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Racconti horror

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Il suicidio del vampiro

Dovrei tornare a dormire nel mio catafalco: è quasi l'alba ormai. Un'altra notte è passata, uguale ad altre mille. Notte di caccia in cerca di vittime da succhiare, perché è solo il sangue che mi dà vigore, forza, sostegno, coraggio per andare avanti. I secoli trascorsi non li conto più e quelli che ho davanti, da un po' di tempo, mi terrorizzano come se fossi un vecchio. Eppure la mia giovinezza è eterna, come la mia immortalità, ma il prezzo da pagare è alto. Sono solo, disperatamente solo. Le poche compagne che ho avuto sono scomparse. Gli umani non hanno più paura di noi, hanno imparato a combatterci. Ci cercano per stanarci. Io stesso devo cambiare dimore per non essere rintracciato. Comincio ad essere stanco. Io, un tempo, ero normale. Non ricordo più che mi morse e bevve il mio sangue. Da allora sono stato condannato a vagare per sempre su questo mondo, a nutrirmi di sangue per sopravvivere, a cercare di trovarmi un alleato o una compagna. È vero sono eternamente giovane, bellissimo, attraente, le donne mi cascano ai piedi, ma non posso avere l'amore. Per me è vietato. Prima, un tempo, l'avevo l'amore e ancora adesso lo ricordo e, a volte, piango. Chi dice che quelli come noi non provano sentimenti e non possono piangere? Una letteratura ci ha fatto passare per mostri. Lo siamo, è vero. Notturne creature spaventose che inorridiscono chi ne parla. Ma siamo anche noi preda delle passioni. Noi conduciamo una vita al di sotto del subumano. Ci sono amici sono i lupi e gli insetti, sono i nostri compagni, di cui, a volte, ci nutriamo, quando non troviamo sangue. Imbandiamo la nostra mensa di blatte, di tipo, di carogne di animali per tirare avanti. Non posso maledire chi mi ha ridotto così, non mi è concesso. Sono un nemico per Dio, il Male personificato. Una creatura del demonio, sortita dalle fauci più profonde e cupe dell'inferno, ma ora basta. Ecco, sono nella sala di questa antica casa abbandonata. Le imposte sono ben sprangate, i pesanti ten

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   1 commenti     di: Mario Vecchione


Destini sospesi

Cammino per il paese, sotto i cieli di agosto scarabocchiati dal temporale. Incontro un vecchio e gli chiedo se conosce una buona locanda; lui mi raccomanda <<L'osteria dei meli>>.
"La tratteranno benissimo lì, dica che la mando io, l'oste è mio figlio."
Così facciamo conoscenza e lo accompagno nella sua passeggiata mentre aspetto l'ora di cena.
"É tutto cambiato qui, è tutto cambiato" seguita a ripetere il mio occasionale compagno.
"Sono stato altre volte qui, e questo paese mi piace" gli dico indicando il lungo viale dei tigli che stiamo percorrendo.
"Sono un museo di ricordi. Ah! mi ricordo quando hanno piantato questi tigli, venti anni fa e quando è passata la ferrovia sessanta anni fa."
"Scusi, quanti anni ha allora?"
"Ottantaquattro. Ecco vede la via non era così lunga. In questo punto c'era un muro. Qui c'era una porta carraia e dietro scorreva un fiume che in seguito è stato incanalato sottoterra. Sul fiume c'era un ponticello a schiena d'asino..."
"E dove si andava di lì?"
"Si andava nei campi naturalmente. Allora queste case non c'erano ancora e quelli che ci abitano non erano ancora nati."
Caspita, penso a cos'è il tempo. Fa un effetto strano sentire raccontare queste storie, provo la sensazione di aver vissuto più a lungo.
Si interrompe di raccontare all'avvicinarsi di tre giovani donne e alcuni bambini. C'è uno scambio di effusioni e abbracci, e proseguiamo insieme la passeggiata.
La comitiva, un po' alla volta, così come si era formata si scioglie. Il nonno e i maschietti prendono una stradina laterale. Due donne sono arrivate a casa.
Per un breve tratto resto in compagnia con l'ultima di loro. Il suo nome è Sheena ed è bellissima. Ha la pelle che pare di luna e i lunghi capelli biondi, lisci e morbidi.
Restando a parlare scopriamo di avere molte cose in comune. Sheena ha una voce dolcissima. Dalle sue confidenze intuisco qualcosa del suo destino triste.
Di carattere fragile e insicuro si è sposata giovanissima a un carr

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   1 commenti     di: sergio bissoli


La promessa

Se sbagliavi strada potevi imbatterti nel bar di Nicholas, un posto non particolarmente adatto ad una coppietta in amore o a persone con molti soldi da spendere, e non solamente per l'ambiente interno al locale, ma anche perché il percorso da fare per entrare in tale luogo non era dei più rassicuranti, una stradina semi immersa nel buio, con ogni forma di vita possibile che si muoveva furtiva tra i cassonetti dell'immondizia. Nicholas il proprietario del bar era un individuo cinico, che da circa 45 anni pregava un solo dio, l'unico che si potesse mettere nel portafogli, in cassaforte o in banca. Per lui cose come i valori morali, sentimenti o qualsiasi forma di affetto erano una stupenda trovata pubblicitaria molto utile in quasi tutti i momenti, e considerava ingenue senza speranza le persone che credevano in queste cose, ammesso che ne incontrasse qualcuna dal momento che riteneva che nessuno fosse mai completamente sincero o buono. La vita era solo una grande canaglia e se volevi sopravvivere ad essa dovevi essere ancora più canaglia della stessa, le persone tutte malvagie e subdole e dovevi sopraffarle prima che fossero loro a farlo. Per sua opinione personale la vita e le persone non gli avevano donato nulla e lui doveva vendicarsi per questo debito insoluto e il miglior modo per farlo era quello di prendere, sempre e solo, indiscriminatamente senza dover dare nulla in cambio, dato che aveva già dato troppo. Non tutti capitavano nel suo bar per sbaglio, alcuni erano clienti fissi e uno di loro che si trovava abitualmente in quel luogo poco rassicurante era Alfred, meglio noto come il gatto. Per alcuni questo suo soprannome era attribuibile al fatto che beveva qualsiasi cosa di alcolico anche leccandola dal bancone o dal tavolo, per altri invece era legato al suo aspetto fisico o meglio alla forma del suo viso. Alfred in genere compariva dal nulla e finiva le serate riverso con la testa e le braccia sul bancone, forse svenuto o semplicemente dormendo

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   1 commenti     di: Stefano


Il frutto miracoloso

Questa mattina c'è una strana agitazione nella casa del mio vicino. Lui non è ancora uscito per andare a lavorare. Persone entrano ed escono, altre sono raggruppate davanti ai cancelli.
Il mio vicino è un manovale di 55 anni e abita in una casetta con piante di serenelle, assieme alla moglie, tre figli e il vecchio padre.
Sono arrivate ancora delle altre persone perciò, dopo colazione, scendo giù in strada. Chiedo a una grassona che sta in piedi in attesa se può dirmi cosa è successo. Così mi racconta la storia più incredibile che abbia mai sentito.
La sera prima, 15 luglio, il manovale nel tornare dal lavoro si era fermato da un ortolano per comprare un cocomero. Lo sceglie grosso nel campo, lo stacca e lo porta a casa. Taglia il cocomero davanti alla moglie e ai figli e vedono che all'interno c'è scritta una grande lettera M.
Restano allibiti e non osano toccarlo. Allora chiamano i vicini e restano a discutere tutta la notte. Concludono di conservarlo nella ghiacciaia per il giorno dopo.
Questa mattina molti paesani hanno saputo questa storia e sono venuti a vedere. In questo paese dove non succede mai nulla anche un fatto insignificante attira l'attenzione.
Così mi unisco al gruppo di curiosi e aspetto il mio turno per vedere di cosa si tratta. Arriva uno dei figli ad aprirci e ci fa entrare in casa. Aspettiamo ancora in piedi nella piccola cucina. Alcuni parlano a bassa voce facendo congetture, altri si informano sui particolari.
La cucina è piccola, afosa e malrischiarata. Il pavimento di mattoni sconnesso, i mobili scuri e sporchi. Da una porticina aperta vedo il retrocucina. Uno stanzino stretto e semibuio con uno stipo, una finestrella e una vecchia ghiacciaia.
Arriva il padrone di casa, alto, magro e sdentato. Con modi servizievoli ci guida dentro il retrocucina. Tira i catenacci per aprire lo sportello della ghiacciaia. Sembra un sacerdote che apre il reliquiario di un Dio. Trattengo l'impulso di ridere. Ma sono diventati tutti matti q

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   1 commenti     di: sergio bissoli


La carismatica cuoca di Casa Rodella

Seconda delle cinque leggende metropolitane (altre sono: "Il neonato"; "La curva del risveglio"; "L'uncino" e "Dolomiten Hotel") tratte dalla serie "Il Pozzo senza fondo"; anche questa vicenda è ulteriormente arricchita con tratti colmi di suspense create dall'autore.

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Giacomo Algide Rodella veniva informato da sua moglie Mirella che la ditta dello zio paterno, "Atlantic Market", si sarebbe fatta promotrice di una festa per il cinquantesimo dalla sua fondazione. La sera del grande avvenimento, la loro baby sitter abituale aveva un impegno e non poteva occuparsi del loro bambino, che aveva pressappoco un anno di età.
La signora Annunciata, cuoca dei Rodella, afferrata la notizia negativa circa la presenza della baby sitter, si fece avanti: propose ai suoi datori la disponibilità di assistere il bambino anche sino a notte fonda. I Rodella, sorpresi, commossi e grati alla loro cuoca che da oltre dieci anni gestiva e realizzava gustosi piatti, le promisero un extra stratosferico da aggiungere al salario.
Annunciata era originaria del Lesotho, trasferitasi giovane in Italia in cerca di fortuna. Dopo avere servito in otto ristoranti, i Rodella la individuarono come la miglior cuoca africana e la vollero con sé perché i suoi pranzi deliziavano il loro palato. Una volta assunta le fu dato un nome italiano e un monolocale dal magnate della catena dei supermercati, appunto lo zio di Mirella. Annunciata non aveva mai avuto dei contatti diretti con persone bianche e sentiva per la prima volta sulla propria pelle i pregiudizi e la presunzione della maggior parte dei bianchi nei confronti dei neri. La sorella maggiore di Mirella, una volta, offese la dignità di Annunciata e la discriminò per il semplice fatto che la sua pelle aveva un colore differente.
La festa al castello Bonoris, in quel di Montichiari, ebbe inizio con un sontuoso banchetto al quale, però, il patron non prese pa

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Metamorfosi

Più i giorni passavano e più mi rendevo conto della profonda, rivoltante, esplosiva rabbia che cresceva dentro di me. Sentivo come uno strano ospite crescere nelle viscere, muoversi frenetico, nello stomaco. Ed ogni giorno che passava la mia espressione, riflessa nello specchio, cambiava: quello splendido sorriso, tanto amato dalle persone che mi erano care, divenne, a poco a poco, un ghigno malefico: le labbra, serrate in una morsa glaciale, svelavano un animo sadico, meschino, psicopatico e lo sguardo diventava, piano piano, sempre più impassibile, vuoto, nero come il buio della mia anima, sconvolta e riluttante ai troppi soprusi, alle troppe ingiustizie, ai traguardi mai raggiunti e alle migliaia di delusioni che la torturavano da troppi anni. In breve tempo mi resi conto che nasceva in me una nuova figura, una bestia famelica, affamata di sangue, tortura e tormento. Avevo bisogno di fare del male, per stare meglio, di sentirmi finalmente bene. E per sentirmi davvero viva dovevo rendere agli altri ció che per anni era stato dato a me: dolore. Fu cosí che mi resi conto che dovevo iniziare a difendermi dalla troppe ferite che laceravano il mio cuore e fu esattamente in quel momento che l'unica vera ragione di vita, per me, diventó quella di uccidere.

   8 commenti     di: Lavinia Pini


Nascosto nel buio

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Stavo correndo e non sapevo neanche il perchè, quindi mi fermai, guardai intorno e mi accorsi che era tutto buio e c'era un fetore tremendo, come del legno marcito.
Camminando nell'oscurità senza sapere dove stessi andando i miei occhi stavano cominciando pian piano ad abituarsi al buio quando, intravidi qualcosa, ero in una stanza molto grande ed era piena d'oggetti antichi, mi avvicinai e ne presi uno a caso pensando che forse potesse valere qualcosa vendendolo al negozio di antiquariato vicino casa mia.
Poi mi accorsi che non c'era nemmeno una finestra e i muri erano tutti ricoperti di strani quadri antichi con delle cornici troppo decorate, però non si riusciva a vedere l'immagine a causa della polvere.
Non sapevo da dove fossi entrato, nè da dove uscire e mi chiesi - che cosa ci faccio io in questa stanza così buia e orrenda?
Mi guardai intorno ancora un'altra volta, quello che vidi erano solo vecchi mobili.
Ad un tratto sentii dei rumori, erano passi! il cuore mi battè a mille.
I passi si facevano sempre più rumorosi e venivano propio verso di me.
Allìimprovviso capì che dovevo ricominciare a correre.
Anche se stavo correndo il più forte che potevo i passi si fecero sempre più vicini, ad un tratto notai una porta di legno semiaperta, correndo la spinsi con tutte e due le mani, era incredibilmente pesante e ricoperta di qualcosa di viscido che mi rimase tra le mani, riuscì comunque ad aprirla e a scappare via, ma quel disgustoso liquido viscido era anche sul pavimento che mi fece scivolare.
mantenni l'equilibrio per un po, ma poi caddi per terra.
Mi resi conto che ormai quella strana orribile presenza era dietro di me, sentii il suo alito agghiacciante che mi percorse il collo, non riuscivo a muovermi, incominciai a sudare freddo e a pensare che ormai la mia fine era vicina quando un violento colpo alla schiena mi fece gridare.
- Aiuto!!!
- Lasciami stare!
D'un colpo mi svegliai nel mio letto, mi rassicurai e pensai.
- Non è pos

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   4 commenti     di: Domenico Bianco



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