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Racconti gialli

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Il mistero del Queens

Nella malaugurata ipotesi ci aspetti
un'altra vita nell'Aldilà,
bisognerà cominciare a pensare quali libri
mettere in valigia per ammazzare il tempo.






Refoli di vento muovevano di tanto in tanto le tendine del bow-window. La stanza era in ordine. Calata in una tiepida penombra primaverile. La radio, sintonizzata sul programma di prosa, stava trasmettendo I Ragazzi Irresistibili.
Sprofondato in una poltrona old-america, un uomo sulla cinquantina, occhi socchiusi, un leggero sorriso sulle labbra, sembrava ascoltare, compiaciuto e divertito, alcuni dei dialoghi più acutamente esilaranti che mai penna abbia saputo partorire.
Improvvisamente un lampo illuminò a giorno la scena. Poi, in rapida successione, un altro. E un altro ancora. Il fotografo della polizia bofonchiò qualcosa, girò i tacchi e se ne andò. Due mani aprirono una valigetta e, stancamente, meccanicamente, tirarono fuori tutto l'armamentario per procedere ai rilevamenti di rito. Impronte digitali e compagnia discorrendo. Nel frattempo il medico, sfilandosi i guanti di lattice, e volgendo lo sguardo ad un boccettino scuro che era sul tavolo, sentenziò:
- il settimo suicidio in tre giorni. Di questo passo verrà stabilito un nuovo record. Comunque aspettiamo l'autopsia.-

Negli ultimi giorni, il Queens era stato teatro di quel tipo di dipartite che dovrebbero ogni volta portare sul banco degli imputati una intera società. E la giuria non avrebbe motivo di mostrare né incertezze, né pietà nel pronunciare la sentenza.
E invece, le povere anime che se ne andavano di propria volontà, a meno che non fossero famose, erano circondate dalla più totale indifferenza. Magari con il biasimo e il malcelato fastidio dei benpensanti.
Questa volta però ad attirare l'attenzione fu il numero, il breve arco di tempo, e il fatto che l'area degli accadimenti fosse così circoscritta. Una sorta di Riserva degli aspiranti suicidi. Anche se il Queens non poteva certo essere paragon

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Nel nome del padre (Prima parte)

Nel pomeriggio inoltrato di tardo autunno, in una giornata tiepida che i torinesi avrebbero rimpianto fino alla primavera successiva, un uomo alto e massiccio se ne stava davanti alla Fontana dei Dodici Mesi, nel cuore del parco del Valentino, con le mani ficcate a fondo nelle tasche di uno sformato cappotto scuro, spostando il peso del corpo obliquo da un piede all'altro e contraendo il viso oblungo in una smorfia di malcelato terrore. Singhiozzava sommessamente, mordendosi di tanto in tanto il labbro inferiore, e versava lacrime grosse quanto palline da golf. Si fosse trattato di un bambino, quel broncio avrebbe suscitato tenerezza, ma su quel colosso deforme suscitava soltanto inquietudine.
La bellezza della fontana era per lui orrore, la grazia delle statue raffiguranti i mesi era minaccia, l'acqua limpida che spruzzava gocce dal bagliore diamantino gli metteva voglia di fuggire lontano, i fiori, semplicemente, lo disgustavano. Non avrebbe mai voluto trovarsi lì. Non v'era luogo, in effetti, che lo rasserenasse, ma quello era un vero coacervo di incubi.
Sapeva di destare una strana impressione, sapeva che un uomo grande e grosso non dovrebbe piangere, ma non biasimava se stesso più di quanto facesse con le persone che gli gettavano occhiate timorose o divertite, poiché lui, quantomeno, sapeva, mentre la loro ignoranza li condannava a cadere nelle trappole del demonio.
La bellezza altro non era che l'abito buono di Satana, ciò che indossava per ammaliare i deboli. Lui vedeva il mondo per quel che era, non per come appariva, perciò sapeva questo e sapeva riconoscere le manifestazioni della bestia, come suo padre gli aveva insegnato senza mai ammettere dubbi. Nella grazia scorgeva gli ammiccamenti del peccato, nell'acqua riconosceva la fetida urina del diavolo e trovava che i fiori fossero il trucco più misero che quell'angelo caduto avesse mai inventato.
La tentazione ottenebra i sensi, disse suo padre con la consueta voce severa. Ma colui

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Mara

"Ho tralasciato il meglio." concluse piatto, nascondendo il suo volto incartapecorito dietro una piccola nube di fumo bluastro.
"Ma ti avevo pregato di essere esauriente e dettagliato." incalzò supplichevole Mara.
"Lo sono stato, Mara. Ma non puoi pretendere che ti si dica tutto, fin nei più turpi dettagli." rispose spazientito il dottor Miguel. Erano anni che si davano del tu, nonostante lo scomodo ruolo di analista lui, paziente lei. Ma c'era da aspettarselo. Una nevrotica con manie ossessivo-compulsive non badava alla diplomazia. In un pomeriggio di novembre l'aveva vista entrare nello studio vestita in modo impeccabile, cominciando a dialogare con termini che di solito non utilizzava. Un vocabolario forbito e totalmente privo di accento. Allora il dottor Miguel aveva capito. Non si trattava solo di una nevrotica, ma di una nevrotica con disturbo della personalità. Una doppia personalità.
Mara prese a torcersi le mani, respirando affannosamente. "Continui a mentirmi. Continui a farlo come se fossi una povera stupida!" gridò scagliandogli addosso un cuscino. Il dottor Miguel agguantò l'oggetto e lo ripose ai suoi piedi, senza scomporsi. "Se me ne dai la possibilità, Mara, ti dirò altro. Ma dovrai pazientare fino al prossimo incontro."
"Non voglio aspettare, lasciami dormire qui. A casa c'è troppo rumore." il tono di voce di Mara era sempre più patetico.
"Quale rumore? Non vivi da sola?" domandò il dottor Miguel cominciando ad annotare qualcosa sul suo taccuino nero.
"Li sento grattare con le loro unghie. Lo fanno sempre. Usano le unghie perché..." il respiro si spezzò. Mara alzò lo sguardo sbiadito su quello severo del dottore.
"Perché...? Avanti Mara. Se mi dirai tutto, io continuerò a raccontarti dell'accaduto" forse era quello che voleva. Forse era ancora abbastanza acuta da riscattare la propria curiosità.
"Non ho mangiato anche quelle, le ho strappate loro prima di mangiarli. Perciò possono usare solo quel

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L'esercito delle 13 falene

Quelle vibrazioni sulla parte anteriore della mia testa stavano diventando insopportabili e si facevano sempre più forti. Quella sera ero arrivato al punto di credere che il cervello sarebbe potuto scoppiarmi da un momento all'altro e, pensandoci bene, credo che l'idea non mi dispiacesse.
La nonna al pian di sopra ronza come uno sciame di mosconi, producendo versi mai sentiti fuoriuscire da un umano... da un'anziana poi! Maledizione, tutto questo non fa altro che rendere ancor più insopportabile la mia emicrania. Non avevo mai provato un dolore così acuto, tagliente... mi dava quasi l'impressione che mi stessero squarciando da dentro con un coltello. Come se il mal di testa non fosse abbastanza anche la vista iniziò ad affievolirsi, ed un brusio simile al suono che produce il silenzio, si amalgamava per bene con l'anomalia dei versi della nonna. Il campo visivo diventava sempre più opaco, come se portassi davanti agli occhi un velo nero.
Il ronzio mi perforava i timpani: Impazzivo.
Infondo alla stanza notai una piccola chiazza nera, ormai mi veniva difficile distinguere cosa fosse davvero presente o solo dovuto alle allucinazioni di un cervello malandato.
Ma subito dopo...
Qualcosa mi sfiorò la spalla, avevo paura di controllare per evitare i mostri della mia mente, ma presi coraggio e quel che vidi mi fece cedere le gambe e quasi svenire: Era una falena.
Per quanto quell'insetto potesse esser minuto ed innocuo rabbrividii di terrore. Osservavo quelle chiazze nere con esagerata intensità, quasi come se mi avessero ipnotizzato. Non riuscivo più a distogliere lo sguardo. Avevo paura che un mio movimento avesse potuto scaturire chissà quale danno e, continuando ad osservare, quel piccolo essere mi fece paura come fosse lì, piazzato in segnale di minaccia. Le zampette iniziarono a salire sul mio corpo, e le ali emanavano leggere ventate di aria fresca sulla mia belle bollente. Rabbrividii nuovamente.
Alzai finalmente lo sguardo per distoglierlo da

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   2 commenti     di: Giulia


Giallo d'Autore(prologo)

Oltre allo scrivere alcune cosucce, affidate alla generosità dei rari
lettori, amo gironzolare in cerca di pace.
All'Agenzia va tutto bene per merito di Mina, ed io, ogni tanto,
mi ritrovo al bar di Augusto in cerca di clienti.
Poi va detto che, cascasseil mondo, il caffè, servito dalla Mulatta,
giustifica l'interesse degli avventori. Già, La Mulatta! Che splendido
chicco di caffè! Proprio quella mattina, avvicinandomi,
e proprio in quel bar, vidi brutti ceffi in circolazione, per cui,
cambiai strada o perlomeno avrei voluto farlo, ed invece...?
Invece, mi ritrovai su una sedia, trascinatovi da un energumeno.
Di fronte a me, un vecchietto che, poi,
seppi chiamarsi Don Bernardino. Vestito fumo di Londra, occhi di ghiaccio e cappello calato sulla testa. "Dottore, scusate i nostri bruschi sistemi, ma dovevo parlarvi."" Bah, visto che la frittata è fatta, ditemi."Vi risparmio la sua lunga lagna sulla veneranda età e sul cancro che lo stava divorando di brutto. Amplio comunque le vostre conoscenze ed il vostro sapere, riferendo il nocciolo del suo dire."Sono stato informato che avete aperto un'agenzia di informazioni ed è forse la volta buona per scoprire il perché della morte di mio figlio che, venticinque anni fa, è stato ucciso con un solo colpo di pistola."Ditemi almeno il nome di vostro figlio e cercheremo di fare il possibile."" Saverio Baratieri e adesso a voi, non mi è sfuggito il vostro soprassalto e vi ripeto che non voglio sapere chi è stato, ma perché"? Per il soprassalto, Don Bernardino aveva ragione perché, pur non sapendo che fosse morto, avevo conosciuto suo figlio, venticinque anni prima."Saverio è stato a scuola con me al quarto anno delle superiori e mi sembra che avesse alcuni anni in più rispetto alla media della scolaresca.""Esatto, lo avevamo scritto a quella scuola per i nostri buoni motivi.""Posso sapere quali erano questi buoni motivi"?"No, scoprite perché è stato ammazzato." Don Bernardino era stato chiarissimo. La

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   2 commenti     di: oissela


Il topo - parte prima: l'enigma

"Allora" disse il detective Brown: " Proviamo a riepilogare tutto il caso: Karl Erintong, 33 anni, progettista di macchine per la pulizia domestica, è stato ucciso nel suo microscopico appartamento; nessuno a parte la vittima e l'assassino sono entrati, eppure, quando i poliziotti sono arrivati non hanno trovato nessuna impronta digitale o altri indizi utili; solo il suo corpo inerme rivolto a pancia in su con una ferita mortale alla testa" i suoi occhi marroni erano stanchi, ma si capiva che era frustrato, come un animale che corre dentro un labirinto senza riuscire a trovare l'uscita: " E non ci sono nenche testimoni" puntualizzo il suo collega Luke arricciandosi i baffi: " Giusto; nessuno ha assisto alla scena e nessuno ha sentito niente; in più, il luogo dell'omicidio è in un condominio in affitto dal cugino della vittima e non possiamo sigillarlo per sempre". Molti altri poliziotti della stazione, oltre Brown e Luke, si stavano occupando del caso, ma senza trovare una soluzione: " Fammi riascoltare gli interrogatori ai principali sospettati" borbotto l'investigatore: " Parti con la moglie, Mary". Il suo collega armeggio con il registatore, poi partì il dialogo: " Signora Coster, lei è sospettata di aver ucciso suo marito; mi dica dove era Martedì sera e Martedì notte se è vero che suo marito aveva dei debiti e era sul punto di divorziare" "Innanzitutto martedì sera ero andata a correre con una mia amica che può confermare, e la notte ero a dormire a casa mia" " C'è qualcuno che può comfermarlo? " Uhm... in realtà no, ma è la verità!" "Vabbe torneremo dopo su questo argomento; aveva debiti e stava per lasciarla?" "Sì aveva dei debiti qua e là e mi stava per lasciare, ma era un sentimento reciproco; anch'io non provavo più quello che provavo una volta e quindi volevo separarmi. Mi creda agente non ho ucciso mio marito!". Si sentì un clic dovuto al cambio della pellicola e poi partì la seconda registazione, al cugino di Karl, George: " Signor E

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   2 commenti     di: Dario


A fior di Labbra

Si sorprese a sorridere.
In bocca aveva il sapore amaro dell’epilogo e del tentativo mal riuscito di non cadere nella bottiglia. Era un uomo finito. Era un uomo, questo era certo. Rideva con il gusto della delusione e con gli occhi lucidi del padre ferito.
Si sorprese a riflettere, lui che era stato abituato a decidere prima di vagliare le possibilità. Si guardava intorno come se per la prima volta si trovasse ad analizzare le pareti della sua stanza. Gli occhi si fermavano su ogni dettaglio; la foto di New York su legno Ikea, quella della casa di “Ernest” a Key West, lo specchio regalo di nozze, le crepe sui muri ingialliti. La mente però sorvolava, i percorsi del suo ragionare erano ben altri.
Si sorprese ad afferrare la sua Beretta e a stringerla talmente tanto da disegnargli sul palmo le righe dell’impugnatura. Era calmo nell’animo, calmo nella mente ma con il corpo sudato e freddo per l’agitazione. Non era più un ragazzo. I suoi sessantuno anni lo giudicavano dall’alto dell’esperienza che in quel momento non trovava dentro al suo cuore.
Un carabiniere lo si esige freddo, pronto, scaltro. Lo si chiama e lo si desidera reattivo, di ghiaccio, per nulla turbato dagli eventi. Risolutivo. Lui non era tra la gente. Era a casa sua, nel suo regno e poteva permettersi una qualsiasi debolezza. Poteva perfino permettersi di piangere, di gridare, di mandare a quel paese l’Arma e la sua divisa. Gli era concesso di sciogliersi, di tremare, di puntare la pistola verso la parete, verso se stesso.
Un padre in divisa è chiamato inconsapevole sul luogo del delitto di suo figlio. Un uomo nudo, di spalle, riverso nel suo stesso rosso, in un angolo di città che non avrebbe mai collegato al sangue del suo sangue. Aveva riconosciuto quel tatuaggio, immediatamente, ed aveva sentito pietrificarsi le gambe, respirare il cuore, scoppiare i pensieri, piangere quegli occhi di ghiaccio. Aveva odiato gli scarabocchi con cui il “piccolo” amava fregiasi duran

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   1 commenti     di: Andrea Testa



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