pianta.
 
Tanto tempo fa, c'era un paesello dove tutti erano figli e schiavi di Dio.
L'aria profumava di semplicità e la terra sapeva essere egoista e generosa.
Egoista, visto che voleva farsi accarezzare dall'aratro e dalla zappa,
generosa, poiché solea ricambiare tali carezze con tanti doni saporiti.
Grano, patate, mais, fichi secchi e altre belle cose erano sempre
presenti tra le mura di casa che, come ben sapete,
non fanno guerra e non sono mai nemiche.
La domenica, quasi tutti in chiesa per ascoltare la parola di Dio, anche se...
Le ragazze ci andavano per farsi vedere dai ragazzi e i vecchi
per farsi ricordare dal Signore, nell'avvicinarsi dell'ora.
I bambini giocavano a palla e ogni tanto qualcuno frignava.
"Voglio la palla mia, voglio la palla mia, hi, hi", e giù lacrimoni luccicanti.
Le comari erano comari e da buone amiche tagliavano e cucivano cappotti.
I mariti tiravano le orecchie all'asino e se le carte non giravano
per il verso giusto, li sentivi sacramentare anche in tedesco.
 
Era un paesello abitato da contadini e ogni famigliola
aveva l'orticello, la stalla, la legnaia e una piccola aia dove
si batacchiavano legumi e cereali.
Le pecore fornivano latte e lana, i suini finivano in insaccati,
i cani tenevano lontano volpi e faine e per sgranchirsi, rincorrevano i gatti.
Tutto sembrava filare liscio, come lisce filano le belle storie,
senonché accadde quel che accadde e il ritmo della vita, legato
all'andamento delle stagioni, subì uno di quegli scossoni
che non riesci a spiegartelo, nemmeno ragionando.
 
Nonna Cesira tirò il collo a tutte le galline del pollaio,
al fine di avere del buon brodo, necessario alla figlia,
che produceva latte materno per la neonata.
Niente galline, niente uova.
Da che mondo è mondo, questa è la prassi e non varrebbe parlarne...
se non fosse che qualcosa d'insolito si verificò in quel pollaio senza galline.
Per dirla

[continua a leggere...]

   12 commenti     di: oissela


L'Albero

Un campo spoglio, il fetore dell’erba riarsa dal sole punge le narici e secca le labbra deboli storpiandone il riso. Cala la notte e le sue gelide, seppur dolci, spire catturano il rumore dei pesci in trepida ricerca di spazi nel letto secco del fiume. Il buio è breve ed a malincuore deve lasciare spazio al Fratello Sole, ma una cosa strana accade; il lezzo di morte è stato coperto dal profumo dell’aria fresca, mentre la luce viene lentamente spenta da nere nubi colme di pioggia. L’Acqua giunge tiepida alla Terra assetata che par riprendersi da un letargo non voluto; il fiume si riempie copioso ed avido di vita rincorre la fauna giunta quasi ad abbandonare l’attesa.
Nel frattempo, in un campo infangato, si fanno spazio ciuffi d’erba che colorano di verde argenteo la selva sbigottita. Le nubi fanno spazio ad un sole nuovo, tiepido e carico d’affetto per un giovane ramoscello che veloce cresce in questo verde mare. Accompagnato da questo caldo sorriso e dalla pioggia generosa viene sfamato crescendo rigoglioso e fiero.
Una notte il giovane Albero venne destato da un suono dolce e leggero ed avvertì immediatamente la fresca brezza annunciare l’arrivo delle nubi. Contento si mise in attesa di ricevere il solito dono; purtroppo al posto della fame fu saziato nel dolore da un’ira alla quale non chiese mai di partecipare. Fiero si erse a combattere la follia del Vento ululante e tagliente, mentre i suoi piccoli rami venivano spezzati dalla furia della grandine. Il Vento aumentava ed allo stesso modo aumentava la resistenza posta dal giovane Albero, ma le sue radici cominciarono a fremere di dolore. Il respiro si fece urlo ed infine boato; alla pioggia ed alla grandine si mescolarono le lacrime di fiducia infranta ed il delicato fusto cominciò ad abbandonarsi alla follia del Vento mettendo a nudo le sue radici in preda all’incubo. Quando cominciò a sentir venir meno la scintilla che gli diede vita ecco che venne afferrato da qualcosa, una forza pos

[continua a leggere...]



La regina dei fiori

II prato ubertoso attorno al lago argentato, era abitato da fiori; un popolo di creature di rara bellezza.
Miosotis, con l'azzurro tenue del suo abito era tra le fanciulle più belle dell'abitato. Ninfea candida scivolava tra le foglie galleggianti, era la sua amica del cuore e ogni giorno stavano in dialogo per ore sulla riva erbosa,, occhieggiando tra il verde
Erano molto eccitate perché avevano saputo che entro pochi giorni sarebbe venuta in visita la regina.

Miosotis pregò l'amica di controllare i petali dei suoi fiorellini; temeva di non essere al meglio della fioritura. "Non ti preoccupare, mia cara, sei bellissima sotto il cielo azzurro il tuo colore è intenso e luminoso" rispose Ninfea.

Una coccinella venne ad informare che le amiche lumache e formiche, avrebbero preparato il tappeto rosso per il passaggio della regina e la moltitudine di tutte le coccinelle del prato erano invitate a disporsi compiutamente nelle prime ore del mattino.
Furono invitate anche le libellule dalle ali impalpabili e dei colori più belli, a fare ala al passaggio della regina.

Poco più in là due girasoli litigavano perché non riuscivano a guardarsi in viso: entrambi attratti dalla stessa parte dove sfolgorava il sole, non avrebbero potuto stare immobili a lato del trono.
Nugoli di farfalle celesti volavano basse nelle vicinanze; a loro venne chiesto di formare corona sopra il capo della sovrana.

Nel lago, un coro di ranocchie si esercitava con canti leggeri e bassi, alternando le loro voci a quelle del fringuello che le accompagnava con il suo canto dal tono soave e melodioso.

Uno tra i più alti e bei tulipani, con i petali rosso carminio e variegati, si disponeva a fare da gran ciambellano per il grande evento.
Ridondanti sulla riva opposta, grappoli di lillà avrebbero fatto da damigelle precedendo il corteo reale.

Due giorni dopo, all'alba, iniziarono i cori. Alle ranocchie del lago ed al fringuello, si unirono usignoli e capinere cantando mu

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: Verbena


Il bambino e il gabbiano

Indifferente il gabbiano
dominava una parte di cielo
sullo specchio salato
la sua immagine riflessa.
Il bambino conosceva il volo
e diceva che quel gabbiano
era suo amico.
Ai piedi del suo castello
il bambino chiamò il gabbiano
il pennuto afferrò un pesciolino
che depose nel secchiello.

   20 commenti     di: Fabio Mancini


Labbra di stelle (Fiaba dedicata a Cinzia Gargiulo)

Una volta la donna dalle labbra sottili,
aveva labbra bellissime come il bocciolo
di una rosa damascata.
Un incantesimo le aveva ridotto
lo spessore, ma non la bellezza.
La donna dalle labbra sottili
davanti ai bei tramonti sognava:
se labbra sincere mi baciassero
l’incantesimo svanirebbe,
i miei occhi si accenderebbero
come falò sulla spiaggia buia,
e il mio cuore pulserebbe
come un assolo di batteria.
Ma un giorno una strana brezza
sospinse l’incantesimo fino ad una stella
nella lontana costellazione dello zodiaco.
La resistenza dell’incantesimo entrò
in attrito con forza della gravitazione
ne scaturirono delle esplosioni
e tanta polvere di stelle si disperse.
La Mano che muove l’Universo
raccolse quella polvere che
una volta impastata
presero forma un paio di labbra speciali.
Nella cornice della notte di San Lorenzo
mentre la donna dalle labbra sottili
sognava i suoi sogni felici,
labbra di stelle la baciarono.
E l’incantesimo fu spezzato.

   8 commenti     di: Fabio Mancini



Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

FiabeQuesta sezione contiene storie e racconti su fate, orchi, giganti, streghe e altri personaggi fantastici

Le fiabe sono un tipo di racconto legato alla tradizione popolare e caratterizzata da componimenti brevi su avvenimenti e personaggi fantastici come orchi, giganti e fate. Si distinguono dalle favole per la loro componente fantastica e per l'assenza di allegoria e morale - Approfondimenti su Wikipedia