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Racconti horror

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Chi è più blue?

La notte, lungo le calli veneziane, puoi sentire solo te stesso, il lento e ovattato rumore dei tuoi passi sulle pietre, il tuo respiro, mentre l'umidità ti entra fin dentro il midollo.
Un uomo di mezz'età, dall'aria imponente e severa, cammina parallelo a un canale, fiero e implacabile, una quercia non piegata dal vento che si sta sollevando sulla città.
Sembra non andare in nessuna particolare direzione, indifferente alle sporadiche persone che incontra, all'improvviso rallenta fino a fermarsi, i suoi occhi attirati da una qualche improvvisa apparizione.
Seduta su uno scalino che dà sul canale c'è una figura, piccola e piegata su se stessa, che cerca di ripararsi con l'enorme zaino da quell'improvviso vento gelido.
L'uomo le si avvicina con circospezione: è una ragazza giovane, molto giovane, dall'aria smarrita.
Pare non accorgersi della sua presenza, finché lui non le parla.
- Si è persa, signorina? Ha bisogno di aiuto?
Si volta a guardarlo, non sembra spaventata da quell'enorme e improvvisa presenza maschile a quell'ora tarda, addirittura balena un'ombra di sorriso in quel volto pallido che contrasta con i capelli scuri, sporcato dal pesante trucco degli occhi che si è sciolto.
- In realtà non so dove andare... Ho speso quasi tutti i soldi per il biglietto del pullman e per un hamburger...
La situazione si fa interessante...
- Non conosce nessuno qui a Venezia che possa ospitarla?
- Veramente no... Non so nemmeno perché sono venuta qua. Una volta, anni fa, ci sono venuta in gita con la mia classe. Ero stata felice... forse per questo ho deciso di tornarci... ma non mi rendevo conto di quanto fosse cara...-
Nei suoi occhi appare un'ombra di malinconia, è sola, sicuramente fuggita da casa, infreddolita, eppure non sembra intimorita. Forse è abituata a quella vita, probabilmente è anche tossica.
Molto probabilmente...
- Quanti anni hai?
Ne dichiara diciotto, mente ovviamente... non può averne più di sedi

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   1 commenti     di: Sabrina Abeni


La giostra infernale

"Me ne devi altre cinque. Adesso vai!"
La ragazza girovagava lungo il lunapark. Il suo lento incedere era sensuale, la gonna strusciava leggera lungo le gambe, ondeggiando passo dopo passo. Si fermò davanti a un tirassegno. Si accese una sigaretta, fece un lungo sospiro e aspettò. Di solito non ci mettevano molto ad abboccare, quella sera lo aveva già fatto tre volte; altri cinque, pensò.
Un ragazzo sui venticinque anni l'aveva osservata mentre arrivava. Prese un fucile e cercando la concentrazione giusta cominciò a sparare. Lei aveva capito. Vide in lui la giovinezza, la sincerità negli occhi e si allontanò. Cercava qualcuno più subdolo, qualcuno per cui valeva la pena fare quello a cui era costretta ma, lui la fermò. Le regalò il pupazzetto vinto e la invitò a fare un giro.
Contrariamente alle altre volte si mantenne più fredda e distante, voleva allontanarlo il prima possibile.
Lui era dolce, gentile, l'assecondava in tutto.
Gli promise che l'avrebbe rivista se se ne fosse andato; niente, era accecato da lei e dunque arrivarono.
Di fronte a loro una magica giostra dai sapori antichi. Eleganti i cavalli si erigevano in una danza alternante e incantevole. Lui che voleva sorprenderla la invitò a farci un giro; lei negò con sguardo allarmato trascinandolo via, prima che l'altro potesse vederli. Non capiva e si ostinò a rimanere davanti alla giostra.
Apparve davanti a loro. La finta cordialità mascherava il maligno piacere. Era tardi ormai per tornare indietro; non avrebbe mai voluto farlo a quel ragazzo.
Salirono sulla giostra che subito cominciò l'eterno giro. I cavalli si alzavano e abbassavano al ritmo del valzer. Lui era felice, rideva sereno. Lei piangeva. E poi, ad un tratto, al quarto o quinto giro il ragazzo scomparve.

Era sempre così. Un debito eterno che pagava la notte del 31 ottobre. Otto anime da regalare all'inferno. Il suo inferno.
"Me ne devi altre quattro. Vai!"

   22 commenti     di: Paola B. R.


Il vecchio salice

Durante quell'anno lavoravo nella fattoria di Caramory. Venendo dalla strada la fattoria appare con il lato nord grigio e pieno di inferriate aldilà di un fossato e un filare di salici.
Un pomeriggio mentre lavoro nei campi vedo che il cielo è diventato rosso dietro alla fattoria. Bagliori rossastri si levano dietro alle stalle là dove sicuramente i pagliai hanno preso fuoco.
Corro gridando assieme agli altri braccianti ma oltrepassata la fattoria ci fermiamo allibiti.
Non c'è nessun incendio. Una aureola rossa color brace sorge a nord, dietro alla fila di salici.
Mentre osserviamo intimoriti lo strano fenomeno vediamo che l'aureola va rapidamente rimpicciolendosi. Il suo colore si va smorzando, diventa sempre più cupo, fino a lasciar intravedere il cielo celeste.
Una mattina all'alba sono svegliato da grida e rumore. Alcuni contadini camminano sbraitando sotto i salici piantati lungo il fossato che divide la strada dai campi. Corro anch'io sul posto per vedere cosa è successo.
Ci sono strani anelli bianchi sull'erba intorno a un salice. Sembra muffa o cotone.
Quando provo a toccarli noto la loro inconsistenza e ritiro le dita bagnate.
La gente intorno commenta e fa domande. Parlano sottovoce chiamandoli <<cerchi delle fate>>.
La stessa sera l'uomo venuto a prendere il latte avverte i contadini che un albero ha preso fuoco.
Ancora una volta percorriamo la riva del fosso. Si intravede un chiarore là in mezzo agli alberi.
Quando sono vicino vedo un albero che irraggia una luce smorta, un chiarore pallido e sfumato. É un salice comune, mezzo secco, con un ciuffo di rami verdi rivolti a nord. Restiamo lì a guardare fino a mezzanotte e siamo affascinati e sbalorditi.
Il pomeriggio seguente al calar del sole arriva gente a piedi, in bicicletta o con il carro, per vedere l'albero luminoso. Oltre ai contadini dei dintorni ci sono persone che non ho mai visto prima. Sono arrivati anche alcuni signori ben vestiti venuti appositamente fin qui dalla città.

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   1 commenti     di: sergio bissoli


La nascita di Claudia

<<Louis, per trovarti non devo far altro che seguire i cadaveri dei topi.>>
Sollevai lentamente gli occhi in direzione di quella voce a me familiare.
Lestat mi aveva trovato facilmente in quella nauseante e disgustosa fogna in cui mi ero rifugiato.
Ero così prevedibile per lui...
Gli era bastato seguire la scia dei cadaveri dei topi che mi ero lasciato dietro il mio passaggio, mentre scappavo disperato sotto la pioggia battente.
Ero scappato per la vergogna e per il disgusto verso me stesso, per ciò che sono e per ciò che avevo fatto: mi ero cibato di una bambina malata, di appena sei, o sette anni, che si stringeva disperata alla mano decomposta di quel cadavere puzzolente che era sua madre.
Piangeva disperata.
Era rimasta sola al mondo.
Il padre l'aveva abbandonata.
Era stata lei stessa a dirmelo quando, udendo il suo pianto, entrai in casa, se così può definirsi quella una casa, e la madre era li, su di una sedia, morta per la peste, con gli occhi sbarrati e la bocca semiaperta.
Era in un orribile stato di decomposizione.
Mi guardò con occhi pieni di tristezza. Era completamente sporca, così come il suo vestito, le gote erano rigate dalle lacrime e i suoi lunghi capelli biondi era scomposti e disordinati.
Si era stretta a me senza pensarci due volte.
<<Per favore, aiutateci... papà ci ha lasciato e non è più tornato...>> sussurrò, stringendosi più forte a me.
Fui sorpreso di quella reazione che per lei fu così spontanea.
Era disperata a tal punto da gettarsi tra le braccia di un mostro?
Si staccò lentamente da me per guardarmi dritto negli occhi.
I suoi occhi mi imploravano. Erano una preghiera disperata, ma io non fui capace di proferire parola.
<<Vi prego... svegliate la mia mamma...>>
Non si era resa conto che quello che stringeva un attimo fa era soltanto un cadavere senza vita...
Si strinse di nuovo a me, in cerca di conforto e io non potei fare altro che accarezzarla.
Ma i suoi capelli, aggrappandosi a me, le cadder

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   2 commenti     di: Liliana Piscopo


Www. poesieracconti. it -- il terrore scorre in rete

"I nuvoloni che stavano sopraggiungendo non promettevano niente di buono, e a riprova che ben presto Como sarebbe stata raggiunta da un forte temporale, c'erano gli alberi, chini sotto la spinta del vento. Ebbene, verso le venti di quel martedì sera, l'acqua iniziò a scrosciare ininterrottamente facendo sgattaiolare a casa quelle poche persone rimaste in giro, la maggior parte giovani che si erano dati appuntamento per fare qualche sghignazzata in compagnia. In Ticosa, nella zona periferica della città, una ragazza stava uscendo dal CFC, una rinomata discoteca della zona. Era quasi mezzanotte ma la pioggia non accennava a diminuire, e Sabrina Ferri di certo non sarebbe rimasta ad aspettare i suoi amici che avrebbero tardato. Alzò la giacca beige e riparandosi la testa si avviò a passi veloci calpestando le pozzanghere al centro del marciapiede. Alzò lo sguardo per vedere se stesse arrivando qualche macchina, dopodiché attraversò la strada dirigendosi verso Via Teresa Rimoldi. L'indomani mattina sarebbe andata a scuola, e al liceo scientifico Gallio, non era permesso fare più di dieci minuti di ritardo. Una folata di vento la percosse facendogli sventolare i capelli sul volto. Fece altri dieci passi sentendo il rumore dei tacchi echeggiare tra i fabbricati, poi finalmente vide il cancello di casa sua. La pioggia era diventata ancora più fitta, e mentre cercava le chiavi nella borsa, il cellulare le vibrò nella tasca. Entrò in giardino notando le luci all'interno della casa spente, ciò significava che sua madre dormiva già da un pezzo. Giunta sul portico, con la gonna bagnata che le si appiccicava alle gambe, guardò il cellulare: qualcuno le aveva spedito un messaggio sul sito WWW. POESIERACCONTI. IT. Il nome era Pigface e non c'era nessun immagine sul profilo.
-Scommetto che è qualche mio compagno di classe-, pensò scuotendo la testa, poi inserì il suo nickname e la password.
" Ciao, ti piacerebbe morire stanotte?".
Sabrina sorrise starnutendo

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   2 commenti     di: cesare massaini


Gli zombie del cimitero

Eravamo una famiglia felice, eravamo, adesso non lo siamo più. Mio padre è morto quando avevo sei anni e da quel momento la mia vita è stata un incubo; adesso ho dieci anni ma le cose non sono cambiate. Mi presento, mi chiamo Justin e vivo con mia madre in un piccolo paesino.
Una sera stavo facendo i compiti nella mia stanza, sembrava tutto normale, ma ad un tratto sentii delle grida, corsi spaventato in cucina e vidi mia madre che piangendo veniva portata via dai poliziotti, uno di loro mi si avvicinò e mi disse: "andrai in un collegio, mi dispiace".
Salii in macchina ma solo dopo aver fatto i bagagli; presi la foto della mia famiglia e pensai " che bella famiglia che eravamo, adesso è tutto distrutto" mi scese una lacrima che andò a finire su di essa, proprio in quel momento nell'auto entrò un assistente sociale che prese la foto e me la strappò in mille pezzi mentre rideva ero infuriato ma non aprii bocca, forse per timore.
Dopo un ora di viaggio la macchina si fermò davanti ad un edificio immenso era in pietra, una pietra antica, con ben venti finestre divise in file da cinque, notai un piccolo particolare, le finestre erano chiuse con le sbarre, questo mi face molta paura e mi faceva pensare che in quelle stanze accadessero cose orribili! Mi incamminai verso l'entrata; li ad aspettarmi vi era un vecchio signore. Aveva la faccia sgorbia e gli mancava un occhio. Mi fece molta paura; tutto mi faceva paura. Il vecchio mi prese per il braccio e mi portò in una stanza dicendomi: " Questa è la tua schifosa stanza, stupido bambino ih ih ih... ci vediamo alle sette per la cena e vidi di essere puntuale e... stai attento ai fantasmi ih ih ih". Quella risata era aghiacciante e al solo sentire la parola fantasmi mi si gelò il sangue; mi girai e vidi dei bambini dietro di me a cui dissi: " fa-fa-fa fantasmi? Qui ci sono i fantasmi?" uno di loro mi rispose: " si! certo come no, qui è pieno di fantasmi. Buu!!" Io saltai sul letto dallo spavento e tutti si mise

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   3 commenti     di: Eleonora


Elsa della Neve

Un cappotto bianco nella neve bianca, che copriva la strada illuminata da coni di luce arancio delle lampade ai vapori di sodio, nei quali galleggiavano, come sospesi, legioni di esseri luminosi che altro non erano che minuscoli pezzi di polvere.
I capelli biondi adagiati su batuffoli di pelliccia bianca, soffice cornice per il viso della donna, che emetteva nuvole di vapore candido, mentre passo dopo passo, raggiungeva la grande piazza della città.
Avrebbe tagliato in diagonale attraverso di essa, come ogni sera, per tornare a casa.
Il freddo era netto e tagliente, eppure qualcuno era seduto su una panchina, dentro una parentesi di luce smorta, leggendo un giornale. Quando fu vicina abbastanza, vide che era un vecchio, e rallentò il suo passo nella neve, avanzando silenziosa alle sue spalle.
Fu dietro di lui in pochi attimi.
Guanti di pelle bianca estrassero uno stiletto, e quasi con dolcezza, aprirono la via del sangue nella gola del vecchio. Nessun urlo, nessun movimento scomposto o brusca reazione, solo dei gorgoglii, e poi il vecchio si piegò in avanti fino a cadere nella neve.
La donna si guardò intorno: nessuno. Tornò al vecchio. Inclinò il capo. Il sangue che scorreva nella neve, era amarena versata sul ghiaccio, che il venditore ambulante aveva grattato dal grosso blocco sul suo carrettino, sulla spiaggia. Prese il suo bicchiere, diede le monete al venditore, e colma di gioia tornò da sua madre sotto l'ombrellone che l'aspettava sorridente.
Ma sua madre diventò immobile e grigia prima che potesse raggiungerla e, quando arrivò da lei, non c'era altro che un'informe statua di cenere circondata da fiamme e fumo che, al tocco della sua mano, si sgretolò al suolo.
Ma al suolo c'era il vecchio adesso, niente più cenere, né fumo e fiamme intorno a lei, ma al contrario solo freddo e neve.
Si chinò, ripose lo stiletto, ed estrasse un altro coltello dalla borsa, e cominciò a lavorare: prima sui vestiti, poi sulla carne. Tagli precisi e velo

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