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Racconti horror

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Una famiglia unita

L’ affetto di un genitore può essere un'arma a doppio taglio: può farti sentire protetto, ma può anche tenerti prigioniero in una gabbia dalle sbarre invisibili.
Laura lo sapeva bene. Ci era cresciuta lì dentro. Ed ogni giorno sentiva quella prigione incorporea diventare sempre più piccola e soffocante, toglierle l'aria per respirare. Aveva deciso di scappare, di partire, di trovare la serratura di quella cella mentale. La chiave era andarsene, lontano dai suoi, da quel paese asfittico dove era cresciuta, desiderando soltanto lasciarsi indietro quella sensazione insopportabile di soffocamento che la stava facendo diventare pazza.
Credeva di potercela fare, di poter guardare la preoccupazione di suo padre continuare a crescere e gli occhi di sua madre riempirsi di lacrime. Quello sguardo umido e patetico che tante volte aveva significato rinunce forzate e brucianti rimpianti. Poi però la crisi di sua madre l'aveva bloccata, come un paio di manette ai polsi. I suoi singhiozzi erano risuonati per tutta la casa, le sue preghiere, le sue suppliche. insopportabilmente melense, eppure dolorose. Era crollata; non poteva, non ci riusciva. I suoi la coccolarono e viziarono: le dissero che non c'era nulla di male ad essere deboli. Lei aveva bisogno dei suoi genitori; ne avrebbe avuto bisogno per sempre.
Sola nella sua stanza, Laura non riusciva più a controllare quella sensazione di avere una mano stretta intorno alla gola che la stava soffocando. Doveva fare qualcosa, doveva liberarsi prima che fosse troppo tardi. Loro si sarebbero occupati di lei all'infinito, uccidendola col loro amore.
Li uccise lei prima di fare quella fine: una scala ripida, la cantina buia. caddero l'uno addosso all'altro con un tonfo sordo sul pavimento in terra battuta. Era libera. Respirava finalmente. Chiuse a chiave la porta della cantina e andò a dormire; tutte quelle emozioni l'avevano spossata. Si addormentò subito, ma si svegliò di soprassalto dopo alcune ore: le era par

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Orrore nel buio

Cavolo se faceva freddo quella sera.
Ricordo che la zia stava preparando la cena, i miei non c'erano. Erano fuori città per questioni di lavoro.
Per questo chiesero a mia zia di tenermi con lei per qualche giorno.
Io ovviamente al pensiero di passare del tempo con mio cugino, ma soprattutto di non
andare a scuola, dato che ero stato colpito da un'influenza terribile, non potevo che essere al settimo cielo.
Ci aspettavano giornate intere da trascorrere ai videogiochi ed altre diavolerie simili.
Comunque, per non farla lunga, ero felice come una pasqua.
Ancora non lo sapevo, ma quella mia gioia iniziale si sarebbe tramutata presto in ansia e terrore.
La cena era ormai pronta e zia ci invitò tutti a sederci a tavola.
Oh, che buono! Era una bravissima cuoca e le riusciva favolosamente qualsiasi piatto.
Questa volta si trattava di melenzane alla parmigiana, manco a dirlo, il mio piatto preferito.
Consumammo la cena in silenzio, interrotti di tanto in tanto dalla televisione che faceva di tutto per farsi notare, senza riuscirci minimamente dato che eravamo tutti concentrati sul nostro rispettivo piatto.
Finito di mangiare, la zia ci ordinò di lavarci i denti e di andare a letto.
Io protestai energicamente dato che ero solito andare a letto molto più tardi.
Infatti, prima di andare a dormire, mi piaceva fare qualche partita ai videogiochi e leggere qualche pagina di un buon libro. E per buon libro io intendevo o romanzi gialli, o libri horror.
Certamente non mi sarei mai aspettato di far parte in prima persona in un'avventura di quest'ultimo genere.
Non ci fù niente da fare, la zia non accettava repliche e così, mi ritrovai nella camera degli ospiti appoggiato sul letto e a luci spente già dalle diciannove e trenta manco fossi un bimbo di tre anni.
Non ricordo a che ora riuscii ad addormentarmi, ricordo però benissimo che stavo facendo un incubo terribile. Così orribile che svegliandomi di soprassalto ero convinto di aver sentito un urlo disuma

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   2 commenti     di: luigi castiello


Primo Terrore

Buio.

Stretto.

Caldo... un caldo soffocante.

Apre gli occhi, li spalanca: solo nero dappertutto... ovunque.
Destra, sinistra, avanti ed indietro... in basso ed in alto. Solo notte ovunque.
Un senso di forte oppressione si fa largo e lo induce ad allungare le braccia; le distende fino a quando le piccole dita non incontrano una barriera nella notte.
In realtà temeva fosse presente... ma non è come la immaginava.
I polpastrelli annaspano e scivolano sulla superficie viscida e bagnata.
Non è solida come credeva... elastica, molliccia e trasudante; gocce dense di liquame appiccicoso scende sulle palme delle mani, coprendole quasi completamente; non si da per vinto, tentando di spingere ancora e con più forza, nella fragile speranza che ciò che è così elastico sia anche più semplice da infrangere.
Nessun risultato, purtroppo. Entrambi gli arti superiori si tendono e sprofondano nell'involucro che lo avvolge e che è davvero così stretto come temeva. Le dita penetrano nelle strane pareti fradice: annaspano, premono... senza arrivare ad un varco che possa far passare uno spiraglio di luce. Scivolano verso il basso mentre l'ignoto materiale resiste e, pur piegandosi, non dimostra alcun sintomo di debolezza, rivelando ottime doti di resilienza e tornando allo stato di riposo quando i muscoli, ormai indolenziti, suggeriscono a mani e braccia di smettere di spingere.
Non può essere naturale... non lo è. Immerso nella pece... potrebbe sembrare proprio così, ma l'odore è differente; completamente diverso. Al momento, non è affatto sicuro di quale cavolo di odore abbia la pece; si intestardisce, però, sul fatto che pece non sia.
E che diavolo può essere, allora?
Odore intenso, invasivo... da alla testa. È più un miscuglio di odori dal risultato decisamente disgustoso.
Lo sente fin dentro di sé... il sapore acre è come un boccone abbondante di una pietanza putrida.
Tanta saliva da farlo affogare... quale razza di schifezza può sprigionar

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Soviet Superman

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Io sarò Leggenda

Come siamo arrivati a questo? Come sono arrivato a questo? Com'è potuto accadere? Era inevitabile? Era scritto nel destino? È semplicemente una legge di natura? A noi succedono loro. Agli uni seguono gli altri. O forse... forse c'era qualcosa che avremmo potuto fare? Per non arrivare a questo dopo secoli, dopo millenni di grandezza. Millenni di grandezza che finiscono così, con me, un... un... uomo solo, stanco, affamato, coperto di stracci, che si muove come un fantasma senza meta, in un mondo fatto ormai solo di polvere, aria fetida, misere ossa e solitudine. Per quello che ne so, io sono l'ultimo, e se non è così chi verrà dopo di me non farà altro che prolungare la nostra agonia in un mondo che ormai non ci appartiene più. Ma una volta eravamo rispettati, eravamo più che rispettati, eravamo temuti. Vivevamo in quel limbo tra la realtà ed il mito, tra il mito e la fantasia. Ed a chi era dato sapere quanto fossimo reali non era concesso abbastanza da vivere per poterlo raccontare. L'ho detto prima: forse è una semplice legge di natura.
Mi piace pensare, per non rinnegare completamente la nostra grandezza, che forse tutto è cominciato da questo: dal nostro sterminato potere, che non poteva trovare rivali su questa terra se non in se stesso. Come un arco oscuro e potente, avvolto nelle tenebre, che si erge prepotente verso il cielo nero, per poi collassare su se stesso.
Mi tornano in mente le notti passate in ogni angolo del mondo: dalle luci scintillanti di New York, Roma, Parigi, fino alle periferie più degradate delle metropoli africane, tra gloria, dolore e perversione. Mi muovevo leggiadro tra la vita e la morte, tra il sangue ed altri nettari proibiti. Attraverso il tempo, dai chiostri dei castelli medievali, passando per i saloni dei palazzi dei nobili del settecento, fino ai giorni nostri, tra guerre, carestie, ma anche periodi di gioia e gaiezza. In ogni luogo ed in ogni tempo sono stato amato ed ho amato, sono stato temuto, perseguitato, sca

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   2 commenti     di: NeroLate


Ragazze babau

"Vi ho viste uscire dal mio armadio stanotte"
dice Bobby e ha gli occhi sbarrati e il respiro affannoso.
Si vede che ha paura. Non è abituato a parlare con le ragazze.

LORO lo guardano. In classe le chiamano

LE QUATTRO FIGHE

perché sono le più belle e le più amate di tutta la scuola. Non vanno mai in giro separate e, come ama dire quel simpaticone di Robin, se la tirano come se ce l'avessero solo loro in tutta la scuola.

Le Quattro Fighe lo guardano ridendo. Figurarsi se ragazze come loro si mettono ad uscire dagli armadi della gente. Di gente come Bobby, poi.
È che Bobby racconta un sacco di cazzate.
È che Bobby è un po' tardo, poverino.
È che a Bobby puzza il fiato.
È che Bobby ha i denti gialli e nessuna parla mai con lui.
Così quando i suoi istinti notturni hanno la meglio, capita che Bobby si spara qualche sogno erotico, e stavolta deve aver sognato le Quattro Fighe, nell'atto di uscire dal suo armadio, magari vestite di pelle e cuoio, e poi...

La rossa del gruppo. Chiara. Lei non ha paura di niente. Niente le fa schifo. I maligni dicono che sia una di bocca buona, quelli più sinceri vanno al sodo e le danno direttamente della baldracca.
Più tardi magari glielo diranno, dalla un po' al povero Bobby.
Quel ragazzo ha decisamente bisogno di figa.
Glielo diranno e lei rifiuterà, perché anche le Chiara di questo mondo hanno dei limiti.
È che Bobby ha i capelli unti. È che Bobby ha la forfora.

Le ha viste uscire dal suo armadio.
"Non eravamo nel tuo armadio ieri sera Bobby" gli dice Sissy, paziente, col tono di voce che si userebbe con un bambino molto piccolo e molto piagnucoloso convinto di aver visto il pagliaccio assassino in agguato sotto il suo lettino.
Ma Sissy è tanto bella quanto dolce, ed essendo veramente una gran figa significa che è più dolce di una torta di mele erotica a forma di tette.

Ma vi ho viste davvero insiste Bobby e non c'è dolcezza che tenga. Sissy c

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La morte non aspetta

Se riapro gli occhi... sì, mi vedo dentro una stanza di ospedale, o almeno sembra. Non c'è nessuno al di fuori di me.
So bene chi sono, anche se i miei ricordi si mischiano alla nebbia che ora vedo alla di là dell'unica finestra aperta, che si staglia in mezzo alla parete bianca di questo freddo letto in questa fredda camera, come il freddo che mi sta penetrando nelle ossa. Il perché sono qui? Non ricordo.
Non aspettavo nessuno eppure il cigolio del pomello della porta di questa stanza mi riportò alla realtà, chiunque si trovasse dietro quell'uscio sembrava avesse una gran fretta di vedermi, anche perché dopo aver girato lentamente la maniglia, aprì di scatto, richiudendosi velocemente dietro le sue spalle.
Quell'uomo non attese neanche un mio cenno per entrare dentro, con calma si sbottonò il giubbotto posò la sciarpa sulla sedia, rimanendo vestito solamente del suo camice bianco e si sedette, senza dire una parola.
Sembrava a suo agio.
Passai la mia mano aperta sulla fronte sfregandola, e con il pollice e l'anulare strinsi le tempie, sforzandomi di ricordare, cercando di ricordarmi dove l'avessi visto.
Provai a nascondere, in un primo momento... lo ammetto, un certo senso d'imbarazzo, e tentai di nasconderlo all'uomo che mi stava difronte.
Calamitato, sì... Forse questa è la definizione giusta, sembrava che il mio corpo fosse attratto da questa figura, sdoppiandomi, risucchiato dalla luce che emanava il volto dell'estraneo, rimanendo pur sempre imprigionato in questo freddo letto, messo al centro della camera, fredda, come il resto della stanza, dove mi trovavo, fredda.
Solo lo sfrigolio della luce bluastra del neon interrompeva il silenzio in questa stanza come una zanzara, il che mi ricordava... l'orrendo marchingegno friggi zanzara.
Al lato della camera una serie di banchi freddi e vuoti, e davanti a me... un tavolo coronato da quattro sedie, dove su una delle quali vi era seduto quell'uomo con le gambe incrociate mentre tamburellava le di

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