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Racconti horror

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Alys On Hell (Parte da 9 a 17)

(Nona)

(Sei mesi dopo)
Toby scodinzolò felice quando vide Alys alzarsi dal letto.
Il suo viso era parzialmente tumefatto; le mani e le braccia pure.
Strani lividi le percorrevano la pelle;
in su ed in giù fino alle costole ed in parte anche sul collo.
Alys sorrise a Toby.
"Ciao amore mio come stai oggi?" Chiese.
Il cane abbaiò qualcosa che lei non comprese.
"Immagino bene! Dove sono i vetusti?"
Il cane mosse la testa come se un dubbio alla domanda si esternasse solitario nella sua coscienza di cane;
poi scodinzolò;
Si diresse verso la bambina e si strusciò a lei.
"Sono Giù con Fromm vero?" Chiese ancora.
Poi dei passi interruppero ogni ulteriore quesito.
Quell'uomo entrò in camera; osservò la bambina e le sorrise
"Ciao Alys! Come andiamo oggi?" Domandò.
"Guarda te Fromm! Lividi e cicatrici dappertutto!" Rispose allegra.
"Si! Non male direi! Sei pronta?" Chiese quasi titubante.
Alys lo guardò e poi gli disse:
"Io sono sempre pronta! Ma sei sicuro che anche i miei lo siano?"
"Cosa ti fa pensare il contrario?" Chiese l'uomo un po preoccupato.
"Lo sai Fromm! Lo sai Benissimo anche se non ne parliamo apertamente!" Si fermò mentre l'uomo abbassava la testa.
"Non è così facile fargli comprendere dove devono venire!" Concluse.
"Lo so mia Cara Alys! Lo so.
Ma come già spiegato innumerevoli volte, loro devono capire; devono vedere il male che ti affligge con i loro occhi.
"Sono ormai quasi sei mesi! Credo" Apostrofò la bambina.
"Sei mesi esatti! Confermo!" Disse L'uomo.
"Perché non spieghi loro tutta la verità?" Chiese Alys
"C'è una procedura! Te l'ho sempre detto!" Ribadì quasi alterato.
"Una procedura da seguire!" Poi si voltò verso il cane e lo accarezzò.
Toby leccò la mano dell'uomo con naturalezza.
"Ah! Caro Toby! Potessi aiutarci te!" Disse Alys.
"Non si sa mai! In fondo qualche lezione l'ha seguita!" Fromm sogghignò con una smorfia.
"Lezioni? Quelle?" Alys fece spallucce.
"Si Alys! Per entrare in sintonia con

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   1 commenti     di: Dark Angel


Cannella

Sovrastati da Lei. La fabbrica si ergeva come un tempio di divinità dimenticate, in mezzo allo squallore circostante. Grigia, plumbea, avvolta dall' alone di lugubre sacralità dei luoghi di culto.
Entrammo, o meglio, la penetrammo. Quegli spasmi di languida vitalità incorporea non potevano appartenere al piano dell' inanimato, lo sapevamo bene. Penetrammo lentamente il grosso cancello pulsante.
E avvertimmo ancora una volta il profumo. Cannella. Inebriava i cinque sensi e, forse, sfiorava corde ben più profonde, sopite nell' inconscio.
Proseguimmo attraversando il cortile. Non ci fu bisogno di forzare il vecchio portone di legno con la spranga: lo trovammo spalancato.
- ci sta aspettando - sussurrai guardando i miei tre compagni nelle pupille contratte.
L' odore adesso era diventato nauseabondo. Polvere ocra danzava leggera formando densi banchi che si dissolvevano e si assemblavano, vorticando ad ogni nostro passo. Ombre nere vi piroettavano attraverso.
E mi accorsi di essere solo, nel Nulla.
La mia spranga colpì un corpo, poi un altro, un altro ancora. Fendeva la nebbia densa color sabbia mentre l' olezzo di cannella si faceva sempre più intenso.
La polvere avviluppava l' arma in una dolce morsa e la guidava
Un altro colpo.
Ancora un colpo.
Le Ombre non danzavano più tra le spire ocra.
Ero solo.
La spranga gocciolava fluido rosso, vermiglio, illuminata dalla luce crepuscolare filtrata dal pulviscolo.
Ero solo.
Il profumo della cannella era scomparso insieme ai turbini.
Ma le Ombre non sanguinano.

   1 commenti     di: Giulio Emme


MYSKI - Il mattino

Ho deciso di iniziare a scrivere la mia schifosa …
Si!!! La “mia schifosa”... la o il “MYSKI”, la definirò così quella frase.
Può essere interpretata come un’ ora, una settimana, un anno, una cosa, una persona o forse tutta la MYSKI vita e tutto ciò che sono costretto ad incrociare… sempre… ogni giorno.
Uno stress incredibile da nascondere continuamente, per non sembrare un malato di mente quale già appaio, causa di irrefrenabili istinti omicidi che non controllo.
In quei momenti perdo la ragione. Esco dal MYSKI corpo. Mi gira la testa e di colpo vedo tutte le cose e le persone di color rosso fino a sbiadire in un bianco che non mi fa vedere più niente. Non distinguo più nulla per qualche secondo e un brivido mi scende lungo le mani, fino a farmi tremare la punta delle dita. All’improvviso mi riappare tutto davanti, con la sola voglia di annientare e far sparire tutto definitivamente dalla MYSKI vista.
Finora questi istinti omicidi li ho controllati, ma domani? Chissà?
Aspettando domani continuo a scrivere…

Il “MYSKI” mattino!

Urla terribili mi sfondano i timpani. Stanno sgozzando due maiali con un coltello da trenta centimetri, appesi a testa in giù, agganciati al paranco per il nervo dello stinco.
Un frastuono incredibile causato da uno dei due porci che afferra con i denti il secchio nel quale sta scolando il suo sangue. Lo lancia contro il muro imbrattandolo di rosso. L’odore acre si spande in tutta la stanza.
Mi sveglio di colpo sobbalzando nel letto. Una goccia di sudore mi scorre dalla fronte scendendo sul MYSKI viso, fino a perdersi nella barba incolta di una settimana. La mano mi formicola, visto che ci ho dormito sopra una notte intera. Il cuore batte talmente forte che sembra non riesca più a contenerlo all’interno del torace. Le orecchie mi scoppiano… forse per la troppa pressione del sangue. Accendo la luce ed infilo un dito dentro l’orecchio per controllare che il sangue non stia schizzand

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La morte accidentale di Giovanni Sempronio

Giovanni Sempronio esce di casa verso le tre del pomeriggio, dopo un bel pranzetto costituito da un ottimo piatto di pasta panna e salmone. La mattinata è trascorsa come al solito. Dormendo.
Giovanni è una guardia giurata e la notte l'ha passata nel suo ufficio, un loculo di quindici metri quadrati con otto monitor, una consolle pieni di tasti di dubbia funzione e il suo portatile. Stanotte ha guardato per la terza volta "Il paradiso può attendere", film del 1978 diretto da Beatty e Henry, remake del già fortunato "L'inafferabile signor Jordan", vincitore di due premi Oscar, regia di Alexander Hall. Il suo ufficio è all'interno di un cortile che si trova all'interno di un complesso di sei edifici che ospitano gli uffici di una nota ditta di indumenti, in particolare di uno stilista italiano. Non faremo nomi per non far torto agli altri.
Ma non divaghiamo.
Il lettore freme.
Dicevamo.
Pasta panna e salmone. Una telefonata a un amico che non sentiva da un paio di giorni. Un caffè.
Avrebbe voluto riposare ma è dovuto uscire. Gielo ha imposto una cartolina marrone delle Poste Italiane. C'è una raccomandata per lui nella sede centrale di Viale Sabotino. Una delle poche sedi in cui ha senso lavorare, dato che chiude alle 19. 00.
Giovanni soffre di forti emicranie, causate dai ritmi impossibili del suo lavoro. Deve dormire. Tra circa otto ore deve tornare a far la guardia a milioni di fogli, computer, documenti.
L'ufficio postale è aperto.
Entare richiede maestria, perchè un'azienda di traslochi ha piantato camion con bracci telescopici e furgoni proprio davanti all'entrata. Prende il numero. P236. Si siede a aspetta senza problemi il suo turno. Il tabellone luminoso è fermo al P232, per cui non ci vorrà molto.
Già.
Su dieci sportelli quelli "attivi" sono quattro. E poi ci lamentiamo che in Italia c'è disoccupazione.
Giovanni si è portato American Psycho di Ellis, magari riesce a leggere un paio di pagine.

Legge un intero c

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   11 commenti     di: Guido Ingenito


Salotto

Nel salotto l'aria era un poco opaca. Le due donne, splendidamente vestite per quell'immobilità densa di chiacchiere, stavano buttate su due divani attigui troppo grandi per ognuna di loro. Alle pareti i vari Monet, Picasso, De cChirico guardavano forse senza approvare ciò che erano costretti a sentire.
"Guarda, l'ho trovato neanche un mese fa. Per puro caso. Me ne sono innamorata subito. Ha già quindici anni, ma è così tenero! Gioca ancora, è affettuoso, devi vedere che feste che mi fa!"
La padrona di casa è rapita, mentre l'ìnterlocutrice tiene sospesa la tazza di porcellana con thè e latte e l'ascolta, ben impresso un sorrisetto chic sul labbro.
"Non ha problemi di salute, è tutto a posto. Una fortuna, una vera fortuna è stata! L'ho preso con due soldi, ma fosse costato trecentovolte tanto l'avrei comprato uguale. Mi sono accorta subito quanto valesse. I fratelli no, erano gracilini, sai com'è la madre ne ha partoriti sette, e solo uno, il mio aveva la tempra, il carattere giusto..."
"Ti capisco, ti capisco" l'amica annuisce grave. Nella sua testa chissà quali ricordi oscuri.
"Ovviamente l'ho fatto comunque vedere per scrupolo, giusto che non avesse niente. Qualche parassita, ma per il resto apposto! E come si è ambientato! Appena entrato, si è squadrato attorno, ha girovagato un po' e poi si è scelto il suo angolino preferito. All'inizio era tutto mogio, silenzioso (io penso che gli amncasse la amdre, non so). Ma adesso andiamo d'accordo che è una meraviglia. L'ho educato pian piano. Il mangiare era preparato solo per lui. Dormiva da solo. Poi pian piano l'ho fatto venire in camera con me. Piccole resistenze, ma alla fine si è abituato. Ormai siamo inseparabili. E devi vedere a letto, a letto che cos'è. Un talento innato! Mi son fatta un regalone per i miei sessantanni diciamo così!"
"E quando me lo fai vedere? Dai, son curiosa!"
"Adesso non posso, sta giocando con i suoi videogiochi. Non vuole essere dist

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   5 commenti     di: vito ferro


Il sorriso di Shirley (Parte Seconda)

“Shirley…tesoro, svegliati.. è ora di colazione”. Un raggio di sole entrò prepotentemente nella stanza centrandole in pieno il viso facendole perdere qualsiasi speranza di poter dormire un altro po’. La donna le carezzò amorevolmente la fronte e dopo averle dato un bacio, si avviò verso la cucina dalla quale proveniva un profumo paradisiaco che richiamava l’idea di una torta di mele.
Shirley si alzò e prima di avviarsi verso la cucina si voltò e guardò fuori dalla finestra quella che una volta era casa sua; erano passati diversi mesi da quella terribile notte e tuttavia con grande meraviglia di medici e psicologi, Shirley aveva superato molto velocemente lo shock di quella terribile ed inumana esperienza….. e si era affezionata molto rapidamente a questa donna che proprio quella notte l’aveva accolta in casa sua e che siccome viveva sola, aveva fatto richiesta di affidamento al tribunale dei minori, richiesta che era stata accettata. Quindi Shirley era ormai una figlia vera e propria per lei.
Arrivata l’ora di andare a scuola, Shirley prese la sua cartella e dopo aver dato un bacio alla sua “nuova mamma” uscì da casa e si diresse verso la fermata dell’autobus.
C’erano ad attenderlo assieme a lei una vecchina dall’aria mite, una donna probabilmente sulla quarantina e un ragazzo di colore. Come arrivò sotto la pensilina, la prima ed unica persona a salutarla fù proprio l’anziana signora. Shirley ricambiò senza però scomporsi più di tanto. In quel momento arrivò un autobus che però non era quello aspettato da loro, o meglio, non da tutti.
Difatti ci salì solo il ragazzo di colore e sotto la pensilina ci rimasero solo le tre donne. Una anziana, una giovane e una giovanissima.
Shirley sedeva proprio in mezzo. La vecchina la guardava con aria mite e dolce; quella bella ed innocente ragazzina aveva attirato parecchio la sua attenzione.
In quel mentre sopraggiunse un altro autobus, neanche stavolta quello atteso dalle

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   0 commenti     di: Roberto melcore


La Presenza

Fu quasi istantaneo, il pensiero attraversò la sua mente come un lampo. Eppure in quel momento, in quel fuggevole attimo di luce, Damien seppe. Percepì la certezza assoluta che non era solo in quel momento, benché fosse altrettanto certo che nessun altro poteva esserci. Aveva un lavoro di assistente informatico in remoto, ed era appunto rimasto solo a lavorare a casa sul suo notebook perennemente collegato in rete tutto il pomeriggio; sicuramente la porta di ingresso - che dalla sua postazione di lavoro vedeva benissimo - non si era mai aperta. Nessun animale era potuto entrare dalla finestra alle sue spalle, per il semplice fatto che era sicura di averla chiusa a chiave la mattina stessa. Eppure Damien era certo che insieme a lui ci fosse qualcun altro, ne sentiva la spiacevole presenza osservarlo ed impregnare l'aria. Provava la stessa sensazione come di un ragno che salisse lento lungo la schiena, un brivido freddo e irrazionale... Sentiva le palme delle mani fredde e percepì che in qualche istante che il suo cervello conscio non aveva registrato il suo cuore aveva raddoppiato i battiti. Sentiva perfino dolore al petto tanto batteva all'impazzata.
Realizzò di non avere assolutamente il coraggio di voltarsi, era come se il più recondito dei suoi terrori fosse salito dal profondo a tormentarlo... Non ricuciva ad affrontare il problema, e dire che lui per lavoro i problemi cercava di risolverli agli altri!
Senza muoversi e respirando piano piano, il che gli costava uno sforzo che non contribuiva a rallentare il battito cardiaco, ruotò lentamente gli occhi a destra. La stanza gli appariva perfettamente normale: l'armadio accostato alla parete, chiuso, il letto sullo sfondo, rifatto, le lampade ricercate che erano sempre state una sua passione, esattamente come se le ricordava, o quasi. Gli parve di intravedere una leggera depressione sul materasso... No quella probabilmente c'era già prima. Era l'ombra sul pavimento che sembrava diversa, ma soprattutto

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   3 commenti     di: Piero Malermo



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