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Racconti horror

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Ondine e salamandre

Di sera come al solito percorro le vie della città vecchia. Un vento autunnale spazza a raffiche le strade semideserte portando polvere e foglie ingiallite.
Facciate di case silenziose, porte sbarrate, muri pieni di sporgenze che sfioro nel tentativo di evitare le pozzanghere.
Mi infilo nei portici umidi e bui di via degli antiquari, malrischiarati da una lanterna appesa alle travi tarlate del soffitto. A volte arriva fin qui il rumore possente del fiume in piena.
Oltrepasso una antica scultura pagana che sporge da un edificio. Rari e frettolosi passanti si tengono ben alto il bavero, una donna col corpo morbido lascia un profumo di violette dietro di sé.
Oltre il deposito dei vetri rotti cammino in uno stretto viottolo deserto affiancato da alti muri oltre i quali stormiscono alberi frondosi. Mulinelli di foglie turbinano negli angoli portate dal freddo vento autunnale.
La sera allunga le ombre di una piazza acciottolata tra due file di lampioni ancora spenti. La chiesa gotica erge i suoi contrafforti di mattoni e ringhiere dentate di ferro accanto a me.
Salgo alcuni gradini rabbrividendo. Sciacqui d'acqua segnalano la presenza delle latrine.
Profumo di baccalà arriva a volte nell'aria. Alzo gli occhi prima di attraversare la piazza e allora rivedo il vecchietto.
C'è una vetrina alta con specialità gastronomiche. Vasi pieni di lumache, prosciutto cotto nel pane, funghi col sugo e il giallo scintillìo delle bottiglie di liquori. Il vecchietto fa contrasto mentre accudisce il camino gigantesco dove arde una catasta di legna dietro una griglia verticale.
É estremamente vecchio e decrepito, ridicolo quasi con il suo camiciotto bianco. Saltella letteralmente da un punto all'altro fra i cibi e il camino. Gira gli spiedi, aggiunge olio, attizza la legna, regola il tiraggio... É eccessivamente svelto per la sua età, e molto, troppo sorridente. Al calar delle umide sere autunnali egli appare accanto al camino come un folletto indaffarato.
Vi è anche un p

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   1 commenti     di: sergio bissoli


E venne il male 3

Dal diario del piccolo Marco

04/12/1998



Era un teatro maestoso, quello dove mi avevano invitato a vedere i pazzi. Aveva un'enorme palcoscenico, sul qualche c'erano due maestose poltrone con i poggioli in stile vittoriano e ricamate di tela rossa,
Era lì che ci invitarono, in tanti, a vedere i pazzi... il pazzo... soprattutto.
All'entrata incontrai un nostro amico in comune ( mio e del pazzo), ci salutammo, con entusiasmo e gioia di rivederci e ci avviammo ai nostri posti.
La sala per i spettatori era enorme, noi eravamo in una seconda sala che stava dietro quella principale e più rialzata, come un teatro romano. Entrambe le sale avevano una capienza di mille persone.
Arrivarono due uomini grossi, alti e vestiti con tute arancioni. Uno di loro prese un pazzo e lo scaraventò sulla poltrona che dalla nostra prospettiva era quella di sinistra. Il pazzo si distese inerme sulla poltrona, aveva gli occhi sbarrati e la lingua di fuori, era imbottito di farmaci.
Il secondo omaccione invece strattonava e maltrattava il secondo pazzo, quello che noi conoscevamo, e che eravamo accorsi a vedere, e dopo un momento in cui sembrava che il nostro folle amico stava cercando di ribellarsi e divincolarsi dalla presa dell'uomo, venne anch'egli sbattuto sul secondo divano e anche lui si accasciò inerme su di esso, sembrava che la vita fosse lentamente uscita dal corpo, una sagoma azzurrina, che scavalca e scende dal corpo, come un ragazzo scavalcherebbe la finestra della camera della fidanzatina per non farsi vedere dai genitori apprensivi di lei.
La madre del pazzo, anche lei pazza, il giorno prima mi aveva chiesto di smantellare una parete della casa dove vivevano lei e il figlio malato. Ma quello era un lavoro che di certo io non potevo fare.. chi ne capiva niente di muratura e restauro? Dunque ad un tratto il soffitto della stanza cominciò a inclinarsi, piegarsi e ondeggiare, quasi fosse un lenzuolo e la donna venne spazzata via insieme a tutta la casa, io invec

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   0 commenti     di: luca


La donna del lago -fine-

Ero ancora immerso nell'acqua non avevo aria, l'ultimo sforzo per risalire su è stato letale, devo aver perso coscienza e... appena prima di perdere i sensi ho visto una stanza, buia, fredda mi ha percorso una brivido.
Mi sono risvegliato a riva, tutto inzuppato, mi sentivo uno sciocco. Sono tornato alla casa di mia nonna con l'immagine in testa di quella visione: la stanza era trasandata mi dava l'idea di una cantina riaggiustata. Ero certo si trovasse in quella casa e mi sono messo alla sua ricerca. L'unica cantina che c'era, era quella che conoscevo già. Sono uscito fuori ed ho osservato la casa in ogni sua angolazione; poi un sospetto, la cantina era più piccola rispetto alle fondamenta. Che ci fosse stata un'altra cantina con un'entrata diversa? Ho percorso tutto il perimetro, niente! Sul retro solo la porta finestra della camera di mio padre, sono entrato dentro ed ho osservato la stanza: uguale a come me la ricordavo. Ero stanco, i pensieri non mi abbandonavano, mi sono sdraiato sul letto e devo essermi addormentato.

Ho avuto un incubo. All'inizio era lo stesso: io nell'acqua a nuotare e lo scheletro di una mano che mi afferrava la caviglia. Io mi dibattevo per liberarmi ma le ossa erano una morsa micidiale, mi tiravano giù, sempre più giù sembrava che il lago non avesse fondo. Poi mi sono ritrovato legato ed imbavagliato ad un letto, era tutto buio intorno a me; la stanza era umida ed avevo freddo. Avevo paura e mi sentivo impotente.
Ho sentito una mano che mi sfiorava una guancia e l'ho vista! Era lei, la ragazza scomparsa che mi sorrideva.
Mi ha indicato un punto nella parete, poi è scomparsa e mi sono svegliato.
Ero più stanco di prima ma dovevo porre fine a questa storia. C'era un passaggio, doveva esserci un passaggio. Ho rovistato la stanza, le pareti, ho spostato i mobili ed infine il letto. Finalmente! Proprio sotto al letto c'era una botola! Ho avuto la sensazione che mia nonna non abbia mai saputo dell'esistenza di questa botola. L'

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   11 commenti     di: Paola B. R.


Alys on Hell (6)

Siria strinse la mano al vecchio collega che ammiccò un sorriso alla bambina.
"Ora io ed Alys ce ne andiamo di la a parlare un attimo!" Disse ai tre.
"Vai amore! Vai con lui! È importante!" Sussurrò la madre.
Jacob non disse niente. Si limitò ad osservare la scena.
Sua figlia prese la mano di quel collega della mamma ed andò in un'altra stanza.
"Hai visto? Non ha fatto problemi Alys!" Siria disse rivolgendosi al marito.
"Strano! Con me è così silenziosa!" Pronunciò.
"Non so quanto quel tuo collega riuscirà a tirarle fuori; sempre ci sia qualcosa da tirare fuori." Concluse.
"È molto bravo credimi! L'ho visto all'opera e con i bambini ci sa molto fare." Sottolineò Siria.
Il dottor Albert Swan si presentò ad Alys con un ulteriore sorriso; non prima d'averla fatta mettere a sedere comoda di fronte a lui.
"Allora Alys! Come va?" Chiese.
"Questa sarebbe la prima domanda dottore?" Rispose.
"Ops.!! No.. era per metterti un attimo a tuo agio!" Gli disse.
"Prima di iniziare con le domande!" Concluse.
"Io sono a mio agio e lei?" Alys lo squadrò da capo ai piedi.
"Oh.. simpatica! Io sto benissimo! Ok.. vuoi una caramella? Qualcosa?" Le chiese.
"Alys guardò il vasetto pieno di caramelle ed aggiunse:
"Non accetto caramelle dagli sconosciuti!"
Il dottore parve trasalire un attimo.
"Va bene! Va bene! Dedichiamoci dunque a questa chiacchierata.
Tu lo sai perché sei qui vero?"
"Dottore!" Disse La bambina.
"Si?"
"Se continua così andiamo poco avanti! Se io so perché sono qua?
Forse perché la notte non riesco a dormire; forse perché certe notti ho febbre altissima, ma i miei non sempre se ne accorgono?
Forse perché proprio ieri ho sanguinato così tanto che sembrava il Nilo, mi pare di ricordare; quando una piaga lo colse! Ma non vorrei sbagliarmi"
Finì e gli piantò un sorriso.
Il dottore traballò dalla sedia.
"Quanti anni hai scusa?" Le chiese.
"Guardi nella cartelletta se non

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   0 commenti     di: Dark Angel


Polvere alla Polvere

Erano in tre di fronte ad una lussuosa cappella mortuaria, il recinto che delimitava i loculi era alto, quasi completamente occultato da siepi perfettamente curate. Il terreno compreso nell'area, solcato da stretti vialetti di pietre levigate, era riservato alle inumazioni. Era inverno e nella notte una lieve nevicata aveva lasciato rade spolverature di bianco. Non c'erano altre persone nel cimitero, oltre al becchino; dopo il funerale il piccolissimo corteo non aveva accompagnato la salma nel suo ultimo viaggio. Il defunto non doveva proprio godere di quello che si definisce il favore delle masse.
"Questa volta l'abbiamo fatta proprio grossa." Disse Giovanni.
"Non mi sembra che sia poi molto più grossa delle altre volte. Delle molte altre volte." Rispose Pietro, subito prima di dare un lungo bacio alla sua fiaschetta d'argento.
"E che diavolo, un po' di rispetto." Disse Maria stringendosi nel suo pesante cappotto dopo una raffica di vento particolarmente gelida. "Praticamente siamo ancora ad un funerale."
"Andiamo cuginetta, non farmi la predica." Rispose Pietro. "Mi sto solo tenendo caldo. Non sto festeggiando... non ancora almeno."
Giovanni sorrise sfregandosi le mani guantate, cercando di non farsi vedere da sua sorella.
"Probabilmente se non ti fossi tenuto tanto caldo ora non saremmo in questa situazione." Ribatté Maria, il freddo le faceva uscire del vapore dalla bocca.
"È vero, sono un po' ubriaco." Ammise Pietro allargando le braccia con un sorriso liquido. "Ma... guardandoti in faccia... non potrei giurare che tu non ti sia fatta una tiratina della tua bella polverina bianca da snob nelle ultime ore. E comunque c'eravamo tutti e tre qui, quindi se ho sbagliato non ho sbagliato da solo."
"Ma tu eri l'unico che sapeva quali erano le ultime volontà dello zio." Intervenne Giovanni.
"E va bene, è colpa mia, solo colpa mia." Rispose Pietro. "Prendetevela con me se vi fa stare bene. Mea culpa, mea culpa, mia... come proseguiva?" Aggiunse il giovane

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   0 commenti     di: NeroLate


Gli occhi di Damien

C'era qualcosa di sensuale nei suoi modi, nelle movenze... nel suo sguardo.
Era un piacere vederlo all'opera.
Damien era il surplus della bellezza decadente; Pallido, alto e magrissimo, capace di incantare, di lasciare senza fiato. Forse questo mi fece perdere la testa.
Seguii parecchie sue mostre; forse rassegnato, accettò di prendere un caffé con me.
"Grazie per aver accettato l'invito signor Bloom, sa, la seguo da un po' di tempo e mi ha davvero colpito la sua opera. Non vedevo l'ora di complimentarmi di persona con lei, ecco perché ho insistito tanto in questi mesi. Ah, e poi volevo il suo parere su...". Cominciammo a frequentarci sempre più spesso, trovò interessanti i miei manoscritti. Così ebbe inizio la nostra storia, la nostra meravigliosa storia...
Eravamo liberi amanti; per un periodo esistemmo insieme, nella sua spartana soffitta dalle pareti color porpora.
Passavamo le giornate sul gran letto al centro della stanza, e mentre io leggevo, lui traeva ispirazione per sempre nuove tele: divenni la sua musa, o almeno, una delle tante...
Formammo un idillio, o meglio lo creai da sola, me ne innamorai perdutamente, e fu questo a rovinare tutto. Cominciai a provare una tremenda gioia nel dormire al suo fianco, nel sentirne il respiro, caldo, sul mio collo.
Tutto quello che desideravo era poter essere amata da quell'angelo. Avrei fatto qualsiasi cosa per lui.

Quell'angelo che, anche nella stessa casa, è sempre stato da me lontano...
Mi ero illusa di poter tenere in gabbia un essere alato...

Non sopportavo più il profumo femminile nei suoi lunghi capelli, o i graffi non miei sulla sua bianca schiena...
Litigammo al punto di interrompere la nostra convivenza; non ci vedemmo per lungo tempo, ma dai suoi occhi non seppi distaccarmi.
Misi il mio vestito più bello, che tanto gli piaceva, raccolsi i capelli e mi cosparsi la pelle d'assenzio.
Convinta che non avrebbe potuto resistermi mi diressi da lui senza avvertire. Egli era impegna

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Il gemello

Io e Simon ci conoscevamo dai tempi del liceo e ancora la nostra amicizia pareva solida sebbene a volte ci capitasse di litigare e non vederci per un po' di tempo. Conoscevo pure la sua famiglia. Il padre morì di un improvviso attacco cardiaco quando aveva solo ventidue anni.
Non ho mai capito il suo atteggiamento piuttosto distaccato nei confronti della disgrazia poichè non mi risultava ch'egli avesse mai avuto alcun particolare attrito verso di lui. È vero però che non me parlava mai, fino a farmi pensare che un padre non l'avesse mai avuto. La madre era stata sempre affettuosa col figlio che, dal canto suo, era cresciuto senza fatica e senza traumi. La sorella Lara era un tipo ombroso ma dai modi gentili e raffinati. Il mio amico invece era diverso: esuberante quanto basta per essere definito interessante, attivo, affidabile anche se piuttosto irascibile e permaloso. La sua passione era la biochimica. Lavoravamo insieme alla University of Science di Boston. Lui era allora vice-direttore del settore biogenetico dell'istituto. Io gli facevo da assistente e soprattutto da confidente. Collaborare con lui era un'avventura; la dedizione che ci metteva era per me contagiosa e del resto lo seguivo volentieri nelle sue idee, talvolta stravaganti.
In quel periodo notai nel mio amico una sorta di eccitazione ch'egli non riusciva quasi a contenere. Nei miei confronti divenne più chiuso, oserei dire più freddo, diffidente. Eppure negli ultimi mesi nulla di particolare era accaduto, almeno così pareva. Tale atteggiamento durava da tre settimane e a me sembrarono un'eternità. Era giunto il momento di affrontarlo.
Trascorsero due giorni senza che riuscissi a trovare il modo di metterlo alle strette. Dal canto suo egli perseverava in quello strano atteggiamento e anzi pareva volesse addirittura evitarmi. Era diventato taciturno, chiuso in un riserbo davvero anomalo a giudicare dal suo carattere. La situazione mi dava sui nervi, non ne potevo più. Non ero pi?

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   2 commenti     di: Linda Tonello



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