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Racconti horror

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La stanza buia

Non sa da quanto tempo si trova qui... non sa neanche DOVE è il “qui”... di certo sono passati giorni, ma non è possibile dire quanti.
Quello che sa di sicuro è che non potrà resistere ancora a lungo... la sua forza fisica e la sua volontà stanno giungendo al termine. Gli occhi non si sono mai abituati al buio pesto che li ha sempre avvinghiati. Per quanto possano essere dilatate quasi fino ad esplodere, le pupille non riescono a scorgere neanche un filo di una qualunque luce, naturale o artificiale che possa essere. Le orecchie sentono solo il suo respiro affannato ed i colpi di tosse sempre più frequenti e violenti.
Ormai non riesce nemmeno più a capire quale parte del corpo faccia più male né dove siano precisamente le ferite sulla pelle. Anche se giace sdraiato su quel pavimento invisibile ed umido, le fitte non cessano di tormentarlo... braccia, gambe, schiena e torace sono divenuti magazzini di dolore lancinante al quale non è possibile abituarsi... ma non è più possibile neanche combatterlo perchè le forze sono troppo lontane per poter venire in aiuto.
D'altronde come non comprenderlo?
Da quando è stato portato lì dentro è andata sempre peggio. Hanno trovato subito il modo per far tacere le sue urla ed i suoi interrogativi. La prima volta che la porta si è aperta pensava che fossero venuti a dargli da mangiare... poi arrivarono i primi colpi al viso; una mano pesante che non si tratteneva minimamente.
Una violenza eseguita e non spiegata, sempre che la violenza possa trovare spiegazione plausibile.
Il crudele e misterioso aguzzino non ha mai parlato... i pugni ed i calci alla schiena ed allo stomaco si sono spiegati benissimo e dopo le prime due “ripassate”, la voglia di gridare o di fare domande era scomparsa.
Ma non la voglia di lottare...
ci doveva essere un modo per capire dove si trovasse e se ci potesse essere una via d'uscita.
A lungo avanzò in quel buio maledetto a tentoni, strisciando le mani sulle pareti ruvide e sul p

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Invisibile

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   2 commenti     di: Nita K


Vecchie cantine

In un pomeriggio grigio di autunno, passo in bicicletta vicino alla fattoria del mio amico Ambrose. Il muro di cinta della fattoria è basso e inclinato. Alcuni mattoni a mezzaluna sono caduti dalla cima. Poiché ho tempo, decido di fermarmi un poco per salutare il proprietario. Entro dal portone.
La casa è quattrocentesca, grande e tetra. Ha la porta ad arco di pietra, le inferriate panciute e un piccolo campanile lassù sul tetto.
Come entro in cucina incontro il signor Ambrose, massiccio come una quercia e altrettanto legnoso.
"Ehi signor Ambrose, passavo da queste parti e sono entrato per salutarla. Come sta?"
"Ah, i miei reumatismi. Non sono più quello di una volta! Adesso faccio fatica a salire le scale. A proposito, ho un favore da chiederti. Ecco. Prendi una candela e va giù in cantina a prendere quattro fiaschi di vino."
Per arrivare alla cantina bisogna attraversare alcune stanze magazzino rischiarate dalla luce grigia di alte finestre a nord. Ci sono sacchetti rotti di zolfo e un soffietto là per terra. Scansie con file di cipolle e aglio. Mucchi di spine tarlate, di tappi di sughero. Una ghiacciaia, un torchio per la pasta, macinino per caffè... Tutto sotto strati di polvere e ragnatele.
Arrivo a una scala con gradini di pietra e scendo fino a una pesante porta di legno con due catenacci. Tiro i catenacci e spingo mezza porta. Poi accendo la candela ed entro in cantina.
La cantina è oscura e tetra con il soffitto a volta di mattoni ammuffiti. Un po' di luce pallida cade giù da due finestrini a livello del suolo, oscurati da inferriate, grate e ragnatele.
Tenendo alta la candela accesa metto i piedi sul pavimento di terra, allagato al centro. Su bassi piedistalli lungo la parete c'è una fila di enormi tini. Per terra ammassate in disordine ci sono decine di botti, alcune sfasciate, e damigiane.
Mi avvicino a una scansia di legno con file di bottiglie e fiaschi. Tiro giù i fiaschi, due alla volta e li poso sul pavimento. Nel voltarmi ved

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   2 commenti     di: sergio bissoli


Le tre vecchie

Tre vecchie stanno sedute sotto il portico a chiacchierare. Una grassa, una alta e magra e una di media corporatura.
Quando passo con la carriola, nella fattoria dove lavoro, le guardo e le compiango. Poveri esseri inutili e impotenti senza più alcun rapporto con la vita.
Mentre vado avanti e indietro trasportando letame dalla stalla alla concimaia, guardo queste vecchie nell'ombra del portico e ascolto i loro discorsi. Sono tutte mezze sorde e gridano forte per farsi capire:
"Le nostre anitre soffrono perché il fosso è quasi asciutto".
"Già".
"Versiamo il brodo nella terrina per far salire il livello dell'acqua".
"Sì, facciamo così".
"Ah, ah"
"Eh, eh".
"Ih, ih".
Io compiango questi discorsi insensati e penso con terrore alla vecchiaia. Com'è triste la fine della vita.
Poco tempo dopo grosse gocce di pioggia incominciano a cadere. Eppure laggiù a ovest splende il sole. Ma qui è arrivata una nube estiva tanto veloce quanto carica di pioggia. I lavori nel cortile sono sospesi a causa del forte acquazzone. Intanto altre nubi sono arrivate a oscurare il sole e la pioggia dura tutto il pomeriggio.
Alcuni giorni dopo, mentre zappo l'orto e cavo le erbacce, sento i discorsi delle vecchie, sempre sedute all'ombra del portico. Immagino la noia che provano a stare sedute là tutto il giorno senza più la possibilità di modellare la realtà.
"Tuo nipote ci ha insultato stamattina".
"Già".
"Deve imparare la lezione quel brutto prepotente. Mettiamogli il secchio in testa. Facciamolo stare zitto per un giorno intero".
"Già, facciamo proprio così".
"Ah, ah".
"Eh, eh".
"Ih, ih".
Il mattino dopo Jeffrey, il figlio del padrone, non viene a lavorare perché ha la gola infiammata. Adesso è a letto con gli impacchi di acqua fredda. Mi dispiace poiché questa sera il ballo sull'aia non si farà.
I giorni passano alla fattoria, i lavori proseguono, le verdure crescono e le vecchie sono sempre al loro posto.
Ho ripreso i lavori nell'orto con nuove semin

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   3 commenti     di: sergio bissoli


Conigli Carnivori

Ci sono conigli carnivori in giro per il campus.
È una di quelle storielline idiote che ci inventiamo noi maschietti per spaventare le ragazze la sera, e convincerle a farsi accompagnare fino in camera, nel loro dormitorio, territorio tabù per chiunque abbia un pene e non sia stato invitato.
Se non che un giorno, il coniglio è apparso davvero.
Nessuno sa chi sia: lo chiamano coniglio perché stupra ragazze quanto una lepre fotte altre lepri.
Lo chiamano carnivoro perché 'dopo' , invece di fumarsi una sigaretta come tutti i cristiani, si mangia un pezzo della vittima.
Esatto, mangia. Avete idea di che male deve fare, farsi strappare un pezzo di chiappa a morsi?
Fornicatore folle. Dentoni da coniglio. Al posto della carota un coltello.
Le vittime, quelle che ancora riescono a parlare, dicono che indossava la maschera di Frank, il coniglio di Donnie Darko.
Ora si che le ragazze hanno paura.
Al coniglio non gliene frega niente di te se ti chiami Paola, o Gisella, o Lucia.
Sono i nomi da porca quelli che lo fanno eccitare di più, e quando un coniglio è eccitato gli si rizza tutto, anche le orecchie, e il suo udito diventa più fino e il suo coltello diventa più affilato.
Fortuna che la mia donna è un bidone. Però si chiama Nancy. Magari al coniglio piace come suona il nome... 'Nancy'!
Diverse ragazze stanno abbandonando il campus. Qualche Sarah, un paio di Deborah, molte Samantha.
Ragazza, se c'è una Acca nel tuo nome, il coniglio ti prenderà, lo sai?
Il rettore ha detto che la situazione è sotto controllo e che i soldi della retta non verranno rimborsati a chi deciderà di ritirarsi.
Dice che il coprifuoco sta già risolvendo il problema, e che è stufo di sentir parlare di conigli carnivori, è stufo delle lamentele di genitori apprensivi e ragazzine isteriche mestruate trentun giorni al mese.
E intanto i primi tre giorni di coprifuoco sono andati, tre serate passate tra maschi, chiusi in dormitorio a bere e giocare a carte e a chiedersi chi

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Alys on Hell (7)

Tre Settembre
La bambina cantò uno strano ritornello quando suo padre entrò nella stanza.
"Il sogno nel sogno mi disse: non sarò il tuo incubo peggiore ma quello che ti Farà più male. Nel sogno al sogno io dissi:
non sarò il tuo risveglio peggiore, ma quello che ti farà svanire...
"Il sogno nel sogno mi disse: non sarò il tuo incubo peggiore ma quello che ti Farà più male. Nel sogno al sogno io dissi:
non sarò il tuo risveglio peggiore, ma quello che ti farà svanire... "
Poi si interruppe.
Jacob la osservò; le prese la mano e la baciò.
"Come stai oggi amore?" Gli chiese.
"Bene! Meglio insomma! Posso tornare a scuola? Domani" Domandò allegra.
Il padre fece un gesto di diniego con il capo.
"Perché no? " Chiese e poi abbassò lo sguardo come chi conosce le sue colpe e non vuole ammetterle.
"Amore! Due giorni fa hai picchiato una tua compagna di classe!"
"Lo so! Papà! Ma lei " Non concluse.
"Non importa! Hai commesso un gesto sbagliato! Inconsiderabile! Le hai rotto il naso!" Disse ammonendola!
"Papà! Tu non capisci!" Alys cercò di scusarsi.
"Allora spiega! Spiegami per bene perché lo hai fatto!" Rimase poi in silenzio.
"Non so se è giusto!" Non so!" Disse la bambina.
"Perché non deve esserlo? Sono tuo padre! A me non puoi dirmelo?"
"Solo che voi; dopo il colloquio con quel amico di mamma pensate che io sia stramba!" Poi sorrise.
"Amore! Noi; io e tua madre abbiamo ascoltato ciò che ci ha detto il dottor Swan; ma non crediamo che tu sia stramba! Oppure posseduta! Come ha detto lui.!" Finì e le diede un altro bacio sulla guancia.
Poi continuò:
"Allora me lo dici perché l'hai picchiata? Lo sai che i tuoi compagni adesso hanno paura di te?"
"Lo so! Prima era diverso!" Rispose.
"Prima di quando?"Chiese Jacob.
"È colpa mia! E" colpa mia!" Alys iniziò a piangere.
Jacob l'abbracciò.
"Va bene! Va bene! Non voglio che tu pianga! Non importa! Se non mi vuoi dire il motiv

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   1 commenti     di: Dark Angel


La donna del lago -fine-

Ero ancora immerso nell'acqua non avevo aria, l'ultimo sforzo per risalire su è stato letale, devo aver perso coscienza e... appena prima di perdere i sensi ho visto una stanza, buia, fredda mi ha percorso una brivido.
Mi sono risvegliato a riva, tutto inzuppato, mi sentivo uno sciocco. Sono tornato alla casa di mia nonna con l'immagine in testa di quella visione: la stanza era trasandata mi dava l'idea di una cantina riaggiustata. Ero certo si trovasse in quella casa e mi sono messo alla sua ricerca. L'unica cantina che c'era, era quella che conoscevo già. Sono uscito fuori ed ho osservato la casa in ogni sua angolazione; poi un sospetto, la cantina era più piccola rispetto alle fondamenta. Che ci fosse stata un'altra cantina con un'entrata diversa? Ho percorso tutto il perimetro, niente! Sul retro solo la porta finestra della camera di mio padre, sono entrato dentro ed ho osservato la stanza: uguale a come me la ricordavo. Ero stanco, i pensieri non mi abbandonavano, mi sono sdraiato sul letto e devo essermi addormentato.

Ho avuto un incubo. All'inizio era lo stesso: io nell'acqua a nuotare e lo scheletro di una mano che mi afferrava la caviglia. Io mi dibattevo per liberarmi ma le ossa erano una morsa micidiale, mi tiravano giù, sempre più giù sembrava che il lago non avesse fondo. Poi mi sono ritrovato legato ed imbavagliato ad un letto, era tutto buio intorno a me; la stanza era umida ed avevo freddo. Avevo paura e mi sentivo impotente.
Ho sentito una mano che mi sfiorava una guancia e l'ho vista! Era lei, la ragazza scomparsa che mi sorrideva.
Mi ha indicato un punto nella parete, poi è scomparsa e mi sono svegliato.
Ero più stanco di prima ma dovevo porre fine a questa storia. C'era un passaggio, doveva esserci un passaggio. Ho rovistato la stanza, le pareti, ho spostato i mobili ed infine il letto. Finalmente! Proprio sotto al letto c'era una botola! Ho avuto la sensazione che mia nonna non abbia mai saputo dell'esistenza di questa botola. L'

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   11 commenti     di: Paola B. R.



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