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Fiabe

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La regina dei fiori

II prato ubertoso attorno al lago argentato, era abitato da fiori; un popolo di creature di rara bellezza.
Miosotis, con l'azzurro tenue del suo abito era tra le fanciulle più belle dell'abitato. Ninfea candida scivolava tra le foglie galleggianti, era la sua amica del cuore e ogni giorno stavano in dialogo per ore sulla riva erbosa,, occhieggiando tra il verde
Erano molto eccitate perché avevano saputo che entro pochi giorni sarebbe venuta in visita la regina.

Miosotis pregò l'amica di controllare i petali dei suoi fiorellini; temeva di non essere al meglio della fioritura. "Non ti preoccupare, mia cara, sei bellissima sotto il cielo azzurro il tuo colore è intenso e luminoso" rispose Ninfea.

Una coccinella venne ad informare che le amiche lumache e formiche, avrebbero preparato il tappeto rosso per il passaggio della regina e la moltitudine di tutte le coccinelle del prato erano invitate a disporsi compiutamente nelle prime ore del mattino.
Furono invitate anche le libellule dalle ali impalpabili e dei colori più belli, a fare ala al passaggio della regina.

Poco più in là due girasoli litigavano perché non riuscivano a guardarsi in viso: entrambi attratti dalla stessa parte dove sfolgorava il sole, non avrebbero potuto stare immobili a lato del trono.
Nugoli di farfalle celesti volavano basse nelle vicinanze; a loro venne chiesto di formare corona sopra il capo della sovrana.

Nel lago, un coro di ranocchie si esercitava con canti leggeri e bassi, alternando le loro voci a quelle del fringuello che le accompagnava con il suo canto dal tono soave e melodioso.

Uno tra i più alti e bei tulipani, con i petali rosso carminio e variegati, si disponeva a fare da gran ciambellano per il grande evento.
Ridondanti sulla riva opposta, grappoli di lillà avrebbero fatto da damigelle precedendo il corteo reale.

Due giorni dopo, all'alba, iniziarono i cori. Alle ranocchie del lago ed al fringuello, si unirono usignoli e capinere cantando mu

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   0 commenti     di: Verbena


La Ballerina

C'era una volta...
In un antico borgo, proprio là dove sembra esserci un confine tra la realtà e il sogno, una ca­setta di pietra e mattoni, circondata da pini, banani, mandarini, limoni, chinotti, aranci...
La casetta era su due piani e vi abitavano due sorelle, sposate ma senza prole: la prima si chia­mava Miranda e stava al primo piano, la seconda che era anche la minore, stava al secondo piano e si chiamava Esterlita; al pian terreno c'era un bell'ampio forno, un tavolo di legno di quercia, quattro sedie, una vetrina a due ante, con tanti vasetti e boccettine che sembrava quella dello speziale. La stanza del forno era proprietà di entrambe le donne.
Miranda era molto laboriosa, orgoglio e vanto del marito: ella oltre a cucinare, spazzare la casa, fare i letti, amava principalmente spolverare e riassettare: non c'era angolo della casa in cui ella non ravvisasse un peluzzo, che, naturalmente, veniva buttato nella spazzatura.
A mezzogiorno, si svolgeva poi, il rito dei maccheroni. E appena l'orologio della torre scandiva il mezzodì, Miranda lasciava ogni cosa lì, ogni conversazione, ogni altra occupazione e accorre­va in cucina per versare la pasta nell'acqua in ebollizione.
Esterlita, amava anch'essa cucinare, spolverare, lavare, riassettare, però non prolungava i suoi lavori domestici, oltre il necessario e lasciava che una buona parte di tempo fosse da lei dedi­cato a incoraggiare le proprie propensioni artistiche: per questa ragione dipingeva e amava, in particolare, modellare l'argilla o altre paste modellanti: se non aveva a disposizione, il mate­riale più idoneo, ella ricorreva a farina, acqua, sale, zucchero, cera. Per il fatto che le cure di casa, trovavano concorrenza in altre occupazioni, Esterlita, si era guadagnata dal parentado, il titolo onorifico di: "Signora Scansafatiche".
Un bel giorno i genitori delle due sorelle, che avevano una casa vicina a quelle delle figlie, così parlarono alle proprie creature: «Figliole noi partiamo p

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Il Cavaliere Giullare

C'era una volta, tanto tempo fa, in un luogo che oggi non conosciamo più, un sontuosissimo castello; le sue stanze erano adornate con oro, argento e drappi di seta. La ricchezza e il lusso abbondavano dappertutto. In questo castello risiedeva un re, un re potente e maestoso. Egli regnava su un regno molto vasto e prosperoso. Era molto amato dal suo popolo e da tutti i suoi cavalieri. Il sovrano amava moltissimo, insieme alla sua adorata regina, intrattenersi nella sala del trono con giochi, balli, canzoni e spettacoli ai quali tutti i cortigiani erano invitati ad assistere, se lo volevano.

La felicità del re influenzava quella di tutto il castello e i contadini del reame. Quel regno, infatti, era conosciuto come il regno più felice del mondo; nessuno lì fu mai visto triste o di cattivo umore, né addirittura fu mai visto piangere. Perfino i bambini piccoli, quando cadevano o si facevano male, non piangevano, ma ridevano gioiosamente mentre si rialzavano. Le carceri del castello erano inutili, poiché se tutti sono felici, nessuno ha bisogno di rubare, così il re le aveva trasformate in magazzini per il cibo. La gente viveva molto a lungo, poiché il riso e il buon umore, si sa, allungano la vita. Per tutti questi motivi il regno portava il nome di Regno della Felicità.
Un triste giorno però, una strega malvagia e antipatica, che viveva molto lontano e che detestava l'allegria e la felicità, venuta a sapere di questo regno così felice e allegro, decise che ciò non poteva esistere e che avrebbe dovuto fare qualcosa. Prese dal suo antro tutto il necessario per fare un incantesimo molto potente e si mise in cammino verso il castello del regno della Felicità. Quando vi arrivò, si stupì di come chiunque, contadini o cavalieri, vecchi o bambini, nonostante lei fosse brutta e cattiva e avesse sempre destato odio nella gente, la accolsero calorosamente nel loro regno. Stupita, ma pur sempre determinata, si recò al castello del re, dove poté ent

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C'era una volta un re

C'era una volta un re, seduto sul sofà, che disse alla sua serva: "Raccontami una storia". E la serva incominciò.
C'era una volta un grande re, che governava non da un trono: da un sofà. E questo grande re aveva una vecchia serva, capace di inventare le fiabe. Una sera, stanco, le disse: "Raccontami una storia". E la serva incominciò.
C'era una volta un re grande e potente, ormai anziano. Egli governava il suo popolo con mano sapiente e mente illuminata, tanto da aver rinunciato da tempo al suo trono ingioiellato. Al suo posto, nella sala delle udienze aveva adagiato un comodò sofà: ormai vecchiotto anche lui, ma era il posto migliore per posare le regali terga, ed ascoltare quelli che gli chiedevano udienza. Il grande re potente aveva, come grandissima amica, una vecchia serva che era stata con lui fin dai tempi dei tempi, sempre. Una sera, stanco dopo una lunga giornata di estenuanti trattative e petulanti petizioni, le chiese, con un po' meno garbo del solito: "Raccontami una storia". E la serva incominciò.
C'era una volta un grande re, potente e saggio, che vedeva i suoi giorni ormai diventar sempre più lunghi e grigi, tanto era vecchio e quasi svuotato d'ogni sua forza di vivere e comandare. Egli aveva sempre governato il suo buon popolo con grande giustizia, con mano sapiente, con illuminata saggezza e con la forza necessaria a mantenere l'ordine, mai di più. Era un re umile ed umano, che non desiderava dare inutile sfoggio di viana ricchezza o presuntuosa superiorità: la sua dimora non era poi tanto diversa dalle case dei suoi comuni cittadini, e riceveva ambascerie e richieste e preci e delegazioni nel suo salotto privato. Soleva offrire, a chiunque gli si parasse davanti, tè e pasticcini danesi al burro: dal primo ministro della nazione nemica all'ultimo contadino della provincia più lontana. E faceva accomodare il questuante, di qualunque estrazione si fosse, al suo fianco, su un comodo sofà un po' sfondato, mezzo sfila

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Se il matto parla alla luna

Non gli sembrava vero, aveva tutto quello che poteva desiderare, possedeva soldi, automobili di lusso, faceva una bella vita ed era sempre stato invidiato da tutti, ma ora era diverso, anche se da un certo punto di vista... migliore.
Paolo era un uomo giunto, come si suol dire, "nel mezzo del cammin di nostra vita", quindi era un uomo di mezza età, come detto viveva nell'agio e non aveva nessun problema, anzi uno si ma per lui non era tale: Paolo giudicava le persone ancora prima di conoscerle, a lui bastava vedere l'apparenza per dare un giudizio che difficilmente cambiava, a chi gli faceva notare questo suo comportamento lui rispondeva: "Le apparenze non ingannano". Per lui tutti gli extra-comunitari erano ladri, chi non la pensava come lui stupido e chi si comportava in modo strano, per i suoi standard, era matto, ecco lui si vantava di conoscere più matti di tutti, e diceva che non meritavano rispetto perchè non sono come noi.
Qualcosa, però, stava per cambiare, tutto ebbe inizio un paio di settimane fa, era un normale giorno lavorativo e Paolo si stava recando in ufficio pronto ad un'altra giornata fatta di pratiche e scartoffie da firmare, una volta sul posto di lavoro incontrò una ragazza che era stata appena assunta, da subito questa ragazza lo stregò, aveva qualcosa di strano, di particolare che attirava la sua attenzione, ma lui non poteva distrarsi, non era concepibile, quindi tornò con la testa bassa sul computer. Durante la pausa pranzo la ragazza gli si avvicinò, si chiamava Luisa e disse che aveva un compito da fare, ed aveva scelto lui per portarlo a termine, Paolo subito pensò: "Ecco un'altra fuori di testa", non diede troppa importanza all'episodio e tornò al lavoro. Finita la giornata lavorativa Laura gli si avvicina e, come per magia, lo prese per mano e lo portò alla sua auto, lo fece accomodare e parti, senza che Paolo facesse la benchè minima protesta. Lui non capiva come fosse successo, non era accettabile questo episod

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Un gran giorno ha delle grandi orecchie...

Un gran giorno ha delle grandi orecchie.


Decise di venire alla luce il primo giorno di primavera, nell'ora in cui i raggi del sole tagliano in due perfette metà le teste degli alberi. Tra le mani di chi lo accolse alla sua nuova vita, cominciò a piangere, ma nessuno si preoccupò. Tutti i nuovi arrivati piangono e il motivo nessuno se lo ricorda, solo ipotesi.
Pedro era l'unico a sapere il perché :ossessionato dal fluttuante ricordo di un liquido vitale, desiderava solo essere un pesce.
Anni e desideri mutarono e per il suo terzo compleanno chiese un paio di ali, "Come quelle di un condor"disse agli occhi del papà, ma nel suo pacco c'erano solo macchinine e soldatini. A sette anni l'incorruttibile decisione:voleva essere un asino.
Ogni giorno dirigeva i suoi piedi verso la scuola, prendeva posto e attendeva con impazienza che la maestra pronunciasse il suo nome. Se quel momento arrivava, tutto sembrava favorire i suoi sogni. Fingendosi terrorizzato si recava alla lavagna, mascherando la sua minuziosa preparazione con una totale incompetenza. Continuava a ripetere"Non so, signora maestra non ricordo".
Sapeva cosa lo attendeva; avrebbe indossato quel gran cappello a punta con due maestose orecchie marroni mentre, orgoglioso dei suoi padiglioni auricolari, si sarebbe fatto spazio tra ghigni e veleni di banalità.
Le avrebbe tenute tutta la mattina, scrivendo, a matite colorate, le mille righe imposte dalla maestra: "Sono un asino." Era un gran giorno

   1 commenti     di: Castello Ululà


Chicco e la fattoria 3/3

Chicco era rimasto appena fuori dalla stalla, da quando un fumante Tommaso l'aveva con un balzo sorvolato e graziato. Paralizzato nell'immaginare l'orrenda fine che avrebbe potuto essere il finire tra le grinfie del suo acerrimo predatore prima, e dall'incredulità d'essere scampato alla fatale cattura poi. Aveva fatto appena in tempo a riprendere fiato, riordinare le idee e capire che l'attesa nella sua situazione era un lusso che non poteva concedersi, quando vide ancora una volta Tommaso correre, lanciato verso la casa con lunghi balzi che sollevavano leggere nuvolette di polvere.
Incuriosito, e determinato ad azzardare un po' ritardando il nascondersi pur di capire gli strani comportamenti del gatto, s'avvicinò al portone della stalla e, da sotto, sbirciò oltre.
Uno sguardo e tutto fu chiaro.
Lasciò da parte qualsiasi sensazione d'orrore, paura o terrore che la scena dell'incendio causò nella sua mente, si volse e rincorse Tommaso, senza pensare ad altro se non aiutarlo a salvare gli animali intrappolati nel rogo.

Chicco raggiunse Tommaso mentre stava miagolando disperato sul davanzale della finestra da cui poco prima entrambi erano usciti; la moglie di Giorgione però l'aveva chiusa subito dopo definitivamente per scongiurare un possibile rientro del topo o del gatto bruciacchiato.
Tommaso miagolava più che poteva appoggiando le zampe anteriori al vetro per farsi notare dall'interno; gli sarebbe bastato che Giorgione aprisse la finestra o la porta affinché, udendo il lamento degli animali in stalla, potesse accorrere a spegnere l'incendio. Ma i due contadini, ormai seduti a tavola a pranzare, non prestavano la benché minima attenzione al gatto, anzi il contadino inveiva contro di lui con frasi poco lusinghiere come: " ... se hai fame prendi quel topo e guadagnati il pane... è inutile che miagoli! I buoni-a-nulla non meritano di mangiare o stare in casa...".

Chicco si mise al fianco di Tommaso che lo guardò con occhi lucidi

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   2 commenti     di: Nico Schibuola



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FiabeQuesta sezione contiene storie e racconti su fate, orchi, giganti, streghe e altri personaggi fantastici

Le fiabe sono un tipo di racconto legato alla tradizione popolare e caratterizzata da componimenti brevi su avvenimenti e personaggi fantastici come orchi, giganti e fate. Si distinguono dalle favole per la loro componente fantastica e per l'assenza di allegoria e morale - Approfondimenti su Wikipedia