Racconti gialli, racconto avventura e mistero, poliziesco - Pagina 2
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Racconti gialli

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Il giullare dei coltelli - prima parte: il caso

Luke entrò con più grinta del solito in ufficio e si rivolse subito al suo collega, il detective Brown: " Ehi, socio vuoi unaltro dei tuoi casi irrisolvibili?" l'altro accenno' un sorriso: " Cosa è successo?" " Un omicidio; in casa Lord Nach" " Non mi occupo di delitti tedeschi" " Non hai capito; vieni, ti spiego in macchina"

" Vedi, la famiglia Lord Nach era di origine tedesca, ma nella terza rivoluzione industriale, decise si spostarsi in Inghilterra; hanno un enorme castello sul colle a qualche kilometro da qui" l'auto svolto' a destra improvvisamente: " E ti devo avvisare; i famigliari parlano abbastanza male, infatti hanno tutti una malattia alle corde vocali e parlano raddoppiano lettere, mettendole al posto sbagliato, eccetera" " Molto interessante ; ora raccontami qualcosa di veramente interessante, ad esempio sull ' omicidio..." " OK; allora la vittima e' il vecchio padrone di casa, Gundus Nach; i principali sospettati sono tre nipoti: Paul, Kristian e Kathie. La causa potrebbe essere l'eredita' ; secondo la moglie dell'assassinato sostiene invece unaltra cosa ; una vecchia leggenda" " Quale vecchia leggenda?" chiese Brown: " La leggenda del giullare dei coltelli: vede secondo questa leggenda una volta c' era un giullare a corte Nach che aveva tre manie: i coltelli, i tagli e le lame" " Tutte belle passioni, insomma" disse il l'amico di Luke: " Giusto; ad ogni modo, questo giullare era cosi' preso dai tagli, che alla fine taglio' letteramente la testa alla sua regina, e naturalmente fu cacciato via; ma lui giuro' di vendicarsi, e per la signora Nach, tramite unioni e altro, un discendente del giullare e' ora nella famiglia e ha ucciso Gundus; in effetti, quest' ultimo e' stato accoltellato". L'auto si fermo'. Davanti ai due si eregeva l'imponente struttura del castello Nach.

   0 commenti     di: Dario


Mosche

Attraversai l'edificio spulciando ogni singola stanza. Scesi giù nel sotterraneo e udii dei lamenti. Spalle al muro e impugnando l'arma, mi feci strada lungo le ultime stanze ancora da controllare. Poi esitai, restai in ascolto. I lamenti si fecero più vicini. Allungai il collo e intravidi una pozza di sangue nella camera a fianco.
Feci qualche passo e notai Clarissa seduta vicino al cadavere.
Mi avvicinai, abbassai l'arma e le braccia lungo i fianchi.
Quando la ragazza mi vide non reagì. Notai i suoi occhi, e capii che prima, durante, o dopo quel gesto rabbioso aveva pianto.
Senza perderla di vista, notai il coltello imbrattato di sangue nell'angolo della stanza. Presi posto poco distante da lei
"Sa'...", esordì Clarissa. "Io mi faccio la doccia tutti i giorni."
La lasciai parlare.
"Profumo, in pratica", annuì.
Fece una smorfia e sogghignò. "Eppure ho sempre le mosche che mi girano attorno."
Poi cercò il mio sguardo. "Vuol dire che sono già morta, commissario?"

   12 commenti     di: Roberta P.


L'angelo custode

Entrai in commissariato e mi diressi alla mia scrivania.
Il mio partner sbucò dal nulla e mi si affiancò.
"Dove vai?"
"Sull'isola che non c'è, e non porto bagagli inutili tipo te."
"Molto spiritosa."
Feci una risatina e continuai a camminare.
"Però prima d'imbarcarti è meglio se mi segui nell'ufficio di LoRusso."
Mi fermai.
"Perché?"
Lui mi imitò e si voltò.
"Perché ti ha scritto di nuovo."
Quando chiusi la porta, LoRusso se ne stava seduto alla scrivania, con una busta tra le mani.
Lentini si mise vicino alla finestra, ed io impaziente parlai per prima.
"Mi ha scritto di nuovo?"
"Sì, a quanto pare."
La appoggiò sulla superficie del tavolo, ed io lo seguii nei movimenti.
"I ragazzi hanno già controllato eventuali tracce o impronte", scosse il capo. "Non risulta niente."
Mi avvicinai, la fissai, e mi rivolsi nuovamente a lui.
"È aperta."
"È stato necessario per la prova delle impronte", fece una breve pausa. "Sono stato presente durante il test. Puoi stare tranquilla, nessuno ha letto niente."
Io non risposi. Estrassi il foglio e lessi ad alta voce.

<<Questa volta tocca a chi una notte osò gridarti contro così tanto da farti restare un groppo.>>
Il tuo angelo custode.

"Secondo te che significa?", mi domandò il vicequestore.
Scossi il capo. "Non lo so."
Feci qualche passo nella stanza e provai a riflettere sul suo significato.
"Forse il killer si riferisce a qualcuno che hai arrestato di notte...", suggerì Lentini.
Mi bloccai.
"Oppure a qualcuno con cui ho avuto da ridire per qualcosa d'importante."
LoRusso aggrottò la fronte. "Che vuoi dire?"
"La frase dice che mi ha fatto restare col groppo. Penso si riferisse al groppo in gola", continuai spiegando. "E il groppo in gola quando viene?"
Il vicequestore fece spallucce. "Quando si litiga con qualcuno a cui tieni."
M'illuminai. "O magari... per qualcuno a cui tieni."
"Hai in mente un nome?"
Annuii.

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   18 commenti     di: Roberta P.


Giocattoli

Rumore dietro la porta. È arrivato il momento. Mi ero illuso che questa volta l'avrei fatta franca, che questa volta non avrei dovuto farlo. Ma non è così, per l'ennesima volta non è così.
Continuo a sentire quel rumore dietro la porta, tra poco non potrò più nascondermi, tra poco dovrò vedermela con lei. Ancora una volta. Il rumore di passi diventa sempre più vicino, poi di colpo smette, guardò la maniglia abbassarsi e la porta schiudersi lentamente ma con decisione. Come se lei volesse godersi quel momento, come se traesse gioia dall'umiliarmi, dallo sminuirmi. E so che è così, è stato sempre cosi.
Alla fine la porta si apre. Il rumore di passi ha prodotto la figura di una donna nel vano della porta, ha partorito i centoventi chili di mia madre sull'uscio. Lo fa di nuovo. Non ho mai capito come ci riesce ma lo fa di nuovo: mi trova all'istante all'interno della stanza. L'ambiente non è certo enorme, tuttavia è ingombro di cianfrusaglie e mobili più o meno malandati, ma il suo sguardo mi individua in un attimo, come se al momento di entrare già sapesse dove mi trovo, come se riuscisse a vedere attraverso i muri e le porte chiuse.
I suoi occhi mi trafiggono. A volte, ma molto raramente, mi accorgo che vorrebbero essere dolci ed amorevoli, che vorrebbero essere gli occhi di una madre che guarda il suo unico figlio, ma quegli occhi mi provocano sempre la stessa sensazione: farmi sentire inadeguato, aver deluso tutte le sue aspettative. Aver fallito in tutto nella vita.
I suoi occhi mi si fissano addosso come calamite, passano alcuni istanti durante i quali mi sembra che il tempo si fermi, sento i battiti del mio cuore accelerare, mentre il respiro diventa affannoso. Finalmente quegli occhi mi si staccano di dosso, ma solo per individuare la causa del mio disagio. Non ho il tempo di rallegrarmi per i suoi occhi che mi lasciano, che mi accorgo che essi guardano anche con peggior cipiglio quello che c'è sul pavimento. Mia madre lo vede facilmente,

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   1 commenti     di: NeroLate


Quel Maledetto Aprile dell'89

Quello che non capisco io, è perché senti il bisogno di venire in questo posto continuamente?
Amico mio, risposi.. Perché qua l'umanità da il meglio di se.. Guarda! Tutta la rabbia, tutta la sfiducia, tutta la tristezza.. Dimenticate.. per un solo magico momento; Quando scendono dall'aereo..

Cominciò tutto così quel giorno di Aprile del 1989..
Stavo lì, seduto a guardare l'umanità dal migliore dei suoi lati e arriva Robert ad interrompere questo mio momento di relax!
Robert è un uomo di mezza età, dai capelli riccioluti e brizzolati, fisico imponente e sguardo da agente federale e vestiti confezionati su misura di Ermenegildo Zegna.

Sedutosi accanto a me, su quelle comode poltrone V. I. P del JFK di New-Jork, Robert estrasse dal suo completo da 2000 dollari una busta gialla, di quelle che si usano per trasportare file segreti o denaro riciclato.
porgendomi la busta, Robert mi disse:
Alex, sicuro di poter supportare questo incarico?
Il mio sguardo si illuminò, girandomi di scatto gli risposi:
Amico mio sottovaluti sempre le mie potenzialità!

Robert lasciò quella busta sulla poltrona e andò via senza nemmeno salutare, sembrava inseguito da un fantasma!
Aprendo il pacco scoprì una striscia di negativi fotografici, ero curioso di scoprire cosa contenessero!

Io nel lontano 89' abitavo a Elmet Privet street, una strada residenziale nel cuore di Oakland - New Jersey.
La mia casa era uguale a quella di tutti i miei vicini, si differiva per il triciclo di mia figlia Valentine davanti il viottolo di accesso, per la mia Alfa Romeo 75 di colore Rosso Alfa... Che usavo soltanto nei Week-end
Amavo quella casa così ordinaria, adoravo quella splendida auto Italiana, ma più di tutto amavo la mia famiglia che risiedeva dentro quelle mura!

Entrando notai che la lampada del portico era molto fioca.. Mi innervosì la cosa, quella era la terza lampada che si guastava in pochi giorni.
Attraversai il portico in stile coloniale, vidi quella mer

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Nel nome del padre (Seconda parte)

Feci roteare il pomello del rubinetto della doccia e lo richiusi. Strizzai i capelli nel lavandino e li lasciai ricadere sulle spalle nude.
Afferrai l'asciugamano e mi ci avvolsi dentro. Chiusi gli occhi e trassi un sospiro.
Non ero agitata, ma l'idea di tornare in commissariato dopo essere stata sospesa e di rivedere certi volti, mi metteva addosso stranezza e allo stesso tempo mi rendeva più combattiva di quando ero andata via.
Il vetro della mensola vibrò, e spalancai gli occhi. Allungai un braccio e abbassai il volume della radio.
Erano le sei del mattino, e a quell'ora c'era solo una persona che avrebbe potuto chiamarmi. Recuperai il cellulare, e il display confermò la mia ipotesi. Risposi.
"Allora, come ti senti?", mi domandò il mio partner.
"Sto rientrando in servizio, Lentini. Non uscendo da una clinica riabilitativa."
"Mi mancavano le tue gentilezze."
Risi sottovoce benché lui non potesse vedermi.
"Spero che tu sia super carica", riprese.
"Due volte."
"Allora ti sarei grato se ne tenessi una scorta anche per me."
Aggrottai la fronte e attesi.
"Oggi ti reintegrano dopo due mesi di astinenza, e per regalo ci spediscono al Valentino."
"Scherzi?"
"Magari", fece una breve pausa. "Hanno trovato due cadaveri, e da come me li hanno descritti è meglio se rimandi la colazione."
Quando arrivai sul posto, l'intera area era stata invasa da giornali, TV, curiosi e delimitata dai nastri gialli.
Per telefono, Lentini mi aveva solo accennato riguardo due cadaveri: uno dei quali ritrovato presso il Po, dalla parte vicino al Parco del Valentino.
Parcheggiai e m'incamminai a piedi. Indossai gli occhiali da sole, anche se di sole non ce n'era. Quello era il modo che avevo per celare il dolore che mi si creava negli occhi ogni volta che m'imbattevo nel mio lavoro.
Mancavo dalla scena da due mesi: non erano poi tanti, ma tornare tra quella gente e quell'odore di morte, mi ricordava che non c'era modo di abituarsi a quello che facevo e ved

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   6 commenti     di: Roberta P.


L'esercito delle 13 falene

Quelle vibrazioni sulla parte anteriore della mia testa stavano diventando insopportabili e si facevano sempre più forti. Quella sera ero arrivato al punto di credere che il cervello sarebbe potuto scoppiarmi da un momento all'altro e, pensandoci bene, credo che l'idea non mi dispiacesse.
La nonna al pian di sopra ronza come uno sciame di mosconi, producendo versi mai sentiti fuoriuscire da un umano... da un'anziana poi! Maledizione, tutto questo non fa altro che rendere ancor più insopportabile la mia emicrania. Non avevo mai provato un dolore così acuto, tagliente... mi dava quasi l'impressione che mi stessero squarciando da dentro con un coltello. Come se il mal di testa non fosse abbastanza anche la vista iniziò ad affievolirsi, ed un brusio simile al suono che produce il silenzio, si amalgamava per bene con l'anomalia dei versi della nonna. Il campo visivo diventava sempre più opaco, come se portassi davanti agli occhi un velo nero.
Il ronzio mi perforava i timpani: Impazzivo.
Infondo alla stanza notai una piccola chiazza nera, ormai mi veniva difficile distinguere cosa fosse davvero presente o solo dovuto alle allucinazioni di un cervello malandato.
Ma subito dopo...
Qualcosa mi sfiorò la spalla, avevo paura di controllare per evitare i mostri della mia mente, ma presi coraggio e quel che vidi mi fece cedere le gambe e quasi svenire: Era una falena.
Per quanto quell'insetto potesse esser minuto ed innocuo rabbrividii di terrore. Osservavo quelle chiazze nere con esagerata intensità, quasi come se mi avessero ipnotizzato. Non riuscivo più a distogliere lo sguardo. Avevo paura che un mio movimento avesse potuto scaturire chissà quale danno e, continuando ad osservare, quel piccolo essere mi fece paura come fosse lì, piazzato in segnale di minaccia. Le zampette iniziarono a salire sul mio corpo, e le ali emanavano leggere ventate di aria fresca sulla mia belle bollente. Rabbrividii nuovamente.
Alzai finalmente lo sguardo per distoglierlo da

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   2 commenti     di: Giulia



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