username: password: dati dimenticati?   |   crea nuovo account

Racconti gialli

Pagine: 1234... ultimatutte

Noir

La micro telecamera che avevo inserito nel foro del soffitto era sprovvista di segnale audio
mi restituiva solo un video a forma circolare, estremamente grandangolare e dettagliato.
Due gambe si materializzarono davanti all'obiettivo, non potevo vedere più in alto, il flessibile che reggeva la telecamera si era incastrato in qualche punto e per quanti sforzi facessi, dovevo accontentarmi di quella visione parziale di tutta la scena. Poteva solo ruotare sul suo asse, avrei seguito gli spostamenti di quelle due gambe senza corpo, tentando di capire cosa stesse accadendo.
Erano gambe di donna, scoperte per quanto potessi vedere fino al ginocchio, lisce, le unghie dei piedi erano tinte di rosso.
La pelle sembrava tesa e i muscoli si muovevano in fretta, era probabilmente una donna giovane, a piedi nudi.
Ora erano ferme davanti ai lembi una coperta, forse un letto, rimasero immobili per un paio di minuti in quella posizione, solo qualche contrazione muscolare interrompeva quell'immobilità. Quella donna sembrava mostrare indecisione oppure stava riflettendo su qualche cosa
Di tanto in tanto arricciava le dita, sembrava uno spasmo di nervosismo, a cosa stava pensando? Quali pensieri potevano tenerla lì davanti a un letto, indecisa, titubante a riflettere? Cosa stava osservando, chi stava guardando?
Spostò all'indietro la gamba sinistra di mezzo passo e ruotò il piede destro nella direzione opposta, si allontanò in direzione di un altro locale del quale potevo solo scorgere la porta socchiusa. Le gambe si fecero largo dopo aver spinto la porta all'interno, forse di una cucina.
Passò un tempo interminabile, la registrazione dell'evento mi restituì cinquantanove secondi netti, un tempo che sembrava non finisse mai, ebbi, visto la staticità della scena, l'impressione che la telecamera si fosse guastata. Quasi due minuti, un tempo ridicolo, estremamente breve ma tutto dipende da quello che stai facendo. Se ti stanno torturando, due minuti sono un tempo intermin

[continua a leggere...]

   2 commenti     di: Marco Uberti


Penny è volata dal tetto. (Cap 4)

Ce ne usciamo. Io e Sandro.
Ci avviamo giù lungo la prima traversa della casba verso la sinagoga.
È strano come evolve una città. Una volta questo doveva essere un bel quartiere. Forse residenziale. Una vecchia mi aveva spiegato un giorno, che sulle pareti delle scale del suo palazzo, quando c’era entrata lei, c’erano degli affreschi. Scene di vita in campagna, putti, madonne.
Poi un giorno qualcuno li aveva sotterrati sotto uno strato di verde sbiadito, e gli affreschi vivevano ormai solo nel suo ricordo.
Il quartiere si era evoluto, la città si era ingrandita, le zone residenziali si erano spostate verso nuovi rioni che nascevano attorno a quella che sarebbe divenuta la casba.
Poi anche questi si erano degradati, ma ne erano nati di nuovi ancora un po’ più in la, un po’ più in su, e così avanti.
In più si erano sviluppate le periferie. Nate male e cresciute peggio.
Prima o poi qualche amministrazione un po’ più dura avrebbe rimodernato questa o quella zona riportandola agli antichi splendori, per aspettare poi che si degradasse di nuovo.
Le uniche zone che non cambiavano erano la collina, dove abitavo io, e il centro che da sempre erano zone bene e lo sarebbero rimaste per sempre. Inno alla normalità borghese della città.
Voltammo all’angolo della sinagoga e ci avviammo verso la cloaca.
Il viale correva dritto perdendosi nella nebbia fino al cuore della casba.
- Me la ricordavo peggio- dice Sandro
Io lo guardo per vedere se scherza. Scherza.
- Paura? ?" gli chiedo
- … - mi sorride
Ci siamo avviati nella nebbia che si richiude alle nostre spalle dimenticando il nostro passaggio.
All’angolo successivo c’era il bar dei finocchi, non per niente, ma la padrona tanti anni fa coltivava finocchi in un’orticello che si era ricavata sul retro del locale.
Due marocchini si urlavano in faccia mentre un gruppetto di guardoni aspettavano di vedere se ci veniva fuori un po’ di show.
I marocco gridano spesso p

[continua a leggere...]

   1 commenti     di: Umberto Briacco


Gregorio Santi, professione divorzista

Gregorio Santi attendeva da quasi due ore, nascosto sul tetto di fronte al Palazzo della Regione, anchilosato per l'immobilità forzata. Non era una mattinata fredda per essere fine novembre, però per evitare impacci indossava abiti leggeri e il vento lo intirizziva.
Sapeva che l'assessore regionale Tartaglia non poteva mancare, perchè in quei giorni si decideva l'approvazione del piano edilizio a cui si dedicava da anni, una grossa speculazione contestatissima dagli ambientalisti e da un'ampia fetta dell'opinione pubblica. L'operazione muoveva ingenti interessi e c'era chi lo accusava perfino di collusione con la 'ndrangheta, nonostante le sue recenti prese di posizione antimafia. Perciò aveva deciso di farlo saltare in aria mentre entrava nell'edificio pubblico: voleva far credere a un delitto politico di stampo mafioso.
Mancavano pochi minuti alle otto quando notò una donna a braccetto con un uomo. Perplesso per l'aria familiare della coppia, puntò il binocolo su di loro. Sì, li conosceva entrambi. Lui, Vincenzo Repetto, era un vecchio amico e non c'era nulla di strano a vederlo lì, ci lavorava, infatti, da diversi anni. Trovava semmai anomala la presenza femminile. Cosa ci faceva a cento chilometri da casa sua in compagnia di Vincenzo? Ignorava che si conoscessero. La osservò percorrere l'arteria e poi fermarsi davanti all'accesso riservato agli impiegati, baciare il partner appassionatamente e andarsene per la sua strada. Per la rabbia strinse i pugni così forte da far sbiancare le nocche e si fece sfuggire un'imprecazione assai scurrile.
Quando però, venti minuti dopo, all'imbocco della strada apparve finalmente l'auto blu, scordò ogni sofferenza e qualsivoglia fonte di distrazione e avvicinò l'indice al pulsante d'innesco.
Giunto nella piazza poco movimentata, il bersaglio scese dalla vettura alla solita altezza e da lì, mentre l'autista già si allontanava, s'avviò verso l'ingresso, districandosi come ogni mattina tra due macchine parche

[continua a leggere...]

   13 commenti     di: Massimo Bianco


Nessuno saprà

Dovevano essere le tre. O forse le quattro. Del mattino. Non attendevo nessuno eppure il rumore sordo del campanello della porta mi riportò alla realtà, da un sonno piacevole e profondo. Non sapevo quanto tempo fosse che stessero suonando, ma chiunque si trovasse dietro quella porta mostrava una gran smania di vedermi. Pesantemente assonnato, mi diressi verso l’ingresso infilandomi una vestaglia di flanella, accesi la luce e, senza neppure chiedere chi fosse, aprii sbadigliando.

- Si ricorda di me? ?" disse il tale. Non ero particolarmente vigile ma il cervello, nonostante il torpore dovuto al brusco risveglio, non tardò ad elaborare il curioso volto di quell’uomo.
- No, non mi ricordo di lei. Ci conosciamo? - pronunciai quella frase strizzando gli occhi, quasi che serrare le palpebre potesse aiutarmi a dare un nome al mio visitatore.
- Qualche giorno fa, signor Mansholt. ?"
Non risposi subito, la memoria produsse un ulteriore tentativo per riconoscere quel tizio ma l’esito non fu soddisfacente.
- No, mi perdoni ma davvero non ricordo. Posso aiutarla in qualche modo? L’ora non è delle più congeniali per una visita signor…. ?" rimasi in attesa di conoscere le generalità dell’uomo. Forse il nome o il cognome mi avrebbero aiutato.

L’uomo entrò in casa senza attendere un mio cenno d’invito. Posò il cappello sulla poltrona, sfilò il cappotto e lo adagiò sul divano. Si mostrava perfettamente a suo agio e la cosa mi parve quanto meno singolare. “Un uomo piomba in casa mia nel cuore della notte ed io non so neppure chi sia…. o almeno non lo ricordo”. Fui colto da un lieve senso di smarrimento che, tuttavia, tentai di celare agli occhi del mio ospite inatteso. Si accomodò nel salotto, evidenziando una conoscenza perfetta della dislocazione delle stanze del mio appartamento. Mi colpì l’eleganza del forestiero. Indossava un abito francese dal taglio impeccabile, una cravatta morbida e dai colori caldi e delle scarpe lucide e

[continua a leggere...]



Uno di questi giorni

Questa giornata la rimuoverò dalla mia memoria, cosa naturale per uno che soffre di amnesia, ma stavolta la malattia non c'entra. Dimenticherò questa giornata per il semplice fatto che non mi è successo niente. È semplicemente trascorsa. A parte il paziente con un fiore nel retto, niente di eccitante. Ma non posso certo dire che la mia sia una vita orrenda. C'è gente che se la passa peggio, come ad esempio il vecchio Sam, uno che passa le sue giornate alla ricerca di cacca. Secondo me ha bisogno di andare in terapia, non è normale un'inclinazione del genere. Appena finisco la doccia, mangio qualcosa e poi filo alla "Buca" da Jack e gli altri. Stasera gioco la finale di biliardo contro Giorgetto, il novellino. Per fortuna almeno oggi ha piovuto così non mi sono sporcato di terra e radici come l'altro ieri. Comincio ad insaponarmi e la radiolina trasmette One of these days, dei Pink Floyd. Agito la testa come uno scalmanato, seguendo il basso martellante di Waters, suono che ottenne usando chissà quali effetti della chitarra di Gilmour. Ad ogni riverbero provo un principio di orgasmo attraverso tutti gli anelli. Cielo che roba! Me la godo tutta, agitandomi come un impasticcato, il basso, ora il riverbero, ancora il basso, di nuovo il riverbero. Finita. Cazzo. Radio di merda, per una volta che trasmettono una canzone degna di nome, non la fanno nemmeno terminare. Meglio che cominci a sciacquarmi, sennò arrivo tardi alla partita.
«È pronto! » mi urla Eleonora dal salotto. «Va bene tesoro. Grazie mille. Se non ci fossi tu... » le dico. «Sarebbe meglio» penso mentre striscio in camera da letto. Mi infilo la camicia e non posso non avvertire ancora quel maledetto odore, che proviene dall'armadio. Sono giorni che lo sento. Vorrei capire cosa causa questa puzza immonda, ma la mia dannata amnesia mi ha portato via il codice da fare per sbloccare il lucchetto dell'armadio.
Eleonora è lì, al tavolo, con la testa rivolta alla televisione accesa che tra poc

[continua a leggere...]

   6 commenti     di: Guido Ingenito


Escursione fatale

In un paesino di poche anime e tante vacche, circondato da paesaggi da favola, la mattina le valli, erano immerse nella nebbia. Era una domenica di ottobre, quando io e i miei ragazzi decidemmo di trascorrere una settimana in montagna, nel periodo in cui, il bosco, stanco del suo verde, ama screziarsi tra il rosso e il giallo. Sulla cima dei monti la prima neve e in giro, creature impegnate a vivere. Mimetizzato il capanno, dove eravamo nascosti iniziammo a studiare la natura. Ad un tiro di schioppo, la grotta dell'orso. La natura incontaminata ci offriva scenari di inaudita bellezza e con calma olimpica, ne catturavo i colori che, simili a note dell'anima, sapevo disegnare sulla tela. L'aspra bellezza del posto e il silenzioso mormorio del ruscello mi davano una calma interiore e grande rilassatezza. Avevamo appena iniziato a dipingere lo spettacolare tramonto, quando udimmo uno sparo. Lasciammo tutto e siamo corsi fuori dal capanno. La brezza disegnò alcune strisce nel blu profondo del cielo notturno. Si sentivano gli animali tutti intorno ed era impossibile distinguerli l'uno dall'altro, ed era impossibile anche solo tentare di attribuire un verso ad una figura, ad una fisionomia. Rapiti dalla curiosità iniziammo a camminare lungo su quel sentiero buio per la vegetazione ed accidentato: soltanto qualche debole raggio di luce riusciva a trapelare fra la fitta macchia di lecci e corbezzoli. Sentimmo in lontananza un fruscio di passi. Avanzammo a passi lenti, immergendoci sempre più in una natura fiabesca e ancora vergine. Un piccolo mondo dove ogni cosa pareva disposta secondo l'ordine di un abile creatore: di là un grosso ragno tesseva pazientemente la sua tela fra gli arbusti, dall'alto di un tronco contorto una ghiandaia infrangeva il silenzio con dei rauchi richiami mentre una leggera brezza accarezzava le foglie sprigionando il profumo soave dell'autunno. Talvolta il bosco infonde un senso di libertà tale da farci desiderare di trascorrere il resto della

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: maurizio


Chi la fa

La villetta di Enrico, con archi e mattoni a vista, era un bel colpo d'occhio sullo sfondo degli alberi del torrente, che scorreva circa un Chilometro più in là. L'aria era ancora calda, in quel pomeriggio di luglio, sebbene fossero già le venti. Mentre guidava l'auto a passo d'uomo, Enrico ammirava il panorama, cercando di distrarsi, di calmare quel tonfo sordo che gli rimbombava nelle orecchie.

La luna era già apparsa, malgrado gli ultimi raggi del tramonto illuminassero ancora il cielo. Con l'ora legale, tutto aumentava, il tempo e anche l'ansia per la soluzione che Enrico, non aveva più voluto rimandare. La villetta, era una delle più belle in quella cittadina di provincia dell'Oltrepò pavese. I genitori gliela avevano donata quando si era sposato con Angela.

Angela, Il suo tormento, la sua quotidiana punizione...

Aprì il cancello col telecomando, e posteggiò l'auto nel garage già aperto.
Lì accanto, Kira stava sdraiata con le orecchie basse e l'aria colpevole, nel cortile recintato vicino alla casupola, dove Enrico riponeva gli attrezzi, nel retro della casa. Si era rifugiata sotto al tavolino di legno zoppo, sistemato con una pietra sotto una gamba, che gli restituiva una stabilità incerta. Kira era un incrocio di pitt bull, una delle razze classificate pericolose, di un bel mantello miele e la gola bianca come la pancia. I muscoli massicci guizzavano dando un'impressione di potenza e gli occhi piccoli erano attenti e penetranti.
Aveva la coda tra le zampe - le arrivava a metà pancia- e il rossetto attorno alla bocca! O era sangue? ... Si, era sangue, anche tra le zampe.

Enrico -cinquant'anni portati male- si passò una mano sulla testa, assestandosi il riporto dei capelli, poi con un fazzoletto si asciugò il viso imperlato di sudore, a causa dell'accelerazione del cuore -sicuramente gli era salita di nuovo la pressione-, pensò allarmato.

La maglietta si appiccicò alle ascelle e allo stomaco prominente, da bevitore, e

[continua a leggere...]




Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

Racconti gialliQuesta sezione contiene storie e racconti gialli, racconti polizieschi, di indagini e di crimini