username: password: dati dimenticati?   |   crea nuovo account

Racconti horror

Pagine: 1234... ultimatutte

Incontri notturni

Arrivo a casa tardi, di notte. Appoggio la bicicletta sotto alla tettoia e cammino verso la fattoria.
É un'umida notte di agosto. La luna alta nel cielo illumina il cortile vuoto, disegna ombre storte e dentate sul terreno. Alla mia destra oltre il pollaio e i cespugli di serenelle, si stende il vigneto, ondulato sotto alla luna. Tutto è immobile e silenzioso.
Ma là in fondo qualcosa si muove di sfuggita. Mi fermo e ritorno indietro.
Vedo una forma vaga, biancastra, in lontananza. Che cosa può essere? Un riflesso delle foglie? Un ramo nudo?...
Sono stanco e devo andare a dormire. Apro la stretta porta di ferro ed entro nella saletta. Senza fare rumore salgo di sopra, mi spoglio e mi sistemo a letto.
I ricordi della sera passano nella mia mente. La musica delle chitarre, il ballo con la ragazza, i lunghi baci... E la macchia bianca nel vigneto, che cosa sarà stata?
Mi sento agitato. Mi giro nel letto senza riuscire a prendere sonno. Ho fatto male a non andare a controllare. Dopo un po' mi alzo, mi rivesto e scendo giù.
Rivedo il cortile deserto, allagato di luna. La notte d'estate sembra diventata più fredda.
Come arrivo all'inizio del vigneto vedo che è ancora là. É una forma bianca e nera proprio all'incrocio di due filari di viti. Sembra un uomo con un mantello.
Innervosito mi incammino di buon passo. Il terreno è ondulato fatto di discese e salite. L'erba alta bagnata di rugiada mi rallenta l'andatura. Ho fatto male a non portare i cani con me. Dove saranno i due cani adesso? Perché questa notte non mi sono venuti incontro come le altre volte? Forse staranno dando la caccia a una talpa nei campi.
Quando arrivo a metà sento un suono strano provenire dal fondo del vigneto. Sembra un lamento, debole, intermittente.
Mi fermo per tentare di capire di cosa si tratta. Appoggiato al casotto dell'irrigazione c'è il manico di una vecchia zappa. Lo impugno forte e riprendo ad avanzare. Almeno adesso ho qualcosa per difendermi.
C'è una strana tensi

[continua a leggere...]

   4 commenti     di: sergio bissoli


Il sorriso di Shirley... (parte prima)

“Shirleyyyy, tesoro, non allontanarti troppo, resta qui vicino ok?” gridava sua madre, avvolta dalla naturale preoccupazione che una mamma nutre vedendo la sua piccola di 8 anni giocare in un giardino che confina con un bosco, dal quale può provenire di tutto e con i tempi che correvano non era il caso di allentare la guardia, nemmeno per un attimo. Ma la piccola Shirley, incurante del richiamo materno si avviò vero la zona boschiva, che attirava di più la sua curiosità e stimolava tantissimo la sua fantasia. Fra l’erba alta migliaia di piccoli insetti vedevano passare le piccole gambe della ragazzina, delle gambe che trasmettevano curiosità, fantasia……. innocenza.
La curiosità della bambina fu attirata da un debole suono, quasi un pigolio o un cinguettio, non di distingueva bene cosa fosse. Arrivata vicino alla fonte di quel verso Shirley vide un piccolo uccellino, un passerotto che probabilmente aveva tentato di spiccare il suo primo volo ma le sue ali erano ancora deboli e di conseguenza era finito rovinosamente a terra ferendosi a tal punto da non riuscire più a muovere nemmeno una zampetta. Il povero animale vide la figura imponente di Shirley sovrastarlo. Imponente lo era dal suo punto di vista ovviamente e tuttavia Shirley lo guardava stando in piedi e quindi capirete che anche 1 m e 20 di altezza sono paragonabili ad un grattacielo dal punto di vista di un uccellino inchiodato al suolo. Shirley lo fissò per qualche istante, poi si inginocchiò a terra e lo prese fra le sue mani. Il povero animale iniziò a tremare terrorizzato, essendo incerto sulle intenzioni di quella bambina, all’apparenza dolcissima.
Poco distante da lì un grosso gatto selvatico si muoveva con il silenzio e la cautela che solo un felino può avere. Si vedeva chiaramente che girava alla ricerca di una preda e si sa che le prede più ambite dei gatti oltre ai topi sono gli uccellini. Il cinguettio del povero uccellino nella mani di Shirley attirò l’attenzione

[continua a leggere...]

   6 commenti     di: Roberto melcore


Sogno di Tenebra

Oscurità. Era l’unica cosa che i suoi occhi riuscivano a raggiungere con lo sguardo. Buio, nero, le tenebre più totali e nient’altro. Sbirciando da sotto le coperte solo un infinito nulla alla sua vista. Un atroce incubo l’aveva destato in piena notte, ed aveva impiegato qualche attimo a rendersi conto di essersi svegliato, a riprendere il controllo e a ricacciare il panico in fondo allo stomaco. Ma si era davvero svegliato? Ora che non riusciva a trovare un punto di riferimento nel vuoto assoluto che gli si parava davanti, non ne era più tanto sicuro. Si infuse coraggio e si sforzò di pensare con razionalità: era notte e di notte l’oscurità è normale. Ma quella in cui si trovava immerso adesso la normalità non la sfiorava nemmeno; non un solo raggio di luce attraversava la finestra, come se la luna e le stelle avessero deciso tutto ad un tratto di spegnersi.
Decise a quel punto che era il momento di agire, non poteva sopportare quella situazione, doveva fare qualcosa, insomma doveva accendere una luce. Ma come? Si mise a sedere sul letto, ma il buio lo terrorizzava a tal punto che non riusciva a pensare, a trovare una soluzione. Continuava a fissare la finestra?" o dove la finestra dovrebbe essere stata?" e maledicendo le nuvole che, secondo la spiegazione che si era dato, oscuravano il cielo stellato, e l’isolata campagna circostante, che non presentava neanche un semplice lampione. E allora il panico e gli incubi che l’avevano fatto sobbalzare nel cuore della notte gli tornarono prepotentemente in testa: visioni di demoni, di atrocità, di sangue, di puro terrore; ed ora il pensiero che tutto questo gli era intorno, pronto a sopraffarlo col favore delle tenebre, centuplicava la folle paura che aveva provato in sogno.
Si prese il capo tra le mani e si costrinse a scacciare quegli orribili pensieri, concentrandosi esclusivamente su di un modo per far luce. “Sciocco!” si disse “la lampada sul comodino!”, ed un sospiro di sollievo ri

[continua a leggere...]

   2 commenti     di: Dario Lo Cascio


Beatrice

“…: io dico di Beatrice;
tu la vedrai di sopra, in su la vetta
di questo monte, ridere e felice”
DANTE ALIGHIERI

Se non recassi ancora un segno tangibile degli strani eventi da me vissuti in quel pomeriggio della mia adolescenza, ahimè ormai lontana e vagheggiata come dal naufrago sono gli usati luoghi e i suoi più cari affetti, crederei d’esser io vittima d’un di quei tranelli di cui tanto copiosamente il dio disseminò la vecchiezza umana, onde ridurre a saggezza e umiltà quel ch’erano la sfrontatezza e l’impeto della gioventù. So bene quanti e quali oltraggi del tempo sia costretto a patire, primi fra tutti quelli del mio corpo logoro e stremato, pronto a rassegnarsi al ciclo delle cose per rinascere in forme nuove e a me imprevedibili. Ma ancor di più conosco e patisco l’oltraggio dell’uomo e le beffe di quanti hanno ascoltato questa mia storia e m’hanno in conseguenza detto pazzo o mentecatto, bacato nelle mie facoltà mentali dal peso degli anni. Che la mia mente non sia più quella di una volta, lo riconosco e ne sono consapevole; la lama affilata ch’era il mio ingegno è ad oggi un coltello arrugginito e smussato nella punta. Ma quel po’ delle mie forze che ancora sopravvive in me monta in furore contro chiunque osi denigrare o mettere in dubbio il mio racconto. La vita ha saputo nutrire e rafforzare il mio spirito e certezze vieppiù nuove si sono sostituite alle precedenti, ma sarei disposto a dubitar di me stesso piuttosto che di quanto vidi e vissi in quel pomeriggio. Negherei il mondo e questa mia stessa mano che, tremolante, riporta incerta in lettere ciò che io penso e intendo scrivere, ma non negherei o sarei incerto di quei fatti. Ahimè, quanti, dinanzi a tanta risolutezza, ridono e si reggono lo stomaco, portati alla derisione e ad assecondarmi piuttosto che alla comprensione!
Ed io ne ricevo, così, uno dei più intensi dispiaceri della mia vecchiaia, già tanto sofferente e triste. Ho tuttavia risolto che, se

[continua a leggere...]

   3 commenti     di: Lele M.


Fornace

Il vecchio fuochista se lo vide davanti all’improvviso ed ebbe quasi un moto di paura, in quell’antro sotterraneo non scendeva mai nessuno, tranne gli altri due fuochisti che si alternavano con lui per garantire la continuità del fuoco.
L’uomo alto, elegante, con occhiali cerchiati d’oro si presentò:
-Salve, sono l’ingegnere che più di dieci anni fa progettò questa fornace e per
pura curiosità vorrei controllare che le strutture e la funzionalità dell’impianto siano ottimali-
Detto ciò passò minuziosamente con lo sguardo la parete di mattoni refrattari soffermandosi su alcune lievi screpolature.
- Bene, bene, nulla di importante. Vediamo ora il tiraggio.-
Il fuochista aprì il pesante portello di ghisa ed apparve il vorticoso viluppo di fiamme che ulteriormente alimentate dal flusso esterno d’aria emisero un impressionante rombo cupo.
-Tira, tira. Chiuda, altrimenti tira su anche noi?"
Proseguì l’ingegnere:
- Quando feci i primi sopralluoghi per il progetto scoprii una botola che immetteva in questo vasto locale interrato e mi balenò subito l’idea di costruirvi la camera di combustione della fornace per poter adibire i piani superiori alla lavorazione della creta, allo stampaggio e all’essiccamento dei manufatti.-
Si tolse gli occhiali e prese a pulirli col fazzoletto:
- Quando iniziammo i lavori scoprimmo che questo scavo era stato fatto dai romani per ricavarne una cisterna per raccogliervi l’acqua piovana ma che probabilmente il lavoro non fu portato a termine e rimase in totale abbandono.
Ma la scoperta più agghiacciante fu quando cominciammo a ripulire il fondo e trovammo tre scheletri di adulti e ben otto scheletri di neonati. Mi recai in Comune e fatte ricerche e scoprii che prima del decreto napoleonico di requisizione degli edifici religiosi qui sopra vi era il giardino di un convento di suore. Un convento molto importante e anche molto chiacchierato, pare c

[continua a leggere...]

   3 commenti     di: Sergio Celetti


Seven Queens; le sette Regine

Parte 1:
Nessuno mi credeva. Nessuno riusciva a prendere sul serio quello che dicevo. Nessuno provava ad ascoltarmi. “Tutti uguali, ottusi del cavolo” pensavo mentre i miei genitori adottivi se ne stavano sdraiati sul divano a guardare il Grande Fratello. Bastava accendere la televisione e via, chi li portava più sulla Terra. Se in tv ti dicono che domani devi vestirti con le mutande sopra i pantaloni, a tutti sembra un’idea magnifica. Bizzarra forse, ma allo stesso tempo geniale e innovativa. Ma se un’ adolescente prova a spiegare una cosa soprannaturale, nessuno le crede, anzi le da addosso dicendo che guarda troppa “tv spazzatura”.
“Puttanate” mi dicevo in mente e speravo in un domani migliore, anche se, giorno dopo giorno, il domani sembrava sempre più buio e oscuro, senza via di uscita. Volevo scappare, documentarmi, capire cosa era successo il 17 Aprile 1998, quando, in circostanze misteriose, i miei genitori furono assassinati. Dire assassinati è limitativo rispetto a ciò che i miei poveri cari dovettero subire. Quando gli agenti della polizia entrarono nella loro camera, in molti corsero in bagno, in cucina per rimettere la loro colazione. “Questa non è opera umana, non è possibile” ripeteva il povero commissario, visibilmente scosso da quell’ osceno teatro.
Il caso fu archiviato dopo due soli mesi e io venni allontanata da Torino, dai miei nonni, dalla mia casa e rinchiusa tra quattro grigie mura a Milano, affidata a due estranei che non riuscivo a guardare in faccia. Non ero trattata da persona, nemmeno da cameriera, oserei dire da serva. Mi fecero lasciare la scuola a 15 anni per farmi andare a lavorare mentre loro poltrivano a casa come due orsi in letargo. Li detestavo. Lei, grassa e foruncolosa, emanava una miscela di aglio e Tavernello che avrebbe potuto stendere anche una puzzola. Lui, ubriacone e rozzo, mi picchiava perché non portavo abbastanza soldi a casa.
A 17 anni, decisi che quella non era vita. Scappai di cas

[continua a leggere...]

   2 commenti     di: Darren Stevens


Una questione di ingredienti

Il castello di Zardok crollò sotto il peso del mostro, in un istante.
Zampe di ragno, possenti come tronchi d'albero, stavano ora trascinando verso il mare, lentissimamente, quell'abnorme corpo di balena.
Alle sue spalle, cumuli di macerie. E di corpi straziati, come fossero plancton.

-Dannato imbecille!- gridò Zardok il mago, vibrando una poderosa bacchettata sulla nuca del suo frastornato assistente.
-Pietà grande Zardok!!
- Pietà?! Zampe di ragno Maculato! Estratto di polline di girasoli! Sangue di FA-LE-NA! Non ba-le-na. FALENA!
L'assistente tentò un'improbabile fuga fra i calcinacci, ma Zardok, svelto di mano, lo colpì con un incantesimo.
"Stoppeficius!"Sentenziò.
Il poveretto rimase pietrificato nel mentre in cui stava compiendo un balzo verso un muretto diroccato. Ricadde a terra come un sacco di patate.
Zardok, armatosi di pugnale, gli si avventò contro e con un poderoso calcio lo mise a pancia all'aria.
Poi, gli si avvicinò, naso contro naso, e pur sapendo che non avrebbe potuto rispondergli, gli chiese: "Lo sai cosa mi ci vuole, ora, per fermare quell'abominio?"
Al giovane assistente non rimaneva che fissarlo atterrito.
"Il cuore scorticato di un giovane imbecille... IL TUO!"
E gli affondò la lama nel petto.

   0 commenti     di: Diego TURATTO



Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

Questa sezione contiene storie dell'orrore, racconti horror e sulla paura