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Racconti gialli

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Il pittore di nudi

Maro Kassani si stupì dell'odore del proprio alito quando aprì la bocca per la prima volta nella giornata, dopo aver provato tanto astio e disgusto.
«Ha il sapore della colpa» pensò, «come merda di cane», fu il suo ultimo commento.
Alle cinque esatte, quando il nero notturno di Salonicco si imbianca del pallore dell'alba, dando vita in controluce al mare di case dietro il quartiere Turco, il pittore di nudi Kassani, era stato sbattuto giù dal suo letto alabastrino a due piazze, già da una ventina di minuti.
Aveva rimosso dal corridoio alcune tele da terminare per il pomeriggio, ammassandole frettolosamente sopra l'armadio del soggiorno, e ora sedeva, ancora in pigiama, sulla sedia in legno d'acero del cucinotto.
Ripensava a quella telefonata nel cuore della notte, mentre le narici gli si allargavano spontaneamente seguendo l'aroma del buon caffè che gli aveva portato la sera prima Vasilissa la sua donna di servizio a ore. Aspettando il fischio della teiera, girava e rigirava tra le mani la sua scacciacani in acciaio cromato, ora accarezzando la stella a quattro punte intagliata sul calcio di madreperla, ora fantasticando attorno a trame delittuose con vago sfondo sessuale.
Non gli ci volle molto per scoprire d'essere terrorizzato, quando, impugnata la scatola delle pallottole, queste gli presero a saltellare tra le dita tremanti, tanto che non riuscì ad incastrarne nemmeno una nel tamburo della pistola. Una lacrima di acro sudore gli aveva percorso per lungo la fronte, alcuni attimi dopo, quando aveva riposto l'arma sul tavolo, vicino al buon Samos della Tessaglia.
Certo, il suo ultimo quadro poteva dirsi ambiguo, l'ambiguità e la provocazioni erono le sue armi migliori m aproprio non capiva come il cugino Rico avesse potuto prendere un granchio simile: riconoscere nella tela, in mezzo al groviglio di gambe e seni nudi di femmine, la fisionomia della bella vedova Nidrìa, abbracciata a un satiro dal volto umano e dal corpo di capro t

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   7 commenti     di: Luca Grandi


Il giullare dei coltelli - seconda parte: la soluzione

Brown e Luke scesero dall'auto e si diressero verso casa Lord Nach. Ad accoglierli fu Kristian, che, come già detto dal poliziotto, parlava in modo strano: " Buon giorrno, imvestigatore Brown" e li fece accomodare. Era un uomo giovane, sulla ventina e aveva dei modi molto educati. Subito dopo li raggiunse la sorella, Kathie, che riconobbe subito il detective: " Oh, sallve signorn Brown; mio frattello sta arrrivando vi poterra' nella stanza dell'accadutiuo". Infatti, dopo un paio di minuti arrivò l'ultimo fratello, Paul: " Detective, sallve, mi seggua". Tutti e cinque si incamminarono. Il castello aveva tantissime stanze, alcune ancora in stile medioevale, altre invece erano state ristutturate in chiave moderna. Dopo un po', si fermarono; la camera era molto grande e sarebbe stata bellisssima da guardare, se non fosse stato per il cadavere che giaceva a terra: il corpo del vecchio era a pancia in su, con segni di coltello in tutto il corpo, dai quali fuoriusciva ancora molto sangue. La signora Lord Nach era seduta su una sedia vicino al corpo del marito." Questo è illuogno delll'omicidio" mormorò Kristian. Vedendo i due agenti, la donna si alzò e si avvicinò a Brown. Sisentiva un forte accento tedesco nelle sue parole: " Salve signor Brown; sono stata io a chiamare il suo collega ed ad avvertirlo dell'accaduto". Il detective si abbassò accanto al cadavere: " A giudicare dal sangue, il delitto non deve essere avvenuto molto tempo fa" " Ya" rispose la signora Nach: " Lo abbiamo trovato questa mattina, ma noi ci svegliamo molto presto" " Senta, è vero che lei crede alla maledizione..." " Del giullare dei coltelli? Sì; le sue manie erano i coltelli, i tagli e l'ordine" "Ok". L'investigatore riflette' un attimo." Be, ci scussi, ma orra dobbiamo amdare" disse Kathie : " Che lei trovvi il colpevole" affermò Kristian. " Fermi!" urlò Brown. Tutti si fermarono immediatamente: " Perché aspettare? Ho già la soluzione del caso" Luke guardò tutta la stanza nel tentativo di c

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   1 commenti     di: Dario


99 bottiglie d'annata

La villa era immersa nella nebbia di novembre e sembrava un grande dinosauro dormiente adagiato nella radura.
Al maresciallo Maestrale non piaceva occuparsi di furti come quello commesso nella villa dei marchesi Giacobitti di Colfosco Ripa Zanfretta ma, ogni tanto, gli capitavano casi leggeri come quello di quella mattina.
Era stato rubato un mobile antico.
I marchesi erano famosi, a livello regionale, per i loro vini. Alcune annate avevano vinto premi prestigiosi in passato, ma recentemente il loro marchio era un pochino decaduto.
La villa era un maniero gigantesco, triste, anche stanco a giudicare dai pezzi di intonaco che cascavano dalle pareti esterne qua e là. Era abitato solo nella parte sud. L'ala nord era adibita a magazzino per i vini e ad est era stata costruita una sorta di dependance dove erano piazzati i macchinari per la produzione del vino. Tutto intorno alla magione si estendevano a perdita d'occhio filari di uve.
Il maresciallo Maestrale entrò nella villa di malavoglia, avrebbe gradito un buon caffè, ma era sicuro che in quella casa nessuno si sarebbe mai sognato di offrirglielo.
Gli aprì un signore grassottello, completamente calvo e con un tic insistente che gli faceva muovere la spalla sinistra in senso rotatorio, quasi che il servitore dei marchesi stesse sempre tentando di rilassarne i muscoli.
"Buongiorno sono il maresciallo Maestrale. Sono qui per il furto. Posso parlare col marchese?" chiese.
"Quale marchese?" chiese l'uomo.
"Quello che abita qui" disse il maresciallo già irritato e quale marchese se no? Quello dimezzato?
"Intendevo dire quale marchese: quello giovane o suo padre?" rispose annoiato il maggiordomo.
"Quello che ha sporto denuncia per il furto, "estrasse un taccuino e lesse "di una tecca del 1400". Alzò gli occhi verso l'omuncolo che lo guardava con sufficienza.
"Una teca, vorrà dire, un armadio, del 1400 prezioso come un quadro di Leonardo, costoso come un Picasso, delicato come un mosaico bizantin

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Tànatos

Restò in attesa solo pochi minuti. Un energumeno ben vestito lo scortò nell’ufficio del Capo, un ampio stanzone semi vuoto con una vista mozzafiato. La città si stendeva sonnolenta al di là della sala, un’intera parete di finestre, dal soffitto al pavimento, regalava una sensazione di vertigine. Il Capo era in piedi, ad ammirare le tante, anonime formichine che si muovevano per strada a grande distanza dal suo naso. Quando entrarono non si voltò. L’odore dolciastro che impregnava la stanza era il risultato dei mille Montecristo che amava fumare in continuazione. Proprio in quel momento ne stringeva uno, ancora spento, tra le labbra. “Buongiorno Dexter, accomodati” disse mantenendo lo sguardo fisso nel vuoto. “Non ti chiedo come stai, posso immaginarlo”. Un fastidioso sorriso accompagnò le sue parole. Dexter restò impassibile, ritto in piedi, le braccia incrociate sul petto e gli occhiali scuri a nascondere ogni espressione che potesse scalfire il suo stato d’animo.
“È una bella giornata, non trovi Dexter? Una bella giornata d’agosto. Che ne diresti di andartene un po’ al mare, eh?”. Continuava a sorridere quel bastardo grassone. Il suo finto eloquio era fine a se stesso, sterile ed improduttivo, come la sua vita pidocchiosa.
Il Capo si girò, accese il sigaro e tirò una lunga, gustosa boccata. In breve il suo volto fu nascosto da una gradita nuvola di fumo. “So che sei stato già informato dell’operazione nei minimi dettagli, Dexter, per cui non c’è motivo che ti trattenga altro tempo. Sai già dove trovare l’obiettivo. È a conoscenza di troppe cose. Non possiamo permetterci che continui a respirare e sapere. Siamo certi che farai un ottimo lavoro, come sempre. L’Organizzazione te ne sarà grata, Dexter. Scegli l’arma che ritieni più congeniale. So che ci tieni a far soffrire la vittima il meno possibile, eheheheh”.
Dexter digrignò i denti, l’energumeno avvertì la violenza sopita dal suo gesto e gli si ap

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Unghia di gatto

La pioggia autunnale è meglio di quella estiva perchè ha un odore più tollerabile. In estate può succedere che piova per pochi istanti e che rilasci più caldo e umidità di prima che toccasse terra. E succede che dall'asfalto sale un odore soffocante.
Quando tornavo da scuola sentivo sempre quell'odore, in estate, per le strade. Un odore acre, che si mescolava a quello della paura, e del sangue.

"Resto nell'ombra quando ti uccido,
ti stringo il collo e perdi il respiro.
Gli artigli s'infilano dentro la carne,
non serve a niente dare l'allarme.
Neanche gridare, nessuno ti sente,
vederti impaurito mi piace, lurido... verme", canticchiai in attesa.

"Ehi ehi... che ci fai qua tutta sola?", esordì barcollando uno dei due uomini in completo elegante. "È pericoloso girare senza compagnia, la notte."
Io non risposi e quello insistette. "Forse sei timida. Senti... noi due ci stavamo chiedendo se per caso non avessi un'altra amica. Andiamo a farci un giro noi quattro, e magari poi voi ci fate un pompino. Che ne dici?"
L'uno cerco la complicità dell'altro e scoppiarono in una fragorosa risata.
"Ma i pompini si fanno a chi là sotto ha qualcosa", risposi a quel punto frenando la loro ilarità.
Quello che aveva finora blaterato divenne allora serio. "Che cosa hai detto?"
Feci qualche passo e mi mostrai alla fioca luce dei lampioni del vicolo.
Sheldon Cooper indietreggiò; una chiara espressione di terrore sul suo volto obeso.
"Non... non è possibile...", balbettò. "Tu... tu... ma cosa..."
"Quanto tempo... sono onorata che tu mi abbia riconosciuto. Dieci anni in fondo sono tanti."
Con una mano afferrai Sheldon per il collo e lo portai spalle al muro. Volsi lo sguardo verso il suo amico, che terrorizzato stava dandosela a gambe.
"Che carino, ci ha lasciati soli."
Tornai sull'avvocato.
"Scommetto che non la sai quella storia che raccomanda di correre più in fretta dei propri conti in sospeso", parlai. "Ti sei fatto troppo grasso e lento, Sheld

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   0 commenti     di: Bobby P. Storm


Un amore che fa male

La mia vita è un film a lungometraggio, ogni giorno entro in scena con una nuova parte da recitare. Questo copione che mi ritrovo ha delle battute non sempre uguali, né veritiere, a volte finte a volte possono sembrare vere, tutte parti che devo imparare a recitare con convinzione, ma sarà poi così? Vediamo un po'.. Questa è una storia come tante, che può sembrare bella o brutta, oppure lasciare al lettore una dolce tenerezza o amaro fastidio. Non lo so. Ciò di cui sono certa è che si tratta di una storia la cui narrazione mi ha fatto scendere le lacrime... I protagonisti della storia immaginaria sono Ilaria, Oleandro ed i genitori colpevoli a loro volta della loro figlia.
In una città del sud d'Italia, viveva una ragazza di nome Irma, che come molte sue coetanee sogna di diventare qualcuno. La sua maggiore paura è quella di finire come una compagna di scuola che, a soli sedici anni, ha dovuto abbandonare gli studi per svolgere il ruolo della baby prostituta.. Sì avete letto bene baby prostituta. Il suo timore era anche dovuto dalla presenza del compagno della madre, che ogni volta che la guardava nei suoi occhi scorgeva sensazioni libidinose, spesso le guardava il seno o il sedere, con molta soddisfazione. Irma è una ragazza per bene amava studiare, tanto da desiderare di diventare in futuro un magistrato. Questa sua voglia la spinge a frequentare poco le sue coetanee e a dedicarsi molto allo studio. Tuttavia solo una persona riesce ad entrarle nel cuore, il suo compagno di banco Oleandro, il quale condivide lo stesso sogno di diventare magistrato . I due non solo si amavano ma entrambi si aiutavano negli studi. Oleandro era bravissimo in inglese ma pessimo nella matematica. Aiutava spesso nelle traduzioni d'inglese Irma visto che lei, aveva molte difficoltà nello scritto e nella pronuncia, viceversa lei aiutava lui nella matematica. Tra loro due c'era un intesa forte ed unica, un amore costruito e proiettato verso un futuro. Parl

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   4 commenti     di: Giulia Gabbia


Il topo - seconda parte: la soluzione

Mary, Lucy e George furono presto convocati. Insieme a loro, come richiesto dal detective Brown, erano venuti tre poliziotti. L'investigatore guardò tutti attentamente. Poi si decise a parlare: " Allora, signor Erintong, come vanno gli affari?" sorpreso da quella inaspettata domanda, l'altro balbetto' : " B... bene" poi si ricompose: " Anche se si sono un po' bloccati dopo l'incidente; lo so che dovete investigare, ma no posso tenere un intero piano sigillato per molto tempo" " Oh non si preoccupi; presto sarà tutto finito. Qualcuno vuole fare una confessione?" silenzio: " Bene, allora proseguo; innanzitutto dobbiamo considerare che non è stata usata nessuna arma da taglio o contundente o a proiettili, eccetera" " Ma allora come spiega la ferita sulla testa?" chiese la signora Coster : " Torneremo dopo su questo argomento, sognora Coster; per ora è essenziale smasherare il colpevole" studiò tutte le espressioni dei sospettati: " Mi è dunque venuto un dubbio : in che altri modi si può uccidere un uomo? Pensando a questo ho capito che è stato avvelenato, ma non con veleno liquido; facendo un'analisi dell'aria, infatti, ho scoperto che c'era..." George tentò di scappare, ma fu subito fermato da una degli agenti: " Del gas asfissiante. Usato probabilmente per uccidere il povero Karl; ho ragione signor Erintong?" lui strinse i denti per la rabbia: " Credo di sì; ma non era soltanto per i debiti, giusto?" passò un dito sopra la scrivania: " Questa cos'è signor Erintong? Guardi che io lo so e se non lo dice..." "Cocaina! Va bene!" Luke capi allora cosa era successo: " Lui lo aveva scoperto e lo ricattava; così, dato che poteva intromettersi nei condotti dell'aria, lo ha ucciso con il gas" " Giusto" confermò Brown. Mentre i poliziotti ammanettavano George, Luke andò dal suo compagno: " Non hai mai fatto analizzare l'aria, come..." "Il topo. Correva lento perché era avvelenato e correva dopo aver mangiato la droga" " E mi scusi, come spiega la ferita?" " Un incidente

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   1 commenti     di: Dario



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