Ogni notte me lo sogno... ogni sacrosanta notte!
Mi chiamo Fabrizio Annunziata e ormai ho 30 anni... diciamo che sono giunto a metà della mia vita senza concludere nulla di buono... ora come ora mi guadagno da vivere facendo le pizze... non guadagno tantissimo ma nemmeno pochissimo... ma ciò mi basta visto che serve solo per me.
Sono solo... come sempre... come in tutta la mia vita lo sono sempre stato!
Ma da qualche giorno... ogni notte lo sogno... sogno di avere un figlio... ogni notte lo vedo vivere!
E credo che in questi sogni qualcosa di vero è nascosto. Devo capire cosa mi sta succedendo!
-Purtroppo nei miei sogni la sua faccia è oscurata... non riesco a vederla... comunque dal corpo è abbastanza cresciuto... infatti nei miei sogni sembra che viva in casa senza nessuno!-. Il mio psichiatra di fiducia mi guarda con una faccia strana... mi crede pazzo... eh... ma devo pur parlare con qualcuno non posso parlare sempre da solo come un idiota. So benissimo che non mi vuole sentire... ma io lo pago da anni... e deve fare il suo lavoro!!!
-Si rende conto che è solo un sogno?-
-Si che me ne rendo conto!!! Ma me lo sogno tutte le notti... qualcosa di vero ci deve essere!!! Io credo davvero di avere un figlio da qualche parte... io ogni notte lo vedo... anche se non riesco a vederlo in faccia... vedo quello che fa... come vive la sua vita... vedo che anche lui come me ha la passione di scrivere... vedo che come me anche lui scrive al pc miliardi di racconti! E chissà quante altre cose avremo in comune! Chissà se anche lui mi sogna! Chissà se anche lui ogni notte nei sogni mi vede vivere! Vede vivere suo padre!!! Devo capire dove sta mio figlio... io sono sicuro di averne uno... me lo sento... quei sogni sono troppo veri!-
Il dottor Rossini fa un sospirone...
-Ascolti Fabrizio... lei non può avere un figlio... se ne facci una ragione! Come lei stesso mi ha detto! Lei è vergine... e non solo quello... lei non ha mai baciato una donna in vita sua!!!
Avvolti nei cappotti, Lentini ed io ci ritrovammo ad attraversare piazza Castello, il martedì della prima settimana di novembre. Erano le sei del mattino e la città cominciava ad animarsi.
Nessuno di quelli già in auto o in tram, diretti alle proprie giornate, sapeva ancora che mentre loro dormivano, una donna veniva massacrata e abbandonata in una delle piazze più famose di Torino.
Una volta sul posto, salutai Lorusso e il nuovo arrivato, il sovrintendente Clensi. Poi mi misi sulle ginocchia e alzai la cerata.
Mi sfilai gli occhiali da sole, la fissai negli occhi per qualche secondo, e memorizzai il suo sguardo. Là, notai qualcosa sul suo viso. "Che roba è?"
Lentini si avvicinò. "Non ne ho la più pallida idea..."
"Dov'è Ferro?"
La sua voce mi giunse da dietro. Ci voltammo.
"Sono qua!", gridò alzando una mano.
"Che ne dici?", domandai facendo segno verso la donna cadavere.
"Non quanto vorrei. Stasera passa da me che nel pomeriggio la esaminerò."
"E a me non m'inviti?", chiese Lentini mandandogli un bacio.
"Mi spiace, ma non sei il mio tipo."
"Cosa sai per ora?", chiesi io.
"È deceduta verso la mezzanotte o poco più. Ha dei tagli veramente molto profondi, è una cosa... raccapricciante."
Io fissai un altro punto, e indossai gli occhiali scuri.
"Ci vediamo stasera", dissi.
"Ti aspetto."
Infine mi allontanai.
Alle ventuno in punto mi trovavo nel parcheggio dell'istituto della Scientifica.
Erano anni che percorrevo quei corridoi, ma non ero mai abbastanza disinvolta per far finta che la puzza di sangue mista al disinfettante non mi desse la nausea.
Raggiunsi Ferro al pianterreno, e lo salutai.
"Puntuale, come sempre."
"È il minimo..."
Appesi il cappotto all'attaccapanni e presi posto.
"Allora, che hai scoperto? Che mi dici di quelle ambigue macchie d'inchiostro?"
"Ah sì, ne ho trovate altre due sulle mani e una sull'ombelico, ma questo non sembra essere rilevante. Senti qua... Luisa Marinetti è morta per la bellezza di d
Il Maresciallo Musumeci, faciva servizio presso la stazione dei CC di Carratini, in Sicilia, era oramà arrivato quasi alla fine della carriera. La pensione, se l’attuale governo non avissi fatto minchiate come erano al solito i governi fare, se la sarebbe scialata di li a poco, e po’ l’aspittava quel terreno con una piccola casuzza, che aviva comprato cù tanti sacrifici, sul lungomare del paisi e bona notte e sono. Era arrivato di mattina presto in ufficio, ad aspettarlo c’era il brigadiere Trovato che aveva già bell’e pronto il fascicolo di un omicidio. È sembrava già un caso complicato.
Il fatto era che, un uomo era stato attrovato morto, con un coltello piantato nel petto, nella stanza da letto della sua casa, che si attrovava in contrada Masseria, stanza che risultava chiusa dall’interno. Di fatto l’omicidio si prisintava già un rompicapo, un vero busillis per il Maresciallo Musumeci, che quel giorno d’estate già assaporava una bella nuotata rinfrescante visto che, già dal mattino era tutto sudatizzo per la forte afa.
Il Maresciallo, già imprecava gastime e santioni. Ma come, proprio a lui doveva capitare un omicidio accussì strano, proprio quel giorno di piena estate con un caldo assuficoso che avrebbe fatto cuocere le uova sull’asfalto, tanto era bollente. Invece di nà bella rinfrescata al mare, doveva andare dal morto che tra l’altro, si attrovava in una contrada fuori dal paisi.
Si addrumò una sicaretta, tanto il nirbuso lo spiccicò. Ma che minhia gli rappresentava si chiese, un omicidio in una stanza chiusa dall’interno. È po’, la zona dove era avvenuto era una contrada tranquilla: case, ville, villini e tutte con giardini, abitate di gente per bene, e senza che in passato si fossero verificate cose strane. Sì, qualche volta un furto in una villa, qualche litigata, ma tutto lì niente di importante.
Omicidi, a parte quelli mafiosi, cà erano firmati e timbrati, in quella zona non accadevano oram?
"Lei deve aiutarmi."
Mi guardai in giro. Poi tornai con lo sguardo sulla donna che aveva parlato.
"Sta dicendo a me?"
"Appena ha finito, la prego. Venga fuori, mi trova sul retro."
La seguii con lo sguardo lasciare l'edicola, e scossi il capo.
Presi il giornale, pagai ed uscii.
Stavo dirigendomi verso la mia auto quando udii la stessa voce di donna, parlare.
"Lo sapevo."
Mi voltai e la vidi in piedi a qualche metro più in là, con le mani dentro le tasche di un lungo impermeabile beige.
"Sapeva che cosa?", domandai distogliendo lo sguardo da lei. Aprii lo sportello lato passeggero, e vi accomodai sopra il giornale.
"Sapevo che non sarebbe venuta sul retro", continuò.
Chiusi lo sportello e la fissai: "Bene. Adesso se vuole scusarmi, ho parecchio da fare."
Feci qualche passo, ma la voce mi raggiunse nuovamente.
"Venire a comprare il giornale alle nove del mattino non è esattamente l'orario di una che ha un sacco di cose da fare."
Mi bloccai e la guardai. Sorrisi irritata.
"Io e lei non ci conosciamo. Quello che devo fare io non sono affari suoi."
"Se fosse venuta sul retro e mi avesse lasciato spiegare, ora saprebbe chi sono."
Assunsi un'espressione alquanto scazzata quando dissi: "Ok, può dirmelo qua. Chi è lei?"
"Magari potrei raccontarglielo davanti ad una tazza di tè."
"Non sono la persona adatta per scambiare quattro chiacchiere. Addio."
Ero appena salita in macchina quando la donna urlò: "Deve scoprire cos'hanno fatto a mia figlia!"
Quelle parole rimbombarono dentro la mia testa e costrinsero a bloccarmi.
Scesi dall'auto e lentamente mi avvicinai alla donna. Il suo viso era una maschera di dolore, e il freddo di quella gelida mattina di dicembre le si concentrò sul naso arrossato.
"Che cos'ha detto?", le domandai quasi scandalizzata e inclinando il capo.
"Mia figlia", continuò quasi piangendo. "Deve scoprire cos'hanno fatto a mia figlia."
"Perché lo sta chiedendo a me? Vada alla polizia, no?"
"Perché è lei la po
Nella malaugurata ipotesi ci aspetti
un'altra vita nell'Aldilà,
bisognerà cominciare a pensare quali libri
mettere in valigia per ammazzare il tempo.
Refoli di vento muovevano di tanto in tanto le tendine del bow-window. La stanza era in ordine. Calata in una tiepida penombra primaverile. La radio, sintonizzata sul programma di prosa, stava trasmettendo I Ragazzi Irresistibili.
Sprofondato in una poltrona old-america, un uomo sulla cinquantina, occhi socchiusi, un leggero sorriso sulle labbra, sembrava ascoltare, compiaciuto e divertito, alcuni dei dialoghi più acutamente esilaranti che mai penna abbia saputo partorire.
Improvvisamente un lampo illuminò a giorno la scena. Poi, in rapida successione, un altro. E un altro ancora. Il fotografo della polizia bofonchiò qualcosa, girò i tacchi e se ne andò. Due mani aprirono una valigetta e, stancamente, meccanicamente, tirarono fuori tutto l'armamentario per procedere ai rilevamenti di rito. Impronte digitali e compagnia discorrendo. Nel frattempo il medico, sfilandosi i guanti di lattice, e volgendo lo sguardo ad un boccettino scuro che era sul tavolo, sentenziò:
- il settimo suicidio in tre giorni. Di questo passo verrà stabilito un nuovo record. Comunque aspettiamo l'autopsia.-
Negli ultimi giorni, il Queens era stato teatro di quel tipo di dipartite che dovrebbero ogni volta portare sul banco degli imputati una intera società. E la giuria non avrebbe motivo di mostrare né incertezze, né pietà nel pronunciare la sentenza.
E invece, le povere anime che se ne andavano di propria volontà, a meno che non fossero famose, erano circondate dalla più totale indifferenza. Magari con il biasimo e il malcelato fastidio dei benpensanti.
Questa volta però ad attirare l'attenzione fu il numero, il breve arco di tempo, e il fatto che l'area degli accadimenti fosse così circoscritta. Una sorta di Riserva degli aspiranti suicidi. Anche se il Queens non poteva certo essere paragon
Ce ne usciamo. Io e Sandro.
Ci avviamo giù lungo la prima traversa della casba verso la sinagoga.
È strano come evolve una città. Una volta questo doveva essere un bel quartiere. Forse residenziale. Una vecchia mi aveva spiegato un giorno, che sulle pareti delle scale del suo palazzo, quando c’era entrata lei, c’erano degli affreschi. Scene di vita in campagna, putti, madonne.
Poi un giorno qualcuno li aveva sotterrati sotto uno strato di verde sbiadito, e gli affreschi vivevano ormai solo nel suo ricordo.
Il quartiere si era evoluto, la città si era ingrandita, le zone residenziali si erano spostate verso nuovi rioni che nascevano attorno a quella che sarebbe divenuta la casba.
Poi anche questi si erano degradati, ma ne erano nati di nuovi ancora un po’ più in la, un po’ più in su, e così avanti.
In più si erano sviluppate le periferie. Nate male e cresciute peggio.
Prima o poi qualche amministrazione un po’ più dura avrebbe rimodernato questa o quella zona riportandola agli antichi splendori, per aspettare poi che si degradasse di nuovo.
Le uniche zone che non cambiavano erano la collina, dove abitavo io, e il centro che da sempre erano zone bene e lo sarebbero rimaste per sempre. Inno alla normalità borghese della città.
Voltammo all’angolo della sinagoga e ci avviammo verso la cloaca.
Il viale correva dritto perdendosi nella nebbia fino al cuore della casba.
- Me la ricordavo peggio- dice Sandro
Io lo guardo per vedere se scherza. Scherza.
- Paura? ?" gli chiedo
- … - mi sorride
Ci siamo avviati nella nebbia che si richiude alle nostre spalle dimenticando il nostro passaggio.
All’angolo successivo c’era il bar dei finocchi, non per niente, ma la padrona tanti anni fa coltivava finocchi in un’orticello che si era ricavata sul retro del locale.
Due marocchini si urlavano in faccia mentre un gruppetto di guardoni aspettavano di vedere se ci veniva fuori un po’ di show.
I marocco gridano spesso p
Mi sedetti dulla potrona vina,
ero turbato, non riuscivo proprio a capire,
non era possibile, no, non era propio possibile!
Ricordavo perfettamente, di alerla gettata via
quella dannata lista. Ne era la prova evidente
il foglio tutto accartocciato.
Non riuscivo a trovar e pace, forse tavo impazzendo?
Presi dal piccolo carrello bar che ho per casa,
una bottiglia di J&B, me ne versai una doe abbondante
e la buttai giù tutta d'un fiato.
Questa storia aveva dell'incredibile.
Poco a poco, l'alcool cancellò quella vicenda
dalla mia mente, facendomi però crollare,
ubriaco fradicio, sul pavimento.
Mi svegliai dopo non so quanto tempo,
accanto a me, in ginocchio,
c'era Lisa, bella e impeccabile come sempre,
che mi chiamava, mi strattonava, quando fui
completamente desto, si alzò di scatto,
e andò a sedersi sulla potrona dove prima ero io.
Sul tavolino, davanti a lei, c'era la bottiglia vuota
del whisky che mi ero scolato, si arrabbiò molto,
pretendeva una spiegazione, perchè mi ero ubriacato?
io... non lo ricordavo più...
Lei ovviamente non ci credeva, voleva sapere,
ad un tratto, si fece più insistente,
stava cominciando a darmi fastidio.
Oddio, non mi ero mai sentito così,
all'improvviso in me crebbe un'ira incredibile,
mi alzai barcollando dal pavimento, e le gridai,
di stare zitta e di non insistere,
fino ad allora non avevo mai alzato la voce con lei,
ma Lisa continuò imperterrita a urlare e ad insultuarmi.
D'un tratto ricordai tutto, ... la lista... dovevo, dovevo,
possibile che fosse lei? L'opera che dovevo creare?
Ma si certo era lei! Dovevo ucciderla,
dovevo creare la mia opera,
la più bella di tutte in assoluto.
Mentre lei era ancora li ad imprecare e urlare,
mi allontanai, presi un tagliacarte dalla scrivania,
andai verso lei, le afferrai il braccio e la pugnalai.
Non ebbe neanche il tempo di piangere,
cadde in un tonfo sordo,
ero stranamente felice, non facevo altro che
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