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Racconti gialli

Pagine: 1234... ultimatutte

Il predestinato

Incipit:

"Non si sa quanta curiosità rimanga nell'animo di un uomo che ha deciso di togliersi la vita, né cosa dovrebbe accadere per fargli cambiare idea. Così come non si sa come sarà la sua vita, se decide di restare nell'al di qua."
Così recitava l'introduzione di un articolo scritto da un sociologo su una rivista di divulgazione popolare che Piermario aveva ritagliato e appeso nella sua camera, in attesa di prendere una decisione che fosse una risposta a quel quesito.

Piermario Cantacesso sta immobile, dritto sulla spiaggia, con i piedi affondati nella sabbia umida. È un freddo mattino di fine ottobre. Ha lo sguardo fisso oltre l'orizzonte, quello stesso orizzonte che tante volte ha osservato con espressione sognante, pervaso di poesia e d'incanto. Un limite geografico perforato dalla fantasia, alla ricerca di un imperscrutabile futuro, prosieguo di uno spazio temporale dove costruire nuovi mondi, nuovi rapporti umani, nuovi incontri, nuove esperienze... altre vite. Ora invece eccolo lì, ammutolito nel pensiero. Si passa la mano sulla fronte umida, fra quei pochi capelli dimenticati, appiccicati alla cute o scompigliati dal vento. Il suo respiro è regolare, breve, distratto: come se non gli importasse più di riempire i polmoni. Spiegato di fronte a sé c'è il mare, maestoso. Un manto grigio di riflessi di nubi distese sul mondo, come un coperchio leggermente scostato per fare uscire i vapori di bollitura. Tra i buchi strappati dal vento di quota, la luce del sole goffamente s'infila, come un braccio fatica nella manica ostile, facendosi breccia la mano nella maglia contorta, fino a uscire dal polso, nel torpore assonnato del primo mattino. Quel sole d'autunno che nasce di sbieco, sale di sbieco e scende di sbieco la sera, come sempre fa in questa stagione. Dopo un'estate radiosa, passata ad arrampicare la vetta del cielo, ora a fatica raddrizza la schiena, come un vecchio bracciante per troppo tempo chinato sul lavoro dei campi. Se c'è un mo

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   2 commenti     di: Rudy Mentale


99 bottiglie d'annata

La villa era immersa nella nebbia di novembre e sembrava un grande dinosauro dormiente adagiato nella radura.
Al maresciallo Maestrale non piaceva occuparsi di furti come quello commesso nella villa dei marchesi Giacobitti di Colfosco Ripa Zanfretta ma, ogni tanto, gli capitavano casi leggeri come quello di quella mattina.
Era stato rubato un mobile antico.
I marchesi erano famosi, a livello regionale, per i loro vini. Alcune annate avevano vinto premi prestigiosi in passato, ma recentemente il loro marchio era un pochino decaduto.
La villa era un maniero gigantesco, triste, anche stanco a giudicare dai pezzi di intonaco che cascavano dalle pareti esterne qua e là. Era abitato solo nella parte sud. L'ala nord era adibita a magazzino per i vini e ad est era stata costruita una sorta di dependance dove erano piazzati i macchinari per la produzione del vino. Tutto intorno alla magione si estendevano a perdita d'occhio filari di uve.
Il maresciallo Maestrale entrò nella villa di malavoglia, avrebbe gradito un buon caffè, ma era sicuro che in quella casa nessuno si sarebbe mai sognato di offrirglielo.
Gli aprì un signore grassottello, completamente calvo e con un tic insistente che gli faceva muovere la spalla sinistra in senso rotatorio, quasi che il servitore dei marchesi stesse sempre tentando di rilassarne i muscoli.
"Buongiorno sono il maresciallo Maestrale. Sono qui per il furto. Posso parlare col marchese?" chiese.
"Quale marchese?" chiese l'uomo.
"Quello che abita qui" disse il maresciallo già irritato e quale marchese se no? Quello dimezzato?
"Intendevo dire quale marchese: quello giovane o suo padre?" rispose annoiato il maggiordomo.
"Quello che ha sporto denuncia per il furto, "estrasse un taccuino e lesse "di una tecca del 1400". Alzò gli occhi verso l'omuncolo che lo guardava con sufficienza.
"Una teca, vorrà dire, un armadio, del 1400 prezioso come un quadro di Leonardo, costoso come un Picasso, delicato come un mosaico bizantin

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Buio

Non sapeva se fuori fosse giorno o notte.
Non sapeva che giorno fosse, non sapeva da quanto tempo era là, con i piedi e le mani legate da una corda robusta, steso su quel pavimento dimesso e ruvido.
Cosa certa era che in quelle condizioni ci era da troppo tempo perchè aveva la gola riarsa dalla folle sete e sentiva il forte dolore all'ossatura delle mascelle inattive da troppo.
I calci nello stomaco che gli avevano dato i suoi aguzzini, lo avevano spinto a vomitare più volte, e lui non sapeva cosa vomitava, ma aveva avveritito il sapore caldo e amaro del suo sangue.
La benda gli copriva gli occhi gli stringeva la testa dolorante. Nessun raggio di luce la trapassava e questo lasciava presagire che la stanza fosse immersa nell'oscurità più densa.
I suoi persecutori non avevano volto, nè nomi.
L'avevano assalito da dietro, l'avevano caricato su un camion e l'avevano colpito e lui aveva subito perso i sensi.
Quando si era risvegliato, non sapeva quanto tempo fosse passato di preciso, si era ritrovato lì, così legato.
Non sapeva nulla, dunque. Non immaginava neanche perchè lui era una persona tranquilla che, a vederlo, non sembrerebbe stato capace di uccidere una mosca fastidiosa.
Non aveva mai dato torti nè tantomeno si era sognato di commettere angherie e soprusi.
E ora era lì, inerme, allo stremo, che non ce la faceva più a gridare, e aveva le labbra rotte e gli occhi gonfi al di sotto della benda.
Tutto era buio, un buio doloroso e lancinate, e il tempo era fermo e sembrava che mai più sarebbe ripartito.
Sentì un rumore poco distante. Forse, l'aveva sognato, forse stava dormendo, forse era morto, non se ne era accorto. Era morto e quello era il buio della sua bara.
Era questa la morte, allora? E il paradiso, l'inferno, dov'è che sono?
Il rumore si ripetè, e pensò che forse era ancora vivo.
Ci fu ancora, e allora si disse che, per ora, era ancora in vita.
ci furono dei passi in avvicinamento, e venne assalito dal terrore.
Riconobbe

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   0 commenti     di: serena


Mara

"Ho tralasciato il meglio." concluse piatto, nascondendo il suo volto incartapecorito dietro una piccola nube di fumo bluastro.
"Ma ti avevo pregato di essere esauriente e dettagliato." incalzò supplichevole Mara.
"Lo sono stato, Mara. Ma non puoi pretendere che ti si dica tutto, fin nei più turpi dettagli." rispose spazientito il dottor Miguel. Erano anni che si davano del tu, nonostante lo scomodo ruolo di analista lui, paziente lei. Ma c'era da aspettarselo. Una nevrotica con manie ossessivo-compulsive non badava alla diplomazia. In un pomeriggio di novembre l'aveva vista entrare nello studio vestita in modo impeccabile, cominciando a dialogare con termini che di solito non utilizzava. Un vocabolario forbito e totalmente privo di accento. Allora il dottor Miguel aveva capito. Non si trattava solo di una nevrotica, ma di una nevrotica con disturbo della personalità. Una doppia personalità.
Mara prese a torcersi le mani, respirando affannosamente. "Continui a mentirmi. Continui a farlo come se fossi una povera stupida!" gridò scagliandogli addosso un cuscino. Il dottor Miguel agguantò l'oggetto e lo ripose ai suoi piedi, senza scomporsi. "Se me ne dai la possibilità, Mara, ti dirò altro. Ma dovrai pazientare fino al prossimo incontro."
"Non voglio aspettare, lasciami dormire qui. A casa c'è troppo rumore." il tono di voce di Mara era sempre più patetico.
"Quale rumore? Non vivi da sola?" domandò il dottor Miguel cominciando ad annotare qualcosa sul suo taccuino nero.
"Li sento grattare con le loro unghie. Lo fanno sempre. Usano le unghie perché..." il respiro si spezzò. Mara alzò lo sguardo sbiadito su quello severo del dottore.
"Perché...? Avanti Mara. Se mi dirai tutto, io continuerò a raccontarti dell'accaduto" forse era quello che voleva. Forse era ancora abbastanza acuta da riscattare la propria curiosità.
"Non ho mangiato anche quelle, le ho strappate loro prima di mangiarli. Perciò possono usare solo quel

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Doppio intrigo per Norman Parker -conclusione-

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Sotto il Naso

Sentì il sudore freddo insinuarsi tra collo e colletto, allargò il nodo alla cravatta con un gesto svogliato e poco elegante.
Una sensazione di inadeguatezza lo soffocava e il ticchettio dell’orologio lo sfidava senza lasciargli tregua alcuna. Avrebbe voluto sfogarsi, gettare gli incartamenti in aria, guardare i fogli adagiarsi sul pavimento chiaro, tornare a casa dalla moglie.
Il dottor Foggia era stato fin troppo chiaro poco prima al telefono: Niente movente, niente cadavere, niente assassino.
Fermò le mani sui fianchi spostando leggermente la fondina, sbuffò. Abbassò lo sguardo e osservò i nastrini colorati sul nero della divisa. Gli restavano poche ore ormai: il signor Mengoli doveva essere a breve rilasciato. L’istinto si manifesta secondo leggi non scritte e come un miraggio appare in un lampo diventando un chiodo fisso che martella il cervello. Il maresciallo non nutriva alcun dubbio. Era stato lui. Lo aveva lì, in caserma, a disposizione. Eppure il presunto assassino sarebbe uscito sorridendo dalla porta principale facendosi beffa delle intuizioni dell’uomo in uniforme. Avrebbe mai potuto scrivere sul verbale di arresto del suo istinto, delle sensazioni o dell’odore acre che emana una bugia? Un qualsiasi avvocato avrebbe riso sonoramente leggendo un’incriminazione basata sul nulla. Il magistrato non poteva far altro che accertare la mancanza di prove inequivocabili.
Era stato breve, telegrafico come sempre, lapidario: Non avete niente per trattenerlo, non convalido nessun arresto, non con questi indizi.
Il caldo afoso e alterno di un’estate anomala non aiutava di certo a concentrarsi. L’afa è nemica dell’uomo in divisa, della cravatta, dei colletti bianchi, dei berretti e delle auto scure. A dire il vero c’era poco su cui riflettere; antipatia, qualche dissapore, vecchie gelosie, nulla che giustificasse un delitto. Eppure l’intuito lo aveva sempre aiutato e nessuno conosceva meglio di lui gli abitanti del paese.
Certe

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   3 commenti     di: Andrea Testa


... e non dissi parola

la funzione era terminata, tutti gli invitati si avviarono verso il portone di quella piccola basilica di Corumbà dove l'ormai settantenne padre Velasco de la Corgna aveva ricevuto una delle più alte onorificenze previste dalla chiesa cattolica, per chi, come lui, aveva dedicato con grandi sacrifici la propria vita al servizio della chiesa. Il pesante portone si chiuse alle spalle dei convenuti, che preso posto nelle auto messe a disposizione dalla curia si recavano nel vicino castello de la Corgna, proprietà di padre Velasco. Il sorriso sereno sul volto dell'anziano prelato rivelava la sua serenità d'animo e i suoi occhi, lucidi per l'emozione, tradivano un certo orgoglio per quella che era stata l'onorificenza appena ricevuta. Avrebbe trascorso serenamente gli ultimi anni della sua vita in un castello della Loira, in Francia, dono di alcuni benefattori per il bene fatto alla comunità. I sorrisi, le musiche, le strette di mano, la tavola imbandita, i bridisi di augurio e ringraziamenti scorrevano come fiumi. I discorsi privati si alternavano a dichiarazioni pubbliche... in fondo chi era presente a quella cena sontuosa rappresentava un'èlite politica ed ecclesiastica dell'America latina... Nessuno si accorse delle ore che scorrevano mentre la tv trasmetteva le immagini di quella splendida funzione religiosa e del banchetto che ne era seguito. E la notte passò!

   0 commenti     di: soffice neve



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