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Racconti gialli

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Una storia d'amore in giallo

Un giorno di novembre al tramonto, si salutarono con un bacio sulla bocca.. La loro storia durava da un anno ed era stata vissuta attimo per attimo senza nessuna inibizione prendendo giorno per giorno quello che la vita dava loro, Sapevano entrambi che la loro storia non poteva durare : lui era sposato, lei era la donna di un boss.
Entrambi avevano vissuto una vita normale fino a quando non si erano incontrati per caso, è fu colpo di fulmine! La seconda volta che si rividero fecero l'amore e per entrambi fu la certezza di essere fatti l'una per l'altro. Si vedevano di nascosto e rubavano alla vita le ore che potevano ed erano felici immensamente.
Ma il destino era in agguato e più che il destino era il sesto senso della moglie di Walter che cominciò ad avere qualche sospetto. E da li cominciò tutto.
Walter aveva sposato Giulia cinque anni prima ma in pratica si conoscevano da quando erano liceali e si frequentavano con assiduità. Si laurearono insieme e poi come aveva deciso il destino si sposarono.
Giulia era molto innamorata di Walter che provava molto affetto per lei, e la decisione di sposarsi l'aveva. presa per accontentare la sua famiglia e la famiglia di lei che erano legate da molti anni di amicizia.
Erano due famiglie con grandi patrimoni ed avevano fatto molti progetti su di loro, anche perché entrambi erano figli unici; ecco perché al momento del matrimonio erano stati messi a capo delle loro Aziende.
Erano ormai diventate due persone molto importanti nella loro sfera sociale : i loro amici si potevano trovare nell'alta finanza, fra banchieri, ambasciatori e così via. Quasi ogni giorno erano invitati a qualche festa ed erano guardati da tutti con benevolenza e se vogliamo anche con un pizzico di invidia.
Quando conobbe Laura e si guardarono negli occhi capì che la sua vita era vuota e Laura era la persona che l'avrebbe riempita. Il giorno dopo si rividero di nascosto e fecero l'amore e Walter capì cosa gli mancava: la passione!
L

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Giallo d'Autore(prologo)

Oltre allo scrivere alcune cosucce, affidate alla generosità dei rari
lettori, amo gironzolare in cerca di pace.
All'Agenzia va tutto bene per merito di Mina, ed io, ogni tanto,
mi ritrovo al bar di Augusto in cerca di clienti.
Poi va detto che, cascasseil mondo, il caffè, servito dalla Mulatta,
giustifica l'interesse degli avventori. Già, La Mulatta! Che splendido
chicco di caffè! Proprio quella mattina, avvicinandomi,
e proprio in quel bar, vidi brutti ceffi in circolazione, per cui,
cambiai strada o perlomeno avrei voluto farlo, ed invece...?
Invece, mi ritrovai su una sedia, trascinatovi da un energumeno.
Di fronte a me, un vecchietto che, poi,
seppi chiamarsi Don Bernardino. Vestito fumo di Londra, occhi di ghiaccio e cappello calato sulla testa. "Dottore, scusate i nostri bruschi sistemi, ma dovevo parlarvi."" Bah, visto che la frittata è fatta, ditemi."Vi risparmio la sua lunga lagna sulla veneranda età e sul cancro che lo stava divorando di brutto. Amplio comunque le vostre conoscenze ed il vostro sapere, riferendo il nocciolo del suo dire."Sono stato informato che avete aperto un'agenzia di informazioni ed è forse la volta buona per scoprire il perché della morte di mio figlio che, venticinque anni fa, è stato ucciso con un solo colpo di pistola."Ditemi almeno il nome di vostro figlio e cercheremo di fare il possibile."" Saverio Baratieri e adesso a voi, non mi è sfuggito il vostro soprassalto e vi ripeto che non voglio sapere chi è stato, ma perché"? Per il soprassalto, Don Bernardino aveva ragione perché, pur non sapendo che fosse morto, avevo conosciuto suo figlio, venticinque anni prima."Saverio è stato a scuola con me al quarto anno delle superiori e mi sembra che avesse alcuni anni in più rispetto alla media della scolaresca.""Esatto, lo avevamo scritto a quella scuola per i nostri buoni motivi.""Posso sapere quali erano questi buoni motivi"?"No, scoprite perché è stato ammazzato." Don Bernardino era stato chiarissimo. La

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   2 commenti     di: oissela


CAPPUCCETTO ROSSO

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Un Particolare Degno di Nota

La vicenda si svolse molto velocemente.

Era la sera del 19 luglio. Tommaso aveva parcheggiato a pochi metri dalla ringhiera sul belvedere. Un panorama stupendo, il crepuscolo e la città ormai illuminata sotto di lui. Stava ammazzando il tempo, in vista dell'appuntamento che aveva un'ora dopo, alle dieci, in un locale del centro. Fermo dentro la macchina, sorseggiava una birra. Un cd dei Pink Floyd con le sue melodie maestose echeggiava nell'abitacolo; "Animals" - stava pensando - pur essendo poco considerato tra gli estimatori del gruppo, lo aveva sempre emozionato per quel senso di epica maliconia che emanava. D'estate era scelta obbligata.

Osservava dallo specchietto retrovisore i movimenti che avvenivano nella piazza. In realtà non c'era nessuno a quell'ora, era troppo presto per le passeggiate del dopocena e troppo tardi per gli aperitivi. Abbassò un attimo lo sguardo verso l'autoradio per mandare avanti di due canzoni, poi riprese le sue osservazioni. Finalmente un'anima viva, anzi, tre.

Erano due uomini, di spalle, e una ragazza, in mezzo. Parlavano in modo tranquillo. Dopo i fatti che accaddero quella sera i due furono fermati quasi subito, e Tommaso si ritrovò in un commissariato di polizia come testimone oculare di un omicidio.

Il verbale firmato da Tommaso e controfirmato parola per parola durante il processo riporta oggettivamente tutti gli eventi.

"Io Tommaso G., nato..., ero fermo in macchina quando vidi due uomini e una donna. Erano tutti e tre di spalle e camminavano tranquillamente discutendo in modo che a me sembrava sereno"

"Sa descrivere le tre persone?"

"Gli uomini erano di spalle, altezza media entrambi, vestivano di scuro, questo è quello che ricordo. La donna invece un vestito chiaro, capelli lunghi lisci"

"Cosa vide poi?"

"Parlavano, dicevo. D'un tratto, senza nessun indizio premonitore, l'uomo sulla destra sollevò la donna e la gettò giù dalla ringhiera. Sentii un urlo e poi un botto. In principio ebbi

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   3 commenti     di: paolo molteni


La matematica mafiosa

Il dottor, Ernesto Braghin, un quarantino alto e biondo, nato a Vicenza, se ne stava seduto nella sua poltrona, dintra l'ufficio al 4° piano della Procura della Repubblica, di Carratini, uno di quei tanti paisi siciliani, cà si affaciano sul mare azzurro e verdi come gli occhi suoi, da una muntagna a dirupo. Il paisi che non offriva molto, aviva però conservato quel fascino tutto suo, dell'entroterra della sicilia, che era del tutto diverso dai paisi e delle città che erano sul mare. - Il sostituto procuratore Braghin, era piecato in due supra un fascicolo: "Atti relativi all'omicidio del Prof. Rosario Barreca, di anni 55, avvenuto qualche settimana prima, in una afosa e sciroccata giornata di agosto, nella piazza principale di Carratini. Il professore Barreca, era stato sorpreso da due killer, mentre era seduto al tavolo del bar Roma che beveva un caffè".
Il dottor Braghin, aviva ben poco da studiari il fascicolo, dintra c'erano soltanto: uno scarno rapporto dei carrabbinera, indovi c'era scritto anche le poche indicazioni di testimoni prisenti all'omicidio, cà parivano divintati sordi, muti e distratti, come spesso accade in sicilia quannu avvengono fatti del genere; e allegate vi erano anchi delle littiri anonime, cosa che il dottor Braghin, sotituto procuratore, per sua indolenza non sopportava, e detestava sommamente. - Il delitto, come si diceva nel gergo, era di "quelli "pisanti", in quanto il professor Barreca, era un dei figli pridiletti di Don Tano Barreca, un vecchio boss mafioso e mammasantissima del paisi, che durante la sua vita, aviva fatto e disfatto a suo piacimento: racket, omicidi, droga, pizzo, ecc.. Anche il modo dell'ammazzatina, non lasciava dubbi: trattavasi di un omicidio mafioso in piena rigola, e apparentemente senza nessun movente.
Certo, che una cosa era vera: il professor Rosario Barreca, non faciva nulla per non farsi notare in paisi, questo almeno fino alla morte del fratello primogenito, avvenuto un frisco mat

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   7 commenti     di: Antonino Mirone


Vendetta

Il giudice chiese ed ottenne silenzio, si apprestava a leggere la sentenza.
Non appena ebbe finito, prima timidamente, poi con entusiasmo, la platea si associò al suo giudizio con un applauso.
Un altro processo era finito, ci sarebbe stato l'appello, ma intanto quei delinquenti sarebbero andati in galera, una piccola soddisfazione per tutti quelli che erano stati vessati, minacciati, intimiditi, e in qualche caso rovinati da attentati alle proprie attività. Una contentezza moderata dal timore che tra qualche giorno avrebbero conosciuto qualcuno che subentrava ai primi, con la consapevolezza che quelli dopo sono sempre più cattivi. Ma per qualche giorno c'era sempre la speranza che non sarebbe successo.
Il giudice Rosi era obbligato a vivere con una scorta, suo malgrado, ma questa era la condanna per il suo impegno contro tutte le forme di delinquenza. Aveva come una seconda famiglia, formata da quei ragazzi che lo seguivano ovunque.
C'erano momenti e posti più pericolosi di altri, dove l'attenzione doveva essere estremamente rigorosa, ed altri, come in Tribunale, dove al contrario regnava, per una malintesa abitudine, una certa rilassatezza.
In ogni caso quella mattina in quel Palazzo di Giustizia era stato segnato un punto a favore della legalità. Non c'erano altri processi, per cui si stava svuotando, e anche fuori, tutti i pulmini delle televisioni stavano smobilitando.
Non c'era quasi più nessuno quando anche il giudice Rosi uscì, passò davanti alla scorta, li salutò facendo segno che sarebbe andato a prendere i giornali all'edicola di fronte. Ritirò la borsa piena di quotidiani che gli era stata preparata e tornò indietro. Non li avrebbe mai letti. Era esattamente al centro della strada quando un'auto lanciata a folle velocità lo falciò lanciandolo in aria, per poi precipitare a terra, macchiando all'istante l'asfalto col suo sangue. Fu una sequenza velocissima, e stranamente silenziosa. Quando fu realizzato l'accaduto la macchina era sparita

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   0 commenti     di: ivano51


Il topo - parte prima: l'enigma

"Allora" disse il detective Brown: " Proviamo a riepilogare tutto il caso: Karl Erintong, 33 anni, progettista di macchine per la pulizia domestica, è stato ucciso nel suo microscopico appartamento; nessuno a parte la vittima e l'assassino sono entrati, eppure, quando i poliziotti sono arrivati non hanno trovato nessuna impronta digitale o altri indizi utili; solo il suo corpo inerme rivolto a pancia in su con una ferita mortale alla testa" i suoi occhi marroni erano stanchi, ma si capiva che era frustrato, come un animale che corre dentro un labirinto senza riuscire a trovare l'uscita: " E non ci sono nenche testimoni" puntualizzo il suo collega Luke arricciandosi i baffi: " Giusto; nessuno ha assisto alla scena e nessuno ha sentito niente; in più, il luogo dell'omicidio è in un condominio in affitto dal cugino della vittima e non possiamo sigillarlo per sempre". Molti altri poliziotti della stazione, oltre Brown e Luke, si stavano occupando del caso, ma senza trovare una soluzione: " Fammi riascoltare gli interrogatori ai principali sospettati" borbotto l'investigatore: " Parti con la moglie, Mary". Il suo collega armeggio con il registatore, poi partì il dialogo: " Signora Coster, lei è sospettata di aver ucciso suo marito; mi dica dove era Martedì sera e Martedì notte se è vero che suo marito aveva dei debiti e era sul punto di divorziare" "Innanzitutto martedì sera ero andata a correre con una mia amica che può confermare, e la notte ero a dormire a casa mia" " C'è qualcuno che può comfermarlo? " Uhm... in realtà no, ma è la verità!" "Vabbe torneremo dopo su questo argomento; aveva debiti e stava per lasciarla?" "Sì aveva dei debiti qua e là e mi stava per lasciare, ma era un sentimento reciproco; anch'io non provavo più quello che provavo una volta e quindi volevo separarmi. Mi creda agente non ho ucciso mio marito!". Si sentì un clic dovuto al cambio della pellicola e poi partì la seconda registazione, al cugino di Karl, George: " Signor E

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   2 commenti     di: Dario



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