Racconti horror, racconto dell'orrore
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Racconti horror

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Revenge

Jessie si svegliò e si accorse che stava sanguinando. Un rivolo cremisi scendeva dalla tempia destra fino alla guancia. Non provava dolore, era troppo stupita e stanca per badare alle ferite che le costellavano il corpo. Cosa le era successo? Non riusciva a ricordare niente. Teneva a fatica gli occhi aperti e cercava un punto di riferimento visivo nell'oscurità che la circondava. Sapeva solamente di essere seduta su un pavimento freddo e di avere le mani legate da una corda spessa e ben annodata. Chi l'aveva ridotta in quello stato?
Aveva i muscoli indolenziti dall'inoperosità forzata e dovette fare appello a tutte le sue energie residue per strisciare di qualche metro. Aveva riacquistato parzialmente la sensibilità e si rendeva conto solo adesso di avere ben più di un taglio superficiale. Avvertiva un bruciore vicino alla spalla destra e se provava a tendere il muscolo una fitta lancinante le toglieva il respiro. Di sicuro non sanguinava più copiosamente e sentiva solo un flusso discontinuo di liquido lungo il petto. Si meravigliò di non essere morta per questo, perché si rendeva conto anche nel buio in cui era immersa che le avrebbe potuto causare una emorragia letale. Continuando a trascinarsi lentamente riuscì ad individuare una parete e vi si appoggiò con la schiena e la nuca. Anche se si era spostata di poco dal punto in cui si era svegliata, era già troppo stanca per proseguire senza una piccola sosta. Prese fiato e scivolò lungo la parete fredda; quando cominciava ad essere di nuovo sfinita dallo sforzo, sbattè la testa contro una sporgenza nel muro. All'improvviso, eco che una luce al neon molto potente si accese ed invase la stanza. Jessie lanciò un gridolino di sorpresa e sbattè le palpebre per abituarsi alla nuova illuminazione. Quando fu in grado di posare lo sguardo su ciò che la circondava, scoprì di essere bloccata in un bagno pubblico.
Davanti a sé poteva vedere 3 gabinetti e alla sua destra c'erano dei lavandini con un grosso s

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Non entrate dentro il borgo

Enrico e Veronica Mecca passeggiavano affascinati per le vie selciate di Castelvecchio di Rocca Barbena, un piccolo e dimenticato borgo medioevale dell'entroterra ligure. Vi si erano appena trasferiti ed erano ancora eccitati per la novità. Dopo lunghe ricerche avevano trovato l'agognato rifugio in cui trascorrere sereni la terza età.
Milanesi doc ancora innamorati uno dell'altra, alti e asciutti entrambi, lui in pensione già da alcuni anni e lei finalmente giunta a sua volta al limite d'età, erano da tempo stufi della città. Avrebbero voluto trascorrere la vecchiaia in una quieta località di mare, ma la riviera, placida d'inverno, diventa un caos per l'intera estate così come per tanti altri fine settimana. In effetti li tentava sul serio solo Albenga, attiva cittadina costiera in provincia di Savona, nobilitata da una cattedrale dell'XI secolo con annesso battistero del V secolo, il più prezioso monumento antico ligure, dove è conservato l'unico mosaico bizantino presente nell'Italia peninsulare al di fuori di Ravenna. Tra torrioni alti e slanciati e vari edifici addossati, compatte case torri nobiliari medioevali o eleganti palazzi cinque e seicenteschi, pareva quasi di trovarsi a San Gimignano, senza però la fama internazionale di quest'ultima e di conseguenza il suo turismo di massa. Lì ci avrebbero abitato volentieri, però nel magnifico centro storico, non nella parte moderna, l'unica invece a offrire alloggi adatti.
Infine qualcuno gli aveva segnalato, nell'immediato entroterra di Albenga, la duecentesca Castelvecchio di Rocca Barbena, incastonata in cima a un colle della Val di Neva sulle Alpi Marittime. L'avevano visitata e ne erano rimasti ammaliati: gli stretti e contorti vicoli in saliscendi; le tenebrose arcate; le silenziose case in pietra, saldamente abbarbicate sulle pendici della collina; infine la scoscesa e alberata vetta rocciosa, in cima alla quale sorgeva, in parte diroccato eppure ancora possente, l'originario castello.
Trasfe

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   15 commenti     di: Massimo Bianco


Notte senza fine

NOTTE SENZA FINE

1

Pensavo di avere ormai superato la mia innaturale paura della notte, che mi perseguitava fin da quando ero un fanciullo.
Una paura insana, direi, come un piccolo mostro che si nasconde nei meandri più oscuri e inesplorati del mio cervello, per poi uscire quando cala solenne e silente la notte.
Non so ancora se definirla fobia, si manifesta come una forma di pazzia, piccoli, brevi, determinanti momenti di pura follia, dei quali però sono stranamente cosciente.
Nel mentre in cui il folle demone che ha il controllo del mio cervello esce allo scoperto, scombussolando la mia attività cerebrale, mi rendo perfettamente conto di non poterlo fermare, e mi rassegno a vivere istanti di pura agonia, che solo la mente umana può concepire.
La sensazione che provo ogni notte può solo essere paragonata ad una sorta di coma infernale, una prigione custodita da malvagi, ripugnanti esseri che desiderano solo farmi impazzire, non vogliono la mia morte, bramano il peggio, la mia paura, la mia angoscia, i miei timori, la mia follia.
2
Era una sera come tutte le altre, sedevo su di una poltrona particolarmente comoda, sul mio terrazzo, mentre ammiravo compiaciuto il cielo scuro come le tenebre, e la pioggia che devastava le strade vuote e desolate.
Nulla avrebbe potuto distrarmi.
Amavo follemente sia la notte che la pioggia, erano le mie uniche fonti di ispirazione, riuscivano a nascondere la maledetta realtà del mondo, oscuravano gli orrori, i meschini sguardi della gente, le inutili parole buttate al vento, lasciate andare chissà dove, contemporaneamente risaltavano l'orribile freddezza ed indifferenza dei maligni demoni comunemente chiamati umani.
Ritenevo invece che il sole fosse un dannato ipocrita, mi domandavo perché qualcosa dovesse illuminare e fare splendere un così simile incubo, perché cercare di rendere l'inferno un posto migliore?
Il mio insano amore verso il macabro colore delle tenebre si contrapponeva però con una folle paura

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   3 commenti     di: Master


L'isola di Giovanni

Dove la valle si allarga le acque dei ruscelli si uniscono rallentando la loro corsa per formare il fiume, che nella ricerca del suo naturale approdo sovente segue tracciati inconsueti. C'è un luogo in cui le acque ancora irrequiete lambiscono una modesta altura, e nel tentativo di ricongiungersi la circoscrivono interamente, fino a formare una piccola isola sulla cui sommità sorgono i resti di quella che fu una magnifica residenza signorile di campagna, villa delle ginestre, da tutti conosciuta come la casa nera.
Mura contorte e annerite, resti di travature lignee arse dal fuoco, la vegetazione selvatica che il trascorrere degli anni aveva reso sempre più folta fino a ricoprire quasi interamente i cumuli di macerie da cui affioravano tracce degli antichi stucchi e dei raffinati soffitti affrescati, ultime testimonianze di un passato splendore, annientato in una notte di orrore assoluto il cui ricordo provocava ancora sgomento tra gli abitanti più anziani del vicino paese.
I binari, che avevano smesso di costeggiare le spiagge solitarie, giunti in corrispondenza della foce presero a curvare in direzione delle vicine colline, cominciando una lunga, appena percettibile salita. A fianco, in direzione opposta, scendeva il fiume. Alla piccola stazione del paese Giovanni, che non aveva voluto avvertire i suoi anziani genitori per non affaticarli, mise la borsa a tracolla, alzò il bavero della giacca e di buon grado s'incamminò verso casa.
Buon camminatore e dotato di un fisico asciutto, impiegò meno di un'ora per giungere a destinazione, passando per la vecchia strada bianca che fiancheggiava il fiume e che gli consentiva di poter vedere da lontano i suoi genitori intenti al lavoro, chini su quella terra della quale avevano cura nell'adempimento di quel silente contratto di mutua assistenza che la gente dei campi sigla con la stessa non appena viene al mondo. A poca distanza uno sperone sembrava sbarrare il corso del fiume. Alla sua sommità, un cumulo di mac

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Oscurità Parte1

Nel silenzio della notte, fui svegliata dal bussare insistentemente alla porta. Toc toc. Gettai una rapida occhiata all'orologio: tre del mattino. Chi mai poteva cercarmi a quell'ora?! Scivolai giù dal letto e mi diressi lentamente verso la porta. Toc toc. Un brivido di paura mi percosse la schiena. Tremavo. Il cuore palpitava nel petto tanto violentemente da voler esplodere. Toc toc. Eccomi dinanzi alla porta. Toc toc. Porsi la mano sulla maniglia. Toc toc. Esitai. TOC TOC. Aprii.
Nessuno. Non c'era nessuno. Mi sporsi fuori a controllare: niente. Scrutai il paesaggio: nessun anima viva, nessun suono. Rincasai pensando "Il vento" "Qualcuno che voleva fare uno scherzo" "Ho immaginato". Eppure nessuna di queste ipotesi mi convinceva del tutto. Un urlo lacerante scosse la quiete notturna. Mi precipitai fuori. In un attimo il caos totale: gente che entrava e usciva dalle case, gente che telefonava alla polizia, luci accendersi in ogni abitazione. Rientrai e tornai in camera mia. Che stava accadendo? Come in risposta, il mio sguardo andò a posarsi sulla finestra: era aperta. E l'avevo chiusa.
Osservai attentamente ogni angolo della stanza: a meno che non fossi completamente pazza, non c'era nessuno. Andai a chiudere la finestra. Abbassai lo sguardo. "Il vento" ormai era l'unica spiegazione logica "Il vento l'avrà aperta". Ma quando rialzai lo sguardo rimasi paralizzata. Davanti a me, oltre la finestra, c'era un mostro. O almeno questa fu la prima impressione che ebbi. Aveva lunghi capelli folti, sporchi e arruffati. Aveva una carnagione bianca cadaverica. Mi fissava attraverso quelle "fosse" profonde e impenetrabili. In mano aveva un coltellaccio bagnato di sangue. Mi avrebbe uccisa, come aveva già ucciso. Allora il sonno, inappropriato e inaspettato, mi assalì di colpo.
Mi risvegliò la luce del mattino. Mi ritrovai distesa sul pavimento. Portandomi una mano alla fronte, mi accorsi di aver sudato. Mi alzai ancora un po' stordita, aprii la finestra e mi sporsi a

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   6 commenti     di: Vittoria Manni


Un Natale spettrale

“Lalla svegliati è ora!“ La donna le accarezzò dolcemente il viso per non turbarla con un brusco risveglio.
“Nonna di già …” La bambina fece un grosso sbadiglio strofinandosi forte gli occhi color nocciola. “Mi sembra di aver dormito solo un’ora”.
Lucia accese una candela sul piccolo comodino accanto al letto quindi si rivolse di nuovo verso la nipotina :“Non ti preoccupare sono stata svegliata dalle campane che annunziano la Messa. Vuoi ancora ascoltarla insieme a me o hai cambiato idea?”
“Sì nonnina ti prego!“ L’abbracciò forte strappandole la retina da notte sui folti capelli bianchi.
Accostando poi la bocca vicino all’orecchiò le mormorò:“Buon Natale, ti voglio bene.”
Il suono di un grosso bacio riempì l’angusta stanzetta.
“Grazie, cattivona. Buon natale anche te. Preparati tra poco partiamo, lo sai che la strada è un po’ lunga per la chiesa di San Damiano. È una bella passeggiata.
“Mi vesto in un batti baleno!“ Lalla scese decisa dal lettone a due piazze e iniziò a vestirsi. Dall’altra parte del letto Lucia fece altrettanto.
Dopo essersi vestita con cappotto marrone, guanti, sciarpa e cappellino di lana multicolori, la bambina si avvicinò alla piccola finestra aprendo il battente di legno :“ Nonna!” Esclamò meravigliata, “è ancora notte ma sei sicura di aver sentito le campane? Vedo anche la luna nel cielo.”le candide manine erano appoggiate sul vetro per metà ancora appannato dal freddo.
“Birichina, la smetti di fare la brontolona. Lo sai che d’inverno il mattino arriva più tardi e che la prima Messa viene celebrata da Don Andrea all’alba. Affrettiamoci invece altrimenti arriveremo in ritardo”.
Anche la donna aveva indossato un lungo cappotto nero e guanti dello stesso colore mentre un foulard elegante le raccoglieva i capelli dalla fronte.
“Sono pronta.“ La bambina fece un saltellino rapido verso la donna.
“Bene andiamo.“ Aprirono la pesante porta con uno str

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   12 commenti     di: Eduardo Vitolo


Ritorno a casa

"Proprio un bel film" dichiarò Paolo
"Ne ho visti di migliori" commentò di rimando Chiara
"Sei sempre polemica" disse, scherzando Paolo
"Dovresti saperlo, mi hai sposato!" ribatté Chiara, infilando le chiavi nella serratura della porta di casa.
L'abitazione dei coniugi era un prefabbricato di due piani con un giardinetto sul retro pronto ad accogliere un bambino che Paolo e Chiara non avevano mai avuto.
"Che freddo!" disse Chiara entrando nell'ingresso di casa "Non hai chiuso tutte le finestre?"
"Mi sembrava di averlo fatto" disse sorpreso Paolo "in ogni caso il freddo viene da sopra. Vado a controllare". Mentre si toglieva il cappotto, Paolo salì le scale dirigendosi al piano superiore alla ricerca dell'origine di quell'ondata di freddo che invadeva la casa simile ai corpi dei suoi clienti; il medico legale era pur sempre un lavoro ben retribuito.
Il freddo risultò provenire dalla finestra della camera da letto, Paolo doveva aver dimenticato di chiuderla nella fretta di uscire.
Chiusa la finestra Paolo si accorse che nella parte inferiore dello stipite si scorgevano dei segni come di graffi che non ricordava, ma non diede loro importanza: doveva essersi "fatto le unghie" il gatto dei vicini.



Chiara, aveva posto il bollitore dell'acqua sul fuoco per preparare una tisana come d'abitudine
"Deve essere entrato di nuovo il gatto dei vicini" dichiarò Paolo, scendendo le scale
"Lo cercheremo domani" rispose Chiara accendendo il televisore.
Alla televisione stavano reclamizzando una ditta di pompe funebri
"Avanti il prossimo" e Chiara preferì spegnere l'apparecchio per parlare con Paolo
"Non te l'ho chiesto a cena ma... come va il caso dei morti squartati?" chiese Chiara con dolcezza, per quanto se ne possa avere per un argomento del genere.
"Sappiamo che l'assassino usa soltanto coltelli lunghi 50 centimetri e che asporta gli organi dopo l'uccisione delle vittime" rispose Paolo con naturalezza
"... E avete una pista?" insistette la moglie

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Questa sezione contiene storie dell'orrore, racconti horror e sulla paura