Mi sedetti dulla potrona vina,
ero turbato, non riuscivo proprio a capire,
non era possibile, no, non era propio possibile!
Ricordavo perfettamente, di alerla gettata via
quella dannata lista. Ne era la prova evidente
il foglio tutto accartocciato.
Non riuscivo a trovar e pace, forse tavo impazzendo?
Presi dal piccolo carrello bar che ho per casa,
una bottiglia di J&B, me ne versai una doe abbondante
e la buttai giù tutta d'un fiato.
Questa storia aveva dell'incredibile.
Poco a poco, l'alcool cancellò quella vicenda
dalla mia mente, facendomi però crollare,
ubriaco fradicio, sul pavimento.
Mi svegliai dopo non so quanto tempo,
accanto a me, in ginocchio,
c'era Lisa, bella e impeccabile come sempre,
che mi chiamava, mi strattonava, quando fui
completamente desto, si alzò di scatto,
e andò a sedersi sulla potrona dove prima ero io.
Sul tavolino, davanti a lei, c'era la bottiglia vuota
del whisky che mi ero scolato, si arrabbiò molto,
pretendeva una spiegazione, perchè mi ero ubriacato?
io... non lo ricordavo più...
Lei ovviamente non ci credeva, voleva sapere,
ad un tratto, si fece più insistente,
stava cominciando a darmi fastidio.
Oddio, non mi ero mai sentito così,
all'improvviso in me crebbe un'ira incredibile,
mi alzai barcollando dal pavimento, e le gridai,
di stare zitta e di non insistere,
fino ad allora non avevo mai alzato la voce con lei,
ma Lisa continuò imperterrita a urlare e ad insultuarmi.
D'un tratto ricordai tutto, ... la lista... dovevo, dovevo,
possibile che fosse lei? L'opera che dovevo creare?
Ma si certo era lei! Dovevo ucciderla,
dovevo creare la mia opera,
la più bella di tutte in assoluto.
Mentre lei era ancora li ad imprecare e urlare,
mi allontanai, presi un tagliacarte dalla scrivania,
andai verso lei, le afferrai il braccio e la pugnalai.
Non ebbe neanche il tempo di piangere,
cadde in un tonfo sordo,
ero stranamente felice, non facevo altro che
In un paesino di poche anime e tante vacche, circondato da paesaggi da favola, la mattina le valli, erano immerse nella nebbia. Era una domenica di ottobre, quando io e i miei ragazzi decidemmo di trascorrere una settimana in montagna, nel periodo in cui, il bosco, stanco del suo verde, ama screziarsi tra il rosso e il giallo. Sulla cima dei monti la prima neve e in giro, creature impegnate a vivere. Mimetizzato il capanno, dove eravamo nascosti iniziammo a studiare la natura. Ad un tiro di schioppo, la grotta dell'orso. La natura incontaminata ci offriva scenari di inaudita bellezza e con calma olimpica, ne catturavo i colori che, simili a note dell'anima, sapevo disegnare sulla tela. L'aspra bellezza del posto e il silenzioso mormorio del ruscello mi davano una calma interiore e grande rilassatezza. Avevamo appena iniziato a dipingere lo spettacolare tramonto, quando udimmo uno sparo. Lasciammo tutto e siamo corsi fuori dal capanno. La brezza disegnò alcune strisce nel blu profondo del cielo notturno. Si sentivano gli animali tutti intorno ed era impossibile distinguerli l'uno dall'altro, ed era impossibile anche solo tentare di attribuire un verso ad una figura, ad una fisionomia. Rapiti dalla curiosità iniziammo a camminare lungo su quel sentiero buio per la vegetazione ed accidentato: soltanto qualche debole raggio di luce riusciva a trapelare fra la fitta macchia di lecci e corbezzoli. Sentimmo in lontananza un fruscio di passi. Avanzammo a passi lenti, immergendoci sempre più in una natura fiabesca e ancora vergine. Un piccolo mondo dove ogni cosa pareva disposta secondo l'ordine di un abile creatore: di là un grosso ragno tesseva pazientemente la sua tela fra gli arbusti, dall'alto di un tronco contorto una ghiandaia infrangeva il silenzio con dei rauchi richiami mentre una leggera brezza accarezzava le foglie sprigionando il profumo soave dell'autunno. Talvolta il bosco infonde un senso di libertà tale da farci desiderare di trascorrere il resto della
[continua a leggere...]Commissariato. Convocazione urgente. Presentarsi il prima possibile. Importanti comunicazioni. Cosa potevano mai volere da me i poliziotti? Da me, tranquilla casalinga vicina agli anta, la cui massima trasgressione è stata fumare un po' di erba ai tempi dell'università. Doveva esserci un errore, si, uno scambio di persona, un caso di omonimia. Dopotutto era comprensibile che gli impavidi paladini dell'ordine e della giustizia fossero alquanto confusi in quel periodo, con quella faccenda del serial killer, con tutta l'attenzione nazionale concentrata in una cittadina nella quale, fino a quel momento, i poliziotti non avevano dovuto fare molto di più che le multe alle auto parcheggiate in doppia fila. Eppure il diavolo sembrava aver scelto quell'ultimo angolo di paradiso come tenuta di caccia, e si stava dando anche parecchio da fare: in poco più di un anno aveva completamente distrutto tre famiglie, madre, padre, figli e nonni, quando ce n'erano. Quello che aveva colpito in quei delitti, oltre naturalmente alla loro particolare efferatezza (le vittime erano state fatte a pezzi con una grossa lama, forse un'ascia o un macete), era quello che il maniaco aveva fatto poi nelle case: abbassava tutte le tapparelle, dalla soffitta alla cantina e rompeva tutte le lampadine presenti nelle abitazioni. Eliminava tutte le possibili fonti di luce all'interno delle case. I rilievi della Polizia avevano assodato senza ombra di dubbio che svolgeva quelle operazioni dopo aver mietuto le sue vittime, e non prima, introducendosi nelle case durante la loro assenza per poi colpirli. Una volta trovò un lucernaio che dava su un sottotetto, naturalmente era privo di tapparelle, ed allora che cosa aveva fatto il mostro? Era sceso in cantina, aveva fatto a pezzi uno scatolone e con il cartone aveva coperto totalmente il vetro zigrinato, perdendo Dio solo sa quanto tempo nell'operazione, quando la cosa più sensata da fare sarebbe stata lasciare la casa al più presto. Il killer sembrava
[continua a leggere...]Ore 5. 00 In Fellatio-city
-Ehi, pensi davvero che possa aiutarmi? Son disperata. Non riesco più a vivere... cioè, è una situazione davvero molto delicata.
-Tranquilla. È il migliore nel settore dell'investigazione privata e, se pagato bene, risolve anche i casi più strambi. È anche uno psicologo, mi sembra. Una volta nonna aveva problemi con un demone che le infilava il mattarello su per il retto. Bè, cara mia ora non si fa più vedere!-
-L'importante è che non mi prenda per pazza. Ho già una nominata orrenda con tutti i dottori e psicologi della città.
-Vai tranquilla. Parlane con lui. Fidati di me. Ma dimmi, come mai il tuo caso è così contorto?!
-Don Giorgio. Ti ricordi di lui?
-Certo che si. È morto tipo 10 anni fa. Era il parroco del S. Durazzo. Quindi? Cosa c'entra?!
-Ecco... riesce a possedermi... nel sonno.
-Ahahaha ma non dir cazzate, su!!!! Vuoi farmi credere che il fantasma di Don Giorgio ti molesta nel sonno?!
-Ecco, vedi? Ha parlato quello della nonna inculata dal mattarello! Ah, speriamo sia bravo sto tizio.
Ore 7. 00
Alan si era appena svegliato, era in mutande, e stava consumando la sua solita colazione: una caffettiera intera e tre sigarette. Ad un certo punto sentì bussare alla porta.
-Buongiorno.
-Salve... scusi lo stato pietoso in cui mi trovo. Entri pure, e si accomodi sul divano.
Il divano di Alan era sudicio, scucito e puzzolente. Ma a lui piaceva. Era stato tana di grandi battaglie quel divano. Era li che aveva avuto lo scontro finale con la grassona dell'Autogrill. Ed era lì che aveva concepito Greg, suo figlio ed aiutante. Sempre sul medesimo divano era solito leggere riviste porno e romanzi Horror, e star stravaccato a guardare la Tv. Ma torniamo alla nostra storia..
-Allora, chi le ha dato il mio indirizzo miss..
-Alice. Alice Marchetti. E il suo indirizzo mi è stato dato da Harry Hellis.
-A si, ricordo il caso di sua nonna.. poveretta, situazione davvero spiacevole. Pensi che non ha cagato per
Avvolti nei cappotti, Lentini ed io ci ritrovammo ad attraversare piazza Castello, il martedì della prima settimana di novembre. Erano le sei del mattino e la città cominciava ad animarsi.
Nessuno di quelli già in auto o in tram, diretti alle proprie giornate, sapeva ancora che mentre loro dormivano, una donna veniva massacrata e abbandonata in una delle piazze più famose di Torino.
Una volta sul posto, salutai Lorusso e il nuovo arrivato, il sovrintendente Clensi. Poi mi misi sulle ginocchia e alzai la cerata.
Mi sfilai gli occhiali da sole, la fissai negli occhi per qualche secondo, e memorizzai il suo sguardo. Là, notai qualcosa sul suo viso. "Che roba è?"
Lentini si avvicinò. "Non ne ho la più pallida idea..."
"Dov'è Ferro?"
La sua voce mi giunse da dietro. Ci voltammo.
"Sono qua!", gridò alzando una mano.
"Che ne dici?", domandai facendo segno verso la donna cadavere.
"Non quanto vorrei. Stasera passa da me che nel pomeriggio la esaminerò."
"E a me non m'inviti?", chiese Lentini mandandogli un bacio.
"Mi spiace, ma non sei il mio tipo."
"Cosa sai per ora?", chiesi io.
"È deceduta verso la mezzanotte o poco più. Ha dei tagli veramente molto profondi, è una cosa... raccapricciante."
Io fissai un altro punto, e indossai gli occhiali scuri.
"Ci vediamo stasera", dissi.
"Ti aspetto."
Infine mi allontanai.
Alle ventuno in punto mi trovavo nel parcheggio dell'istituto della Scientifica.
Erano anni che percorrevo quei corridoi, ma non ero mai abbastanza disinvolta per far finta che la puzza di sangue mista al disinfettante non mi desse la nausea.
Raggiunsi Ferro al pianterreno, e lo salutai.
"Puntuale, come sempre."
"È il minimo..."
Appesi il cappotto all'attaccapanni e presi posto.
"Allora, che hai scoperto? Che mi dici di quelle ambigue macchie d'inchiostro?"
"Ah sì, ne ho trovate altre due sulle mani e una sull'ombelico, ma questo non sembra essere rilevante. Senti qua... Luisa Marinetti è morta per la bellezza di d
L’uomo si svegliò col bip della macchina che rivelava il suo battito cardiaco.
Spalancò gli occhi e fissò il soffitto. Quando roteò le pupille, gli sembrò che qualcosa gli impedisse la vista completa. Poi la porta si spalancò e un uomo in camice bianco si avvicinò al letto.
“Dove mi trovo? ” domandò sentendosi la lingua impastata e la testa confusa.
“Sono il dottor Marzi. Lei adesso si trova all’ospedale Molinette di Torino. Non si ricorda niente? ” disse controllandogli le pupille.
L’uomo socchiuse gli occhi e scosse leggermente il capo.
“Ricorda il suo nome? ”
“Ferdinando Coppa”, rispose.
Il dottore annuì.
“Bene, è un buon segno che lo ricordi. Lei è stato coinvolto in un incidente ed ha quasi rischiato di morire. Deve ritenersi fortunato, ha un angelo davvero molto attivo lassù. ”
“Cosa mi è successo? ”
“Un’auto ha travolto la sua vettura e lei è rimasto gravemente ferito. Il conducente della macchina che le è venuto contro ha perso la vita, non ce l’ha fatta. Lei è rimasto in coma per un anno. ”
L’uomo deglutì ancora, confuso.
“Dove sono i miei amici? ”
Il dottore declinò la domanda e disse: “Lei ora deve solo pensare a riprendersi. Non deve fare sforzi. ”
Marzi stava lasciando la stanza, quando Ferdinando lo afferrò, se pur debolmente, per la manica del camice.
“Deve promettermi una cosa, dottore. ”
Il medico lo ascoltò.
“Prometta che per il momento non dirà a nessuno che sono vivo. ”
Marzi annuì solo ed uscì. Ferdinando socchiuse gli occhi: si sentiva debole e confuso. Poi chiuse gli occhi e si addormentò.
Dopo più di un mese di ricovero era pronto per essere dimesso.
Marzi entrò nella stanza e si chiuse la porta alle spalle. Poi fissò Ferdinando.
“Cosa c'è dottore? ”
“La dimettiamo, è vero; ma credo che l'abbia capito da solo. ”
Ferdinando lo lasciò proseguire.
“Lei dovrà sottoporsi ad ulteriori controlli e a esercizi fisici pe
La pioggia autunnale è meglio di quella estiva perchè ha un odore più tollerabile. In estate può succedere che piova per pochi istanti e che rilasci più caldo e umidità di prima che toccasse terra. E succede che dall'asfalto sale un odore soffocante.
Quando tornavo da scuola sentivo sempre quell'odore, in estate, per le strade. Un odore acre, che si mescolava a quello della paura, e del sangue.
"Resto nell'ombra quando ti uccido,
ti stringo il collo e perdi il respiro.
Gli artigli s'infilano dentro la carne,
non serve a niente dare l'allarme.
Neanche gridare, nessuno ti sente,
vederti impaurito mi piace, lurido... verme", canticchiai in attesa.
"Ehi ehi... che ci fai qua tutta sola?", esordì barcollando uno dei due uomini in completo elegante. "È pericoloso girare senza compagnia, la notte."
Io non risposi e quello insistette. "Forse sei timida. Senti... noi due ci stavamo chiedendo se per caso non avessi un'altra amica. Andiamo a farci un giro noi quattro, e magari poi voi ci fate un pompino. Che ne dici?"
L'uno cerco la complicità dell'altro e scoppiarono in una fragorosa risata.
"Ma i pompini si fanno a chi là sotto ha qualcosa", risposi a quel punto frenando la loro ilarità.
Quello che aveva finora blaterato divenne allora serio. "Che cosa hai detto?"
Feci qualche passo e mi mostrai alla fioca luce dei lampioni del vicolo.
Sheldon Cooper indietreggiò; una chiara espressione di terrore sul suo volto obeso.
"Non... non è possibile...", balbettò. "Tu... tu... ma cosa..."
"Quanto tempo... sono onorata che tu mi abbia riconosciuto. Dieci anni in fondo sono tanti."
Con una mano afferrai Sheldon per il collo e lo portai spalle al muro. Volsi lo sguardo verso il suo amico, che terrorizzato stava dandosela a gambe.
"Che carino, ci ha lasciati soli."
Tornai sull'avvocato.
"Scommetto che non la sai quella storia che raccomanda di correre più in fretta dei propri conti in sospeso", parlai. "Ti sei fatto troppo grasso e lento, Sheld
Questa sezione contiene storie e racconti gialli, racconti polizieschi, di indagini e di crimini