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Racconti gialli

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I Love you but you're bringing me down

Il colpo era riuscito alla grande. Quindicimila euro sul mio conto e tre assegni in bianco. Tutti per me. Quando mi prendevano i sensi di colpa ricordavo a me stessa che quello non era altro che il guadagno dopo aver speso anni e anni della mia vita nel meditar vendetta. Che era il risarcimento per un cuore spezzato e per l'annientazione della mia ingenuità.
L'esplosione stava per aver luogo, lì dove solo un branco di cinici schifosi mangiamerda potevano meritarsi di essere. Il conto alla rovescia iniziava a farsi sentire, a battiti accelerati come quelli del mio cuore.
Tick
Stringo la mano all'uomo che me l'ha chiesta per poterci infilare in un dito una promessa che solo la morte può annullare. Tack
Comincio a ridere come fossi un'isterica, quando il calore della sua pelle mi riporta alla mente Tick
di quella sera piena di luci, la solitudine durante l'infanzia, mentre ballavo e non c'era, nient'altro al mondo, la rabbia dell'adolescenza, i "voglio andar via" , invece sei sempre restata e voglio che resti Tack
con me, con lui, per sempre.
Tick
Lo guardo negli occhi e mi ricambia lo sguardo. Sa già che sto per farlo, sa già che mi sto accorgendo di amarlo. Tack
"Sì, lo voglio"Gli applausi, La sala piena. Il pesce, la pasta, carne, verdura, "La Corita", "El Pampa". Il tempo che passa, l'idea che non cambia. Tick
È arrivato il tempo di andare, di allontanarmi per lasciar fare al

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   0 commenti     di: Vincenza


L'assassino immaginario

Se è vero che la vita
imita l'arte,
sarà bene avere sempre
un buon avvocato
a portata di mano.





Succede di essere assaliti da dubbi esistenziali. Da dove veniamo? Qual è il fine ultimo dell'uomo? Quanto c'è di vero nei sogni? Così come può capitare di sentirsi un po' strani. Chiedersi se siamo davvero noi o qualcun altro. Esseri reali o immagini della mente. Padroni o vittime delle nostre azioni. In genere non ci facciamo caso più di tanto. Fa parte della vita. Le difficoltà, le preoccupazioni, lo stress... già! L'importante è che tutto si risolva nel giro di pochi minuti. Qualche ora, al massimo. Che, così come viene, ogni perturbazione psichica se ne vada. Dissolva senza lasciare tracce visibili. Prove che possono portare a dubitare di noi. Della nostra integrità. Fino a incriminarci...
Non fateci caso, ho appena iniziato a scrivere una storia che si presenta densa di avvenimenti drammatici, dove mi sa tanto che ci scapperà il morto. Ogni volta, prima di immergermi nella scrittura, anche la più amena, attraverso una lunga e tortuosa fase di preparazione. Un training mentale che mi porta a calarmi anima e corpo nell'atmosfera di una trama che ancora non esiste. O è appena abbozzata. E allora comincio con l'entrare nei personaggi. Fare che i personaggi entrino in me. Una sorta di metodo staniwslasky fatto in casa, insomma. Da cui esco solo per andare al cesso, scorrere i titoli del giornale, e mettere qualcosa sotto i denti. Un percorso faticoso, talvolta rischioso. Il tributo che probabilmente ogni artista deve pagare se vuole lasciare la propria impronta. Nei casi estremi, un'esperienza che può trasformarsi in via crucis. Talvolta in vera e propria ordalia. L'importante è uscirne vivi. Come dice sarcastico Allen: ... tornare a casa per l'ora di cena.

Sono tre giorni che mi ha preso il blocco. Il foglio è là. Fa capolino dalla mia Underwood rosso lampone. Candido, liscio, e illibato come appena est

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Unghia di gatto

La pioggia autunnale è meglio di quella estiva perchè ha un odore più tollerabile. In estate può succedere che piova per pochi istanti e che rilasci più caldo e umidità di prima che toccasse terra. E succede che dall'asfalto sale un odore soffocante.
Quando tornavo da scuola sentivo sempre quell'odore, in estate, per le strade. Un odore acre, che si mescolava a quello della paura, e del sangue.

"Resto nell'ombra quando ti uccido,
ti stringo il collo e perdi il respiro.
Gli artigli s'infilano dentro la carne,
non serve a niente dare l'allarme.
Neanche gridare, nessuno ti sente,
vederti impaurito mi piace, lurido... verme", canticchiai in attesa.

"Ehi ehi... che ci fai qua tutta sola?", esordì barcollando uno dei due uomini in completo elegante. "È pericoloso girare senza compagnia, la notte."
Io non risposi e quello insistette. "Forse sei timida. Senti... noi due ci stavamo chiedendo se per caso non avessi un'altra amica. Andiamo a farci un giro noi quattro, e magari poi voi ci fate un pompino. Che ne dici?"
L'uno cerco la complicità dell'altro e scoppiarono in una fragorosa risata.
"Ma i pompini si fanno a chi là sotto ha qualcosa", risposi a quel punto frenando la loro ilarità.
Quello che aveva finora blaterato divenne allora serio. "Che cosa hai detto?"
Feci qualche passo e mi mostrai alla fioca luce dei lampioni del vicolo.
Sheldon Cooper indietreggiò; una chiara espressione di terrore sul suo volto obeso.
"Non... non è possibile...", balbettò. "Tu... tu... ma cosa..."
"Quanto tempo... sono onorata che tu mi abbia riconosciuto. Dieci anni in fondo sono tanti."
Con una mano afferrai Sheldon per il collo e lo portai spalle al muro. Volsi lo sguardo verso il suo amico, che terrorizzato stava dandosela a gambe.
"Che carino, ci ha lasciati soli."
Tornai sull'avvocato.
"Scommetto che non la sai quella storia che raccomanda di correre più in fretta dei propri conti in sospeso", parlai. "Ti sei fatto troppo grasso e lento, Sheld

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   0 commenti     di: Bobby P. Storm


Mara

"Ho tralasciato il meglio." concluse piatto, nascondendo il suo volto incartapecorito dietro una piccola nube di fumo bluastro.
"Ma ti avevo pregato di essere esauriente e dettagliato." incalzò supplichevole Mara.
"Lo sono stato, Mara. Ma non puoi pretendere che ti si dica tutto, fin nei più turpi dettagli." rispose spazientito il dottor Miguel. Erano anni che si davano del tu, nonostante lo scomodo ruolo di analista lui, paziente lei. Ma c'era da aspettarselo. Una nevrotica con manie ossessivo-compulsive non badava alla diplomazia. In un pomeriggio di novembre l'aveva vista entrare nello studio vestita in modo impeccabile, cominciando a dialogare con termini che di solito non utilizzava. Un vocabolario forbito e totalmente privo di accento. Allora il dottor Miguel aveva capito. Non si trattava solo di una nevrotica, ma di una nevrotica con disturbo della personalità. Una doppia personalità.
Mara prese a torcersi le mani, respirando affannosamente. "Continui a mentirmi. Continui a farlo come se fossi una povera stupida!" gridò scagliandogli addosso un cuscino. Il dottor Miguel agguantò l'oggetto e lo ripose ai suoi piedi, senza scomporsi. "Se me ne dai la possibilità, Mara, ti dirò altro. Ma dovrai pazientare fino al prossimo incontro."
"Non voglio aspettare, lasciami dormire qui. A casa c'è troppo rumore." il tono di voce di Mara era sempre più patetico.
"Quale rumore? Non vivi da sola?" domandò il dottor Miguel cominciando ad annotare qualcosa sul suo taccuino nero.
"Li sento grattare con le loro unghie. Lo fanno sempre. Usano le unghie perché..." il respiro si spezzò. Mara alzò lo sguardo sbiadito su quello severo del dottore.
"Perché...? Avanti Mara. Se mi dirai tutto, io continuerò a raccontarti dell'accaduto" forse era quello che voleva. Forse era ancora abbastanza acuta da riscattare la propria curiosità.
"Non ho mangiato anche quelle, le ho strappate loro prima di mangiarli. Perciò possono usare solo quel

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Nel nome del padre (Prima parte)

Nel pomeriggio inoltrato di tardo autunno, in una giornata tiepida che i torinesi avrebbero rimpianto fino alla primavera successiva, un uomo alto e massiccio se ne stava davanti alla Fontana dei Dodici Mesi, nel cuore del parco del Valentino, con le mani ficcate a fondo nelle tasche di uno sformato cappotto scuro, spostando il peso del corpo obliquo da un piede all'altro e contraendo il viso oblungo in una smorfia di malcelato terrore. Singhiozzava sommessamente, mordendosi di tanto in tanto il labbro inferiore, e versava lacrime grosse quanto palline da golf. Si fosse trattato di un bambino, quel broncio avrebbe suscitato tenerezza, ma su quel colosso deforme suscitava soltanto inquietudine.
La bellezza della fontana era per lui orrore, la grazia delle statue raffiguranti i mesi era minaccia, l'acqua limpida che spruzzava gocce dal bagliore diamantino gli metteva voglia di fuggire lontano, i fiori, semplicemente, lo disgustavano. Non avrebbe mai voluto trovarsi lì. Non v'era luogo, in effetti, che lo rasserenasse, ma quello era un vero coacervo di incubi.
Sapeva di destare una strana impressione, sapeva che un uomo grande e grosso non dovrebbe piangere, ma non biasimava se stesso più di quanto facesse con le persone che gli gettavano occhiate timorose o divertite, poiché lui, quantomeno, sapeva, mentre la loro ignoranza li condannava a cadere nelle trappole del demonio.
La bellezza altro non era che l'abito buono di Satana, ciò che indossava per ammaliare i deboli. Lui vedeva il mondo per quel che era, non per come appariva, perciò sapeva questo e sapeva riconoscere le manifestazioni della bestia, come suo padre gli aveva insegnato senza mai ammettere dubbi. Nella grazia scorgeva gli ammiccamenti del peccato, nell'acqua riconosceva la fetida urina del diavolo e trovava che i fiori fossero il trucco più misero che quell'angelo caduto avesse mai inventato.
La tentazione ottenebra i sensi, disse suo padre con la consueta voce severa. Ma colui

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Un caso irrisolto

Sono le 5 e 53 quando squilla il telefono. Mi dico che dovrei spegnerlo di notte, ma è un luogo comune. Anche Marta si sveglia e con aria intorpidita mi guarda come al solito. È John Smith che con la voce di chi non ha chiuso occhio, con un tono concitato dall'emozione senza aspettare che proferisca verbo mi dice "L'abbiamo preso! Vieni subito".
Non credo alle mie orecchie ma era nell'aria, avevamo fatto il vuoto intorno a quell'essere spregevole e finalmente è nelle nostre mani.
Devo far in fretta ma senza rumore, non voglio svegliare tutti. Mi alzo e mi dirigo verso la cucina, preparo la caffettiera e vado in bagno.
Se c'è una cosa che Marta adora è la luminosità del bagno quindi con una terapia da shock accendo le luci dello specchio e mi proietto istantaneamente nel nuovo giorno. Mi lavo la faccia e cado nel gioco dello specchio. Mi osservo nei dettagli ma non trovo niente di particolare, osservo un dettaglio dell'iride e improvvisamente mi rendo conto che non si tratta di quello che realmente sto cercando. Allora in fretta e furia mi asciugo il viso, torno in camera e prendo i vestiti. Marta mi sente, apre gl'occhi, mi guarda attraverso e si riaddormenta. Fuori due.
Nell'ordine: mi spoglio, sale il caffè, mi rivesto, prendo il caffè, mi rispoglio, entro in doccia, ci metto un casino, mi asciugo, deodorante, mi rivesto e vado a salutare Marta. Ancora dorme. Mi avvicino, vorrei dirle che finalmente abbiamo la soluzione del caso che ha turbato la nostra esistenza degli ultimi mesi, che è arrivato il momento di programmare una vacanza che ci permetta di uscire dalla routine a cui siamo stati nostro malgrado, vincolati. Ma Marta dorme così bene che non voglio disturbarla; allora mi avvicino, le do un bacio e dico "Buongiorno Amore Mio, io devo andare, il caffè è pronto, ci sentiamo più tardi".
"Lavati i denti prima di uscire!"
"Merda, sono in ritardo."
"C'hai messo un'ora in doccia e non hai il tempo di lavarti i denti?"
Non le rispondo ma amar

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   0 commenti     di: Alfa Alfa


Il topo - parte prima: l'enigma

"Allora" disse il detective Brown: " Proviamo a riepilogare tutto il caso: Karl Erintong, 33 anni, progettista di macchine per la pulizia domestica, è stato ucciso nel suo microscopico appartamento; nessuno a parte la vittima e l'assassino sono entrati, eppure, quando i poliziotti sono arrivati non hanno trovato nessuna impronta digitale o altri indizi utili; solo il suo corpo inerme rivolto a pancia in su con una ferita mortale alla testa" i suoi occhi marroni erano stanchi, ma si capiva che era frustrato, come un animale che corre dentro un labirinto senza riuscire a trovare l'uscita: " E non ci sono nenche testimoni" puntualizzo il suo collega Luke arricciandosi i baffi: " Giusto; nessuno ha assisto alla scena e nessuno ha sentito niente; in più, il luogo dell'omicidio è in un condominio in affitto dal cugino della vittima e non possiamo sigillarlo per sempre". Molti altri poliziotti della stazione, oltre Brown e Luke, si stavano occupando del caso, ma senza trovare una soluzione: " Fammi riascoltare gli interrogatori ai principali sospettati" borbotto l'investigatore: " Parti con la moglie, Mary". Il suo collega armeggio con il registatore, poi partì il dialogo: " Signora Coster, lei è sospettata di aver ucciso suo marito; mi dica dove era Martedì sera e Martedì notte se è vero che suo marito aveva dei debiti e era sul punto di divorziare" "Innanzitutto martedì sera ero andata a correre con una mia amica che può confermare, e la notte ero a dormire a casa mia" " C'è qualcuno che può comfermarlo? " Uhm... in realtà no, ma è la verità!" "Vabbe torneremo dopo su questo argomento; aveva debiti e stava per lasciarla?" "Sì aveva dei debiti qua e là e mi stava per lasciare, ma era un sentimento reciproco; anch'io non provavo più quello che provavo una volta e quindi volevo separarmi. Mi creda agente non ho ucciso mio marito!". Si sentì un clic dovuto al cambio della pellicola e poi partì la seconda registazione, al cugino di Karl, George: " Signor E

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   2 commenti     di: Dario



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