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Racconti horror

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Un fuoco nel bosco

Il Sole stava calando sul cielo d'estate, screziato qui e là di nuvole bianche e soffici, cui i giochi di luce conferivano un colorito bluastro, mentre lassù, in alto, i primi astri avevano iniziato a brillare, come a volere delimitare il confine tra la notte ed il dì.
Lo scenario era quello di un bosco di abeti, percorso da un sentiero a zig-zag che si protraeva per una decina di chilometri circa, separando il piccolo paesino di Loggiano dalla cittadella locale.
Giuseppe ed Antonio, due contadini di un paese poco distante, avevano appena lasciato Loggiano tra le lacrime e l'amarezza d'una persona cara appena perduta: avevano, infatti, assistito al funerale di un loro vecchio amico, Lorenzo, residente proprio in centro di Loggiano.
A nessuno era stato consentito di vedere la salma del defunto: a quanto pareva, era una misura cautelare per evitare d'infondere il panico tra i presenti.
Stando alle dicerie della moglie e della stretta cerchia di testimoni, Lorenzo era stato ritrovato ai margini della boscaglia, probabilmente di ritorno da una battuta di caccia, orrendamente mutilato.
Gli esperti avevano avanzato l'ipotesi dell'aggressione d'un orso, sebbene in quei paraggi non se ne vedessero più da decenni, oramai; fatto stava che, secondo le testimonianze, lo sventurato era morto dissanguato, probabilmente a causa delle numerose ferite che aveva riportato su tutto il corpo, mentre le ossa, quasi per uno strano scherzo del destino, sembravano essere state tutte rotte, come a volere certificare che, in agonia del dolore, l'uomo non avrebbe in alcun modo potuto raggiungere qualsiasi rudimentale forma di soccorso.
E, per altro aspetto, come altrimenti avrebbe potuto fare? Le gambe, infatti, gli erano state strappate di netto, con una furia sovraumana: per questo l'ipotesi più plausibile era stata, oltre ai vari segni identificativi di morsi e contusioni, quella dell'attacco d'un orso.
Ad ogni modo, Giuseppe ed Antonio ancora non riuscivano a credere alla sfor

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   0 commenti     di: Michele


Il Parto

La storia che mi accingo a raccontare è il resoconto di un'esperienza terribile che vissi io con la mia defunta moglie più di 20 anni fa. Nonostante non vi siano rimasti testimoni vivi in grado di confermare quello che sto per dire, io c'ero. Credetemi, o prendetemi per pazzo: ciò è accaduto veramente.
25 Ottobre 1989. Io e Mary stavamo attraversando le foreste dell'Oregon, sulla strada per il confine con il Canada: volevamo andare a trovare dei nostri amici a Vancouver. Eravamo partiti da Los Angeles di mattina. Ormai era tarda notte su quell'autostrada, e speravamo di incontrare un vicino Motel dove fermarci. Ma non c'era nulla sulla strada, nemmeno una stazione di servizio. Andavamo a rilento, guardardonci intorno nella speranza di leggere qualche indicazione utile a trovare un luogo in cui passare la notte. Quando improvvisamente la macchina si sbilanciò verso destra, e sentimmo un fischio. Feci per frenare, ma non avevo il controllo del veicolo: l'auto sbandò verso destra, Mary gridò:frenai più che potei, finchè non sbattemo su un cartello, e ci fermammo bruscamente. Mary era ancora un po' sconvolta, ma si era calmata. Le dissi: "Scendo, a controllare, tu resta in macchina". Vidi la ruota anteriore destra dell'auto complemente sgonfia: "Qualcosa deve averci bucato la gomma!" le dissi ad alta voce. Eppure l'asfalto era liscio, e non mi pareva di aver visto ne un sasso ne qualche altro oggetto sulla strada. Feci per tornare in macchina, quando la mia attenzione si spostò verso il cielo: era strano, sembrava che delle nuovole scure si stessero avvicinando molto, ma molto velocemente:non avevo mai visto qualcosa del genere. Improvvisamente dalle nuvole sbucarono 3 luci rosse molto vicine tra loro: sembravano muoversi verso di me, e più si muovevano, più la loro intensità aumentava. Non riuscii a muovere un dito, rimasi fermo a guardare. Mary scese dalla macchina, anche lei impietrita, con lo sguardo rivolto verso l'alto. A un certo pu

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   2 commenti     di: Nicolò Giani


Gli Invasati

Era notte quando io e Lucas giungemmo a quella ripida salita. Quella sera volevamo provare una nuova e bizzara esperienza, con un gruppo di amici: una seduta spiritica in un vecchio castello, immerso tra le montagne trentine, appartenuto ad un nobile locale del XVII secolo, che si diceva, fosse sceso a patti con il diavolo: avrebbe venduto la sua anima al principe delle tenebre in cambio della vita eterna, e del potere assoluto. Il patto venne siglato, e il nobile arrivò a vivere fino all'età di 100 anni, senza invecchiare in un giorno. Inoltre si dice, che i poteri magici dati dal demonio, andavano aldilà di ogni immaginazione: gli abitanti del paese vicino, rumoreggiavano che fosse capace di muovere oggetti a suo piacimento con la sola forza della mente, alcuni servi dicevano di averlo visto muovere tavoli, lampade, armadi, quadri, senza nemmeno sfiorarli. Altri addirittura, dicevano che fosse in grado di manipolare il tempo, attribuendo a lui gli improvvisi cambiamenti climatici che si registrarono nella valle in quel tempo: era talmente inebriato dal suo potere, da credersi un dio. Ma una notte, il diavolo mancò fede al patto: fece sparire tutta la famiglia del signore, dopodichè si materializzò davanti a lui, tuonandogli ghignante che da quel momento in poi avrebbe continuato a vivere la sua eternità in quel castello, non più da vivo, ma da morto. Da quel momento, il nobile scomparve per sempre, e con lui tutta la sua famiglia e la sua dinastia. Nessuno dei loro corpi venne mai ritrovato: questa strana scomparsa era riportata negli annali del paese, mentre la leggenda era soltanto tramandata oralmente tra gli abitanti della valle. Leggenda o verità, di fatto quel maniero non venne mai più visitato da nessuno per secoli. Durante le due guerre mondiali, divenne rifugio per italiani, partigiani, e infine per nazisti in fuga. Nessuno di loro tuttavia, si dice, una volta entrato, ne uscì più. Soltanto uno, un caporale nazista: si dice che scese dal c

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   4 commenti     di: Nicolò Giani


La stanza buia

Non sa da quanto tempo si trova qui... non sa neanche DOVE è il “qui”... di certo sono passati giorni, ma non è possibile dire quanti.
Quello che sa di sicuro è che non potrà resistere ancora a lungo... la sua forza fisica e la sua volontà stanno giungendo al termine. Gli occhi non si sono mai abituati al buio pesto che li ha sempre avvinghiati. Per quanto possano essere dilatate quasi fino ad esplodere, le pupille non riescono a scorgere neanche un filo di una qualunque luce, naturale o artificiale che possa essere. Le orecchie sentono solo il suo respiro affannato ed i colpi di tosse sempre più frequenti e violenti.
Ormai non riesce nemmeno più a capire quale parte del corpo faccia più male né dove siano precisamente le ferite sulla pelle. Anche se giace sdraiato su quel pavimento invisibile ed umido, le fitte non cessano di tormentarlo... braccia, gambe, schiena e torace sono divenuti magazzini di dolore lancinante al quale non è possibile abituarsi... ma non è più possibile neanche combatterlo perchè le forze sono troppo lontane per poter venire in aiuto.
D'altronde come non comprenderlo?
Da quando è stato portato lì dentro è andata sempre peggio. Hanno trovato subito il modo per far tacere le sue urla ed i suoi interrogativi. La prima volta che la porta si è aperta pensava che fossero venuti a dargli da mangiare... poi arrivarono i primi colpi al viso; una mano pesante che non si tratteneva minimamente.
Una violenza eseguita e non spiegata, sempre che la violenza possa trovare spiegazione plausibile.
Il crudele e misterioso aguzzino non ha mai parlato... i pugni ed i calci alla schiena ed allo stomaco si sono spiegati benissimo e dopo le prime due “ripassate”, la voglia di gridare o di fare domande era scomparsa.
Ma non la voglia di lottare...
ci doveva essere un modo per capire dove si trovasse e se ci potesse essere una via d'uscita.
A lungo avanzò in quel buio maledetto a tentoni, strisciando le mani sulle pareti ruvide e sul p

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Il Galeone Spettrale

In quell'epoca, di cui ho ricordi annebbiati, come le immagini dei sogni o di un passato lontanissimo, ma allo stesso tempo vividi come le visioni e le sensazioni dei deliri psicotici, di cui conosco bene gli effetti devastanti, vivevo in un castello sul mare da cui spuntava una torre massiccia. Ricordo quella sera di tempesta. Tempesta portata da venti di libeccio. Stavo recitando formule magiche lette su libri con scritture e simboli occulti. Sui muri della stanza erano appese incisioni di creature inumane e mostri marini. Alle mie parole fluttuavano strani bagliori e udivo voci provenire da dimensioni oltre la vita e il cosmo.
Vivevo vagando in quella fortezza dai muri grezzi, corrosi dalla salsedine, con il tanfo di acqua salata e pesce marcio. La fortezza si trovava nel mare, tra le onde, ed era collegata alla costa da un lungo ponte. La tempesta era molto forte e alzava enormi onde, ma la pioggia leggera. All'orizzonte vidi un galeone come fluorescente nel cielo crepuscolare e il mare scuro, nero, tra la spuma e i marosi. Salii sulla torre e vidi bene il galeone con la bandiera pirata, raffigurante il teschio e le tibie incrociate. Il galeone lentamente si avvicinava scosso dal mare. Sembrava trasparente, le onde più grandi lo attraversavano senza rovesciare la sua grande mole. Era stato evocato da me, come un richiamo.
Si fermò vicino alla fortezza. Dalla torre vedevo che la grossa nave era abitata da pirati scheletrici e fantasmi. Stavano lì, sembravano non accorgesi di me.
Mentre scendevo dalla torre, passai davanti a un grande specchio che rifletteva per intero la mia immagine. Ero io, ma quasi come un fantasma, nello specchio perdevo definizione. Il mio volto era pallido e scavato. Gli occhi infossati come caverne brillavano profondi, circondati dalle orbite scure che l'incorniciavano. I capelli crespi, lunghi fino ai lombi, sembravano un groviglio di ragnatele che brillavano d'argento nella luce spettrale di quella sera. Una corazza mi copriva il

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La nascita di Claudia

<<Louis, per trovarti non devo far altro che seguire i cadaveri dei topi.>>
Sollevai lentamente gli occhi in direzione di quella voce a me familiare.
Lestat mi aveva trovato facilmente in quella nauseante e disgustosa fogna in cui mi ero rifugiato.
Ero così prevedibile per lui...
Gli era bastato seguire la scia dei cadaveri dei topi che mi ero lasciato dietro il mio passaggio, mentre scappavo disperato sotto la pioggia battente.
Ero scappato per la vergogna e per il disgusto verso me stesso, per ciò che sono e per ciò che avevo fatto: mi ero cibato di una bambina malata, di appena sei, o sette anni, che si stringeva disperata alla mano decomposta di quel cadavere puzzolente che era sua madre.
Piangeva disperata.
Era rimasta sola al mondo.
Il padre l'aveva abbandonata.
Era stata lei stessa a dirmelo quando, udendo il suo pianto, entrai in casa, se così può definirsi quella una casa, e la madre era li, su di una sedia, morta per la peste, con gli occhi sbarrati e la bocca semiaperta.
Era in un orribile stato di decomposizione.
Mi guardò con occhi pieni di tristezza. Era completamente sporca, così come il suo vestito, le gote erano rigate dalle lacrime e i suoi lunghi capelli biondi era scomposti e disordinati.
Si era stretta a me senza pensarci due volte.
<<Per favore, aiutateci... papà ci ha lasciato e non è più tornato...>> sussurrò, stringendosi più forte a me.
Fui sorpreso di quella reazione che per lei fu così spontanea.
Era disperata a tal punto da gettarsi tra le braccia di un mostro?
Si staccò lentamente da me per guardarmi dritto negli occhi.
I suoi occhi mi imploravano. Erano una preghiera disperata, ma io non fui capace di proferire parola.
<<Vi prego... svegliate la mia mamma...>>
Non si era resa conto che quello che stringeva un attimo fa era soltanto un cadavere senza vita...
Si strinse di nuovo a me, in cerca di conforto e io non potei fare altro che accarezzarla.
Ma i suoi capelli, aggrappandosi a me, le cadder

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   2 commenti     di: Liliana Piscopo


Una storia con il demonio

Una sera di inverno mi trovo insieme con gli amici in una fattoria. Siamo nella piccola cucina adiacente alla stalla e giochiamo a carte o mangiamo semi di zucca.
È il plenilunio di gennaio. Fuori, un freddo polare è disceso sulla distesa di neve ghiacciata. I galli hanno cantato tutto il giorno, segno che nevicherà ancora.
É da poco suonata la mezzanotte. Il nostro gioco è disturbato dal ringhiare di Boll, il cane che sta di guardia in cortile. Un altro poco e sentiamo gli strattoni che dà alla catena.
"Ci sono i ladri!" grida il padrone di casa e si alza per controllare.
Nello stesso tempo sentiamo dei rumori provenire dalla stalla. Le vacche sono diventate inquiete, scalciano e muggiscono.
Lo stalliere scende giù in stalla. I muggiti si fanno più forti uniti ai tintinnii delle catene. Mi affaccio alla porta e vedo l'uomo che tenta di calmare le vacche, rimuove il letame, mette della paglia nuova. L'abbaiare del cane dapprima furioso è sceso a un guaito e adesso è ritornato il silenzio.
Vado alla finestra insieme ad alcuni uomini per scrutare la distesa di campi innevati sotto la luna. Jack intanto è andato a spiare dalla finestra della saletta. Il suo grido strozzato ci fa accorrere tutti insieme.
C'è un animale mostruoso alto più di un uomo là fuori fra la stalla e la casa. Sembra un enorme uccellaccio nero con pelo ispido e ali membranose.
É un essere orrendo con la testa a punta e quando si muove vedo un muso da maiale che mi fa rabbrividire. Si muove goffamente mentre si allontana a piccoli balzi verso la strada.
Dopo il silenzio di prima sembra scoppiare il finimondo. Il cane riprende ad abbaiare come impazzito, le donne in cucina si sono messe abbracciate e gridano che è arrivato il demonio. Qualcuna prorompe in grida isteriche. Le più anziane si mettono a fare congetture:
"La luna aveva un colore insolito."
"I galli hanno cantato durante tutto il giorno."
Tra baccano di panche rovesciate corriamo tutti nel ripostiglio a prender

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   1 commenti     di: sergio bissoli



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