username: password: dati dimenticati?   |   crea nuovo account

Fiabe

Pagine: 1234... ultimatutte

Una sorprendente natività

Era qualche giorno che giravo per i borghi maleodoranti di Betlemme: case di pietra e tanta polvere, ma gente accogliente e generosa anche verso di me.
Non avevo mete precise dove andare e così ciondolavo per le strade.
Una notte mi svegliò un gran trambusto di voci, di ragli d'asino e di belati lamentosi. Mi drizzai incuriosito e vidi che un gruppo di pastori d'ogni età e massaie scarmigliate s'incamminavano lungo un sentiero di ciottoli, illuminati dalla luce lattiginosa della luna.
Per essere notte fonda il cielo era di un blu chiaro e luminoso, punteggiato di stelle, le sagome delle persone si stagliavano nere all'orizzonte, solo qualche testa era illuminata dalle fiamme rosse delle torce.
Li seguii da lontano, non mi sono mai piaciute le processioni, ho sempre temuto di rimanere intrappolato.
La notte era davvero bella, una calda notte mediorientale, silenziosa e affascinante, quanto pericolosa.
Non mi accorsi che la processione si era fermata e tanto ero perso nei miei pensieri, che sbattei alla sottana di una contadina, la quale, presa com'era dal parlare con le altre comari, non ci fece caso. Era sicuramente più in là con gli anni, vedevo la pelle del collo piuttosto grinzosa, che inscenava una strana danza. Le altre donne, coperte dai scialli e dalle ombre della notte, non riuscii a distinguerle, ma credo ve ne fossero di giovani.
Mi fermai ad ascoltare, nascosto dalle sottane, complice il buio, cercando di capire cosa fosse successo di così importante.
"Ma quella ragazza è così giovane, ha partorito tutta sola? Ma la conoscete voi?" disse la contadina contro cui ero andato a sbattere. Subito una bella voce squillante rispose: "Io no, ma Sara l'ha vista stamattina che girava a dorso di un asino con quel pancione, il viso dolorante."
"Ma nemmeno su un letto di foglie, addirittura sul pagliericcio e da sola. Certo che roba, venire a partorire lontano da casa propria. Io proprio non le capisco queste ragazze moderne..." Si lasciò scappare la

[continua a leggere...]

   2 commenti     di: silvia leuzzi


LE GAMBE LUNGHE DELLA GIOVINEZZA

Antonio era un gran sognatore ed era convito un giorno avrebbe cambiato il mondo con le sue idee, non sopportava i prepotenti, i gradassi ne tantomeno sopportava
il salumiere sotto casa che guadagnava troppi soldi vendendo alimentari d’ogni genere.
Non gli andava bene nessuno, tanto meno se stesso ,
qualche volta aveva perfino alzato la voce e apostrofato
una brutta parola di scherno d’avanti allo specchio :
ridicolo tu vorresti cambiare il mondo, tu simile ad una pulce, tu che non riesci a stare un minuto fermo a riflettere sulla realtà delle cose mi fai ridere pusillanime gridava e scappava via facendosi marameo allo specchio.
Antonio Vadodifretta sempre di corsa come se avesse
dei tizzoni ardenti nelle tasche dei pantaloni, sempre
in giro per la città.
Non era alto assai, aveva denti da coniglio, occhi come
il mare, capelli castani come le castagne che producono sogni ricoperti di spine. Antonio non aveva tanti amici
non gli piaceva stare in compagnia, amava viaggiare
con la fantasia di starsene
da solo a pensare ad un mondo possibile a sua misura dove egli avrebbe imperato o fatto quello che gli pare senza dar conto a nessuno. Sapeva trasformarsi essere mille facce , mille personaggi, mille individui ora un viaggiatore distratto nella metro, ora un passante raffinato lungo
il corso principale, ora un spettatore di teatro, ora un imbecille fermo alla fermata dell’autobus, ora se stesso,
ora l’altro che gli stava di fronte.
Antonio sapeva volare, camminare sui tetti delle case
divenire un tenero romantico ammirare il tramonto
e dipingere l’orizzonte a sera sulla sua tela di carta pecora.
Antonio aveva diciottanni, non aveva un padre e viveva da solo con la sua vecchia madre che non si sapeva neppure per certo se fosse per davvero sua madre naturale.
Antonio faceva tutto di fretta senza badare a domani senza riflettere su ciò che facesse e per questo

[continua a leggere...]



Il Sogno Cullato

Solo un sogno cullato saprà dipingere la grigia realtà;

Solo una realtà di colori, saprà ridarti la voglia di vivere;

Pertanto vivi sognando e sogna vivendo

è questo il segreto della vita.


Cerca il tuo sogno e tra le sue braccia la vita;

Chiama il tuo sogno nella sua luce il tuo stabile sorriso.

Vivi il tuo sogno tra i suoi sentieri alberati gli anni creduti persi:


Apri le ali dei tuoi sogni,

la realtà non conta il vero,

essa è ammantata dal grigiore voluto da chi ci vuole figli scaltri

e tu ne aggirerai l’inganno

immergendoti nel sogno di una vita;


Sogna quando l’anima ha sete di speranza;

Sogna e nel grigiore del vivere tu coglierai i colori;


Il sogno è quell’aquilone che non ha mai teso al cielo;

Il sogno è quel sorriso che non mai stretto al cuore;

Il sogno è quella stella non hai mai osato sfiorare:


Sogna e di quel sogno alimenterai la tua vita.

Lascerai che il suo scorrere come limpido ruscello ti trascini in un vortice di inusuali piaceri,

e quando cullata dal suo dondolare ti sentirai attraversare dal suo dolce canto,

ti concederai pienamente al suo vibrare,

ed in quel sentire tu ascolterai la tua più grande emozione.


Sogna e nel volo tu ritroverai il sentiero di luce che a te è riservato.




Sognerò!

Disse la sirena alla luna.

E di questo sogno che ora stringo al petto farò sentiero per i miei giorni avvenire.

Piccola sirena non conta cosa nei farai dei sogni, in essi c’è la preziosità dell’istante e di quell’istante dovrai cogliere l’essenza, al domani non rivolgere pensiero, perché al domani sempre e solo chiederai di offrirti altri sogni.

La sirena cullava il suo sogno e nei suoi occhi di luce si sentiva trasportare lontana in mondi incantati e pieni di stelle, unguento miracoloso per il suo cuore afflitto ed affamato di felicità.

Luna ma se il sogno non diverrà realtà, di cosa allora potrà avere certezza i

[continua a leggere...]

   6 commenti     di: Cleonice Parisi


Polvere di stelle

Tanto tempo fa ci fu una piccola farfalla che la sera, dopo il calar del sole, diventava molto triste perché tutti i suoi splendidi colori svanivano appena il buio accarezzava le sue ali.
Per le sue amiche era lo stesso, anch'esse diventavano infelici: nessuna di loro, durante l'oscurità poteva rallegrare l'animo di chi le guardava.
Una notte la farfallina, non potendo più veder soffrire le sue compagne, decise di volare verso il cielo per cercare di raggiungere le stelle.
Voleva implorarle di svelarle il loro segreto, il mistero di così tanta lucentezza, nel buio...
Volò tanto in alto che sfinita dalla stanchezza perse i sensi e cominciò a precipitare verso terra.
La più luminosa delle stelle, vedendo tanta determinazione in un essere così piccolo e fragile, s'impietosì e decise di salvarla donandole il segreto della lucentezza, a lei ed alle sue compagne; solamente a quelle piccole farfalle che avevano tanto desiderato quel dono.
Da quel giorno la farfallina lucente restò lassù a volare nel cielo e le sue notti non erano più accompagnate dalla tristezza.
Sfrecciando da una stella all'altra sprigionava nella volta celeste un po' di polvere brillante che a volte poteva essere vista, anche se per poco, da terra.
Fu così che da allora, chiunque ha la fortuna di vederla volare, ogni volta esclama:
" Una stella cadente!"
ed ogni volta esprime un desiderio nella speranza che la stella più lucente lo stia ad ascoltare.

   8 commenti     di: Carmelo Trianni


La Fiaba dell'Aquila e del Delfino

C'era una volta un tempo in cui mare e cielo erano luoghi separati da un confine invisibile che, a pelo della superficie dell'oceano, era stato tracciato, per dividere l'aria dall'acqua.
In quel tempo, i delfini del mare guardavano le aquile in volo e le aquile in volo guardavano i delfini del mare, senza potersi mai incontrare.
Spesso si invaghivano gli uni delle altre e viceversa, ma non trovavano il modo di poter vivere questo sentimento, perchè la separazione dei mondi ne impediva l'incontro e la diversità dei corpi non consentiva agli uni di entrare nel mondo delle altre.
Qualcuno di loro osava superare i limiti dei mondi e dei corpi: le aquile talvolta si tuffavano in mare, ma appena giunte in acqua rischiavano di affogare, così ritornavano in volo e restavano ad asciugare le loro piume sulle nuvole, piangendo; i delfini a volte balzavano così in alto che sembrava loro di poter raggiungere le nuvole, ma appena sfiorate, si ritrovavano a precipitare violentemente tra le onde del mare e rimanevano negli abissi a curare le loro ferite.
Si dovevano entrambi arrendere, perché cambiare il loro essere o superare i confini dei loro mondi non era la strada dell'Amore.
Questo fino a quando venne un giorno speciale, un giorno in cui un Aquila vide un Delfino balzare leggiadro a pelo d'acqua e il Delfino rimase incantato nel mirare l'Aquila volare nell'alto del cielo. Fu uno sguardo magnetico e fulmineo, senza proferire respiro né quesito nei loro cuori. Senza neppure rendersene conto, si sentirono molto vicini l'uno all'altro, uniti nel loro sentire, senza avvicinare i loro corpi.
Il Delfino riusciva a percepire la brezza del vento che spira al di sopra delle nuvole e l'Aquila riusciva a sentire la freschezza delle acque come se fosse tra le onde del mare. Ne furono rapiti, senza paura e senza muovere una cellula del loro corpo, si ritrovarono amanti e compagni nel mondo di mezzo, quel non luogo sopeso tra il cielo e il mare.
Quest

[continua a leggere...]

   13 commenti     di: ANGELA VERARD0


La buffa storia di Rana Gisella

In mezzo ad una radura di collina c'era un piccolo stagno, alimentato dalle acque di un torrentello. Sembrava che in quel posto il tempo fosse scandito solo dall'alternarsi del giorno con la notte. Era raro sentire voci umane echeggiare per quelle vallate un po' impervie, e distanti erano pure le carrarecce. Gli animali erano i soli abitanti di quei prati, di quegli alberi, di quelle colline.
Viveva in quello stagno dalle acque melmose, punteggiate dal bianco delle ninfee, una ranocchia che si faceva chiamare Gisella.
Saltava di qua e di là dello stagno gracidando allegramente.
Tutti la conoscevano: rane, pesci e insetti.
Gisella tra le rane era una delle più chiacchierone, però era simpatica e non era pettegola, e nemmeno vanitosa. Non amava star sola Gisella, per questo si circondava di amici, cui lei si affezionava in maniera smoderata, rimanendo puntualmente delusa.
Gisella era così: appassionata, affettuosa; una romantica con il cuore in fiamme.
I suoi occhioni di ranocchia si spalancavano sul suo mondo verde e azzurro, sempre avidi di piacevoli novità.
Tom il bue venne ad abbeverarsi allo stagno quando Gisella stava saltando tra le ninfee, beandosi del loro profumo.
Era una giornata piuttosto fredda. Nel cielo le nuvole, arricciate e gonfie d'acqua, si affastellavano una sull'altra, sospinte dalle correnti fredde dei venti.
Le foglie degli alberi attorno allo stagno, agitate dal vento gelido, producevano uno strano canto un po' triste.
Solo Gisella, con il suo gracidare allegro, sembrava contrastare con il grigiore pieno di mestizia.
Tom, un bue un po' macilento e dall'aria molto triste, si era avvicinato con passo incerto allo stagno. Gisella che si era tuffata per un bagnetto rigenerante, nel saltare fuori dall'acqua quasi andò a urtare il muso del bue.
Si saranno guardati per un minuto, chi può affermarlo in quel mondo senza ore, certo si può dire che Gisella si innamorò a prima vista di Tom.
A pensarci bene a tutt'oggi Gisella s

[continua a leggere...]

   2 commenti     di: silvia leuzzi


La formica dormigliona

C'era una volta una formica dormigliona, che non aveva voglia di aiutare i suoi familiari a preparare la scorta per l'inverno; non solo, la cosa più grave infatti è che non aveva neanche voglia di andare a scuola perché non voleva separarsi dal suo migliore e unico amico: il letto.
I suoi genitori erano molto disperati, avevano cercato di fare qualsiasi cosa ma la formica non si dava per vinta.
Infatti i genitori di questa formica l'avevano chiamato Dormiglio.
Dormiglio amava molto il suo nome, infatti era l'unica parola che aveva imparato a scrivere.
Un giorno Dormiglio venne rapito ma non si seppe da chi. I genitori avevano cercato ovunque ma non lo trovarono mai più.
Infatti adottarono un'altra formica che era molto più laboriosa.
I genitori non erano molto contenti perché sentivano la mancanza di Dormiglio.
Ma dopo tanto tempo scoprirono che il figlio adottato era Dormiglio.
Tutto questo successe grazie al rapinatore che era suo fratello, Rocco. Infatti Dormiglio non aveva mai avuto l'occasione di conoscere Rocco perché dormiva nel letto sotto al suo.

   8 commenti     di: allen leonardo



Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

FiabeQuesta sezione contiene storie e racconti su fate, orchi, giganti, streghe e altri personaggi fantastici

Le fiabe sono un tipo di racconto legato alla tradizione popolare e caratterizzata da componimenti brevi su avvenimenti e personaggi fantastici come orchi, giganti e fate. Si distinguono dalle favole per la loro componente fantastica e per l'assenza di allegoria e morale - Approfondimenti su Wikipedia