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Racconti gialli

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Veleno

Mi misi a giocherellare con un elastico quando esordii: "Mettiamo caso che avessi portato di proposito le patatine salate per farti venire sete. Poi mettiamo anche caso che mentre andavi in bagno abbia aperto la tua borsa e che abbia avvelenato la tua acqua."
Il suo sorriso svanì in un attimo.
"Forte, no?", le chiesi sorridendo.
"Stai scherzando, vero?"
"Io dico che tra qualche minuto lo scopriamo."
Poi la fissai, e notai che anche lei mi stava fissando a sua volta. La fronte corrugata.
M'indicai, e senza distogliere lo sguardo dal suo viso, dissi: "Credo che ti stia uscendo del sangue dal naso."
Fluido scivolò rosso sporcandole la bocca, il collo, la camicetta e i pantaloni. In poco tempo si ritrovò urlante imbevuta nella pozza del suo stesso sangue, mentre io quasi me la facevo addosso dalle risate.

   10 commenti     di: Roberta P.


Il predestinato

Incipit:

"Non si sa quanta curiosità rimanga nell'animo di un uomo che ha deciso di togliersi la vita, né cosa dovrebbe accadere per fargli cambiare idea. Così come non si sa come sarà la sua vita, se decide di restare nell'al di qua."
Così recitava l'introduzione di un articolo scritto da un sociologo su una rivista di divulgazione popolare che Piermario aveva ritagliato e appeso nella sua camera, in attesa di prendere una decisione che fosse una risposta a quel quesito.

Piermario Cantacesso sta immobile, dritto sulla spiaggia, con i piedi affondati nella sabbia umida. È un freddo mattino di fine ottobre. Ha lo sguardo fisso oltre l'orizzonte, quello stesso orizzonte che tante volte ha osservato con espressione sognante, pervaso di poesia e d'incanto. Un limite geografico perforato dalla fantasia, alla ricerca di un imperscrutabile futuro, prosieguo di uno spazio temporale dove costruire nuovi mondi, nuovi rapporti umani, nuovi incontri, nuove esperienze... altre vite. Ora invece eccolo lì, ammutolito nel pensiero. Si passa la mano sulla fronte umida, fra quei pochi capelli dimenticati, appiccicati alla cute o scompigliati dal vento. Il suo respiro è regolare, breve, distratto: come se non gli importasse più di riempire i polmoni. Spiegato di fronte a sé c'è il mare, maestoso. Un manto grigio di riflessi di nubi distese sul mondo, come un coperchio leggermente scostato per fare uscire i vapori di bollitura. Tra i buchi strappati dal vento di quota, la luce del sole goffamente s'infila, come un braccio fatica nella manica ostile, facendosi breccia la mano nella maglia contorta, fino a uscire dal polso, nel torpore assonnato del primo mattino. Quel sole d'autunno che nasce di sbieco, sale di sbieco e scende di sbieco la sera, come sempre fa in questa stagione. Dopo un'estate radiosa, passata ad arrampicare la vetta del cielo, ora a fatica raddrizza la schiena, come un vecchio bracciante per troppo tempo chinato sul lavoro dei campi. Se c'è un mo

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   2 commenti     di: Rudy Mentale


Nel nome del padre (Terza parte)

La pioggia bucherellava le acque inquiete del fiume e picchiettava sulla testa grottesca di Goffredo, che tuttavia non provava alcuna repulsione e, anzi, accettava quel tocco brioso come un'energica eppur tenera carezza. Se era vero, infatti, che tutto quanto nasceva, sgorgava, si ergeva dal suolo era opera del diavolo, era altrettanto vero che ogni cosa che veniva giù dal cielo o in esso viveva era una benedizione del Signore.
Aprì il rubinetto di una piccola cisterna da raccolta e si versò un generoso bicchiere di pura acqua piovana. Non ne beveva altra e non mangiava che uccelli, perché quelle erano le offerte di Dio e lui lo rispettava. Il ponte dell'imbarcazione ondeggiò e lui con esso, rischiando di rovesciare l'acqua, ma riuscì a bilanciarsi sulla gamba più corta e rientrò in coperta.
Quella vecchia motonave turistica era la sua casa, una casa che poggiava sulla disgustosa urina di Satana ma che, in effetti, lo faceva sentire come Caronte, un traghettatore di anime dannate. Inoltre aveva il vantaggio di tenerlo alla larga dalla gente, gente che poteva tentarlo, gente che poteva incriminarlo. Lui non camminava spesso per le strade, e teneva le proprie lezioni sempre a pochi passi dal Po, per poter sparire senza lasciare tracce. E, infatti, non l'avevano mai preso.
Ma lo faranno, lo rimproverò suo padre, perché semini indizi ad ogni passo. Ti prenderanno, è solo questione di tempo, quindi datti una mossa!
I richiami di suo padre lo ferivano, ma erano giusti, sempre. Lui faceva quel che poteva con ciò che aveva a disposizione, perciò doveva necessariamente lasciare corde e ami sui luoghi delle lezioni, essendo le uniche cose di cui disponeva; e, ovviamente, c'erano le impronte, le impronte irregolari lasciate dai suoi piedi diversi. Avrebbero messo insieme i pezzi, prima o poi, magari avrebbero scoperto il cadavere del vecchio da cui aveva preso la barca ed il cappotto che indossava, ma lui sapeva cosa fare in tal caso, aveva un posto do

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Affetto pericoloso - Parte seconda

La stessa notte, Lullaby scese le scale fino a raggiungere la cantina. Si mise tracolla la borsa, appoggiò la torcia al mobiletto e aprì la porta del passaggio segreto.
Rimase in piedi davanti alla luce e fissò la donna a terra, legata ed imbavagliata.
Si mise sulle ginocchia e la fissò. Il sangue dei pugni che le aveva inflitto si era raggrumato sul viso ed era colato sul collo formando una striscia.
L'anestetico che le aveva iniettato l'aveva fatta dormire per molte ore, e avrebbe continuato a farlo.
Con slancio se l'era messa sulle spalle. Dopo aver chiuso la porta, salì le scale facendosi luce con la torcia.
Girò il chiavistello della porta d'entrata e una volta recuperati da un mobiletto del garage, una pala e del miele che aveva precedentemente messo da parte, cominciò ad inoltrarsi nella foresta.
Arrivata ad un certo punto gettò a terra il corpo, e cominciò a scavare nel terreno morbido una buca profonda qualcosa come due metri in tre ore.
Teneva i capelli lunghi e castani raccolti in una coda. Si asciugò il sudore sulla fronte e sotto gli occhi.
"Questo, è perché sei così dolce", disse versandole sul corpo drogato l'intero barattolo di miele, e curandosi che entrasse anche all'interno dei buchi del naso e delle orecchie.
Si rivestì gli anfibi con del cellofan e la spinse nella fossa.
Il tonfo violento fece rialzare della polvere, rivelando il corpo in una posizione anomala. Poi vi gettò anche la borsa della donna con all'interno i beni personali.
La fissò dall'alto.
"Sogni d'oro", disse agitando avanti e indietro le dita in segno di saluto.
Infine la ricoprì con la terra appena scavata, piantò la pala nel terreno e alzò gli occhi al cielo.
Sospirò nella notte buia, e il suo respiro caldo uscì dalla bocca come una liberazione.

   2 commenti     di: Roberta P.


Il giallo della partita di poker

Giocatori 5.
Roberto, Ivan, Andrea, Lorenzo, Cesare.
Casa: garage di Andrea.
Tavolino verde, con panno da casinò.
Luce soffusa, proveniente da una lampadina 15Watt.
Bottiglia di Bourbon lato sinistro del tavolo.
5 mini bicchieri pieni fino all’orlo.
3 pacchetti di sigarette, un solo posacenere.

Freddo.

Carta più alta inizia.
Cesare Donna, Lorenzo8, Ivan9, Roberto Asso di fiori, Andrea Re.
Tocca a te Roberto,
No, interviene Andrea tocca a me, l’asso vale uno.
Non iniziamo eh, l’asso è il maggiore.
OK!!!
Andrea mescola, passa il mazzo a Cesare che taglia e si beve in un unico sorso la prima dose di bourbon.
Inizia la distribuzione da sinistra.
Quattro bicchierini vuoti e due sigarette sul posacenere.

Fuori, intanto nevica.

1, 2, 3, 4, 5 carte a testa.
Cesare spilla lentamente, Lorenzo lascia le carte sul tavolo, Ivan guarda solo la prima, Roberto le guarda tutte insieme, Andrea ne guarda quattro lasciando l’ultima sul tavolo.

Cesare: asso di cuori, re di picche, asso di fiori, asso di quadri, …bicchierino pieno, vuotato…primo spicchio di carta, colore nero…lentamente…asso!!!
Apro, 25 euro.
Ci sto, ci sto, ci sto, +25.
4OK.
Carte: servito, una, una, una, servito.
Cesare: parola,
Lorenzo +50, +50, +50, +100.
Cesare: Ok 250+100
Cinque vedo.
Tocca te Cesare.
No io ho detto parola, tocca Lorenzo.
No tocca a te, chi apre è il primo a giocare.
Va beh, POKER d’assi
Sulla tavola 4 bellissimi bambini 2 neri e 2 rossi ed il sorriso di Cesare.
Otto occhi spalancati, stupiti
Allora cosa avete:
POKER D’ASSI, POKER D’ASSI, POKER D’ASSI, POKER D’ASSI.

Qualcuno ha barato!!!

   1 commenti     di: cesare righi


Redenzione

Dopo la prima volta che l'avevo visto mendicare, ero tornata in quella zona tante altre volte.
Gli avevo portato da mangiare, e qualche volta l'avevo accompagnato al bar a prendersi cappuccino e brioche.
Col tempo aveva imparato a fidarsi di me ed era arrivato a raccontarmi parti personali della sua vita precedente. Mi aveva raccontato di quello da cui scappava, degli incubi che lo tormentavano e che lo portavano ad avere ancora paura.
Adesso me ne stavo davanti ad una tomba, intenta a fissarla. Avevo pagato io la sepoltura, e in quel momento ripensai ad un istante passato.

Ce ne stavamo affacciati al balcone di pietra intenti a fissare il Po illuminato dai lampioni.
"A volte vorrei poter rimediare ai miei sbagli", mi disse.
Mi voltai verso di lui: "E non puoi?"
"Non in questo caso, no."
Annuii, mi umettai le labbra e fissai un altro punto.
"Una volta ho letto che la vita non è altro che ricerca della redenzione."
"Che significa?"
Tornai con lo sguardo sul suo viso stanco e rugoso, consumato dal tempo e dalla paura.
Infine dissi: "Che in fondo tutti vogliamo essere perdonati. Da qualcuno, per qualcosa."
Mi guardò e chinò il capo per nascondere le lacrime. Poi non disse più nulla. Capii che per il momento non voleva parlarne, ed io rispettai la sua scelta.
Infine tornai a fissare il Po, e mi accorsi che all'orizzonte si stava facendo buio.

Tornai al presente e controllai l'orologio. Diedi un ultimo saluto alla lapide ed uscii dal cimitero.
Una volta in commissariato, Lentini non esitò a fare domande.
"Dove sei stata?"
"Sono passata in un posto."
"Hai un fidanzato?"
"Sì, e se proprio lo vuoi sapere è molto più bello di te."
Lui annuì. "Gentile come sempre."
Presi posto alla mia scrivania, e risposi: "Sei tu quello che non si fa mai gli affari propri, e poi si lamenta se gli rispondono male."
Aprii il cassetto chiuso a chiave, ed estrassi un fascicolo.
"È stata da quel barbone amico suo. Il ca

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   15 commenti     di: Roberta P.


Nel nome del padre (Seconda parte)

Feci roteare il pomello del rubinetto della doccia e lo richiusi. Strizzai i capelli nel lavandino e li lasciai ricadere sulle spalle nude.
Afferrai l'asciugamano e mi ci avvolsi dentro. Chiusi gli occhi e trassi un sospiro.
Non ero agitata, ma l'idea di tornare in commissariato dopo essere stata sospesa e di rivedere certi volti, mi metteva addosso stranezza e allo stesso tempo mi rendeva più combattiva di quando ero andata via.
Il vetro della mensola vibrò, e spalancai gli occhi. Allungai un braccio e abbassai il volume della radio.
Erano le sei del mattino, e a quell'ora c'era solo una persona che avrebbe potuto chiamarmi. Recuperai il cellulare, e il display confermò la mia ipotesi. Risposi.
"Allora, come ti senti?", mi domandò il mio partner.
"Sto rientrando in servizio, Lentini. Non uscendo da una clinica riabilitativa."
"Mi mancavano le tue gentilezze."
Risi sottovoce benché lui non potesse vedermi.
"Spero che tu sia super carica", riprese.
"Due volte."
"Allora ti sarei grato se ne tenessi una scorta anche per me."
Aggrottai la fronte e attesi.
"Oggi ti reintegrano dopo due mesi di astinenza, e per regalo ci spediscono al Valentino."
"Scherzi?"
"Magari", fece una breve pausa. "Hanno trovato due cadaveri, e da come me li hanno descritti è meglio se rimandi la colazione."
Quando arrivai sul posto, l'intera area era stata invasa da giornali, TV, curiosi e delimitata dai nastri gialli.
Per telefono, Lentini mi aveva solo accennato riguardo due cadaveri: uno dei quali ritrovato presso il Po, dalla parte vicino al Parco del Valentino.
Parcheggiai e m'incamminai a piedi. Indossai gli occhiali da sole, anche se di sole non ce n'era. Quello era il modo che avevo per celare il dolore che mi si creava negli occhi ogni volta che m'imbattevo nel mio lavoro.
Mancavo dalla scena da due mesi: non erano poi tanti, ma tornare tra quella gente e quell'odore di morte, mi ricordava che non c'era modo di abituarsi a quello che facevo e ved

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   6 commenti     di: Roberta P.



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