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Racconti gialli

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eccesso di velocità

1.
La camicetta, mavì come un mattino di sole invernale, arricciava sul seno.
Lei, la indossava con la consapevolezza di chi sa verrà guardata.
E tu guardavi. Con fatica, ma guardavi.
I bottoncini di madreperla aggrappati alle asole raccontano notti di sesso, di libidine e di lieve dolore.

Che non sarebbe stata una notte facile, il tenente del 58° distretto di Polizia, Alfio Moretti, l’aveva capito subito. Avvolto in un lungo cappotto nero, osserva incantato il corpo senza vita della donna.
I binari dell’adiacente ferrovia si avvicinano, si incrociano e si allontanano come due vite qualsiasi che si rincontrano dopo anni di separazione.
Dei ratti si muovono sicuri tra i cumuli di sporcizia e sassi, dileguandosi veloci su vagoni abbandonati come vecchi all’ospizio.

È mattina, quando arriva la scientifica. Cominciano subito a fotografare, selezionare, circoscrivere, recuperare ogni cosa. Qualunque cosa può essere utile a svelare l’identità dell’omicida.
Al tenente Moretti sembra invece non importare nulla di scoprire l’artefice di quel delitto. Passeggia avanti e indietro lungo i binari con un leggero fastidio; nessuno gli rivolge la parola, impegnati come sono a svolgere le proprie mansioni.
Il sole è quasi tramontato, il corpo esanime viene portato via per l’autopsia. Ma lui, il tenente Moretti, resta da solo.
Solo con i propri pensieri e qualcosa da fare prima di andare via.

2.
La stanza è in penombra. Un cono di luce illumina la scrivania traboccante di cartelle di vario colore. Un odore di chiuso e di vecchio aleggia nella silenziosa stanza. Antonio Capone con la testa all’indietro e gli occhi chiusi, sembra che riposi, ed invece sta pensando.
Un leggero ticchettio alla porta lo desta.
Silenzio.
Antonio Capone con la bocca impastata di saliva ordina di entrare.
Giacomo Vitolo, il suo braccio destro entra, in punta di piedi. A vederlo così sembra un ragioniere del catasto. Invece è un animale. Rozzo e violento

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   3 commenti     di: luigi pagano


Solo un bastardo

- tokka a te dare l'akkua e nn t fa sgamà. - L'sms di Cisco arrivò appena finito il cheesburger e all'inizio delle patatine. Non ho mai capito la predilezione di certi individui per la lettera cappa. Posso arrivare ad accettarne l'uso per economizzare una parola qualora possa far risparmiare una o due lettere. Usata così però m'irritava. Cisco d'altronde era un individuo estremamente rozzo, un uomo di 35 anni col cervello di un quindicenne.
- Cheppalleee!! - sbottai. Mi alzai dal tavolo con lo sguardo rassegnato e vagamente schifato di Cristina puntato sulla mia maglietta, proprio dove mi si era stampata una grossa macchia di maionese. - Devo andare a Fogliano un attimo, che fai, vieni con me? - le chiesi mentre strofinavo un tovagliolino su quella chiazza oleosa che per vendicarsi aveva raddoppiato la sua dimensione. - A fare cosa? - domandò lei sempre fissa sulla maionese e con gli angoli delle labbra sempre più piegati verso il basso. - Una cosa!... che fai, vieni o no?- Tagliai corto.

Durante il percorso in motorino dalle autolinee a Via del Mare avrebbe voluto raccontarmi dell'ennesima discussione avuta con la madre la sera prima perché l'avevo riaccompagnata dopo mezzanotte. Ma io in quel momento non avevo alcuna voglia di sentirla. Presi la stradina per il lago e in quel fuoripista scellerato tra rovi e buche, intuii, da come mi stritolava le costole, che stesse protestando animatamente.

Giungemmo alla piccola baracca abbandonata. Era malconcia e maleodorante ma era sempre stata un buon riparo. Cristina stava come al solito masticando una gomma nella sua tipica e generosa ampia gestualità mandibolare e aveva cominciato a sbottonarsi la camicetta con aria inespressiva e ancora con il casco in testa. - Cri guarda che non siamo qui per trombare! - la redarguii. - Ah... e che dobbiamo fare? - domandò.

Cristina non è una ragazza molto sveglia, ma a me piace. A parte alcuni momenti nei quali sembra totalmente assente col cervello, è una per

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Dissennato da un delitto ( seconda parte )

Dissi tra me e me che stavo esagerando,
che mi stavo facendo coinvolgere troppo
da quella storia.
Cominciai a prepararmi, di li a poco sarei andato
da Lisa, la mia ragazza per accompagnarla a
lavorare.
Entrai nella macchina, sistemai lo specchietto
e allacciai la cintura, infine misi in moto
e lasciai adagio il vialetto che antecedeva il garage
dividendo in due il giardino.
Appena fui sulla statale, telefonai a Lisa per
dirle di prepararsi in fretta, altrimenti avremmo
fatto tardi. Arrivai da lei in pochi minuti,
quella mattina non c'era traffico.
Ed eccola lì, com'era bella, la osservavo
mentre si avvicinava alla macchina.
La guardavo con lo stesso sguardo e lo stesso
entusiasmo di due anni prima, cioè quando
ci scambiammo il primo bacio.
Ebbene si, per me non esisteva che lei, ne ero
profondamente innamorato.
Quando fù in macchina, mi salutò dandomi un bacio
e senza aggiungere altro, mi fece cenno di muovermi
con la mano. Quel suo movimento, brusco e secco,
mi riportò alla realtà. Mi scusai dicendole che mi ero
perso in quei suoi bellissimi occhi verdi, che però,
cambiavano tonalità ad ogni variazione della luce.
Lei mi liquidò con un sorriso e si voltò dall'altra
parte, per gurdare fuori dal finestrino i giganti di
cemento, che man mano ci lasciavamo alle spalle.
Giunti al fast food, dove lei aveva la mansione
di cameriera, scese di corsa dalla macchina e
dirigendosi verso l'entrata del personale,
sul retro del locale, mi disse che ci saremmo visti
nel primo pomeriggio, per pranzare insieme.
Avevo un foglietto in tasca, lo estrassi, era la lista
del materiale che avrei dovuto comprare
per una delle mie creazioni. Pensai che era strano,
non ricordavo di aver scitto quella lista,
nè tantomeno, di avere un altro lavoro in programma,
anzi, in verità avrei dovuto ancora ultimare
una miniatura della Torre Eiffel,
richiestami da un'anziana signora francese,
trasferitasi qui col marito.
Il fatto però, non susc

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   0 commenti     di: luigi castiello


Doppio intrigo per Norman Parker -conclusione-

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Mia cara amica.. Ti ucciderò

Capitolo 1



Mi chiamo Serena, ma è solo un nome, perchè la mia vita è tutt'altro che serena.
Ho 30 anni compiuti, lavoro come aiutante per le pulizie in casa, lavapiatti al ristorante. No, non è per quello che mi reputo non serena, certo se avrei un lavoro più stabile.. Ma pazienza.
Mio padre se ne andò di casa più o meno dieci anni fa, lasciò mia madre per una mora ventenne tutta curve che conobbe al bar dove si ubriacava spesso. Avevo un buon lavoro, ma mia madre cadde in depressione e io non stavo meglio e quindi persi il lavoro.
Da allora le strade per un buon lavoro si chiusero completamente, non ero mai stata molto fortunata nell'amore e nelle amicizie, ma le cose peggiorarono.
Un giorno, conobbi Andrea, un ragazzo molto carino.
Per un po' mi riusci difficile pensare di instaurare una relazione, mia madre aveva sempre più problemi, la sua depressione peggiorava, io volevo starle vicino e, un po questo e un po il fatto che mi ero quasi chiusa in un mondo tutto mio, non riuscivo a pensare a me stessa. Andrea sembrava paziente, dolce, fino ad una sera che accettai che mi accompagnasse a casa.
Al solito, mi disse che era giusto che pensassi a me stessa, che dovevo prendere una decione, che lo stavo lasciando aspettare un po troppo.
Poi si fermò molto prima di casa mia.
Io lo guardai, non capivo perchè avesse fermato l'auto, lui avvicinò la sua mano al mio viso, per un momento quella che pensai fosse dolcezza, mi fece piacere.
Ma d'improvviso, quella mano apparentemente dolce, scese fino al mio collo e mi immobilizzò.
Dalla sua bocca uscirono frasi che non scorderò, le trovai oscene.
Iniziò a mancarmi l'aria, stringeva forte, poi vidi l'altra mano avvicinarsi alla lampo dei miei jeans.. E li trovai tutta la forza di reagire.
Non fù semplice, perchè mi sentivo soffocare e lui era forte.. Ma in quel momento fui fortunata almeno, riusci a divincolarmi a colpirlo e riusci a scendere dall'auto e ad andare di corsa verso casa.

   1 commenti     di: giusy


FOLLIA

Greta Faraday era già a letto quando udì le urla, distrattamente pensò che i suoi genitori stavano discutendo, urlavano spesso quando si animavano per qualcosa ma non c’era da preoccuparsene, richiuse gli occhi pensando di rimettersi a dormire quando lo schianto di qualcosa che andava in mille pezzi sul pavimento la fece sobbalzare.
Accese la lampada e si mise seduta sul letto. Un colpo più forte ed il grido acuto di sua madre. La ragazza ora era completamente sveglia, scese dal letto ed a piedi nudi s’avviò verso la porta della sua stanza.
Il lungo corridoio era buio e silenzioso come sempre. Si mosse, un passo dopo l’altro cercando di ignorare il freddo del marmo sotto i piedi scalzi. La scalinata che portava all’ingresso non le era mai sembrata così lunga. I rumori e le grida venivano dallo studio di suo padre oltre ai suoi genitori riconobbe la voce di una terza persona che imprecava ed urlava. Sentiva vetri infrangersi sul pavimento e probabilmente anche sberle volare.
<<Mamma?!>> non ebbe risposta, la porta dello studio era semi chiusa, la luce era debole probabilmente s’era rotta una lampada e quel bagliore era quello del piccolo camino.
Ora nella stanza c’era silenzio, solo un singhiozzare leggero. Cercò di non far rumore ma persino lo strusciare della camicia da notte sul pavimento sembrava un tuono nella sua mente spinse piano la porta dello studio e la scena che si trovò davanti le gelò il sangue nelle vene.
Pieni di paura, così si potevano definire gli occhi azzurri di Greta Faraday mentre spiava dall’uscio dello studio di suo padre.
Sua madre era a terra in una pozza di sangue, la gola tagliata e gli occhi vitrei e sbarrati che la osservavano, era ancora viva o forse era quello che desiderava la ragazza, le gambe adagiate in una posizione innaturale così come le braccia, somigliava tanto ad una bambola di pezza, i capelli biondi erano ora completamente ramati.
C’era qualcuno davanti al camino, riusciva a scorgerne solo

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   7 commenti     di: Miriam Angel


L'ultimo contratto 2

Il ritiro di Moretti

Ho ucciso Ziegler tre mesi fa, ho dovuto farlo, non avevo scelta, e da allora la mia vita è cambiata.
È cambiata già nel momento stesso in cui premevo il grilletto, mentre lui mi ringraziava perché mettessi fine alla svelta alla sua esistenza.
Pochi minuti prima gli avevo chiesto del perché della sua sventatezza, l'aver rivelato il proprio nome è una regola che nel nostro campo non si deve mai infrangere e lui, poi, l'aveva fatto per ben due volte nella stessa missione. Avevo intuito che ci fosse di mezzo una donna, lui me l'ha confermato. Era ciò che volevo sapere perciò gli ho sparato al corpo e non alla testa, come nostra abitudine.
Per farlo fuori ho dovuto servirmi di un secondo sicario, non era facile eliminare il numero 1 dell'Agenzia, in uno scontro diretto forse non ci sarei riuscito ma volevo parlargli prima che morisse, volevo sapere il perché del suo atteggiamento. Per questa bramosa curiosità ho sacrificato l'altro sicario, votato in partenza alla morte, perché Ziegler è uno tosto. Anzi lo era.
Aveva in mente di vendicare la morte della sua donna, da lui stesso fatta fuori per contratto, è entrato nel salone del suocero armato con due pistole. Ho detto al secondo uomo appostato alla sua sinistra di far fuoco appena lui estraesse le pistole e così ha tentato di fare, ma non sapeva di tenere sotto tiro Ziegler che fulmineo ha sparato incrociando le armi. Due colpi in tutto, alla testa, uno alla sua vittima predestinata e l'altro al sicario alla sua sinistra. Solo allora ho fatto fuoco anch'io, alla sua destra, cogliendolo al fegato ma sconquassandogli tutto il torace.
Perché Ziegler? Perché tanta inutile distrazione? Una donna vale la vita di un uomo? Un uomo di nome Ziegler? Questo volevo sapere direttamente da te e per questo non ho mirato alla tua testa.
Da quel giorno sono passati tre mesi, la vita doveva rientrare nella sua quotidianità e tale è sembrato, invece nulla per me è stato come prima.
Tu

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   5 commenti     di: Michele Rotunno



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