PoesieRacconti utilizza cookie, anche di terze parti, per personalizzare gli annunci. Per informazioni o negare il consenso clicca qui.     Chiudi

Racconti horror

Pagine: 1234... ultimatutte

Il roseto

Sono da poco tempo venuto ad abitare in questo villaggio.
È una località tranquilla, senza niente di interessante nei dintorni. Non ci sono bellezze naturali, né storiche, né paesaggistiche. La campagna si stende piatta intorno a noi e il villaggio è formato da casette più o meno uguali.
Forse l'unica cosa bella qui è il roseto che appartiene alla casa dei miei vicini.
La casetta è color bianco ed è abitata da tre vecchietti, due fratelli e una sorella. Davanti alla facciata ci sono tre cespugli di rose, vecchi e rigogliosissimi. Non sono un esperto di fiori, ma non avevo mai visto prima rose così belle e grandi.
Una mattina noto che il cespuglio al centro appare ammalato; fiori e foglie sono appassite ed è evidente che la pianta sta soffrendo. Dopo alcuni giorni i petali cadono per terra e in circa una settimana l'arbusto diventa secco, con i rami gialli.
La vecchia Linda, che tutti i giorni innaffia le rose, si mostra molto dispiaciuta.
Ma un'altra disgrazia, molto più grave, colpisce la casa. Le finestre sono chiuse questa mattina e vedo arrivare gli uomini delle pompe funebri. Poco dopo vengo a sapere che Joseph, il fratello più anziano, è morto di infarto questa notte.
Conosco poco i miei vicini ma, per cortesia, alcuni giorni dopo partecipo al funerale.
Durante i mesi estivi quando apro le finestre al mattino resto ad ammirare le rose che spiccano come arabeschi colorati sullo sfondo bianco del muro. La vista del roseto in fiore mi dà un piacere vivo come la visione di un quadro o l'ascolto di una musica.
Poi col passare del tempo, il cespuglio di destra diventa raggrinzito; i petali cadono, i rami si piegano. Forse qualche parassita sta divorando le radici della pianta.
Quando il cespuglio si secca e muore il signor Arthur lavora sotto il sole tutto il giorno per sradicare la pianta, portare via i rami e livellare il terreno.
Quella fatica è stata eccessiva per il vecchio Arthur, poiché adesso egli si trova a letto ammalato di pol

[continua a leggere...]

   1 commenti     di: sergio bissoli


Lo psicopatico

Avete presente quando credete che tutto sia inutile e senza significato? Ottimo, per Emiliano era una di quelle sere in cui l'unica cosa da fare era rollare una canna, lo fece.
Si era distratto tutta la notte con ragazze, amici e alcool.
Arrivato il giorno seguente, notò delle strane macchie sul pavimento... macchi di sangue provenienti dal soffitto.
Salì al piano di sopra e vide tutti i corpi dei suoi amici impiccati e deformati.
Pensò subito che l'effetto della canna non fosse finito e quindi pensò che fosse tutto frutto del suo inconscio oppure una realtà mai accettata dallo psicopatico Emiliano.

   4 commenti     di: Chiara


La donna del lago-verso la fine-

"Buona sera dottore".
"La vedo più tranquillo, è riuscito a concludere?"
"... Sì, direi di sì".
Lo psicoanalista lo guardò negli occhi aspettando. Questa volta Filippo si era seduto nella poltrona di fronte a lui, era più calmo, il tono muscolare precedentemente rigido aveva ceduto il posto ad un corpo rilassato, a suo agio. Accavallò le gambe, allungò la mano sulla scrivania e cominciò.
"Non ero del tutto convinto ma, ho fatto come mi ha detto lei. Sono tornato a Montespertoli da mia nonna e ho cercato, ho frugato ovunque. Niente di particolare. Allora sono salito in soffitta, là mia nonna teneva le cianfrusaglie che non voleva buttare via, anche lì solo mobili e vecchi oggetti. C'era un grande baule con un lucchetto che mi ha incuriosito, non le sto a raccontare quanto ci ho messo per rompere quel lucchetto; ne è valsa la pena, purtroppo." Sospirò.
"Ancora non ci posso credere. Uno vive trentacinque anni con le sue sicurezze, le sue consapevolezze e... basta un baule per capire che io non so niente di me, NIENTE, su chi credevo di amare."
Il dottore non proferì parola, questo caso l'aveva incuriosito da subito. Non era il classico depresso o mitomane; aveva annusato immediatamente l'aria di mistero intorno a Filippo.
"All'inizio ho visto delle vecchie foto di mio padre insieme ad una ragazza, ho subito pensato ad una relazione precedente a quella con mia madre. Una ragazza carina, mora con uno sguardo dolce e le dirò, più la guardavo e più mi veniva da pensare che, in qualche modo lei avesse più affinità con me, rispetto a mia mamma.
Sembravano felici, almeno lei, sì.
Poi, nascosti sotto, dei ritagli di giornali che parlavano di una ragazza misteriosamente scomparsa. Era di qualche paese più in là, viveva con la zia e un giorno non fece più ritorno. Quella ragazza era la stessa della foto, mio padre la conosceva! Non volevo crederci, oppure, non potevo crederci!
Si chiamava Viviana e aveva ventiquattro anni.
Ho pensato che mi

[continua a leggere...]

   9 commenti     di: Paola B. R.


Mickey

<<Dovrebbe essere proprio qui!>> esclama irritato Mickey mentre solleva cataste di vecchi volumi e infinite cianfrusaglie depositate sul tavolo di tre metri per uno in puro legno di rovere.
I capelli lunghi e ricci sono in linea con la confusione del suo studio e fastidiosamente incollati alla fronte sudata. Fa un caldo d'inferno, è ottobre ma sembra che l'estate proprio non voglia lasciare il posto all'autunno.
Rosa è comodamente seduta sulla poltrona lombarda di fine ottocento con le lunghe gambe nude accavallate e gli occhi nocciola rivolti al suo compagno, stravolto dall'agitazione. La ragazza tiene fra le dita una winston blue e lascia cadere a terra la cenere senza remore, sporcizia più sporcizia meno fa poca differenza. Si sta chiedendo se Mickey sia tutto a posto con la testa, sempre ritirato in quella topaia a esaminare antiche scritture e oggetti senza valore. E ora cosa sta facendo? Cosa sta cercando? Sospira rumorosamente, nel suo inconscio vuole esprimere il proprio disappunto a Mickey. È sabato, mica vorrà sprecarlo in quel modo! Ma Mickey sembra non sappia nemmeno se la sua fidanzata sia ancora lì. Non si volta mai a guardarla, non le rivolge mai la parola, parla solo con se stesso e si maledice per il proprio disordine.
<<Mickey cosa stai cercando?>> gli chiede Rosa, <<magari in due si cerca meglio>>
Nessuna risposta.
Tutti i libri ora sono a terra, il binocolo vittoriano in ottone buttato in un angolo, il mappamondo col piedistallo spezzato fra i piedi di Mickey, antiche pergamene stracciate come fossero vecchi giornali buoni solo ad avvolgere il pesce fresco.
La camicia marroncina del ragazzo fuori dai blue-jeans è madida di sudore, le maniche arrotolate fino ai bicipiti, il collo per metà alzato e per metà schiacciato.
<<Mi stai ascoltando Mickey? Guarda che mi sto stufando! Non ne posso più!>>
Ora Mickey sta ansiosamente svuotando la cassettiera antica in radica e non si dà pena di rispondere a Rosa, ormai in parte supp

[continua a leggere...]

   6 commenti     di: Carlo Araviadis


E venne il male

Erano quasi due anni e mezzo che Monica e Luca non riuscivano ad avere figli.
Lui era un geometra, lavorava nove/dieci ore al giorno per poi dover tornare a casa e sentire i deliri di lei, casalinga, ormai logorata dalla depressione e l'esaurimento nervoso.
Abitavano in un piccolo paese di tremila abitanti a venti minuti da Roma.
Lo studio dove lavorava Luca si trovava a Roma, di dove lui era originario.
Lei era invece originaria della provincia di Frosinone e i genitori avevano sempre espresso il loro disappunto, sia per lui ( non gli era mai andato a genio quel ragazzo) sia per il fatto che si era trasferita con il marito a Roma.
Luca era invece un buon marito, aveva un buon lavoro ed era un'ottima persona, e sarebbe stato sicuramente un ottimo padre se non avessero diagnosticato, nei primi di novembre, un cancro all'utero di Monica.
Il cancro venne preso in tempo, ma l'utero devastato della povera donna era sterile.
Dopo qualche mese venne colta da un terribile esaurimento nervoso, che nel giro di un mese la trasformò, dalla bellissima ragazza che era ( tutta curve e tette e un sorriso smagliante )a un guscio vuoto, uno scheletro con occhi grossi come biglie, occhi deliranti e blasfemi oltre ogni dire.
Faceva venire la pelle d'oca solo a guardarla.
Il pover uomo, tornava a casa dal lavoro la sera, verso le 18. 00, e vedeva questa ragazza distrutta, la sentiva imprecare, piangere, accusarlo, maledirlo, maledire tutto e tutti.
Erano due bravi ragazzi, buoni d'animo, come ce ne sono pochi al giorno d'oggi.
Ed è per questo che le condizioni ideali,(chiamatelo dio, chiamatelo karma, chiamatelo universo o rapporto causa effetto, chiamatelo come vi pare) non si presentarono per far nascere quell'anima, che aspettava il parto di Monica, per attecchire, come un virus.
Quell'altra dimensione, quella presenza, quell'anima, era nei muri, negli oggetti, tra le persone, e per natura era l'opposto del bene, era ciò che fluttua nell'aria quando vengono uccisi

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: luca


Elsa della Neve

Un cappotto bianco nella neve bianca, che copriva la strada illuminata da coni di luce arancio delle lampade ai vapori di sodio, nei quali galleggiavano, come sospesi, legioni di esseri luminosi che altro non erano che minuscoli pezzi di polvere.
I capelli biondi adagiati su batuffoli di pelliccia bianca, soffice cornice per il viso della donna, che emetteva nuvole di vapore candido, mentre passo dopo passo, raggiungeva la grande piazza della città.
Avrebbe tagliato in diagonale attraverso di essa, come ogni sera, per tornare a casa.
Il freddo era netto e tagliente, eppure qualcuno era seduto su una panchina, dentro una parentesi di luce smorta, leggendo un giornale. Quando fu vicina abbastanza, vide che era un vecchio, e rallentò il suo passo nella neve, avanzando silenziosa alle sue spalle.
Fu dietro di lui in pochi attimi.
Guanti di pelle bianca estrassero uno stiletto, e quasi con dolcezza, aprirono la via del sangue nella gola del vecchio. Nessun urlo, nessun movimento scomposto o brusca reazione, solo dei gorgoglii, e poi il vecchio si piegò in avanti fino a cadere nella neve.
La donna si guardò intorno: nessuno. Tornò al vecchio. Inclinò il capo. Il sangue che scorreva nella neve, era amarena versata sul ghiaccio, che il venditore ambulante aveva grattato dal grosso blocco sul suo carrettino, sulla spiaggia. Prese il suo bicchiere, diede le monete al venditore, e colma di gioia tornò da sua madre sotto l'ombrellone che l'aspettava sorridente.
Ma sua madre diventò immobile e grigia prima che potesse raggiungerla e, quando arrivò da lei, non c'era altro che un'informe statua di cenere circondata da fiamme e fumo che, al tocco della sua mano, si sgretolò al suolo.
Ma al suolo c'era il vecchio adesso, niente più cenere, né fumo e fiamme intorno a lei, ma al contrario solo freddo e neve.
Si chinò, ripose lo stiletto, ed estrasse un altro coltello dalla borsa, e cominciò a lavorare: prima sui vestiti, poi sulla carne. Tagli precisi e velo

[continua a leggere...]



Loro non sanno

Loro non sanno.
Io sono chiuso in una stanza con cuscini alle pareti per questo.
Perchè loro non sanno, ma io sì.
Racconto a voce alta la follia che sarà ai muri imbottiti. Questo gli permetterà di credermi ancora più pazzo, ma non importa: è stanotte.
Psicosi paranoide mistica, so cosa vuol dire, non sono un analfabeta.
Il paziente manifesta convinzioni assurde.
Il paziente è da considerarsi pericoloso, per se stesso nonchè per gli altri.
Psicosi paranoide mistica è la loro diagnosi.
Perchè loro non sanno, ma io sì.
Il paziente - io - è scompensato ed è spesso preda di deliri mistici che sono causa di severe crisi di?
Panico? Era panico che diceva? Sì, lo era. Dopotutto è davvero, indiscutibilmente, panico il mio. E sarà anche il loro, a breve.
Sarà condizione naturale tra poco. E la sofferenza sarà la nuova valuta quando arriverà. Perchè Sofferenza è Suo nome.
Ma loro non sanno.
Ed era tutto scritto, su libri e pergamene; se ci sono arrivato io poteva arrivarci chiunque. Non ho fatto altro che il mio lavoro di archeologo, leggere volumi antichi, tradurre e ricercare.
È scritto che il suo segno, fatto di una illusione di stelle, farà comparsa nel cielo.
È scritto che arriverà da Dentro, non con sigilli che si infrangono o con la stella Assenzio come recitano le menzogne della bibbia. Uscirà dalle persone, dall'incommensurabile abisso comune che ci portiamo dentro. Poichè Egli è il Dentro, l'Abominio Scellerato, la Piaga Negli Occhi.
È scritto che alla Sua comparsa il fratello ucciderà il fratello e le madri divoreranno la carne cruda dei propri figli.
La follia sarà il suo sguardo, morte regaleranno le sue mani e nel darci sofferenze immani, è scritto che riderà di pura gioia.
La mia cella imbottita ha una finestra verso la notte. Vedo già fuori, nel cielo, le sette stelle che avvisano dell'imminente venuta. Arriverà e sarà puntuale in questa che è la Νύχτα θα είναι η τελευταία, "l

[continua a leggere...]

   4 commenti     di: Francesco //



Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

Questa sezione contiene storie dell'orrore, racconti horror e sulla paura