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Racconti gialli

Pagine: 1234... ultimatutte

Il killer d'inverno

Scesi dall'auto e un vento gelido sembrò prendere le sembianze di una lama intenta a tagliarmi la faccia. Mi strinsi maggiormente nel cappotto e camminai fino a raggiungere Lentini sul luogo del ritrovamento del cadavere.
Potevo rifiutarmi di vedere come era stata conciata la vittima, ma quando valutavo l'idea finivo sempre col pensare di mancargli di rispetto. Erano morti, ed era come se noi fossimo l'ultima occasione che avevano per ottenere giustizia. Avevano solo noi, ed io non potevo tirarmi indietro.
Quella in questione era la terza vittima di una serie sanguinosa. Seguivamo il suo caso da quando la madre era venuta da noi a sporgere denuncia dopo la scomparsa. Dopo due settimane di ricerche potevamo smettere di cercare e affibbiare l'omicidio al serial killer al quale stavamo dando la caccia da mesi. Ritrovata dentro ad una fossa ricoperta di neve nei pressi del Parco Ruffini, Maria poco più che ventenne, presentava tagli su braccia, polsi e gambe.
Stesso modus-operandi: strisce di sangue secco, quasi nero, le delimitavano gli arti inferiori e superiori. Ma quello che faceva maggiormente impressione erano i lividi presenti sul corpo: come le altre vittime, anche lei ne era ricoperta.
Socchiusi gli occhi, e ringraziai di indossare gli occhiali scuri.
"Posso chiederti perché porti gli occhiali da sole anche quando nevica?", mi chiese Lentini.
Sospirai e mi tirai in piedi. "No."
"Come non detto."
Io annuii. Poi mi guardai intorno ed osservai il paesaggio torinese imbiancato.
"Non ho mai visto niente del genere", dissi.
"Ma che dici? È ridotta male, proprio come tutte le vittime del killer d'inverno."
Feci una smorfia e tornai su di lui. "Sto parlando del tempo! Una bufera del genere non l'ho mai vista!", gridai per sovrastare il vento.
Lui annuì. "Gli esperti dicono che si placherà fra due, tre giorni", fece una pausa. "Cosa facciamo ora?"
"Assicurati che la Scientifica abbia la cortezza di controllare eventuali impronte nelle vi

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   13 commenti     di: Roberta P.


La morte allunga il passo. (seconda parte)

Sam Fontana, detto Palla di Vetro, era sprofondato nella sua poltrona di pelle umana. Seminascosto dietro una grande scrivania, anche questa rivestita di morbida pelle. Si riusciva a individuarlo seguendo i segnali di fumo del suo sigaro. Era un nanerottolo sotto il metro e mezzo, con una vocetta mielosa con cui veicolava i suoi continui understatement. Come ci teneva a definirli amabilmente lui stesso. In effetti non c'era nessuno più esplicito e diretto di lui. Gli disse di farsi avanti e mettersi comodo.

- Allora Signor Ted Sullivan il mio amico quel mariuolo da strada di Jack sei braccia ha perorato la sua causa ha intercesso o interceduto come minchia si dice non me ne può fregar di meno per lei per falle avere sto colloquio a proposito mi scusasse lo gradisce un mandarinetto un sigaro un biscottino allo zenzero-
- No, la ringrazio, Signor Fontana... non fumo, sono a dieta e... il dottore mi ha consigliato di stare lontano dall'alcol...-
- Ma fottere fotte eh atrimenti che minchia ci sta a fare a sto mondo in ogni caso non la conosco ancora tanto bene da potella affidare alle cure amorose di Sofia e
Teresa le gemelline che l'hanno condotta da me in seguito se farà il bravo giovine vedremo allora mi diceva-

Ascoltare Sam Fontana era davvero impegnativo. Forse ve ne sarete accorti, il boss parlava a raffica, senza sfumature, e soprattutto senza rispettare la punteggiatura. Era come se partisse in quarta e ci rimanesse sempre, se ne fregasse dei semafori, e spiaccicasse tutte le vecchiette che avevano la sfortuna di trovarsi sulla sua strada. Solo quando diventava paonazzo, si fermava a riprendere fiato e ripartiva in quarta. Era stressante per chi lo ascoltava. Probabilmente lui ci aveva fatto il callo.

- Veramente non le ho ancora detto il motivo che mi porta da lei.-
- Nun ce ne sta bisogno figghiu... o sacce ggià-

Altra cosa che connotava il suo eloquio era l'uso di parole di varia provenienza. Siciliane, calabresi, napoletane... Forse u

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Guardami

Morirai, certo morirai.
Ma più tardi non ora.
Ti senti in trappola, non è vero? È inutile che ti scuoti, che cerchi di divincolarti, che provi a fuggire. Le catene che ti chiudono le membra, quelle gambe sottili, quel vitino da ape, le ho fatte io, non cederanno mai. Mai.
E dimmi piccola mia. Hai paura?
Hai paura? Cosa provi mentre mi avvicino con queste lunghe braccia che finiscono in lame affilatissime lame.
Soffrirai, non temere, soffrirai.
Avrò già digerito i tuoi stinchi e tu sarai ancora li a guardarmi negli occhi, in questi miei meravigliosi, inquietanti occhi neri, bocche d’inferno, specchi di morte.
Raccontami la tua paura. Voglio sentirla, mi eccita, bavo, la bocca mi si riempie di schiuma, una piacevole risacca fra i denti che si stringono feroci tra loro, mentre aspetto di azzannare quelle tue gambe sottili.
Sottili e vellutate, squisite.
Guarda, mi salgono le lacrime agli occhi, dio come ti voglio.
Guardami.
Guardami.
Guardami.

E il ragno cominciò a mangiare la mosca impigliata nella sua tela.

   7 commenti     di: Umberto Briacco


Il predestinato

Incipit:

"Non si sa quanta curiosità rimanga nell'animo di un uomo che ha deciso di togliersi la vita, né cosa dovrebbe accadere per fargli cambiare idea. Così come non si sa come sarà la sua vita, se decide di restare nell'al di qua."
Così recitava l'introduzione di un articolo scritto da un sociologo su una rivista di divulgazione popolare che Piermario aveva ritagliato e appeso nella sua camera, in attesa di prendere una decisione che fosse una risposta a quel quesito.

Piermario Cantacesso sta immobile, dritto sulla spiaggia, con i piedi affondati nella sabbia umida. È un freddo mattino di fine ottobre. Ha lo sguardo fisso oltre l'orizzonte, quello stesso orizzonte che tante volte ha osservato con espressione sognante, pervaso di poesia e d'incanto. Un limite geografico perforato dalla fantasia, alla ricerca di un imperscrutabile futuro, prosieguo di uno spazio temporale dove costruire nuovi mondi, nuovi rapporti umani, nuovi incontri, nuove esperienze... altre vite. Ora invece eccolo lì, ammutolito nel pensiero. Si passa la mano sulla fronte umida, fra quei pochi capelli dimenticati, appiccicati alla cute o scompigliati dal vento. Il suo respiro è regolare, breve, distratto: come se non gli importasse più di riempire i polmoni. Spiegato di fronte a sé c'è il mare, maestoso. Un manto grigio di riflessi di nubi distese sul mondo, come un coperchio leggermente scostato per fare uscire i vapori di bollitura. Tra i buchi strappati dal vento di quota, la luce del sole goffamente s'infila, come un braccio fatica nella manica ostile, facendosi breccia la mano nella maglia contorta, fino a uscire dal polso, nel torpore assonnato del primo mattino. Quel sole d'autunno che nasce di sbieco, sale di sbieco e scende di sbieco la sera, come sempre fa in questa stagione. Dopo un'estate radiosa, passata ad arrampicare la vetta del cielo, ora a fatica raddrizza la schiena, come un vecchio bracciante per troppo tempo chinato sul lavoro dei campi. Se c'è un mo

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   2 commenti     di: Rudy Mentale


IL RAPIMENTO DEL RANGER GIALLO

Fa caldo anche qui a Sabaudia. Ormai non dormo che 3-4 ore al day, ma solo se ho carburato un bel po’ di benza nel fegato. Le zanzare collezionano vittime e non si stancano mai. M’alzo, apro una birra e m’accendo una paglia. Ricollego il cervello a quanto è successo e, fuori dalla veranda, guardo degli stronzi fare jogging alle 5 di mattina. Ieri la bomba colla b, la o, e la m maiuscole: un nano si presenta in centrale e dice che hanno rapito il suo amichetto mentre giocavano ai power cosi. Lui era il ranger blu e rincorreva un gatto travestito da mostro ( o era il contrario ) ( non ricordava bene ), invece il suo amico, bimbo X, faceva il ranger giallo e aspettava informazioni nella loro super segreta base sullo scivolo di legno. Il ranger blu non riceveva più notizie dalla base e, preoccupato per un attacco alieno, interruppe l’inseguimento al mostro gatto ( o gatto mostro ) e trovò la base occupata da un gruppo di tartarughe ninja ma vuota dell’amico X. E allora lo vide salire su una punto bianca parcheggiata davanti alle poste campo da basket. E via verso il mare e poi più. Non gli abbiamo dato troppo retta; almeno finché non sono arrivati i genitori del ranger con zii, cugini, 5 nonne ( 5?? Mah?!? ) e una squadra di avvocati in tenuta da calcetto. Poi telefonate, telefonate, squilli di tromba, trombone e un rosario di “lei non sa chi sono io”, “e se non smuove anche il promontorio di San Felice la faccio sbattere a far la guardia ai sassi ecc bla ecc ecc”, e dopo gli ultimatum del questore, del vice questore, e del vice vice questore che è “un caro amico di infanzia” e “faccia conto che sia mio figlio, anche se con mio figlio non ci parlo neanche ” poi il silenzio e finalmente potemmo metterci a lavoro.
Seguirono perizie, interrogatori ai presenti, elenchi di punto bianche ma anche smart verdi e multipla rosa. Tutti avevano visto qualcosa ( anche il barista della quindici ) e il sospettato cominciava a delinearsi come un

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Mosche

Attraversai l'edificio spulciando ogni singola stanza. Scesi giù nel sotterraneo e udii dei lamenti. Spalle al muro e impugnando l'arma, mi feci strada lungo le ultime stanze ancora da controllare. Poi esitai, restai in ascolto. I lamenti si fecero più vicini. Allungai il collo e intravidi una pozza di sangue nella camera a fianco.
Feci qualche passo e notai Clarissa seduta vicino al cadavere.
Mi avvicinai, abbassai l'arma e le braccia lungo i fianchi.
Quando la ragazza mi vide non reagì. Notai i suoi occhi, e capii che prima, durante, o dopo quel gesto rabbioso aveva pianto.
Senza perderla di vista, notai il coltello imbrattato di sangue nell'angolo della stanza. Presi posto poco distante da lei
"Sa'...", esordì Clarissa. "Io mi faccio la doccia tutti i giorni."
La lasciai parlare.
"Profumo, in pratica", annuì.
Fece una smorfia e sogghignò. "Eppure ho sempre le mosche che mi girano attorno."
Poi cercò il mio sguardo. "Vuol dire che sono già morta, commissario?"

   12 commenti     di: Roberta P.


Penny è volata dal tetto. (Cap 6)

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   1 commenti     di: Umberto Briacco



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