I. Dopo la fine del mondo.
Il giorno dopo "la fine del mondo", Lorenzo Damiani si ritrovò il corpo completamente ricoperto da denti.
Accadde tutto un martedì mattina, pochi giorni dopo la festa tema "Anni '40" del sesto piano. Origliando dal tavolino della sala ristoro dal piano terra dello Zeitgeist Hotel, venne a sapere che buona parte della gioventù di Parma si era riunita per festeggiare tutta la settimana i pochi giorni rimasti prima dell'annunciata fine del mondo. Il perché gli invitati dovessero obbligatoriamente vestirsi come i loro nonni non era dato saperlo.
La fine del mondo non arrivò, ma quella data per Lorenzo coincise con "la fine del lungo dolore".
Bordate possenti di musica elettronica e swing l'hotel cinque lunghissimi giorni, finché martedì mattina, tutto d'un colpo, la musica cessò.
Aprì gli occhi, cullato da un silenzio fino quel giorno solo immaginato e sorrise.
Alzò la schiena dal letto e si sedette sul bordo del materasso, resistendo alla tentazione di tornare e stendersi e dormire per un altro paio d'ore. La colazione continentale che lo attendeva alla sala ristoro era un buon incentivo per tentare almeno un rapido cambio d'abito e gustarsi pane, prosciutto e formaggio accompagnati da un buon numero di bicchieri di succo d'arancia.
Guardò la luce pallida del giorno filtrare attraverso le persiane dell'unica finestrella di cui disponeva la camera. Si guardò intorno, come se si fosse ritrovato catapultato in quella stanza per la prima volta in vita sua.
Passò in rassegna i muri di legno scuro, scricchiolanti e gonfi d'umidità, e i pochi brandelli di carta da parati color crema che pendevano dai muri.
Un leggero sorriso gli sgranchì la guancia alla vista dello specchio ovale contornato di arabeschi dorati posto sul muro spoglio davanti al letto, appeso troppo in alto perché qualcuno vi si potesse specchiare.
Alla vista del sottile computer portatile nero che occupava la scrivani appoggiata vicino alla porta, t
Nel gelido crepuscolo di novembre la vecchia fiera di Stellara è composta di bancarelle dei dolciumi, spazzacamini, burattinai, ombrellai...
Io sono venuto per andare dalla vecchia Martha affinché provi a guarirmi il mio male al petto. Chiedo di lei a un contadino che sta spaccando la legna.
"Lei sa dove abita la vedova Martha?"
"Sicuro che lo so. Abita laggiù, dove cresce la saggina, insieme a quelle altre..."
"Perché? Che cosa fa?"
"Fa le stregonerie. Lei e le vecchie Diana, Viviana e Gelsomina hanno passato la vita a rovinare i raccolti, far ammalare uomini e bestiame e a scatenare temporali. Bisognerebbe bruciarle! Spero che ricevano tutta la sofferenza che si meritano!"
La nebbia cade sul villaggio. Sapevo che la vecchia Martha ha fama di essere una strega.
Percorro la via principale, talmente stretta che le streghe si potrebbero graffiare stando alle finestre. Poi la strada prosegue in campagna. Gelsi e salici vecchissimi, piegati e squarciati che sembrano piantati dal diavolo.
La sua casetta è vicino a cespugli di rosellina selvatica. Un cardo è piantato davanti alla porta di casa.
All'interno sono appese pentole e vecchie litografie di fiori e animali. Un pappagallo tetro mi guarda dall'alto.
Sul tavolo ci sono chiodi storti, spilli, uncini. La vecchia piccola e magra li innaffia con il liquido di una boccetta. Ha il viso bianco, labbra e occhiaie nero viola.
"Entra. Ti aspettavo."
Le spiego brevemente dove mi fa male. Mi fa intingere un dito nell'olio e lasciare cadere alcune gocce in un pentolino d'acqua.
"Le gocce si disperdono..." borbotta.
Mi porge alcuni grani di frumento da buttare nell'acqua. I grani cadono a fondo e lei mormora:
"Sei stato affatturato."
Allora mette un pentolino d'acqua a bollire sul fuoco. Vi butta dentro cenere, polveri scure e si mette a borbottare strane parole. Prende un fazzoletto rosso con una estremità annodata e lo striscia per terra disegnando un cerchio intorno a me.
Nel silenzio della cucina si od
Ero ancora immerso nell'acqua non avevo aria, l'ultimo sforzo per risalire su è stato letale, devo aver perso coscienza e... appena prima di perdere i sensi ho visto una stanza, buia, fredda mi ha percorso una brivido.
Mi sono risvegliato a riva, tutto inzuppato, mi sentivo uno sciocco. Sono tornato alla casa di mia nonna con l'immagine in testa di quella visione: la stanza era trasandata mi dava l'idea di una cantina riaggiustata. Ero certo si trovasse in quella casa e mi sono messo alla sua ricerca. L'unica cantina che c'era, era quella che conoscevo già. Sono uscito fuori ed ho osservato la casa in ogni sua angolazione; poi un sospetto, la cantina era più piccola rispetto alle fondamenta. Che ci fosse stata un'altra cantina con un'entrata diversa? Ho percorso tutto il perimetro, niente! Sul retro solo la porta finestra della camera di mio padre, sono entrato dentro ed ho osservato la stanza: uguale a come me la ricordavo. Ero stanco, i pensieri non mi abbandonavano, mi sono sdraiato sul letto e devo essermi addormentato.
Ho avuto un incubo. All'inizio era lo stesso: io nell'acqua a nuotare e lo scheletro di una mano che mi afferrava la caviglia. Io mi dibattevo per liberarmi ma le ossa erano una morsa micidiale, mi tiravano giù, sempre più giù sembrava che il lago non avesse fondo. Poi mi sono ritrovato legato ed imbavagliato ad un letto, era tutto buio intorno a me; la stanza era umida ed avevo freddo. Avevo paura e mi sentivo impotente.
Ho sentito una mano che mi sfiorava una guancia e l'ho vista! Era lei, la ragazza scomparsa che mi sorrideva.
Mi ha indicato un punto nella parete, poi è scomparsa e mi sono svegliato.
Ero più stanco di prima ma dovevo porre fine a questa storia. C'era un passaggio, doveva esserci un passaggio. Ho rovistato la stanza, le pareti, ho spostato i mobili ed infine il letto. Finalmente! Proprio sotto al letto c'era una botola! Ho avuto la sensazione che mia nonna non abbia mai saputo dell'esistenza di questa botola. L'
Dovrei tornare a dormire nel mio catafalco: è quasi l'alba ormai. Un'altra notte è passata, uguale ad altre mille. Notte di caccia in cerca di vittime da succhiare, perché è solo il sangue che mi dà vigore, forza, sostegno, coraggio per andare avanti. I secoli trascorsi non li conto più e quelli che ho davanti, da un po' di tempo, mi terrorizzano come se fossi un vecchio. Eppure la mia giovinezza è eterna, come la mia immortalità, ma il prezzo da pagare è alto. Sono solo, disperatamente solo. Le poche compagne che ho avuto sono scomparse. Gli umani non hanno più paura di noi, hanno imparato a combatterci. Ci cercano per stanarci. Io stesso devo cambiare dimore per non essere rintracciato. Comincio ad essere stanco. Io, un tempo, ero normale. Non ricordo più che mi morse e bevve il mio sangue. Da allora sono stato condannato a vagare per sempre su questo mondo, a nutrirmi di sangue per sopravvivere, a cercare di trovarmi un alleato o una compagna. È vero sono eternamente giovane, bellissimo, attraente, le donne mi cascano ai piedi, ma non posso avere l'amore. Per me è vietato. Prima, un tempo, l'avevo l'amore e ancora adesso lo ricordo e, a volte, piango. Chi dice che quelli come noi non provano sentimenti e non possono piangere? Una letteratura ci ha fatto passare per mostri. Lo siamo, è vero. Notturne creature spaventose che inorridiscono chi ne parla. Ma siamo anche noi preda delle passioni. Noi conduciamo una vita al di sotto del subumano. Ci sono amici sono i lupi e gli insetti, sono i nostri compagni, di cui, a volte, ci nutriamo, quando non troviamo sangue. Imbandiamo la nostra mensa di blatte, di tipo, di carogne di animali per tirare avanti. Non posso maledire chi mi ha ridotto così, non mi è concesso. Sono un nemico per Dio, il Male personificato. Una creatura del demonio, sortita dalle fauci più profonde e cupe dell'inferno, ma ora basta. Ecco, sono nella sala di questa antica casa abbandonata. Le imposte sono ben sprangate, i pesanti ten
[continua a leggere...]A quei tempi lavoravo in una pasticceria. La pasticceria era gestita da due vecchie zitelle Alma e Wilma.
Al piano inferiore c'era il locale riservato al pubblico e sopra, in un granaio era situato il forno con le tavole per impastare e gli scatoloni degli ingredienti. Sacchi di farina, di zucchero, ceste di mandorle, bidoni di latte, di marmellata erano stipati dappertutto ed accatastati perfino lungo la scala.
L'ambiente era uno stanzone basso e scuro e prendeva luce da un lucernario e da finestrini a livello del pavimento. Il mio lavoro consisteva nel fare un po' di tutto: aiutavo a impastare, caricavo il forno, rifornivo gli ingredienti, facevo le pulizie.
Arriva l'estate, caldissima. Nella pasticceria avevamo messo in funzione i ventilatori e steso le tendine per le mosche.
Una mattina sono giù in negozio quando sento un grido e poi la voce isterica di Wilma che mi chiama.
Corro su per le scale e lei mi indica dei granellini neri sul ripiano di marmo. Li tocco per esaminarli. É sterco di topo, probabilmente. Da dove sono venuti? La proprietaria pare molto preoccupata e mi fa sistemare alcune trappole.
Due o tre giorni dopo, la proprietaria sale di sopra e scopre che le cialde che avevamo messo a lievitare la sera prima pullulano di tarme. Sono animaletti lunghi, pelosi e sembrano molto voraci.
Quella mattina la trascorriamo impegnati a raccogliere le cialde dentro ai bidoni per evitare che si propaghi l'infestazione. É un lavoro massacrante. Le sorelle riempiono i bidoni di cialde inutilizzabili, io scopo e ripulisco tutto intorno ammazzando le tarme. Togliamo tutte le scatole dagli scaffali per ripulire i ripiani e le sistemiamo sul lato opposto della stanza.
Arriva mezzogiorno e siamo ancora indaffarati a rimettere le cose al loro posto. Comunque tarme non se ne vedono più, tranne qualcuna che scopriamo nascosta sotto il forno o lungo le scale.
Il giorno successivo le cose sono peggiorate. Sugli imbuti, dentro alle terrine, sopra ai mestoli è co
Arriva il lunedì mattina, triste come una donna incinta, come una sera di settembre, come un uomo a sessant'anni.
Di mattina presto arriva Vinicius, quasi di corsa. É sempre stato un eccentrico. In gioventù aveva collezionato chiocciole, poi spade, e questa mattina...
"Sono passato per dirti che ci vediamo oggi alle quattro davanti alle pompe funebri."
"Eh? Perché mai?"
"É una sorpresa. Ti spiegherò là."
"Ma, perché proprio davanti alle pompe funebri?"
"Alle quattro, ricordati, ci sarà anche l'ungherese e Marieluise."
Il deposito delle casse è una vecchia chiesetta sconsacrata.
Lo strano terzetto è già là. L'amico Vinicius sbuffa di impazienza. L'ungherese si sta pettinando i capelli lunghi e nerissimi.
Insieme a loro c'è Marieluise, ancora bella, vestita di bianco e di rosa, con il viso incipriato dove si indovinano le prime rughe. É una pittrice un po' viziata, che si concederebbe solo a un duca o a un fognaiolo.
Vinicius entra subito in argomento:
"Dunque, ho deciso di comprarmi una bara, da mettere in salotto per stupire gli ospiti, si capisce. Non trovi che sia un'idea originale?"
"Sì... Potresti metterci dentro le bottiglie dei liquori..."
"Ma no, che sciocchezza! La terrò vuota e chiusa, vicino al pianoforte."
Arriva l'uomo delle pompe funebri. É curvo, vestito di grigio. Ha una personalità scialba e un volto smorto che sembra impolverato.
Entriamo da una porta laterale e percorriamo un corridoio lungo, sinuoso, con facce paffute di angioletti scolpite sul muro di destra. Il magazzino è ricavato nell'abside della chiesa. Il resto dell'edificio comprende la falegnameria.
Vinicius passa in rassegna le casse messe in fila, nella luce tetra dei finestroni. Sembra un bambino che ammira i giocattoli. Ogni tanto chiede con voce eccitata:
"Questa bara chiara di che legno è?"
"Faggio" risponde l'impresario con voce monotona.
"Questa più scura?"
"Di quercia."
"E questa?"
"Di olmo..."
L'ungherese invece fa le sue riflessioni
Cammino per il paese, sotto i cieli di agosto scarabocchiati dal temporale. Incontro un vecchio e gli chiedo se conosce una buona locanda; lui mi raccomanda <<L'osteria dei meli>>.
"La tratteranno benissimo lì, dica che la mando io, l'oste è mio figlio."
Così facciamo conoscenza e lo accompagno nella sua passeggiata mentre aspetto l'ora di cena.
"É tutto cambiato qui, è tutto cambiato" seguita a ripetere il mio occasionale compagno.
"Sono stato altre volte qui, e questo paese mi piace" gli dico indicando il lungo viale dei tigli che stiamo percorrendo.
"Sono un museo di ricordi. Ah! mi ricordo quando hanno piantato questi tigli, venti anni fa e quando è passata la ferrovia sessanta anni fa."
"Scusi, quanti anni ha allora?"
"Ottantaquattro. Ecco vede la via non era così lunga. In questo punto c'era un muro. Qui c'era una porta carraia e dietro scorreva un fiume che in seguito è stato incanalato sottoterra. Sul fiume c'era un ponticello a schiena d'asino..."
"E dove si andava di lì?"
"Si andava nei campi naturalmente. Allora queste case non c'erano ancora e quelli che ci abitano non erano ancora nati."
Caspita, penso a cos'è il tempo. Fa un effetto strano sentire raccontare queste storie, provo la sensazione di aver vissuto più a lungo.
Si interrompe di raccontare all'avvicinarsi di tre giovani donne e alcuni bambini. C'è uno scambio di effusioni e abbracci, e proseguiamo insieme la passeggiata.
La comitiva, un po' alla volta, così come si era formata si scioglie. Il nonno e i maschietti prendono una stradina laterale. Due donne sono arrivate a casa.
Per un breve tratto resto in compagnia con l'ultima di loro. Il suo nome è Sheena ed è bellissima. Ha la pelle che pare di luna e i lunghi capelli biondi, lisci e morbidi.
Restando a parlare scopriamo di avere molte cose in comune. Sheena ha una voce dolcissima. Dalle sue confidenze intuisco qualcosa del suo destino triste.
Di carattere fragile e insicuro si è sposata giovanissima a un carr
Questa sezione contiene storie dell'orrore, racconti horror e sulla paura