A volte la memoria ci inganna. Ricordiamo con esattezza un fatto avvenuto in una giornata di tanti anni fa. Ci sembra quasi di essere ancora li, ogni volta che ci torniamo col pensiero. Sentiamo gli stessi odori. Ricordiamo ogni particolare, ogni colore, ogni parola.
Poi, improvvisamente, alla nostra certezza, si affianca una domanda. Davvero è andata così? Davvero ero lì quel giorno? E quel giorno c'è mai stato? Sembra pazzesco se solo ci pensate. Eppure queste cose accadono in continuazione. E nella selva dei ricordi, talvolta non sappiamo darci una risposta neppure su quello che ci sembrava lampante.
A volte questa piccola consapevolezza ci spaventa. Possibile che dobbiamo perdere per strada pezzi interi della nostra vita? Possibile che un giorno non saremo sicuri neppure di quello che abbiamo fatto? Eppure, in alcune occasioni, sapere che qualcosa andrà perduto ci è di conforto. Perché non tutto è piacevole da ricordare e perché avere un dubbio circa alcune giornate di tanti anni fa ci aiuta a pensare che qualcosa che ricordiamo con chiarezza assoluta, potrebbe non essere mai accaduto.
Per me questa è la spiegazione. E per me è quanto basta per dormire quando mi capita di scavare troppo a fondo nei miei ricordi.
Andavamo alla casa dei miei zii due o tre volte all'anno.
I miei zii paterni, al contrario di tutto il resto della famiglia, avevano scelto di vivere in una casa in campagna a poco più di tre ore dalla città dove abitavo. Anche i miei genitori non dovevano trovare quella visita particolarmente eccitante dal momento che si limitavano a farla, sempre più raramente col trascorrere degli anni, soltanto nei giorni di festa più importanti e che il viaggio di andata, un interminabile discesa attraverso campagne desolate senza segnali di vita per chilometri e chilometri, si faceva nel più totale silenzio.
La loro tenuta (acquistata con una parte dell'eredità avuta alla morte di mio nonno) stava appollaiata su un enorme calanco che scen
La macchina passò velocemente sulla strada nevosa facendo slittare di poco le ruote posteriori. Alla guida, Lucas non si era accorto che da circa mezz'ora, la spia della benzina aveva assunto il solito colore giallastro. E nemmeno Kimberly, la sua ragazza che gli sedeva a fianco se n'era accorta. Erano in viaggio da circa quarantacinque minuti e per arrivare a Ketchum, nella contea di Blaine, Idaho, mancava ancora una buona mezzora.
-Voglio farmi una doccia appena arrivo a casa- disse Lucas sistemandosi il cappello che gli era scivolato sulla fronte. Kimberly fece una smorfia guardando dal finestrino il paesaggio. Stavano percorrendo la strada chiamata Cove Creek, dove il pericolo maggiore era quello di non trovare nessuno in caso di aiuto.
-Sai che mia madre non vuole che percorriamo questa strada Luc!-, sbottò Kimberly alzando le mani.
Il suo ragazzo sorrise scrollando le spalle. Gli alti pini sovraccaricati dalla neve giacevano ai lati della strada e davano una sensazione da brivido. Sembrava come se dietro ad essi ci fosse qualcuno o qualcosa che li stesse spiando.
-Tua madre si arrabbia per qualsiasi cosa. A proposito, ti è piaciuta la festa?- chiese lui frenando per fare una curva a gomito.
- Certo che mi è piaciuta, se solo tuo cugino Paul abitasse più vicino a noi!- rispose controllando se sua madre l'avesse chiamata sul cellulare. La strada si faceva sempre più stretta e gli alberi ai lati di essa sempre più fitti. La Luna splendeva alta nel cielo sereno delle due di notte illuminando tratti dell'asfalto ghiacciati.
-Che cosa sai a proposito di questa strada?-, chiese Lucas lanciando un'occhiata alla sua ragazza.
- Cosa dovrei sapere?
Sembrava che la domanda l'avesse infastidita. Lui sogghignò tenendo le mani ben strette al volante.
-Alcuni anni fa su questa strada sono accadute cose inspiegabili, tra cui l'omicidio di due liceali, proprio come noi due- spiegò.
- Lo so. Tutti gli abitanti di Ketchum sanno dei fatti accaduti su questa st
Come siamo arrivati a questo? Come sono arrivato a questo? Com'è potuto accadere? Era inevitabile? Era scritto nel destino? È semplicemente una legge di natura? A noi succedono loro. Agli uni seguono gli altri. O forse... forse c'era qualcosa che avremmo potuto fare? Per non arrivare a questo dopo secoli, dopo millenni di grandezza. Millenni di grandezza che finiscono così, con me, un... un... uomo solo, stanco, affamato, coperto di stracci, che si muove come un fantasma senza meta, in un mondo fatto ormai solo di polvere, aria fetida, misere ossa e solitudine. Per quello che ne so, io sono l'ultimo, e se non è così chi verrà dopo di me non farà altro che prolungare la nostra agonia in un mondo che ormai non ci appartiene più. Ma una volta eravamo rispettati, eravamo più che rispettati, eravamo temuti. Vivevamo in quel limbo tra la realtà ed il mito, tra il mito e la fantasia. Ed a chi era dato sapere quanto fossimo reali non era concesso abbastanza da vivere per poterlo raccontare. L'ho detto prima: forse è una semplice legge di natura.
Mi piace pensare, per non rinnegare completamente la nostra grandezza, che forse tutto è cominciato da questo: dal nostro sterminato potere, che non poteva trovare rivali su questa terra se non in se stesso. Come un arco oscuro e potente, avvolto nelle tenebre, che si erge prepotente verso il cielo nero, per poi collassare su se stesso.
Mi tornano in mente le notti passate in ogni angolo del mondo: dalle luci scintillanti di New York, Roma, Parigi, fino alle periferie più degradate delle metropoli africane, tra gloria, dolore e perversione. Mi muovevo leggiadro tra la vita e la morte, tra il sangue ed altri nettari proibiti. Attraverso il tempo, dai chiostri dei castelli medievali, passando per i saloni dei palazzi dei nobili del settecento, fino ai giorni nostri, tra guerre, carestie, ma anche periodi di gioia e gaiezza. In ogni luogo ed in ogni tempo sono stato amato ed ho amato, sono stato temuto, perseguitato, sca
Il piccolo Adam aveva sempre una scusa per non scendere di sotto perché quella che una volta era la vecchia cantina non era certo il posto della casa che preferiva. Gli strani rumori che provenivano da dietro la lavatrice lo inquietavano ogni volta che doveva portare di sotto i panni sporchi da lavare. Proprio come quella mattina.
Stava appoggiando la cesta a terra quando sentì chiudersi la porta in cima alle scale e i passi di sua madre che si allontanavano fino a scomparire.
"No mamma, aspetta sono quaggiù!"
Non ricevendo risposta corse in cima alle scale e provò ad aprire la porta ma la serratura era bloccata. In preda al panico scese alla base delle scale e si rannicchiò in un angolo fissando la lavatrice illuminata solo dalla piccola finestrina in alto vicino al soffitto.
Quando la sera suo padre tornò dal lavoro chiamò Adam ma lui non rispose. Salì al piano superiore ma non c'era nessuno. Pensò che il figlio fosse uscito a giocare o che fosse a far spesa con sua madre. Sul tavolo c'era un biglietto: Se torni a casa prima tu vedi se la lavatrice ha finito.
Aprì la porta per scendere nel seminterrato ed accese la luce. Arrivato a metà scala iniziò a notare del liquido sul pavimento che arrivava più o meno all'altezza del primo gradino
Pensò subito all'ennesima rottura del vecchio tubo della lavatrice, e così si affrettò a scendere gli ultimi gradini, ma una volta arrivato in fondo si rese conto che quella sul pavimento non era acqua. Era sangue! Un sangue denso e appiccicoso e al centro di quel piccolo lago, come un isola molliccia, emergeva quella che sembrava essere un brandello di materia cerebrale.
Poi vide la lavatrice. Era completamente ricoperta da schizzi rosso scuro e dal bordo dell'oblò penzolava un altro molle brandello della stesso colore e consistenza di quello che galleggiava vicino alle sue scarpe.
Fu in quel momento che sentì il suono di una voce provenire dal sottoscala e, in preda al terrore, riuscì a voltarsi e a
Sara era la mia migliore amica. Una ragazzina minuta, dal viso anonimo e lo sguardo mite.
Sara sembrava davvero insignificante. Nessuno la notava mai; si vestiva come capitava, mai in modo troppo appariscente. Forse mi piaceva proprio per questo, perchè non riusciva ad oscurarmi.
Quasi mai.
Un giorno ci incontrammo come al solito per andare a scuola. Appena la vidi capii che che era successo qualcosa di insolito: sembrava diversa. Anzi, ERA diversa.
Si era sistemata i capelli, aveva un po' di gloss sulle labbra pallide e si era truccata gli occhi con della matita celeste.
Sbigottita, le domandai cosa fosse successo.
- Be', sono entrata ufficialmente in una nuova fase della mia vita. Potrei avere un ragazzo entro le prossime ventiquattr'ore. Cosa ne pensi??- pigolò, con un tono di voce che non riconoscevo.
Ci misi qualche istante ad assimilare quelle parole.
- Un ragazzo? Ma scherzi? Tu non ci parli neanche con i ragazzi.
- Non ci parlo perché ho paura di essere giudicata. Ma ora so di piacere ad un ragazzo, e lui è diverso da tutti gli altri.
Mi passò il suo cellulare, ed istintivamente cercai la cartella messaggi. La aprii. Un numero sconosciuto le aveva inviato questo:
" Cara Sara, è molto tempo che cerco il coraggio per parlarti. Ora che l'ho trovato non voglio aspettare. Mi piaci da morire. Sei bellissima, la più bella tra tutte le ragazze che vanno in classe con te, davvero. No, non è uno scherzo.
Incontriamoci stasera nel piazzale della scuola media. Ciao."
La più bella tra tutte? Avevo i miei dubbi. Restituii il cellulare a Sara, freddamente.
- Allora? Non dici niente??
- Potrebbe essere uno scherzo.
- Ma non hai letto il messaggio? C'è scritto che non è uno scherzo!
- Mah, comunque mi pare un po' esagerato. Neanche ti conosce...
La mia amica non rispose. Che si fosse offesa?
Una volta arrivate a scuola in realtà non parlò d'altro che del suo ammiratore segreto. Non la sopportavo più, così com
Legata a quel palo sulla catasta di legna gli occhi stanchi della donna s'inumidirono di lacrime. Una settimana di torture, l'avevano quasi annegata, poi strappato le unghie e i denti e infine rinchiusa insieme ai topi.
Ci erano riusciti, alla fine aveva detto ciò che loro volevano. Dalle sue labbra sanguinolente era uscita la confessione: -Sì. Sono una strega-.
Era l'unico modo per fare cessare le torture, anche se significava morte certa. Quattro giorni la avevano lasciata a subire il dolore delle ferite e l'attesa della pena capitale. Ora stava per aprire l'ultimo capitolo del libro della sua vita davanti a tutta quella folla eccitata.
Il boia e due suoi aiutanti si avvicinarono tenendo alte sulle loro teste le fiaccole infiammate, quasi fossero bandiere da mostrare alla gente. Lei ebbe un'espressione di terrore. Le appoggiarono sulla catasta. Sentì crepitare la legna sotto i suoi piedi e cercò di sgranare gli occhi il più possibile. Si fece forza e osservò le fiamme. I rami sotto di lei erano leggeri e secchi, non ci sarebbe voluto molto. Presto sarebbe finito tutto.
Pochi minuti dopo il fuoco le lambì i piedi. Si lasciò sfuggire un'occhiata di odio verso la folla. -Pazienza- pensò - troppo presto-.
Quando le fiamme cominciarono a consumare la carne delle gambe, si mise a gridare con quanto fiato aveva in corpo. Era il suo copione, doveva recitarlo fino in fondo. Altrimenti avrebbero capito. E continuò a urlare quando il suo petto prese fuoco, nonostante non sentisse nessun calore. Finalmente i capelli s'infiammarono e le nascosero il viso dietro le vampate.
Un ghigno sottile le si dipinse sui lineamenti deturpati. Ora non potevano più vederla e rise in silenzio. Rise di quegli sprovveduti che credevano di toglierle l'anima con il fuoco. Rise quando vide quelle larve d'insetto che s'insediavano nel corpo dei suoi inquisitori e che si sarebbero riprodotte e nutrite e riprodotte e nutrite.
Loro si che avrebbero sentito dolore,.
Molto dolore.
Sono chiuso in casa da nove giorni. Non posso uscire. Mia moglie mi ha chiuso dentro, anche se sarebbe meglio dire che mi ha sepolto a marcire in questa vecchia casa. Tra un po' le scorte di cibo si esauriranno e non so quanto potrò tirare avanti senza mangiare. Dicono che si può resistere diversi giorni senza cibo, ma non senza acqua e qui le bottiglie stanno svanendo in fretta. Le tubature sono intasate, i rubinetti sono a secco e non lasciano cadere nemmeno una maledettissima goccia. Credo anche di sapere il motivo. La mia dolce mogliettina ha pensato proprio a tutto. Pensavo che uccidendola avrei risolto tutti i miei problemi - e anche i suoi, perché era veramente strana - invece mi sono dovuto ricredere. Soprattutto all'inizio ho fatto fatica a credere a quello che stava succedendo in questa casa e che ormai ha quasi raggiunto il suo epilogo, ma la conclusione a cui sono giunto, per quanto possa sembrare incredibile e fantasiosa, è l'unica che abbia senso. Sono bloccato a letto da un lancinante mal di schiena. La fascia lombare mi ha sempre dato fastidio sin dall'adolescenza, ma un dolore così paralizzante non lo avevo mai sperimentato. Tanto vale che utilizzi questo poco tempo che mi resta per raccontarvi tutto.
Ho sposato Rudy perché era ricca. Era bruttina, slavata e piatta come un foglio di carta. Quando l'ho conosciuta, a una festa da amici, aveva trentadue anni e stando alle voci che giravano, era ancora vergine. Il pensiero di passare una notte con lei non aveva sfiorato nessuno che avesse ancora due occhi funzionanti. In quel periodo me la passavo male. Avevo perso tutti i miei soldi in borsa e in più dovevo ancora un mucchio di soldi a uno strozzino per certe scommesse sulle partite di baseball. Prima del crollo della borsa ero fidanzato con una bella ragazza di Boston con cui avevo deciso di sposarmi. Avevamo già comprato casa, grazie anche a una generosa donazione da parte dei suoi genitori. Due brave persone, molto facoltose e molto ingenue
Questa sezione contiene storie dell'orrore, racconti horror e sulla paura