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Racconti horror

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Per un segreto(prima parte)

PRIMA PARTE

Il sole aveva dato forfait per l’intera giornata, il cielo sembrava essersela presa a male – per la verità era incazzato nero – e i Nets erano fuori dai play off. Tutto sommato, però, Nicholas Tillinghast era certo che le cose stessero girando per il meglio. Raccolse la posta dalla cassetta e salì al suo appartamento. L’azienda che gli forniva l’elettricità desiderava essere pagata entro fine mese o non gli avrebbe più dato corrente. Rise dall’alto del suo ritrovato conto in banca e si chiuse la porta alle spalle. <<Sentono l’odore del sangue>>, bisbigliò.
Andò dritto in cucina per festeggiare il riacquistato buon umore con un bicchiere di scotch. Per oltre due anni la sua vita era stata un continuo via vai dal tribunale per un processo inconcludente di cui avrebbe fatto volentieri a meno, mentre quel po’ di esistenza che gli rimaneva scivolava come sabbia fra le sue dita. Sua moglie era morta, aveva perso il lavoro ed era stato risucchiato in un maelstrom di nera apatia; si sarebbe suicidato, se solo gli fosse importato qualcosa della morte. Mandò giù lo scotch, godette del vellutato calore che gli inondava le viscere, e ne versò dell’altro insieme a qualche cubetto di ghiaccio. C’erano stato momenti terribili, è vero, ma la ruota della vita aveva ripreso a girare.
Andò in camera da letto, lasciò il bicchiere sul comodino, accese la lampada e si liberò degli indumenti di troppo. Una doccia, un po’ di alcol e dritto a nanna: ricetta vincente per un’ottima dormita. Abitava da solo, ma si vedeva con una donna, la stessa che gli aveva fatto avere un nuovo lavoro, con la quale sarebbe andato a vivere al più presto. Non aveva dimenticato sua moglie, non avrebbe mai potuto. Sara non si limitava ad essere una compagna di vita, era tutto. Lei era la luce che lo guidava nel buio, era il sogno che dormiva accanto a lui, l’alba e il tramonto di ogni buona giornata. Ora lei non c’era più e lui stava con un’alt

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Soviet Superman

Mosca, ore 4 del mattino.
Anatoli si alzò da terra confuso, trovò un appoggio al bordo del lavandino sopra di lui.
Si muoveva frenetico, la testa scattava a destra e sinistra, il collo si contraeva, faticava a deglutire.
Attese una parvenza d’equilibrio tra uno spasmo e l’altro; cercò la tasca dei pantaloni e vi infilò la mano tremante.
Tirò fuori una banconota da cento rubli, l’arrotolò sottile, a forma di cannuccia. I suoi occhi s’incontrarono nel vetro dello specchio. Si perse nel suo stesso sguardo alla ricerca di un particolare, un ricordo: non trovò che il vuoto. Interdetto, abbassò gli occhi; estrasse dal taschino della camicia una piccola scatola di latta, color verde menta; l'aprì.
Posò il contenitore sul ripiano del lavandino, schiacciò con l’indice la narice destra.
I suoi movimenti iniziarono a rallentare. Impiantò un lato della costosa cannuccia nella narice sinistra, l'altro, nella scatola colma di polvere bianca. Tirò su l’aria e la cocaina discese nel cavo orale.
Rapido, con la fronte aggrottata e le palpebre chiuse, cambiò narice. Ancora un lungo respiro. Un dolore acuto percorse il suo corpo, lo sentì scorrere nella testa, insinuarsi nelle viscere, arrivare alle ginocchia. Alzò nuovamente lo sguardo, gli occhi opachi, il volto pallido. Il dolore lasciò il posto a un rilassato torpore e questa volta, nello specchio, apparvero le prime memorie di quella notte.
Ricordò di essere nel bagno della discoteca più cool di Mosca: il Soviet Superman; ricordò di avere una terribile paura di morire.
Anatoli avverti il cuore accelerare i battiti, una grancassa picchiava al centro del petto.
Una fitta alla tempia lo fece barcollare. Si girò, guardò l'uscita del bagno, faticava a mantenere l’equilibrio.
Sinuosa, una figura femminile teneva poggiata la schiena verso la porta d'entrata.
La musica arrivava forte, incalzava fastidiosa come le grida selvagge che si rincorrevano nella pista da ballo. La donna guard?

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La vecchia casa

Sedevo sulla sedia impagliata, osservando il pavimento fatto di cotto. Risaliva ad almeno trecento anni fa, come minimo. Era inverno, penso gennaio inoltrato, infatti si era già fatto buio, pure essendo solo le sette di sera.
Il camino era accesso ed il ciocco crepitava, come se dentro ci fosse l'anima di una strega condannata al rogo che ancora gridava la sua maledizione, verso coloro che l'avevano condannata. Vidi con la coda dell'occhio, qualcosa muoversi velocemente. Pensai ad un topolino. Le vecchie case, hanno sovente di questi ospiti. Guardai meglio. Non vidi nulla. Ricominciai a leggere. Leggevo un racconto di Edgar Allan Poe, "Il gatto nero". Era molto avvincente, anche se mi dava dei brividi lungo la schiena. Ancora una volta, quell'ombra rapida, corse lungo il pavimento. Posai il libro sul tavolo. Guardai a lungo. Ancora nulla. Eppure l'avevo vista! Tornai a leggere. Arrivai quasi a metà del racconto. E stavolta sentii come un soffio lungo le gambe. Mi sporsi a guardare e vidi questa lunga ombra nera correre sul pavimento. Si fermò sotto un pesante tavolo, usato per conservare le pentole in quella vecchia cucina. Rimasi pietrificato dal terrore. Senza muovermi e con il libro ancora stretto tra le mani, portai lo sguardo sotto quel tavolo. Mi sembrava di vedere, confusamente, un serpente. Era nero come la pece. Lungo e grosso. Sembrava pulsare. Lo guardai attentamente. Aprì la bocca, anzi la spalancò e mi mostro le sue enormi fauci, rosse come la brace del camino, che nel frattempo ardeva con violenza inconsueta. Afferai la scopa, con l'illusione di ucciderlo o, perlomeno di metterlo in fuga. Appena mi avvicinai, alzò la testa, spalancò ancora una volta la bocca, come se volesse attaccarmi e disparve. Mi era stato detto che in quella casa erano morte tante persone e qualcuna anche di morte violenta. Il serpente non era qualcosa di materiale, non apparteneva al nostro mondo, ma al mondo dei morti, agli Inferi. Poteva anche essere, pensai,

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   3 commenti     di: Fiscanto.


I vicini

Sono John, sono qui a scrivere perchè ormai mi è rimasto pochissimo tempo. Partiamo dal principio: io abito in una villetta a Roma, bel posto, molto accogliente se non fosse per i miei vicini di casa. Sento continuamente urla da casa loro ma la cosa più inquietante è che le sento sempre alla stessa ora.
Oggi ho sentito nuovamente quelle urla, quel chiasso, così decisi di andare a vedere dalla finestra senza dare nell'occhio; ciò che ho visto è un orrore.
Otto corpi mutilati, squarciati. Per lo shock non ho fatto in tempo a rientrare dentro e chiudermi in casa: mi hanno visto.
Ho chiamato immediatamente la polizia ma ormai non c'è più tempo. Vedo il loro riflesso dallo specchio dell'ingresso, mi stanno cercando... senti anche tu i loro passi?

   5 commenti     di: Chiara


Sogno o realtà?

Notte fonda, fredda. Camminavo per la strada incurante della direzione e della meta, il mio fiato si condensava subito e diventava fumo bianco nel momento stesso in cui mi usciva dalle labbra. Non sapevo come fossi finita a girovagare di notte nei sobborgi di Parigi.
Ero sola e nella mia mente rimbombava una voce suadente di uomo che mi diceva di camminare, ma non mi diceva verso cosa, o verso chi. Camminavo come mossa da una mano invisibile, attraverso ponti e vicoli scuri, non guardavo nemmeno dove mettevo i piedi come se fossi convinta che quella mano mi guidasse sulla "giusta" ed ignota via.
Camminavo da tempo oramai, o così mi sembrava, quando sentii dietro a me dei passi, erano appena percettibili ma io li sentivo ugualmente. Credevo che la stessa forza che mi spingeva mi avesse voluto fare sentire quei passi.
Decido di fermami, e la forza me lo permette, dopo qualche secondo una mano si posa sulla mia spalla. Dietro di me un uomo, aveva la carnagione perlacea, i capelli nerissimi e portati all'indietro. Indossava abiti di strordianaria fattura, ma di un altro secolo, indossava una splendida giacca di velluto nero, e al collo ha un foulard di seta bianca, i bottoni della giacca sono argentati e portano l'effige di un drago. Il suo volto era ben levigato che pareva di cera.
"Ora ti reciterò una poesia. Sono versi di morte che ti condurranno a me per l'eternità. Ma tranquilla, non te li dirò tutti insieme, ma una strofa per notte per 7 notti, così che la tua agonia si protragga a lungo."
Perchè quell'uomo così bello, era così crudele con me? Perchè voleva la mia morte?
" Non guardarmi con quegli occhioni pieni di vita. Ti starai chiedendo perchè? non è vero?"
. Annuii, non riuscivo a parlare, i muscoli della faccia mi sembravano paralizati.
." Non c'è un perchè, io ti ho chiamato e tu mia hai risposto. E sei venuta a me."
. Era uno dei miei ultimi giorni di vita, e l'unica cosa che riuscivo a fare era annuire ad ogni su

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Un mistero di campagna

Una notte d'autunno sono nella mia cameretta nella casa di campagna dello zio ma non riesco a dormire.
Sento il vento autunnale che sibila. Sento il lontano frusciare dei pioppi.
Ma a volte sento anche un altro rumore, più acuto e preoccupante. É una specie di fischio o grido e non riesco a capire da dove provenga.
Devo essermi addormentato. Mi sveglio all'improvviso nel cuore della notte sentendo dei tonfi giù in cucina. Aspetto un altro poco. Ancora i rumori inspiegabili; stridii acuti, tramestìo.
Questa volta non posso sbagliarmi. C'è qualcuno giù, forse un ladro. Negli ultimi tempi sono scomparsi dei vitelli nelle fattorie vicine.
Mi alzo piano, prendo il lumino e senza far rumore esco nel corridoio. Socchiudo la porta della camera dello zio e lo vedo disteso sul letto con gli occhi aperti. Mi fa cenno di entrare. Anche lui ha sentito i rumori perciò si alza, indossa gli stivali e mi precede in camicia da notte.
Entro nella stanza del nonno: poiché soffre di insonnia sta seduto vestito sul letto a fumare la pipa. Pure lui ha sentito i rumori così prende il suo bastone e mi segue.
Spengo il lumino e tutti insieme scendiamo la scala passo dopo passo sforzandoci di non fare rumore.
Arrivati giù ci fermiamo sulla soglia a guardare. La cucina è immersa nel buio. Strisce di luce lunare entrano dalle fessure alle imposte.
Allora avanziamo piano fino a raggiungere la saletta. Anche qui buio e la luce lunare che entra dalle fessure della porta. Mio zio accende un fiammifero, poi accende la lucerna.
La visita alle due stanzette inferiori è presto fatta. Le porte sono sbarrate con i catenacci, le finestre sono chiuse e munite di inferriate. Io guardo nel secchiaio e nel sottoscala.
Per scaricare la tensione ci mettiamo a chiacchierare prima di ritornare a letto. Il rumore, una specie di grido aspro e acuto, si fa sentire vicinissimo questa volta mettendoci in allarme. Nel silenzio che segue ci voltiamo tutti verso la porta chiusa che immette nella le

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   2 commenti     di: sergio bissoli


Destini sospesi

Cammino per il paese, sotto i cieli di agosto scarabocchiati dal temporale. Incontro un vecchio e gli chiedo se conosce una buona locanda; lui mi raccomanda <<L'osteria dei meli>>.
"La tratteranno benissimo lì, dica che la mando io, l'oste è mio figlio."
Così facciamo conoscenza e lo accompagno nella sua passeggiata mentre aspetto l'ora di cena.
"É tutto cambiato qui, è tutto cambiato" seguita a ripetere il mio occasionale compagno.
"Sono stato altre volte qui, e questo paese mi piace" gli dico indicando il lungo viale dei tigli che stiamo percorrendo.
"Sono un museo di ricordi. Ah! mi ricordo quando hanno piantato questi tigli, venti anni fa e quando è passata la ferrovia sessanta anni fa."
"Scusi, quanti anni ha allora?"
"Ottantaquattro. Ecco vede la via non era così lunga. In questo punto c'era un muro. Qui c'era una porta carraia e dietro scorreva un fiume che in seguito è stato incanalato sottoterra. Sul fiume c'era un ponticello a schiena d'asino..."
"E dove si andava di lì?"
"Si andava nei campi naturalmente. Allora queste case non c'erano ancora e quelli che ci abitano non erano ancora nati."
Caspita, penso a cos'è il tempo. Fa un effetto strano sentire raccontare queste storie, provo la sensazione di aver vissuto più a lungo.
Si interrompe di raccontare all'avvicinarsi di tre giovani donne e alcuni bambini. C'è uno scambio di effusioni e abbracci, e proseguiamo insieme la passeggiata.
La comitiva, un po' alla volta, così come si era formata si scioglie. Il nonno e i maschietti prendono una stradina laterale. Due donne sono arrivate a casa.
Per un breve tratto resto in compagnia con l'ultima di loro. Il suo nome è Sheena ed è bellissima. Ha la pelle che pare di luna e i lunghi capelli biondi, lisci e morbidi.
Restando a parlare scopriamo di avere molte cose in comune. Sheena ha una voce dolcissima. Dalle sue confidenze intuisco qualcosa del suo destino triste.
Di carattere fragile e insicuro si è sposata giovanissima a un carr

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   1 commenti     di: sergio bissoli



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