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Racconti horror

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Holly’s Caffè

La pioggia era arrivata prima del previsto quell’autunno, se mai qualcuno a Molde avesse avuto la voglia di mettere il naso fuori dalla porta sicuramente ci avrebbe ripensato. Holly puliva il bancone del suo bar con lo sguardo spento dopo una giornata di affari magri e tempo grigio. Il termostato del condizionatore con uno scatto sordo avvertiva che anche la temperatura stava scendendo sotto la madia di quei giorni e il flusso di aria calda comincio ad avvolgere le spalle e pian piano tutto il corpo di Holly. Ebbe un brivido e alzò lo sguardo verso la finestra che dava direttamente sulla piazza. Tirò su le maniche dalla camicia e continuò a tirare avanti e indietro quello straccio logoro e scuro.
“Tempo da cani” pensò, mentre un’altra tazza, la seconda quella sera cadeva sulle assi del pavimento.
Non era stata proprio una bella giornata, e forse neanche il giorno dopo sarebbe stato buono. Ma a Molde andava così, in estate potevi lavorare con i turisti che affollavano le vie del porto e le bancarelle sui moli, poi dovevi aspettare il Natale per rivedere un po’ di vita in giro.
Tirò lo straccio sopra la macchina del caffè, che avrebbe tanto avuto bisogno di una bella pulita, ma forse ancora non era arrivato il suo momento, c’era il pavimento da lavare, i bicchieri del giorno da asciugare e i frigoriferi da riempire.
In quel momento tutto il locale era deserto, non c’era un unico rumore da ascoltare, fatta eccezione per quel dannato condizionatore.
Continuò a riordinare il suo locale con movimenti che ripeteva da anni ormai e che con il passare del tempo erano diventati automatici, ma infondo amava quel momento, poteva pensare a tutto quello che non aveva avuto, a tutti gli errori commessi, e alla volta in cui aveva perso la verginità proprio dietro a quel bancone.
Sentì aprire la porta mentre puliva la macchina per l’espresso, l’unica cosa che gli mancava da fare.
“Come va amico, asciugati le scarpe”
Lo disse cercando un sorri

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   2 commenti     di: stefano moncini


Sera d'autunno

Un pomeriggio di ottobre avvolto in un tepore nebbioso. Nella luce gialla ci sono solo distese di stoppie sui campi. L'autunno strappa brandelli di anima intorno a me.
Nel cielo chiaro si perde il vapore che esce dai tetti degli essiccatoi. E su questo cielo bianco vado scrivendo i miei pensieri.
Le bacche rosse della dulcamara formano delicate filigrane lungo il fossato. Una ragazza sta appoggiata al parapetto del ponte e guarda l'acqua.
La stradina scende fra alte file di cardi spinosi. Erbe stravaganti crescono dappertutto e un odore acido proviene dai mucchi di rape marcite. La foschia addolcisce i profili, allungando le distanze.
Quando arrivo al villaggio mi appare accucciato, surreale, semisommerso da fasci di rampicanti. Il silenzio è assoluto, pauroso fra quelle vecchie pietre. La vegetazione rigogliosa in certi casi arriva fino al primo piano.
In questi posti si diceva che una volta si davano convegno i satanisti.
Oltrepasso due paracarri di granito e cammino su un'aia piena di erbacce. Tini sfasciati e marciti stanno lungo un vecchio edificio di mattoni pieno di inferriate. Rivedo la vecchia scuola celeste, alta e sbilenca. La casa con le finestre verdi dove abita una ragazzina con le trecce e le calze rosse.
Calpestando coperchi di latta arrugginiti mi avvicino all'abitazione del signor Nadir e chiamo ad alta voce:
"Ehi, signor Nadir, signor Nadir!"
Mi risponde solo l'eco delle vecchie case. C'è il rumore di un'imposta che sbatte fra i grossi nidi di vespe sotto il tetto.
Il sole rossastro e come sfocato sta per scomparire dietro agli edifici. Cammino fra i rovi che intralciano l'andatura.
Un rumore improvviso fra l'erba mi fa sussultare, e un gatto grigio fugge sui tetti di alcune baracche.
"Ehi, ma non c'è nessuno qui? Signor Nadir! Siete andati via tutti?"
Lontani nella brezza arrivano i rintocchi di una campana. Proseguo oltre un roseto guardando il pozzo coperto, le finestre murate, le stalle crollate e in rovina. Tutto appare in sfa

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   0 commenti     di: sergio bissoli


Un fuoco nel bosco

Il Sole stava calando sul cielo d'estate, screziato qui e là di nuvole bianche e soffici, cui i giochi di luce conferivano un colorito bluastro, mentre lassù, in alto, i primi astri avevano iniziato a brillare, come a volere delimitare il confine tra la notte ed il dì.
Lo scenario era quello di un bosco di abeti, percorso da un sentiero a zig-zag che si protraeva per una decina di chilometri circa, separando il piccolo paesino di Loggiano dalla cittadella locale.
Giuseppe ed Antonio, due contadini di un paese poco distante, avevano appena lasciato Loggiano tra le lacrime e l'amarezza d'una persona cara appena perduta: avevano, infatti, assistito al funerale di un loro vecchio amico, Lorenzo, residente proprio in centro di Loggiano.
A nessuno era stato consentito di vedere la salma del defunto: a quanto pareva, era una misura cautelare per evitare d'infondere il panico tra i presenti.
Stando alle dicerie della moglie e della stretta cerchia di testimoni, Lorenzo era stato ritrovato ai margini della boscaglia, probabilmente di ritorno da una battuta di caccia, orrendamente mutilato.
Gli esperti avevano avanzato l'ipotesi dell'aggressione d'un orso, sebbene in quei paraggi non se ne vedessero più da decenni, oramai; fatto stava che, secondo le testimonianze, lo sventurato era morto dissanguato, probabilmente a causa delle numerose ferite che aveva riportato su tutto il corpo, mentre le ossa, quasi per uno strano scherzo del destino, sembravano essere state tutte rotte, come a volere certificare che, in agonia del dolore, l'uomo non avrebbe in alcun modo potuto raggiungere qualsiasi rudimentale forma di soccorso.
E, per altro aspetto, come altrimenti avrebbe potuto fare? Le gambe, infatti, gli erano state strappate di netto, con una furia sovraumana: per questo l'ipotesi più plausibile era stata, oltre ai vari segni identificativi di morsi e contusioni, quella dell'attacco d'un orso.
Ad ogni modo, Giuseppe ed Antonio ancora non riuscivano a credere alla sfor

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   0 commenti     di: Michele


Sagra paesana

Una tenda viola piena di ripiegamenti e gonfiori tagliata da lame di luce d'oro. Il tramonto di giugno trasforma il cielo in un luna park di luci e di colori.
Per contrasto la piccola sagra sperduta nella pianura sembra una miniatura. Vi arrivo per caso e cammino sul prato in mezzo alla gente.
Stelle fatte di lustrini e strisce di carta pendono dall'alto. Sotto file di lumi colorati girano i cavalli di legno della giostra. I colori fantasmagorici del crepuscolo si sciolgono in pennellate dense, violacee su sfondi gialli.
Improvvisamente si fa silenzio nella festa e tutti diventano immobili, in attesa. Poco lontano si vede venire avanti una piccola processione composta di alcuni uomini che sorreggono un trono di legno dorato.
Sommersa da stoffe preziose, fiori e gioielli vi sta seduta sopra una bambina; è la reginetta della festa e rappresenta una Dea pagana. Uomini e donne si accodano dietro allungando la processione che gira intorno al prato.
Il trono viene deposto vicino a un pergolato di roselline selvatiche e tutti sfilano davanti. Mettono ai suoi piedi piccole offerte, spighe di grano, in cambio di pronostici per il futuro o l'esaudimento dei desideri.
La bambina, che simboleggia la Dea dell'abbondanza, ha una espressione annoiata o misteriosa. Le altre bambine la guardano con occhi spalancati.
La festa riprende più rumorosa di prima e tutti mangiano, bevono o ballano in suo onore. Mi siedo alla tavola per mangiare un panino fra contadini baffuti, in un tintinnìo di piatti e bicchieri.
Un vecchio paralitico con la punta chiodata del suo bastone crea disegni complicati sulla polvere. Li guardo con attenzione adesso: sono spirali, cerchi concentrici, ellissi... Che cosa può significare?
Riprendo a camminare sul prato.
In un angolo la ruota della fortuna gira e i chiodi numerati vanno a distribuire premi ai partecipanti. L'uomo sorridente con la faccia cavallina mi chiama:
"Venga, venga da questa parte signore, questa è la sua sera fortunata..." l

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   1 commenti     di: sergio bissoli


[circus]

"Allora, fate molta attenzione miei cari bambini, poiché sta per cominciare questa bellissima avventura nel mondo della MAGIA!!!" dice il Conduttore parlando al pubblico di bambini con un megafono. Bambini che, dal canto loro, lo fissano meravigliati. Tranne uno. Me.
Io sono Simone, e al contrario di tutti questi bambini, che hanno tra i 6 e i 10 anni, io ne ho 12. Non so perché sono qui. Non so come. E sinceramente non è questa la mia principale preoccupazione.
Fin da quando sono qui, non ho fatto altro che sentirmi meravigliato a tutto quello che vedevo. Giocolieri che tiravano birilli su, talmente in su da essere impossibili da vedere, e poi riprenderli in mano come se niente fosse. Clown che miravano con freccette appuntite a palloncini piccolissimi e centrandoli come se fossero grandi quanto un elefante. Tutto questo era meraviglioso, ma allo stesso tempo, sentivo continuamente freddo. Tanto freddo. Proprio dietro di me, sulla schiena. Quasi fosse un respiro. Ed è lì che ho notato qualcosa di strano.
Sentendo quel respiro freddo, una persona normale penserebbe "Aspetta, non è il momento di essere così entusiasti" o qualcosa del genere. E invece non ci riuscivo, non riuscivo a smettere di essere così entusiasta, così eccitato per tutto quello che vedevo, anche se ormai era diventato banale.
Così arrivai lì, in quella specie di tribuna, con al centro il Conduttore, come vuole essere chiamato lui. E sono qui che sudo freddo. Il respiro ora è un'aria. Tutta intorno a me. Ho i brividi. Ho paura. E allo stesso tempo, la mia testa continua a dirmi "Dai, rilassati, divertiti!" ma non ci riesco. Ho paura. Tanta paura. Poi il Conduttore dice una cosa che mi fa sobbalzare.
"E ora forza, è ora delle montagne russe!"
Grida di gioia vengono da tutti i bambini sulle tribune. Oh no. Non mi piace. No, non mi piace per niente. Devo stare qui. Devo...
In un lampo mi ritrovo seduto su una carrozza da montagne russe. Come ci sono finito qui? Ho anc

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   1 commenti     di: Eric


Un mistero di campagna

Una notte d'autunno sono nella mia cameretta nella casa di campagna dello zio ma non riesco a dormire.
Sento il vento autunnale che sibila. Sento il lontano frusciare dei pioppi.
Ma a volte sento anche un altro rumore, più acuto e preoccupante. É una specie di fischio o grido e non riesco a capire da dove provenga.
Devo essermi addormentato. Mi sveglio all'improvviso nel cuore della notte sentendo dei tonfi giù in cucina. Aspetto un altro poco. Ancora i rumori inspiegabili; stridii acuti, tramestìo.
Questa volta non posso sbagliarmi. C'è qualcuno giù, forse un ladro. Negli ultimi tempi sono scomparsi dei vitelli nelle fattorie vicine.
Mi alzo piano, prendo il lumino e senza far rumore esco nel corridoio. Socchiudo la porta della camera dello zio e lo vedo disteso sul letto con gli occhi aperti. Mi fa cenno di entrare. Anche lui ha sentito i rumori perciò si alza, indossa gli stivali e mi precede in camicia da notte.
Entro nella stanza del nonno: poiché soffre di insonnia sta seduto vestito sul letto a fumare la pipa. Pure lui ha sentito i rumori così prende il suo bastone e mi segue.
Spengo il lumino e tutti insieme scendiamo la scala passo dopo passo sforzandoci di non fare rumore.
Arrivati giù ci fermiamo sulla soglia a guardare. La cucina è immersa nel buio. Strisce di luce lunare entrano dalle fessure alle imposte.
Allora avanziamo piano fino a raggiungere la saletta. Anche qui buio e la luce lunare che entra dalle fessure della porta. Mio zio accende un fiammifero, poi accende la lucerna.
La visita alle due stanzette inferiori è presto fatta. Le porte sono sbarrate con i catenacci, le finestre sono chiuse e munite di inferriate. Io guardo nel secchiaio e nel sottoscala.
Per scaricare la tensione ci mettiamo a chiacchierare prima di ritornare a letto. Il rumore, una specie di grido aspro e acuto, si fa sentire vicinissimo questa volta mettendoci in allarme. Nel silenzio che segue ci voltiamo tutti verso la porta chiusa che immette nella le

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   2 commenti     di: sergio bissoli


La promessa

Se sbagliavi strada potevi imbatterti nel bar di Nicholas, un posto non particolarmente adatto ad una coppietta in amore o a persone con molti soldi da spendere, e non solamente per l'ambiente interno al locale, ma anche perché il percorso da fare per entrare in tale luogo non era dei più rassicuranti, una stradina semi immersa nel buio, con ogni forma di vita possibile che si muoveva furtiva tra i cassonetti dell'immondizia. Nicholas il proprietario del bar era un individuo cinico, che da circa 45 anni pregava un solo dio, l'unico che si potesse mettere nel portafogli, in cassaforte o in banca. Per lui cose come i valori morali, sentimenti o qualsiasi forma di affetto erano una stupenda trovata pubblicitaria molto utile in quasi tutti i momenti, e considerava ingenue senza speranza le persone che credevano in queste cose, ammesso che ne incontrasse qualcuna dal momento che riteneva che nessuno fosse mai completamente sincero o buono. La vita era solo una grande canaglia e se volevi sopravvivere ad essa dovevi essere ancora più canaglia della stessa, le persone tutte malvagie e subdole e dovevi sopraffarle prima che fossero loro a farlo. Per sua opinione personale la vita e le persone non gli avevano donato nulla e lui doveva vendicarsi per questo debito insoluto e il miglior modo per farlo era quello di prendere, sempre e solo, indiscriminatamente senza dover dare nulla in cambio, dato che aveva già dato troppo. Non tutti capitavano nel suo bar per sbaglio, alcuni erano clienti fissi e uno di loro che si trovava abitualmente in quel luogo poco rassicurante era Alfred, meglio noto come il gatto. Per alcuni questo suo soprannome era attribuibile al fatto che beveva qualsiasi cosa di alcolico anche leccandola dal bancone o dal tavolo, per altri invece era legato al suo aspetto fisico o meglio alla forma del suo viso. Alfred in genere compariva dal nulla e finiva le serate riverso con la testa e le braccia sul bancone, forse svenuto o semplicemente dormendo

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   1 commenti     di: Stefano



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