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Racconti horror

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Una famiglia unita

L’ affetto di un genitore può essere un'arma a doppio taglio: può farti sentire protetto, ma può anche tenerti prigioniero in una gabbia dalle sbarre invisibili.
Laura lo sapeva bene. Ci era cresciuta lì dentro. Ed ogni giorno sentiva quella prigione incorporea diventare sempre più piccola e soffocante, toglierle l'aria per respirare. Aveva deciso di scappare, di partire, di trovare la serratura di quella cella mentale. La chiave era andarsene, lontano dai suoi, da quel paese asfittico dove era cresciuta, desiderando soltanto lasciarsi indietro quella sensazione insopportabile di soffocamento che la stava facendo diventare pazza.
Credeva di potercela fare, di poter guardare la preoccupazione di suo padre continuare a crescere e gli occhi di sua madre riempirsi di lacrime. Quello sguardo umido e patetico che tante volte aveva significato rinunce forzate e brucianti rimpianti. Poi però la crisi di sua madre l'aveva bloccata, come un paio di manette ai polsi. I suoi singhiozzi erano risuonati per tutta la casa, le sue preghiere, le sue suppliche. insopportabilmente melense, eppure dolorose. Era crollata; non poteva, non ci riusciva. I suoi la coccolarono e viziarono: le dissero che non c'era nulla di male ad essere deboli. Lei aveva bisogno dei suoi genitori; ne avrebbe avuto bisogno per sempre.
Sola nella sua stanza, Laura non riusciva più a controllare quella sensazione di avere una mano stretta intorno alla gola che la stava soffocando. Doveva fare qualcosa, doveva liberarsi prima che fosse troppo tardi. Loro si sarebbero occupati di lei all'infinito, uccidendola col loro amore.
Li uccise lei prima di fare quella fine: una scala ripida, la cantina buia. caddero l'uno addosso all'altro con un tonfo sordo sul pavimento in terra battuta. Era libera. Respirava finalmente. Chiuse a chiave la porta della cantina e andò a dormire; tutte quelle emozioni l'avevano spossata. Si addormentò subito, ma si svegliò di soprassalto dopo alcune ore: le era par

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Notturno di luna (parte I)

1

C'era una luna enorme, mostruosa nella limpidezza, che illuminava ogni cosa con una luce talmente spettrale da far preferire il buio.
La città alle quattro del mattino è un posto strano, circola pochissima gente, è troppo presto per andare a lavorare ed è troppo tardi per i nottambuli da bar, ormai tutti chiusi da ore; le telecamere di Luca sono puntate su vari punti del centro della città, ce ne sono otto e le inquadrature le manda in onda una televisione locale, il programma si chiama telecamere sulla città e va in onda tutte le notti dall'una circa fino alle cinque del mattino.
Le immagini passano da una all'altra telecamera soffermandosi pochi istanti tra un'inquadratura e l'altra della città addormentata, si vedono poche auto che corrono sul nastro nero dell'asfalto e scarsissimi pedoni che transitano in fretta verso la loro ignota destinazione.
Luca segue lo scorrere ipnotico delle immagini con scarsissimo interesse, è dall'una che sorveglia le immagini, ha visto il traffico della tarda sera scemare fin diventare quasi nullo e, per esperienza, sa che un nuovo aumento dell'attività ci sarà verso le cinque, poi man mano crescerà di minuto in minuto fino all'ingorgo delle sette, ma alle quattro non c'è nessuno, la città sembra fuoriuscita da un film sugli effetti di una bomba atomica, sotto la luce di quella luna mette i brividi.
Questo lavoro a Luca non piace, ha accettato la proposta per finire di pagarsi gli studi e perché essendo in notturna gli permette di frequentare l'università e contemporaneamente di farsi un'esperienza in un network locale e conoscere gente che in futuro poteva essergli utile per gli sviluppi della sua carriera; invece si passava le notti da solo, a guardare la città addormentata senza niente da fare, certo, rimaneva il compenso, però lui sperava di imparare qualcosa...
L'atmosfera della stanza è tranquilla, Luca è seduto su una comoda poltroncina con lo schienale imbottito ed i piedi sulla scrivania, di fro

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   1 commenti     di: Alessio Cosso


Morto di giornata

Io detesto la solitudine!
È uno status che mi annienta e demotiva.
Per fortuna che ho compagnia a cui esternare i miei pensieri, che per altro sono bellissimi e sarebbe sacrilego lasciarli chiusi nella mia mente.
Sono un affabulatore, parlerei per ore ed ore, raccontando storie e disegnando mondi con il puro Verbo, cosa che faccio con convinzione.
Ehi! Un colpo di mortaio è caduto a poche decine di metri, boato e polvere.
- Hai visto amico! È mancato poco... bastardi!-
Mi guarda con intensità.
Un altro colpo di mortaio un po' più distante, alcune raffiche di mitraglia, lampi arancioni nel grigio.
- Caro mio, si avvicina un nuovo attacco, dopo, se ci sarà un dopo, ti racconterò di luoghi senza geografia, dove domina l'azzurro e il profumo di sale, di splendide donne eburnee, di orchidee sensuali e carnivore, di pesci volanti vermigli...-
Annuisce sotto la vibrazione delle esplosioni.
Un olezzo molesto tormenta le mie narici, decisamente insopportabile.
Cazzo sono passati sette giorni.
Guardo fuori dalla trincea.
Che fortuna!
Prendo la mira con calma, inquadro il torace del soldato nemico.
Magnifico! Al primo colpo, sono un asso!
- Caro mio dobbiamo separarci. -
La sua espressione è piegata in basso, i tessuti non tengono più, sembra dispiaciuto.
Lo avvolgo in un telo mimetico con un po' di disgusto e dispiacere.
Lo porto fuori dalla trincea incurante dei colpi e degli scoppi, lo metto con gli altri nella buca dove c'era Rossi.
Corro con entusiasmo a prendere il soldato nemico che ho centrato.
Mi sparano di tutto ma non posso esimermi.
Lo prendo e lo trascino nella mia trincea, lo accomodo e gli infilo una sigaretta tra le labbra.
- Allora carissimo saremo amici per un po' mettiti comodo, io sono un grande novelliere non ti annoierai, sei fortunato. -
Là fuori bagliori e io mi immagino i fuochi d'Agosto sulle spiagge e m'invento una storia:
- Una piccola conchiglia sul bagnasciuga...-



Ciò che è occulto

Quell'inverno ci recammo in una villa nell'isola di Ischia, arroccata su una roccia abbastanza appartata. La dimora era proprietà dello psichiatra Valerio Murro, che la usava come luogo di villeggiatura e, come in questo caso, per trovare solitudine e poter studiare fenomeni psichici, al quale aveva dato molte risposte. Utilizzava un farmaco di sua invenzione che provocava una forma di ipnosi, in cui il paziente riusciva a individuare, non solo i traumi scacciati dalla memoria, ma le energie psichiche rimaste bloccate durante la vita (dall'educazione, dall'ambiente) e fatte riemergere.
In quel mese di gennaio arrivammo in quella casa con un paziente schizofrenico di nome Mauro. Aveva quarant' anni e l'aspetto ancora giovanile. Era riuscito con il metodo del dottor Murro a superare in parte le barriere e il terrore che lo tenevano lontano dalla altra gente. Però la guarigione totale non era avvenuta: Mauro aveva deliri, allucinazioni e l'insicurezza che lo tenevano ancora in scacco.
Prima della discesa che porta al borgo Sant'Angelo, prendemmo un breve sentiero che ci condusse alla villa, di colore bianco, nel più classico stile delle costruzioni di Ischia. Dopo essere entrati, nel salone, vidi subito appesa al muro una foto di Sigmund Freud; e ce n'erano altre: vecchi dagherrotipi raffiguranti personaggi del passato. Una scala portava al piano di sopra, dove c'erano le camere da letto. Ma la parte straordinaria della casa era un corridoio scavato nella roccia al pian terreno: una grotta che portava in una stanza dove si trovava lo studio del geniale dottor Murro. La stanza era scavata nella pietra, calda in inverno e fresca in estate. Aveva una grande finestra ad arco scolpita nella roccia di tufo; vicino c'era un grosso divano e l'arredamento antico. Il mare che si infrangeva sugli scogli sotto la villa era particolarmente verde, per via della acque termali, caratteristiche dell'isola.
I domestici sistemarono le nostre cose e noi ci recammo nel salone per

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Quando il buio

Dietro la facciata di uomo per bene, Valfredo celava la sua seconda vita di killer professionista. Tuttavia quella notte una presenza aveva scosso le sue certezze, facendole cadere come foglie d'autunno.
Adesso, tra le mura di casa ripensava a quella figura vestita di nero con un cappello a falda larga e rigida. Gli si era presentata nel parcheggio sotterraneo, dove attendeva il socio della vittima. Era apparsa come un fantasma, il volto della figura era completamente ingoiato dall'ombra della larga tesa; nondimeno il suo sguardo buio posato su di sé lo aveva fatto sussultare. La figura in nero si era poi dileguata, lasciando dietro di sé un lezzo nauseabondo.
Valfredo aveva ripreso a respirare e la sua mente si era sforzata di elaborare l'incontro come uno scherzo procuratogli dalla tensione, benché non potesse negare a se stesso che le sue narici erano pregne del puzzo della morte.
Doveva eliminare un ricco imprenditore legato al narcotraffico. Inoltre il "contratto" prevedeva che l'omicidio ricadesse sulla testa del socio della stessa vittima.
Appena il socio uscì dall'ascensore Valfredo scalzò dalla mente ogni indugio e lasciò riaffiorare l'istinto del predatore. Neutralizzò l'uomo con un potente narcotico, poi lo caricò nel vano bagagli della bmw, negandogli così qualsiasi alibi per quella notte.
Raggiunto un luogo sicuro, Valfredo prelevò dal corpo privo di sensi fibre di tessuto, dei capelli e piccoli frammenti di pelle raschiati dalla gola simulando un graffio. In tal modo aveva materiale per inquinare la scena del crimine. Completò l'opera indossando il cappotto e le scarpe del socio, poi attese.
Il disco argenteo della luna fu oscurato da nubi dense e lente come un corteo funebre. Quando Valfredo raggiunse la villa della sua vittima i primi lampi graffiarono il cielo.
Eludere l'antiquato sistema d'allarme era stato per lui un gioco da ragazzi, aveva anche tolto l'energia elettrica a tutta l'abitazione. Lasciò spalancata la porta finestra

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   1 commenti     di: Gino


Zucche

"Vieni a vedere, vieni a vedere che cosa ho trovato... Stamattina sono andato nel campo delle zucche e mi sono spaventato. Vieni, vieni a vedere anche tu..." insiste con voce ansante il contadino di nome Angel.
É un umido pomeriggio di fine agosto. Il sole rosso sta per tramontare.
Avanzo nel terreno fangoso seguendo malvolentieri il grasso Angel che cammina dondolandosi. In fondo al sentiero basso si stende la piantagione di zucche. Per terra ci sono enormi pozzanghere e l'aria è satura di umidità.
Camminiamo fra le foglie ruvide di zucche che fanno un rumore di cartaccia spiegazzata.
"Dove andiamo a finire?" chiedo senza interesse.
"Siamo quasi arrivati" sbuffa Angel. "Dovrebbe essere qui, o più avanti... Ecco, là! Guarda."
Due zucche color rosso fuoco, enormi e deformi stanno adagiate tra le foglie.
"Ma ti sembrano zucche queste? É roba da fotografare! É roba da mettere sul giornale..." grida Angel.
"Beh, sì, forse..."
"É roba dell'altro mondo, questa!"
"Beh, adesso non esageriamo..."
Promettendogli di venire con la macchina fotografica ritorno a casa e dimentico l'accaduto.
Un paio di sere dopo, al ritorno dal lavoro, passo davanti alla casa di Angel. Lui è ancora nell'orto e mi chiama agitando il braccio. Scendo dalla bicicletta e lo raggiungo vicino a una aiola di melanzane.
Gli edifici degli essiccatoi mandano un'ombra cupa e fredda. Le distese di meli di fronte sono immerse nella foschia. Ci sono mucchi di pali marciti. Un pagliaio è fradicio di acqua.
Angel sembra fuori di sé stasera:
"Ne ho trovata un'altra, ed è ancora più grossa!"
"Beh, adesso non ho tempo..."
"É mostruosa ti dico! Seguimi!"
Ci incamminiamo ancora per il sentiero in discesa verso la piantagione di zucche. Il cielo è color grigio piombo, eccetto per una macchia rossastra laggiù a ovest. Gli stivali di Angel affondano nel fango e io ho le scarpe tutte bagnate camminando sui ciuffi d'erba.
Quando arriviamo in vista della piantagione di zucche Angel si fer

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   4 commenti     di: sergio bissoli


Il Diario

Prologo

I fatti che sto per narrare dovrebbero essere accaduti circa tre anni or sono; uso il condizionale, perché oramai non sono più certo di nulla: sono stato in cura presso svariati dottori, ho seguito terapie, assunto psicofarmaci, eppure nulla è servito. Potessi, ricorrerei volentieri all’elettroshock, con la speranza di dimenticare l’incubo da me vissuto, o, in alternativa, morire e porre fine ai miei dubbi, alle mie ansie, alla mia paura.
Sicuramente vi chiederete cosa potrà mai essermi successo di tanto scabroso, perciò mettetevi comodi, perché ciò che sto per narrare potrà sconvolgervi; e dovrete ritenervi fortunati, perché se a voi verrà un brivido lungo la schiena, pensate a cosa devo aver provato, essendo io stesso il protagonista di questa maledizione.

Capitolo 1

Il turno serale era sempre stata una scocciatura, e puntualmente io ed i miei colleghi tiravamo a sorte per evitarlo in ogni maniera; non so se fosse per il fastidio delle luci al neon on contrasto col buio fuori o forse perché a quell’ora chi restava sapeva di essere solo nel seminterrato, con la sola presenza del guardiano al piano terra.
Non era certo di conforto lavorare di sera, per via del nostro lavoro; ma si sa, la morte arriva a qualsiasi ora, spesso senza neanche bussare.
Ovviamente, quella sera toccò a me; che sia stata sfortuna, destino o semplice casualità, non lo so, ma so che odio qualsiasi cosa abbia deciso quella serie di avvenimenti che mi sconvolsero.
Ero arrivato all’obitorio alle otto meno un quarto di sera, in leggero anticipo rispetto al mio turno; stranamente ero di buon umore, e congedai Watson, che mi fu grato di averlo sostituito prima. Diedi un’occhiata al tabellone vicino all’armadio dei vari prodotti conservanti per le salme: erano in programma due cadaveri, uno da preparare per la mattina, l’altro solo da inserire in stato conservativo, siccome il funerale era ancora da stabilirsi.
Preparai la valigetta con gli attrezzi

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   2 commenti     di: Matteo Bonino



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