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Fiabe

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La Fiaba dell'Aquila e del Delfino

C'era una volta un tempo in cui mare e cielo erano luoghi separati da un confine invisibile che, a pelo della superficie dell'oceano, era stato tracciato, per dividere l'aria dall'acqua.
In quel tempo, i delfini del mare guardavano le aquile in volo e le aquile in volo guardavano i delfini del mare, senza potersi mai incontrare.
Spesso si invaghivano gli uni delle altre e viceversa, ma non trovavano il modo di poter vivere questo sentimento, perchè la separazione dei mondi ne impediva l'incontro e la diversità dei corpi non consentiva agli uni di entrare nel mondo delle altre.
Qualcuno di loro osava superare i limiti dei mondi e dei corpi: le aquile talvolta si tuffavano in mare, ma appena giunte in acqua rischiavano di affogare, così ritornavano in volo e restavano ad asciugare le loro piume sulle nuvole, piangendo; i delfini a volte balzavano così in alto che sembrava loro di poter raggiungere le nuvole, ma appena sfiorate, si ritrovavano a precipitare violentemente tra le onde del mare e rimanevano negli abissi a curare le loro ferite.
Si dovevano entrambi arrendere, perché cambiare il loro essere o superare i confini dei loro mondi non era la strada dell'Amore.
Questo fino a quando venne un giorno speciale, un giorno in cui un Aquila vide un Delfino balzare leggiadro a pelo d'acqua e il Delfino rimase incantato nel mirare l'Aquila volare nell'alto del cielo. Fu uno sguardo magnetico e fulmineo, senza proferire respiro né quesito nei loro cuori. Senza neppure rendersene conto, si sentirono molto vicini l'uno all'altro, uniti nel loro sentire, senza avvicinare i loro corpi.
Il Delfino riusciva a percepire la brezza del vento che spira al di sopra delle nuvole e l'Aquila riusciva a sentire la freschezza delle acque come se fosse tra le onde del mare. Ne furono rapiti, senza paura e senza muovere una cellula del loro corpo, si ritrovarono amanti e compagni nel mondo di mezzo, quel non luogo sopeso tra il cielo e il mare.
Quest

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   13 commenti     di: ANGELA VERARD0


LA BELLEZZA DELLA CARNE

Non sono mai stata una bambina. Non sono mai stata adolescente.
Sono sicura di non essere adulta.
A volte mi chiedo se io sia mai esistita: sono solo un punto sospeso al di fuori del tempo, senza dimensione alcuna.

A volte penso che la vita sia una giostra seza senso; ma mi piacerebbe farci un giro: oggi più di ieri sono assetata di tutte quelle emozioni che per uno strano motivo, che a volte mi sfugge, che a volte intuisco con sommo terrore, non sono riuscita a vivere.
Oggi più di ieri mi chiedo se l'amore possa redimermi da questa malattia, se l'amore possa restituirmi tutte quelle emozioni che man mano mi sono persa lungo la mia esistenza, se l'amore possa essere la scossa in grado di riportarmi alla vita.

A volte, però, penso che la sete di amore sia la mia vera malattia.

Lui ha gli occhi così neri che più di una volta mi sono sorpresa a fissarglieli, cercando di capire dove finisca l'iride e cominci la pupilla, ma è un piacere che non posso assaporare a lungo: il mio sguardo è pesante, lui lo percepisce, si volta verso di me e allora imbarazzata faccio finta di guardare altrove, sono attimi di infernale disagio; non posso permettermi di essere scoperta.

Mi è capitato spesso di pensare che le persone belle, per via della particolarità dei loro lineamenti sembrino plasmate nei più svariati materiali: mi ricordo di un antico amore, una ragazza che i più non avrebbero definito bella, ma io ero come incantata dal suo profilo, tenue e delicato, sembrava plasmato, ma che dico, accennato appena nella creta, si, era una paffuta fanciulla plasmata nella creta con tratti leggeri e poco marcati appena accennati dalle mani di un voluttuoso e sapiente creatore. Ricordo la muscolatura sottile ma atletica di un ragazzo che incontrai tempo fa, la cui andatura potrei descrivere come nervosa, intagliata nel duro legno, come se l'artista-creatore avesse voluto rispettare nella sua opera le naturali nervature di quella paticolare materia, sfrut

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Un gran giorno ha delle grandi orecchie...

Un gran giorno ha delle grandi orecchie.


Decise di venire alla luce il primo giorno di primavera, nell'ora in cui i raggi del sole tagliano in due perfette metà le teste degli alberi. Tra le mani di chi lo accolse alla sua nuova vita, cominciò a piangere, ma nessuno si preoccupò. Tutti i nuovi arrivati piangono e il motivo nessuno se lo ricorda, solo ipotesi.
Pedro era l'unico a sapere il perché :ossessionato dal fluttuante ricordo di un liquido vitale, desiderava solo essere un pesce.
Anni e desideri mutarono e per il suo terzo compleanno chiese un paio di ali, "Come quelle di un condor"disse agli occhi del papà, ma nel suo pacco c'erano solo macchinine e soldatini. A sette anni l'incorruttibile decisione:voleva essere un asino.
Ogni giorno dirigeva i suoi piedi verso la scuola, prendeva posto e attendeva con impazienza che la maestra pronunciasse il suo nome. Se quel momento arrivava, tutto sembrava favorire i suoi sogni. Fingendosi terrorizzato si recava alla lavagna, mascherando la sua minuziosa preparazione con una totale incompetenza. Continuava a ripetere"Non so, signora maestra non ricordo".
Sapeva cosa lo attendeva; avrebbe indossato quel gran cappello a punta con due maestose orecchie marroni mentre, orgoglioso dei suoi padiglioni auricolari, si sarebbe fatto spazio tra ghigni e veleni di banalità.
Le avrebbe tenute tutta la mattina, scrivendo, a matite colorate, le mille righe imposte dalla maestra: "Sono un asino." Era un gran giorno

   1 commenti     di: Castello Ululà


Figlia della Primavera

In un paesino nascosto da vette sempre innevate e boschi impenetrabili, viveva un popolo dedito all'agricoltura. Nessuno conosceva la sua esistenza e gli abitanti del paese se ne guardavano bene dal farsi trovare. Conoscevano la crudeltà e l'indifferenza che regnava sulla terra.
Per questo si erano organizzati in modo da non aver bisogno del mondo esterno.
Il paese era formato da tante casette di mattoni rossi, ad un solo piano.
Ognuna di loro aveva giardino, orto e stalla. Le case erano calde ed accoglienti e nelle lunghe serate invernali si riunivano tutti nella casa del sindaco del paese, dove un enorme camino irradiava il caldo
dei ceppi che i boscaioli si procuravano tagliando gli alberi che ormai erano arrivati alla fine della loro lunga esistenza. In estate il popolo si riuniva sotto le fresche ombre delle secolari querce.
Passavano gli anni e tutto procedeva serenamente. Le mucche davano il latte, i campi il grano, le galline le uova.
I bambini crescevano sani e forti fin quando, un triste giorno, passò per il paese un viandante avvolto in un nero mantello, nessuno sapeva da dove venisse e nonostante il suo aspetto orripilante, lo accolsero con amore. Lo rifocillarono, lo fecero riposare e quando fu ora di ripartire gli regalarono cibo per il viaggio.
Lo accompagnarono alle porte del villaggio e nel salutarlo gli chiesero
-Come ti chiami viandante
Questi si girò verso loro, aprì il suo nero mantello, nel cielo apparvero nuvole nere che oscurarono il sole, il suo ghigno diventò ancora più orribile e dalle sue invisibili labbra uscì una voce stridula
-io sono crudeltà e invidia e da oggi il vostro paese conoscerà solo miseria e disperazione.
Poi scomparve.
Passarono gli anni e purtroppo la maledizione di quell'orribile essere si avverrò, molti animali morirono di misteriose malattie, i campi diedero raccolti miseri, il sole non riusciva più a perforare con i suoi caldi raggi la coltre di nuvole nere. Ma il fatto più inquietante era

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   0 commenti     di: cesare righi


Festa in cucina

Nella solita cucina si faceva un gran fracasso, tutti intenti, i piatti per primi, a festeggiare i nuovi venuti. Il signor mestolo, in puro acciaio inossidabile, era l'unico a non capirci un accidenti, e se ne stava muto e triste. Poi timidamente e a mezza voce chiese ad una forchetta:

- Che c' è? Mi sai dire che sta succedendo?
La forchetta:
- Ma come! Non lo sai? Sono appena arrivati nuovi di zecca un bel tegamino in terracotta e una cucchiaia di buon legno.

Il mestolo facendo una alzata di spalle alla forchetta non gli rispose neppure e brontolava fra se:

- Capisco il tegamino, il vecchio è andato a pezzi. Ma la cucchiaia, la cucchiaia maledetta, che ci fa qui? E io, che ci sto a fare?

Si mordeva il fegato, come si usa dire da queste parti, per la grande rabbia che si era, all'improvviso, impadronito di lui.
Intanto sul tavolo, il cuoco aveva fatto sposare il bel tegamino, con la lì presente pentola, pregandoli di adottare come figlia la cucchiaia di nobile legno. All'accenno affermativo dei due consorti, eccovi formata una bella ed utile famiglia.
Ma la festa vera e propria deve ancora venire, nonostante gli applausi scoscianti degli astanti.
Infatti, sempre sul tavolo c' erano degli ingredienti, ancora sconosciuti alla neo famiglia. A questo punto indicandoli uno per uno il cuoco li presentò. In ordine dunque:
Una bell'aglio, pomodori san Marzano, olio extravergine di oliva, sale, pepe (nel nostro caso inutilizzabile) e per finire delle bellissime foglie di basilico fresco.
Loro tutti:

- A cosa servono?
Il cuoco:
- Lo vedrete fra poco, sarete infatti protagonisti di eccezione.

La pentola conteneva già l'acqua necessaria per la cottura degli spaghetti, ma questi non erano ancora presenti, come mancava anche la fiaschetta di vino rosso e il bravo calice. Tutte queste ultime cose si trovavano dove abbiamo lasciato il mestolo, che capendo finalmente della macchinazione in corso, cercava di ostacolarli per non favorire la festiccio

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C'era una volta un re

C'era una volta un re, seduto sul sofà, che disse alla sua serva: "Raccontami una storia". E la serva incominciò.
C'era una volta un grande re, che governava non da un trono: da un sofà. E questo grande re aveva una vecchia serva, capace di inventare le fiabe. Una sera, stanco, le disse: "Raccontami una storia". E la serva incominciò.
C'era una volta un re grande e potente, ormai anziano. Egli governava il suo popolo con mano sapiente e mente illuminata, tanto da aver rinunciato da tempo al suo trono ingioiellato. Al suo posto, nella sala delle udienze aveva adagiato un comodò sofà: ormai vecchiotto anche lui, ma era il posto migliore per posare le regali terga, ed ascoltare quelli che gli chiedevano udienza. Il grande re potente aveva, come grandissima amica, una vecchia serva che era stata con lui fin dai tempi dei tempi, sempre. Una sera, stanco dopo una lunga giornata di estenuanti trattative e petulanti petizioni, le chiese, con un po' meno garbo del solito: "Raccontami una storia". E la serva incominciò.
C'era una volta un grande re, potente e saggio, che vedeva i suoi giorni ormai diventar sempre più lunghi e grigi, tanto era vecchio e quasi svuotato d'ogni sua forza di vivere e comandare. Egli aveva sempre governato il suo buon popolo con grande giustizia, con mano sapiente, con illuminata saggezza e con la forza necessaria a mantenere l'ordine, mai di più. Era un re umile ed umano, che non desiderava dare inutile sfoggio di viana ricchezza o presuntuosa superiorità: la sua dimora non era poi tanto diversa dalle case dei suoi comuni cittadini, e riceveva ambascerie e richieste e preci e delegazioni nel suo salotto privato. Soleva offrire, a chiunque gli si parasse davanti, tè e pasticcini danesi al burro: dal primo ministro della nazione nemica all'ultimo contadino della provincia più lontana. E faceva accomodare il questuante, di qualunque estrazione si fosse, al suo fianco, su un comodo sofà un po' sfondato, mezzo sfila

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Katjuscia in cucina

Nella nostra solita cucina, katjuscia, rimasta sola, osserva con molta attenzione tutto ciò che si trova sul tavolo di lavoro.
La salutano con molta riverenza, della frutta, degli ortaggi, del pane fresco e per finire del bel formaggio bianco.

L'arancia si fa avanti e dice:

- Katjuscia, si dico proprio a te, bambina mia!

Katjuscia:

- Che pertinente, io non sono la tua bambina!

L'arancia:

- Si fa per dire, scusami se ti ho offeso.

Katjuscia:

- Va bé, ma che vuoi da me?

L'arancia:

- Forse fra poco mi sbucci e mi mangi, o mangi la mia collega banana, o più semplicemente la mela rossa, già ben lavata, e non serve nemmeno sbucciarla, quattro morsi con quei tuoi bei dentini et voilà. Ma sai come siamo finiti qui?

Katjuscia:

- Il mio nonnino, cuoco di tutto rispetto, anche se brillo, vi ha comprato al mercato qui vicino.

L'arancia:

- Eh già! Siamo venuti dal nulla. Ma come siamo finiti al mercato lo sai tu?

Katjuscia:

- Ma sei proprio scocciante arancia bella! Ma che ne so io!

L'arancia:

- Te lo dico io! Mio padre è un bell'albero e si chiama Arancio, piantato a sua volta fu dalle mani esperti e sapienti di un contadino, e poi ancora piantina verde e carina, le mani callose ma sicure dello stesso contadino la innaffiava e la curava con amore fino a quanto crebbe e diventò un albero fiero e maestoso.
Un bel mattino questo buon uomo lo vide in fiore, di una bellezza tale, che al suo sudore si mischiarono lacrime di gioia e soddisfazione. Direi più che meritate. Questi fiori infine divennero frutti di colore arancione, come il tuo bel vestitino, e di forma ovale.

Katjuscia:

- E poi? Continua, continua.

L'arancia:

- Il buon contadino si inginocchiò e ringraziò il Signore, poi, chiedendo scusa ad ognuno di noi, ci colse ad uno ad uno e con molta delicatezza ci pose in una bella cesta e al mercato ci portò.

Katjuscia:

- Che bella storia! Suppongo che le tue colleghe hanno una storia simile.

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FiabeQuesta sezione contiene storie e racconti su fate, orchi, giganti, streghe e altri personaggi fantastici

Le fiabe sono un tipo di racconto legato alla tradizione popolare e caratterizzata da componimenti brevi su avvenimenti e personaggi fantastici come orchi, giganti e fate. Si distinguono dalle favole per la loro componente fantastica e per l'assenza di allegoria e morale - Approfondimenti su Wikipedia