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Racconti horror

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La donna del lago-verso la fine-

"Buona sera dottore".
"La vedo più tranquillo, è riuscito a concludere?"
"... Sì, direi di sì".
Lo psicoanalista lo guardò negli occhi aspettando. Questa volta Filippo si era seduto nella poltrona di fronte a lui, era più calmo, il tono muscolare precedentemente rigido aveva ceduto il posto ad un corpo rilassato, a suo agio. Accavallò le gambe, allungò la mano sulla scrivania e cominciò.
"Non ero del tutto convinto ma, ho fatto come mi ha detto lei. Sono tornato a Montespertoli da mia nonna e ho cercato, ho frugato ovunque. Niente di particolare. Allora sono salito in soffitta, là mia nonna teneva le cianfrusaglie che non voleva buttare via, anche lì solo mobili e vecchi oggetti. C'era un grande baule con un lucchetto che mi ha incuriosito, non le sto a raccontare quanto ci ho messo per rompere quel lucchetto; ne è valsa la pena, purtroppo." Sospirò.
"Ancora non ci posso credere. Uno vive trentacinque anni con le sue sicurezze, le sue consapevolezze e... basta un baule per capire che io non so niente di me, NIENTE, su chi credevo di amare."
Il dottore non proferì parola, questo caso l'aveva incuriosito da subito. Non era il classico depresso o mitomane; aveva annusato immediatamente l'aria di mistero intorno a Filippo.
"All'inizio ho visto delle vecchie foto di mio padre insieme ad una ragazza, ho subito pensato ad una relazione precedente a quella con mia madre. Una ragazza carina, mora con uno sguardo dolce e le dirò, più la guardavo e più mi veniva da pensare che, in qualche modo lei avesse più affinità con me, rispetto a mia mamma.
Sembravano felici, almeno lei, sì.
Poi, nascosti sotto, dei ritagli di giornali che parlavano di una ragazza misteriosamente scomparsa. Era di qualche paese più in là, viveva con la zia e un giorno non fece più ritorno. Quella ragazza era la stessa della foto, mio padre la conosceva! Non volevo crederci, oppure, non potevo crederci!
Si chiamava Viviana e aveva ventiquattro anni.
Ho pensato che mi

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   9 commenti     di: Paola B. R.


Per un segreto(prima parte)

PRIMA PARTE

Il sole aveva dato forfait per l’intera giornata, il cielo sembrava essersela presa a male – per la verità era incazzato nero – e i Nets erano fuori dai play off. Tutto sommato, però, Nicholas Tillinghast era certo che le cose stessero girando per il meglio. Raccolse la posta dalla cassetta e salì al suo appartamento. L’azienda che gli forniva l’elettricità desiderava essere pagata entro fine mese o non gli avrebbe più dato corrente. Rise dall’alto del suo ritrovato conto in banca e si chiuse la porta alle spalle. <<Sentono l’odore del sangue>>, bisbigliò.
Andò dritto in cucina per festeggiare il riacquistato buon umore con un bicchiere di scotch. Per oltre due anni la sua vita era stata un continuo via vai dal tribunale per un processo inconcludente di cui avrebbe fatto volentieri a meno, mentre quel po’ di esistenza che gli rimaneva scivolava come sabbia fra le sue dita. Sua moglie era morta, aveva perso il lavoro ed era stato risucchiato in un maelstrom di nera apatia; si sarebbe suicidato, se solo gli fosse importato qualcosa della morte. Mandò giù lo scotch, godette del vellutato calore che gli inondava le viscere, e ne versò dell’altro insieme a qualche cubetto di ghiaccio. C’erano stato momenti terribili, è vero, ma la ruota della vita aveva ripreso a girare.
Andò in camera da letto, lasciò il bicchiere sul comodino, accese la lampada e si liberò degli indumenti di troppo. Una doccia, un po’ di alcol e dritto a nanna: ricetta vincente per un’ottima dormita. Abitava da solo, ma si vedeva con una donna, la stessa che gli aveva fatto avere un nuovo lavoro, con la quale sarebbe andato a vivere al più presto. Non aveva dimenticato sua moglie, non avrebbe mai potuto. Sara non si limitava ad essere una compagna di vita, era tutto. Lei era la luce che lo guidava nel buio, era il sogno che dormiva accanto a lui, l’alba e il tramonto di ogni buona giornata. Ora lei non c’era più e lui stava con un’alt

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Non entrate dentro il borgo

Enrico e Veronica Mecca passeggiavano affascinati per le vie selciate di Castelvecchio di Rocca Barbena, un piccolo e dimenticato borgo medioevale dell'entroterra ligure. Vi si erano appena trasferiti ed erano ancora eccitati per la novità. Dopo lunghe ricerche avevano trovato l'agognato rifugio in cui trascorrere sereni la terza età.
Milanesi doc ancora innamorati uno dell'altra, alti e asciutti entrambi, lui in pensione già da alcuni anni e lei finalmente giunta a sua volta al limite d'età, erano da tempo stufi della città. Avrebbero voluto trascorrere la vecchiaia in una quieta località di mare, ma la riviera, placida d'inverno, diventa un caos per l'intera estate così come per tanti altri fine settimana. In effetti li tentava sul serio solo Albenga, attiva cittadina costiera in provincia di Savona, nobilitata da una cattedrale dell'XI secolo con annesso battistero del V secolo, il più prezioso monumento antico ligure, dove è conservato l'unico mosaico bizantino presente nell'Italia peninsulare al di fuori di Ravenna. Tra torrioni alti e slanciati e vari edifici addossati, compatte case torri nobiliari medioevali o eleganti palazzi cinque e seicenteschi, pareva quasi di trovarsi a San Gimignano, senza però la fama internazionale di quest'ultima e di conseguenza il suo turismo di massa. Lì ci avrebbero abitato volentieri, però nel magnifico centro storico, non nella parte moderna, l'unica invece a offrire alloggi adatti.
Infine qualcuno gli aveva segnalato, nell'immediato entroterra di Albenga, la duecentesca Castelvecchio di Rocca Barbena, incastonata in cima a un colle della Val di Neva sulle Alpi Marittime. L'avevano visitata e ne erano rimasti ammaliati: gli stretti e contorti vicoli in saliscendi; le tenebrose arcate; le silenziose case in pietra, saldamente abbarbicate sulle pendici della collina; infine la scoscesa e alberata vetta rocciosa, in cima alla quale sorgeva, in parte diroccato eppure ancora possente, l'originario castello.
Trasfe

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   12 commenti     di: Massimo Bianco


Notte senza fine

NOTTE SENZA FINE

1

Pensavo di avere ormai superato la mia innaturale paura della notte, che mi perseguitava fin da quando ero un fanciullo.
Una paura insana, direi, come un piccolo mostro che si nasconde nei meandri più oscuri e inesplorati del mio cervello, per poi uscire quando cala solenne e silente la notte.
Non so ancora se definirla fobia, si manifesta come una forma di pazzia, piccoli, brevi, determinanti momenti di pura follia, dei quali però sono stranamente cosciente.
Nel mentre in cui il folle demone che ha il controllo del mio cervello esce allo scoperto, scombussolando la mia attività cerebrale, mi rendo perfettamente conto di non poterlo fermare, e mi rassegno a vivere istanti di pura agonia, che solo la mente umana può concepire.
La sensazione che provo ogni notte può solo essere paragonata ad una sorta di coma infernale, una prigione custodita da malvagi, ripugnanti esseri che desiderano solo farmi impazzire, non vogliono la mia morte, bramano il peggio, la mia paura, la mia angoscia, i miei timori, la mia follia.
2
Era una sera come tutte le altre, sedevo su di una poltrona particolarmente comoda, sul mio terrazzo, mentre ammiravo compiaciuto il cielo scuro come le tenebre, e la pioggia che devastava le strade vuote e desolate.
Nulla avrebbe potuto distrarmi.
Amavo follemente sia la notte che la pioggia, erano le mie uniche fonti di ispirazione, riuscivano a nascondere la maledetta realtà del mondo, oscuravano gli orrori, i meschini sguardi della gente, le inutili parole buttate al vento, lasciate andare chissà dove, contemporaneamente risaltavano l'orribile freddezza ed indifferenza dei maligni demoni comunemente chiamati umani.
Ritenevo invece che il sole fosse un dannato ipocrita, mi domandavo perché qualcosa dovesse illuminare e fare splendere un così simile incubo, perché cercare di rendere l'inferno un posto migliore?
Il mio insano amore verso il macabro colore delle tenebre si contrapponeva però con una folle paura

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   3 commenti     di: Master


Il caso di Henry Miltz

FASCICOLO N. 23 ( PROGETTO BLUE BOOK)

FBI HEADQUARTER, WASHINGTON D. C.- 14 NOVEBRE 1988 Agente Spencer Rymer

Martedì 2 ottobre 1988, il sessantacinquenne Henry Miltz, scomparve misteriosamente mentre percorreva la statale A34, una strada periferica nei pressi di Bellefleur, nell'Oregon. La sua auto, una Ford Fiesta grigia, con la scritta NICE TO MEET YOU coreografata sul tettuccio di essa, venne trovata sul ciglio della strada dolcemente posteggiata vicino ad alcuni alberi. Al suo interno non venne rinvenuto nulla di anormale, e di strano c'era solamente la portiera del conducente aperta di pochi centimetri. Quel giorno, a testimoniare quella "improvvisa mancanza" del signor Miltz, c'era anche il mio collega, l'agente speciale Morris Colemann, che insieme a me rimase stupefatto di una così totale assenza di indizi che permettessero di trarre una prima ipotesi. A circa duecento metri dalla macchina, all'interno del bosco, e più precisamente in una radura chiamata DEEP GROVE, gli agenti di Bellefleur trovarono una sorte di macchia circolare che aveva letteralmente bruciato l'erba al suo interno.
Quando io e l'agente Colemann arrivammo sul posto, notammo anche noi la strana macchia su tre metri di diametro, e da subito, (in realtà la mattina seguente, poiché erano già le due di notte passate), allestimmo una zona di protezione, dove la scientifica del nostro dipartimento cercò chiarire una prima dinamica dell'accaduto. Una settimana dopo quello strano fatto, nessuno giunse ad una minima ipotesi che fosse in grado di spiegare la scomparsa di Henry Miltz, nemmeno grazie alle risposte che io e il mio collega ricevemmo dai parenti ed amici dell'uomo. Mailtz era stato un pluridecorato dalla marina, aveva lavorato come pilota collaudatore oltre che ad essere un esperto di missilistica. La sua residenza è stata verificata in Rusbery Road, Bellefleur, insieme alla moglie e ai due figli.

Il 4 novembre 1988, poco più di un mese dopo la scomparsa, un cicl

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   0 commenti     di: cesare massaini


La ragazza dall'abito bianco

Siamo in un piccolo villaggio francese, alla fine dell'800. Una sera un ragazzo di nome Michel si recò a un ballo e lì conobbe una bellissima ragazza con un vestito bianco.
Il giovane fu colto da un colpo di fulmine e passò l'intera serata a danzare con la fanciulla per sapere ogni cosa su di lei. A un certo punto, vedendola tremare, le prestò il suo cappotto e le offrì un caffè per scaldarsi. Accidentalmente, ballando, un altro ragazzo urtò la spalla della ragazza, rovesciando un po' di caffè sul soprabito e macchiandolo.
A mezzanotte la giovane chiese al suo corteggiatore di portarla a casa dicendo di abitare nei pressi del cimitero.
Michel, ormai pazzo d'amore per lei, disse che l'avrebbe accompagnata volentieri. i due ragazzi uscirono dal ballo e si incamminarono nelle nebbiose strade del villaggio, dove non c'era nessuno. A un tratto la fanciulla disse di fermarsi: erano proprio davanti al cancello del cimitero.
Nonostante l'inquietudine data dal luogo, Michel immaginò che la ragazza fosse figlia o parente del custode, di cui intravedeva la casa accanto al cimitero. Il ragazzo chiese alla giovane di dirgli il suo nome; lei dopo un attimo di silenzio rispose: "mi chiamo Monique Rose Terry". Michel ormai innamorato, si chinò per baciarla, ma lei si tirò indietro. "Ti ripago il favore" gli disse misteriosamente "perché sei stato gentile e mi hai prestato il cappotto". Detto ciò si voltò e sparì tra le tombe.
Il giorno dopo, Michel tornò al cimitero a cercare Monique. Bussò alla porta del custode.
Gli aprì un uomo anziano e il giovane spiegò di aver riaccompagnato, la sera prima, una ragazza con un vestito bianco e un cappotto da uomo macchiato di caffé.
L'uomo gli rispose che nella sua casa non c'è nessuna donna, ma che su una delle tombe aveva trovato un soprabito maschile. Michel chiese di vedere il luogo, e il custode lo condusse a una maestosa cripta.
Sulla tomba era deposto il suo cappotto, con un biglietto "grazie, ma tornerò a

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   4 commenti     di: No Name


Il taglio perfetto

La porta si aprì lentamente e una piccola campana elettronica tintinnò due volte sopra di essa.
A quell'ora non c'era ancora nessuno. Le tre poltrone erano vuote e il sole rifletteva sui braccioli d'acciaio.
La riunione delle 9 era troppo importante. Tom non poteva presentarsi in quelle condizioni, ma come al solito, si ritrovò a fare le cose all'ultimo minuto.
Il luogo era un po' nascosto. In fondo ad una zona industriale, isolato dagli altri edifici. Ma era ciò che serviva a lui, l'unico parrucchiere aperto di lunedì.
Il silenzio all'interno del negozio fu rotto da una voce metallica molto forte, a lui conosciuta. Era Platinette, che conduceva un programma alla radio. Il volume si abbassò di colpo e si udì un vociare confuso di uomini, ma Tom non riuscì a capire nemmeno una parola.
Dopo pochi istanti, uno di essi, alto, magro e giovane sbucò da dietro una tendina a palline colorate.
" Salve, si accomodi pure, che arriviamo. " esclamò.
Tom guardò la sala. Era deserta e pulita in maniera quasi troppo perfetta. Scelse la poltrona centrale, si sedette ed aspettò.
Poco dopo arrivò un altro uomo, con i capelli ricci, neri e lucidi. Aprì un cassetto, prese delle cose e se ne andò senza fiatare.
Arrivò anche il terzo fratello, il più anziano e pose i palmi delle mani sulle spalle del loro unico cliente.
" Allora, cosa facciamo? Come li vuole? " chiese fissando Tom attraverso lo specchio.
" Volevo solo una spuntatina ed una sistemata. Ho una riunione importante. Mi regola anche le basette? "
" Ma bene... le basette sono proprio il mio pane... sarà una vera soddisfazione..."
L'uomo lasciò Tom e si diresse verso la finestra. Scurì le veneziane e accese la luce. Tom osservava, senza capire.
" Ci vedo meglio con la luce delle lampadine..." disse l'uomo fissando Tom negli occhi, attraverso lo specchio. Poi il parrucchiere uscì dalla stanza. Tom sentì una porta chiudersi a chiave, non molto lontano da dove si trovava lui.
Ci fu qualch

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   5 commenti     di: stefano uggè



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