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Racconti gialli

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Guardami

Morirai, certo morirai.
Ma più tardi non ora.
Ti senti in trappola, non è vero? È inutile che ti scuoti, che cerchi di divincolarti, che provi a fuggire. Le catene che ti chiudono le membra, quelle gambe sottili, quel vitino da ape, le ho fatte io, non cederanno mai. Mai.
E dimmi piccola mia. Hai paura?
Hai paura? Cosa provi mentre mi avvicino con queste lunghe braccia che finiscono in lame affilatissime lame.
Soffrirai, non temere, soffrirai.
Avrò già digerito i tuoi stinchi e tu sarai ancora li a guardarmi negli occhi, in questi miei meravigliosi, inquietanti occhi neri, bocche d’inferno, specchi di morte.
Raccontami la tua paura. Voglio sentirla, mi eccita, bavo, la bocca mi si riempie di schiuma, una piacevole risacca fra i denti che si stringono feroci tra loro, mentre aspetto di azzannare quelle tue gambe sottili.
Sottili e vellutate, squisite.
Guarda, mi salgono le lacrime agli occhi, dio come ti voglio.
Guardami.
Guardami.
Guardami.

E il ragno cominciò a mangiare la mosca impigliata nella sua tela.

   7 commenti     di: Umberto Briacco


Ne uccide più la penna

Qual'è l'arma più letale, più feroce, più tagliente su cui un assassino professionista potrebbe mai fare affidamento? C' era un detto giù a Borrow Town, "ne uccide più la penna della spada" diceva, e a ben vedersi, perchè più dei tormenti inflitti dalle lame, più delle ferite di cui è capace il ferro, si addentra ben più in profondità una stoccata di uncino bagnato di inchiostro, se le sue strofe, se le sue rime, sanno infilarsi nelle fessure lasciate scoperte dalle debolezze dell'animo umano.
Una penna può ferire in tanti modi, e talvolta lasciarci pure il morto, come nel caso dell'avvocato Withestone, che diede la vita come pegno della sua corrotta condotta, una volta che questa fu dimostrata per mano della china.
Ma in quanti modi una penna possa nuocere è enigma arduo da risolvere, come tanti sono i modi in cui essa può risanare gli animi afflitti.
Vi è però una storia, la storia di un tale proveniente dai quartieri popolari, un certo Jeremy Luciani che sapeva bene quanto la penna ne potesse uccidere più della spada, lo sapeva bene tanto che in tutta la città, da Notthing Hill a Southwark era conosciuto come "il notaio che uccideva con la penna". La spada è troppo ingombrante - diceva - e oltre che ormai fuori moda rischia di attirare l'attenzione dei gendarmi, mentre la penna la puoi infilare in un taschino mentre passeggi innocuamente tra le folle di Westminster Bridge. Ed era proprio così che a notte fonda, mentre eri immerso nel sonno, Jeremy entrava in casa tua grazie all'arte dello scassinamento appresa nei bassifondi dell'East London, quindi si avvicinava al tuo letto e con un gesto risoluto ti ficcava la sua Montblanc dal pennino fine nella parte superiore dell'addome, lì, dove la carne si fa più tenera, in modo tale da consentirti pochi secondi di lucidità per poter ringraziare il Signore prima di poter considerare saldato ogni conto lasciato sospeso con la gang dello Zoppo. È per questo che tutti in città lo chiamavano "il

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   2 commenti     di: Florian


Tempo scaduto

TEMPO SCADUTO

- Due minuti ancora e poi entro.
Guardo l'orologio. Mi sto innervosendo. Savino, seduto di fianco a me al posto di guida cazzeggia con lo smart.
- Calmati Paola. Quello è un povero stronzo cacasotto. Vedrai che stavolta paga.
Milano, periferia ovest, da qualche parte.
Siamo parcheggiati da almeno dieci minuti davanti all'ingresso di edifico basso. Mattoni a vista. Nessuna finestra sulla facciata principale. Solo una pesante porta di vetro antisfondamento.
L'edificio basso è in realtà la sede della Vanzetti & figli, piccola azienda in forte espansione nel settore della componentistica per motori idraulici. Espansione verso i nuovi mercati dell'Est. Europa e Asia.
Un buon fatturato quindi. E fatturato vuol dire soldi.
- Continua a trovare scuse. Ma stavolta mi sono davvero stancata - guardo di nuovo l'orologio - cazzo doveva chiamare cinque minuti fa! Iniziamo a dare nell'occhio. Siamo fermi qui davanti da troppo tempo
Savino sbuffa - Sei tu che vuoi venire sempre con la macchina di servizio. Era meglio se almeno avessimo usato un'auto civetta.
- Si certo, e glielo spiegavi tu a Donati a cosa ci serviva un'auto civetta genio?
- Il commissario in questo periodo è troppo impegnato a scoparsi il nuovo acquisto per fare caso a queste cose.
Lo guardo con una smorfia - Ma chi, Salvatore? Ma che cazzo dici Savino
Quello ride - Non dirmi che non lo sai che il nostro caro commissario Donati è frocio, Paola. Anche se è sposato... ma è frocio dentro
Piove. Cielo color dell'alluminio fuori. Le gocce si infrangono sul parabrezza dell'Alfa 159 trasformandosi in rigagnoli
Piove ininterrottamente da una settimana ormai. Odio l'autunno.
Almeno non c'è nessuno per strada. Poi questa è una strada a fondo chiuso. Nessuno che non sia diretto all'azienda passa di qui. Meglio così.
- Tempo scaduto.
Mi aggiusto il berretto sulla fronte ed esco. Savino non smette di giocare con il suo cazzo di telefono.
Citofono con videocamera di fianco al po

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   0 commenti     di: wenona


Il ritorno della pazzia

Avevo cambiato casa da sei mesi circa, ed ero felice della scelta che avevo intrapreso. Avevo trovato un piccolo impiego come commessa presso una libreria.
La mia empatia c'era, non era cessata, ma d'altronde non ci speravo più di tanto. Sapevo che avrei dovuto imparare a conviverci e a dominarla.
Era il martedì di una mattina presto. Aprii gli occhi e allungai la mano per staccare la musica della sveglia. Dico musica perché ero stufa del solito bip e così avevo optato per una fra le tante canzoni che mi piacevano: "Solsbury hill" di Peter Gabriel.
Il display segnava le sei. Mi alzai, anche se controvoglia, e mi trascinai in bagno per una doccia.
Dopo andai in cucina e misi sul gas il pentolino col latte e la caffettiera col caffè. Tirai fuori dall'armadietto un pacco di biscotti, la tazza e recuperai un cucchiaino dal cassetto.
Accesi la TV e andai a prendere la posta sul mobiletto dell'ingresso mentre attendevo che il caffè uscisse. Poi tornai in cucina.
<<Ieri sera sono avvenuti nuovi scontri tra bande simpatizzanti di destra e di sinistra. Gli inquirenti hanno fatto sapere che ci sono stati feriti...>>
Mostrai la mia perplessità e commentai: "Finché ci saranno partiti razzisti al governo, cosa ci si può aspettare dalla cittadinanza?"
<<... ed ora passiamo ad una notizia di cronaca: è stato ritrovato nei pressi della zona di San Salvario, un corpo completamente bruciato...>>
Lentamente alzai la testa dalle bollette e la fissai sullo schermo. Mi avvicinai e alzai il volume.
<<... l'identità è ancora un'incognita, ma la Scientifica è già sul posto.>>
Sapevo che mi stava cercando. Diodeo mi stava cercando da sei mesi: da quando avevo fato fallire il suo diabolico piano.
Non sapevo quando si sarebbe fatto vivo, fino ad allora. Quel cadavere portava sicuramente la sua firma.
Ragionai, anche se non sapevo bene su cosa. Non sarebbe stato necessario andarlo a trovare: lui avrebbe mantenuto la sua promessa, mi avrebbe cercata e

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   15 commenti     di: Roberta P.


La promessa

Mara entrò in casa tremante e a piccoli passi si diresse verso la cucina.
Fabiana e Asia asciugavano i piatti e intanto scherzavano ridendo. Mara rimase sulla porta.
Quando le due la videro si precipitarono su di lei.
Teneva le mani insanguinate strette fra loro come a proteggersi il cuore, macchiando l'impermeabile bianco che indossava.
"Dio mio, che ti è successo?"
Fabiana l'abbracciò e la sentì tremare, quindi la fece accomodare sul divano in salotto. Sul tavolino le due sorelle notarono un coltello insanguinato.
Dopo qualche minuto durante i quali cercarono di farla calmare, si fecero raccontare cosa le fosse accaduto.
"Aveva alzato la voce, e mi aveva picchiata di nuovo."
"Di nuovo?" domandò Fabiana.
Asia la fissò.
"Lasciala finire."
Mara riprese: "Ho preso la prima cosa che ho trovato e l'ho colpito."
Dopo una mezz'ora di racconto, Asia cercò di tranquillizzarla.
"Ascoltami, è stato un incidente, non volevi farlo."
"Tu lo sapevi?", domandò Fabiana con un pizzico di ribrezzo nella voce.
"Non è il momento", disse la sorella maggiore scandendo bene le parole.
Allora Fabiana si alzò, inclinò il viso e domandò: "E quando sarebbe il momento?"
"Non ora. Non vedi che è sconvolta?"
"Certo che lo è! La picchiava, tu lo sapevi e non hai fatto niente!"
"Basta!", esordì a voce alta Mara.
Le due sorelle la fissarono farsi piccola sul divano.
Sembrava stesse per scoppiare dalla collera, invece disse solo: "Dobbiamo andare alla polizia, e raccontare cos'è successo."
Asia non disse niente. Fabiana si sedette sul divano vicino alla sorella minore.
Le raccolse i capelli su una spalla, e disse: "Ora ascoltami: è di estrema importanza che quello che ci hai raccontato stasera non esca mai da questa casa."
Mara la fissò, gli occhi arrossati dal pianto.
"Non è possibile..."
"Lo so come ti senti, credimi, ma io non permetterò a nessuno di farti del male. Non doveva neanche azzardarsi a fare quello che ti ha fatto."
Mara p

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   9 commenti     di: Roberta P.


Quel Maledetto Aprile dell'89

Quello che non capisco io, è perché senti il bisogno di venire in questo posto continuamente?
Amico mio, risposi.. Perché qua l'umanità da il meglio di se.. Guarda! Tutta la rabbia, tutta la sfiducia, tutta la tristezza.. Dimenticate.. per un solo magico momento; Quando scendono dall'aereo..

Cominciò tutto così quel giorno di Aprile del 1989..
Stavo lì, seduto a guardare l'umanità dal migliore dei suoi lati e arriva Robert ad interrompere questo mio momento di relax!
Robert è un uomo di mezza età, dai capelli riccioluti e brizzolati, fisico imponente e sguardo da agente federale e vestiti confezionati su misura di Ermenegildo Zegna.

Sedutosi accanto a me, su quelle comode poltrone V. I. P del JFK di New-Jork, Robert estrasse dal suo completo da 2000 dollari una busta gialla, di quelle che si usano per trasportare file segreti o denaro riciclato.
porgendomi la busta, Robert mi disse:
Alex, sicuro di poter supportare questo incarico?
Il mio sguardo si illuminò, girandomi di scatto gli risposi:
Amico mio sottovaluti sempre le mie potenzialità!

Robert lasciò quella busta sulla poltrona e andò via senza nemmeno salutare, sembrava inseguito da un fantasma!
Aprendo il pacco scoprì una striscia di negativi fotografici, ero curioso di scoprire cosa contenessero!

Io nel lontano 89' abitavo a Elmet Privet street, una strada residenziale nel cuore di Oakland - New Jersey.
La mia casa era uguale a quella di tutti i miei vicini, si differiva per il triciclo di mia figlia Valentine davanti il viottolo di accesso, per la mia Alfa Romeo 75 di colore Rosso Alfa... Che usavo soltanto nei Week-end
Amavo quella casa così ordinaria, adoravo quella splendida auto Italiana, ma più di tutto amavo la mia famiglia che risiedeva dentro quelle mura!

Entrando notai che la lampada del portico era molto fioca.. Mi innervosì la cosa, quella era la terza lampada che si guastava in pochi giorni.
Attraversai il portico in stile coloniale, vidi quella mer

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Il cuore della bestia

Era come se mi trasformassi ogni volta che vedevo quelle cose.
Sapevo cosa fosse ad ispirarmi tanta ira e violenza: l'ingiustizia. Tutte le volte che vedevo un'ingiustizia, colpivo. E se colpivo, era per colpire a morte.
Quella notte avevo le mani sporche del sangue di un uomo che aveva da poco violentato una ragazzina di dodici anni e sua sorella minore.
Mi fissai le nocche doloranti ed impregnate di sangue, e intanto pensavo a tutta la rabbia che avevo dentro. E mentre lo colpivo immaginavo le botte, i vestiti strapparsi dal corpo della ragazza che aveva violentato. Le grida, le implorazioni. Potevo sentire l'angoscia, i pianti della bimba, la paura: tutto quanto.
Mi aveva implorato di lasciarlo andare, ma in quei momenti non sapevo neanche cosa significasse la pietà. In quei momenti riuscivo a vedere solo il male fatto e quello che avrei dovuto fare io per punire.
La mattina dopo mi risvegliai a casa mia, stravaccata tra le lenzuola bianche del mio letto.
Tastai la sveglia con una mano e la staccai; mi trascinai in bagno e mi feci una doccia.
Una volta fuori fissai il lavandino. Rammentai della notte scorsa, e del tempo che avevo impiegato a ripulire le mie mani dal sangue di quell'uomo. Mi sfiorai le nocche livide.
Poi fissai il mio viso allo specchio. Sorrisi incerta, e ricordai.

"So quello che faccio!", dissi.
"No, non lo sai."
"Hai forse dimenticato quello che ha fatto a mamma e a papà?"
Flavio mi fissò. Socchiuse gli occhi come per concentrarsi meglio su ciò che voleva dirmi.
"Così non li riporterai indietro. Questo lo sai, vero?"
"Lo so, sì."
"E allora perché farlo? In questo modo diventerai un'assassina come lui."
"Mi dispiace, ma non credo più a queste storie. L'essere buoni con il prossimo non ci ha mai portato da nessuna parte."
"Ci ha resi ricchi dentro", continuò ponendomi una mano sul cuore. "Ti ha resa buona, Livia. Tu sei una brava persona. Ti prego, non peggioriamo le cose."
Lo fissai.
"

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   23 commenti     di: Roberta P.



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