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Racconti gialli

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LA VITA E LA MORTE

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   1 commenti     di: Antonino Mirone


... e non dissi parola

la funzione era terminata, tutti gli invitati si avviarono verso il portone di quella piccola basilica di Corumbà dove l'ormai settantenne padre Velasco de la Corgna aveva ricevuto una delle più alte onorificenze previste dalla chiesa cattolica, per chi, come lui, aveva dedicato con grandi sacrifici la propria vita al servizio della chiesa. Il pesante portone si chiuse alle spalle dei convenuti, che preso posto nelle auto messe a disposizione dalla curia si recavano nel vicino castello de la Corgna, proprietà di padre Velasco. Il sorriso sereno sul volto dell'anziano prelato rivelava la sua serenità d'animo e i suoi occhi, lucidi per l'emozione, tradivano un certo orgoglio per quella che era stata l'onorificenza appena ricevuta. Avrebbe trascorso serenamente gli ultimi anni della sua vita in un castello della Loira, in Francia, dono di alcuni benefattori per il bene fatto alla comunità. I sorrisi, le musiche, le strette di mano, la tavola imbandita, i bridisi di augurio e ringraziamenti scorrevano come fiumi. I discorsi privati si alternavano a dichiarazioni pubbliche... in fondo chi era presente a quella cena sontuosa rappresentava un'èlite politica ed ecclesiastica dell'America latina... Nessuno si accorse delle ore che scorrevano mentre la tv trasmetteva le immagini di quella splendida funzione religiosa e del banchetto che ne era seguito. E la notte passò!

   0 commenti     di: soffice neve


I bambini smisero 2 (the end by FAT)

Ogni volta, lo stesso pensiero, ogni volta che chiudeva gli occhi, il piccolo Gianni rivedeva l’immagine di quei due corpi senza vita, sulla spiaggia.
Erano trascorsi alcuni giorni e, cosa strana, suor Riccarda si comportava in modo diverso dal solito, il suo essere era più dolce, quasi a voler proteggere quegli orfanelli che, malgrado avessero disobbedito, erano adesso, spaventati e indifesi.

L’aria di mistero che avvolgeva l’orfanotrofio fu scossa quando, una mattina, la dottoressa Susy, dopo aver ricevuto una telefonata anonima, da una persona che, fissandole un appuntamento le aveva promesso di svelare il nome dell’assassino, mentre si recava alla tenenza, per raggiungere il Maresciallo Bove, fu uccisa con due colpi di pistola, esplosi da un’auto nera in corsa.
Ancora una vittima, e nessuna risposta, quale misterioso assassino si nascondeva dietro tutto questo?
Suor Riccarda cercava di calmare il piccolo Gianni, che ormai non parlava neanche più, e nessuno, neanche i suoi piccoli amici, riuscivano a distrarlo, coinvolgendolo con giochi fatti in comune.
Lo scalpore per l’omicidio di un magistrato, aveva fatto accelerare le indagini e venne fuori che le due prime vittime (entrambe giustiziate come dai risultati antropici) erano coniugi, ed erano probabilmente, giunti alla Colonia dell’Orfanotrofio, per vedere o forse per riprendersi un loro figlio, affidato, alla nascita, alle pubbliche istituzioni.
Ma quale dei piccoli era cercato?
Nella memoria di Elio, c’era il ricordo della visita e dell’incontro assai animato fra suor Riccarda e le due persone della spiaggia, e Sabrina, inoltre, ricordò, parlandone con il maresciallo che aveva più volte intravisto suor Riccarda piangere, e una sera, l’aveva sentita urlare disperata, nella sua camera, ”No, Gianni no, non è possibile…. no!” dopodichè la piccola, impaurita era corsa a letto cercando di dimenticare.
Una mattina, il maresciallo Bove si presentò all’Orfan

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   0 commenti     di: luigi deluca


L'elisse aurea

Nel mondo percepibile tutto è precisa armonia.
La teistica architettura del creato regola ogni complessità.
Il caos è solo un punto di vista scoretto dell'osservatore, è sufficente porsi alla giusta distanza e ciò che appare nebuloso e bislacco, o peggio, feroce, ritrova il suo ordine che irrefutabilmente non prevede alternativa.
La ricerca dell'Aurea Misura, per coloro che la perseguono, è sempre un'esperienza senza ritorno, senza un possibilità di ricredersi.
La luce abbacinante dell'evidenza, che alcuni chiamano Verità, ne fissa per sempre la conseguenza, la nuova coscienza:




"Il sorriso ineffabile di Dio"





Grosse mani.
Dita robuste di uomo trastullano, con mal celata voluttuà, un bruno chicco tostato di "coffea arabica", ne percorrono, con delicatezza, il piccolo solco e il dorso perfetto e compatto.
Un gesto scaramantico e nevrotico di chi è avezzo a lambicarsi il cervello e ha necessità di trovare un fulcro, un riferimento rassicurante.
Il chicco è stato salvato da una sambuca ed eletto a simulacro.
Quando non svolge questo ruolo dimora in una scatola porta-pastiglie argentata da tasca, allocata nel taschino del gilet.

I rimandi di sole di Luglio, tinti dei colori del mare, dardeggiano le lenti da vista, cinte d'oro, del Dott. Prof. Apollonio.
Le guardie regie in divisa caki fanno cappannello a pochi passi dal bagna-asciuga dell'arsa spiaggia di Pozzallo, a circa 100 metri dalla Torre Cabrera.
Le loro ombre s'affollano sulla. giovane siluette di donna, distesa prona, vestita di elegante mussola bianca e scarpine di fiordipelle di egual colore.
Il corpo è orrendamente spiccato della testa, ed oramai, si presenta asciutto e salato.

"Disdetta! Non ci voleva. A 40 giorni dalla fine di onorata carriera di regio medico legale!
No! Non ci voleva"

Il pensiero attraversa, brontolando, la mente del Dott. Prof. Oddo Apollonio e ne ferisce i meandri.

Fattosi forte, si fa avanti sulla rena, muov

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Dissennato da un delitto ( seconda parte )

Dissi tra me e me che stavo esagerando,
che mi stavo facendo coinvolgere troppo
da quella storia.
Cominciai a prepararmi, di li a poco sarei andato
da Lisa, la mia ragazza per accompagnarla a
lavorare.
Entrai nella macchina, sistemai lo specchietto
e allacciai la cintura, infine misi in moto
e lasciai adagio il vialetto che antecedeva il garage
dividendo in due il giardino.
Appena fui sulla statale, telefonai a Lisa per
dirle di prepararsi in fretta, altrimenti avremmo
fatto tardi. Arrivai da lei in pochi minuti,
quella mattina non c'era traffico.
Ed eccola lì, com'era bella, la osservavo
mentre si avvicinava alla macchina.
La guardavo con lo stesso sguardo e lo stesso
entusiasmo di due anni prima, cioè quando
ci scambiammo il primo bacio.
Ebbene si, per me non esisteva che lei, ne ero
profondamente innamorato.
Quando fù in macchina, mi salutò dandomi un bacio
e senza aggiungere altro, mi fece cenno di muovermi
con la mano. Quel suo movimento, brusco e secco,
mi riportò alla realtà. Mi scusai dicendole che mi ero
perso in quei suoi bellissimi occhi verdi, che però,
cambiavano tonalità ad ogni variazione della luce.
Lei mi liquidò con un sorriso e si voltò dall'altra
parte, per gurdare fuori dal finestrino i giganti di
cemento, che man mano ci lasciavamo alle spalle.
Giunti al fast food, dove lei aveva la mansione
di cameriera, scese di corsa dalla macchina e
dirigendosi verso l'entrata del personale,
sul retro del locale, mi disse che ci saremmo visti
nel primo pomeriggio, per pranzare insieme.
Avevo un foglietto in tasca, lo estrassi, era la lista
del materiale che avrei dovuto comprare
per una delle mie creazioni. Pensai che era strano,
non ricordavo di aver scitto quella lista,
nè tantomeno, di avere un altro lavoro in programma,
anzi, in verità avrei dovuto ancora ultimare
una miniatura della Torre Eiffel,
richiestami da un'anziana signora francese,
trasferitasi qui col marito.
Il fatto però, non susc

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   0 commenti     di: luigi castiello


La matematica mafiosa

Il dottor, Ernesto Braghin, un quarantino alto e biondo, nato a Vicenza, se ne stava seduto nella sua poltrona, dintra l'ufficio al 4° piano della Procura della Repubblica, di Carratini, uno di quei tanti paisi siciliani, cà si affaciano sul mare azzurro e verdi come gli occhi suoi, da una muntagna a dirupo. Il paisi che non offriva molto, aviva però conservato quel fascino tutto suo, dell'entroterra della sicilia, che era del tutto diverso dai paisi e delle città che erano sul mare. - Il sostituto procuratore Braghin, era piecato in due supra un fascicolo: "Atti relativi all'omicidio del Prof. Rosario Barreca, di anni 55, avvenuto qualche settimana prima, in una afosa e sciroccata giornata di agosto, nella piazza principale di Carratini. Il professore Barreca, era stato sorpreso da due killer, mentre era seduto al tavolo del bar Roma che beveva un caffè".
Il dottor Braghin, aviva ben poco da studiari il fascicolo, dintra c'erano soltanto: uno scarno rapporto dei carrabbinera, indovi c'era scritto anche le poche indicazioni di testimoni prisenti all'omicidio, cà parivano divintati sordi, muti e distratti, come spesso accade in sicilia quannu avvengono fatti del genere; e allegate vi erano anchi delle littiri anonime, cosa che il dottor Braghin, sotituto procuratore, per sua indolenza non sopportava, e detestava sommamente. - Il delitto, come si diceva nel gergo, era di "quelli "pisanti", in quanto il professor Barreca, era un dei figli pridiletti di Don Tano Barreca, un vecchio boss mafioso e mammasantissima del paisi, che durante la sua vita, aviva fatto e disfatto a suo piacimento: racket, omicidi, droga, pizzo, ecc.. Anche il modo dell'ammazzatina, non lasciava dubbi: trattavasi di un omicidio mafioso in piena rigola, e apparentemente senza nessun movente.
Certo, che una cosa era vera: il professor Rosario Barreca, non faciva nulla per non farsi notare in paisi, questo almeno fino alla morte del fratello primogenito, avvenuto un frisco mat

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   7 commenti     di: Antonino Mirone


Empatia

Il direttore dell'azienda condusse me ed il mio partner Aquilani fino alla stanza degli spogliatoi maschili, e spiegò: "L'hanno trovato qui due ragazzi verso le undici. Aveva finito il turno."
Abbassai gli occhi: il corpo se ne stava in terra coperto da una cerata gialla. C'era odore di disinfettante, segno che i ragazzi del coroner avevano ripulito il sangue.
Mi misi sulle ginocchia e scostai appena la cerata. Nel vedere i suoi occhi spalancati, mi ritrovai a pensare a quanto doveva aver sofferto a beccarsi dieci coltellate, e a sapere di star morendo. Socchiusi per un istante i miei, nel vano tentativo di scordarmi il suo volto straziato. Poi lo ricoprii e mi alzai.
Mi imposi con le mani sui fianchi, e osservai il posto: era uno stanzone stracolmo di armadietti, e poco illuminato.
"Chi ha accesso all'area riservata al personale?", domandai.
"Nessun altro. I dipendenti sono gli unici a poter entrare qua."
"Quanti ne conta più o meno questa azienda?"
Il direttore ci pensò su e consultò il collega.
"Circa trecento."
"Immagino che tutti disponiate di un passi o qualcosa del genere."
"Sì, naturalmente."
Il secondo uomo però obbiettò quasi subito.
"Beh, non è del tutto esatto. I tirocinanti e gli stagisti non ne possiedono."
"E per entrare o uscire come fanno?", chiesi io.
"Suonano il campanello, e gli addetti alla sicurezza aprono."
Annuii e feci qualche passo per ispezionare il posto.
Non sapevo bene il perché, ma quella stanza aveva qualcosa di familiare. Forse mi ricordava un po' i miei primi giorni all'accademia di polizia, quando passavo le mie pause immersa in stanzoni silenziosi alla ricerca della solitudine e della quiete.
Tornai alla realtà e mi rivolsi al direttore dell'azienda, e al suo vice.
"Gli agenti resteranno qui per recuperare più materiale possibile, il coroner porterà via il corpo. Verranno affissi i nastri gialli e fino a che non avremo terminato di ispezionare la zona, nessuno potrà

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   15 commenti     di: Roberta P.



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