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Racconti gialli

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Il topo - seconda parte: la soluzione

Mary, Lucy e George furono presto convocati. Insieme a loro, come richiesto dal detective Brown, erano venuti tre poliziotti. L'investigatore guardò tutti attentamente. Poi si decise a parlare: " Allora, signor Erintong, come vanno gli affari?" sorpreso da quella inaspettata domanda, l'altro balbetto' : " B... bene" poi si ricompose: " Anche se si sono un po' bloccati dopo l'incidente; lo so che dovete investigare, ma no posso tenere un intero piano sigillato per molto tempo" " Oh non si preoccupi; presto sarà tutto finito. Qualcuno vuole fare una confessione?" silenzio: " Bene, allora proseguo; innanzitutto dobbiamo considerare che non è stata usata nessuna arma da taglio o contundente o a proiettili, eccetera" " Ma allora come spiega la ferita sulla testa?" chiese la signora Coster : " Torneremo dopo su questo argomento, sognora Coster; per ora è essenziale smasherare il colpevole" studiò tutte le espressioni dei sospettati: " Mi è dunque venuto un dubbio : in che altri modi si può uccidere un uomo? Pensando a questo ho capito che è stato avvelenato, ma non con veleno liquido; facendo un'analisi dell'aria, infatti, ho scoperto che c'era..." George tentò di scappare, ma fu subito fermato da una degli agenti: " Del gas asfissiante. Usato probabilmente per uccidere il povero Karl; ho ragione signor Erintong?" lui strinse i denti per la rabbia: " Credo di sì; ma non era soltanto per i debiti, giusto?" passò un dito sopra la scrivania: " Questa cos'è signor Erintong? Guardi che io lo so e se non lo dice..." "Cocaina! Va bene!" Luke capi allora cosa era successo: " Lui lo aveva scoperto e lo ricattava; così, dato che poteva intromettersi nei condotti dell'aria, lo ha ucciso con il gas" " Giusto" confermò Brown. Mentre i poliziotti ammanettavano George, Luke andò dal suo compagno: " Non hai mai fatto analizzare l'aria, come..." "Il topo. Correva lento perché era avvelenato e correva dopo aver mangiato la droga" " E mi scusi, come spiega la ferita?" " Un incidente

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   1 commenti     di: Dario


Blade Trinity

Giorno uno
Ponte Milvio. L’estate, a Roma, è ormai agli sgoccioli. Da poco è trascorsa la mezzanotte ed un lieve Ponentino increspa il Tevere. In penombra il volto di una giovane donna diventa duro quando il suo compagno s’allontana nell’oscurità. Lei resta immobile, accanto al lampione centrale, riconoscibile per gli innumerevoli lucchetti degli innamorati. Un istante dopo una lama brilla nella notte e la testa della donna rotola via. Incastrata tra due colonnine del parapetto sembra sorridere ad una splendida Roma by night.

Giorno due
Il capitano dei carabinieri Federico Mirabile arriva a Ponte Milvio per unirsi alla squadra omicidi che fin dall’alba è sul luogo del delitto.
“Uno spazzino l’ha trovata poco prima dell’alba. L’ho lasciato andare perché sconvolto” riferisce il maresciallo Giulia Trevi.
Il capo della scientifica Luciano Rodolfi: “è stata decapitata nella notte, forse tre ore fa. Devo comunque prima portare il corpo in laboratorio e procedere alle analisi di routine”. Il dottor Rodolfi lo chiamano “lo scozzese”, per via del pelo rossiccio su tutto il corpo. “Forza capitano, è ora di entrare” e, così dicendo, guida la squadra verso il tendone.
S’avviano verso il lampione centrale attorno al quale entrano ed escono carabinieri in tuta bianca. Rodolfi indica una scatola piena di mascherine, sovra scarpe e guanti di gomma.
Prima d’entrare lo scozzese afferma: “la donna è stata decapitata con una spada. Ha un solo taglio sul collo e, ad una prima analisi, non mostra segni di stupro”. Il maresciallo Giulia Trevi si morde un labbro: è alla sua prima indagine.
Sul parapetto del ponte c’è il corpo di una giovane donna senza testa nella posizione in cui l’assassino l’ha sorpresa, con le braccia rigide oltre il parapetto. Sulla sua maglia grigio perla la luce delle lampade batte in modo spettrale.
Un carabiniere si sente male ed esce di corsa dalla tenda.
“La vittima non aveva documenti?

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Meno male che ci sono le Banche

- Mi spiace, signor Giulio, niente prestito, io ce l'ho messa tutta, ma il mio superiore ha espresso parere negativo, vede?
E gli mostrò il foglio con quel giudizio firmato ben in chiaro
Una volta rimasto solo il bancario telefonò al suo capo
- Avresti dovuto vedergli la faccia, è troppo divertente, stava quasi per piangere, e tu?
- Oggi esco con quella che ti ho detto, prima la scopo, e poi vediamo se darle qualcosa, dopo te la passo
E quel pomeriggio, Lucio, il funzionario usci con Carla la cliente, subito in motel
- Ma tu mi ami?- chiese lei mentre veniva spogliata
- Certo
- In così poco tempo?
- L'amore arriva all'improvviso
- E allora voglio una poesia, scrivimela
Prese dalla 24 ore un foglio, la sua penna stilo e la scrisse, lei lesse compiaciuta mentre lui esplorava tutto il suo corpo finendo di spogliarla
- Mi piace la violenza, almeno un po', e finta - gli sussurrò lei in un orecchio
- Cosa vuoi che faccia?
- Ti faccio vedere
Si alzò, prese dalla borsa un coltello affilatissimo, e lo porse a lui
- Ecco, devi strusciarmelo sul corpo, come fosse un rasoio
Preso il coltello inizio a passarlo sulla pelle della donna, che gemeva di piacere ad ogni carezza della lama.
- Ora basta - comandò lei - ho voglia di essere tua, prima vado al bagno
Tornò dopo neanche un minuto
Si sdraio vicino a lui, cominciò a toccarlo ovunque, lui fece altrettanto, quando squillò il cellulare di lei.
- Scusa devo rispondere
Ascoltò, poi chiuse il telefono, si alzò e, contrariata, cominciò a vestirsi, lo invitò a fare altrettanto
- Devo andare, mi spiace, scoperemo un'altra volta, magari stasera, vengo a casa tua?
- Stai scherzando, c'è mia moglie, ti avevo parlato di Serena vero?
- No, perché sei sposato?
- Beh, si, ma non andiamo d'accordo
- Volevo ben dire, ora ami me
Lo abbracciò toccandolo e facendolo eccitare, e gli sussurrò
- E quel prestito?
- La richiesta è in area
- Certo - concluse lei staccandosi - quando ci rivediamo?
- Do

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   3 commenti     di: ivano51


Unghia di gatto

La pioggia autunnale è meglio di quella estiva perchè ha un odore più tollerabile. In estate può succedere che piova per pochi istanti e che rilasci più caldo e umidità di prima che toccasse terra. E succede che dall'asfalto sale un odore soffocante.
Quando tornavo da scuola sentivo sempre quell'odore, in estate, per le strade. Un odore acre, che si mescolava a quello della paura, e del sangue.

"Resto nell'ombra quando ti uccido,
ti stringo il collo e perdi il respiro.
Gli artigli s'infilano dentro la carne,
non serve a niente dare l'allarme.
Neanche gridare, nessuno ti sente,
vederti impaurito mi piace, lurido... verme", canticchiai in attesa.

"Ehi ehi... che ci fai qua tutta sola?", esordì barcollando uno dei due uomini in completo elegante. "È pericoloso girare senza compagnia, la notte."
Io non risposi e quello insistette. "Forse sei timida. Senti... noi due ci stavamo chiedendo se per caso non avessi un'altra amica. Andiamo a farci un giro noi quattro, e magari poi voi ci fate un pompino. Che ne dici?"
L'uno cerco la complicità dell'altro e scoppiarono in una fragorosa risata.
"Ma i pompini si fanno a chi là sotto ha qualcosa", risposi a quel punto frenando la loro ilarità.
Quello che aveva finora blaterato divenne allora serio. "Che cosa hai detto?"
Feci qualche passo e mi mostrai alla fioca luce dei lampioni del vicolo.
Sheldon Cooper indietreggiò; una chiara espressione di terrore sul suo volto obeso.
"Non... non è possibile...", balbettò. "Tu... tu... ma cosa..."
"Quanto tempo... sono onorata che tu mi abbia riconosciuto. Dieci anni in fondo sono tanti."
Con una mano afferrai Sheldon per il collo e lo portai spalle al muro. Volsi lo sguardo verso il suo amico, che terrorizzato stava dandosela a gambe.
"Che carino, ci ha lasciati soli."
Tornai sull'avvocato.
"Scommetto che non la sai quella storia che raccomanda di correre più in fretta dei propri conti in sospeso", parlai. "Ti sei fatto troppo grasso e lento, Sheld

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   0 commenti     di: Bobby P. Storm


L'idolo non è nulla

Eccolo il mio idolo, la mia ragione di vita, il mio tormento!
Steso sul freddo marmo della cucina, indegno e volgare, un vuoto fantoccio senz'anima.
Eppure non mi era apparsa così la prima volta in cui i nostri occhi si erano incontrati.
Elena, non poteva chiamarsi in un altro modo, un nome da semidea, distruttrice dei destini, capace di passare anche sopra mille cadaveri in putrefazione, mantenendo il colore del sole sul viso.
Elena... imprendibile, o meglio " impossessible", per dirla alla francese.
Quella sera ero andato senza mia moglie alla festa di Marco, costretta a casa a causa di un malore improvviso della baby-sitter.
Lei era lì, sbucata chissà da dove, nessuno sembrava conoscerla, apparsa dal nulla come solo una divinità sa fare.
Le bastò poco: un sorriso, uno sguardo e io non ero più.
Sì era trasferita da poco in città, era giunta lì con un'amica che ora sembrava introvabile.
- Come farò a tornare a casa?- Chiese con un broncio da bambina.
Inutile dire che tutti i maschi che non avevano al seguito mogli o fidanzate si erano mostrati disponibili.
Io solamente non avevo avuto il coraggio di risponderle.
Me ne stavo lì, muto e idiota, a guardare qualcosa di troppo grande per me.
Ma lei mi aveva sorriso e indicato, chiedendomi di accompagnarla.
Ero dunque io il prescelto, quello che fra tutti aveva il privilegio di stare vicino al miracolo?
Balbettai una risposta e lasciai che mi seguisse in macchina.
Lungo la strada non faceva che parlare e parlare, raccontava del suo momentaneo lavoro come modella e hostess di congressi, e del suo sogno di fare l'attrice, e altre cose simili.
Non aveva però importanza quello che diceva, ma come le parole uscivano dalla sua bocca, flautate e carezzevoli come velluto.
La seguii frastornato dentro casa sua, come un cane randagio che spera in una carezza, e lei sembrava disposta a darmi anche più di questo.
Mi baciò (dovette farlo lei, perché io non ne avrei avuto mai i

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   1 commenti     di: Sabrina Abeni


L'assassino immaginario

Se è vero che la vita
imita l'arte,
sarà bene avere sempre
un buon avvocato
a portata di mano.





Succede di essere assaliti da dubbi esistenziali. Da dove veniamo? Qual è il fine ultimo dell'uomo? Quanto c'è di vero nei sogni? Così come può capitare di sentirsi un po' strani. Chiedersi se siamo davvero noi o qualcun altro. Esseri reali o immagini della mente. Padroni o vittime delle nostre azioni. In genere non ci facciamo caso più di tanto. Fa parte della vita. Le difficoltà, le preoccupazioni, lo stress... già! L'importante è che tutto si risolva nel giro di pochi minuti. Qualche ora, al massimo. Che, così come viene, ogni perturbazione psichica se ne vada. Dissolva senza lasciare tracce visibili. Prove che possono portare a dubitare di noi. Della nostra integrità. Fino a incriminarci...
Non fateci caso, ho appena iniziato a scrivere una storia che si presenta densa di avvenimenti drammatici, dove mi sa tanto che ci scapperà il morto. Ogni volta, prima di immergermi nella scrittura, anche la più amena, attraverso una lunga e tortuosa fase di preparazione. Un training mentale che mi porta a calarmi anima e corpo nell'atmosfera di una trama che ancora non esiste. O è appena abbozzata. E allora comincio con l'entrare nei personaggi. Fare che i personaggi entrino in me. Una sorta di metodo staniwslasky fatto in casa, insomma. Da cui esco solo per andare al cesso, scorrere i titoli del giornale, e mettere qualcosa sotto i denti. Un percorso faticoso, talvolta rischioso. Il tributo che probabilmente ogni artista deve pagare se vuole lasciare la propria impronta. Nei casi estremi, un'esperienza che può trasformarsi in via crucis. Talvolta in vera e propria ordalia. L'importante è uscirne vivi. Come dice sarcastico Allen: ... tornare a casa per l'ora di cena.

Sono tre giorni che mi ha preso il blocco. Il foglio è là. Fa capolino dalla mia Underwood rosso lampone. Candido, liscio, e illibato come appena est

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Il predestinato

Incipit:

"Non si sa quanta curiosità rimanga nell'animo di un uomo che ha deciso di togliersi la vita, né cosa dovrebbe accadere per fargli cambiare idea. Così come non si sa come sarà la sua vita, se decide di restare nell'al di qua."
Così recitava l'introduzione di un articolo scritto da un sociologo su una rivista di divulgazione popolare che Piermario aveva ritagliato e appeso nella sua camera, in attesa di prendere una decisione che fosse una risposta a quel quesito.

Piermario Cantacesso sta immobile, dritto sulla spiaggia, con i piedi affondati nella sabbia umida. È un freddo mattino di fine ottobre. Ha lo sguardo fisso oltre l'orizzonte, quello stesso orizzonte che tante volte ha osservato con espressione sognante, pervaso di poesia e d'incanto. Un limite geografico perforato dalla fantasia, alla ricerca di un imperscrutabile futuro, prosieguo di uno spazio temporale dove costruire nuovi mondi, nuovi rapporti umani, nuovi incontri, nuove esperienze... altre vite. Ora invece eccolo lì, ammutolito nel pensiero. Si passa la mano sulla fronte umida, fra quei pochi capelli dimenticati, appiccicati alla cute o scompigliati dal vento. Il suo respiro è regolare, breve, distratto: come se non gli importasse più di riempire i polmoni. Spiegato di fronte a sé c'è il mare, maestoso. Un manto grigio di riflessi di nubi distese sul mondo, come un coperchio leggermente scostato per fare uscire i vapori di bollitura. Tra i buchi strappati dal vento di quota, la luce del sole goffamente s'infila, come un braccio fatica nella manica ostile, facendosi breccia la mano nella maglia contorta, fino a uscire dal polso, nel torpore assonnato del primo mattino. Quel sole d'autunno che nasce di sbieco, sale di sbieco e scende di sbieco la sera, come sempre fa in questa stagione. Dopo un'estate radiosa, passata ad arrampicare la vetta del cielo, ora a fatica raddrizza la schiena, come un vecchio bracciante per troppo tempo chinato sul lavoro dei campi. Se c'è un mo

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   2 commenti     di: Rudy Mentale



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