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Racconti horror

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Giostra dei morti

Una sera d'inverno, per una coincidenza fortunata, mi trovo in compagnia di tre vecchi amici. Parliamo di libri, di donne, di giovinezza, di amori...
La vecchia cucina è riscaldata dal fuoco scoppiettante del camino. Sulla tovaglia a scacchi bianchi e rossi ci sono lasagne fatte col torchio, anatra arrosto, patate fritte, funghi, peperoni e bottiglie di clinto e greco bianco. Il risultato è una serata trascorsa in allegria e una cena forse un po' troppo pesante.
Finito di mangiare, dopo sigari e caffè, ci è passata la voglia di andare a dormire. Da un cassetto della credenza, qualcuno tira fuori un mazzo di carte unto, e due amici incominciano una partita a scopa. Io preferisco fare una passeggiata insieme a Tom, per favorire la digestione.
È una notte di gennaio, gelida e stellata. Per le strade del paese non si vede anima viva. I lampioni sono accesi uno ogni tre, le vetrine hanno le saracinesche abbassate, le finestre degli edifici sono tutte buie. Il campanile della vecchia abbazia sta battendo la mezzanotte e i paesani sono già andati a dormire.
Camminiamo sulle pietre sconnesse del marciapiede e i nostri passi disturbano il silenzio profondo della notte. Abbiamo continuato la nostra chiacchierata, ma più sottovoce, quasi intimiditi dalla maestà della notte. Il vento fa volare fogli di giornali lungo il marciapiede e anche un fazzoletto bianco con impronte di rossetto.
La via sbocca in una piazza debolmente rischiarata dove al centro sta una fontana ghiacciata che rappresenta Nettuno. Gli zampilli d'acqua sono tutti congelati in un intrico di stalattiti, sopra lo specchio ghiacciato.
Lentamente attraversiamo la piazza e imbocchiamo una via all'opposto che si ingolfa nel buio. Porticati scuri, edifici chiusi, giardini rinsecchiti dalla morsa dell'inverno e panchine solitarie luccicanti di brina.
La strada costeggia adesso i ruderi della vecchia abbazia. Solamente il campanile è rimasto in piedi. Il tetto dell'edificio è crollato e le arc

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   3 commenti     di: sergio bissoli


I Lupi

Durante l'inverno del 2005 nevicò abbondantemente sull'Appennino. Mi trovavo a Leonessa, un borgo di origine medievale situato su un altipiano che supera i novecento metri di quota.
È una zona che si trova a nord-est di Roma, in quella striscia di terra laziale fra l'Abruzzo e l'Umbria. L'altopiano è costellato di frazioni, tra cui Casanova, situata a circa due chilometri da Leonessa, e dove c'è la vecchia casa appartenuta a mio nonno omonimo.
La costruzione è piccola, come del resto tutte le altre del paese. Una ripida scalinata esterna porta davanti al portone d'ingresso; entrati, ci si trova in un ambiente vetusto. Salendo altri quattro gradini, si accede a una stanza vecchia dai muri ingialliti, con un camino e il pavimento dissestato, dove c'è un grosso tavolo in legno e delle sedie. Una porta immette in una camera con mobili ottocenteschi e un letto, mentre altri due gradini portano in un corridoio con due stanze: una abbandonata da anni, piena di materassi, vecchi mobili e ragnatele ovunque; l'altra, alla fine del corridoio è una stanza da letto, con mobili dei primi decenni del Novecento.
Tra il mobilio si trovano molte statuette di santi e immagini sacre, che testimoniano quanto fossero superstiziosi gli italiani di un tempo.
Appena arrivai accesi il camino.
Essendo di febbraio, il paese in quel periodo era deserto. Nel primo pomeriggio feci una passeggiata tra le case affondate nella neve. Il cielo era cupo. Le nuvole coprivano le cime dei monti. C'era molto silenzio e nell'aria si sentiva l'odore di legna bruciata (proveniente da qualche camino acceso nelle case circostanti). Incrociai un vecchio nella via; mi disse che erano stati giorni terribili.
<<Certo, ha nevicato parecchio!>> risposi.
Mi guardò con gli occhi spalancati, celesti, poi disse: <<No, non è la neve! Si sono sentiti ululati lontani... dalle vecchie case abbandonate di Villa Falcucci>>.
Non diedi molto peso alla cosa, presi il bus e mi recai a Leonessa.
Sulla piazz

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L'eredità (parte 2/2)

Nell'istante in cui i passi cessarono la porta da cui era uscita Silvia poco prima si aprì; Valentina e suo fratello si concentrarono su ciò che sarebbe apparso dietro di essa, ma inaspettatamente videro solo il corridoio deserto.
"Chi è la?" domandò la ragazza trovando persino il coraggio di alzarsi dalla poltroncina. Era terrorizzata e sentiva il cuore stretto in una morsa glaciale, ma una piccola parte di lei l'aveva convinta a muoversi. Max invece sembrava una statua e avrebbe dato qualsiasi cosa per poter scomparire e ritrovarsi nuovamente a casa sua.
Valentina lo ignorò e con lentezza esasperante raggiunse la porta, fermandosi e cercando di captare qualsiasi rumore proveniente dal corridoio, anche il più insignificante.
Un lamento soffocato ma continuo giunse alle sue orecchie e le fece perdere ogni tipo di inibizione. Senza pensarci troppo abbandonò la stanza svoltando a destra lungo il corridoio.
Il corpo di Silvia era disteso a terra a pancia in giù, giusto poco più in là dell'ultimo gradino delle scale e i lamenti provenivano proprio dalla sua bocca.
"Presto Max, vieni ad aiutarmi," esclamò Valentina risvegliandolo dal torpore. "La Giansanti sta male."
"Ma se c'è qualcuno..."
"E saresti tu l'uomo?" lo schernì lei con l'intenzione di colpirlo nell'orgoglio. "Muovi il culo e vieni qui, non c'è nessuno a parte il notaio."
Il tentativo andò a buon fine, Max finalmente la raggiunse e insieme si inginocchiarono accanto alla donna. A prima vista non sembrava aver riportato ferite di alcun tipo e Valentina decise di girarla a pancia in su.
"Ma che cazzo..." esclamò allontanandosi di colpo in preda al disgusto. Il viso che stava osservando non era più quello della Giansanti, non poteva esserlo. La pelle liscia, i lineamenti morbidi e quegli occhi assolutamente stupefacenti non c'erano più, così come il fascino che riuscivano a trasmettere; al loro posto soltanto un volto scheletrico infestato dalle rughe e due occhi grigi, infossati

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L'erba del cimitero

Ipod nelle orecchie, Junior Kelly mi alleggerisce il lavoro, ascolto sempre musica quando lavoro, mi piace, mi distrae, non mi fa pensare a loro: ai morti. Laura Portico 24/08/1934; 25/10/2007, spazzo un'altra lapide, non riesco a fare a meno di leggere le iscrizioni e fare i conti di quanti anni aveva la gente a cui pulisco la soglia del nuovo monolocale. Settantatre, non male, non credo che ci arriverò mai. Penso di essere il primo, forse l’unico custode di cimitero che lavora accompagnato dalla musica, ma che ci vuoi fare, siamo nel terzo millennio. Ho ventotto anni e vivo nel cimitero di Solano da cinque, sono entrato al posto di mio nonno. Il mio lavoro non è certo il più simpatico della terra, ma certo non mi lamento, lo stipendio è buono e poi Solano non è tanto differente dal camposanto infatti non esco quasi mai. Antonio Vesciola 13/02/1896; 16/04/1983 ottantasette anni eh! Mica male. Appena finisco di fare il conto Capleton mi invade il cervello comincio a canticchiare la canzone che si propaga dalla mie cuffie e non penso più a nonno Antonio. La canzone mi prende tanto che non bado più alle tombe che pulisco, passo allora nel viale che porta all’uscita, osservo i lati del vicolo e sto attento a pulire tutto. Arrivato al cancello ancora una occhiata al viale e mi stupisco di quanto mi piaccia illuminato dalla tenera luce del tardo pomeriggio. Il marmo delle lapidi riflette la luce in modo particolare creando una sorta di sfera che irradia le pietre del sentiero. Spengo la musica e mi godo il panorama appoggiato alla mia scopa, resto fermo qualche secondo, alzo la mano destra verso la testa e faccio il mio tipico gesto di saluto ai miei inquilini speciali: faccio finta di togliere il cappello. Una volta salutato il condominio tranquillo mi avvio verso la mia casetta a fianco al cancello. La mia dimora è piccola e tranquilla, ho addirittura due stanze una dove passo il tempo, mangio, vivo insomma la parte della giornata in cui non lavoro e l’

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   3 commenti     di: Tobias Wallace


Gli insetti

A quei tempi lavoravo in una pasticceria. La pasticceria era gestita da due vecchie zitelle Alma e Wilma.
Al piano inferiore c'era il locale riservato al pubblico e sopra, in un granaio era situato il forno con le tavole per impastare e gli scatoloni degli ingredienti. Sacchi di farina, di zucchero, ceste di mandorle, bidoni di latte, di marmellata erano stipati dappertutto ed accatastati perfino lungo la scala.
L'ambiente era uno stanzone basso e scuro e prendeva luce da un lucernario e da finestrini a livello del pavimento. Il mio lavoro consisteva nel fare un po' di tutto: aiutavo a impastare, caricavo il forno, rifornivo gli ingredienti, facevo le pulizie.
Arriva l'estate, caldissima. Nella pasticceria avevamo messo in funzione i ventilatori e steso le tendine per le mosche.
Una mattina sono giù in negozio quando sento un grido e poi la voce isterica di Wilma che mi chiama.
Corro su per le scale e lei mi indica dei granellini neri sul ripiano di marmo. Li tocco per esaminarli. É sterco di topo, probabilmente. Da dove sono venuti? La proprietaria pare molto preoccupata e mi fa sistemare alcune trappole.
Due o tre giorni dopo, la proprietaria sale di sopra e scopre che le cialde che avevamo messo a lievitare la sera prima pullulano di tarme. Sono animaletti lunghi, pelosi e sembrano molto voraci.
Quella mattina la trascorriamo impegnati a raccogliere le cialde dentro ai bidoni per evitare che si propaghi l'infestazione. É un lavoro massacrante. Le sorelle riempiono i bidoni di cialde inutilizzabili, io scopo e ripulisco tutto intorno ammazzando le tarme. Togliamo tutte le scatole dagli scaffali per ripulire i ripiani e le sistemiamo sul lato opposto della stanza.
Arriva mezzogiorno e siamo ancora indaffarati a rimettere le cose al loro posto. Comunque tarme non se ne vedono più, tranne qualcuna che scopriamo nascosta sotto il forno o lungo le scale.
Il giorno successivo le cose sono peggiorate. Sugli imbuti, dentro alle terrine, sopra ai mestoli è co

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   2 commenti     di: sergio bissoli


Hummus

Alla luce dei fatti appena avvenuti, devo ammettere che Lorenzo, così com'era, cicciottello e con la pancetta che sporgeva da sopra la cintura, nonostante le leggere - quasi impercettibili - smagliature ai lati e la leggera cellulite sulle chiappe che mi sono sempre trattenuta dal fargli notare, alla fine mi piaceva lo stesso.
Non cerco di giustificarmi o nulla del genere, ma mi chiedo solo cosa sarebbe successo se gli avessi evitato la pena di seguita quella cavolo di dieta sperimentale. Forse non sarebbe successo niente, o forse sarebbe solo successo più tardi, chi lo sa...
Anzi, no... La dieta probabilmente non centrava un bel niente: la causa potrebbe essere dovuta a qualcosa nell'aria, oppure nell'acqua; si potrebbe perfino dare la colpa a qualche agente chimico, a qualche conservante o un edulcorante presente negli snack che si comprano al supermercato.
Non ha più importanza.
Mi manca Lorenzo, mi manca da morire e mi manca anche Dostoevskij, in nostro labrador.
Cerco di ricordare, cerco di dare a tutto un punto di partenza. Da qualcosa sarà pur iniziato...

Forse era iniziato due settimane fa, quando Lorenzo aveva cominciato a sgarrare con la dieta.
Facemmo la spesa insieme, come ogni venerdì, e tornati a casa, tanto che toglievo la roba dai sacchetti della spesa, mi trovo tra le mani questa confezione formato gigante di wurstel di suino.
Persi la calma, e togliendo la confezione dal sacchetto tenendolo con le dita come schifata gli chiedo, urlando:
"E questo che cazzo è?"
Lorenzo mi guarda spaventato e colpevole, con la stessa faccia di un bambino che è stato beccato con dei giornaletti porno o non so cosa e mi fa:
"È il fine settimana. Posso, no?"
Senza far passare un secondo gli urlo ancora:
"No che non puoi. Riesci a prendere qualcosa sul serio per una volta?"
"Non ti sembra di esagerare?"
"Non ti senti un debole?"
Quando mi arrabbio esagero; forse esagero un po' troppo. Ma lui ci teneva a perdere quella pancetta, ci teneva tant

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   1 commenti     di: Rida Wahbi


La testa

I rombi delle moto di grossa cilindrata non fanno che fischiarmi nelle orecchie. Sfrecciano a mille all’ora su strade urbane e centri abitati, dove a stento passano due auto affiancate.
Mi tornano alla mente alcune strade sui cui lati sono disperse lapidi in memoria di chi c’è rimasto secco.

Ogni giorno di fronte alla mia porta, sempre aperta, passano a mille all’ora. Sui marciapiedi passeggiano madri con bambini, vecchietti a passo lento e adolescenti svampiti.

La giornata era tranquilla, noiosa e lenta.
Appollaiata, come un pappagallo seduto sul suo trespolo, Isi stava seduta sulla sedia guardando la porta. ‘Oggi la navata sembra più grande di tre volte la sua lunghezza reale’ pensava ‘ So che è un’impressione, ma la porta mi sembra così distante… come se si allontanasse’.
Ecco un sibilo avvicinarsi… aumenta di volume, sembra un tuono… più forte, la terra vibra. Uno stridio di freni unito all’odore di pneumatici bruciati. Un boato.
Sui muri attorno alla porta si aprono crepe… si vedono correre in tutte le direzioni. In più punti l’intonaco si sbriciola.
Un rumore! Sembra di un tronco spezzato. Qualcosa vola entrando dalla porta… Rimbalza e rotola attraversando l’immensa navata. Degli occhi marroni la fissano per un attimo infinito, mentre rotea in aria.
Cade a terra e gira su se stessa.
- Cazzo, ma quella è una testa… - disse Isi fissando la testa roteare su se stessa. Lo sguardo vitreo e senza pensieri.
Il corpo di quel ragazzo si era spiaccicato contro il muro insieme alla sua rombante moto. La testa si era staccata dal corpo trovando un’apertura, la porta aperta, che non aveva fermato l’impatto.
Isi si accorse in un secondo momento che il sangue del giovane aveva lasciato una macabra scia al suo passaggio.
Seguì con lo sguardo il sangue fino a tornare sulla testa che si era fermata.
Si vedeva il profilo destro del viso del ragazzo. Naso pronunciato e labbra ben definite distorte in una smorfi

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