PoesieRacconti utilizza cookie, anche di terze parti, per personalizzare gli annunci. Per informazioni o negare il consenso clicca qui.     Chiudi

Racconti gialli

Pagine: 1234... ultimatutte

Doppio intrigo per Norman Parker

Misterioso decesso durante il concerto di apertura della stagione di musica lirica tenuto ieri al Royal Opera House. La famosa soprano francese Yvette Bourgueis aveva concluso brillantemente la prima parte della sua esibizione e si accingeva a ringraziare il pubblico per la moltitudine di omaggi floreali che continuavano a giungere sul palco accompagnati da calorosi applausi. La vedette aveva attirato, nel famoso teatro della zona di Covent Garden, un enorme numero di spettatori che aveva fatto registrare il tutto esaurito. L’intervento degli uomini della polizia è stato tempestivo ma non è riuscito a stabilire la causa di una morte tanto improvvisa quanto inaspettata.
Tutto farebbe pensare ad una paralisi cardiaca ma coloro che la conoscevano escludono l’ipotesi in quanto la donna era sanissima sotto questo aspetto; qualcuno, invece, ipotizza che potrebbe trattarsi di omicidio ma non è stata ritrovata alcuna traccia utile ad avvalorare tale tesi. Sul corpo della sventurata non è stata rinvenuta alcuna ferita ne altri segni che possano indurre a pensare ad un omicidio. Il cadavere, pertanto è stato affidato all’esame del Coroner da cui si attende un responso definitivo. Pertanto tutto sembra coperto dal massimo riserbo mentre il caso si avvolge in una coltre di mistero. Secondo voci non ufficiali, le indagini del caso sarebbero state affidate all’ispettore Norman Parker della sezione omicidi di Scotland Yard, noto per aver già risolto brillantemente altri complicati casi avvenuti nella nostra città .
Così si leggeva alle prime pagine del Times e del Daily News usciti la mattina di…
lunedì 21 febbraio 1937.

Era una mattina talmente grigia ed uggiosa che sembrava scoraggiare la gente dall’uscire dalle proprie case. La neve accumulatasi nei giorni precedenti si stava sciogliendo a causa di una pioggia frustante che, contro ogni possibile previsione, aveva preso il posto dei candidi fiocchi creando sul selciato una fanghiglia gelida ed in

[continua a leggere...]



La morte è il mio mestiere

La morte è il mio mestiere. Sono cresciuto tra queste quattro mura, e la mia mente anno dopo anno si è abituata al mio stile di vita. Ho esattamente trent'anni, compiuti da una settimana. I miei capelli sono neri, i miei occhi verdi, amo il mio cane e la mia casa, non ho una famiglia, non sono mai stato capace di stare con qualcuno. I miei genitori sono periti in un incendio parecchi anni fa, non ho fratelli né sorelle. Ho cominciato a fare il mio lavoro esattamente quindici anni or sono. Sono molto ricercato per il ruolo che ricopro, amo il mio soprannome e ciò che svolgo.
Ah, a proposito... il mio soprannome è Lo Stampatore, e di mestiere faccio il killer.
Quella notte mi era sembrata interminabile. Avevo contato le righe sul muro almeno una decina di volte prima che il telefono emettesse il suo squillo.
Fissai la cornetta nera e l'alzai l'istante dopo.
"Sì?"
"Ho un lavoro per lei", mi disse la voce tremante.
"L'ascolto."
"C'è una casa, vicino al bosco. È isolata. Ci vive una coppia di vecchi."
"Vecchi quanto?"
"Sull'ottantina."
Attesi.
"Li deve uccidere", mi disse.
Annuii lievemente.
"Perché?"
La voce esitò.
"Non posso dirglielo."
Sorrisi, e i miei denti bianchi risaltarono tra le labbra carnose, quasi porpora.
"È la prassi."
Ma dall'altra parte non vi fu rimando.
"Se mi ha chiamato saprà anche come lavoro. Devo lasciare lo stampo. Devono pagare per i loro peccati."
Il mio interlocutore esitò. In quell'istante capii che stava ansimando, indeciso se andare avanti o fermarsi in tempo.
"Lui abusava di me; la moglie lo sapeva e non ha mai detto niente."
Esitai nel rispondere.
"Va bene."
Il ragazzo all'altro capo del telefono non disse nulla; e percepii in quel silenzio, la paura.
"Se non è convinto possiamo lasciar perdere."
"No!" aveva esclamato con ferma decisione.
Fu allora che sembrava stessi dialogando con un amico di vecchia data, passando direttamente al tu.
"Non dovrest

[continua a leggere...]

   14 commenti     di: Roberta P.


I bambini smisero 2 (the end by FAT)

Ogni volta, lo stesso pensiero, ogni volta che chiudeva gli occhi, il piccolo Gianni rivedeva l’immagine di quei due corpi senza vita, sulla spiaggia.
Erano trascorsi alcuni giorni e, cosa strana, suor Riccarda si comportava in modo diverso dal solito, il suo essere era più dolce, quasi a voler proteggere quegli orfanelli che, malgrado avessero disobbedito, erano adesso, spaventati e indifesi.

L’aria di mistero che avvolgeva l’orfanotrofio fu scossa quando, una mattina, la dottoressa Susy, dopo aver ricevuto una telefonata anonima, da una persona che, fissandole un appuntamento le aveva promesso di svelare il nome dell’assassino, mentre si recava alla tenenza, per raggiungere il Maresciallo Bove, fu uccisa con due colpi di pistola, esplosi da un’auto nera in corsa.
Ancora una vittima, e nessuna risposta, quale misterioso assassino si nascondeva dietro tutto questo?
Suor Riccarda cercava di calmare il piccolo Gianni, che ormai non parlava neanche più, e nessuno, neanche i suoi piccoli amici, riuscivano a distrarlo, coinvolgendolo con giochi fatti in comune.
Lo scalpore per l’omicidio di un magistrato, aveva fatto accelerare le indagini e venne fuori che le due prime vittime (entrambe giustiziate come dai risultati antropici) erano coniugi, ed erano probabilmente, giunti alla Colonia dell’Orfanotrofio, per vedere o forse per riprendersi un loro figlio, affidato, alla nascita, alle pubbliche istituzioni.
Ma quale dei piccoli era cercato?
Nella memoria di Elio, c’era il ricordo della visita e dell’incontro assai animato fra suor Riccarda e le due persone della spiaggia, e Sabrina, inoltre, ricordò, parlandone con il maresciallo che aveva più volte intravisto suor Riccarda piangere, e una sera, l’aveva sentita urlare disperata, nella sua camera, ”No, Gianni no, non è possibile…. no!” dopodichè la piccola, impaurita era corsa a letto cercando di dimenticare.
Una mattina, il maresciallo Bove si presentò all’Orfan

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: luigi deluca


Scacco al Re

Domenico Paparozzi mise giù la cornetta e imprecò. Col pugno colpì il legno duro del tavolino del soggiorno, quindi prese l'impermeabile e la pistola. Aprì la porta e uscì nel pianerottolo, avvolto in una bolla melmosa di penombra. Si chiuse la porta alle spalle e socchiuse gli occhi qualche istante, per riordinare le idee. D'istinto allungò una mano verso il legno scuro della porta di casa e con i polpastrelli carezzò i piccoli intagli verticali che ricoprivano la superficie levigata.
- Vaffanculo - sibilò, poi scese le scale di corsa.
Quella sera aveva trovato posto proprio davanti al portone del palazzo e aveva evitato di scendere fino ai parcheggi sottostanti la palazzina. Quei cunicoli scuri, bagnati da riflessi di luce al neon, lo mettevano a disagio. I passi echeggiavano sinistri lungo le macchine, scivolando sulle pareti grigie, e dietro ogni colonna sembrava annidarsi un'ombra pronta a saltargli addosso.
Non erano paure da detective, se lo ripeteva spesso, ma quando poteva parcheggiava la macchina in strada, dove il buio della notte sembrava meno minaccioso.
L'appuntato Ramoni lo attendeva in strada, vicino alla volante. I lampeggianti azzurri guizzavano su tutti gli oggetti circostanti e il volto del sottufficiale era macchiato da strani riflessi cerulei. Aveva poco più di trent'anni, un fisico asciutto e un'espressione sempre cordiale.
Paparozzi lo salutò con un cenno della testa e si fermò a un passo.
- Primo piano - disse l'appuntato senza specificare altro. Le informazioni essenziali le aveva già fornite per telefono meno di mezzora prima.
Il detective si strinse un po' di più nell'impermeabile per proteggersi dal gelo della notte, quindi entrò nell'edificio e si avviò per le scale. Un passo alla volta, senza fretta. La rampa era in penombra. Le ombre danzavano dietro ogni angolo.
Non devo avere paura, si disse. Non riuscì a essere convincete.

Cavallo in D5
Mangio Regina Nera
Fai la tua mossa!

Il detective Domenico Papar

[continua a leggere...]

   3 commenti     di: Andrea Franco


I misteri di Ravenswood: la ragazza scomparsa (Parte Prima)

Le due di notte erano passate da un pezzo nella fredda cittadina di Ravenswood, Pennsylvania settentrionale. Pochi lampioni illuminavano la strada desolata immersa in una fitta nebbia. Soltanto un'insegna al neon, rossa e blu, resisteva al gelo e all'ora tarda: "Brody Coffe Shop" diceva.
"Il Brody", come veniva chiamato dai frequentatori, era un locale in legno piccolo e sporco: a destra, su di un piano rialzato una decina di loschi individui schiamazzavano attorno ad un tavolo da biliardo accompagnati da rum e sigari, il resto del locale era occupato da piccoli tavoli dove alcuni gentiluomini si divertivano con la prostituta di turno. La fioca luce delle lampade illuminava a malapena la bettola, lasciando ampi spazi nella penombra mentre una fitta nube di fumo copriva e confondeva i volti dei frequentatori.
Forse era proprio questa sua caratteristica di poter passare inosservati che rendeva il Brody perfetto per criminali di tutte le specie: spacciatori, truffatori, prostitute, semplici teppistelli e rinomati mercenari passavano di qua, contrattavano, scambiavano droga, armi, denaro, mettevano a punto piani, rapimenti, truffe, rapine, assoldavano uomini, facevano e disfacevano bande o bevevano un drink.
Solo un uomo era seduto di fronte al bancone, chino sul suo bicchiere di Black Russian.
Fissava pensieroso il fondo del bicchiere, scuotendolo e agitando i cubetti di ghiaccio, bevendo di tanto in tanto un sorso.
Il chiasso della bettola non disturbava affatto i suoi pensieri: le urla dei gentiluomini ai tavoli, la risata civettuola della prostituta, i canti stonati degli ubriachi al biliardo, il cigolio della porta d'ingresso lo rilassavano.
"Un Martini, grazie" una voce femminile alla sua destra ridestò l'uomo.
Si voltò lentamente e vide una donna, venticinque anni circa, una treccia di capelli biondi le scendeva fino ai fianchi mentre una frangia troppo lunga le copriva la piccola fronte. Labbra sottili e un naso all'insù le conferivano un'aria altezzos

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: lorenzo


Post-it

Non sembrava vero. Il corpo freddo di quella donna galleggiava in un mare di sangue come uno di quei canotti gonfiabili che i bambini usano per giocare a riva. Gli occhi spalancati erano l'immagine del terrore, la testa leggermente rivolta verso sinistra, come se stesse dormendo. Non serviva la scientifica per capire che era stata uccisa con un coltello, colpita più e più volte con una ferocia fuori dal comune, in un crescendo di rabbia e morte, follia e istinto omicida. La casa sembrava in ordine, a parte qualche sedia spostata e un vaso rotto, probabilmente nella guerra tra la vittima ed il suo aggressore. Non c'erano segni di scasso. Suo marito era lì, tornato di corsa dal lavoro, a guardare il corpo di sua moglie come non l'aveva mai visto. Nessuna lacrima, nessuna parola. Bloccato, in piedi davanti alla donna della sua vita, distesa in un fiume rosso, addormentata per sempre in un incubo. C'era un particolare che colpiva gli inquirenti e tutti quelli che si imbattevano nel corpo della trentanovenne uccisa: i vestiti erano intatti, tutto lasciava intendere che non ci fosse stata alcuna violenza sessuale, ma la donna aveva il braccio sinistro nudo, la manica della maglia di seta rosa era stata strappata e portata via, e sul braccio un biglietto colorato, un post-it. C'era scritto MAMMA, a caratteri grandi e con inchiostro blu. La donna aveva un solo figlio, aveva otto anni. La scena del crimine escludeva che un ragazzino potesse aver combinato tutto quel macello. Il marito, interrogato dagli inquirenti e entrato di diritto in cima alla lista degli indagati, non riusciva a darsi pace: sua moglie era una donna buona, amata e apprezzata dal vicinato, con molti amici e nessun nemico. Quel corpo, quel biglietto, quella scritta sul braccio spogliato della manica, non c'era una spiegazione logica a quel macabro disegno. Sembrava un incubo, un delitto così efferato e strano. In una casa normale, senza nessun segno di effrazione e senza indizi che conducessero ad una

[continua a leggere...]



Pulp-eggiando il Giallo, cap. 2

La casa di Rizzo era situata in periferia, su una colli-pianura.
Aveva le finestre sbarrate in perfetto stile Regina Coeli. Una dimora tutt'altro che umile: aveva 5 piani (Ma usava solo il primo) e 18 bagni. Cosa ci facesse con tutti quei cessi rimase un mistero.

C'è chi dice che fosse dominato da una forma satanica di diarrea, e che era stato il Diavolo in persona a penetrare un bel giorno nel suo culo. Il cornuto aveva punito Rizzo per qualche oscura ragione. Forse Rizzo era stato mandato sulla terra da Dio in persona, al fine d'inventare il maggior numero di stronzate possibili. Aveva inventato di tutto: gomme per scrivere, penne per cancellare, razzi caricati a maionese, profilattici per elefanti, cerniere per i marsupi dei canguri, mutande anti cancro, di tutto.

Inoltre la casa constava di ben 25 stanze(bagni esclusi). In una abitava il fantasma di Pallacacca, il suo vecchio porcellino d'india.

Alan era riuscito ad acchiapparlo una volta. Ma Pallacacca era fuggito con una volata impressionante e ora terrorizzava Sandy, il persiano di Rizzo. Era guerra civile tra l'animale defunto e quello vivo: si odiavano a morte. Ma alla fine Pallacacca si nascondeva nel nulla.

Le restanti 24 erano completamente vuote. Era un'abitazione spettacolare, dominata da un giardino immenso all'interno del quale Rizzo aveva installato un orto servendosi dei suoi tecno-semi: crescevano patapomodori, rapa cavoli e brocco carote.

Aveva una moglie ma per liberarsi di lei aveva inventato una macchina del tempo, ed ora la poveretta era in balia dei brontosauri.

Nel vicinato girava la voce che se la facesse con Sandy.
Era un personaggio molto estroverso il vecchio bastardo.
Alan l'aveva conosciuto per caso. Molte volte, per gli strani casi di cui s'occupava aveva bisogno di oggetti introvabili.

E Rizzo era la soluzione.
Alan e Greg bussarono alla porta:
-Buongiorno!
-Salve Rizzo, come va vecchio maniaco pervertito?!
-Ah, tutto normale. Stavo per giocare co

[continua a leggere...]




Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

Racconti gialliQuesta sezione contiene storie e racconti gialli, racconti polizieschi, di indagini e di crimini