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Racconti gialli

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L'elisse aurea

Nel mondo percepibile tutto è precisa armonia.
La teistica architettura del creato regola ogni complessità.
Il caos è solo un punto di vista scoretto dell'osservatore, è sufficente porsi alla giusta distanza e ciò che appare nebuloso e bislacco, o peggio, feroce, ritrova il suo ordine che irrefutabilmente non prevede alternativa.
La ricerca dell'Aurea Misura, per coloro che la perseguono, è sempre un'esperienza senza ritorno, senza un possibilità di ricredersi.
La luce abbacinante dell'evidenza, che alcuni chiamano Verità, ne fissa per sempre la conseguenza, la nuova coscienza:




"Il sorriso ineffabile di Dio"





Grosse mani.
Dita robuste di uomo trastullano, con mal celata voluttuà, un bruno chicco tostato di "coffea arabica", ne percorrono, con delicatezza, il piccolo solco e il dorso perfetto e compatto.
Un gesto scaramantico e nevrotico di chi è avezzo a lambicarsi il cervello e ha necessità di trovare un fulcro, un riferimento rassicurante.
Il chicco è stato salvato da una sambuca ed eletto a simulacro.
Quando non svolge questo ruolo dimora in una scatola porta-pastiglie argentata da tasca, allocata nel taschino del gilet.

I rimandi di sole di Luglio, tinti dei colori del mare, dardeggiano le lenti da vista, cinte d'oro, del Dott. Prof. Apollonio.
Le guardie regie in divisa caki fanno cappannello a pochi passi dal bagna-asciuga dell'arsa spiaggia di Pozzallo, a circa 100 metri dalla Torre Cabrera.
Le loro ombre s'affollano sulla. giovane siluette di donna, distesa prona, vestita di elegante mussola bianca e scarpine di fiordipelle di egual colore.
Il corpo è orrendamente spiccato della testa, ed oramai, si presenta asciutto e salato.

"Disdetta! Non ci voleva. A 40 giorni dalla fine di onorata carriera di regio medico legale!
No! Non ci voleva"

Il pensiero attraversa, brontolando, la mente del Dott. Prof. Oddo Apollonio e ne ferisce i meandri.

Fattosi forte, si fa avanti sulla rena, muov

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Nel nome del padre (Quarta parte)

Il forte puzzo che emanavano i corpi bruciati era insopportabile. Le piogge di quei giorni erano venute in soccorso ai vigili del fuoco alleviando i nostri olfatti, ma non i nostri cuori.
Una stima iniziale aveva contato cinque cadaveri carbonizzati. Quando accorremmo sul posto, trovammo un uomo ancora vivo, ma completamente ustionato. L'ambulanza l'aveva caricato nella speranza di riuscire a scortarlo fino all'ospedale, ma a metà strada aveva spento le sirene.
Era passata una settimana dall'omicidio del Valentino, tre giorni da quello delle Molinette, e appena qualche ora da questo, poco distante da Piazza Castello.
Le lesioni riscontrate dai referti autoptici avevano parlato chiaramente: chiunque fosse stato ad uccidere l'uomo ritrovato nelle acque del Po, aveva utilizzato un oggetto contundente e rotondo, facilmente riconducibile ad una mazzetta. La causa del decesso non era stata la caduta. I rigonfiamenti avevano accertato la presenza di liquido nei polmoni: era morto per annegamento.
Dopo un'accurata ricerca, eravamo convinti che gli omicidi fossero collegati, e lo credevamo per il fatto che nei giorni precedenti avevamo incontrato i parenti delle vittime.

"E se il collegamento fosse il peccato?", chiesi in centrale ad una delle tante riunioni.
Lentini e LoRusso si fissarono. Infine quest'ultimo inarcò le sopracciglia e mi chiese perplesso: "E in che modo lo sarebbe?"
"Pensateci. Il killer uccide sempre in coppia. La moglie subiva forti percosse dal marito, che aveva il vizio del bere. Il peccatore e la vittima."
"Sì, ma questo non prova niente."
Senza distrarmi andai avanti nella mia ipotesi. "È stato inoltre confermato da amici e parenti che l'uomo saltato in aria fuori dell'ospedale era una persona estremamente avida. Guarda a caso è morto facendo l'elemosina."
"Beh, ma questo smonta tutto. È avido e fa l'elemosina?", chiese Lentini.
"È proprio questo il punto. Se il killer sta in qualche modo giocando con i

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   4 commenti     di: Roberta P.


Giallo d'Autore(prologo)

Oltre allo scrivere alcune cosucce, affidate alla generosità dei rari
lettori, amo gironzolare in cerca di pace.
All'Agenzia va tutto bene per merito di Mina, ed io, ogni tanto,
mi ritrovo al bar di Augusto in cerca di clienti.
Poi va detto che, cascasseil mondo, il caffè, servito dalla Mulatta,
giustifica l'interesse degli avventori. Già, La Mulatta! Che splendido
chicco di caffè! Proprio quella mattina, avvicinandomi,
e proprio in quel bar, vidi brutti ceffi in circolazione, per cui,
cambiai strada o perlomeno avrei voluto farlo, ed invece...?
Invece, mi ritrovai su una sedia, trascinatovi da un energumeno.
Di fronte a me, un vecchietto che, poi,
seppi chiamarsi Don Bernardino. Vestito fumo di Londra, occhi di ghiaccio e cappello calato sulla testa. "Dottore, scusate i nostri bruschi sistemi, ma dovevo parlarvi."" Bah, visto che la frittata è fatta, ditemi."Vi risparmio la sua lunga lagna sulla veneranda età e sul cancro che lo stava divorando di brutto. Amplio comunque le vostre conoscenze ed il vostro sapere, riferendo il nocciolo del suo dire."Sono stato informato che avete aperto un'agenzia di informazioni ed è forse la volta buona per scoprire il perché della morte di mio figlio che, venticinque anni fa, è stato ucciso con un solo colpo di pistola."Ditemi almeno il nome di vostro figlio e cercheremo di fare il possibile."" Saverio Baratieri e adesso a voi, non mi è sfuggito il vostro soprassalto e vi ripeto che non voglio sapere chi è stato, ma perché"? Per il soprassalto, Don Bernardino aveva ragione perché, pur non sapendo che fosse morto, avevo conosciuto suo figlio, venticinque anni prima."Saverio è stato a scuola con me al quarto anno delle superiori e mi sembra che avesse alcuni anni in più rispetto alla media della scolaresca.""Esatto, lo avevamo scritto a quella scuola per i nostri buoni motivi.""Posso sapere quali erano questi buoni motivi"?"No, scoprite perché è stato ammazzato." Don Bernardino era stato chiarissimo. La

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   2 commenti     di: oissela


Affetto pericoloso - Parte terza e ultima

Alle due e mezza di un mattino, Lullaby scese le scale e raggiunse la cucina avvolta dal silenzio dell'abitazione.
Si diresse verso l'armadietto, recuperò un bicchiere e lo riempì d'acqua. Stava tornando in camera quando una voce la raggiunse.
"Tuo padre voleva chiamarti Fede."
Lullaby si voltò e nel buio della stanza e la luce della Luna, riuscì a mettere a fuoco l'immagine.
"Mamma, che ci fai qui a quest'ora?"
La donna rimase silenziosa, e Lullaby prese posto di fianco a lei.
"Allora?", domandò nuovamente.
"Tuo padre voleva chiamarti Fede, ma io avevo optato per Libera per via del movimento delle femministe di cui avevo fatto parte negli anni delle proteste giovanili."
Lullaby sorrise.
"Poi quando Ivan ti ha vista piangere durante la proiezione di un film sulla guerra degli anni venti, ti ha soprannominata Lullaby, e ti è rimasto. Era il nome dell'attrice protagonista."
Fece una pausa.
"Lullaby", ripeté la madre come se fosse la prima volta che udiva quel nome.
"Avevi solo cinque anni."
Lull sorrise di nuovo.
"Perché l'hai fatto?", domandò d'un tratto la donna.
La ragazza scosse il capo.
"A cosa ti riferisci?"
Allora lentamente la donna tirò fuori della tasca, un fazzoletto con le iniziali D. M.
"Lo riconosci?"
Lullaby lo fissò. Poi annuì.
"Sì, è un fazzoletto."
"Non è un fazzoletto qualunque."
Fece una pausa. Poi continuò.
"M. D.", disse sfiorando con le dita le iniziali. "Daniela Mavera."
Dopo qualche attimo Lull annuì.
"L'avrà dimenticato l'ultima volta che è stata qui."
La donna sospirò.
"Lo so che cosa hai fatto, Lullaby."
La figlia si toccò l'interno della bocca con la lingua, e rimase con quella smorfia fino a che si appoggiò allo schienale della sedia.
"Dovevo farlo", si decise a dire dopo un po'.
"No, non dovevi", controbatté prontamente.
Poi di scatto si protese in avanti verso il viso di sua madre.
"Quella lì tradiva Ivan, e si era mess

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   2 commenti     di: Roberta P.


Ossessione

Calano le prime ombre, insieme alla nebbia, un velo grigio di maglie fitte che deforma la realtà.
Già, la realtà, un ben arduo dilemma, in un mondo dove sempre più c'è un abisso fra ciò che appare e quello che effettivamente è. E così quello che sembra un innocuo passante potrebbe invece essere un criminale della peggior specie, un essere dalle sembianze umane, ma dall'animo bestiale, proprio come nel caso del Rag. Tagliaferri.
A suo tempo l'evento fece scalpore, fu riportato su tutti i giornali, ne parlarono perfino i telegiornali, ma ora tutto tace e la gente ha accantonato la memoria e con essa tutte le paure.
Io invece ricordo, tutti i giorni, tutte le notti, perché, indirettamente, sono stato una sua vittima.
Correvano gli anni sessanta e in Italia c'erano i primi sintomi di uno sviluppo economico, che poi sarebbe prepotentemente esploso, tanto da meritarsi l'appellativo di "boom".
Le strade cominciavano a essere percorse da un numero crescente di automobili, di piccola dimensione rispetto alle attuali, ma sufficienti a portare una famiglia alla conoscenza del mondo all'intorno, a beneficiare di una insperata libertà di movimento.
Anche i primi televisori cominciavano a entrare prepotentemente nelle case, a stupire attonite famiglie, mutando radicalmente il modo di vivere; insomma, il progresso economico portava anche a un'evoluzione degli usi, dei costumi, a un' apparente riscrittura del futuro delle genti.
Il Rag. Tagliaferri, stimato contabile di una banca locale, sposato con due figli, era il classico esponente di una nuova borghesia che andava prendendo piede, una persona non in vista, ma anche non sconosciuta, fedele devoto che non mancava una messa domenicale insieme a tutta la famiglia, prodigo di consigli disinteressati in pubblico quanto avaro di sentimenti in privato, un uomo, si potrebbe definirlo, per tutte le stagioni, ma in effetti per nessuna. Dietro quell'aspetto distinto e bonario si celava una perpetua insoddisfazione, un ta

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Doppio intrigo per Norman Parker -conclusione-

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Assemblea condominiale

Cittá italiana del centro-Nord, palazzone in fintovetro grigiotopo, solo le nuvole plumbee hanno il coraggio di specchiarsi, mentre alberelli spellacchiati adornano il parcheggio sottostante.
Al primo piano, frontestrada, abita una professoressa di statistica quasi cinquantenne:magra, dinoccoluta, eterna single moltoimpegnata, molteamiche, moltipub. Flirta in modo altezzoso col professore di bioinorganica, abitante al terzo piano dello stesso stabile. È stata lei a procurargli il loft in affitto, e se lo lavora molto bene, giorno dopo giorno. Alle nove, in previsione, hanno la prima cenetta d'iniziazione al sesso, similulata da discussione accademica, con musiche new age scelte apposta.
Per ingannar l'attesa, verso le sette di sera, batte incessantemente sulla tastiera, impegnata a finire la relazione per il capo, da presentare l'indomani. Deve concludere in tempo per le otto, é in ritardo allucinante, rilegge e riscrive piú volte, copiaincolla da tabelle e vari calcoli.
Improvviso: un rumore sordo dal balcone dello studio, come di sacco di patate con dentro un gatto. La smilza scatta all'impiedi, si ferma, ascolta di nuovo, annusa l'aria come leonessa in cerca di preda. Si dirige alla portafinestra, la apre e lo vede: la giacca marrone, in effetti, a prima vista, potrebbe sembrare un sacco, ma é pura lana vergine, e dentro c'é un tizio. Un tizio con la barba, non molto alto ma pesante. "Si:proprio pesante", pensa la dottoressa, mentre l'afferra per i calzoni,"Chiunque tu sia, non sei invitato a cena, e io non ho bisogno di polizia intorno, ho lavorato mesi a quest'incontro, se ti sposto davanti alla finestra dei Malaguti-Stolfi, forse ti troverá la filippina".
E fu cosí, che quel sacco di uomo immobile, si ritrovó nel bel mezzo del balcone della cucina di un notaio altolocato, in odore di elezioni politiche, con filippina, maggiordomo d'ordinanza e moglie grassoccia ed ingioiellata.
Stava per accendersi il suo buon toscano davanti al

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   4 commenti     di: Rosanna Giampá



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