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Racconti horror

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PAURA DEL BUIO

“Da ragazzo ero appassionato di film horror…” pensava Max percorrendo quella strada periferica e semibuia che saliva verso la collina “Non mi facevano paura… Ma adesso che è morto pure papà mi spaventa l’idea di sentirmi solo… e poi non mi va di tornare a casa dopo tutto questo tempo…”
Una consistente foschia rendeva faticosa la visibilità e tutto sembrava avvolto da un sinistro grigiore che metteva angoscia nell’anima.
“… Spiriti, zombi, serial killer, sangue, ne ero quasi ossessionato, per questo la mia mente si era ammalata, sosteneva ingenuamente mia madre…”
Si fermò. Guardò il foglio di carta che aveva in mano.
Lo informavano del decesso del genitore e che pertanto doveva recarsi a prendere possesso della casa paterna. In un pacchettino gli erano state recapitate anche le chiavi.
La lettera era scritta a penna, ma in stampatello, e questo non gli era sembrato normale, poche parole per dire che a causa di un tumore al cervello il padre aveva smesso di vivere, nient’altro. In calce il timbro di una clinica privata e uno scarabocchio a fare da firma. Strano. Dietro al foglio c’era un appunto “Nella stanza del ragazzo" e più in basso le parole  “Nastro” e “Diario”  il tutto scritto in pessima grafia, ebbe l’impressione che fossero parole scritte nel posto sbagliato, e questo gli sembrava ancora più strano.
Le poche abitazioni che si intravedevano andavano diradandosi sempre più e l’edificio più vicino era il piccolo cimitero, che di sera appariva anonimo e dall’aspetto abbandonato, la cui vista gli aveva evocato la sua gioventù.
“Non so neanche dove lo hanno seppellito…”
Si fermò a guardare le lapidi, i fiori e le croci attraverso il tetro cancello d’ingresso, arrugginito e cadente, chiuso appena con una vecchia catena che avrebbe dovuto sostituire la serratura rotta. Gli sembrava tutto più piccolo, forse perché i suoi ricordi si erano fermati a quando era un bambino e tutte le cose ap

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   0 commenti     di: Mario Mottola


Nephila

La nostra storia può sembrare una storia come tante. Ma non è così. Tutto lo lascerebbe supporre. Ma non è così.
Questa è la storia del signor Edgar Bowen.
Il signor Edgar Bowen ha trentacinque anni da poco compiuti. Abita a New York. Ha sempre abitato a New York. Abita ancora nella casa che fu dei suoi genitori e che fu dei suoi nonni. A lui piace molto quell’appartamento; certo non si può definire molto grande: l’ingresso da immediatamente nella saletta, completa di angolo cottura. Sulla destra di essa un ridicolo disimpegno niente affatto degno del nome che porta, ma che basta a fare da tramite allo stretto e lungo bagno.
Più in fondo una camera da letto relativamente grande e sulla sinistra un’altra porta dove un tempo era presente una seconda camera da letto. Era la sua camera da letto quando era bambino.
Alla morte di sua madre, il signor Bowen, che inizieremo a chiamare più familiarmente Edgar, rivoluzionò la mobilia e la trasformò in quello che gli piace definire come “il suo studio”.
Dimenticavamo l’altra piccola porta in legno di rovere giusto di fronte all’ingresso... ma forse è meglio procedere per gradi e ritornare successivamente al contenuto di quella piccola porta... per alimentare e soddisfare un pizzico la vostra curiosità ci limiteremo a dire che una volta varcata la soglia di quella porta, il signor Bowen... ops! volevamo dire Edgar... Edgar si trova nel suo personalissimo mondo, oltre quella porta.
A Edgar piace molto quell’appartamento. Non ha mai manifestato la minima volontà di traslocare. In effetti, anche se piccolo, non si può negare che sia stato ben organizzato dal suo proprietario... ben organizzato e tenuto perfettamente in ordine. A Edgar piace molto l’ordine... ma anche questo è un punto che preferiamo toccare in seguito.
Dicevamo che Edgar ha sempre amato il luogo in cui vive. Si riempie di soddisfazione ogni mattina al suo risveglio, quando il sole che sorge fa capolino dalla finestra della camera

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Sogno di Tenebra

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   2 commenti     di: Dario Lo Cascio


Le tre vecchie

Tre vecchie stanno sedute sotto il portico a chiacchierare. Una grassa, una alta e magra e una di media corporatura.
Quando passo con la carriola, nella fattoria dove lavoro, le guardo e le compiango. Poveri esseri inutili e impotenti senza più alcun rapporto con la vita.
Mentre vado avanti e indietro trasportando letame dalla stalla alla concimaia, guardo queste vecchie nell'ombra del portico e ascolto i loro discorsi. Sono tutte mezze sorde e gridano forte per farsi capire:
"Le nostre anitre soffrono perché il fosso è quasi asciutto".
"Già".
"Versiamo il brodo nella terrina per far salire il livello dell'acqua".
"Sì, facciamo così".
"Ah, ah"
"Eh, eh".
"Ih, ih".
Io compiango questi discorsi insensati e penso con terrore alla vecchiaia. Com'è triste la fine della vita.
Poco tempo dopo grosse gocce di pioggia incominciano a cadere. Eppure laggiù a ovest splende il sole. Ma qui è arrivata una nube estiva tanto veloce quanto carica di pioggia. I lavori nel cortile sono sospesi a causa del forte acquazzone. Intanto altre nubi sono arrivate a oscurare il sole e la pioggia dura tutto il pomeriggio.
Alcuni giorni dopo, mentre zappo l'orto e cavo le erbacce, sento i discorsi delle vecchie, sempre sedute all'ombra del portico. Immagino la noia che provano a stare sedute là tutto il giorno senza più la possibilità di modellare la realtà.
"Tuo nipote ci ha insultato stamattina".
"Già".
"Deve imparare la lezione quel brutto prepotente. Mettiamogli il secchio in testa. Facciamolo stare zitto per un giorno intero".
"Già, facciamo proprio così".
"Ah, ah".
"Eh, eh".
"Ih, ih".
Il mattino dopo Jeffrey, il figlio del padrone, non viene a lavorare perché ha la gola infiammata. Adesso è a letto con gli impacchi di acqua fredda. Mi dispiace poiché questa sera il ballo sull'aia non si farà.
I giorni passano alla fattoria, i lavori proseguono, le verdure crescono e le vecchie sono sempre al loro posto.
Ho ripreso i lavori nell'orto con nuove semin

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   3 commenti     di: sergio bissoli


Exede aut exederis

Quella sera la città era avvolta da un fitto, quasi palpabile, manto di nebbia che rendeva incerti i contorni di ogni cosa, donando al monotono e stanco paesaggio urbano un'atmosfera quasi surreale, a tratti aliena.
L'uomo stava tornando da una lunga e deludente giornata di lavoro, in cui aveva inutilmente cercato di vendere aspirapolveri e vaporelle a casalinghe annoiate; la crisi economica stava mettendo in difficoltà perfino un rappresentante abile e persuasivo quale lui si era sempre ritenuto.
Oppure stava perdendo il suo fascino sulle attempate massaie, dato che il suo sorriso e il tono mellifluo della sua voce sembravano non avere più lo stesso effetto di una volta.
Ora si stava recando da un'altra stagionata amante delle pulizie della casa: sua moglie.
Sedurre lei non era certo stato un grande affare, soprattutto quando, al secondo figlio, aveva preso le dimensioni di un canotto gonfiabile; ma lui non aveva certo le risorse per potersi permettere di pagare gli alimenti a ben cinque persone (tra cui figlio maggiorenne e perditempo, che aveva scambiato la sua permanenza universitaria a Bologna per una perenne villeggiatura).
Per cui non poteva far altro che contare i giorni che passavano, sperando che un giorno il colesterolo della moglie le avrebbe fatto finalmente stendere i piedi.
Si stava ormai rassegnando a un'ennesima serata a base di cotolette scongelate e quiz televisivo, quando un'indistinta macchiolina rossa si delineò a poca distanza dall'automobile; l'uomo rallentò per poter vedere meglio di chi si trattasse: dalla nebbia emersa un'esile figura avvolta in un mantello rosso che procedeva a passi veloci, tutta rattrappita per il freddo e la pioggia, su gambette coperte da un paio di collant variopinti.
L'uomo comprese che forse si sarebbero potuto aprire impreviste e piacevoli prospettive per la fine di quella giornata; fermò la macchina su quel lato del marciapiede e si sporse per rivolgersi a questa improvvisa apparizione.
— H

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   0 commenti     di: Sabrina Abeni


Il Diario

Prologo

I fatti che sto per narrare dovrebbero essere accaduti circa tre anni or sono; uso il condizionale, perché oramai non sono più certo di nulla: sono stato in cura presso svariati dottori, ho seguito terapie, assunto psicofarmaci, eppure nulla è servito. Potessi, ricorrerei volentieri all’elettroshock, con la speranza di dimenticare l’incubo da me vissuto, o, in alternativa, morire e porre fine ai miei dubbi, alle mie ansie, alla mia paura.
Sicuramente vi chiederete cosa potrà mai essermi successo di tanto scabroso, perciò mettetevi comodi, perché ciò che sto per narrare potrà sconvolgervi; e dovrete ritenervi fortunati, perché se a voi verrà un brivido lungo la schiena, pensate a cosa devo aver provato, essendo io stesso il protagonista di questa maledizione.

Capitolo 1

Il turno serale era sempre stata una scocciatura, e puntualmente io ed i miei colleghi tiravamo a sorte per evitarlo in ogni maniera; non so se fosse per il fastidio delle luci al neon on contrasto col buio fuori o forse perché a quell’ora chi restava sapeva di essere solo nel seminterrato, con la sola presenza del guardiano al piano terra.
Non era certo di conforto lavorare di sera, per via del nostro lavoro; ma si sa, la morte arriva a qualsiasi ora, spesso senza neanche bussare.
Ovviamente, quella sera toccò a me; che sia stata sfortuna, destino o semplice casualità, non lo so, ma so che odio qualsiasi cosa abbia deciso quella serie di avvenimenti che mi sconvolsero.
Ero arrivato all’obitorio alle otto meno un quarto di sera, in leggero anticipo rispetto al mio turno; stranamente ero di buon umore, e congedai Watson, che mi fu grato di averlo sostituito prima. Diedi un’occhiata al tabellone vicino all’armadio dei vari prodotti conservanti per le salme: erano in programma due cadaveri, uno da preparare per la mattina, l’altro solo da inserire in stato conservativo, siccome il funerale era ancora da stabilirsi.
Preparai la valigetta con gli attrezzi

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   2 commenti     di: Matteo Bonino


I Lupi

Durante l'inverno del 2005 nevicò abbondantemente sull'Appennino. Mi trovavo a Leonessa, un borgo di origine medievale situato su un altipiano che supera i novecento metri di quota.
È una zona che si trova a nord-est di Roma, in quella striscia di terra laziale fra l'Abruzzo e l'Umbria. L'altopiano è costellato di frazioni, tra cui Casanova, situata a circa due chilometri da Leonessa, e dove c'è la vecchia casa appartenuta a mio nonno omonimo.
La costruzione è piccola, come del resto tutte le altre del paese. Una ripida scalinata esterna porta davanti al portone d'ingresso; entrati, ci si trova in un ambiente vetusto. Salendo altri quattro gradini, si accede a una stanza vecchia dai muri ingialliti, con un camino e il pavimento dissestato, dove c'è un grosso tavolo in legno e delle sedie. Una porta immette in una camera con mobili ottocenteschi e un letto, mentre altri due gradini portano in un corridoio con due stanze: una abbandonata da anni, piena di materassi, vecchi mobili e ragnatele ovunque; l'altra, alla fine del corridoio è una stanza da letto, con mobili dei primi decenni del Novecento.
Tra il mobilio si trovano molte statuette di santi e immagini sacre, che testimoniano quanto fossero superstiziosi gli italiani di un tempo.
Appena arrivai accesi il camino.
Essendo di febbraio, il paese in quel periodo era deserto. Nel primo pomeriggio feci una passeggiata tra le case affondate nella neve. Il cielo era cupo. Le nuvole coprivano le cime dei monti. C'era molto silenzio e nell'aria si sentiva l'odore di legna bruciata (proveniente da qualche camino acceso nelle case circostanti). Incrociai un vecchio nella via; mi disse che erano stati giorni terribili.
<<Certo, ha nevicato parecchio!>> risposi.
Mi guardò con gli occhi spalancati, celesti, poi disse: <<No, non è la neve! Si sono sentiti ululati lontani... dalle vecchie case abbandonate di Villa Falcucci>>.
Non diedi molto peso alla cosa, presi il bus e mi recai a Leonessa.
Sulla piazz

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