A quei tempi lavoravo in una pasticceria. La pasticceria era gestita da due vecchie zitelle Alma e Wilma.
Al piano inferiore c'era il locale riservato al pubblico e sopra, in un granaio era situato il forno con le tavole per impastare e gli scatoloni degli ingredienti. Sacchi di farina, di zucchero, ceste di mandorle, bidoni di latte, di marmellata erano stipati dappertutto ed accatastati perfino lungo la scala.
L'ambiente era uno stanzone basso e scuro e prendeva luce da un lucernario e da finestrini a livello del pavimento. Il mio lavoro consisteva nel fare un po' di tutto: aiutavo a impastare, caricavo il forno, rifornivo gli ingredienti, facevo le pulizie.
Arriva l'estate, caldissima. Nella pasticceria avevamo messo in funzione i ventilatori e steso le tendine per le mosche.
Una mattina sono giù in negozio quando sento un grido e poi la voce isterica di Wilma che mi chiama.
Corro su per le scale e lei mi indica dei granellini neri sul ripiano di marmo. Li tocco per esaminarli. É sterco di topo, probabilmente. Da dove sono venuti? La proprietaria pare molto preoccupata e mi fa sistemare alcune trappole.
Due o tre giorni dopo, la proprietaria sale di sopra e scopre che le cialde che avevamo messo a lievitare la sera prima pullulano di tarme. Sono animaletti lunghi, pelosi e sembrano molto voraci.
Quella mattina la trascorriamo impegnati a raccogliere le cialde dentro ai bidoni per evitare che si propaghi l'infestazione. É un lavoro massacrante. Le sorelle riempiono i bidoni di cialde inutilizzabili, io scopo e ripulisco tutto intorno ammazzando le tarme. Togliamo tutte le scatole dagli scaffali per ripulire i ripiani e le sistemiamo sul lato opposto della stanza.
Arriva mezzogiorno e siamo ancora indaffarati a rimettere le cose al loro posto. Comunque tarme non se ne vedono più, tranne qualcuna che scopriamo nascosta sotto il forno o lungo le scale.
Il giorno successivo le cose sono peggiorate. Sugli imbuti, dentro alle terrine, sopra ai mestoli è co
Non sapeva il suo nome, ne l'età, ne tanto meno la nazionalità, ma su una cosa era più che certo: quella merdosa troia senza denti cavalcava come se avesse venti anni di meno.
Lui la incontrava, o meglio, caricava sul tratto di strada che collega Roccapena a Fonte, quel tratto di strada lungo circa due kilometri della zona industriale di Roccapena, dove a tutte le ore ( o quasi ) ci trovavi di tutto: dalle ventenni da urlo ai trans con la barba.
Daniele Fesi, che al suo paese, e in fabbrica veniva chiamato jack ( jack stava per jack lo squartatore, per via della brutalità e la forza di Daniele quando faceva a cazzotti con qualche malcapitato) non era un tipo molto esigente, del resto, stava sulla quarantina, cominciava a perdere qualche capello ( la calvizia era una dote di famiglia ereditata di padre in figlio nel corso delle generazioni) e cominciava a mostrare peli bianchi sulla barba, rughe, e una pancia non indifferente. D'altro canto, le donne che frequentava Daniele, erano altrettanto prive di pretese, visto che erano tutte donne che per fartele dovevi pagarle.
La rumena che si caricava due o tre volte al mese ''lavorava'' a un centinaio di metri dalla fabbrica dove jack lavorava ed era mezza sdentata perché probabilmente era una tossica. Non che fosse una brutta donna, anzi, se lei e Jack si fossero conosciuti in qualsiasi altra circostanza lei non ci sarebbe andata nemmeno se fosse stato l'ultimissimo uomo sulla terra e non tanto perché fosse brutto, ma quanto perché era un vero e proprio animale. Era un uomo nerboruto e massiccio, con la forza tipica di chi lavora con le mani e la forza delle braccia, e a volte era violento, molto.
Quella sera di Ottobre dopo aver soddisfatto i suoi bisogni con la prostituta, verso le undici di sera, dopo il turno pomeridiano, ripartì per tornare a Roccapena per farsi un paio di birre, forse uno spinello e forse, se ne aveva voglia, dare una bottarella anche a sua moglie ( già, aveva una moglie).
Finito i
Prologo.
Quell'anno giugno era quasi irriconoscibile: eccezionalmente, le temperature non erano elevate e il cielo era di un bel grigio fumo. Il sole si intravedeva a malapena attraverso la spessa coltre di nubi che lo copriva in più punti, e un lieve venticello soffiava attraverso i radi alberi dei quali il paesino di Sockville era adorno. Dalle pizzerie in procinto di aprire i battenti si avvertiva un delizioso profumino di frittura; dalle finestre e dalle verande chiacchiere allegre si spargevano nell'aria, riempiendola della classica spensieratezza estiva. Per le strade, qualche coppia passeggia mano nella mano, qualche bambino scorrazza sulla bicicletta insieme agli amici dall'aria giocosa. Sull'ampio balcone di una grande casa rossa e bianca, adagiata su un divanetto di vimini, una ragazza legge un libro con aria assorta.
Tutto sembra così normale - piacevole, persino. Tutto è al suo posto.
Tutto e tutti, tranne lui.
Lui, che è l'incarnazione del male; lui - il mostro che vive nell'ombra, che si nutre della paura. È il verme nella mela che sei sul punto di mordere, il ragno in agguato in un angolo della parete, l'incubo che ti tiene sveglio la notte, i brividi che ti zampettano lungo la spina dorsale quando hai paura, il groppo che ti si forma in gola poco prima di piangere; è la putredine del mondo, il marciume della vita.
Fobos è un essere errabondo e solitario, che non conosce pietà e non risparmia nessuno. Si annida nei posti più disparati, non ha alcun interesse nel costruirsi una dimora fissa: perché farlo? In fondo, spostarsi continuamente gli garantisce nutrimento continuo e variegato.
Chi sono le sue vittime?
Chiunque. Chiunque può diventare una sua preda.
In qualsiasi luogo, in qualunque momento.
Deve solo aspettare.
Come si sconfigge la paura?
-Sicura di non esserci mai stata?- le chiede Rose, incredula.
-Sicurissima. Mai stata- replicò Emma, allargando le braccia con aria imbarazzata.
Rose sgrana gli occhi e
Una volta al mese, per ordine di una vecchia zia, vado a pulire la tomba di famiglia nel piccolo cimitero di Rover.
È una giornata di settembre mentre percorro la stradina di campagna che porta al cimitero. Due vecchi intabarrati procedono lentamente. I gatti si scaldano al sole ormai basso. Lungo i fossi oscillano grandi fiori gialli.
Arrivato sulla tomba butto via i fiori secchi, cambio l'acqua e con uno strofinaccio incomincio a pulire le lastre di marmo.
Un tizio con la penna in mano sta davanti alla tomba vicina. È vestito di scuro e porta grossi occhiali da miope.
Spinto dalla curiosità, prima di andare via gli chiedo:
" Ha i suoi morti sepolti lì?"
"No, non ho nessuno. Io vengo qui solo per imparare..."
"Imparare che cosa? La brevità della vita?"
"Sì, ma non solo questo. Qui siamo vicini al mistero della morte..."
Fa una pausa prima di continuare: "Lei non si è mai chiesto dove va a finire la personalità dell'individuo: tutte le sue esperienze, le conoscenze, le emozioni, le sensazioni..."
"Finiscono tutte con la morte del corpo."
"In natura nulla si distrugge e tutto si trasforma. Il corpo fisico durante la vita si trasforma in corpo psichico. Quando il corpo fisico muore il corpo psichico sopravvive..."
Poi l'uomo si sposta davanti a un'altra tomba e io vado via.
Il mese dopo, in ottobre, percorro la stradina tortuosa del cimitero. Una nebbia grigia ristagna sotto i pioppeti ingialliti.
Il cimitero ispira desolazione. Ci sono vasi rovesciati, fosse allagate da cui proviene l'odore della terra marcita. Davanti al casotto del becchino c'è una vanga interrata e uno scopino per il cesso; alla sinistra un cartello pubblicitario della luce votiva.
L'uomo con gli occhiali sta guardando la foto ovale di una ragazza col viso triste e gli occhi grandi. Mi fermo per salutarlo e lui commenta:
"Guardi questa ragazza. Sembra troppo fragile per affrontare le durezze della vita."
"È vero. Chissà che storia dolorosa c'è dietro!"
"Nessuno ha mai
Eravamo una famiglia felice, eravamo, adesso non lo siamo più. Mio padre è morto quando avevo sei anni e da quel momento la mia vita è stata un incubo; adesso ho dieci anni ma le cose non sono cambiate. Mi presento, mi chiamo Justin e vivo con mia madre in un piccolo paesino.
Una sera stavo facendo i compiti nella mia stanza, sembrava tutto normale, ma ad un tratto sentii delle grida, corsi spaventato in cucina e vidi mia madre che piangendo veniva portata via dai poliziotti, uno di loro mi si avvicinò e mi disse: "andrai in un collegio, mi dispiace".
Salii in macchina ma solo dopo aver fatto i bagagli; presi la foto della mia famiglia e pensai " che bella famiglia che eravamo, adesso è tutto distrutto" mi scese una lacrima che andò a finire su di essa, proprio in quel momento nell'auto entrò un assistente sociale che prese la foto e me la strappò in mille pezzi mentre rideva ero infuriato ma non aprii bocca, forse per timore.
Dopo un ora di viaggio la macchina si fermò davanti ad un edificio immenso era in pietra, una pietra antica, con ben venti finestre divise in file da cinque, notai un piccolo particolare, le finestre erano chiuse con le sbarre, questo mi face molta paura e mi faceva pensare che in quelle stanze accadessero cose orribili! Mi incamminai verso l'entrata; li ad aspettarmi vi era un vecchio signore. Aveva la faccia sgorbia e gli mancava un occhio. Mi fece molta paura; tutto mi faceva paura. Il vecchio mi prese per il braccio e mi portò in una stanza dicendomi: " Questa è la tua schifosa stanza, stupido bambino ih ih ih... ci vediamo alle sette per la cena e vidi di essere puntuale e... stai attento ai fantasmi ih ih ih". Quella risata era aghiacciante e al solo sentire la parola fantasmi mi si gelò il sangue; mi girai e vidi dei bambini dietro di me a cui dissi: " fa-fa-fa fantasmi? Qui ci sono i fantasmi?" uno di loro mi rispose: " si! certo come no, qui è pieno di fantasmi. Buu!!" Io saltai sul letto dallo spavento e tutti si mise
Mio zio Ernest è morto. Lo hanno seppellito la settimana scorsa."
"Oh, mi dispiace. Lo stimavo molto..."
"Ho ereditato la sua casa. Vieni a vedere cosa te ne pare. Ho deciso di trasferirmi là appena mi scade il contratto dell'appartamento."
É una sera di febbraio con vento e nevischio e dopo questo incontro camminiamo insieme verso l'abitazione che si trova qui vicino. Lasciata la piazza ci immettiamo in una via secondaria malrischiarata, fiancheggiata da alberi.
La casa è una delle ultime in fondo alla via. Si vede subito che è abbandonata. Dalle imposte chiuse non esce un filo di luce.
Il mio amico Gregor tira fuori alcune chiavi e nell'oscurità lo sento armeggiare con la porta.
"Strano... La serratura deve essersi inceppata..." lo sento dire.
Io mi avvolgo di più nel soprabito in attesa di entrare.
Uno scatto e un cigolìo. Entriamo nel buio. Gregor gira l'interruttore e due lampadine fioche si accendono ai lati. Siamo in una saletta gelida con sedie di vimini, un cappello appeso a un attaccapanni di legno, la tappezzeria a fiori che cade in pezzi. Una finestra sbatte al piano superiore.
Camminando sulle mattonelle che si muovono visitiamo per prima la cucina. C'è una vecchia credenza con la bottiglia di whisky mezza piena e le briciole secche di pane. Dal camino spento proviene l'odore della fuliggine.
"Quando si è ritirato dall'allevamento del bestiame, mio zio si è dedicato al giardinaggio. I suoi stivali, la sua pipa..."
C'è anche una piccola cantina con ceste di legna e un ceppo con la mannaia.
Lasciati quegli ambienti entriamo in uno studio impregnato da un forte odore di tabacco. Sugli scaffali e nelle vetrine ci sono molti libri con la copertina nera che trattano di spiritismo. Sul tavolo c'è un tabellone spiritico, una tavoletta ouija, pile di registri scarabocchiati, un candeliere, gli occhiali...
"Mio zio faceva una vita molto ritirata."
Poi si avvia a salire i gradini per farmi vedere il piano superiore, ed io lentamente lo s
"Volevo andare da mia zia Sofia, a Guast, ma la strada è allagata più avanti" mi rivolgo al contadino che sta zappando il terreno.
"Sì, il fiume ha tracimato due notti fa. Le toccherà passare per via Batorcolo, Arzarin, Cason... un lungo giro."
"Ah! Il Batorcolo! C'è ancora quella scorciatoia dietro alla colombaia?"
Il contadino mi guarda storto e fa una smorfia:
"Non intenderà passare per quel sentiero? Non per la Strada delle Streghe!"
"Sciocchezze. Le streghe non esistono."
"Ho vissuto sessanta anni in queste terre... e ho visto... ho visto..."
L'uomo rimane soprappensiero, incerto se continuare a parlare. Poi abbassa lo sguardo e riprende il suo lavoro.
Io lo saluto e discendo per la stradina bianca e bassa che affonda nella pianura fra le colture secche del mais. La stradina si restringe tra i filari di salici. Il sole crea macchie arancione nel fossato.
Per terra c'è un cerchio bruciato con sparse intorno penne di gallina. Due cuori rossi di carta dondolano appesi ai rami di un salice. Ci sono due nomi. <<Corinne e Paul>> scritti con il carbone sulla carta. Per terra mozziconi di candele e strisce di corteccia annodate.
Un poco più avanti c'è qualcuno che si muove come in una danza. Una ragazza sta mettendo dei fiori su un rozzo altarino di legno.
"Ciao. Che cosa fai?" le chiedo.
La ragazza sussulta di sorpresa e poi ha un sospiro di rassegnazione:
"Era un legamento d'amore... ma non era destinato a te... Beh. Non importa" prosegue come parlando a se stessa.
Il cielo è una festa di luci e le nubi sembrano veli da sposa. La ragazza ha un vestitino scollato bianco e rosa e lunghi capelli neri. Mentre si china per raccogliere i fiori scopre un po' il seno. Allora mi guarda e sorride maliziosa. Al collo ha una collanina lunga fino all'ombelico con appeso in fondo uno strano disegno: alcune linee a forma di T intrecciate a un 8.
"Che cos'è?" le chiedo avvicinando la mano.
"É un amuleto della Wicca."
Poi diventa impaurita, si ritrae e fa
Questa sezione contiene storie dell'orrore, racconti horror e sulla paura