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Racconti horror

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Giochi del vento

Una giornata ai primi di aprile a passeggio con un amico d'infanzia.
Il vento gioca nell'erba e fra i capelli. L'aria è dolce e si beve come un vino.
Nei boschetti con la loro accoglienza umida e frusciante si perdono i nostri passi. Per il sentiero incontriamo il vecchio Ector ottantenne che sta avanzando in bicicletta.
"Oh, caro Ector, sono felice di rivedervi..."
"Non ho tempo, non ho tempo" prosegue il vecchietto con gesti della mano. "Le viti, devo finire di potare..."
Il vento stormisce e ci porta frescura, profumi di foglie nuove, di stagni dove l'acqua si increspa in ondine.
Di passaggio diamo un'occhiata alla fornace abbandonata. É tutto deserto: nei camminamenti, dentro le gallerie di cottura e nei fumaioli, il vento ha un sibilo modulato e incessante mentre solleva una polvere scura.
La casetta con i glicini è chiusa. I muri sono abbaglianti e poi cupi al passare delle grosse nubi davanti al sole. Nubi isolate e immense che corrono nel cielo.
Il mio amico dice qualcosa guardandole, ma le sue parole fuggono nel vento.
Passando dalla casa del fabbro entriamo dal portone, con un cenno d'intesa. Il cortile è ingombro di ferraglia, da dove fuoriescono rivoletti rossi di ruggine. Echi di rumori lontani.
"Ehi, Septimus, una parola sola e poi ce ne andiamo."
Si odono colpi di martello al primo piano di una baracca e sbraitare di voci. Finalmente la finestra si spalanca e va a sbattere contro il muro. Escono riverberi e la testa del fabbro sopra il grembiule di cuoio:
"Non ora! No, adesso non ho tempo! Un altro giorno, passate un altro giorno..."
Proseguiamo per il sentiero dei campi dove le margherite occhieggiano bianche tra i fiori gialli dei soffioni. Lungo il fiume dove l'acqua ha brividi vanno a cadere come neve i petali del vicino frutteto.
I meli sono innevati di fiori e la lana bianca dei soffioni si stende sotto di loro. Petali bianchi galleggiano sull'acqua del fiume, rotolano fra l'erba trasportati dalle folate del vento.
Inoltrand

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   7 commenti     di: sergio bissoli


Giostra dei morti

Una sera d'inverno, per una coincidenza fortunata, mi trovo in compagnia di tre vecchi amici. Parliamo di libri, di donne, di giovinezza, di amori...
La vecchia cucina è riscaldata dal fuoco scoppiettante del camino. Sulla tovaglia a scacchi bianchi e rossi ci sono lasagne fatte col torchio, anatra arrosto, patate fritte, funghi, peperoni e bottiglie di clinto e greco bianco. Il risultato è una serata trascorsa in allegria e una cena forse un po' troppo pesante.
Finito di mangiare, dopo sigari e caffè, ci è passata la voglia di andare a dormire. Da un cassetto della credenza, qualcuno tira fuori un mazzo di carte unto, e due amici incominciano una partita a scopa. Io preferisco fare una passeggiata insieme a Tom, per favorire la digestione.
È una notte di gennaio, gelida e stellata. Per le strade del paese non si vede anima viva. I lampioni sono accesi uno ogni tre, le vetrine hanno le saracinesche abbassate, le finestre degli edifici sono tutte buie. Il campanile della vecchia abbazia sta battendo la mezzanotte e i paesani sono già andati a dormire.
Camminiamo sulle pietre sconnesse del marciapiede e i nostri passi disturbano il silenzio profondo della notte. Abbiamo continuato la nostra chiacchierata, ma più sottovoce, quasi intimiditi dalla maestà della notte. Il vento fa volare fogli di giornali lungo il marciapiede e anche un fazzoletto bianco con impronte di rossetto.
La via sbocca in una piazza debolmente rischiarata dove al centro sta una fontana ghiacciata che rappresenta Nettuno. Gli zampilli d'acqua sono tutti congelati in un intrico di stalattiti, sopra lo specchio ghiacciato.
Lentamente attraversiamo la piazza e imbocchiamo una via all'opposto che si ingolfa nel buio. Porticati scuri, edifici chiusi, giardini rinsecchiti dalla morsa dell'inverno e panchine solitarie luccicanti di brina.
La strada costeggia adesso i ruderi della vecchia abbazia. Solamente il campanile è rimasto in piedi. Il tetto dell'edificio è crollato e le arc

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   3 commenti     di: sergio bissoli


Il caso di Henry Miltz

FASCICOLO N. 23 ( PROGETTO BLUE BOOK)

FBI HEADQUARTER, WASHINGTON D. C.- 14 NOVEBRE 1988 Agente Spencer Rymer

Martedì 2 ottobre 1988, il sessantacinquenne Henry Miltz, scomparve misteriosamente mentre percorreva la statale A34, una strada periferica nei pressi di Bellefleur, nell'Oregon. La sua auto, una Ford Fiesta grigia, con la scritta NICE TO MEET YOU coreografata sul tettuccio di essa, venne trovata sul ciglio della strada dolcemente posteggiata vicino ad alcuni alberi. Al suo interno non venne rinvenuto nulla di anormale, e di strano c'era solamente la portiera del conducente aperta di pochi centimetri. Quel giorno, a testimoniare quella "improvvisa mancanza" del signor Miltz, c'era anche il mio collega, l'agente speciale Morris Colemann, che insieme a me rimase stupefatto di una così totale assenza di indizi che permettessero di trarre una prima ipotesi. A circa duecento metri dalla macchina, all'interno del bosco, e più precisamente in una radura chiamata DEEP GROVE, gli agenti di Bellefleur trovarono una sorte di macchia circolare che aveva letteralmente bruciato l'erba al suo interno.
Quando io e l'agente Colemann arrivammo sul posto, notammo anche noi la strana macchia su tre metri di diametro, e da subito, (in realtà la mattina seguente, poiché erano già le due di notte passate), allestimmo una zona di protezione, dove la scientifica del nostro dipartimento cercò chiarire una prima dinamica dell'accaduto. Una settimana dopo quello strano fatto, nessuno giunse ad una minima ipotesi che fosse in grado di spiegare la scomparsa di Henry Miltz, nemmeno grazie alle risposte che io e il mio collega ricevemmo dai parenti ed amici dell'uomo. Mailtz era stato un pluridecorato dalla marina, aveva lavorato come pilota collaudatore oltre che ad essere un esperto di missilistica. La sua residenza è stata verificata in Rusbery Road, Bellefleur, insieme alla moglie e ai due figli.

Il 4 novembre 1988, poco più di un mese dopo la scomparsa, un cicl

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   0 commenti     di: cesare massaini


Qualcosa Che Non Viene Trattenuto

Camminava da quasi un'ora ormai, in una notte buia e quasi tempestosa. Faceva un freddo cane, con un vento teso e gelido che le sferzava il volto al punto che sembrava volesse spaccarlo, e che le faceva battere i denti con tanta violenza che aveva paura andassero in frantumi da un momento all'altro. Per fortuna aveva una giacca a vento che le permetteva di riparare almeno le mani nelle calde tasche. Non aveva incontrato nemmeno un'auto, né in un senso né nell'altro, camminava da quasi un'ora e l'unico essere vivente nel quale si era imbattuta era un non meglio identificato animale a quattro zampe, che all'improvviso le aveva attraversato la strada circa quindici minuti prima procurandole non poca strizza. Si erano guardati negli occhi alcuni istanti, poi l'animale aveva fatto un giro su se stesso ed era sparito, lasciando in sospeso la domanda su chi fosse l'indigeno e chi l'invasore, chi la potenziale vittima e chi l'ipotetico carnefice.
Una folata di vento particolarmente freddo le fece svolazzare la chioma bionda e lacrimare gli occhi azzurri, come reazione naturale si strinse il bavero della giacca attorno al collo e sprofondò il più possibile le mani rattrappite nelle tasche. Più di una persona di sua conoscenza avrebbe avuto qualcosa da ridire a vederla camminare da sola in una notte simile, specialmente con quello che stava succedendo in quella zona. Ma era successo, e lei non aveva nessuna colpa.
Guardò in alto; il cielo era stranamente limpido, nonostante il mercurio della colonnina che indicava la temperatura doveva aver preso stabilmente posizione ben al di sotto dello zero. La luna era piena e luminosa, un tempo da lupi. Ricordò di come da bambina non riuscisse a capire come a volte potesse fare così freddo con il sole, o comunque quando non c'erano nubi nel cielo. A quell'età era normale fare l'associazione freddo-cielo nuvoloso. Fino a quando qualcuno non le spiegò che proprio l'assenza di nuvole impediva che il calore del sole si accumula

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   0 commenti     di: NeroLate


Il morto candido

Questa notte improvvisamente è mancato il Cavalier Commendator Grand'Ufficial Bartolomeus R. Fergusson. Quattro medaglie d'oro al merito. Di anni 96.
Lo annunciano straziati dal dolore i cugini Ernest, Gustav, Bertand con le rispettive mogli.

Annientati dal dolore per l'incolmabile perdita di Bartolomeus R. Fergusson di anni 96 Membro onorario della Società per i diritti civili munifico presidente del Comitato Pro Humanae Caritatae che si è distinto per le eccelse virtù e gli altissimi meriti.
I nipoti e i pronipoti.

Gli avvisi funebri attaccati al muro sudano gocce di colla sotto il sole rovente di luglio. Il funerale di seconda classe si svolge nella chiesetta di periferia. La campana fessa si è stancata di suonare i rintocchi perché il morto è in ritardo di quaranta minuti.
Sono le tre del pomeriggio e fa un caldo che mi sembra di scoppiare. Il giardinetto del sagrato è tutto spelacchiato e i fiori nelle aiole sono bruciati dalla siccità. Sul cornicione della chiesa i colombi tubano. Ogni tanto cade giù il loro sterco. Il termometro della banca segna quarantotto gradi all'ombra.
La gente sbuffa dal caldo. Non ne possiamo più di aspettare sotto il sole che scotta, con lo sterco dei colombi che ogni tanto ci cade in testa. Un ciccione vestito di nero vicino a me sembra scoppiare dentro al vestito. Cola da tutte le parti grosse gocce di sudore e continua ad asciugarsi la testa e la fronte con un fazzoletto ormai fradicio.
Mi sposto all'ombra di un pinnacolo ma sento un formicolìo nel corpo per il troppo caldo. Il termometro di là della strada segna quarantanove gradi.
Eccolo che arriva, pianissimo, in fondo alla via. Precedono le bandiere listate a lutto e gli stendardi funebri. Sul carretto la cassa color antracite luccica sotto il sole a perpendicolo. Con questo caldo il morto ci starà bollendo dentro.
Un tizio in nero incomincia l'elogio funebre:
"Signori..."
"La merda!" grida un ragazzino.
É passato uno stormo di colombi e il lor

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   1 commenti     di: sergio bissoli


Loro non sanno

Loro non sanno.
Io sono chiuso in una stanza con cuscini alle pareti per questo.
Perchè loro non sanno, ma io sì.
Racconto a voce alta la follia che sarà ai muri imbottiti. Questo gli permetterà di credermi ancora più pazzo, ma non importa: è stanotte.
Psicosi paranoide mistica, so cosa vuol dire, non sono un analfabeta.
Il paziente manifesta convinzioni assurde.
Il paziente è da considerarsi pericoloso, per se stesso nonchè per gli altri.
Psicosi paranoide mistica è la loro diagnosi.
Perchè loro non sanno, ma io sì.
Il paziente - io - è scompensato ed è spesso preda di deliri mistici che sono causa di severe crisi di?
Panico? Era panico che diceva? Sì, lo era. Dopotutto è davvero, indiscutibilmente, panico il mio. E sarà anche il loro, a breve.
Sarà condizione naturale tra poco. E la sofferenza sarà la nuova valuta quando arriverà. Perchè Sofferenza è Suo nome.
Ma loro non sanno.
Ed era tutto scritto, su libri e pergamene; se ci sono arrivato io poteva arrivarci chiunque. Non ho fatto altro che il mio lavoro di archeologo, leggere volumi antichi, tradurre e ricercare.
È scritto che il suo segno, fatto di una illusione di stelle, farà comparsa nel cielo.
È scritto che arriverà da Dentro, non con sigilli che si infrangono o con la stella Assenzio come recitano le menzogne della bibbia. Uscirà dalle persone, dall'incommensurabile abisso comune che ci portiamo dentro. Poichè Egli è il Dentro, l'Abominio Scellerato, la Piaga Negli Occhi.
È scritto che alla Sua comparsa il fratello ucciderà il fratello e le madri divoreranno la carne cruda dei propri figli.
La follia sarà il suo sguardo, morte regaleranno le sue mani e nel darci sofferenze immani, è scritto che riderà di pura gioia.
La mia cella imbottita ha una finestra verso la notte. Vedo già fuori, nel cielo, le sette stelle che avvisano dell'imminente venuta. Arriverà e sarà puntuale in questa che è la Νύχτα θα είναι η τελευταία, "l

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   4 commenti     di: Francesco //


Conigli Carnivori

Ci sono conigli carnivori in giro per il campus.
È una di quelle storielline idiote che ci inventiamo noi maschietti per spaventare le ragazze la sera, e convincerle a farsi accompagnare fino in camera, nel loro dormitorio, territorio tabù per chiunque abbia un pene e non sia stato invitato.
Se non che un giorno, il coniglio è apparso davvero.
Nessuno sa chi sia: lo chiamano coniglio perché stupra ragazze quanto una lepre fotte altre lepri.
Lo chiamano carnivoro perché 'dopo' , invece di fumarsi una sigaretta come tutti i cristiani, si mangia un pezzo della vittima.
Esatto, mangia. Avete idea di che male deve fare, farsi strappare un pezzo di chiappa a morsi?
Fornicatore folle. Dentoni da coniglio. Al posto della carota un coltello.
Le vittime, quelle che ancora riescono a parlare, dicono che indossava la maschera di Frank, il coniglio di Donnie Darko.
Ora si che le ragazze hanno paura.
Al coniglio non gliene frega niente di te se ti chiami Paola, o Gisella, o Lucia.
Sono i nomi da porca quelli che lo fanno eccitare di più, e quando un coniglio è eccitato gli si rizza tutto, anche le orecchie, e il suo udito diventa più fino e il suo coltello diventa più affilato.
Fortuna che la mia donna è un bidone. Però si chiama Nancy. Magari al coniglio piace come suona il nome... 'Nancy'!
Diverse ragazze stanno abbandonando il campus. Qualche Sarah, un paio di Deborah, molte Samantha.
Ragazza, se c'è una Acca nel tuo nome, il coniglio ti prenderà, lo sai?
Il rettore ha detto che la situazione è sotto controllo e che i soldi della retta non verranno rimborsati a chi deciderà di ritirarsi.
Dice che il coprifuoco sta già risolvendo il problema, e che è stufo di sentir parlare di conigli carnivori, è stufo delle lamentele di genitori apprensivi e ragazzine isteriche mestruate trentun giorni al mese.
E intanto i primi tre giorni di coprifuoco sono andati, tre serate passate tra maschi, chiusi in dormitorio a bere e giocare a carte e a chiedersi chi

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