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Racconti horror

Pagine: 1234... ultimatutte

Danza macabra

Sulla provinciale per Anfin c'è, nascosta dai cespugli di sanguinella, una stradina bianca in discesa.
Quando la vidi per la prima volta mi sembrava di conoscerla già, di averla percorsa in una vita precedente.
Nella sera di fine estate il sole tramonta in un lago di sangue. Nelle fattorie buttano in aria il mais con le pale per liberarlo dalla pula. Le stoppie si levano nei campi dentro vortici di vento.
Poi all'improvviso il vento si quieta. Il sole manda i suoi raggi in uno scintillio di luci. Pesanti tendaggi rosso cupo e nubi a forma di capelli si stendono nel cielo.
Un gregge di pecore e capre avanza fra il rumore dei campanacci. Davanti c'è un pastore vecchissimo, alto e barbuto, che cammina appoggiandosi ad un bastone.
"Buonasera. Dove porta questa strada?" chiedo.
Senza parlare indica col bastone una targa arrugginita: "Località Vignalon".
La polvere sta sollevata nella stradina serpeggiante fra i fossati. Qui la campagna si fa più immensa, mi sovrasta nella sera stregata. Discendo per la stradina, e subito mi pento di averlo fatto, ma solo per poco.
Ancora la campagna nella sera infinita. Arrivo a un bivio e giro a caso verso destra.
La strada diventa stretta, tortuosa. Tutto si va incupendo adesso. Dopo una salita arrivo su un ponticello.
É tutto così strano stasera. Il fiume compie anse e giravolte, prima di perdersi nel folto.
Laggiù dopo una lunga curva c'è una donna con i capelli bagnati in piedi sulla riva, e guarda l'acqua.
É solo un'illusione, mi accorgo poco dopo. Si tratta di un salice contorto e una lapide piantata proprio sulla riva. Mi fermo a guardare; sulla lapide coperta di licheni si legge appena un'iscrizione: Sonya Greeder n. 1844 - m. 1863.
Guardo dietro di me il ponte di mattoni, il bosco di pioppi. Proseguo ancora
La strada si restringe e diventa un sentiero.
Le prime case che vedo sono fattorie grosse e senza segno di vita. Aie desolate.
Rumori e cigolìi mi fanno voltare di scatto. Un secchio rotola da solo

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   0 commenti     di: sergio bissoli


Il Babau

Le tre e quaranta... del mattino. Il sole sorgerà soltanto fra due ore... e sembreranno eterne, come al solito. Dannazione,è impossibile continuare in questo modo! Ormai sono ad un passo dalla più totale follia. Se avessi ancora voglia di fare dell'umorismo potrei dire che avrei una brillante carriera di guardiano notturno al museo di storia naturale... il fatto è che non ho più voglia di fare dell'ironia... nemmeno un po'... ultimamente non è di casa nella mia testa.
Dunque... la situazione ha quantomeno del curioso... chissà se ho ancora un briciolo di lucidità mentale per cercare di riordinare le idee e ricostruire gli avvenimenti. Come diavolo è iniziata questa storia? È imperativo raccogliere tutta la lucidità sparsa negli angoli del mio cervello angosciato ed usarla per tentare di spiegare quello che può sembrare in tutto e per tutto un episodio di Ai confini della realtà.
Quattro notti... quattro notti insonni e quattro giorni passati nel più totale rimbambimento e nella paura che tutto si potesse replicare... e così è stato fino ad ora; non seguendo le stesse modalità, certo... non con il medesimo modus operandi... ma è successo.
Come si presenterà questa notte?
Sussurri? Rumori strani? O staglierà la sua ombra sulla parete di fronte al letto come ha fatto ieri?
Ma soprattutto perchè sta succedendo a me? Ho passato l'infanzia da un pezzo e, mi secca dirlo, anche l'adolescenza; sono un uomo fatto già da qualche anno anche se non ho poi così tante rughe o capelli bianchi a riguardo... giusto per mettere in chiaro la cosa.
Insomma è una cosa che capita ai bambini... a quelli cattivi in special modo...è la minaccia che si sentono dire più spesso quando non vogliono rispettare il coprifuoco di casa:
“Se non vai subito a letto arriverà il Babau a prenderti e ti porterà nel buio dove rinchiude tutti i bambini cattivi che non obbediscono!”
“Dormi oppure il Babau arriverà e ti spaventerà tutte le notti...”
E così via.
A pensarci

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Buon vicinato

L'edificio era in netto contrasto con tutto quello che lo circondava, sembrando più vecchio di almeno cinquant'anni rispetto a ogni altra costruzione e dando l'impressione che nessuno si occupasse della sua manutenzione da parecchio tempo. In compenso gli affitti erano molto bassi, come è ovvio che sia per un rudere del genere, e sfortunatamente era tutto ciò che potevo permettermi di pagare. Appena varcato l'ingresso, l'anziana padrona di casa, una donna grassoccia dall'aspetto non molto rassicurante, mi si avvicinò offrendosi di accompagnarmi fino al mio nuovo appartamento. Arrivati al quinto piano, l'anziana donna mi consegnò le chiavi e mi fece le ultime raccomandazioni, portandosi via una buona ora del mio tempo. Poco prima di andarsene mi guardò negli occhi, sorridendomi in modo piuttosto strano, quasi ghignando. "Sono sicura che ti divertirai qui". "Non fare troppo caso ai rumori." mi disse uscendo velocemente dalla porta e non lasciandomi neppure il tempo per chiedere a quali rumori si riferisse. Andai a letto di buon ora, il trasloco mi aveva distrutto. A mezzanotte in punto dei forti rumori, come di violenti colpi su un tavolo mi svegliarono. Incuriosito, ascoltai meglio e capii che proveniva dall'appartamento di fronte al mio. Aspettai qualche minuto dopodiché, esasperato, decisi di uscire sul pianerottolo e andare a dirne quattro a quell'idiota che si era messo a fare casino in piena notte. Il nome sul campanello diceva che la casa apparteneva a un certo signor Hoffman. Bussai alla porta e questa si rivelò inaspettatamente aperta. Siccome non ottenni risposta alcuna decisi di entrare, giusto per controllare che tutto fosse a posto. Percorsi il corridoio fino ad arrivare nella cucina, dove mi si palesò la fonte dei rumori. Il signor Hoffman stava facendo a pezzi con una mannaia il corpo ormai senza vita di una giovane donna. Accortosi della mia presenza, l'uomo si girò verso di me. "Lei deve essere il nuovo inquilino". Perdoni se non le stringo

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   0 commenti     di: max


L' incontrollata evoluzione

"In effetti Generale, non la riconosco piu'. Si è trasformato in un coccodrillo gigante. Ma cosa le è successo?"
"Che non si dica in giro, effettivamente sono di una famiglia di coccodrilli giganti che si trasformano talvolta in politici di alto rango, in generali, appunto, come questa volta, o banchieri, stilisti di alta moda, insomma noi siamo l' élite degli "illuminati cattivi" e siamo qui per dare il colpo finale!"
"Mi scusi eh, sono soldato semplice da circa un anno in questo reggimento. Sono di guardia qui a V. a questi aerei supersonici senza pilota, e ieri sera un mio commilitone italo-statunitense, mi ha dato una strana droga in pasticca che usavano anche in missione in A. , quando stanchi, non ne potevno più lui e i suoi compagni di battaglia inutile e incomprensibilmente crudele, di sparare contro bersagli ombre, e rapire bambini, stuprare donne inermi. Mi ha raccontato cose inenarrabili, da incubo, si dice combattessero anche tra di loro ormai in presa a un delirio di eccessi, mal gestiti da chi li comandava o forse... lo facevate apposta?! In modo da poter sfogare tutta l' artiglieria di cui è dotato il vostro arsenale, per scatenare paura, come è sempre successo dall' otttocento ad oggi! Ah! Ma mi avete dato un morso! Ah! Ehi, maledizione che dolore. Mi state mangiando il braccio maledettisimo bestione, ah!"
" Si, figliolo. Come dicevo siamo su tutta la superficie terrestre per dare il colpo finale!"
"Per l' amor di Dio! Ah! Certo, voi generale, non siete un'essere umano, e la droga che ho assunto finalmente mi permette di connettermi sulle Vostre stesse vibrazioni! Maledetto tu e tutti quelli della tua razza maledetta, Ah!"


" Si figliolo, hai capito la verita' e noi non possiamo permettere, che tu divulghi la verita', capisci? Noi dobbiamo compiere l' atto finale di dominio assoluto su questo miniuscolo pianeta chiamato Terrra. Hai sangue buono." Mastica le ossa del soldato, in modo orripilane e orribile con anima

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   5 commenti     di: Raffaele Arena


L'invito

Le diciotto e trenta.
Come corrono le lancette!
E ci sono ancora tantissime cose da fare... ma per farle al meglio è necessario non farsi prendere dal panico e smettere di fissare l'orologio appeso alla parete della camera; concentrarsi sulla preparazione... proprio così.
Rita si sforza di inculcare questo pensiero nella sua mente per evitare che il nervosismo abbia il sopravvento e le faccia compiere errori grossolani nella minuziosa organizzazione che ha progettato da quando ha ricevuto l'invito. Ha ancora tempo... un mucchio di tempo, ma deve sfruttarlo al meglio... ragionare lucidamente e quasi con curato distacco per fare le cose per bene.
Il vestito viola le sta a pennello... non troppo scollato o esageratamente castigato; la sarta ha eseguito egregiamente il compito affidatole e si può ammirare tutto l'impegno profuso nel risultato; davvero un vestito da sera impeccabile e della lunghezza giusta... la luce della stanza fa brillare piacevolmente le paillette, concedendo una lucentezza non troppo aggressiva ma impossibile da non notare ed accentuando l'eleganza d'insieme... davvero gradevole.
Il raso è di ottima qualità... è costato un occhio della testa ma ne è valsa la pena... gli orli delle spalle e della gonna descrivono onde sinuose che contribuiscono a spezzare lo stile altrimenti troppo classico e maturo, infondendo un frizzante contorno giovanile, in simbiosi con la giovane età dell'indossatrice. Da essi, le esili braccia e le caviglie avvolte nelle lunghe calze nere semitrasparenti si presentano al meglio, la pelle candida puntellata qualche e là da piccoli nei che sembrano posizionati proprio nei punti giusti... minuscole imperfezioni, comunque necessarie in quel corpo armonico ed in perfetta forma.
Il rossetto, dal colore non troppo acceso, crea un piacevole contrasto con il candore del viso, accoppiandosi con la sfumatura perfettamente descritta dalla cipria appoggiata sulle gote.
Mascara a rendere affilate e seducenti le cigli

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Serie Iberhial: Faccia Bianca (Parte 1 - Vendetta tremenda vendetta)

-L'imputato è prosciolto per le diverse attenuanti che, non giustificano il suo comportamento, ma ne precisano, senza ombra di dubbi, la sua non dolosità-
Questa era stata la sentenza del giudice. Inaccettabile per me. Praticamente perdonava quello che avevano fatto quei maledetti.
Me l'avevano detto: "guarda che sono figli di Callar".
Bill Callar. Grande industriale, uno dei più potenti. Intentare una causa contro di lui era inutile. Nessun giudice e nessuna giuria avrebbe mai fatto qualcosa contro di lui. Insomma... La solita storia.
Intanto però, quei due idioti dei suoi figli ubriachi, al volante della loro macchina, erano andati fuoristrada colpendo una coppietta che passeggiava tranquillamente. Il ragazzo si ruppe le gambe, non avrebbe mai più camminato; lei invece non se la cavò. Quella ragazza era mia sorella: l'unica famiglia che avevo. Ero solo...
L'avvocato mi sconsigliò di fare alcunché, sono cose che capitano tutti i giorni, alla fine non c'erano mai pene troppo severe nei confronti di quelli che guidano.
In questo caso non ce ne sarebbero state.
Ebbi modo di capire l'aria che tirava qualche giorno prima del processo. Con mia gran sorpresa si presentò a casa mia il padre di quei due ragazzi: Bill Callar, il "Dio industriale", per come se ne sente parlare. Dopo i vari convenevoli si sedette ed iniziò a parlare con una grande calma, o forse si trattava di freddezza; chi poteva dirlo...
-Sono molto dispiaciuto per quanto è successo alla tua sorellina. Mi rendo conto di quello che si può provare in certe situazioni. La morte di tua sorella non mi lascia indifferente, credimi. Sono venuto a porgerti le mie scuse, anche se so che non serve a molto. In ogni caso, se hai bisogno di qualcosa devi solo chiedere. Sono pronto anche ad accollarmi la spesa medica per il ragazzo di tua sorella. Se poi hai bisogno di qualche raccomandazione per il lavoro, devi solo dirlo e me ne occupo io-
-E che cosa vorresti in cambio?- Gli chiesi io, ve

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Elsa della Neve

Un cappotto bianco nella neve bianca, che copriva la strada illuminata da coni di luce arancio delle lampade ai vapori di sodio, nei quali galleggiavano, come sospesi, legioni di esseri luminosi che altro non erano che minuscoli pezzi di polvere.
I capelli biondi adagiati su batuffoli di pelliccia bianca, soffice cornice per il viso della donna, che emetteva nuvole di vapore candido, mentre passo dopo passo, raggiungeva la grande piazza della città.
Avrebbe tagliato in diagonale attraverso di essa, come ogni sera, per tornare a casa.
Il freddo era netto e tagliente, eppure qualcuno era seduto su una panchina, dentro una parentesi di luce smorta, leggendo un giornale. Quando fu vicina abbastanza, vide che era un vecchio, e rallentò il suo passo nella neve, avanzando silenziosa alle sue spalle.
Fu dietro di lui in pochi attimi.
Guanti di pelle bianca estrassero uno stiletto, e quasi con dolcezza, aprirono la via del sangue nella gola del vecchio. Nessun urlo, nessun movimento scomposto o brusca reazione, solo dei gorgoglii, e poi il vecchio si piegò in avanti fino a cadere nella neve.
La donna si guardò intorno: nessuno. Tornò al vecchio. Inclinò il capo. Il sangue che scorreva nella neve, era amarena versata sul ghiaccio, che il venditore ambulante aveva grattato dal grosso blocco sul suo carrettino, sulla spiaggia. Prese il suo bicchiere, diede le monete al venditore, e colma di gioia tornò da sua madre sotto l'ombrellone che l'aspettava sorridente.
Ma sua madre diventò immobile e grigia prima che potesse raggiungerla e, quando arrivò da lei, non c'era altro che un'informe statua di cenere circondata da fiamme e fumo che, al tocco della sua mano, si sgretolò al suolo.
Ma al suolo c'era il vecchio adesso, niente più cenere, né fumo e fiamme intorno a lei, ma al contrario solo freddo e neve.
Si chinò, ripose lo stiletto, ed estrasse un altro coltello dalla borsa, e cominciò a lavorare: prima sui vestiti, poi sulla carne. Tagli precisi e velo

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