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Racconti horror

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Gli occhi di Damien

C'era qualcosa di sensuale nei suoi modi, nelle movenze... nel suo sguardo.
Era un piacere vederlo all'opera.
Damien era il surplus della bellezza decadente; Pallido, alto e magrissimo, capace di incantare, di lasciare senza fiato. Forse questo mi fece perdere la testa.
Seguii parecchie sue mostre; forse rassegnato, accettò di prendere un caffé con me.
"Grazie per aver accettato l'invito signor Bloom, sa, la seguo da un po' di tempo e mi ha davvero colpito la sua opera. Non vedevo l'ora di complimentarmi di persona con lei, ecco perché ho insistito tanto in questi mesi. Ah, e poi volevo il suo parere su...". Cominciammo a frequentarci sempre più spesso, trovò interessanti i miei manoscritti. Così ebbe inizio la nostra storia, la nostra meravigliosa storia...
Eravamo liberi amanti; per un periodo esistemmo insieme, nella sua spartana soffitta dalle pareti color porpora.
Passavamo le giornate sul gran letto al centro della stanza, e mentre io leggevo, lui traeva ispirazione per sempre nuove tele: divenni la sua musa, o almeno, una delle tante...
Formammo un idillio, o meglio lo creai da sola, me ne innamorai perdutamente, e fu questo a rovinare tutto. Cominciai a provare una tremenda gioia nel dormire al suo fianco, nel sentirne il respiro, caldo, sul mio collo.
Tutto quello che desideravo era poter essere amata da quell'angelo. Avrei fatto qualsiasi cosa per lui.

Quell'angelo che, anche nella stessa casa, è sempre stato da me lontano...
Mi ero illusa di poter tenere in gabbia un essere alato...

Non sopportavo più il profumo femminile nei suoi lunghi capelli, o i graffi non miei sulla sua bianca schiena...
Litigammo al punto di interrompere la nostra convivenza; non ci vedemmo per lungo tempo, ma dai suoi occhi non seppi distaccarmi.
Misi il mio vestito più bello, che tanto gli piaceva, raccolsi i capelli e mi cosparsi la pelle d'assenzio.
Convinta che non avrebbe potuto resistermi mi diressi da lui senza avvertire. Egli era impegna

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Il dosso delle streghe

Durante la primavera e l'estate andavo a trovare Monelle, la figlia minore del fattore.
Il padre è vecchio e lavora nella stalla. La madre è semiparalizzata e lei deve badare ai lavori di casa. Ha un fratello, un ragazzone simpatico con un nome originale: Aldighiero, sempre occupato a studiare occultismo e folklore campagnolo.
Monelle abita insieme ad altre tre famiglie nell'ala più recente di una costruzione quattrocentesca. La parte più vecchia dell'edificio ha inferriate panciute e due torri con grondaie penzolanti e avvitate.
La sera del 30 giugno durante la seconda raccolta del fieno, poiché ho avuto molto da lavorare arrivo tardi all'appuntamento. Monelle è già sulla soglia di casa e mi accoglie con un bacio leggero sulla bocca. Mi prende per mano e mi attira dentro.
Come le altre sere rimaniamo in un angolo della cucina a parlare dei nostri progetti futuri. Lei è una ragazza semplice e buona, forse un poco ingenua. Se le faccio involontariamente del male, come succede a tutti gli innamorati, provo una profonda sofferenza nel cuore.
Più tardi Monelle si sente stanca e la lascio andare a letto. Quando viene a darmi la buona notte indossa una camicia bianca lunga fino ai piedini nudi. I capelli sono sciolti e in mano regge un portacandele. Si china un poco per darmi un bacino. Sento un profumo leggero e la carezza soffice dei capelli, poi fugge via di corsa su per lo scalone semibuio.
Così rimango nella grande cucina a chiacchierare con il fratello. Questo ragazzo di trentanove anni, robusto, scapolo, ha una conoscenza dell'occultismo davvero profonda. Va a prendere pile di documenti ingialliti e mi legge i resoconti di cronache locali, talvolta strane, talvolta incredibili.
Dalle finestre aperte sento il frinire dei grilli. Si è fatto tardi e domani devo alzarmi presto, così interrompo Aldighiero perché devo andare via.
Lui mi accompagna fuori sulla grande aia silenziosa, illuminata dal plenilunio. Le cataste di pali sembrano irte di corni

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   0 commenti     di: sergio bissoli


Biozard 1 parte

Sono le 7:00 del mattino la sveglia mi fa scattare come una molla in mezzo al letto e mi da una mano a scappare da quel'incubo che mi perseguita spesso in queste notti, credevo di aver rimosso del tutto dalla mia mente la brutta vicenda accaduta a quella bambina che non sono riuscito a salvare dalle viscide mani del pagliaccio, maniaco pedofilo, lurido, infame a tal punto da trascinarsi anche la ragazzina di 10 anni con se nel suicidio, un volo di 7 piani facendomi rimanere li come un cretino. Se solo sarei riuscito ad arrivare prima. Povera Sophie.
Cercando di buttarmi nuovamente alle spalle il passato mi reco in bagno togliendomi la canottiera inzuppata di sudore di dosso giro la manopola dell'acqua fredda e mi tuffo sotto la doccia per lavarmi e togliere anche quella puzza di alcool che mi è rimasta addosso un vizio che ho preso per dimenticare. Il mio collega di servizio Morelli lo ripete spesso se non lasci l'alcool sarà lui a lasciare te.
Dopo una bella ripulita cerco qualcosa nel frigo per fare colazione, che disastro dovrò chiamare la donna delle pulizie, prendo il piatto e il telecomando accendo la tv e c'è il notiziario al canale 6, vedo che il giornalista e per strada riprendono tutto in diretta auto capovolte fumo spari c'è anche l'esercito per strada il giornalista si avvicina ad un marines e gli chiede:
<Cosa sta succedendo? perchè le persone d'un tratto sono impazzite?>
<Non posso risponderle signore non sono autorizzato, deve andarsene di qui.>
<Ma possiamo sapere qual'è la causa di questa epidemia che sta infettando i quartieri più poveri di rodcity?>
<Non sono autorizzato a risponderle adesso dovete andare.>
Il giornalista e il cameramen si allontanarono di fretta dal luogo dove vi era stazionato il soldato insieme ad altri della propria compagnia riprendendo sempre quello che facevano. Finito, il giornalista si mise in posa davanti la telecamera per finire il servizio:
<Non si è ancora del tutto certi da dove provenga questa epid

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   0 commenti     di: gaetano


La morte rossa

Al termine della festa in machera il principe Prospero se ne andò a letto tutto soddisfatto. Si sentiva protetto e al sicuro, ben rintanato nel suo castello mentre fuori, la morte rossa non aveva pietà di nessuno. Chiuse gli occhi e si addormentò con un sorriso di beatitudine. Ma quella sensazione di assoluta tranquillità durò poco. Gli parve di sentire dei passi felpati che salivano le scale. Prospero si girò inquieto tra le lenzuola. Che fosse entrato qualcuno? Ma poi si convinse che doveva essere qualcuno della servitù. Però il rumore sicuro e regolare dei passi non cessava, al contrario, si stava facendo sempre più minaccioso e soprattutto più vicino alla porta dell camera di Prospero. Ad un certo punto, il rumore inquietante cessò, ma questo non bastò a rassicurare il principe, dal momento in cui sentì il cigolio della maniglia che si abbassava. Il principe cominciò ad avere paura sul serio. Non riusciva a muoversi. Si sentiva inchiodato nel letto, da solo, prigioniero di quegli strani rumori, incatenato alle sue stesse lenzuola. Un piccolo fascio di luce soffusa si fece largo nella grande stanza buia. Il principe sentì il cuore rimbombargli nel petto. Aveva paura di quei battiti che lo facevano quasi sobbalzare. I passi si stavano muovendo sul pavimento, facendo scricchiolare leggermente il parquet. Ormai non c'erano più dubbi; qualcuno si stava muovendo in quella stanza, sicuro e perfettamente a proprio agio circondato dal buio della notte. Ad un certo punto, una serie di lamenti soffocati, si fece strada fino alle orecchie di Prospero. Erano urla disperate, straziate di vite troppo giovani per essere spezzate dalla morte rossa. Ma come un'onda arrivarono e se ne andarono, allontanandosi piano piano. Prospero era sempre più pietrificato e impaurito. Anche se era all'interno di solide mura, aveva paura della morte rossa. I passi sul pavimento continuarono il loro percorso attorno al letto. A quel punto il principe vide, posata sul suo luss

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Alys On Hell (5)

26 Agosto

Siria passeggiava nervosa nella sala d'attesa dell'ospedale.
Suo marito stava seduto su una sedia li accanto; immobile e riflessivo.

"Quando pensi ci diranno qualcosa?" Chiese la donna.

"Porta pazienza! Siamo anche stati fortunati!" Rispose Jacob senza muovere un muscolo.

"Fortunati?" Urlò Siria

"Calmati!"

"Tu dici fortunati? Nostra figlia era piena di sangue! Ne era mezza!" Poi la donna si mise le mani davanti agli occhi disperandosi.

"Amore stai calma! Stanno facendo tutto il possibile! Le analisi ed i controlli necessari per capire cosa è successo!"

"È successo che nostra figlia è malata! Ti rendi conto? Lo capisci Jacob?" Sibilò rabbiosa.

"Smettila! Alys non è malata!"

"E che cosa ha allora? No dimmelo te che pensi di sapere tutto! Che sei così tranquillo; cosa ha nostra figlia? Che le è successo stanotte? E Che le sta succedendo da un po di giorni a questa parte? Mi sai rispondere?" Concluse.

"No! Purtroppo non so! Ci sono persone qui che ci possono aiutare! Mettiti a sedere adesso ed aspettiamo!" Le intimò.

"Al diavolo! Jacob! Al Diavolo te ed il tuo ottimismo!"

Passarono due ore
ore meste di silenzio
di sguardi raramente incrociati
di esistenza scosse
ed arrabbiate

Un giovane dottore chiamò per cognome i due coniugi che si alzarono di scatto.
Disse loro di seguirli in una stanza.

"Che è successo? Dottore? Perché dobbiamo venire qua? È grave vero?" Disse lacrimante Siria.

Il dottore non le rispose; prese una cartella in mano e la osservò.

"Allora? Cosa ha Alys? Le analisi?" Chiese più pacatamente Jacob.

Il dottore si mise apposto gli occhiali e disse loro di non preoccuparsi.
Che andava tutto bene.

Alys non aveva niente.

"Niente? Come Niente? Cioè; meglio così;
ma stanotte ha sanguinato!" Domandò Siria.

"Signora! Stia tranquilla! Sua figlia ha fatto tutti gli esami che potevamo farle fare! E lo sa che è una bravissima e coraggiosa bambina? Non ha detto una p

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   1 commenti     di: Dark Angel


Il Babau

Le tre e quaranta... del mattino. Il sole sorgerà soltanto fra due ore... e sembreranno eterne, come al solito. Dannazione,è impossibile continuare in questo modo! Ormai sono ad un passo dalla più totale follia. Se avessi ancora voglia di fare dell'umorismo potrei dire che avrei una brillante carriera di guardiano notturno al museo di storia naturale... il fatto è che non ho più voglia di fare dell'ironia... nemmeno un po'... ultimamente non è di casa nella mia testa.
Dunque... la situazione ha quantomeno del curioso... chissà se ho ancora un briciolo di lucidità mentale per cercare di riordinare le idee e ricostruire gli avvenimenti. Come diavolo è iniziata questa storia? È imperativo raccogliere tutta la lucidità sparsa negli angoli del mio cervello angosciato ed usarla per tentare di spiegare quello che può sembrare in tutto e per tutto un episodio di Ai confini della realtà.
Quattro notti... quattro notti insonni e quattro giorni passati nel più totale rimbambimento e nella paura che tutto si potesse replicare... e così è stato fino ad ora; non seguendo le stesse modalità, certo... non con il medesimo modus operandi... ma è successo.
Come si presenterà questa notte?
Sussurri? Rumori strani? O staglierà la sua ombra sulla parete di fronte al letto come ha fatto ieri?
Ma soprattutto perchè sta succedendo a me? Ho passato l'infanzia da un pezzo e, mi secca dirlo, anche l'adolescenza; sono un uomo fatto già da qualche anno anche se non ho poi così tante rughe o capelli bianchi a riguardo... giusto per mettere in chiaro la cosa.
Insomma è una cosa che capita ai bambini... a quelli cattivi in special modo...è la minaccia che si sentono dire più spesso quando non vogliono rispettare il coprifuoco di casa:
“Se non vai subito a letto arriverà il Babau a prenderti e ti porterà nel buio dove rinchiude tutti i bambini cattivi che non obbediscono!”
“Dormi oppure il Babau arriverà e ti spaventerà tutte le notti...”
E così via.
A pensarci

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Evocazione Oscura

Se da Roma si prende a nord la via Cassia, si entra in quella zona del Lazio chiamata Tuscia, abitata anticamente dagli Etruschi. Qui domina il tufo, un tipo di roccia vulcanica che da queste parti ha un colore rossiccio e caratterizza tutta la regione.
Arrivati a circa trentacinque chilometri da Roma, svoltando verso Mazzano, si entra nella valle del Treja. Si prosegue verso Calcata - arroccata sopra ripide rocce spunta tra la fitta vegetazione che ricopre la vallata circostante. Oltrepassata, si continua sulla strada per Faleria. A un certo punto, a sinistra, prima di arrivare al paese si nota una stradina terrosa, che imbocca in un tunnel scavato nel tufo. Dopo averlo attraversato, ci si trova su una via che percorre un corso d'acqua tra pareti rocciose, fino ad arrivare alla città morta di Sulfuria, abbarbicata su una roccia a strapiombo sul fiume.
È un borgo diroccato dall'aspetto medievale. Le sue origini sono antiche e misteriose. Sicuramente fu un insediamento etrusco: sulla sponda opposta al borgo, divisa dal fiume, ci sono i resti di tumuli di questo antico popolo.
La città - come si è detto - si trova su una roccia tufacea. Sulla parte più alta c'è il castello degli Anguillara, con un ponte che domina su una cascata e unisce le due sponde, tra le quali scorre l'affluente del Treja.
Gli edifici ormai sono in rovina ma non ruderi, mantengono il loro aspetto originale e molti tetti sono quasi integri. Tutto è costruito in blocchi di tufo. Le case sono piccole e si ammassano in modo orizzontale fino al castello. C'è un campanile che spunta quasi intatto dalla chiesa che ormai è crollata: è l'edificio più disastrato del paese; nel suo sottosuolo si trovano antiche cripte e sotterranei. Il campanile termina con una cuspide di tufo anch'essa. Sotto ci sono le finestre ad arco a tutto sesto dalle quali non suona più nessuna campana. Il castello, invece, mantiene la sua imponenza accresciuta anche dallo stato di abbandono. Ha pianta quadrangolare,

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