Racconti gialli, racconto avventura e mistero, poliziesco - Pagina 4
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Racconti gialli

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Nel nome del padre (Terza parte)

La pioggia bucherellava le acque inquiete del fiume e picchiettava sulla testa grottesca di Goffredo, che tuttavia non provava alcuna repulsione e, anzi, accettava quel tocco brioso come un'energica eppur tenera carezza. Se era vero, infatti, che tutto quanto nasceva, sgorgava, si ergeva dal suolo era opera del diavolo, era altrettanto vero che ogni cosa che veniva giù dal cielo o in esso viveva era una benedizione del Signore.
Aprì il rubinetto di una piccola cisterna da raccolta e si versò un generoso bicchiere di pura acqua piovana. Non ne beveva altra e non mangiava che uccelli, perché quelle erano le offerte di Dio e lui lo rispettava. Il ponte dell'imbarcazione ondeggiò e lui con esso, rischiando di rovesciare l'acqua, ma riuscì a bilanciarsi sulla gamba più corta e rientrò in coperta.
Quella vecchia motonave turistica era la sua casa, una casa che poggiava sulla disgustosa urina di Satana ma che, in effetti, lo faceva sentire come Caronte, un traghettatore di anime dannate. Inoltre aveva il vantaggio di tenerlo alla larga dalla gente, gente che poteva tentarlo, gente che poteva incriminarlo. Lui non camminava spesso per le strade, e teneva le proprie lezioni sempre a pochi passi dal Po, per poter sparire senza lasciare tracce. E, infatti, non l'avevano mai preso.
Ma lo faranno, lo rimproverò suo padre, perché semini indizi ad ogni passo. Ti prenderanno, è solo questione di tempo, quindi datti una mossa!
I richiami di suo padre lo ferivano, ma erano giusti, sempre. Lui faceva quel che poteva con ciò che aveva a disposizione, perciò doveva necessariamente lasciare corde e ami sui luoghi delle lezioni, essendo le uniche cose di cui disponeva; e, ovviamente, c'erano le impronte, le impronte irregolari lasciate dai suoi piedi diversi. Avrebbero messo insieme i pezzi, prima o poi, magari avrebbero scoperto il cadavere del vecchio da cui aveva preso la barca ed il cappotto che indossava, ma lui sapeva cosa fare in tal caso, aveva un posto do

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99 bottiglie d'annata

La villa era immersa nella nebbia di novembre e sembrava un grande dinosauro dormiente adagiato nella radura.
Al maresciallo Maestrale non piaceva occuparsi di furti come quello commesso nella villa dei marchesi Giacobitti di Colfosco Ripa Zanfretta ma, ogni tanto, gli capitavano casi leggeri come quello di quella mattina.
Era stato rubato un mobile antico.
I marchesi erano famosi, a livello regionale, per i loro vini. Alcune annate avevano vinto premi prestigiosi in passato, ma recentemente il loro marchio era un pochino decaduto.
La villa era un maniero gigantesco, triste, anche stanco a giudicare dai pezzi di intonaco che cascavano dalle pareti esterne qua e là. Era abitato solo nella parte sud. L'ala nord era adibita a magazzino per i vini e ad est era stata costruita una sorta di dependance dove erano piazzati i macchinari per la produzione del vino. Tutto intorno alla magione si estendevano a perdita d'occhio filari di uve.
Il maresciallo Maestrale entrò nella villa di malavoglia, avrebbe gradito un buon caffè, ma era sicuro che in quella casa nessuno si sarebbe mai sognato di offrirglielo.
Gli aprì un signore grassottello, completamente calvo e con un tic insistente che gli faceva muovere la spalla sinistra in senso rotatorio, quasi che il servitore dei marchesi stesse sempre tentando di rilassarne i muscoli.
"Buongiorno sono il maresciallo Maestrale. Sono qui per il furto. Posso parlare col marchese?" chiese.
"Quale marchese?" chiese l'uomo.
"Quello che abita qui" disse il maresciallo già irritato e quale marchese se no? Quello dimezzato?
"Intendevo dire quale marchese: quello giovane o suo padre?" rispose annoiato il maggiordomo.
"Quello che ha sporto denuncia per il furto, "estrasse un taccuino e lesse "di una tecca del 1400". Alzò gli occhi verso l'omuncolo che lo guardava con sufficienza.
"Una teca, vorrà dire, un armadio, del 1400 prezioso come un quadro di Leonardo, costoso come un Picasso, delicato come un mosaico bizantin

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Il giallo della partita di poker

Giocatori 5.
Roberto, Ivan, Andrea, Lorenzo, Cesare.
Casa: garage di Andrea.
Tavolino verde, con panno da casinò.
Luce soffusa, proveniente da una lampadina 15Watt.
Bottiglia di Bourbon lato sinistro del tavolo.
5 mini bicchieri pieni fino all’orlo.
3 pacchetti di sigarette, un solo posacenere.

Freddo.

Carta più alta inizia.
Cesare Donna, Lorenzo8, Ivan9, Roberto Asso di fiori, Andrea Re.
Tocca a te Roberto,
No, interviene Andrea tocca a me, l’asso vale uno.
Non iniziamo eh, l’asso è il maggiore.
OK!!!
Andrea mescola, passa il mazzo a Cesare che taglia e si beve in un unico sorso la prima dose di bourbon.
Inizia la distribuzione da sinistra.
Quattro bicchierini vuoti e due sigarette sul posacenere.

Fuori, intanto nevica.

1, 2, 3, 4, 5 carte a testa.
Cesare spilla lentamente, Lorenzo lascia le carte sul tavolo, Ivan guarda solo la prima, Roberto le guarda tutte insieme, Andrea ne guarda quattro lasciando l’ultima sul tavolo.

Cesare: asso di cuori, re di picche, asso di fiori, asso di quadri, …bicchierino pieno, vuotato…primo spicchio di carta, colore nero…lentamente…asso!!!
Apro, 25 euro.
Ci sto, ci sto, ci sto, +25.
4OK.
Carte: servito, una, una, una, servito.
Cesare: parola,
Lorenzo +50, +50, +50, +100.
Cesare: Ok 250+100
Cinque vedo.
Tocca te Cesare.
No io ho detto parola, tocca Lorenzo.
No tocca a te, chi apre è il primo a giocare.
Va beh, POKER d’assi
Sulla tavola 4 bellissimi bambini 2 neri e 2 rossi ed il sorriso di Cesare.
Otto occhi spalancati, stupiti
Allora cosa avete:
POKER D’ASSI, POKER D’ASSI, POKER D’ASSI, POKER D’ASSI.

Qualcuno ha barato!!!

   1 commenti     di: cesare righi


L'Oscuro Senziente (Il Sogno)

Dannazione, era buio. I lampioni della strada, su cui s'affacciava la mia camera, erano andati in cortocircuito proiettando sulle pareti umide degli edifici giochi di luci ed ombre evanescenti. Forme variegate, caotiche, che avrebbero destato la fantasia di chiunque si trovasse nei paraggi. Giochi che si riflettevano anche sulle finestre del mio appartamento e sulle mie palpebre, destandomi da una veglia pigra e leggera. Mi svegliai all'improvviso, nella notte, con il cuore impazzito. Avevo il fiato corto, mi mancava inspiegabilmente l'aria; sgranai gli occhi davanti all'oscuro ritratto del lampadario sul soffitto... le sue ombre in contrasto con i zampilli di luce, erano pronte ad attanagliarsi su di me, lunghe e caotiche, come i tentacoli di un mostro. Chiusi velocemente gli occhi impaurito, rapido, e feci forza cercando con le mani il morbido materasso su cui riposavo. Strinsi avidamente il tessuto, paonazzo, e poi... mi misi in piedi. Barcollai per qualche attimo, solo per un momento, allungando immediatamente la mano sinistra sulla parete fredda che circondava l'armadio, stranamente socchiuso. Sentivo freddo, le mie gambe erano nude e i peli del corpo si rizzavano impauriti come quelli di un gatto davanti al pericolo. C'era silenzio, le orecchie mi rimbombavano come se mille tamburi suonassero arrabbiati sui timpani addolorati, pronti a sanguinare. Come se il cervello volesse uscire a tutti i costi, premendo anche sulle tempie. Mentre il buio turbinava nella stanza continuando ad offuscare le mie sensazioni, iniziai a sentire un respiro profondo provenire da un punto imprecisato della camera. Un respiro da brivido, mostruoso. Che diavolo?... Era vicino a me, e avevo paura. Cercai di ragionare e strizzai gli occhi appesantiti dal sonno turbato, mentre l'oscurità, crudele, continuava a mischiare i colori e i suoni in un mix spettrale. No, era ben peggio... l'intero condominio era al buio, preda di uno strano gioco. Dentro di me lo sapevo per certo. Quell'agonia

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   0 commenti     di: Leonardo


Mia cara amica.. Ti ucciderò

Capitolo 1



Mi chiamo Serena, ma è solo un nome, perchè la mia vita è tutt'altro che serena.
Ho 30 anni compiuti, lavoro come aiutante per le pulizie in casa, lavapiatti al ristorante. No, non è per quello che mi reputo non serena, certo se avrei un lavoro più stabile.. Ma pazienza.
Mio padre se ne andò di casa più o meno dieci anni fa, lasciò mia madre per una mora ventenne tutta curve che conobbe al bar dove si ubriacava spesso. Avevo un buon lavoro, ma mia madre cadde in depressione e io non stavo meglio e quindi persi il lavoro.
Da allora le strade per un buon lavoro si chiusero completamente, non ero mai stata molto fortunata nell'amore e nelle amicizie, ma le cose peggiorarono.
Un giorno, conobbi Andrea, un ragazzo molto carino.
Per un po' mi riusci difficile pensare di instaurare una relazione, mia madre aveva sempre più problemi, la sua depressione peggiorava, io volevo starle vicino e, un po questo e un po il fatto che mi ero quasi chiusa in un mondo tutto mio, non riuscivo a pensare a me stessa. Andrea sembrava paziente, dolce, fino ad una sera che accettai che mi accompagnasse a casa.
Al solito, mi disse che era giusto che pensassi a me stessa, che dovevo prendere una decione, che lo stavo lasciando aspettare un po troppo.
Poi si fermò molto prima di casa mia.
Io lo guardai, non capivo perchè avesse fermato l'auto, lui avvicinò la sua mano al mio viso, per un momento quella che pensai fosse dolcezza, mi fece piacere.
Ma d'improvviso, quella mano apparentemente dolce, scese fino al mio collo e mi immobilizzò.
Dalla sua bocca uscirono frasi che non scorderò, le trovai oscene.
Iniziò a mancarmi l'aria, stringeva forte, poi vidi l'altra mano avvicinarsi alla lampo dei miei jeans.. E li trovai tutta la forza di reagire.
Non fù semplice, perchè mi sentivo soffocare e lui era forte.. Ma in quel momento fui fortunata almeno, riusci a divincolarmi a colpirlo e riusci a scendere dall'auto e ad andare di corsa verso casa.

   1 commenti     di: giusy


I misteri di Ravenswood: la ragazza scomparsa (Parte Prima)

Le due di notte erano passate da un pezzo nella fredda cittadina di Ravenswood, Pennsylvania settentrionale. Pochi lampioni illuminavano la strada desolata immersa in una fitta nebbia. Soltanto un'insegna al neon, rossa e blu, resisteva al gelo e all'ora tarda: "Brody Coffe Shop" diceva.
"Il Brody", come veniva chiamato dai frequentatori, era un locale in legno piccolo e sporco: a destra, su di un piano rialzato una decina di loschi individui schiamazzavano attorno ad un tavolo da biliardo accompagnati da rum e sigari, il resto del locale era occupato da piccoli tavoli dove alcuni gentiluomini si divertivano con la prostituta di turno. La fioca luce delle lampade illuminava a malapena la bettola, lasciando ampi spazi nella penombra mentre una fitta nube di fumo copriva e confondeva i volti dei frequentatori.
Forse era proprio questa sua caratteristica di poter passare inosservati che rendeva il Brody perfetto per criminali di tutte le specie: spacciatori, truffatori, prostitute, semplici teppistelli e rinomati mercenari passavano di qua, contrattavano, scambiavano droga, armi, denaro, mettevano a punto piani, rapimenti, truffe, rapine, assoldavano uomini, facevano e disfacevano bande o bevevano un drink.
Solo un uomo era seduto di fronte al bancone, chino sul suo bicchiere di Black Russian.
Fissava pensieroso il fondo del bicchiere, scuotendolo e agitando i cubetti di ghiaccio, bevendo di tanto in tanto un sorso.
Il chiasso della bettola non disturbava affatto i suoi pensieri: le urla dei gentiluomini ai tavoli, la risata civettuola della prostituta, i canti stonati degli ubriachi al biliardo, il cigolio della porta d'ingresso lo rilassavano.
"Un Martini, grazie" una voce femminile alla sua destra ridestò l'uomo.
Si voltò lentamente e vide una donna, venticinque anni circa, una treccia di capelli biondi le scendeva fino ai fianchi mentre una frangia troppo lunga le copriva la piccola fronte. Labbra sottili e un naso all'insù le conferivano un'aria altezzos

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   0 commenti     di: lorenzo


Chi la fa

La villetta di Enrico, con archi e mattoni a vista, era un bel colpo d'occhio sullo sfondo degli alberi del torrente, che scorreva circa un Chilometro più in là. L'aria era ancora calda, in quel pomeriggio di luglio, sebbene fossero già le venti. Mentre guidava l'auto a passo d'uomo, Enrico ammirava il panorama, cercando di distrarsi, di calmare quel tonfo sordo che gli rimbombava nelle orecchie.

La luna era già apparsa, malgrado gli ultimi raggi del tramonto illuminassero ancora il cielo. Con l'ora legale, tutto aumentava, il tempo e anche l'ansia per la soluzione che Enrico, non aveva più voluto rimandare. La villetta, era una delle più belle in quella cittadina di provincia dell'Oltrepò pavese. I genitori gliela avevano donata quando si era sposato con Angela.

Angela, Il suo tormento, la sua quotidiana punizione...

Aprì il cancello col telecomando, e posteggiò l'auto nel garage già aperto.
Lì accanto, Kira stava sdraiata con le orecchie basse e l'aria colpevole, nel cortile recintato vicino alla casupola, dove Enrico riponeva gli attrezzi, nel retro della casa. Si era rifugiata sotto al tavolino di legno zoppo, sistemato con una pietra sotto una gamba, che gli restituiva una stabilità incerta. Kira era un incrocio di pitt bull, una delle razze classificate pericolose, di un bel mantello miele e la gola bianca come la pancia. I muscoli massicci guizzavano dando un'impressione di potenza e gli occhi piccoli erano attenti e penetranti.
Aveva la coda tra le zampe - le arrivava a metà pancia- e il rossetto attorno alla bocca! O era sangue? ... Si, era sangue, anche tra le zampe.

Enrico -cinquant'anni portati male- si passò una mano sulla testa, assestandosi il riporto dei capelli, poi con un fazzoletto si asciugò il viso imperlato di sudore, a causa dell'accelerazione del cuore -sicuramente gli era salita di nuovo la pressione-, pensò allarmato.

La maglietta si appiccicò alle ascelle e allo stomaco prominente, da bevitore, e

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