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Racconti horror

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Carla all'Ufficio Postale

"... e poi lei mi ha detto: - Oh no, Carla. Stavolta non posso darti ragione. Lo sai come sono fatta, sono fatta così. Dico le cose come stanno, e stavolta non posso proprio darti ragione".
Carla.
La stava ascoltando da quasi dieci minuti, ma per Stefano, in piedi dietro di lei e in fila come gli altri nell'ufficio postale, erano passati giorni.
In dieci minuti Carla aveva raccontato alla donna che aveva accanto (che molto probabilmente era sua conoscente) tutta quanta la conversazione che aveva avuto con sua cugina un paio di settimane prima, per filo e per segno, senza omettere nulla e interpretando entrambe le parti come durante una prova di lettura di un copione.
E il suo odore. Dio, era terribile. Carla era una donna grassa (non grassa da poter definire obesa, comunque) e le sue ghiandole sudorifere si stavano dando un bel da fare quella mattina.
Quindici minuti. Stefano guardò oltre la donna. C'erano altre otto o nove persone, prima di lui, Carla esclusa.
"Davvero?", stava dicendo la sua conoscente riferendosi a qualcosa che Stefano si era momentaneamente perso. "Che faccia tosta".
"E sai io cosa ho risposto?", continuò Carla la grassona, con la sua faccia rosea e con i suoi occhietti vispi.
"Cos'hai risposto?", la incitò l'altra, avidamente attratta dall'epica conclusione di tutta la faccenda. O almeno, di quella che Stefano sperava fosse la conclusione.
58. Allo sportello una giovane donna lasciò il posto ad un anziano che molto probabilmente doveva riscuotere la pensione.
Stefano guardò il biglietto che aveva in mano. Lui era il 66.
Sbuffò e abbassò lo sguardo massaggiandosi gli occhi.
"Eh no cara mia", stava dicendo Carla, ora. "Quando qualcuno mi pesta i piedi divento una belva. Sono buona e cara, ma quando qualcuno mi pesta i piedi divento una belva".
E come a sottolineare questa sua ultima affermazione, Carla ne mollò una. Niente di eclatante, solo una piccola fuoriuscita di aria

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   0 commenti     di: Paolo Taddei


Deserto di Sangue

Korti, Sudan, 1888

- Possiamo rischiare la traversata?
Sean McLean stava ritto sulla gobba del cammello e osservava l'arabo pochi metri più avanti. Zahli era seduto con le gambe incrociate sul lungo tappeto di stuoia che aveva disteso sulla sabbia fresca del mattino. Anche se l'uomo non aveva risposto subito alla sua domanda, Sean sapeva che stava meditando proprio per potergli dare una risposta precisa. Il mattino non aveva ancora strappato tutti i brandelli di oscurità dalle dune sabbiose del deserto e alle loro spalle la piccola città di Korti era solo un ammasso nero contro il lucore opaco del cielo. Il placido Nilo scorreva a un centinaio di passi sulla loro sinistra e Sean poteva sentire la brezza che soffiava docile attraverso i canneti che cingevano la riva del grande fiume: l'ultimo assaggio di vegetazione per decine di miglia.
Sean avrebbe preferito costeggiare la riva del grande Bahr el-gebel, così il Nilo era chiamato dalle popolazioni indigene, ma la battaglia che si svolgeva più a Sud tra gli uomini del Mahdi e gli inglesi rendeva quel percorso troppo pericoloso. Le ultime notizie parlavano di un esercito di rinforzo pronto a raggiungere Khartum, assediata dagli uomini del predicatore islamico, il Mahdi. Sean era un fiero appartenente del glorioso impero britannico, ma sicuramente incrociare l'esercito imperiale poteva creare qualche problema e il suo viaggio ne sarebbe risultato compromesso. Doveva muoversi con rapidità ed evitare il più possibile gli effetti di quella sanguinosa guerra. In quel frangente la rapidità si trasformava in oro sonante e non voleva rinunciare a nemmeno un grammo della ricompensa. Avrebbe sì raggiunto Khartum, ma seguendo la via della morte, attraverso il temibile serir, il deserto di sassi. Si sarebbe avvicinato alla città del Mahdi, Omdurman, per poi attraversare il Nilo solo all'ultimo istante.
- Sarà un viaggio difficile e mortale, mio signore - disse alla fine il saggio Zahli. Alzò la testa e puntò l

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   1 commenti     di: Andrea Franco


Nell'oscurità e nel freddo

Nei pressi di Sperlonga c'è una villa che da un'altura affaccia sul mare. Ha origini antiche ed è ben tenuta, con i muri di colore bianco. La parte che spunta arroccata sulla scogliera ha la facciata rettangolare con tre piani. Al primo piano ci sono quattro finestre, munite di inferriate, che danno all'interno della casa su grossi scantinati e ripostigli; mentre nei due piani superiori le finestre si aprono all'esterno su balconi dalle balaustre in ferro battuto. In tutto ci sono otto balconi: quattro al secondo piano e quattro al terzo. Le persiane sono di colore marrone.
Gli altri lati della costruzione sono asimmetrici e presentano dei balconi che si aprono ad arco sulla facciata. Intorno c'è un giardino dove sono raccolte molte specie di cactus provenienti da Paesi diversi e varie piante mediterranee e subtropicali. Il giardino è circondato da muri bianchi e sul lato nord c'è il grande cancello d'ingresso.
È proprietà di un collezionista chiamato Giuliano Merisi: uomo di grande cultura, che vanta il possesso di oggetti e testi magici unici, perlopiù sconosciuti alla quasi totalità del genere umano.
In un tardo e assolato pomeriggio d'estate entrò nel giardino della villa un'automobile, da dove scese un uomo con la carnagione chiara e i lineamenti orientali. Sulla soglia d'ingresso, sotto un portico, c'era Giuliano che accolse con cordialità lo straniero, dicendo: <<Venga dentro, c'è l'aria condizionata>>.
<<La ringrazio>> rispose l'uomo con accento slavo, <<anche se qui c'è una bella brezza che viene dal mare.>>
Si accomodarono all'interno, in un grande salone che dava dalla parte del mare, dove dalle persiane semichiuse entrava il sole, e dove Giuliano faceva mostra di dipinti di varie epoche e di valenti pittori. L'orientale tirò fuori da un contenitore un antico rotolo di pergamena. Era un ricercatore russo, si chiamava Grigory Nayuzik, portava con sé un testo scritto in latino, trovato in Carelia, a Vyborg.
All'interno della vill

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Casa di Martha

Nel gelido crepuscolo di novembre la vecchia fiera di Stellara è composta di bancarelle dei dolciumi, spazzacamini, burattinai, ombrellai...
Io sono venuto per andare dalla vecchia Martha affinché provi a guarirmi il mio male al petto. Chiedo di lei a un contadino che sta spaccando la legna.
"Lei sa dove abita la vedova Martha?"
"Sicuro che lo so. Abita laggiù, dove cresce la saggina, insieme a quelle altre..."
"Perché? Che cosa fa?"
"Fa le stregonerie. Lei e le vecchie Diana, Viviana e Gelsomina hanno passato la vita a rovinare i raccolti, far ammalare uomini e bestiame e a scatenare temporali. Bisognerebbe bruciarle! Spero che ricevano tutta la sofferenza che si meritano!"
La nebbia cade sul villaggio. Sapevo che la vecchia Martha ha fama di essere una strega.
Percorro la via principale, talmente stretta che le streghe si potrebbero graffiare stando alle finestre. Poi la strada prosegue in campagna. Gelsi e salici vecchissimi, piegati e squarciati che sembrano piantati dal diavolo.
La sua casetta è vicino a cespugli di rosellina selvatica. Un cardo è piantato davanti alla porta di casa.
All'interno sono appese pentole e vecchie litografie di fiori e animali. Un pappagallo tetro mi guarda dall'alto.
Sul tavolo ci sono chiodi storti, spilli, uncini. La vecchia piccola e magra li innaffia con il liquido di una boccetta. Ha il viso bianco, labbra e occhiaie nero viola.
"Entra. Ti aspettavo."
Le spiego brevemente dove mi fa male. Mi fa intingere un dito nell'olio e lasciare cadere alcune gocce in un pentolino d'acqua.
"Le gocce si disperdono..." borbotta.
Mi porge alcuni grani di frumento da buttare nell'acqua. I grani cadono a fondo e lei mormora:
"Sei stato affatturato."
Allora mette un pentolino d'acqua a bollire sul fuoco. Vi butta dentro cenere, polveri scure e si mette a borbottare strane parole. Prende un fazzoletto rosso con una estremità annodata e lo striscia per terra disegnando un cerchio intorno a me.
Nel silenzio della cucina si od

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   1 commenti     di: sergio bissoli


Cristalli maledetti

La vedova Mirelle vive con la figlia dodicenne Yvette e una vecchia governante. Mirelle è una signora di quarant'anni vedova da tre e in questi giorni mi ha chiesto con insistenza di aiutarla.
Quando mi viene incontro, mentre mi accompagna in casa, indossa un vestito nero con colletto e polsini di pizzo bianchi. La cameriera anziana posa il vassoio con le tazze di té sopra un tavolino e poi scompare.
Mirelle appare incerta e confusa. Il viso è pallido e scavato, i capelli nerissimi sono raccolti a chignon, le sue lunghe mani tremano. Parla con voce bassa quasi avesse paura di espormi i suoi problemi:
"Succedono cose strane in questa casa, da qualche tempo. Sono piccoli incidenti, fatti inspiegabili, coincidenze, stranezze..."
Si interrompe e allora io la invito a proseguire:
"La prego signora, mi dica esattamente che cosa è successo."
"Da alcuni mesi le lampadine si spengono, le porte si chiudono da sole... Passando davanti agli specchi sento delle voci."
"Voci? E che cosa dicono?"
"Sento il rumore di una folla. Come molte persone che parlano in lontananza... Ieri pomeriggio abbiamo sentito distintamente la porta del salotto che si apriva. Mia figlia è saltata in piedi gridando <<Mamma, mamma, c'è qualcuno in salotto!>>. Sono corsa a vedere ma non c'era nessuno. Mia figlia era spaventata perché aveva visto l'ombra di una persona passare davanti al lucernario della scala."
Il racconto a questo punto viene interrotto da trambusto e grida isteriche al piano superiore:
"Aiuto! Al fuoco! Al fuoco! La casa brucia!"
Io e Mirelle corriamo su per la scala di marmo. Lungo il corridoio si apre la porta del bagno e dall'interno provengono grida e rumori.
Con uno slancio entro dentro.
La cameriera sta buttando asciugamani bagnati sul fuoco, mentre la bambina piange.
Il bagno ha i muri di mattonelle bianche ad altezza d'uomo, ma il fuoco proviene da due specchi posti sopra i lavandini. Fiamme bianche fuoriescono dagli specchi. Gli specchi di cristallo stanno

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   3 commenti     di: sergio bissoli


Deimos

Qui di seguito riporto quanto resta della nota rinvenuta nell’appartamento del dottor Lester Finnies, scritta di suo pugno nella notte che ha preceduto il ritrovamento del suo cadavere nel canale asciutto che fiancheggia Bakery Street. Laddove la scrittura si faceva troppo confusa per essere decifrata ho lasciato delle sospensioni, di fatto riducendo la parte conclusiva ad una sequela di parole slegate fra loro. Prego coloro che dovessero leggere questo documento di fermarsi laddove incontrassero motivi di particolare irrequietezza o tensione, poiché certe cose dovrebbero restare occulte ai più e non hanno nulla in comune con le storie di fantasia che si leggono su certe riviste di cattivo gusto. Ciò che segue è pura verità, certificata e documentata nell’archivio del dipartimento di polizia di Preston, Missouri.

15 Marzo 1937, ore 23. 19

Quanto ho veduto questa mattina è lo spettacolo più raccapricciante che si possa immaginare. Che dico, nessuno potrebbe mai partorire dalla sola fantasia un simile scenario di morte e disgusto, nessuno che non sia del tutto folle o che non appartenga a quella schiera di artisti che amano il macabro al punto da diventarne profeti.
È accaduto quando, come ogni mattina, mi sono recato al lavoro presso il Pinevalley Hospital, l’istituto di igiene mentale che dirigo da oltre trenta anni. Il rigoglioso giardino che circonda l’edificio era ingombro di poliziotti e giornalisti, tanto che ho dovuto accostare l’auto all’ingresso e farmi largo a spallate per raggiungere l’entrata dell’ospedale. Le sirene spente diffondevano in silenzio la loro luce rossa e blu, silenzio solo relativo a fronte del trambusto causato dalla ressa di cronisti e fotografi che gli agenti respingevano a fatica.
Mostrando il mio tesserino e presentandomi, sono entrato ancora all’oscuro di tutto, temendo solo che qualche paziente fosse riuscito a suicidarsi. Ce n’erano molti con tendenze suicide, perciò non era da escludere

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Vecchie cantine

In un pomeriggio grigio di autunno, passo in bicicletta vicino alla fattoria del mio amico Ambrose. Il muro di cinta della fattoria è basso e inclinato. Alcuni mattoni a mezzaluna sono caduti dalla cima. Poiché ho tempo, decido di fermarmi un poco per salutare il proprietario. Entro dal portone.
La casa è quattrocentesca, grande e tetra. Ha la porta ad arco di pietra, le inferriate panciute e un piccolo campanile lassù sul tetto.
Come entro in cucina incontro il signor Ambrose, massiccio come una quercia e altrettanto legnoso.
"Ehi signor Ambrose, passavo da queste parti e sono entrato per salutarla. Come sta?"
"Ah, i miei reumatismi. Non sono più quello di una volta! Adesso faccio fatica a salire le scale. A proposito, ho un favore da chiederti. Ecco. Prendi una candela e va giù in cantina a prendere quattro fiaschi di vino."
Per arrivare alla cantina bisogna attraversare alcune stanze magazzino rischiarate dalla luce grigia di alte finestre a nord. Ci sono sacchetti rotti di zolfo e un soffietto là per terra. Scansie con file di cipolle e aglio. Mucchi di spine tarlate, di tappi di sughero. Una ghiacciaia, un torchio per la pasta, macinino per caffè... Tutto sotto strati di polvere e ragnatele.
Arrivo a una scala con gradini di pietra e scendo fino a una pesante porta di legno con due catenacci. Tiro i catenacci e spingo mezza porta. Poi accendo la candela ed entro in cantina.
La cantina è oscura e tetra con il soffitto a volta di mattoni ammuffiti. Un po' di luce pallida cade giù da due finestrini a livello del suolo, oscurati da inferriate, grate e ragnatele.
Tenendo alta la candela accesa metto i piedi sul pavimento di terra, allagato al centro. Su bassi piedistalli lungo la parete c'è una fila di enormi tini. Per terra ammassate in disordine ci sono decine di botti, alcune sfasciate, e damigiane.
Mi avvicino a una scansia di legno con file di bottiglie e fiaschi. Tiro giù i fiaschi, due alla volta e li poso sul pavimento. Nel voltarmi ved

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   2 commenti     di: sergio bissoli



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