PoesieRacconti utilizza cookie, anche di terze parti, per personalizzare gli annunci. Per informazioni o negare il consenso clicca qui.     Chiudi

Fiabe

Pagine: 1234... ultimatutte

L'angelo di Giosafat

Sette lunghe lune erano trascorse da quando Ram, maharaja di Benares nell'India del nord, aveva fatto uno strano sogno. Aveva visto cadere nel cuore della notte una grossa palla di fuoco che aveva illuminato così tanto la terra da far apparire le acque del fiume Gange dorate. Si era svegliato di soprassalto per l'immenso chiarore e, sudato per il calore di quell'evento, si era precipitato verso la finestra per la curiosità . La vista di una notte placidamente stellata invece, lo fece tornare sui propri passi fin sotto la calda coperta di pecora che scostò istintivamente. La luce abbagliante del sogno però, stentava a scomparire, così che il povero Ram si ritrovò ad affrontare il giorno con gli occhi e il corpo affaticati. Da sette mesi ormai gli capitava la stessa cosa ogni notte e per quanto egli fosse un saggio rinomato per lo studio della medicina e delle stelle, non servirono le sue conoscenze a rendere più serene le sue notti. Nell'ala ovest del gran palazzo del saggio Ram, viveva la serva Darika con il figlio Giosafat. Darika era responsabile delle cucine, mentre Giosafat aiutava il grande Ram nella selezione delle erbe per la preparazione di lozioni curative e nello studio degli astri. Negli ultimi mesi Giosafat si era accorto dell'affaticamento del suo padrone, quindi cercava di rendersi ancor più utile poiché gli era molto affezionato. Sapeva che il vecchio saggio aveva letto tra le stelle della venuta di Dio sulla terra ed era sicuro, per come lo vedeva inquieto, che ormai l'avvenimento fosse imminente, per cui comprendeva perfettamente lo stato d'animo del suo Maharaja. Dodici lune prima, Ram, aveva inviato due dei suoi messaggeri da Gaspare, mistico re dell'Armenia e Baldassarre re arabo del deserto, entrambi scrutatori del cielo e attenti studiosi di arti mediche, per confrontare i segni letti. Le risposte degli altri saggi d'oriente gli erano tornate chiare proprio quella mattina: il re del cielo e della terra stava per nascere ed u

[continua a leggere...]



Era un angelo scelto per migliorare il mondo

Scendeva lentamente da un lungo velo celeste trasparente che evidenziava i suoi occhi di color azzurro, le sue labbra carnose e il suo volto celestiale.
Appena cadde giù e toccò terra da quella corda piena di rose e coriandoli, è come se il mondo fece un passo indietro. Si chiamava Chiara: ''La donna dai capelli color arcobaleno'' la chiamavano.
Aveva alcune ciocche celesti che scendevano giù come fossero delle onde del mare ed invece all'inizio si intravedeva questo biondo particolare. I capelli aumentavano ad ogni sorriso di persona.
Era un angelo scelto per migliorare il mondo.
L'angelo della fortuna, chi lo avrebbe evitato?
Camminava, a passi lenti, mentre il suo vestito svolazzava tra il vento e si muoveva dolcemente.
Un paio di scoiattoli si affacciarono dal ramo di un albero, come se intuissero da qualche parte, che il vento stava cambiando, che le onde del mare diventavano calme ad ogni passo che lei faceva e che le foglie smettevano di cadere.
È come se qualcuno abbia dato il ''Via''.
È come se qualcuno aveva detto ''Stop'' alle cattiverie.
Chiara notò che uno di quei due scoiattoli stava per cadere dal ramo dell'albero, con un dito si avvicinò alzandosi in punta di piedi; Lo aiutò trasferendogli tutta l'energia possibile che aveva tra le mani... Il piccolo scoiattolo si rialzò mostrandogli il suo lato tenero a Chiara che lo guardava felice.
''Sei ancora piccolo per questo mondo crudele''
Affermò la ragazza dai piccoli boccoli celesti e dorati continuando il cammino... Davanti si ritrovò un cacciatore con in mano una pistola: stava puntando contro una volpe che, impaurita, stava mettendo i suoi piccoli al sicuro.
Chiara, non ebbe paura, ma anche con tutta la sua insicurezza cercò di farlo ragionare e di fargli abbassare la pistola.
Gli disse: ''Che faresti se quei cuccioli di volpe fossero i tuoi figli? Non piangeresti all'idea di non ritrovare più i loro occhi?''
Chiese Chiara mentre quel signore, a quelle parole, ci aveva rif

[continua a leggere...]

   2 commenti     di: Martina Di Toro


Pescatore di sogni

Atanor pensava, sul lungo lago delle Irose pianure, che l’Oltrecielo fosse nel lago. Forse era più comodo pensarlo li, dato che gli ultimi aquiloni erano partiti due anni prima senza fare ritorno. L’Oltrcielo... ne parlavano spesso nel passato le genti delle Irose pianure, eran certi li abitasse Zhar il Dio dei sogni, colui che era in grado di far avverare il sogno che ognuno porta con sé. L’Oltrecielo nel lago... che cosa strampalata e buffa potreste pensare, e poi che pratica strana: i sogni in questo lago vanno pescati. Per molto tempo gli abitanti delle Irose pianure hanno trascorso giorni e notti con la canna tesa in trepida attesa. Ma nulla. E allora, piano piano, si aggrapparono agli aquiloni cercando altrove l’Oltrecielo: oltre il cielo, appunto. Ma nessuno fece ritorno per testimoniare se l’Otrecielo esistesse davvero. Adesso, la leggenda sostituiva il mito, cominciava a tramandarsi come uno stanco racconto, come un richiamo per i turisti: “Venite alla ricerca dell’Otrecielo, basta portare una canna da pesca o in sostituzione un aquilone”. Così recitava il cartello posto sul confine alto delle Irose pianure. Ma oramai anche i turisti avevano scelto altri luoghi, sicché le irose pianure erano diventate una terra desolata. Atanor, figlio di Freyer e nipote di Algiz, era l’ultimo erede degli Hadingus (i primi che si stanziarono su quelle terre), ed era rimasto forse l’unico convinto di poter pescare il sogno. Il sogno avrebbe dovuto fuoriuscire dall’Oltrecielo una volta che l’Oltrcielo stesso avesse abboccato all’amo. Il sogno per essere pescato non avrebbe mai dovuto essere svelato ad alcuno, pena l’impossibilità di raggiungerlo. Atanor credeva e con volontà si adoperò, gettò la canna nel lago per ore, giorni, forse anche anni; mai una fatica, mai un cedimento, le pianure erano sempre più deserte ma lui era li. Non so che età avesse raggiunto quando una notte sentì tirare dalla canna. Qualcosa sicuramente aveva abboccato

[continua a leggere...]

   2 commenti     di: Federico Magi


Il tegamino e il mestolo

Questa storia comincia in una cucina, dove tra i vari attrezzi e oggetti culinari, c' è un vecchio tegamino, che la fa da padrone.
Il cuoco vanitoso e fiero della propria arte culinaria, dei suoi prelibati piatti vantava spesso anche il tegamino. Certo è che quest'ultimo non figurava affatto tra le pentole ancora nuove e ben lucidate.
Comunque le tollerava, ci si era ormai abituato, pur se con un po' di stizza.
Così il tempo passava tranquillo tra piatti squisiti e buon vino rosso, ma eccoti di punto in bianco apparir un nuovo coso, che chi l'usa lo chiama mestolo, e si vantava di esser fatto di puro acciaio inossidabile.
Qui comincia un dibattito fra i due contendenti, che io ritengo alquanto interessante.

Tegamino:
- Chi sei? Che ci fai qua?
Mestolo:
- Non lo vedi scemo? Sono un mestolo e ben luccicante.
Tegamino:
- E a che servi? E di cosa sei fatto?
Mestolo:
- Sostituisco la vecchia e fu cucchiaia di legno che si è rotta. Sono fatto di puro, dico puro, acciaio inossidabile.
Tegamino:
- Inosso... che?
Mestolo:
- Inossidabile.
Tegamino:
- E che significa?
Mestolo:
- Significa che non arrugginisco mai, non arrugginendo sono sempre giovane ed eterno. E tu scemo prima o poi finirai, dai retta a me.
Tegamino:
- Stai attento a come parli, se no ti do una botta sulla testa.
Mestolo:
- Provaci!

Il tegamino aveva ben capito che non era certo il caso, visto che era fatto di terracotta, dove i cibi vengono più saporiti, questo è vero, ma con l'usura era destinato veramente a fare una brutta fine. Il poverino, tra l'altro, per quanto vecchio, da sentirsi il vero padrone della cucina, non sapeva la fine che avrebbe fatto, se per disgrazia cadeva dalla mensola o dalle mani del cuoco un poco brillo.
Ma l'odio che sentiva per questo nuovo intruso, lo portò a fare una mossa da trovarsi squilibrato. Il mestolo ne approfittò.

Mestolo:
- Allora cosa aspetti? Quanto sei brutto! Sei già tutto nero.

Il tegamino, che tutto nero era davvero,

[continua a leggere...]



Se il matto parla alla luna

Non gli sembrava vero, aveva tutto quello che poteva desiderare, possedeva soldi, automobili di lusso, faceva una bella vita ed era sempre stato invidiato da tutti, ma ora era diverso, anche se da un certo punto di vista... migliore.
Paolo era un uomo giunto, come si suol dire, "nel mezzo del cammin di nostra vita", quindi era un uomo di mezza età, come detto viveva nell'agio e non aveva nessun problema, anzi uno si ma per lui non era tale: Paolo giudicava le persone ancora prima di conoscerle, a lui bastava vedere l'apparenza per dare un giudizio che difficilmente cambiava, a chi gli faceva notare questo suo comportamento lui rispondeva: "Le apparenze non ingannano". Per lui tutti gli extra-comunitari erano ladri, chi non la pensava come lui stupido e chi si comportava in modo strano, per i suoi standard, era matto, ecco lui si vantava di conoscere più matti di tutti, e diceva che non meritavano rispetto perchè non sono come noi.
Qualcosa, però, stava per cambiare, tutto ebbe inizio un paio di settimane fa, era un normale giorno lavorativo e Paolo si stava recando in ufficio pronto ad un'altra giornata fatta di pratiche e scartoffie da firmare, una volta sul posto di lavoro incontrò una ragazza che era stata appena assunta, da subito questa ragazza lo stregò, aveva qualcosa di strano, di particolare che attirava la sua attenzione, ma lui non poteva distrarsi, non era concepibile, quindi tornò con la testa bassa sul computer. Durante la pausa pranzo la ragazza gli si avvicinò, si chiamava Luisa e disse che aveva un compito da fare, ed aveva scelto lui per portarlo a termine, Paolo subito pensò: "Ecco un'altra fuori di testa", non diede troppa importanza all'episodio e tornò al lavoro. Finita la giornata lavorativa Laura gli si avvicina e, come per magia, lo prese per mano e lo portò alla sua auto, lo fece accomodare e parti, senza che Paolo facesse la benchè minima protesta. Lui non capiva come fosse successo, non era accettabile questo episod

[continua a leggere...]



Amore

1 aprile 1999





Lo guardo sorridere mentre parla, è bello come gli attori nelle vecchie fotografie ancora in bianco e nero, lo stesso sguardo intenso, sognante che guarda lontano ma non nello spazio né nel tempo, il sorriso indefinito, più una smorfia, ma lieve.
Ripensavo a quando lo conobbi, due anni prima. Correva verso casa sua, sotto la pioggia senza ombrello, gli offrii un riparo sotto il mio, all'inizio era titubante, è sempre stato timido ho scoperto poi. In quei pochi minuti che trascorrevamo vicini, il suo volto mi si scolpiva in mente, si stampava ovunque nella mia memoria e occupava ogni mio pensiero, sentivo il desiderio di stringere la sua mano, di accarezzarne le dita.. quando si fermò. Eravamo ormai giunti nella via di casa sua, compresi avrei potuto non rivederlo mai più e mi era insopportabile l'idea di dovermi accontentare per sempre della sua immagine, anche se vivida e fresca, e l'idea che mai mi avrebbe baciato le labbra mi tormentava incessante. Al momento del saluto un'angoscia mi prese al collo, un nodo mi bloccava la gola, quasi non riuscii a parlare e salutarlo, così con timidezza travestita da coraggio lo baciai sulla guancia liscia, avrei voluto sentire il tocco morbido della sua pelle sulle labbra in eterno, ma mi scostai. Lui suonò il campanello, stavo per andarmene quando mi disse che non c'era nessuno e aveva scordato le chiavi. Fui pervaso da una gioia impetuosa che mi fece quasi esultare nel vedere il suo sguardo posato su di me come a chiedermi : "Dove andiamo ora? Dove vuoi trascorrere altro tempo con me?". Vicino alla casa c'era un un parco, da poco avevano sistemato le onde e costruito una fontana, all'ombra di un salice c'erano alcune panchine, su una di queste ci sedemmo a parlare. Mi perdevo in quegli occhi verdi e non sentii una parola di quello che disse seppure la sua voce mi appariva come una meravigliosa serie di suoni che scandivano al ritmo delle sue labbra il crescere imperioso della dolcissima passi

[continua a leggere...]

   3 commenti     di: MorteeDegrado


Grianil d'Aria

Iniziò a rigirarsi fra le lenzuola, sentiva freddo ma coprendosi sentiva il calore avvamparle dentro. Si alzò per spegnere la lampadina che illuminava la camera e chiuse le tende della finestra per non far filtrare neanche i raggi della luna e gli occhi curiosi del cielo. Si buttò sul letto con gli occhi chiusi, li riaprì. Non poteva crederci, era ancora là.
Davanti a lei, sul muro pieno di foto e disegni, uno strano simbolo luminoso continuava a troneggiare nonostante non ci fosse più nessuna fonte luminosa.
Si guardò spaesata intorno, riconobbe le ombre della sua camera, un brivido le salì per la schiena. Glielo avevano detto, ma lei non aveva mai creduto. Gliene avevano parlato, ma lei ascoltando aveva lasciato che le parole scivolassero via.
Una "S" e una "T" si intrecciavano dentro ad un triangolo verde racchiuso in un cerchio blu. La "S" era come un serpente che stritolava il debole corpo dell'altra iniziale. Socchiuse nuovamente gli occhi e quando li riaprì notò che le lettere si muovevano, come in una danza, come in una lotta, mentre lentamente le figure geometriche iniziarono a vorticare, fino a giungere ad una velocità che sfumava i loro contorni rendendole un'unica linea retta.
"jenny".
Una voce suadente chiamò il suo nome.
"Jenny vieni qui..."
ancora una volta quella voce maschile l'attrasse a sè, mentre la ragazza cercava di resisterle. Per quanto si opponesse si sentiva come un frammento di metallo in balia della forza di una calamita posta a pochi centimetri di distanza. Non sapeva che fare, non sapeva cosa pensare.
Sentì la paura riscaldarle il cuore. Sentì il rimorso prendere a pugni la sua anima Percepì le lacrime che il suo corpo stava iniziando a purgare dalle ferite che con fatica aveva tentato di nascondere.
Una musica dolce iniziò a risuonare nella stanza. Le note danzavano in modo macabro nell'aria e l'ossigeno sembrava rarefarsi man man che il tempo passava.
"Piccola... dai, lo so che mi stavi aspet

[continua a leggere...]

   11 commenti     di: Ethel Vicard



Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

FiabeQuesta sezione contiene storie e racconti su fate, orchi, giganti, streghe e altri personaggi fantastici

Le fiabe sono un tipo di racconto legato alla tradizione popolare e caratterizzata da componimenti brevi su avvenimenti e personaggi fantastici come orchi, giganti e fate. Si distinguono dalle favole per la loro componente fantastica e per l'assenza di allegoria e morale - Approfondimenti su Wikipedia