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Racconti gialli

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Tutta la vita dietro gli occhi

Non vedo partire il colpo.
C'è prima un'eco che rimbalza fra i vecchi macchinari arrugginiti e i muri scrostati e successivamente arriva il dolore. Dapprima è come una puntura di spillo ma poi, ad ogni respiro, diviene sempre più forte, fino a che è come se qualcuno mi avesse infilzato lo stomaco con un attizzatoio rovente.
Ha buona mira quel bastardo.
Faccio qualche passo scomposto in avanti, ed ogni mezzo metro mi scappa un rantolo sporco di sangue. Ne ho la bocca piena: ruggine e fiato colloso e freddo sudore salato.
Arrivo ad un muro che fa angolo col corridoio scoperto nel quale ero prima e lo supero, cercando un qualche tipo di protezione.
Finalmente mi arrischio a guardare dove sono stato colpito. Dieci centimetri più in alto e il proiettile mi avrebbe sfondato il cuore uccidendomi sul colpo. Dieci centimetri più in basso e sarebbe saltata la mia arteria femorale e io sarei morto non proprio sul colpo ma quasi. Invece così morirò lo stesso, solo che ci vorrà più tempo. E non capisco neppure io il motivo, ma mi sembra buffo.
Nella destra stringo ancora la pistola. Non che mi serva a nulla ora, ma la impugno con entrambe le mani e faccio fuoco davanti a me, a ventaglio. Due. Tre. Otto volte.
Clic.
Finisco i colpi.
Ho ancora l'arma nelle braccia tese quando mi colpisce di nuovo. Stavolta vedo il lampo e sento il crepitio dell'esplosione ma non è proprio possibile scansare il proiettile.
Mi colpisce la spalla spezzandomi la clavicola e io grido e grido ancora ma c'è più rabbia che dolore nel mio urlo.
Che cazzo volevo fare? Vendere cara la pelle? Ma che stronzata da eroe buono.
Il colpo successivo mi buca la caviglia da parte a parte ed è come se qualcuno avesse spento un interruttore. Io cerco di gridare ancora ma dalla bocca non esce che un soffio, una specie di sibilo, mentre cominciano a mancarmi le forze: mi cade la pistola e scivolo verso terra, spalle al muro, come una fisarmonica vuota.
Fa un male fottuto. Ma non quanto pensavo

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Il predestinato

Incipit:

"Non si sa quanta curiosità rimanga nell'animo di un uomo che ha deciso di togliersi la vita, né cosa dovrebbe accadere per fargli cambiare idea. Così come non si sa come sarà la sua vita, se decide di restare nell'al di qua."
Così recitava l'introduzione di un articolo scritto da un sociologo su una rivista di divulgazione popolare che Piermario aveva ritagliato e appeso nella sua camera, in attesa di prendere una decisione che fosse una risposta a quel quesito.

Piermario Cantacesso sta immobile, dritto sulla spiaggia, con i piedi affondati nella sabbia umida. È un freddo mattino di fine ottobre. Ha lo sguardo fisso oltre l'orizzonte, quello stesso orizzonte che tante volte ha osservato con espressione sognante, pervaso di poesia e d'incanto. Un limite geografico perforato dalla fantasia, alla ricerca di un imperscrutabile futuro, prosieguo di uno spazio temporale dove costruire nuovi mondi, nuovi rapporti umani, nuovi incontri, nuove esperienze... altre vite. Ora invece eccolo lì, ammutolito nel pensiero. Si passa la mano sulla fronte umida, fra quei pochi capelli dimenticati, appiccicati alla cute o scompigliati dal vento. Il suo respiro è regolare, breve, distratto: come se non gli importasse più di riempire i polmoni. Spiegato di fronte a sé c'è il mare, maestoso. Un manto grigio di riflessi di nubi distese sul mondo, come un coperchio leggermente scostato per fare uscire i vapori di bollitura. Tra i buchi strappati dal vento di quota, la luce del sole goffamente s'infila, come un braccio fatica nella manica ostile, facendosi breccia la mano nella maglia contorta, fino a uscire dal polso, nel torpore assonnato del primo mattino. Quel sole d'autunno che nasce di sbieco, sale di sbieco e scende di sbieco la sera, come sempre fa in questa stagione. Dopo un'estate radiosa, passata ad arrampicare la vetta del cielo, ora a fatica raddrizza la schiena, come un vecchio bracciante per troppo tempo chinato sul lavoro dei campi. Se c'è un mo

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   2 commenti     di: Rudy Mentale


L'ultimo contratto 2

Il ritiro di Moretti

Ho ucciso Ziegler tre mesi fa, ho dovuto farlo, non avevo scelta, e da allora la mia vita è cambiata.
È cambiata già nel momento stesso in cui premevo il grilletto, mentre lui mi ringraziava perché mettessi fine alla svelta alla sua esistenza.
Pochi minuti prima gli avevo chiesto del perché della sua sventatezza, l'aver rivelato il proprio nome è una regola che nel nostro campo non si deve mai infrangere e lui, poi, l'aveva fatto per ben due volte nella stessa missione. Avevo intuito che ci fosse di mezzo una donna, lui me l'ha confermato. Era ciò che volevo sapere perciò gli ho sparato al corpo e non alla testa, come nostra abitudine.
Per farlo fuori ho dovuto servirmi di un secondo sicario, non era facile eliminare il numero 1 dell'Agenzia, in uno scontro diretto forse non ci sarei riuscito ma volevo parlargli prima che morisse, volevo sapere il perché del suo atteggiamento. Per questa bramosa curiosità ho sacrificato l'altro sicario, votato in partenza alla morte, perché Ziegler è uno tosto. Anzi lo era.
Aveva in mente di vendicare la morte della sua donna, da lui stesso fatta fuori per contratto, è entrato nel salone del suocero armato con due pistole. Ho detto al secondo uomo appostato alla sua sinistra di far fuoco appena lui estraesse le pistole e così ha tentato di fare, ma non sapeva di tenere sotto tiro Ziegler che fulmineo ha sparato incrociando le armi. Due colpi in tutto, alla testa, uno alla sua vittima predestinata e l'altro al sicario alla sua sinistra. Solo allora ho fatto fuoco anch'io, alla sua destra, cogliendolo al fegato ma sconquassandogli tutto il torace.
Perché Ziegler? Perché tanta inutile distrazione? Una donna vale la vita di un uomo? Un uomo di nome Ziegler? Questo volevo sapere direttamente da te e per questo non ho mirato alla tua testa.
Da quel giorno sono passati tre mesi, la vita doveva rientrare nella sua quotidianità e tale è sembrato, invece nulla per me è stato come prima.
Tu

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   5 commenti     di: Michele Rotunno


L'assassino immaginario

Se è vero che la vita
imita l'arte,
sarà bene avere sempre
un buon avvocato
a portata di mano.





Succede di essere assaliti da dubbi esistenziali. Da dove veniamo? Qual è il fine ultimo dell'uomo? Quanto c'è di vero nei sogni? Così come può capitare di sentirsi un po' strani. Chiedersi se siamo davvero noi o qualcun altro. Esseri reali o immagini della mente. Padroni o vittime delle nostre azioni. In genere non ci facciamo caso più di tanto. Fa parte della vita. Le difficoltà, le preoccupazioni, lo stress... già! L'importante è che tutto si risolva nel giro di pochi minuti. Qualche ora, al massimo. Che, così come viene, ogni perturbazione psichica se ne vada. Dissolva senza lasciare tracce visibili. Prove che possono portare a dubitare di noi. Della nostra integrità. Fino a incriminarci...
Non fateci caso, ho appena iniziato a scrivere una storia che si presenta densa di avvenimenti drammatici, dove mi sa tanto che ci scapperà il morto. Ogni volta, prima di immergermi nella scrittura, anche la più amena, attraverso una lunga e tortuosa fase di preparazione. Un training mentale che mi porta a calarmi anima e corpo nell'atmosfera di una trama che ancora non esiste. O è appena abbozzata. E allora comincio con l'entrare nei personaggi. Fare che i personaggi entrino in me. Una sorta di metodo staniwslasky fatto in casa, insomma. Da cui esco solo per andare al cesso, scorrere i titoli del giornale, e mettere qualcosa sotto i denti. Un percorso faticoso, talvolta rischioso. Il tributo che probabilmente ogni artista deve pagare se vuole lasciare la propria impronta. Nei casi estremi, un'esperienza che può trasformarsi in via crucis. Talvolta in vera e propria ordalia. L'importante è uscirne vivi. Come dice sarcastico Allen: ... tornare a casa per l'ora di cena.

Sono tre giorni che mi ha preso il blocco. Il foglio è là. Fa capolino dalla mia Underwood rosso lampone. Candido, liscio, e illibato come appena est

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I Love you but you're bringing me down

Il colpo era riuscito alla grande. Quindicimila euro sul mio conto e tre assegni in bianco. Tutti per me. Quando mi prendevano i sensi di colpa ricordavo a me stessa che quello non era altro che il guadagno dopo aver speso anni e anni della mia vita nel meditar vendetta. Che era il risarcimento per un cuore spezzato e per l'annientazione della mia ingenuità.
L'esplosione stava per aver luogo, lì dove solo un branco di cinici schifosi mangiamerda potevano meritarsi di essere. Il conto alla rovescia iniziava a farsi sentire, a battiti accelerati come quelli del mio cuore.
Tick
Stringo la mano all'uomo che me l'ha chiesta per poterci infilare in un dito una promessa che solo la morte può annullare. Tack
Comincio a ridere come fossi un'isterica, quando il calore della sua pelle mi riporta alla mente Tick
di quella sera piena di luci, la solitudine durante l'infanzia, mentre ballavo e non c'era, nient'altro al mondo, la rabbia dell'adolescenza, i "voglio andar via" , invece sei sempre restata e voglio che resti Tack
con me, con lui, per sempre.
Tick
Lo guardo negli occhi e mi ricambia lo sguardo. Sa già che sto per farlo, sa già che mi sto accorgendo di amarlo. Tack
"Sì, lo voglio"Gli applausi, La sala piena. Il pesce, la pasta, carne, verdura, "La Corita", "El Pampa". Il tempo che passa, l'idea che non cambia. Tick
È arrivato il tempo di andare, di allontanarmi per lasciar fare al

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   0 commenti     di: Vincenza


Buio

Non sapeva se fuori fosse giorno o notte.
Non sapeva che giorno fosse, non sapeva da quanto tempo era là, con i piedi e le mani legate da una corda robusta, steso su quel pavimento dimesso e ruvido.
Cosa certa era che in quelle condizioni ci era da troppo tempo perchè aveva la gola riarsa dalla folle sete e sentiva il forte dolore all'ossatura delle mascelle inattive da troppo.
I calci nello stomaco che gli avevano dato i suoi aguzzini, lo avevano spinto a vomitare più volte, e lui non sapeva cosa vomitava, ma aveva avveritito il sapore caldo e amaro del suo sangue.
La benda gli copriva gli occhi gli stringeva la testa dolorante. Nessun raggio di luce la trapassava e questo lasciava presagire che la stanza fosse immersa nell'oscurità più densa.
I suoi persecutori non avevano volto, nè nomi.
L'avevano assalito da dietro, l'avevano caricato su un camion e l'avevano colpito e lui aveva subito perso i sensi.
Quando si era risvegliato, non sapeva quanto tempo fosse passato di preciso, si era ritrovato lì, così legato.
Non sapeva nulla, dunque. Non immaginava neanche perchè lui era una persona tranquilla che, a vederlo, non sembrerebbe stato capace di uccidere una mosca fastidiosa.
Non aveva mai dato torti nè tantomeno si era sognato di commettere angherie e soprusi.
E ora era lì, inerme, allo stremo, che non ce la faceva più a gridare, e aveva le labbra rotte e gli occhi gonfi al di sotto della benda.
Tutto era buio, un buio doloroso e lancinate, e il tempo era fermo e sembrava che mai più sarebbe ripartito.
Sentì un rumore poco distante. Forse, l'aveva sognato, forse stava dormendo, forse era morto, non se ne era accorto. Era morto e quello era il buio della sua bara.
Era questa la morte, allora? E il paradiso, l'inferno, dov'è che sono?
Il rumore si ripetè, e pensò che forse era ancora vivo.
Ci fu ancora, e allora si disse che, per ora, era ancora in vita.
ci furono dei passi in avvicinamento, e venne assalito dal terrore.
Riconobbe

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   0 commenti     di: serena


Io sono il miracolo!

L’uomo si svegliò col bip della macchina che rivelava il suo battito cardiaco.
Spalancò gli occhi e fissò il soffitto. Quando roteò le pupille, gli sembrò che qualcosa gli impedisse la vista completa. Poi la porta si spalancò e un uomo in camice bianco si avvicinò al letto.
“Dove mi trovo? ” domandò sentendosi la lingua impastata e la testa confusa.
“Sono il dottor Marzi. Lei adesso si trova all’ospedale Molinette di Torino. Non si ricorda niente? ” disse controllandogli le pupille.
L’uomo socchiuse gli occhi e scosse leggermente il capo.
“Ricorda il suo nome? ”
“Ferdinando Coppa”, rispose.
Il dottore annuì.
“Bene, è un buon segno che lo ricordi. Lei è stato coinvolto in un incidente ed ha quasi rischiato di morire. Deve ritenersi fortunato, ha un angelo davvero molto attivo lassù. ”
“Cosa mi è successo? ”
“Un’auto ha travolto la sua vettura e lei è rimasto gravemente ferito. Il conducente della macchina che le è venuto contro ha perso la vita, non ce l’ha fatta. Lei è rimasto in coma per un anno. ”
L’uomo deglutì ancora, confuso.
“Dove sono i miei amici? ”
Il dottore declinò la domanda e disse: “Lei ora deve solo pensare a riprendersi. Non deve fare sforzi. ”
Marzi stava lasciando la stanza, quando Ferdinando lo afferrò, se pur debolmente, per la manica del camice.
“Deve promettermi una cosa, dottore. ”
Il medico lo ascoltò.
“Prometta che per il momento non dirà a nessuno che sono vivo. ”
Marzi annuì solo ed uscì. Ferdinando socchiuse gli occhi: si sentiva debole e confuso. Poi chiuse gli occhi e si addormentò.
Dopo più di un mese di ricovero era pronto per essere dimesso.
Marzi entrò nella stanza e si chiuse la porta alle spalle. Poi fissò Ferdinando.
“Cosa c'è dottore? ”
“La dimettiamo, è vero; ma credo che l'abbia capito da solo. ”
Ferdinando lo lasciò proseguire.
“Lei dovrà sottoporsi ad ulteriori controlli e a esercizi fisici pe

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   5 commenti     di: Roberta P.



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