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Racconti horror

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Burned

Legata a quel palo sulla catasta di legna gli occhi stanchi della donna s'inumidirono di lacrime. Una settimana di torture, l'avevano quasi annegata, poi strappato le unghie e i denti e infine rinchiusa insieme ai topi.
Ci erano riusciti, alla fine aveva detto ciò che loro volevano. Dalle sue labbra sanguinolente era uscita la confessione: -Sì. Sono una strega-.
Era l'unico modo per fare cessare le torture, anche se significava morte certa. Quattro giorni la avevano lasciata a subire il dolore delle ferite e l'attesa della pena capitale. Ora stava per aprire l'ultimo capitolo del libro della sua vita davanti a tutta quella folla eccitata.
Il boia e due suoi aiutanti si avvicinarono tenendo alte sulle loro teste le fiaccole infiammate, quasi fossero bandiere da mostrare alla gente. Lei ebbe un'espressione di terrore. Le appoggiarono sulla catasta. Sentì crepitare la legna sotto i suoi piedi e cercò di sgranare gli occhi il più possibile. Si fece forza e osservò le fiamme. I rami sotto di lei erano leggeri e secchi, non ci sarebbe voluto molto. Presto sarebbe finito tutto.
Pochi minuti dopo il fuoco le lambì i piedi. Si lasciò sfuggire un'occhiata di odio verso la folla. -Pazienza- pensò - troppo presto-.
Quando le fiamme cominciarono a consumare la carne delle gambe, si mise a gridare con quanto fiato aveva in corpo. Era il suo copione, doveva recitarlo fino in fondo. Altrimenti avrebbero capito. E continuò a urlare quando il suo petto prese fuoco, nonostante non sentisse nessun calore. Finalmente i capelli s'infiammarono e le nascosero il viso dietro le vampate.
Un ghigno sottile le si dipinse sui lineamenti deturpati. Ora non potevano più vederla e rise in silenzio. Rise di quegli sprovveduti che credevano di toglierle l'anima con il fuoco. Rise quando vide quelle larve d'insetto che s'insediavano nel corpo dei suoi inquisitori e che si sarebbero riprodotte e nutrite e riprodotte e nutrite.
Loro si che avrebbero sentito dolore,.
Molto dolore.

   5 commenti     di: Oxide Oxide


Lo Spettatore

La villa era nera, circondata da un paesaggio deserto e senza traccia di vegetazione. Persino il tempo sembrava complice dell'aria spettrale che pervadeva sul luogo: il cielo era coperto di nuvole scure e verdi. Il giovane sacerdote Curtis era sicuro che quello fosse il posto in cui era stato convocato. Di solito lui non ricordava i sogni che faceva di notte, né gli importava granché di loro... ma la notte precedente aveva sognato qualcosa che lo aveva portato d'istinto in quel luogo dall'aria ostile. Al suo risveglio, Curtis aveva già dimenticato il sogno, ma qualcosa molto simile ad un'ossessione lo spinse a prendere la sua macchina e a mettersi in viaggio per raggiungere un luogo che neanche conosceva. Era diventato come un uccello migratore... era guidato da un radar che gli avrebbe consentito di raggiungere la zona calda. Aveva anche trascurato i suoi doveri da uomo di chiesa che aveva sempre messo al primo posto. Viaggiò diversi chilometri per raggiungere la sua meta, e quando fermò la macchina, l'aveva fatto meccanicamente e senza rendersene conto.
Curtis non aveva paura, era sempre stato un uomo impavido, e se era stata una forza demoniaca a guidarlo, di sicuro l'avrebbe sopraffatta. Nel circondario non si udivano rumori: il vento era nullo, e solo alcuni grossi corvi appollaiati su del filo spinato gracchiavano contro di lui. Si portò all'ingresso dell'enorme villa e sollevò la mano per bussare, ma prima che le nocche urtassero la porta, questa si aprì lentamente con un fastidioso cigolio. Curtis non provò il minimo timore ed entrò, sicuro della protezione che Dio gli aveva concesso, e si lasciò la porta alle spalle che si richiuse, lentamente così come si era aperta. Era in uno stretto corridoio ornato di quadri antichi: ritratti di persone nobili e dall'aria superba. Nel silenzio tombale, una voce sussurrò nell'orecchio destro di Curtis <<vieni avanti>>, e quest'ultimo capì che doveva attraversare la prima porta a destra. Quando la aprì, s

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Il caso di Henry Miltz

FASCICOLO N. 23 ( PROGETTO BLUE BOOK)

FBI HEADQUARTER, WASHINGTON D. C.- 14 NOVEBRE 1988 Agente Spencer Rymer

Martedì 2 ottobre 1988, il sessantacinquenne Henry Miltz, scomparve misteriosamente mentre percorreva la statale A34, una strada periferica nei pressi di Bellefleur, nell'Oregon. La sua auto, una Ford Fiesta grigia, con la scritta NICE TO MEET YOU coreografata sul tettuccio di essa, venne trovata sul ciglio della strada dolcemente posteggiata vicino ad alcuni alberi. Al suo interno non venne rinvenuto nulla di anormale, e di strano c'era solamente la portiera del conducente aperta di pochi centimetri. Quel giorno, a testimoniare quella "improvvisa mancanza" del signor Miltz, c'era anche il mio collega, l'agente speciale Morris Colemann, che insieme a me rimase stupefatto di una così totale assenza di indizi che permettessero di trarre una prima ipotesi. A circa duecento metri dalla macchina, all'interno del bosco, e più precisamente in una radura chiamata DEEP GROVE, gli agenti di Bellefleur trovarono una sorte di macchia circolare che aveva letteralmente bruciato l'erba al suo interno.
Quando io e l'agente Colemann arrivammo sul posto, notammo anche noi la strana macchia su tre metri di diametro, e da subito, (in realtà la mattina seguente, poiché erano già le due di notte passate), allestimmo una zona di protezione, dove la scientifica del nostro dipartimento cercò chiarire una prima dinamica dell'accaduto. Una settimana dopo quello strano fatto, nessuno giunse ad una minima ipotesi che fosse in grado di spiegare la scomparsa di Henry Miltz, nemmeno grazie alle risposte che io e il mio collega ricevemmo dai parenti ed amici dell'uomo. Mailtz era stato un pluridecorato dalla marina, aveva lavorato come pilota collaudatore oltre che ad essere un esperto di missilistica. La sua residenza è stata verificata in Rusbery Road, Bellefleur, insieme alla moglie e ai due figli.

Il 4 novembre 1988, poco più di un mese dopo la scomparsa, un cicl

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   0 commenti     di: cesare massaini


Vigilia di Natale

La temperatura era scesa notevolmente nei giorni che precedevano il Natale.
Dai comignoli sui tetti usciva ininterrottamente il fumo grigio dei camini.
In città i segni della ricorrenza che stava per arrivare erano evidenti: per strada festoni colorati e scritte augurali spezzavano l'effetto monocromatico degli edifici scuri; gruppetti di musicisti suonavano nenie sperando in un'offerta e le campane delle chiese continuavano a richiamare i fedeli.
Nelle case le famiglie intonavano canti natalizi.
Tom era un uomo piuttosto piccolo di statura, ma robusto. Dal suo viso non trapelavano emozioni. Guardandolo attentamente, gli occhi vicini e il naso aquilino facevano venire in mente un rapace.
Vestiva in modo distinto ma sobrio.

"Mi sento più buono, più sereno". I suoi movimenti erano decisi. "Sarà il periodo". I gesti che compiva denunciavano pratica e precisione.
"Queste feste infondono sempre una sensazione che predispone alla pace". Continuò a muoversi con la solita abilità. Il seminterrato era poco illuminato e piuttosto freddo ma i suoi occhi erano abituati a quella situazione e oltretutto una temperatura più alta avrebbe potuto creare problemi per la sua occupazione. Si asciugò la fronte con la manica della giacca e fermandosi un attimo pensò: " Questo è l'ultimo per quest'anno. Domani è Natale e mi concederò un po' di riposo" La neve aveva ricoperto ogni cosa e i bambini per strada giocavano contenti. Dalla finestra di una casa vicina si diffondeva un buon profumo di arrosto. Due cavalli avanzavano con difficoltà trainando sul lastricato viscido un carro carico di legna da ardere. Il conducente schioccava la frusta per incitarli. Qualche passante frettoloso, chiuso nel proprio mantello, si proteggeva dal freddo e dalla neve. "Mi è venuto un certo appetito" disse tra sè e sè e sciacquandosi le mani insanguinate diede un altro sguardo al corpo martoriat

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Notte senza fine

NOTTE SENZA FINE

1

Pensavo di avere ormai superato la mia innaturale paura della notte, che mi perseguitava fin da quando ero un fanciullo.
Una paura insana, direi, come un piccolo mostro che si nasconde nei meandri più oscuri e inesplorati del mio cervello, per poi uscire quando cala solenne e silente la notte.
Non so ancora se definirla fobia, si manifesta come una forma di pazzia, piccoli, brevi, determinanti momenti di pura follia, dei quali però sono stranamente cosciente.
Nel mentre in cui il folle demone che ha il controllo del mio cervello esce allo scoperto, scombussolando la mia attività cerebrale, mi rendo perfettamente conto di non poterlo fermare, e mi rassegno a vivere istanti di pura agonia, che solo la mente umana può concepire.
La sensazione che provo ogni notte può solo essere paragonata ad una sorta di coma infernale, una prigione custodita da malvagi, ripugnanti esseri che desiderano solo farmi impazzire, non vogliono la mia morte, bramano il peggio, la mia paura, la mia angoscia, i miei timori, la mia follia.
2
Era una sera come tutte le altre, sedevo su di una poltrona particolarmente comoda, sul mio terrazzo, mentre ammiravo compiaciuto il cielo scuro come le tenebre, e la pioggia che devastava le strade vuote e desolate.
Nulla avrebbe potuto distrarmi.
Amavo follemente sia la notte che la pioggia, erano le mie uniche fonti di ispirazione, riuscivano a nascondere la maledetta realtà del mondo, oscuravano gli orrori, i meschini sguardi della gente, le inutili parole buttate al vento, lasciate andare chissà dove, contemporaneamente risaltavano l'orribile freddezza ed indifferenza dei maligni demoni comunemente chiamati umani.
Ritenevo invece che il sole fosse un dannato ipocrita, mi domandavo perché qualcosa dovesse illuminare e fare splendere un così simile incubo, perché cercare di rendere l'inferno un posto migliore?
Il mio insano amore verso il macabro colore delle tenebre si contrapponeva però con una folle paura

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   3 commenti     di: Master


Giochi del vento

Una giornata ai primi di aprile a passeggio con un amico d'infanzia.
Il vento gioca nell'erba e fra i capelli. L'aria è dolce e si beve come un vino.
Nei boschetti con la loro accoglienza umida e frusciante si perdono i nostri passi. Per il sentiero incontriamo il vecchio Ector ottantenne che sta avanzando in bicicletta.
"Oh, caro Ector, sono felice di rivedervi..."
"Non ho tempo, non ho tempo" prosegue il vecchietto con gesti della mano. "Le viti, devo finire di potare..."
Il vento stormisce e ci porta frescura, profumi di foglie nuove, di stagni dove l'acqua si increspa in ondine.
Di passaggio diamo un'occhiata alla fornace abbandonata. É tutto deserto: nei camminamenti, dentro le gallerie di cottura e nei fumaioli, il vento ha un sibilo modulato e incessante mentre solleva una polvere scura.
La casetta con i glicini è chiusa. I muri sono abbaglianti e poi cupi al passare delle grosse nubi davanti al sole. Nubi isolate e immense che corrono nel cielo.
Il mio amico dice qualcosa guardandole, ma le sue parole fuggono nel vento.
Passando dalla casa del fabbro entriamo dal portone, con un cenno d'intesa. Il cortile è ingombro di ferraglia, da dove fuoriescono rivoletti rossi di ruggine. Echi di rumori lontani.
"Ehi, Septimus, una parola sola e poi ce ne andiamo."
Si odono colpi di martello al primo piano di una baracca e sbraitare di voci. Finalmente la finestra si spalanca e va a sbattere contro il muro. Escono riverberi e la testa del fabbro sopra il grembiule di cuoio:
"Non ora! No, adesso non ho tempo! Un altro giorno, passate un altro giorno..."
Proseguiamo per il sentiero dei campi dove le margherite occhieggiano bianche tra i fiori gialli dei soffioni. Lungo il fiume dove l'acqua ha brividi vanno a cadere come neve i petali del vicino frutteto.
I meli sono innevati di fiori e la lana bianca dei soffioni si stende sotto di loro. Petali bianchi galleggiano sull'acqua del fiume, rotolano fra l'erba trasportati dalle folate del vento.
Inoltrand

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   7 commenti     di: sergio bissoli


Una storia con il demonio

Una sera di inverno mi trovo insieme con gli amici in una fattoria. Siamo nella piccola cucina adiacente alla stalla e giochiamo a carte o mangiamo semi di zucca.
È il plenilunio di gennaio. Fuori, un freddo polare è disceso sulla distesa di neve ghiacciata. I galli hanno cantato tutto il giorno, segno che nevicherà ancora.
É da poco suonata la mezzanotte. Il nostro gioco è disturbato dal ringhiare di Boll, il cane che sta di guardia in cortile. Un altro poco e sentiamo gli strattoni che dà alla catena.
"Ci sono i ladri!" grida il padrone di casa e si alza per controllare.
Nello stesso tempo sentiamo dei rumori provenire dalla stalla. Le vacche sono diventate inquiete, scalciano e muggiscono.
Lo stalliere scende giù in stalla. I muggiti si fanno più forti uniti ai tintinnii delle catene. Mi affaccio alla porta e vedo l'uomo che tenta di calmare le vacche, rimuove il letame, mette della paglia nuova. L'abbaiare del cane dapprima furioso è sceso a un guaito e adesso è ritornato il silenzio.
Vado alla finestra insieme ad alcuni uomini per scrutare la distesa di campi innevati sotto la luna. Jack intanto è andato a spiare dalla finestra della saletta. Il suo grido strozzato ci fa accorrere tutti insieme.
C'è un animale mostruoso alto più di un uomo là fuori fra la stalla e la casa. Sembra un enorme uccellaccio nero con pelo ispido e ali membranose.
É un essere orrendo con la testa a punta e quando si muove vedo un muso da maiale che mi fa rabbrividire. Si muove goffamente mentre si allontana a piccoli balzi verso la strada.
Dopo il silenzio di prima sembra scoppiare il finimondo. Il cane riprende ad abbaiare come impazzito, le donne in cucina si sono messe abbracciate e gridano che è arrivato il demonio. Qualcuna prorompe in grida isteriche. Le più anziane si mettono a fare congetture:
"La luna aveva un colore insolito."
"I galli hanno cantato durante tutto il giorno."
Tra baccano di panche rovesciate corriamo tutti nel ripostiglio a prender

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   1 commenti     di: sergio bissoli



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