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Racconti gialli

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L'ispettore Arnaldo e il killer notturno parte 2

E così, i due, si diressero all'ospedale
per sincerarsi delle condizioni del ragazzo
rimasto ferito ed anche per interrogarlo.
Durante il percorso, però, si imbatterono
in altre auto della polizia, ne erano tre,
parcheggiate in fila lungo il ciglio della strada,
Subito aldilà delle autopattuglie,
c'era la striscia gialla a delimitare la zona
nella quale era stato ritrovato il corpo di una ragazza.
A questo punto si fermarono anche loro,
accodandosi alla fila di macchine bianco azzurre,
scesero e si diressero verso il luogo del ritrovamento.
Nei pressi del perimetro giallo, c'era un poliziotto,
molto giovane, sicuramente alle prime armi,
messo li di guardia per impedire l'accesso
ai giornalisti ed ai curiosi, che si affacciavano alla scena.
Dietro il confine invalicabile costituito dalla striscia
di plastica fosforescente, c'era un bosco, diviso in due
a causa del manto stradale, una volta grande e incontaminato,
ora più piccolo ma altrettanto piacevole. Gli alberi erano alti,
la vegetazione folta e curata, nella quale di tanto in tanto,
si intravedevano piccole piazzole di fiori variopinti.
<<Questo posto non è male, non è vero?>>domandò Alex<<già>>
rispose Arnaldo<<ma è stato contaminato
dall'assassino di quella ragazza.
Eppure stamattina, prima di venire a lavorare,
avevo un brutto presentimento, sentivo che sarebbe stata
una giornata dedita alla violenza,
prima i due giovani ed ora la ragazza,
quando ti senti così accade sempre qualcosa,
quella striscia ne è la prova inconfutabile>>.
Il primo a scavalcare il limite fu Arnaldo, che venne subito bloccato,
<<alt!>> gli intimò la guardia,
<<l'accesso è limitato ai soli funzionari di polizia,
mi dispiace>>.
Arnaldo tirò fuori dalla tasca il suo distintivo e
lo mostrò al giovane agente, <<ispettore Arnaldo,
squadra omicidi e lui
è l'agente Mogano, il mio assistente>>,
<<prego signore, potete passare>>.

   4 commenti     di: luigi castiello


Sorelle

Anita glielo aveva già detto almeno un centinaio di volte. Quella maledetta serratura doveva essere cambiata, la porta di servizio sul retro, quello era il punto debole. E infatti era proprio da lì che era entrato.
Anita sapeva che era fiato sprecato comunque. Sua sorella Irene era la sua adorabile compagna della sua vita, ma era anche svampita e inaffidabile, viveva in un suo mondo fatto di sogni e per le questioni pratiche di tutte i giorni come cambiare una serratura per esempio non era certo la persona più adatta a cui rivolgersi.
Così alla fine aveva dovuto pensarci lei, come sempre. Ma questo non cambiava niente comunque: lei glielo aveva detto, almeno un centinaio di volte.
Max non si riteneva certo un professionista della truffa, ma quello sembrava davvero un colpo alla sua portata. Aveva conosciuto la cara, oh si la carissima signora Irene quando lei fu ricoverata presso il reparto dove lui lavorava come inserviente. Una signora sulla sessantina, un po stramba certo, ma simpatica e socievole. Era stata ricoverata per via di quello che era stato il suo problema fin da bambina: la bulimia. Questo le causava ricorrenti crisi che la costringevano a brevi ricoveri. Max e la signora Irene erano diventati amici. Chiacchieravano spesso e fu così che una volta Irene raccontò che lei e la sorella non si erano mai fidate delle banche e che nascondevano le loro pensioni in casa. Da diversi anni... da diversi anni. Un rapido calcolo diceva diverse migliaia di euro, una vera fortuna per Max, soprattutto a portata di mano. Bastava andare a prendersela direttamente a casa della vecchia. Certo c'era l'altra sorella, la megera. Anita si chiamava. Più giovane di Irene di qualche anno ma molto più scorbutica e poi brutta, brutta come ne aveva viste poche: rugosa, con un grosso porro proprio sul naso, gli ricordava la strega Bacheca di Braccio di ferro nella versione cattiva, per adulti. Ma, si diceva Max, non sarebbe certo stata la megera a fermarlo; che cazzo l

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Chi la fa

La villetta di Enrico, con archi e mattoni a vista, era un bel colpo d'occhio sullo sfondo degli alberi del torrente, che scorreva circa un Chilometro più in là. L'aria era ancora calda, in quel pomeriggio di luglio, sebbene fossero già le venti. Mentre guidava l'auto a passo d'uomo, Enrico ammirava il panorama, cercando di distrarsi, di calmare quel tonfo sordo che gli rimbombava nelle orecchie.

La luna era già apparsa, malgrado gli ultimi raggi del tramonto illuminassero ancora il cielo. Con l'ora legale, tutto aumentava, il tempo e anche l'ansia per la soluzione che Enrico, non aveva più voluto rimandare. La villetta, era una delle più belle in quella cittadina di provincia dell'Oltrepò pavese. I genitori gliela avevano donata quando si era sposato con Angela.

Angela, Il suo tormento, la sua quotidiana punizione...

Aprì il cancello col telecomando, e posteggiò l'auto nel garage già aperto.
Lì accanto, Kira stava sdraiata con le orecchie basse e l'aria colpevole, nel cortile recintato vicino alla casupola, dove Enrico riponeva gli attrezzi, nel retro della casa. Si era rifugiata sotto al tavolino di legno zoppo, sistemato con una pietra sotto una gamba, che gli restituiva una stabilità incerta. Kira era un incrocio di pitt bull, una delle razze classificate pericolose, di un bel mantello miele e la gola bianca come la pancia. I muscoli massicci guizzavano dando un'impressione di potenza e gli occhi piccoli erano attenti e penetranti.
Aveva la coda tra le zampe - le arrivava a metà pancia- e il rossetto attorno alla bocca! O era sangue? ... Si, era sangue, anche tra le zampe.

Enrico -cinquant'anni portati male- si passò una mano sulla testa, assestandosi il riporto dei capelli, poi con un fazzoletto si asciugò il viso imperlato di sudore, a causa dell'accelerazione del cuore -sicuramente gli era salita di nuovo la pressione-, pensò allarmato.

La maglietta si appiccicò alle ascelle e allo stomaco prominente, da bevitore, e

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Ho già buttato la spazzatura

Il bambino avanzava sorridendo, e l'uomo lo fece con lui, ma man mano che si avvicinava, il piccolo viso gli divenne livido; aveva gli abiti strappati e sangue ovunque.
Spalancò la bocca come a voler chiedere aiuto, ma senza riuscirvi.
L'uomo si svegliò nel suo letto, bagnato fradicio e col fiatone.
Si appoggiò alla testiera del letto e fissò il comodino. I numeri luminosi della sveglia rivelarono che era l'una di notte.
Tastò l'interruttore dell'abbajoure, e l'accese. Poi si portò seduto, con i piedi a terra. Guardò la foto che teneva sul comodino che raffigurava una donna e un bambino.
Stava sorreggendosi la testa con le mani, quando udì un rumore. Rimase in attesa, e lo sentì nuovamente.
Si alzò così e si mosse verso la cameretta del figlio.
Si trovava a pochi metri dalla porta quando lo vide in piedi, che gli diceva: "Perché gliel'hai lasciato fare? "
In un istante gli occhi dell'uomo divennero opachi dal pianto.
"Non dirmi così, ti prego. "
"Se non fossi uscito quella sera, saremmo ancora vivi. "
Abbassò lo sguardo a terra, e quando lo rialzò, suo figlio era svanito. Camminò fino ad arrivare nella stanzetta buia e immobile; si guardò in giro, andò a sdraiarsi nel lettino e abbracciò l'orsacchiotto. Infine pianse.
La stessa notte uscì e si diresse dove era certo di trovarlo.
Alla TV aveva sentito di un altro caso. Un ragazzino di dieci anni era stato rapito mentre era al campetto a giocare. Il suo corpo era stato ritrovato dopo dieci giorni di ricerche, abbandonato in un canale di un quartiere malfamato. Il referto del coroner era stato chiaro: tracce evidenti di pestaggio, abuso e stupro erano stati rinvenuti sul piccolo corpo.
L'uomo che era stato indagato per il rapimento e l'omicidio volontario, era stato scagionato dopo due mesi di indagini per mancanza di prove.
Fabio però non avrebbe lasciato la questione a metà.
Mentre si dirigeva con la sua auto verso l'abitazione, dentro sé giravano com

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   5 commenti     di: Roberta P.


L'angelo custode

Entrai in commissariato e mi diressi alla mia scrivania.
Il mio partner sbucò dal nulla e mi si affiancò.
"Dove vai?"
"Sull'isola che non c'è, e non porto bagagli inutili tipo te."
"Molto spiritosa."
Feci una risatina e continuai a camminare.
"Però prima d'imbarcarti è meglio se mi segui nell'ufficio di LoRusso."
Mi fermai.
"Perché?"
Lui mi imitò e si voltò.
"Perché ti ha scritto di nuovo."
Quando chiusi la porta, LoRusso se ne stava seduto alla scrivania, con una busta tra le mani.
Lentini si mise vicino alla finestra, ed io impaziente parlai per prima.
"Mi ha scritto di nuovo?"
"Sì, a quanto pare."
La appoggiò sulla superficie del tavolo, ed io lo seguii nei movimenti.
"I ragazzi hanno già controllato eventuali tracce o impronte", scosse il capo. "Non risulta niente."
Mi avvicinai, la fissai, e mi rivolsi nuovamente a lui.
"È aperta."
"È stato necessario per la prova delle impronte", fece una breve pausa. "Sono stato presente durante il test. Puoi stare tranquilla, nessuno ha letto niente."
Io non risposi. Estrassi il foglio e lessi ad alta voce.

<<Questa volta tocca a chi una notte osò gridarti contro così tanto da farti restare un groppo.>>
Il tuo angelo custode.

"Secondo te che significa?", mi domandò il vicequestore.
Scossi il capo. "Non lo so."
Feci qualche passo nella stanza e provai a riflettere sul suo significato.
"Forse il killer si riferisce a qualcuno che hai arrestato di notte...", suggerì Lentini.
Mi bloccai.
"Oppure a qualcuno con cui ho avuto da ridire per qualcosa d'importante."
LoRusso aggrottò la fronte. "Che vuoi dire?"
"La frase dice che mi ha fatto restare col groppo. Penso si riferisse al groppo in gola", continuai spiegando. "E il groppo in gola quando viene?"
Il vicequestore fece spallucce. "Quando si litiga con qualcuno a cui tieni."
M'illuminai. "O magari... per qualcuno a cui tieni."
"Hai in mente un nome?"
Annuii.

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   18 commenti     di: Roberta P.


Odeon

Seduto in una di quelle piccole, sobrie poltrone di un cinema ormai lontano dagli standard moderni, con i rivestimenti di un velluto elegantissimo, e l’odore di tempi che ormai non tornano più. Tutta la sala occupata, pronta, vivida, carica di aspettative, brulicante di gente che ingoia uno dopo l’altro film a raffica senza nemmeno digerirli. Atmosfera piacevole, rilassata, espressioni distese.
Una ventina di teste sconosciute davanti alla mia e una serie di facce che non distinguo dietro le mie spalle. Non so cosa stia per iniziare, “un biglietto” ho detto, senza nemmeno costatare che la trama fosse esaltante, l’attrice bella e sensuale, il regista vincitore di un qualche importante premio. Non avevo la minima intenzione di finire qui dentro, ma la folla dietro la strada era davvero invitante e il luogo ideale.
Ed eccomi qui, sistemato tra due coppiette disgustosamente ingorde di pop-corn, bicchierone gigante da tre, quattro euro.
La poltroncina è scomoda, inizio a diventare impaziente.
Il bisbiglio di fondo termina, calano le luci ed appaiono le montagne della Paramount. Scorrono veloci i titoli di un film che non ho scelto, i nomi di attori che non conosco, e anche se il ritmo della colonna sonora è veramente incalzante, io non sono assolutamente interessato. Non sono qui per bere Coca-Cola né tanto meno per carezzare timidamente la gamba della mia compagna, per mangiare liquirizie o per capire se il protagonista merita quel cazzo di Oscar. Inizio a sudare, inizio a sudare perché sono fermo da almeno cinque minuti. Odio stare fermo, lo odia anche il mio corpo.
La scena si dipana all’interno di uno di quegli uffici che vivono esclusivamente nelle realtà americane; un mare di impiegati con la camicia bianca, ognuno nel suo mini box con un computer a schermo piatto della prossima generazione e una stampante ultramoderna. Pannelli divisori bianchi panna, persone perfettamente curate, uomini appena rasati, colletti candidi, giacche stirate.

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   2 commenti     di: Andrea Testa


L'uncino

Quarta delle cinque leggende metropolitane ispirate dalla serie letteraria "Il pozzo senza fondo" (altre opere: "Il neonato"; "La carismatica cuoca di casa Rodella"; "La curva del risveglio" e "Dolomiten Hotel"). La vicenda qui narrata è ulteriormente arricchita in un misto di storia e del finale inaspettato creato dall'autore.

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Una notte estiva, qualunque. Due corpi impazienti, sotto la luce delle stelle stanno per amarsi... Il macabro stava per iniziare: la pazzia di un psicopatico armato di uncino stava per compiere!
"Fantastico Riley Smith! Lo adoro! Vado matta per quell'attore di "Woodoo Academy"!", esclamò Sara, non appena dal televisore scorrevano titoli di coda del film "Lovers lane".
"Sai, il killer assomiglia molto a tuo padre!", scherzò Cesare, il fidanzato di Sara, studente universitario di quattro anni più giovane di lei.
"Smettila, sciocco! Mio padre è un uomo dolce!", disse, canzonando.
Le ventidue erano scoccate da un pezzo, che lei era ancora tutta assorta in quelle fantasticherie cinematografiche. Avvertendo un brivido di freddo, si scosse e cominciò a stringersi nelle braccia del suo "Romeo". Una lunga ciocca bionda le ricadde sulla guancia e lui la prese tra le dita, sfiorandola con occhi pieno di desiderio. Stava per dire qualcosa alla sua lei quando rincasò Ezio, fratello inferiore di Sara.
"Nella mia saletta privata, ma bravi! Non dovreste essere qui! Sbaciucchiatevi nel garage!", osservò in tono malizioso, il ragazzino.
"Arrabbiarsi è da scemi e non serve a nulla! Non mi dirai del tuo dispiacere che io t'abbia usato il lettore e il Dvd del film del mio diletto Smith!", esclamò la sorella, gettandogli un'occhiata in tralice.
Ezio voltò a metà la testa e le sorrise, accattivante.
"Mmm... è il vostro sudore di sesso agitato e scomposto che m'infastidisce!", convenne sommessamente.
Sara aveva chiuso gli occhi, indice di irascibilità causa sgradita conferma

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