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Racconti horror

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L' incontrollata evoluzione

"In effetti Generale, non la riconosco piu'. Si è trasformato in un coccodrillo gigante. Ma cosa le è successo?"
"Che non si dica in giro, effettivamente sono di una famiglia di coccodrilli giganti che si trasformano talvolta in politici di alto rango, in generali, appunto, come questa volta, o banchieri, stilisti di alta moda, insomma noi siamo l' élite degli "illuminati cattivi" e siamo qui per dare il colpo finale!"
"Mi scusi eh, sono soldato semplice da circa un anno in questo reggimento. Sono di guardia qui a V. a questi aerei supersonici senza pilota, e ieri sera un mio commilitone italo-statunitense, mi ha dato una strana droga in pasticca che usavano anche in missione in A. , quando stanchi, non ne potevno più lui e i suoi compagni di battaglia inutile e incomprensibilmente crudele, di sparare contro bersagli ombre, e rapire bambini, stuprare donne inermi. Mi ha raccontato cose inenarrabili, da incubo, si dice combattessero anche tra di loro ormai in presa a un delirio di eccessi, mal gestiti da chi li comandava o forse... lo facevate apposta?! In modo da poter sfogare tutta l' artiglieria di cui è dotato il vostro arsenale, per scatenare paura, come è sempre successo dall' otttocento ad oggi! Ah! Ma mi avete dato un morso! Ah! Ehi, maledizione che dolore. Mi state mangiando il braccio maledettisimo bestione, ah!"
" Si, figliolo. Come dicevo siamo su tutta la superficie terrestre per dare il colpo finale!"
"Per l' amor di Dio! Ah! Certo, voi generale, non siete un'essere umano, e la droga che ho assunto finalmente mi permette di connettermi sulle Vostre stesse vibrazioni! Maledetto tu e tutti quelli della tua razza maledetta, Ah!"


" Si figliolo, hai capito la verita' e noi non possiamo permettere, che tu divulghi la verita', capisci? Noi dobbiamo compiere l' atto finale di dominio assoluto su questo miniuscolo pianeta chiamato Terrra. Hai sangue buono." Mastica le ossa del soldato, in modo orripilane e orribile con anima

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   5 commenti     di: Raffaele Arena


L'albero stregato

Esco dalla stazione e decido di raggiungere a piedi la casa dei miei parenti. Una passeggiata mi farà dimenticare la noia del viaggio in treno e recupererò l'appetito. Sono quattro anni che non passo da queste parti e voglio vedere se questi luoghi hanno conservato il fascino che avevano nella mia giovinezza.
La strada è fiancheggiata da gelsi tozzi, sproporzionati e salici vecchissimi. Nella sera di aprile c'è il profumo dei fiori di salice nell'aria. É un profumo strano che evoca pensieri, ricordi di anni passati.
Le catapecchie del villaggio che mi sono lasciato alle spalle appaiono nere contro il cielo rosso. Devo raggiungere il prossimo villaggio, del quale intravedo a volte il campanile, prima che faccia buio.
Il tempo si va guastando. Nubi scure come vapori si alzano in fondo alla lunga strada. Uno stormo di cornacchie si levano sopra di me cantando "rain, rain, rain".
Arrivo a una casa diroccata. C'è un bivio e sono un po' incerto sulla strada da seguire. Più in là un uomo curvo, con gli stivali, sta mettendo delle lumache dentro un sacco.
"Sono buone, vero?" gli chiedo.
L'uomo alza la testa: "É un cibo indigesto."
"É questa la strada per Boschi?"
"Tutte e due portano là..."
"Allora questa è la più corta" concludo muovendo alcuni passi, ma mi arresto subito dopo sentendo il resto delle sue parole: "ma se fossi in lei non passerei per quella strada..."
"Perché? Se devo andare a Boschi che è a est e questa strada va verso est non capisco perché devo prendere un giro più lungo visto che sta per piovere."
"Perché di là si va dritti all'albero del diavolo."
"Che cosa? Ah... adesso capisco."
Probabilmente si riferisce a uno di quegli alberi dove intorno si facevano i sabba. So che era un'usanza abbastanza comune una volta in queste terre.
"E che cosa aspettano ad abbatterlo allora?" rispondo sorridendo.
"Un contadino in cerca di legna da ardere ha provato a tagliarlo e ha avuto il braccio paralizzato. E alcuni boscaioli hanno surr

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   3 commenti     di: sergio bissoli


Giochi del vento

Una giornata ai primi di aprile a passeggio con un amico d'infanzia.
Il vento gioca nell'erba e fra i capelli. L'aria è dolce e si beve come un vino.
Nei boschetti con la loro accoglienza umida e frusciante si perdono i nostri passi. Per il sentiero incontriamo il vecchio Ector ottantenne che sta avanzando in bicicletta.
"Oh, caro Ector, sono felice di rivedervi..."
"Non ho tempo, non ho tempo" prosegue il vecchietto con gesti della mano. "Le viti, devo finire di potare..."
Il vento stormisce e ci porta frescura, profumi di foglie nuove, di stagni dove l'acqua si increspa in ondine.
Di passaggio diamo un'occhiata alla fornace abbandonata. É tutto deserto: nei camminamenti, dentro le gallerie di cottura e nei fumaioli, il vento ha un sibilo modulato e incessante mentre solleva una polvere scura.
La casetta con i glicini è chiusa. I muri sono abbaglianti e poi cupi al passare delle grosse nubi davanti al sole. Nubi isolate e immense che corrono nel cielo.
Il mio amico dice qualcosa guardandole, ma le sue parole fuggono nel vento.
Passando dalla casa del fabbro entriamo dal portone, con un cenno d'intesa. Il cortile è ingombro di ferraglia, da dove fuoriescono rivoletti rossi di ruggine. Echi di rumori lontani.
"Ehi, Septimus, una parola sola e poi ce ne andiamo."
Si odono colpi di martello al primo piano di una baracca e sbraitare di voci. Finalmente la finestra si spalanca e va a sbattere contro il muro. Escono riverberi e la testa del fabbro sopra il grembiule di cuoio:
"Non ora! No, adesso non ho tempo! Un altro giorno, passate un altro giorno..."
Proseguiamo per il sentiero dei campi dove le margherite occhieggiano bianche tra i fiori gialli dei soffioni. Lungo il fiume dove l'acqua ha brividi vanno a cadere come neve i petali del vicino frutteto.
I meli sono innevati di fiori e la lana bianca dei soffioni si stende sotto di loro. Petali bianchi galleggiano sull'acqua del fiume, rotolano fra l'erba trasportati dalle folate del vento.
Inoltrand

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   7 commenti     di: sergio bissoli


L'eredità (parte 2/2)

Nell'istante in cui i passi cessarono la porta da cui era uscita Silvia poco prima si aprì; Valentina e suo fratello si concentrarono su ciò che sarebbe apparso dietro di essa, ma inaspettatamente videro solo il corridoio deserto.
"Chi è la?" domandò la ragazza trovando persino il coraggio di alzarsi dalla poltroncina. Era terrorizzata e sentiva il cuore stretto in una morsa glaciale, ma una piccola parte di lei l'aveva convinta a muoversi. Max invece sembrava una statua e avrebbe dato qualsiasi cosa per poter scomparire e ritrovarsi nuovamente a casa sua.
Valentina lo ignorò e con lentezza esasperante raggiunse la porta, fermandosi e cercando di captare qualsiasi rumore proveniente dal corridoio, anche il più insignificante.
Un lamento soffocato ma continuo giunse alle sue orecchie e le fece perdere ogni tipo di inibizione. Senza pensarci troppo abbandonò la stanza svoltando a destra lungo il corridoio.
Il corpo di Silvia era disteso a terra a pancia in giù, giusto poco più in là dell'ultimo gradino delle scale e i lamenti provenivano proprio dalla sua bocca.
"Presto Max, vieni ad aiutarmi," esclamò Valentina risvegliandolo dal torpore. "La Giansanti sta male."
"Ma se c'è qualcuno..."
"E saresti tu l'uomo?" lo schernì lei con l'intenzione di colpirlo nell'orgoglio. "Muovi il culo e vieni qui, non c'è nessuno a parte il notaio."
Il tentativo andò a buon fine, Max finalmente la raggiunse e insieme si inginocchiarono accanto alla donna. A prima vista non sembrava aver riportato ferite di alcun tipo e Valentina decise di girarla a pancia in su.
"Ma che cazzo..." esclamò allontanandosi di colpo in preda al disgusto. Il viso che stava osservando non era più quello della Giansanti, non poteva esserlo. La pelle liscia, i lineamenti morbidi e quegli occhi assolutamente stupefacenti non c'erano più, così come il fascino che riuscivano a trasmettere; al loro posto soltanto un volto scheletrico infestato dalle rughe e due occhi grigi, infossati

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La preda

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   2 commenti     di: Mauro Bianco


La cosa sotto il cortile

Ho preso in affitto una casetta a Kalag, situata in un cortile interno. Il prezzo è basso ed è un posto tranquillo.
La sera del mio arrivo, al tramonto, il cielo è livido, percorso da striature gialle che fanno rabbrividire. Da un portone entro in un cortile incassato fra vecchi magazzini, con finestre buie, piene di inferriate.
Le casette sono situate a sinistra. Nella prima abita una famiglia di ortolani con il padre centenario. Nella seconda c'è l'osteria; la terza è la mia e nell'ultima c'è una vecchia sguattera con un figlio deficiente dalla nascita. La vecchia rientra dal lavoro alla sera e suo figlio sta tutto il giorno a un finestrino a guardare fuori e fare smorfie con la bocca.
Nelle giornate senza sole dell'autunno, dalla mia finestra guardo il muro di fronte, sormontato da cocci di bottiglie. È una mattina fredda e grigia. Dal lato opposto c'è la grata della fogna. A sinistra c'è una cantina e dei rottami di ferro: un treppiede arrugginito, catene... C'è anche una porticina che va nel pollaio.
Nei pomeriggi asciutti c'è un po' di animazione. Il cortile viene utilizzato dai clienti dell'osteria per giocare a bocce. Quando il tempo è grigio e umido o quando piove il cortile diventa un pantano.
Alla sera qui chiudono presto, sbarrano porte e finestre come se avessero paura degli spiriti. Meglio così, dormirò più tranquillo.
Invece mi sono sbagliato. Una notte mi sveglio di soprassalto. Qualcuno sta urlando come se lo stessero scannando in qualche stanza.
Sono le due di notte. Si sentono urla bestiali, inframmezzate da parole rabbiose. Mi alzo dal letto e corro a spiare alla finestra. Il vento freddo e pungente mi schiaffeggia il viso. La luna di settembre imbianca il cortile deserto percorso dalle ombre seghettate delle grondaie. Non si vede anima viva. Le urla all'esterno sono attutite. Le foglie accartocciate della vite sotto la finestra frusciano contro il muro.
Il mattino presto, come al solito il vecchio centenario va a spasso n

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   2 commenti     di: sergio bissoli


Il gemello

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   2 commenti     di: Linda Tonello



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