Stava lottando contro le larve.
Un insetto aveva proliferato dentro l’armadietto in cui teneva gli alimenti per la co-lazione e così, non senza riluttanza, si stava dando da fare ad aprire barattoli e sac-chetti nella speranza di trovare il nido. Con la faccia contratta in una smorfia, osser-vava i minuscoli vermetti bianchi strisciare lungo le lisce pareti di legno alla ricerca vana di una via di fuga. Non potevano essere sbucati dal nulla, eppure non riusciva ad individuare la fonte del loro sostentamento. Biscotti, caffè e zucchero parevano in buono stato, ed anche il miele non era stato intaccato.
Poi la sua attenzione cadde su una confezione di barrette di crusca abbandonate lì da chissà quanto tempo. Le tolse dall’involucro e notò che la plastica che le contene-va, in alcuni punti, era come lacerata, corrosa. Non riuscendo a spiegarsene il motivo, scosse la testa e cominciò ad esaminarle una ad una. All’apparenza sembravano intatte, ma quando spezzettò la prima si accorse che conteneva un inaspettato ripieno.
Una manciata di vermetti bianchi comparve sul tavolo tra le briciole e prese ad e-spandersi a vista d’occhio. Le larve si districavano le une dalle altre e si davano alla fuga in ordine sparso, come se fossero consce del pericolo incombente su di loro. Per un istante rimase ad osservarle, affascinato dal loro istinto di sopravvivenza, poi corse in ripostiglio e fece ritorno con una spugna ed il flacone dell’alcol etilico.
Dopo aver riempito d’acqua il lavello, cominciò a raccogliere gli insetti con fare meticoloso. Passò la spugna sul tavolo, sui ripiani e lungo le pareti dell’armadietto. Quando la sua mano incombeva su di loro, i vermetti si raggomitolavano su sé stessi in un estremo tentativo di difesa. Era stupefacente guardarli. Per quanto fossero piccoli?" degli esseri che racchiudevano forse una manciata di cellule?" sembravano perfettamente consapevoli della morte e facevano di tutto per sfuggirla.
Affogò l’int
La cena era appena cominciata; avevano almeno un quarto d'ora buono di tempo.
Anna si fermò davanti alla porta della diciannove, si guardò intorno, poi provò ad inserire la chiave.
- Dai, muoviti - disse Bart, continuando a lanciare occhiate al posteggio deserto ed alla porta principale del motel. Evidentemente il non sentire il misterioso ospite lo aveva turbato tanto che ora si fidava più della propria vista che delle proprie percezioni.
Anna armeggiò con la serratura per ancora qualche lunghissimo istante. Le tremavano le mani e non riusciva ad introdurre la chiave. Finalmente vi riuscì e fece scattare la serratura.
Il click metallico del chiavistello sembrò loro risuonare come uno sparo. Per qualche istante rimasero immobili, trattenendo il fiato, come se da un momento all'altro tutte le persone presenti nel motel dovessero riversarsi fuori sulla veranda, attratte da quel fragore.
- Dai, muoviti - il primo a riscuotersi fu Bart.
Anna non se lo fece ripetere: sospinse la porta, che cigolò con un lamento che sembrava lo strazio di un animale ferito - da quanto tempo nessuno oliava le porte delle stanze - e sgusciò dentro, seguita da suo fratello.
Si richiusero la porta alle spalle.
Un fioco chiarore filtrava dalle tende della finestra, che erano chiuse.
Strano, pensò Anna mentre i suoi occhi si abituavano all'oscurità, di solito aprire le tende è la prima cosa che si fa entrando in una stanza. Invece le lunghe tende che arrivavano a terra erano chiuse, esattamente come le lasciavano le cameriere, e solo un filo di luce contornava i bordi del pesante tessuto.
Davanti a loro c'era quello che avevano visto migliaia di volte: una stanza di motel. Il letto matrimoniale con di fronte una piccola scrivania, sulla sinistra un armadio, sulla parete opposta alla porta la finestre. A sinistra la porta socchiusa del bagno. Una poltrona in un angolo completava l'arredamento.
Bart fece qualche passo verso il centro della stanza. Il copriletto era pe
Cavolo se faceva freddo quella sera.
Ricordo che la zia stava preparando la cena, i miei non c'erano. Erano fuori città per questioni di lavoro.
Per questo chiesero a mia zia di tenermi con lei per qualche giorno.
Io ovviamente al pensiero di passare del tempo con mio cugino, ma soprattutto di non
andare a scuola, dato che ero stato colpito da un'influenza terribile, non potevo che essere al settimo cielo.
Ci aspettavano giornate intere da trascorrere ai videogiochi ed altre diavolerie simili.
Comunque, per non farla lunga, ero felice come una pasqua.
Ancora non lo sapevo, ma quella mia gioia iniziale si sarebbe tramutata presto in ansia e terrore.
La cena era ormai pronta e zia ci invitò tutti a sederci a tavola.
Oh, che buono! Era una bravissima cuoca e le riusciva favolosamente qualsiasi piatto.
Questa volta si trattava di melenzane alla parmigiana, manco a dirlo, il mio piatto preferito.
Consumammo la cena in silenzio, interrotti di tanto in tanto dalla televisione che faceva di tutto per farsi notare, senza riuscirci minimamente dato che eravamo tutti concentrati sul nostro rispettivo piatto.
Finito di mangiare, la zia ci ordinò di lavarci i denti e di andare a letto.
Io protestai energicamente dato che ero solito andare a letto molto più tardi.
Infatti, prima di andare a dormire, mi piaceva fare qualche partita ai videogiochi e leggere qualche pagina di un buon libro. E per buon libro io intendevo o romanzi gialli, o libri horror.
Certamente non mi sarei mai aspettato di far parte in prima persona in un'avventura di quest'ultimo genere.
Non ci fù niente da fare, la zia non accettava repliche e così, mi ritrovai nella camera degli ospiti appoggiato sul letto e a luci spente già dalle diciannove e trenta manco fossi un bimbo di tre anni.
Non ricordo a che ora riuscii ad addormentarmi, ricordo però benissimo che stavo facendo un incubo terribile. Così orribile che svegliandomi di soprassalto ero convinto di aver sentito un urlo disuma
Sandy cerca di riprendere il possesso delle sue forze. Le braccia che la stanno viscidamente avvinghiando sono forti, ma anche corte. Se solo fosse riuscita a dimenarsi un po' di più, anche a costo di far godere quell'ometto insulso, si sarebbe facilmente liberata.
Prende ad ancheggiare.
Il fiato dell'uomo si fa corto.
Il corpo di Sandy ondeggia sempre più vigorosamente.
Gli occhi dell'uomo diventano particolarmente vacui e stupidi.
Sandy s'inarca premendo sul rigonfiamento nei pantaloni dell'uomo e si dà una spinta all'indietro.
Sandy prova allo stesso tempo disprezzo per quell'individuo e compiacimento per quanto fosse facile avere la meglio su un povero bavoso.
Robert è felice.
Felice che la vecchia baldracca di fronte a lui se la sia fatta addosso. Con lui non si scherza, e ora lo sa anche lei. Un coltello serramanico con lama lunga 15 centimetri fa sempre la sua porca figura, c'è poco da fare.
<<La prego, cosa vuole da me?>>
La vecchia quasi s'inginocchia con le mani giunte a preghiera.
"Che cazzo crede di concludere pregando?" pensa Robert mentre avanza a passi lenti e pesanti. Gli piace sentire lo scricchiolio della ghiaia incastonata nelle suole di cuoio.
E non può fare a meno di ridere quando sente le parole della vecchia baldracca.
<<Senti senti la signora!>> esclama con la voce spezzata dall'ilarità, <<pensavo di essere io quello stronzo!>>
Sandy proprio non può sopportare quel ridicolo ometto conciato come un manichino anni '30 che gli sta di fronte fiero e ghignante, le cui schifose manine l'avevano toccata dove ben pochi uomini avevano potuto prima.
Possibile che nessun cliente si fosse presentato al Jolly's in quei minuti?
"Cristo! È venerdì sera! Dove siete tutti?" pensa ormai furiosa.
Sandy grida, chiede aiuto sperando che qualcuno la senta. La sedia metallica del giardino del Jolly's, seppur in lega leggera, sulla tempia fa un gran male. Le lacrime le inondano le guance contro la sua volontà. Non vuole darla vint
Ho accettato l'incarico di riordinare la biblioteca nella villa della marchesa Dionisis.
La marchesa è vecchia e non la vedo quasi mai. Una cameriera vecchissima mi prepara da mangiare e a volte resto qui anche a dormire. Nelle ore di libertà scendo giù nell'orto per fare una passeggiata.
I libri sono centinaia. Tutte rare edizioni in pergamena, alcuni con serratura in rame e punte di ferro. Gli autori: Eliphas Levi, Crowley, Kremmerz, Barret, Papus, Kardec, Gardner, Blackwood, Frank Graegorius, trattano spiritismo, magia e stregoneria.
Un pomeriggio di maggio, stanco di catalogare libri, esco per fare una passeggiata.
Il giardiniere, che è anche guardiano, è un vecchietto rustico con berretto e un paio di stivali pieni di pezze. Lo guardo mentre zappa le cipolle con incredibile lentezza fischiettando un motivo. Le aiole sono piene di erbacce e sulla ghiaia crescono le ortiche. Quell'uomo è troppo vecchio e non riesce a badare a tutto.
L'orto è chiuso sul fondo da un cancello altissimo che lo divide da un bosco di alberi secolari. Già da alcune settimane provo il desiderio di entrare nel bosco ma il giardiniere trova mille pretesti per rimandare. Oggi, per esempio, mi dice che non può aprirmi perché non trova più la chiave.
Così gironzolo un po' a caso finché trovo una apertura nell'alta siepe di caprifoglio. Aspetto che l'uomo mi volti le spalle per entrare nel bosco.
Corro su una grande radura con al centro frassini secolari. Arrivo a un varco tra gli alberi, come una specie di porta. La attraverso e sono accolto da una pioggia di aghi di pino.
Ci sono alberi grotteschi che assomigliano a ragni velenosi. Seguo un sentiero che passa vicino a un canneto. Poi il sentiero discende fino a costeggiare un laghetto.
Mi siedo sulla riva e guardo le grandi ninfee bianche sull'acqua scura. Al centro c'è un'isola con i ruderi di un tempietto coperto di erba. Lancio alcune pietre nell'acqua e guardo i cerchi che si formano e si espandono. I cerchi d'acqu
Un fine pomeriggio nuvoloso e triste raggiungo a piedi il palazzo dove abitava lo zio. È un edificio con l'intonaco scrostato e l'erba che cresce sui tetti.
Entro dall'androne.
"Sono venuto per il funerale... Vorrei vedere lo zio..." dico al portiere deforme con la faccia grossa piena di foruncoli seduto dietro il banco.
Lui prende una chiave dalla casella e me la porge:
"Ultimo piano. Penultima porta in fondo al corridoio".
Le scale sono malrischiarate dai finestroni sporchi. Salgo appoggiandomi alla ringhiera in ferro e arrivato in cima percorro un corridoio oscuro con le piastrelle che traballano.
Attaccato alla penultima porta qualcuno ha appeso un cartello con la scritta: <<Lutto di famiglia>>.
Apro. La porta di legno stride orribilmente raschiando sul pavimento. Odore di cera e di fiori appassiti.
Una stanzetta semibuia con gli attaccapanni. Un'altra porta aperta che conduce in cucina.
La bara sta al centro su due cavalletti. Intorno ci sono alcune sedie scompagnate, qualche mazzo di fiori...
Lo zio è dentro alla cassa aperta, col coperchio posato per terra. Due candele ardono quietamente in silenzio. Mi avvicino di più e guardo dentro alla cassa.
Lui sta disteso, come in attesa... Attorno alla testa ha un tovagliolo annodato per tenere chiuse le mascelle. Il viso è rasato e sembra di cera. È vestito con giacca blu notte, pantaloni nuovi dello stesso colore; camicia bianca e cravatta azzurra. In vita non lo ho mai visto vestito così elegante. Forse questo abito non lo ha mai messo conservandolo per il futuro...
Le fiamme delle candele si sono mosse. C'è una corrente d'aria da qualche parte.
Il volto è bianchissimo, gli occhi chiusi. Sembra che dorma. È così forte l'impressione che sia addormentato che a volte mi pare che il torace si sollevi nel respiro. Ma no. È solo suggestione. A forza di fissarlo non sono più sicuro di niente. Provo a toccargli una mano. È fredda e dura come il marmo.
Il tempo passa, gocciola lentamente nella
Come siamo arrivati a questo? Come sono arrivato a questo? Com'è potuto accadere? Era inevitabile? Era scritto nel destino? È semplicemente una legge di natura? A noi succedono loro. Agli uni seguono gli altri. O forse... forse c'era qualcosa che avremmo potuto fare? Per non arrivare a questo dopo secoli, dopo millenni di grandezza. Millenni di grandezza che finiscono così, con me, un... un... uomo solo, stanco, affamato, coperto di stracci, che si muove come un fantasma senza meta, in un mondo fatto ormai solo di polvere, aria fetida, misere ossa e solitudine. Per quello che ne so, io sono l'ultimo, e se non è così chi verrà dopo di me non farà altro che prolungare la nostra agonia in un mondo che ormai non ci appartiene più. Ma una volta eravamo rispettati, eravamo più che rispettati, eravamo temuti. Vivevamo in quel limbo tra la realtà ed il mito, tra il mito e la fantasia. Ed a chi era dato sapere quanto fossimo reali non era concesso abbastanza da vivere per poterlo raccontare. L'ho detto prima: forse è una semplice legge di natura.
Mi piace pensare, per non rinnegare completamente la nostra grandezza, che forse tutto è cominciato da questo: dal nostro sterminato potere, che non poteva trovare rivali su questa terra se non in se stesso. Come un arco oscuro e potente, avvolto nelle tenebre, che si erge prepotente verso il cielo nero, per poi collassare su se stesso.
Mi tornano in mente le notti passate in ogni angolo del mondo: dalle luci scintillanti di New York, Roma, Parigi, fino alle periferie più degradate delle metropoli africane, tra gloria, dolore e perversione. Mi muovevo leggiadro tra la vita e la morte, tra il sangue ed altri nettari proibiti. Attraverso il tempo, dai chiostri dei castelli medievali, passando per i saloni dei palazzi dei nobili del settecento, fino ai giorni nostri, tra guerre, carestie, ma anche periodi di gioia e gaiezza. In ogni luogo ed in ogni tempo sono stato amato ed ho amato, sono stato temuto, perseguitato, sca
Questa sezione contiene storie dell'orrore, racconti horror e sulla paura