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Racconti horror

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Invisibile

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   2 commenti     di: Nita K


Notte senza fine

NOTTE SENZA FINE

1

Pensavo di avere ormai superato la mia innaturale paura della notte, che mi perseguitava fin da quando ero un fanciullo.
Una paura insana, direi, come un piccolo mostro che si nasconde nei meandri più oscuri e inesplorati del mio cervello, per poi uscire quando cala solenne e silente la notte.
Non so ancora se definirla fobia, si manifesta come una forma di pazzia, piccoli, brevi, determinanti momenti di pura follia, dei quali però sono stranamente cosciente.
Nel mentre in cui il folle demone che ha il controllo del mio cervello esce allo scoperto, scombussolando la mia attività cerebrale, mi rendo perfettamente conto di non poterlo fermare, e mi rassegno a vivere istanti di pura agonia, che solo la mente umana può concepire.
La sensazione che provo ogni notte può solo essere paragonata ad una sorta di coma infernale, una prigione custodita da malvagi, ripugnanti esseri che desiderano solo farmi impazzire, non vogliono la mia morte, bramano il peggio, la mia paura, la mia angoscia, i miei timori, la mia follia.
2
Era una sera come tutte le altre, sedevo su di una poltrona particolarmente comoda, sul mio terrazzo, mentre ammiravo compiaciuto il cielo scuro come le tenebre, e la pioggia che devastava le strade vuote e desolate.
Nulla avrebbe potuto distrarmi.
Amavo follemente sia la notte che la pioggia, erano le mie uniche fonti di ispirazione, riuscivano a nascondere la maledetta realtà del mondo, oscuravano gli orrori, i meschini sguardi della gente, le inutili parole buttate al vento, lasciate andare chissà dove, contemporaneamente risaltavano l'orribile freddezza ed indifferenza dei maligni demoni comunemente chiamati umani.
Ritenevo invece che il sole fosse un dannato ipocrita, mi domandavo perché qualcosa dovesse illuminare e fare splendere un così simile incubo, perché cercare di rendere l'inferno un posto migliore?
Il mio insano amore verso il macabro colore delle tenebre si contrapponeva però con una folle paura

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   3 commenti     di: Master


The Clock; The Beginning of a curse

In quel giovedì mattina di settembre la brezza autunnale spirava e rendeva l'atmosfera rilassata. Mark camminava solo nel parco di fronte a casa sua. Nulla lo turbava. Si accese una sigaretta e si avviò per il lavoro. Scese le scale che lo avrebbero portato tra la ressa e tra i binari. La metropolitana era una città a parte. Ci trovavi chiunque, qualunque cosa. A Mark non piaceva molto; se non altro era veramente veloce e si evitavano gli ingorghi cittadini. Entrò nel mezzo che portava a Fulham. Si sedette in un sedile qualunque. Accanto aveva un uomo magrissimo, con gli occhi fuori dalle orbite. Tremava, aveva i vestiti laceri, e piangeva. Faceva davvero pena. Quando la carrozza si fermò, l'uomo si alzò di scatto, lasciando sul sedile un orologio d'oro zecchino. Davvero bellissimo. Mark urlò: "Signore! Signore! Il suo orol..." Non finì la frase perchè tanto l'uomo era ià sparito. Decise di tenerselo. In fondo, nessuno aveva assistito alla scena. Arrivò a lavoro. Nascose il suo nuovo orologio nella ventiquattrore e cominciò a dedicarsi alle mansioni lavorative. Quel giorno non aveva un granchè da fare, e per le 17, fu di ritorno a casa. Quello di Mark era un bel loft che dava sul Tamigi. Glielo invidiavano in molti. Grandi vetrate lucide, cucina di un blu laccato molto elegante, salotto esotico con enormi divani panna, due bagni luminosi con tutti i comfort e due camere da letto. Una delle due camere serviva da sgabuzzino; dato che Mark aveva solo qualche saltuaria relazione, una camera da letto bastava e avanzava. L'idea di avere una famiglia lo turbava. Si era quasi dimenticato dell'orologio. Accese la tivù e si mise un film. Si addormentò per mezz'ora e si svegliò alle 7. Decise di mettere su la cena. Preparò delle uova strapazzate. Non era male in cucina. Ad un tratto sentì un rumore. Poi nulla. Dopo un secondo altri due colpi. I suoi vicini non erano tipi da fare casino. Non ci fece caso. Mangiò di fretta la sua magra cena e si rimise sul div

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   1 commenti     di: Darren Stevens


L' incontrollata evoluzione

"In effetti Generale, non la riconosco piu'. Si è trasformato in un coccodrillo gigante. Ma cosa le è successo?"
"Che non si dica in giro, effettivamente sono di una famiglia di coccodrilli giganti che si trasformano talvolta in politici di alto rango, in generali, appunto, come questa volta, o banchieri, stilisti di alta moda, insomma noi siamo l' élite degli "illuminati cattivi" e siamo qui per dare il colpo finale!"
"Mi scusi eh, sono soldato semplice da circa un anno in questo reggimento. Sono di guardia qui a V. a questi aerei supersonici senza pilota, e ieri sera un mio commilitone italo-statunitense, mi ha dato una strana droga in pasticca che usavano anche in missione in A. , quando stanchi, non ne potevno più lui e i suoi compagni di battaglia inutile e incomprensibilmente crudele, di sparare contro bersagli ombre, e rapire bambini, stuprare donne inermi. Mi ha raccontato cose inenarrabili, da incubo, si dice combattessero anche tra di loro ormai in presa a un delirio di eccessi, mal gestiti da chi li comandava o forse... lo facevate apposta?! In modo da poter sfogare tutta l' artiglieria di cui è dotato il vostro arsenale, per scatenare paura, come è sempre successo dall' otttocento ad oggi! Ah! Ma mi avete dato un morso! Ah! Ehi, maledizione che dolore. Mi state mangiando il braccio maledettisimo bestione, ah!"
" Si, figliolo. Come dicevo siamo su tutta la superficie terrestre per dare il colpo finale!"
"Per l' amor di Dio! Ah! Certo, voi generale, non siete un'essere umano, e la droga che ho assunto finalmente mi permette di connettermi sulle Vostre stesse vibrazioni! Maledetto tu e tutti quelli della tua razza maledetta, Ah!"


" Si figliolo, hai capito la verita' e noi non possiamo permettere, che tu divulghi la verita', capisci? Noi dobbiamo compiere l' atto finale di dominio assoluto su questo miniuscolo pianeta chiamato Terrra. Hai sangue buono." Mastica le ossa del soldato, in modo orripilane e orribile con anima

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   5 commenti     di: Raffaele Arena


Il funerale

Il funerale



Si chiamava Giorgio, a quei tempi aveva circa diciassette anni e da tre lavorava in una di quelle ditte dove ci si deve abituare a fare di tutto.
Fu così che un pomeriggio di dicembre il suo principale lo informò che verso le tre si doveva recare al cimitero per chiudere la tomba di un anziano signore, che morto in un paese lontano ma desiderava essere sepolto vicino ai suoi genitori, proprio nel cimitero comunale del paese.
Quello era un compito che sarebbe spettato a muratori esperti, ma purtroppo non ce n'era nessuno che volesse portare a termine quell'ingrato lavoro.
Lasciavano intendere che sarebbe imbarazzante lavorare mentre i parenti del defunto piangevano.
E così il suo datore di lavoro, per quel genere d'incombenze, ripiegava sempre sui giovani. Quella volta fu il suo turno.
Erano le due e trenta del pomeriggio quando prese il piccolo carretto (da trascinare rigorosamente a mano) e, dopo averlo caricato di malta e mattoni, si avviò verso il cimitero.
Vi giunse dopo circa dieci minuti, già stanco per aver trascinato quel peso su una strada sterrata per più di un chilometro.
Nel cimitero incontrò il vecchio custode, che subito attaccò bottone raccontandogli che dopo pochi giorni sarebbe andato in pensione; poi, visto che il carro funebre tardava ad arrivare, cominciò come al solito a raccontargli le sue avventure, a partire da quando era stato mandato da Mussolini in terra d'Africa per combattere contro le truppe dell'allora imperatore dell'Abissinia, che lui ricordava con il nome di Negus.
Gli raccontò a lungo di quelle sue avventure - che non gli interessavano poi molto, data la sua giovane età... - poi finalmente, verso le quattro del pomeriggio, vide arrivare il carro funebre.
Nel mese di dicembre dove abitava, un piccolo paese della bassa bresciana, c'era sempre una fastidiosa nebbia e il buio arrivava assai presto.
Dopo che il parroco die

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   2 commenti     di: Giuseppe Loda


Il sorriso di Shirley... (parte prima)

“Shirleyyyy, tesoro, non allontanarti troppo, resta qui vicino ok?” gridava sua madre, avvolta dalla naturale preoccupazione che una mamma nutre vedendo la sua piccola di 8 anni giocare in un giardino che confina con un bosco, dal quale può provenire di tutto e con i tempi che correvano non era il caso di allentare la guardia, nemmeno per un attimo. Ma la piccola Shirley, incurante del richiamo materno si avviò vero la zona boschiva, che attirava di più la sua curiosità e stimolava tantissimo la sua fantasia. Fra l’erba alta migliaia di piccoli insetti vedevano passare le piccole gambe della ragazzina, delle gambe che trasmettevano curiosità, fantasia……. innocenza.
La curiosità della bambina fu attirata da un debole suono, quasi un pigolio o un cinguettio, non di distingueva bene cosa fosse. Arrivata vicino alla fonte di quel verso Shirley vide un piccolo uccellino, un passerotto che probabilmente aveva tentato di spiccare il suo primo volo ma le sue ali erano ancora deboli e di conseguenza era finito rovinosamente a terra ferendosi a tal punto da non riuscire più a muovere nemmeno una zampetta. Il povero animale vide la figura imponente di Shirley sovrastarlo. Imponente lo era dal suo punto di vista ovviamente e tuttavia Shirley lo guardava stando in piedi e quindi capirete che anche 1 m e 20 di altezza sono paragonabili ad un grattacielo dal punto di vista di un uccellino inchiodato al suolo. Shirley lo fissò per qualche istante, poi si inginocchiò a terra e lo prese fra le sue mani. Il povero animale iniziò a tremare terrorizzato, essendo incerto sulle intenzioni di quella bambina, all’apparenza dolcissima.
Poco distante da lì un grosso gatto selvatico si muoveva con il silenzio e la cautela che solo un felino può avere. Si vedeva chiaramente che girava alla ricerca di una preda e si sa che le prede più ambite dei gatti oltre ai topi sono gli uccellini. Il cinguettio del povero uccellino nella mani di Shirley attirò l’attenzione

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   6 commenti     di: Roberto melcore


Polvere alla Polvere

Erano in tre di fronte ad una lussuosa cappella mortuaria, il recinto che delimitava i loculi era alto, quasi completamente occultato da siepi perfettamente curate. Il terreno compreso nell'area, solcato da stretti vialetti di pietre levigate, era riservato alle inumazioni. Era inverno e nella notte una lieve nevicata aveva lasciato rade spolverature di bianco. Non c'erano altre persone nel cimitero, oltre al becchino; dopo il funerale il piccolissimo corteo non aveva accompagnato la salma nel suo ultimo viaggio. Il defunto non doveva proprio godere di quello che si definisce il favore delle masse.
"Questa volta l'abbiamo fatta proprio grossa." Disse Giovanni.
"Non mi sembra che sia poi molto più grossa delle altre volte. Delle molte altre volte." Rispose Pietro, subito prima di dare un lungo bacio alla sua fiaschetta d'argento.
"E che diavolo, un po' di rispetto." Disse Maria stringendosi nel suo pesante cappotto dopo una raffica di vento particolarmente gelida. "Praticamente siamo ancora ad un funerale."
"Andiamo cuginetta, non farmi la predica." Rispose Pietro. "Mi sto solo tenendo caldo. Non sto festeggiando... non ancora almeno."
Giovanni sorrise sfregandosi le mani guantate, cercando di non farsi vedere da sua sorella.
"Probabilmente se non ti fossi tenuto tanto caldo ora non saremmo in questa situazione." Ribatté Maria, il freddo le faceva uscire del vapore dalla bocca.
"È vero, sono un po' ubriaco." Ammise Pietro allargando le braccia con un sorriso liquido. "Ma... guardandoti in faccia... non potrei giurare che tu non ti sia fatta una tiratina della tua bella polverina bianca da snob nelle ultime ore. E comunque c'eravamo tutti e tre qui, quindi se ho sbagliato non ho sbagliato da solo."
"Ma tu eri l'unico che sapeva quali erano le ultime volontà dello zio." Intervenne Giovanni.
"E va bene, è colpa mia, solo colpa mia." Rispose Pietro. "Prendetevela con me se vi fa stare bene. Mea culpa, mea culpa, mia... come proseguiva?" Aggiunse il giovane

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   0 commenti     di: NeroLate



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