Racconti gialli, racconto avventura e mistero, poliziesco - Pagina 3
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Racconti gialli

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Nel nome del padre (Terza parte)

La pioggia bucherellava le acque inquiete del fiume e picchiettava sulla testa grottesca di Goffredo, che tuttavia non provava alcuna repulsione e, anzi, accettava quel tocco brioso come un'energica eppur tenera carezza. Se era vero, infatti, che tutto quanto nasceva, sgorgava, si ergeva dal suolo era opera del diavolo, era altrettanto vero che ogni cosa che veniva giù dal cielo o in esso viveva era una benedizione del Signore.
Aprì il rubinetto di una piccola cisterna da raccolta e si versò un generoso bicchiere di pura acqua piovana. Non ne beveva altra e non mangiava che uccelli, perché quelle erano le offerte di Dio e lui lo rispettava. Il ponte dell'imbarcazione ondeggiò e lui con esso, rischiando di rovesciare l'acqua, ma riuscì a bilanciarsi sulla gamba più corta e rientrò in coperta.
Quella vecchia motonave turistica era la sua casa, una casa che poggiava sulla disgustosa urina di Satana ma che, in effetti, lo faceva sentire come Caronte, un traghettatore di anime dannate. Inoltre aveva il vantaggio di tenerlo alla larga dalla gente, gente che poteva tentarlo, gente che poteva incriminarlo. Lui non camminava spesso per le strade, e teneva le proprie lezioni sempre a pochi passi dal Po, per poter sparire senza lasciare tracce. E, infatti, non l'avevano mai preso.
Ma lo faranno, lo rimproverò suo padre, perché semini indizi ad ogni passo. Ti prenderanno, è solo questione di tempo, quindi datti una mossa!
I richiami di suo padre lo ferivano, ma erano giusti, sempre. Lui faceva quel che poteva con ciò che aveva a disposizione, perciò doveva necessariamente lasciare corde e ami sui luoghi delle lezioni, essendo le uniche cose di cui disponeva; e, ovviamente, c'erano le impronte, le impronte irregolari lasciate dai suoi piedi diversi. Avrebbero messo insieme i pezzi, prima o poi, magari avrebbero scoperto il cadavere del vecchio da cui aveva preso la barca ed il cappotto che indossava, ma lui sapeva cosa fare in tal caso, aveva un posto do

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Nel nome del padre (Quinta parte)

La ragazza emise un mugolio. Cominciava a svegliarsi.
Goffredo controllò il proprio orologio, impaziente, e diede uno sguardo alla strada attraverso la finestra della camera da letto. Lentini doveva essere già lì, eppure non c'era. Che fosse stato trattenuto a lavoro da quella zelante collega? Possibile, invece, che il suo messaggio non fosse stato abbastanza invitante ed esplicito?
Quando l'aveva inviato si trovava già vicino a casa della giovane poliziotta, tuttavia si era affrettato temendo di non terminare per tempo il lavoro. Le aveva somministrato un anestetico e l'aveva portata a casa sorreggendola come se fosse ubriaca o stanca, per non dare troppo nell'occhio, poi era tornato alla piccola motonave per prendere quanto gli occorreva per punire l'ispettore e la vittima della sua lussuria.
Una volta in casa, l'aveva portata in bagno e denudata, poi aveva strappato la tenda della doccia e prelevato tutti gli anelli di metallo che la reggevano. Uno ad uno li aveva aperti, appuntiti con un trapano ed infilzati sotto la pelle candida e profumata della ragazza, facendone sprizzare sangue ogni volta, poi li aveva richiusi aiutandosi con una pinza. Lei non aveva emesso un suono né provato dolore, poiché l'anestetico era sufficiente a farla dormire fino all'arrivo di Lentini. Lui, intanto, aveva canticchiato, per tutto il tempo aveva intonato la filastrocca col nome della giovane senza mai smettere di sorridere.
Terminato il lavoro con gli anelli, aveva praticato due fori a distanza nel soffitto e due nel pavimento, poi nei fori aveva avvitato dei ganci robusti. Tagliata una cima in quattro spezzoni, aveva legato polsi e caviglie della vittima e l'aveva issata per assicurarla al soffitto, infine aveva agganciato gli altri due pezzi della cima ai ganci nel pavimento per tenderle le gambe.
Irritato per l'imprevisto ritardo del peccatore, Goffredo entrò in bagno per controllare ancora una volta la ragazza ed il meccanismo approntato. Mille rivoli di

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Mitri uno sconosciuto.-

Il sentiero si presentava ripido e sconnesso, io cercavo di non guardare la cima del monte dove ero diretto, i miei pensieri andavano sempre alla visione del corpo del povero Mitri, accasciato in fondo al pozzo, lo avevo riconosciuto dai pantaloni gialli e dai capelli rossi, il resto era fango e acqua, un corpo che si era chiuso come un riccio, dove rimaneva lo sguardo fisso verso il cielo e che ne illuminava gli occhi vitrei, aperti, forse per la caduta, il pozzo era alto una decina di metri, eppure erano presenti dei pioli di ferro che scendevano lungo la sua parete, poteva benissimo cercare di afferrarsi a quei benedetti pioli invece credo che sia stato buttato dentro senza troppe cortesie.-
Avevo guardato intorno al pozzo per vedere se trovavo qualche indizio, ma ormai il giorno stava finendo, rientravo per chiamare il Brigadiere Mossi, prendere una pila, passare poi dal prete Don Chimini, e dal Sindaco Guidacci, poi tutti insieme avremmo fatto i nostri passi, invece appena arrivato alla cima della collina che porta verso il paese, mi fermo per riposare un attimo a pensare, appoggiandomi su una pietra che serviva da sedile mi sentii chiamare, marescià, tipico dei paesani, tutti marescià, era Rocco il contadino, un tipo un po' indietro e rozzo nel parlare, subito pronto alla battuta per difendersi da un attacco verbale che di solito usavano i ragazzi del paese per prenderlo in giro, battutte che a volte, le più non ci azzeccavano."Senta Marescià, ho visto che in paese ci stà la macchina dei Carabinieri colleghi vostri, sapevate hè"che cosa facessero i colleghi in paese non potevo saperlo, anche perchè del morto credevo di saperlo solo io, come facesse Rocco a sapere che ero lì neanche, mi alzo dal mio sedile, mi dirigo verso il paese dista un centinaio di metri, 300 anime tra pensionati e vedove, i giovanotti sono andati via in città, in cerca di fortuna, che di solito si fermano alla fabbrica del vet

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   1 commenti     di: tore chiaro


Fantasmi del passato - Parte seconda e ultima

Parcheggiai qualche metro lontano dal magazzino, recuperai l'arma e m'incamminai a piedi.
Quella era una zona industriale abbandonata: il posto ideale per nascondere una bambina e coprire le grida.
Arrivai davanti al posto e alzai gli occhi sull'insegna che diceva proprio "Dall'Angelo Custode".
La serranda del garage era a metà, e immaginai che l'avesse lasciata lì come una sorta di invito ad entrare. E così feci.
Feci qualche passo e mi guardai intorno: nella penombra notai che il posto era pieno di macchinari. Sembrava essere un vecchio magazzino dove a suo tempo veniva prodotto materiale di sicurezza alla persona: impalcature, pedane, ponteggi e capii il perché del nome.
Stavo esplorando il posto quando sentii un rumore. Tesi l'orecchio e lo risentii.
Immediatamente capii che c'era qualcuno in quello stanzone con me. Distinsi un'ombra, alzai l'arma e gliela puntai contro.
"Ah ah ah ah!", mi disse come un rimprovero. "Non così in fretta."
"Lascia andare la bambina", lo intimai io. "Adesso."
Nel buio e nella poca luce che c'era nel magazzino, percepii i suoi occhi infuocati puntati addosso. Poi udii una risata.
"Non sei più un poliziotto e vai ancora in giro con un'arma?", mi domandò.
Avevo ancora paura, lo sentivo. Ma ero carica di rabbia nel ripensare a tutto quello che aveva fatto.
"Allora è proprio vera quella storia che i poliziotti che vanno in pensione, prima o poi si ritrovano coinvolti in qualche caso anni dopo."
"Beh, sei stato tu a volerlo", gli risposi.
"Volevo rivederti da vicino. Mi sei mancata."
Era come se il mio corpo fosse una specie di ventosa: la mia sudorazione aumentava e sentivo i capelli attaccati al viso e al collo, pizzicarmi.
Alla fine cercai di inghiottire quel nodo che sentivo in gola, e dissi: "Voglio la bambina."
"La bambina?"
"Niente giochetti, vai a prenderla."
"Tu non sei in grado di salvare le persone. Te lo ricordi, vero?"
Deglutii.
"Io me lo ricordo bene. Ero lì con voi."
"Dammi

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   10 commenti     di: Roberta P.


Assemblea condominiale

Cittá italiana del centro-Nord, palazzone in fintovetro grigiotopo, solo le nuvole plumbee hanno il coraggio di specchiarsi, mentre alberelli spellacchiati adornano il parcheggio sottostante.
Al primo piano, frontestrada, abita una professoressa di statistica quasi cinquantenne:magra, dinoccoluta, eterna single moltoimpegnata, molteamiche, moltipub. Flirta in modo altezzoso col professore di bioinorganica, abitante al terzo piano dello stesso stabile. È stata lei a procurargli il loft in affitto, e se lo lavora molto bene, giorno dopo giorno. Alle nove, in previsione, hanno la prima cenetta d'iniziazione al sesso, similulata da discussione accademica, con musiche new age scelte apposta.
Per ingannar l'attesa, verso le sette di sera, batte incessantemente sulla tastiera, impegnata a finire la relazione per il capo, da presentare l'indomani. Deve concludere in tempo per le otto, é in ritardo allucinante, rilegge e riscrive piú volte, copiaincolla da tabelle e vari calcoli.
Improvviso: un rumore sordo dal balcone dello studio, come di sacco di patate con dentro un gatto. La smilza scatta all'impiedi, si ferma, ascolta di nuovo, annusa l'aria come leonessa in cerca di preda. Si dirige alla portafinestra, la apre e lo vede: la giacca marrone, in effetti, a prima vista, potrebbe sembrare un sacco, ma é pura lana vergine, e dentro c'é un tizio. Un tizio con la barba, non molto alto ma pesante. "Si:proprio pesante", pensa la dottoressa, mentre l'afferra per i calzoni,"Chiunque tu sia, non sei invitato a cena, e io non ho bisogno di polizia intorno, ho lavorato mesi a quest'incontro, se ti sposto davanti alla finestra dei Malaguti-Stolfi, forse ti troverá la filippina".
E fu cosí, che quel sacco di uomo immobile, si ritrovó nel bel mezzo del balcone della cucina di un notaio altolocato, in odore di elezioni politiche, con filippina, maggiordomo d'ordinanza e moglie grassoccia ed ingioiellata.
Stava per accendersi il suo buon toscano davanti al

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   4 commenti     di: Rosanna Giampá


Una storia d'amore in giallo

Un giorno di novembre al tramonto, si salutarono con un bacio sulla bocca.. La loro storia durava da un anno ed era stata vissuta attimo per attimo senza nessuna inibizione prendendo giorno per giorno quello che la vita dava loro, Sapevano entrambi che la loro storia non poteva durare : lui era sposato, lei era la donna di un boss.
Entrambi avevano vissuto una vita normale fino a quando non si erano incontrati per caso, è fu colpo di fulmine! La seconda volta che si rividero fecero l'amore e per entrambi fu la certezza di essere fatti l'una per l'altro. Si vedevano di nascosto e rubavano alla vita le ore che potevano ed erano felici immensamente.
Ma il destino era in agguato e più che il destino era il sesto senso della moglie di Walter che cominciò ad avere qualche sospetto. E da li cominciò tutto.
Walter aveva sposato Giulia cinque anni prima ma in pratica si conoscevano da quando erano liceali e si frequentavano con assiduità. Si laurearono insieme e poi come aveva deciso il destino si sposarono.
Giulia era molto innamorata di Walter che provava molto affetto per lei, e la decisione di sposarsi l'aveva. presa per accontentare la sua famiglia e la famiglia di lei che erano legate da molti anni di amicizia.
Erano due famiglie con grandi patrimoni ed avevano fatto molti progetti su di loro, anche perché entrambi erano figli unici; ecco perché al momento del matrimonio erano stati messi a capo delle loro Aziende.
Erano ormai diventate due persone molto importanti nella loro sfera sociale : i loro amici si potevano trovare nell'alta finanza, fra banchieri, ambasciatori e così via. Quasi ogni giorno erano invitati a qualche festa ed erano guardati da tutti con benevolenza e se vogliamo anche con un pizzico di invidia.
Quando conobbe Laura e si guardarono negli occhi capì che la sua vita era vuota e Laura era la persona che l'avrebbe riempita. Il giorno dopo si rividero di nascosto e fecero l'amore e Walter capì cosa gli mancava: la passione!
L

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Le tre crocifissioni

Alle prime ore del mattino del sabato santo Paolo Ponzio, funzionario a capo della squadra mobile di Napoli, Gianpiero De Caroprico, procuratore capo della repubblica e il vicecommissario Luca Conti della U. A. C. V. di Roma, cioè l'Unità d'Analisi del Crimine Violento, osservavano turbati la scena del crimine.
Era una brulla e assai poco frequentata collinetta fuori Napoli, per anni utilizzata come discarica abusiva e la cui forma ricordava vagamente un teschio. In mezzo ai cumuli di copertoni, agli elettrodomestici rotti e ai mucchi di spazzatura, s'innalzavano tre enormi croci lignee, a cui erano legati altrettanti cadaveri.
Ponzio era annichilito. Ciò che vedeva gli pareva davvero troppo. Nessuna gelosia professionale, stavolta, era anzi felice della presenza di Luca Conti, quasi un mito ormai nelle forze di polizia, grande specialista nella caccia ai serial killer. Che se la vedesse il collega, lui se ne lavava le mani, anche perché conosceva fin troppo bene l'identità delle vittime presenti su quel Gòlgota e ne era spaventato. A sinistra e a destra c'erano i due ladroni, Gennaro Peruselli detto Kingpin e Francesco Nicolino, noto come O Pazzo, boss incontrastati delle due principali cosche rivali della camorra napoletana, da tempo impegnate in una guerra senza esclusione di colpi.
E se la presenza di entrambi era già di per sé incredibile e allarmante, ciò che davvero sconvolgeva Paolo Ponzio era il personaggio posto al centro della macabra rappresentazione evangelica, non soltanto bloccato come i compagni di sventura con robusti ganci metallici a forma di ferro di cavallo, ma in parte addirittura inchiodato alla croce. Quell'uomo anziano e incoronato di spine, il cui volto anche nella morte manteneva una maschera di atroce eppur composta sofferenza, era niente meno che sua eminenza il cardinal Giulio Sisti, arcivescovo di Napoli, da tempo in odore di santità. Sopra la sua testa, in luogo dell'originale iscrizione I. N. R. I. era stato appiccica

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   9 commenti     di: Massimo Bianco



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