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Racconti horror

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Veglia funebre

Un fine pomeriggio nuvoloso e triste raggiungo a piedi il palazzo dove abitava lo zio. È un edificio con l'intonaco scrostato e l'erba che cresce sui tetti.
Entro dall'androne.
"Sono venuto per il funerale... Vorrei vedere lo zio..." dico al portiere deforme con la faccia grossa piena di foruncoli seduto dietro il banco.
Lui prende una chiave dalla casella e me la porge:
"Ultimo piano. Penultima porta in fondo al corridoio".
Le scale sono malrischiarate dai finestroni sporchi. Salgo appoggiandomi alla ringhiera in ferro e arrivato in cima percorro un corridoio oscuro con le piastrelle che traballano.
Attaccato alla penultima porta qualcuno ha appeso un cartello con la scritta: <<Lutto di famiglia>>.
Apro. La porta di legno stride orribilmente raschiando sul pavimento. Odore di cera e di fiori appassiti.
Una stanzetta semibuia con gli attaccapanni. Un'altra porta aperta che conduce in cucina.
La bara sta al centro su due cavalletti. Intorno ci sono alcune sedie scompagnate, qualche mazzo di fiori...
Lo zio è dentro alla cassa aperta, col coperchio posato per terra. Due candele ardono quietamente in silenzio. Mi avvicino di più e guardo dentro alla cassa.
Lui sta disteso, come in attesa... Attorno alla testa ha un tovagliolo annodato per tenere chiuse le mascelle. Il viso è rasato e sembra di cera. È vestito con giacca blu notte, pantaloni nuovi dello stesso colore; camicia bianca e cravatta azzurra. In vita non lo ho mai visto vestito così elegante. Forse questo abito non lo ha mai messo conservandolo per il futuro...
Le fiamme delle candele si sono mosse. C'è una corrente d'aria da qualche parte.
Il volto è bianchissimo, gli occhi chiusi. Sembra che dorma. È così forte l'impressione che sia addormentato che a volte mi pare che il torace si sollevi nel respiro. Ma no. È solo suggestione. A forza di fissarlo non sono più sicuro di niente. Provo a toccargli una mano. È fredda e dura come il marmo.
Il tempo passa, gocciola lentamente nella

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   2 commenti     di: sergio bissoli


Hummus

Alla luce dei fatti appena avvenuti, devo ammettere che Lorenzo, così com'era, cicciottello e con la pancetta che sporgeva da sopra la cintura, nonostante le leggere - quasi impercettibili - smagliature ai lati e la leggera cellulite sulle chiappe che mi sono sempre trattenuta dal fargli notare, alla fine mi piaceva lo stesso.
Non cerco di giustificarmi o nulla del genere, ma mi chiedo solo cosa sarebbe successo se gli avessi evitato la pena di seguita quella cavolo di dieta sperimentale. Forse non sarebbe successo niente, o forse sarebbe solo successo più tardi, chi lo sa...
Anzi, no... La dieta probabilmente non centrava un bel niente: la causa potrebbe essere dovuta a qualcosa nell'aria, oppure nell'acqua; si potrebbe perfino dare la colpa a qualche agente chimico, a qualche conservante o un edulcorante presente negli snack che si comprano al supermercato.
Non ha più importanza.
Mi manca Lorenzo, mi manca da morire e mi manca anche Dostoevskij, in nostro labrador.
Cerco di ricordare, cerco di dare a tutto un punto di partenza. Da qualcosa sarà pur iniziato...

Forse era iniziato due settimane fa, quando Lorenzo aveva cominciato a sgarrare con la dieta.
Facemmo la spesa insieme, come ogni venerdì, e tornati a casa, tanto che toglievo la roba dai sacchetti della spesa, mi trovo tra le mani questa confezione formato gigante di wurstel di suino.
Persi la calma, e togliendo la confezione dal sacchetto tenendolo con le dita come schifata gli chiedo, urlando:
"E questo che cazzo è?"
Lorenzo mi guarda spaventato e colpevole, con la stessa faccia di un bambino che è stato beccato con dei giornaletti porno o non so cosa e mi fa:
"È il fine settimana. Posso, no?"
Senza far passare un secondo gli urlo ancora:
"No che non puoi. Riesci a prendere qualcosa sul serio per una volta?"
"Non ti sembra di esagerare?"
"Non ti senti un debole?"
Quando mi arrabbio esagero; forse esagero un po' troppo. Ma lui ci teneva a perdere quella pancetta, ci teneva tant

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   1 commenti     di: Rida Wahbi


PAURA DEL BUIO

“Da ragazzo ero appassionato di film horror…” pensava Max percorrendo quella strada periferica e semibuia che saliva verso la collina “Non mi facevano paura… Ma adesso che è morto pure papà mi spaventa l’idea di sentirmi solo… e poi non mi va di tornare a casa dopo tutto questo tempo…”
Una consistente foschia rendeva faticosa la visibilità e tutto sembrava avvolto da un sinistro grigiore che metteva angoscia nell’anima.
“… Spiriti, zombi, serial killer, sangue, ne ero quasi ossessionato, per questo la mia mente si era ammalata, sosteneva ingenuamente mia madre…”
Si fermò. Guardò il foglio di carta che aveva in mano.
Lo informavano del decesso del genitore e che pertanto doveva recarsi a prendere possesso della casa paterna. In un pacchettino gli erano state recapitate anche le chiavi.
La lettera era scritta a penna, ma in stampatello, e questo non gli era sembrato normale, poche parole per dire che a causa di un tumore al cervello il padre aveva smesso di vivere, nient’altro. In calce il timbro di una clinica privata e uno scarabocchio a fare da firma. Strano. Dietro al foglio c’era un appunto “Nella stanza del ragazzo" e più in basso le parole  “Nastro” e “Diario”  il tutto scritto in pessima grafia, ebbe l’impressione che fossero parole scritte nel posto sbagliato, e questo gli sembrava ancora più strano.
Le poche abitazioni che si intravedevano andavano diradandosi sempre più e l’edificio più vicino era il piccolo cimitero, che di sera appariva anonimo e dall’aspetto abbandonato, la cui vista gli aveva evocato la sua gioventù.
“Non so neanche dove lo hanno seppellito…”
Si fermò a guardare le lapidi, i fiori e le croci attraverso il tetro cancello d’ingresso, arrugginito e cadente, chiuso appena con una vecchia catena che avrebbe dovuto sostituire la serratura rotta. Gli sembrava tutto più piccolo, forse perché i suoi ricordi si erano fermati a quando era un bambino e tutte le cose ap

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   0 commenti     di: Mario Mottola


Jack dà passaggi agli sconosciuti

Non sapeva il suo nome, ne l'età, ne tanto meno la nazionalità, ma su una cosa era più che certo: quella merdosa troia senza denti cavalcava come se avesse venti anni di meno.
Lui la incontrava, o meglio, caricava sul tratto di strada che collega Roccapena a Fonte, quel tratto di strada lungo circa due kilometri della zona industriale di Roccapena, dove a tutte le ore ( o quasi ) ci trovavi di tutto: dalle ventenni da urlo ai trans con la barba.
Daniele Fesi, che al suo paese, e in fabbrica veniva chiamato jack ( jack stava per jack lo squartatore, per via della brutalità e la forza di Daniele quando faceva a cazzotti con qualche malcapitato) non era un tipo molto esigente, del resto, stava sulla quarantina, cominciava a perdere qualche capello ( la calvizia era una dote di famiglia ereditata di padre in figlio nel corso delle generazioni) e cominciava a mostrare peli bianchi sulla barba, rughe, e una pancia non indifferente. D'altro canto, le donne che frequentava Daniele, erano altrettanto prive di pretese, visto che erano tutte donne che per fartele dovevi pagarle.
La rumena che si caricava due o tre volte al mese ''lavorava'' a un centinaio di metri dalla fabbrica dove jack lavorava ed era mezza sdentata perché probabilmente era una tossica. Non che fosse una brutta donna, anzi, se lei e Jack si fossero conosciuti in qualsiasi altra circostanza lei non ci sarebbe andata nemmeno se fosse stato l'ultimissimo uomo sulla terra e non tanto perché fosse brutto, ma quanto perché era un vero e proprio animale. Era un uomo nerboruto e massiccio, con la forza tipica di chi lavora con le mani e la forza delle braccia, e a volte era violento, molto.
Quella sera di Ottobre dopo aver soddisfatto i suoi bisogni con la prostituta, verso le undici di sera, dopo il turno pomeridiano, ripartì per tornare a Roccapena per farsi un paio di birre, forse uno spinello e forse, se ne aveva voglia, dare una bottarella anche a sua moglie ( già, aveva una moglie).

Finito i

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   0 commenti     di: luca


Lucy la strega

Conoscevo Lucy fin da bambina. Suo fratello era mio amico ed un giorno mi portò a casa sua per vedere un quaderno di francobolli.
In quella occasione conobbi Lucy. Era magra e pallida. Aveva un vestito bianco sporco e mi guardava seria senza parlare.
In seguito l'ho rivista altre volte. La madre morì alcolizzata. Suo fratello si sposò e andò via.
Lucy è rimasta a vivere da sola. In paese alcuni dicono che si prostituisce, altri dicono che possiede la seconda vista e fa gli scongiuri.
Mentre mi avvicino alla sua abitazione sento un brivido corrermi per il corpo. La casa di mattoni ha colori rossastri nel sole di ottobre. Un albero di giuggiole quasi spoglio sta alla sinistra. Sull'aia ci sono gatti, botti, foglie secche. Mi avvicino alla porta e chiamo:
"Lucy, sono io..."
"Vieni dentro. Ti aspettavo..."
In cucina mi offre un bicchiere di acqua zuccherata con la barbabietola. Le disgrazie che abbiamo avuto nelle nostre vite ci permettono di comprenderci subito. Le racconto cosa mi è capitato, le avversità di questi ultimi anni, le scelte sfortunate e parlandone mi sembra di cercare una spiegazione del male nella vita.
Lucy mi guarda con i suoi verdi occhi gelidi. Va a prendere uno specchio, lo posa sul tavolo e torna a sedersi accanto a me.
Nella stanza in penombra Lucy incomincia a guardare dentro allo specchio. Il volto è pallido e scavato. I suoi capelli le ricadono intorno come una pioggia viva.
"Vedo un fumo grigio... immagini... Tutta una vita... Una vecchia... Una casa..."
Fa un lungo sospiro e alza gli occhi verso di me:
"Per adesso ho finito. La prossima volta portami qualcosa che appartiene intimamente alla tua casa."
La sera d'autunno è umida e fredda e la luna sembra di cristallo. Nella mia tasca, avvolto in un foglio di carta ho un pezzetto di intonaco che ho staccato dalla parete. Sto tornando da Lucy ma non so cosa pensare dei suoi discorsi. Forse è tutto irrealtà e follia. Un gruppo di ubriachi cantano una canzone senza senso ne

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   4 commenti     di: sergio bissoli


Spettri di carne

Ne sono ormai circondata. Sono ovunque, non posso più resistere alla vista dei lori ghigni macabri e spenti di ogni emozione che sia di questa Terra.
A questo punto non mi resta altro da fare, se non pensare che è tutto un incubo. Che mi sveglierò. Che mi ritroverò con i capelli incollati alla fronte sudata, col cuore che sembra scoppiare dal petto, ma consapevole di essere lontana da ogni pericoloso incubo, dalla paura che temo di avere ogni qualvolta mi si ripresentano. Loro mi parlano, mi scrutano, mi avvinghiano, mi toccano, mi odono. Loro sono tutto quello che una normale anima rifugge, disperatamente cerca di non conoscere mai nella vita.
Loro sono l'orrore.
Sto scrivendo queste parole con mano tremante e malferma, sudando come una fontana, mentre la penna quasi mi scivola dalle mani.
Potrei morire, lo sento. Sento l'alito gelido e forte della Morte sulla mia pelle. Potrei sprofondare nell'oblio, ma è fondamentale per me che nessuno possa dimenticare quello che sto provando. Un giorno qualcuno comprenderà.
Sono rinchiusa nel bagno di casa mia, loro mi hanno raggiunta pure fin dentro la mia dimora, che fino a poche ore fa era il luogo nel quale poter rifugiarmi da loro, sicura che in questa prigione d'oro avrei potuto trovare solo riposo e sicurezza. Ero sicura che non avrebbero potuto intaccare la mia già vacillante salute mentale, non qua dentro. Sarò stata evidentemente troppo ottimista, perché adesso hanno trovato anche la mia casa.
Mi perseguitano, mi vogliono morta, vogliono trasmettermi quel potentissimo virus che hanno in corpo, e vogliono farlo uccidendomi.
Ma adesso sto divagando, deve restare una testimonianza, una prova che faccia capire in futuro alla gente, se ce ne sarà in grado di comprendere; che sono savia, che le mie continue paure sono soltanto frutto di oggetti reali.
È cominciato tutto sei mesi fa.
Era una sera d'estate, nell'aria si potevano percepire i dolci odori tipici delle serate estive, e tutto e

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   1 commenti     di: Fabiana Caserra


Alys on Hell (7)

Tre Settembre
La bambina cantò uno strano ritornello quando suo padre entrò nella stanza.
"Il sogno nel sogno mi disse: non sarò il tuo incubo peggiore ma quello che ti Farà più male. Nel sogno al sogno io dissi:
non sarò il tuo risveglio peggiore, ma quello che ti farà svanire...
"Il sogno nel sogno mi disse: non sarò il tuo incubo peggiore ma quello che ti Farà più male. Nel sogno al sogno io dissi:
non sarò il tuo risveglio peggiore, ma quello che ti farà svanire... "
Poi si interruppe.
Jacob la osservò; le prese la mano e la baciò.
"Come stai oggi amore?" Gli chiese.
"Bene! Meglio insomma! Posso tornare a scuola? Domani" Domandò allegra.
Il padre fece un gesto di diniego con il capo.
"Perché no? " Chiese e poi abbassò lo sguardo come chi conosce le sue colpe e non vuole ammetterle.
"Amore! Due giorni fa hai picchiato una tua compagna di classe!"
"Lo so! Papà! Ma lei " Non concluse.
"Non importa! Hai commesso un gesto sbagliato! Inconsiderabile! Le hai rotto il naso!" Disse ammonendola!
"Papà! Tu non capisci!" Alys cercò di scusarsi.
"Allora spiega! Spiegami per bene perché lo hai fatto!" Rimase poi in silenzio.
"Non so se è giusto!" Non so!" Disse la bambina.
"Perché non deve esserlo? Sono tuo padre! A me non puoi dirmelo?"
"Solo che voi; dopo il colloquio con quel amico di mamma pensate che io sia stramba!" Poi sorrise.
"Amore! Noi; io e tua madre abbiamo ascoltato ciò che ci ha detto il dottor Swan; ma non crediamo che tu sia stramba! Oppure posseduta! Come ha detto lui.!" Finì e le diede un altro bacio sulla guancia.
Poi continuò:
"Allora me lo dici perché l'hai picchiata? Lo sai che i tuoi compagni adesso hanno paura di te?"
"Lo so! Prima era diverso!" Rispose.
"Prima di quando?"Chiese Jacob.
"È colpa mia! E" colpa mia!" Alys iniziò a piangere.
Jacob l'abbracciò.
"Va bene! Va bene! Non voglio che tu pianga! Non importa! Se non mi vuoi dire il motiv

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   1 commenti     di: Dark Angel



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