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Racconti gialli

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Il topo - parte prima: l'enigma

"Allora" disse il detective Brown: " Proviamo a riepilogare tutto il caso: Karl Erintong, 33 anni, progettista di macchine per la pulizia domestica, è stato ucciso nel suo microscopico appartamento; nessuno a parte la vittima e l'assassino sono entrati, eppure, quando i poliziotti sono arrivati non hanno trovato nessuna impronta digitale o altri indizi utili; solo il suo corpo inerme rivolto a pancia in su con una ferita mortale alla testa" i suoi occhi marroni erano stanchi, ma si capiva che era frustrato, come un animale che corre dentro un labirinto senza riuscire a trovare l'uscita: " E non ci sono nenche testimoni" puntualizzo il suo collega Luke arricciandosi i baffi: " Giusto; nessuno ha assisto alla scena e nessuno ha sentito niente; in più, il luogo dell'omicidio è in un condominio in affitto dal cugino della vittima e non possiamo sigillarlo per sempre". Molti altri poliziotti della stazione, oltre Brown e Luke, si stavano occupando del caso, ma senza trovare una soluzione: " Fammi riascoltare gli interrogatori ai principali sospettati" borbotto l'investigatore: " Parti con la moglie, Mary". Il suo collega armeggio con il registatore, poi partì il dialogo: " Signora Coster, lei è sospettata di aver ucciso suo marito; mi dica dove era Martedì sera e Martedì notte se è vero che suo marito aveva dei debiti e era sul punto di divorziare" "Innanzitutto martedì sera ero andata a correre con una mia amica che può confermare, e la notte ero a dormire a casa mia" " C'è qualcuno che può comfermarlo? " Uhm... in realtà no, ma è la verità!" "Vabbe torneremo dopo su questo argomento; aveva debiti e stava per lasciarla?" "Sì aveva dei debiti qua e là e mi stava per lasciare, ma era un sentimento reciproco; anch'io non provavo più quello che provavo una volta e quindi volevo separarmi. Mi creda agente non ho ucciso mio marito!". Si sentì un clic dovuto al cambio della pellicola e poi partì la seconda registazione, al cugino di Karl, George: " Signor E

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   2 commenti     di: Dario


Ho sognato mio figlio

Ogni notte me lo sogno... ogni sacrosanta notte!
Mi chiamo Fabrizio Annunziata e ormai ho 30 anni... diciamo che sono giunto a metà della mia vita senza concludere nulla di buono... ora come ora mi guadagno da vivere facendo le pizze... non guadagno tantissimo ma nemmeno pochissimo... ma ciò mi basta visto che serve solo per me.
Sono solo... come sempre... come in tutta la mia vita lo sono sempre stato!
Ma da qualche giorno... ogni notte lo sogno... sogno di avere un figlio... ogni notte lo vedo vivere!
E credo che in questi sogni qualcosa di vero è nascosto. Devo capire cosa mi sta succedendo!
-Purtroppo nei miei sogni la sua faccia è oscurata... non riesco a vederla... comunque dal corpo è abbastanza cresciuto... infatti nei miei sogni sembra che viva in casa senza nessuno!-. Il mio psichiatra di fiducia mi guarda con una faccia strana... mi crede pazzo... eh... ma devo pur parlare con qualcuno non posso parlare sempre da solo come un idiota. So benissimo che non mi vuole sentire... ma io lo pago da anni... e deve fare il suo lavoro!!!
-Si rende conto che è solo un sogno?-
-Si che me ne rendo conto!!! Ma me lo sogno tutte le notti... qualcosa di vero ci deve essere!!! Io credo davvero di avere un figlio da qualche parte... io ogni notte lo vedo... anche se non riesco a vederlo in faccia... vedo quello che fa... come vive la sua vita... vedo che anche lui come me ha la passione di scrivere... vedo che come me anche lui scrive al pc miliardi di racconti! E chissà quante altre cose avremo in comune! Chissà se anche lui mi sogna! Chissà se anche lui ogni notte nei sogni mi vede vivere! Vede vivere suo padre!!! Devo capire dove sta mio figlio... io sono sicuro di averne uno... me lo sento... quei sogni sono troppo veri!-
Il dottor Rossini fa un sospirone...
-Ascolti Fabrizio... lei non può avere un figlio... se ne facci una ragione! Come lei stesso mi ha detto! Lei è vergine... e non solo quello... lei non ha mai baciato una donna in vita sua!!!

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   2 commenti     di: Luigi Greco


Affetto pericoloso - Parte seconda

La stessa notte, Lullaby scese le scale fino a raggiungere la cantina. Si mise tracolla la borsa, appoggiò la torcia al mobiletto e aprì la porta del passaggio segreto.
Rimase in piedi davanti alla luce e fissò la donna a terra, legata ed imbavagliata.
Si mise sulle ginocchia e la fissò. Il sangue dei pugni che le aveva inflitto si era raggrumato sul viso ed era colato sul collo formando una striscia.
L'anestetico che le aveva iniettato l'aveva fatta dormire per molte ore, e avrebbe continuato a farlo.
Con slancio se l'era messa sulle spalle. Dopo aver chiuso la porta, salì le scale facendosi luce con la torcia.
Girò il chiavistello della porta d'entrata e una volta recuperati da un mobiletto del garage, una pala e del miele che aveva precedentemente messo da parte, cominciò ad inoltrarsi nella foresta.
Arrivata ad un certo punto gettò a terra il corpo, e cominciò a scavare nel terreno morbido una buca profonda qualcosa come due metri in tre ore.
Teneva i capelli lunghi e castani raccolti in una coda. Si asciugò il sudore sulla fronte e sotto gli occhi.
"Questo, è perché sei così dolce", disse versandole sul corpo drogato l'intero barattolo di miele, e curandosi che entrasse anche all'interno dei buchi del naso e delle orecchie.
Si rivestì gli anfibi con del cellofan e la spinse nella fossa.
Il tonfo violento fece rialzare della polvere, rivelando il corpo in una posizione anomala. Poi vi gettò anche la borsa della donna con all'interno i beni personali.
La fissò dall'alto.
"Sogni d'oro", disse agitando avanti e indietro le dita in segno di saluto.
Infine la ricoprì con la terra appena scavata, piantò la pala nel terreno e alzò gli occhi al cielo.
Sospirò nella notte buia, e il suo respiro caldo uscì dalla bocca come una liberazione.

   2 commenti     di: Roberta P.


Un caso irrisolto

Sono le 5 e 53 quando squilla il telefono. Mi dico che dovrei spegnerlo di notte, ma è un luogo comune. Anche Marta si sveglia e con aria intorpidita mi guarda come al solito. È John Smith che con la voce di chi non ha chiuso occhio, con un tono concitato dall'emozione senza aspettare che proferisca verbo mi dice "L'abbiamo preso! Vieni subito".
Non credo alle mie orecchie ma era nell'aria, avevamo fatto il vuoto intorno a quell'essere spregevole e finalmente è nelle nostre mani.
Devo far in fretta ma senza rumore, non voglio svegliare tutti. Mi alzo e mi dirigo verso la cucina, preparo la caffettiera e vado in bagno.
Se c'è una cosa che Marta adora è la luminosità del bagno quindi con una terapia da shock accendo le luci dello specchio e mi proietto istantaneamente nel nuovo giorno. Mi lavo la faccia e cado nel gioco dello specchio. Mi osservo nei dettagli ma non trovo niente di particolare, osservo un dettaglio dell'iride e improvvisamente mi rendo conto che non si tratta di quello che realmente sto cercando. Allora in fretta e furia mi asciugo il viso, torno in camera e prendo i vestiti. Marta mi sente, apre gl'occhi, mi guarda attraverso e si riaddormenta. Fuori due.
Nell'ordine: mi spoglio, sale il caffè, mi rivesto, prendo il caffè, mi rispoglio, entro in doccia, ci metto un casino, mi asciugo, deodorante, mi rivesto e vado a salutare Marta. Ancora dorme. Mi avvicino, vorrei dirle che finalmente abbiamo la soluzione del caso che ha turbato la nostra esistenza degli ultimi mesi, che è arrivato il momento di programmare una vacanza che ci permetta di uscire dalla routine a cui siamo stati nostro malgrado, vincolati. Ma Marta dorme così bene che non voglio disturbarla; allora mi avvicino, le do un bacio e dico "Buongiorno Amore Mio, io devo andare, il caffè è pronto, ci sentiamo più tardi".
"Lavati i denti prima di uscire!"
"Merda, sono in ritardo."
"C'hai messo un'ora in doccia e non hai il tempo di lavarti i denti?"
Non le rispondo ma amar

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   0 commenti     di: Alfa Alfa


Dissennato da un delitto ( terza ed ultima parte )

Mi sedetti dulla potrona vina,
ero turbato, non riuscivo proprio a capire,
non era possibile, no, non era propio possibile!
Ricordavo perfettamente, di alerla gettata via
quella dannata lista. Ne era la prova evidente
il foglio tutto accartocciato.
Non riuscivo a trovar e pace, forse tavo impazzendo?
Presi dal piccolo carrello bar che ho per casa,
una bottiglia di J&B, me ne versai una doe abbondante
e la buttai giù tutta d'un fiato.
Questa storia aveva dell'incredibile.
Poco a poco, l'alcool cancellò quella vicenda
dalla mia mente, facendomi però crollare,
ubriaco fradicio, sul pavimento.
Mi svegliai dopo non so quanto tempo,
accanto a me, in ginocchio,
c'era Lisa, bella e impeccabile come sempre,
che mi chiamava, mi strattonava, quando fui
completamente desto, si alzò di scatto,
e andò a sedersi sulla potrona dove prima ero io.
Sul tavolino, davanti a lei, c'era la bottiglia vuota
del whisky che mi ero scolato, si arrabbiò molto,
pretendeva una spiegazione, perchè mi ero ubriacato?
io... non lo ricordavo più...
Lei ovviamente non ci credeva, voleva sapere,
ad un tratto, si fece più insistente,
stava cominciando a darmi fastidio.
Oddio, non mi ero mai sentito così,
all'improvviso in me crebbe un'ira incredibile,
mi alzai barcollando dal pavimento, e le gridai,
di stare zitta e di non insistere,
fino ad allora non avevo mai alzato la voce con lei,
ma Lisa continuò imperterrita a urlare e ad insultuarmi.
D'un tratto ricordai tutto, ... la lista... dovevo, dovevo,
possibile che fosse lei? L'opera che dovevo creare?
Ma si certo era lei! Dovevo ucciderla,
dovevo creare la mia opera,
la più bella di tutte in assoluto.
Mentre lei era ancora li ad imprecare e urlare,
mi allontanai, presi un tagliacarte dalla scrivania,
andai verso lei, le afferrai il braccio e la pugnalai.
Non ebbe neanche il tempo di piangere,
cadde in un tonfo sordo,
ero stranamente felice, non facevo altro che

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   0 commenti     di: luigi castiello


Fantasmi

"Devo ucciderli. Devo farlo. Devo riprendermi la mia vita." Un pensiero fisso. Un'ossessione. Una ragione di vita o... di morte. L'unica.

Un giorno li ucciderò e tutto tornerà come prima.

Ho ricostruito milioni di volte quel momento. L'ho rivissuto. Lo stesso dolore, la disperazione che l'impotenza accentua fino ad annullarti. Lo sguardo perso alla ricerca di aiuto. Niente. Momenti che non si possono raccontare, quando ci provi ti sembra di ascoltare la voce di un estraneo e alla fine nemmeno tu riconosci in quel racconto le ragioni della tua disperazione. La cronaca è piena di fatti simili. Leggi ti fai coinvolgere, giri la pagina e provi la stessa rabbia per un rigore non dato o per una delle tante oscenità commessa dal politico di turno.
Prenderesti a calci tutti quelli che dicono di capirti, quelli che con l'espressione di circostanza vorrebbero alleviarti le sofferenze. Ma non è colpa loro, non si può capire senza averlo vissuto. Adesso lo so. Nemmeno le persone che ti amano possono lenire la tua angoscia. Vorresti ma non puoi reagire. Hai paura che l'odio che provi possa dissolversi, si attenui. Arrivi a pensare che senza quella disperazione finiresti per non avere nessuna ragione di vita. Allora la coltivi, ti inventi esercizi quotidiani per allenare la mente. Ripensi a quei calci, a quello sputo, al vuoto che niente e nessuno riesce a colmare. Cammini, mangi, lavori ma la tua dimensione sta tutta in quel pensiero, nella certezza che un giorno li ucciderai. I colleghi al lavoro fanno di tutto per aiutarti ma non sanno come comportarsi, leggi il loro imbarazzo.

Rivedo Elena asciugarmi la fronte fradicia di sudore nel tentativo di calmarmi. Disperata, impotente. Una notte mi si avvicinò nuda e cominciò a baciarmi la schiena, ad accarezzarmi dolcemente. La mia reazione violenta mi sconvolge ancora adesso. Non scorderò mai la sua espressione terrorizzata, le sue lacrime, il suo silenzio. Più attenzioni ricevi e più aumenta il fastidio di av

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   1 commenti     di: Ivan Bui


Antichrist VI

Sono quasi le sei del mattino ed è già da mezz'ora che ci troviamo nel mio ufficio. Lei si è data una ripulita. Ora, senza sangue appiccicato addosso e con il viso ripulito appare sotto un altro aspetto, non certo quello trasandato, da cerbiatta in fuga, com'era un'ora fa quando è stata trovata, rannicchiata e tremante seminascosta dal vecchio portone in via Palestina.
La osservo attentamente mentre è tutta intenta a sorseggiare un tè caldo, non ha voluto caffé né latte. Ora non trema più, evidentemente si sente al sicuro, lontana da ogni pericolo, ma nonostante ciò non smette di guardarsi intorno e sobbalzare ad ogni piccolo rumore. L'istinto della cerbiatta non l'ha del tutto abbandonata. Lascio che finisca di bere il te per continuare a interrogarla. Per la verità da quando è comparsa sulla scena non è che abbia detto granché, tranne che si chiama Chiara e che si trovava sul posto del delitto perché esortata al telefonino. Da chi? Lei ripete spesso un nme "Gerard" , accompagnato ogni volta da un sussulto.
"È il tuo ragazzo, questo Gerard?" le chiedo.
"Sì, era l'uomo della mia vita" risponde a muso d'uro, ostinatamente.
"Da quando lo era? Lo conoscevi da molto?"
"Che importanza ha il tempo quando si tratta di sentimenti?"
"Uhmm! Quindi era il tuo uomo ma non lo conoscevi da molto, è così?"
"Lo conoscevo da quanto basta e a voi cosa importa?"
"Importa perché se lo conoscevi abbastanza bene per avere con lui una relazione non ci dovrebbe essere nella tua rubrica telefonica la dicitura <chiamata da uno sconosciuto> o mi sbaglio?"
"Uffa, ma che volete da me? Vi ho già detto come stanno le cose. Non sono stata io a ucciderlo, semmai avrei dovuto essere la seconda vittima"
"Di chi? La vittima di chi, Chiara?"
"Dell'assassino, mi sembra ovvio"
Uhmm! Allora facciamo un attimo il punto. Sei la donna di Gerard, la vittima, ma non lo sei da molto, vieni chiamata sul telefonino dall'assassino, che non conosci affatto, e non sai il perché,

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   4 commenti     di: Michele Rotunno



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