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Racconti horror

Pagine: 1234... ultimatutte

Gli occhi di Damien

C'era qualcosa di sensuale nei suoi modi, nelle movenze... nel suo sguardo.
Era un piacere vederlo all'opera.
Damien era il surplus della bellezza decadente; Pallido, alto e magrissimo, capace di incantare, di lasciare senza fiato. Forse questo mi fece perdere la testa.
Seguii parecchie sue mostre; forse rassegnato, accettò di prendere un caffé con me.
"Grazie per aver accettato l'invito signor Bloom, sa, la seguo da un po' di tempo e mi ha davvero colpito la sua opera. Non vedevo l'ora di complimentarmi di persona con lei, ecco perché ho insistito tanto in questi mesi. Ah, e poi volevo il suo parere su...". Cominciammo a frequentarci sempre più spesso, trovò interessanti i miei manoscritti. Così ebbe inizio la nostra storia, la nostra meravigliosa storia...
Eravamo liberi amanti; per un periodo esistemmo insieme, nella sua spartana soffitta dalle pareti color porpora.
Passavamo le giornate sul gran letto al centro della stanza, e mentre io leggevo, lui traeva ispirazione per sempre nuove tele: divenni la sua musa, o almeno, una delle tante...
Formammo un idillio, o meglio lo creai da sola, me ne innamorai perdutamente, e fu questo a rovinare tutto. Cominciai a provare una tremenda gioia nel dormire al suo fianco, nel sentirne il respiro, caldo, sul mio collo.
Tutto quello che desideravo era poter essere amata da quell'angelo. Avrei fatto qualsiasi cosa per lui.

Quell'angelo che, anche nella stessa casa, è sempre stato da me lontano...
Mi ero illusa di poter tenere in gabbia un essere alato...

Non sopportavo più il profumo femminile nei suoi lunghi capelli, o i graffi non miei sulla sua bianca schiena...
Litigammo al punto di interrompere la nostra convivenza; non ci vedemmo per lungo tempo, ma dai suoi occhi non seppi distaccarmi.
Misi il mio vestito più bello, che tanto gli piaceva, raccolsi i capelli e mi cosparsi la pelle d'assenzio.
Convinta che non avrebbe potuto resistermi mi diressi da lui senza avvertire. Egli era impegna

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La donna del lago -fine-

Ero ancora immerso nell'acqua non avevo aria, l'ultimo sforzo per risalire su è stato letale, devo aver perso coscienza e... appena prima di perdere i sensi ho visto una stanza, buia, fredda mi ha percorso una brivido.
Mi sono risvegliato a riva, tutto inzuppato, mi sentivo uno sciocco. Sono tornato alla casa di mia nonna con l'immagine in testa di quella visione: la stanza era trasandata mi dava l'idea di una cantina riaggiustata. Ero certo si trovasse in quella casa e mi sono messo alla sua ricerca. L'unica cantina che c'era, era quella che conoscevo già. Sono uscito fuori ed ho osservato la casa in ogni sua angolazione; poi un sospetto, la cantina era più piccola rispetto alle fondamenta. Che ci fosse stata un'altra cantina con un'entrata diversa? Ho percorso tutto il perimetro, niente! Sul retro solo la porta finestra della camera di mio padre, sono entrato dentro ed ho osservato la stanza: uguale a come me la ricordavo. Ero stanco, i pensieri non mi abbandonavano, mi sono sdraiato sul letto e devo essermi addormentato.

Ho avuto un incubo. All'inizio era lo stesso: io nell'acqua a nuotare e lo scheletro di una mano che mi afferrava la caviglia. Io mi dibattevo per liberarmi ma le ossa erano una morsa micidiale, mi tiravano giù, sempre più giù sembrava che il lago non avesse fondo. Poi mi sono ritrovato legato ed imbavagliato ad un letto, era tutto buio intorno a me; la stanza era umida ed avevo freddo. Avevo paura e mi sentivo impotente.
Ho sentito una mano che mi sfiorava una guancia e l'ho vista! Era lei, la ragazza scomparsa che mi sorrideva.
Mi ha indicato un punto nella parete, poi è scomparsa e mi sono svegliato.
Ero più stanco di prima ma dovevo porre fine a questa storia. C'era un passaggio, doveva esserci un passaggio. Ho rovistato la stanza, le pareti, ho spostato i mobili ed infine il letto. Finalmente! Proprio sotto al letto c'era una botola! Ho avuto la sensazione che mia nonna non abbia mai saputo dell'esistenza di questa botola. L'

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   11 commenti     di: Paola B. R.


Infection - Parte 2

Passarono all'incirca 10 minuti, quando i tre infetti si alzarono e si guardarono intorno, era come se stessero annusando qualcosa
pensai subito che avessero capito che ero lì, in quel momento ero agitato e non sapevo cosa fare
ero del tutto vulnerabile alla loro potenza, ma ad un tratto gridarono, come se stessero morendo
e subito dopo si misero a scappare tutti e tre nella stessa direzione, scomparendo nell'ombra.
Aspettai per 5 minuti e poi mi alzai lentamente, guardandomi intorno, in caso erano nei paraggi, ma non c'era nessuno
così mi misi lo zaino sulle spalle e continuai a camminare lentamente tra gli alberi.
C'era qualcosa di strano in tutto questo, mi sentivo in pericolo, come se qualcosa dovesse accadere
e mentre camminavo, vidi un'auto, ma siccome era buio e non si vedeva praticamente nulla
mi abbassai e mi avvicinai con tutta calma, mentre mi guardavo intorno e notai fin da subito
che c'era molto sangue, anzi moltissimo, ed era fresco ma non c'era nessun cadavere
e sapendo questo mi agitai e cercai di rimanere calmo, mentre la paura mi stava assalendo.
Lentamente indietreggiai, e mentre lo facevo urtai col piede destro su qualcosa
mi girai di scatto e vidi il cadavere di un uomo che copriva tra le braccia una bambina.
Rimasi li per pochi secondi, senza parole, era una scena davvero orribile, davvero triste
ma notai che non erano morti per causa degli infetti, ma erano stati picchiati a sangue, quale mostro poteva fare tutto ciò?!
picchiare una bambina.
Forse l'uomo accanto a lei che copriva tra le braccia la bambina era sua padre?! credo proprio di si
non potevo lontanamente immaginare il dolore che a provato suo padre, non riuscendo a difenderla
l'impotenza di non riuscire a fare niente per la sua bambina
nessun padre al mondo vorrebbe vedere sua figlia morire in questo modo.
Ma il mondo in cui viviamo ora, sopravvive solo il più forte, non c'è spazio per i deboli
chissà quante famiglie sono morte nello stesso modo, quante vit

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   0 commenti     di: .:Spartacus:.


Ritorno a casa

"Proprio un bel film" dichiarò Paolo
"Ne ho visti di migliori" commentò di rimando Chiara
"Sei sempre polemica" disse, scherzando Paolo
"Dovresti saperlo, mi hai sposato!" ribatté Chiara, infilando le chiavi nella serratura della porta di casa.
L'abitazione dei coniugi era un prefabbricato di due piani con un giardinetto sul retro pronto ad accogliere un bambino che Paolo e Chiara non avevano mai avuto.
"Che freddo!" disse Chiara entrando nell'ingresso di casa "Non hai chiuso tutte le finestre?"
"Mi sembrava di averlo fatto" disse sorpreso Paolo "in ogni caso il freddo viene da sopra. Vado a controllare". Mentre si toglieva il cappotto, Paolo salì le scale dirigendosi al piano superiore alla ricerca dell'origine di quell'ondata di freddo che invadeva la casa simile ai corpi dei suoi clienti; il medico legale era pur sempre un lavoro ben retribuito.
Il freddo risultò provenire dalla finestra della camera da letto, Paolo doveva aver dimenticato di chiuderla nella fretta di uscire.
Chiusa la finestra Paolo si accorse che nella parte inferiore dello stipite si scorgevano dei segni come di graffi che non ricordava, ma non diede loro importanza: doveva essersi "fatto le unghie" il gatto dei vicini.



Chiara, aveva posto il bollitore dell'acqua sul fuoco per preparare una tisana come d'abitudine
"Deve essere entrato di nuovo il gatto dei vicini" dichiarò Paolo, scendendo le scale
"Lo cercheremo domani" rispose Chiara accendendo il televisore.
Alla televisione stavano reclamizzando una ditta di pompe funebri
"Avanti il prossimo" e Chiara preferì spegnere l'apparecchio per parlare con Paolo
"Non te l'ho chiesto a cena ma... come va il caso dei morti squartati?" chiese Chiara con dolcezza, per quanto se ne possa avere per un argomento del genere.
"Sappiamo che l'assassino usa soltanto coltelli lunghi 50 centimetri e che asporta gli organi dopo l'uccisione delle vittime" rispose Paolo con naturalezza
"... E avete una pista?" insistette la moglie

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Il volo dell'angelo indemoniato

Lo sceriffo Steve Burke fece un tiro dalla sua sigaretta, sentendo le guance stringersi per poi tornare ad arrotondargli il volto dopo avere soffiato fuori il fumo dall'angolo destro della bocca. Ebbene sì, quel martedì mattina avrebbe fatto meglio a non fare colazione, le fette biscottate che usualmente mangiava alle otto, prima di entrare in servizio, gli stavano dando il voltastomaco.
Guardare da quel precipizio e identificare quella che fino a poco prima gli era sembrata una banale macchia scura spiaccicata su un grosso masso in riva al mare, lo tormentava facendogli salire un puzzo nauseante dallo stomaco. Adesso, fermo sul ciglio della scogliera, pensava alla ragazza che si era buttata di sotto, Karin Evans.

La ragazza modello, la prima della classe, la vincitrice del ballo scolastico per due anni consecutivi, si era tolta la vita, e di lei, adesso, non rimaneva altro che il corpo brutalmente districato sul masso a più di sessanta metri più in basso da dove si trovava lo sceriffo.
Come formiche, alcuni agenti della scientifica bazzicavano attorno al corpo della giovane alla ricerca di una spiegazione, oppure di un qualsiasi indizio che avesse potuto metterli sulla buona strada.
Ma lo sceriffo Burke sapeva già che cos'era accaduto, e adesso, dopo che una folata di vento gli accarezzò la testa pelata facendolo rabbrividire, si strinse nella divisa color beige. Poco prima, il vicesceriffo Martin Rogers, era accorso spiegando che gli avambracci e la mandibola superiore si erano distaccati dal corpo a causa del forte impatto, schizzando a diversi metri di distanza; ecco spiegato il motivo della nausea.

Durante i suoi venticinque anni di servizio, aveva visto molti casi orribili, e pertanto il suo fiuto si era sviluppato in maniera tale da essere abbastanza efficace. Quello era un caso di suicidio, tutto qua.
Arricciò il naso e voltandosi, notò le gocce di sangue irregolari che tracciavano una traiettoria rettilinea, per poi fermarsi sul cigli

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   2 commenti     di: cesare massaini


Viaggio allucinato

Un giorno mi stavo avventurando per la sassosa mulattiera della montagna sopra il mio paese. Benchè fosse ancora settembre l'aria era frizzante, tirava una brezza continua  e freschissima; e le nuvole si rincorrevano accarezzandomi con la loro ombra. Pensavo a tutti gli animali che non avevo mai visto di persona e che avrei voluto incontrare nel bosco. Pensavo ai lupi, alle linci, agli orsi, agli astori, agli sparvieri. Ma pensavo anche al gufo reale e al succiacapre. Chissà perchè pensavo che se avessi visto quest'ultimo non ne sarei stato abbastanza lieto. Quello strano pennuto aveva un aspetto decisamente inquietante e incontrarlo - cosa rara - mi avrebbe condotto verso una sorte intenzionalmente funesta.
Ad un tratto odo un frusciare di rami e scorgo una grossa sagoma dileguarsi sospesa. Mi sporgo oltre una piccola radura e riesco a scorgere un grosso uccello grigio che prosegue il suo volo senza produrre il minimo fruscio d'ali.
Dev'essere un gufo reale. Provo a seguirlo e mi metto quasi a correre tra gli alberi; senza accorgermi che i cerri hanno ceduto il posto a pini neri. I miei occhi non scorgono + il minimo movimento tra i rami alti. Ad un tratto però odo un ululato profondo e breve: dev'essere lui.
Seguo la fonte di quel richiamo e mi fa piacere sentirmi su un percorso ben definio. Tante di quelle volte mi ero irritato del fatto che un suono abbastanza vicino non mi rivelasse la direzione esatta da cui proveniva. Il tempo sembrava svanire sotto lo scricchiolare di rametti e foglie secche che i miei passi sempre più rapidi alternavano a mo' di pendola.
Giunto presso una radura mi sono fermato a riprendere fiato e solo allora ho notato quanto si fosse fatto scuro e quanto poco familiare fosse ormai la boscaglia. Ero decisamente oltre i confini dell'area che sin da piccolo frequentavo con mio padre.
La luce che il cielo coperto proiettava sul bosco era di uno spettrale grigio perla e mi pareva quasi di essere in uno di quei videogiochi

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Un cielo diverso

Giorno1.
Fortunatamente ho trovato questo quaderno nella baita in cui ci siamo rifugiati, almeno potrò raccontare l'incubo che si è abbattuto sul mondo.
Cominciamo dall'inizio, sono Daniele, architetto, anche se non so quanto conti la mia professione ora che scrivo e quando qualcuno leggerà questo "diario".
Quando la "fine" è iniziata ero con Luca e Carlo nella jeep sulla strada sterrata, volevamo fare una settimana in montagna a cacciare... allora eravamo insieme e felici.
La mattina era iniziata normalmente, ci eravamo riuniti sotto casa di Carlo, avremmo fatto il viaggio con la sua jeep, l'unica adatta per arrivare a destinazione. Caricammo armi, birre e qualche panino, le scorte per la settimana le avremmo prese allo spaccio del paese vicino alla baita.
Il viaggio fu divertente e tranquillo per tutta la sua durata non successe nulla e arrivammo in orario al paese.
Scendemmo e ci dirigemmo allo spaccio, li prendemmo viveri e qualche rivista per trascorrere il tempo, in quel momento tutto stava accadendo...
Lo spaccio era provvisto di un televisore sopra la cassa dove scorrevano le notizie del momento e molte persone si erano fermate ad osservarlo rapite da qualche servizio sconvolgente, incuriositi prestammo attenzione al notiziario: il mezzo busto del giornalista riempiva lo schermo mentre affermava che il cielo stava diventando rosso e questa tonalità si propagava a macchia d'olio e successivamente al cambiamento i segnali elettrici si interrompevano tagliando fuori dal mondo le zone coperte dallo strano fenomeno.
Luca, il più pragmatico dei tre, disse ad alta voce che sicuramente era il trailer di qualche film, che per attirare l'attenzione lo passavano per una notizia vera, le persone erano comunque spaventate ma lui sorridendo pagò il conto e uscì mentre io ero rapito da queste notizie alquanto inquietanti a cui avrei dovuto dare attenzione...
Caricammo la spesa sulla macchina e ripartimmo, Luca e Carlo sul sedile anteriore e io dietro di

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