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Racconti horror

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La mia storia maledetta

Non crederete alla mia storia e io non pretendo che lo facciate, e se qualcuno di voi vi crederà, verrà sicuramente preso per uno sciocco e ingenuo.
Ho deciso di scrivere solo per lasciare su un foglio le tracce della mia inutile, disprezzante esistenza; solo per mettere su iscritto la mia storia maledetta, ma soprattutto per mettervi in guardia, mettervi in guardia da qualcosa di orrendo e terribilmente pericoloso, qualcosa che non vi augurerò mai di incontrare nella vostra vita.
Spesso mi guardo allo specchio, e non vedo altro che un animale, posso sembrare una persona come le altre, alto un metro e ottantacinque, folta barba che non mi decido mai a togliere, lineamenti pronunciati e fisico inspiegabilmente forte e robusto per un uomo della mia età; ho settantacinque anni e mi chiamo jack lee.
I miei genitori sono entrambi originari del Maine, quando si sono conosciuti erano una coppia davvero felice, si amavano molto e decisero di avere un figlio; mesi dopo nacqui io ma mia madre non si sarebbe mai immaginata che mettendomi al mondo avrebbe fatto lo sbaglio più grande della sua vita.
In effetti nella sua vita non ha fatto altro che sbagliare, sposando mio padre ad esempio;dopo il matrimonio lui divenne un’altra persona, divenne un alcolizzato e cominciò a picchiare me e mia madre.
La situazione nella mia famiglia andò avanti così per molto tempo, finche io non ebbi diciassette anni.
Fu in uno dei tanti giorni di freddo, pioggia e nebbia che mio padre ebbe ciò che si meritava ormai da molto tempo.
Mia madre era uscita a procurare un po’ di legna da ardere ed io ero a più di una centinaia di metri da lei; non seppi neanche io come ma riuscii inspiegabilmente a sentire l’odore di mio padre, un odore forte e disgustoso, non si lavava da giorni ed era ubriaco fradicio. Qualcosa dentro di me mi disse che doveva farla finita una volta per tutte, fino ad allora non avevo mai avuto il coraggio, neanche di alzargli la voce, ma adesso avevo sopportato

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Non c'è due senza tre (parte 3)

Un rombo fragoroso congela il tempo al Jolly's.
Joe e Robert sanno bene di cosa si tratta, mentre per Sandy si tratta della fine del mondo.
<<Robert, idiota! Ma dovevi proprio sparare?>> grida Joe accecato dalla rabbia sotto lo sguardo confuso di Sandy.
Guarda in direzione della porta del giardino del Jolly's, l'imponente figura di Robert ostruisce completamente la visuale di ciò che si trova alle sue spalle.
Sandy si sente fuori dal mondo, non ha perso il coraggio né le forze, semplicemente non crede più di trovarsi lì, in quel momento, con quelle persone.
Robert si avvicina a piccoli passi, le mani alzate.
"Ma che diavolo.." pensa Joe.
<<E tu chi cazzo sei?>> grida isterico.
Sandy si volta per cercare di capire cosa stia accadendo. Il dolore atroce al naso e alla tempia l'aiutano a non svenire nel compiere quel movimento tanto brusco.

Il signor Ross sente l'adrenalina che gli scorre nelle vene. Non si ricorda neppure quando è stata l'ultima volta che ha provato una sensazione del genere. Probabilmente aveva ancora qualche capello nero in testa e la schiena meno gobba.
Sente la sua voce chiara e autoritaria, come un tempo.
<<Io qui sono il padrone!>> esclama, mentre fa esplodere il colpo della sua rivoltella dritto in testa a Robert, che crolla a terra come un'imponente statua che viene sorpresa da un'improvvisa frattura nel suolo sottostante.
Joe è allibito.
Sandy non sa se tirare un sospiro di sollievo o allarmarsi per la piega che sta prendendo tutta quella faccenda mentre si allontana di qualche passo da Joe, che di certo ha altro a cui pensare.
<<E adesso mi dia un motivo valido per non uccidere anche lei.. Sandy entra dentro!>> dice il signor Ross senza mai distogliere lo sguardo da Joe e, soprattutto, senza perdere la mira sulla testa dell'uomo.

Sandy entra nel locale, ormai salva. Scavalca il corpo della signora Ross e raggiunge il telefono.
"Un momento"..
Sandy si blocca, qualcosa non torna. Quel tizio, Robert, non aveva un'ar

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   0 commenti     di: Carlo Araviadis


Harrison's ville

L'idea di raggiungere gli amici alla Bishop's Valley era stata di Dawson. La Seat proseguiva lentamente sulla strada sterrata, e i rami degli alberi a lato graffiavano di tanto in tanto il tettuccio della vettura. Seduta di fianco al suo ragazzo, Sarah Lever sbuffava sperando che quella giornata finisse presto. I motivi erano due: il giorno dopo sarebbe dovuta andare vedere la recita della sua sorellina, poi, raggiungere gli amici di Dawson in montagna, significava assorbire la presenza di sua cugina, che non riusciva a stare zitta nemmeno per un istante. Era un sabato pomeriggio, e il sole era scomparso da circa venti minuti dietro alle vette delle montagne circostanti. Una buca fece sobbalzare l'auto, e Sarah lanciò uno sguardo al suo ragazzo.
Dawson Queery si sistemò il cappello rosso sulla testa, rimanendo con lo sguardo fisso sul tragitto.
- Amore, ti prometto che ti divertirai.
Sarah fece una smorfia. - Immagino.
- Mi farò perdonare.
- Spero solo che tu e i tuoi amici resterete sobri.
- Non ti fidi?
- Diciamo che ho qualche dubbio-, rispose lei guardando dal finestrino.
Sarah era una ragazza modello, ottimi voti a scuola, un lavoro sicuro come psicologa, e vantava un fisico da urlo: alta, capelli biondi con una frangia che ricadeva sugli occhi, e un naso a punta che le faceva mantenere il classico viso da adolescente, pur essendo ventitreenne da pochi mesi. Lei e Dawson si erano conosciuti due anni prima in un pub a Crowley City, nel Massachusetts, e per Sarah era stato amore a prima vista.
Dawson era il classico stallone che faceva girare la testa a ragazze con un fisico spettacolare ma senza cervello. Sarah invece era una via di mezzo: un fisico stupendo, e un'intelligenza altrettanto invidiabile.
- Questa zona è la più isolata della contea-, spiegò lei portandosi i capelli dietro alle orecchie.
Dawson annuì. - Qui intorno non abita più nessuno da molti anni.
- Ci sono solo radure, alberi e montagne.
- Guarda il lato positivo tesoro-,

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   1 commenti     di: cesare massaini


Incubo

C'è freddo. Freddo e buio.
È la prima cosa che Alyce nota non appena apre gli occhi.
Freddo, buio, e un odore selvatico, come di corteccia e foglie bagnate.
Muove qualche passo e sente uno scricchiolio sotto i piedi nudi: un ramo. Si guarda intorno, aguzza gli occhi, che iniziano ad abituarsi alla semi-oscurità che la circonda, e capisce di trovarsi in un bosco.
Gli alberi sono alti e fitti, dai i tronchi sinuosi e puntati al cielo come le spade di un esercito. Il terreno ai suoi piedi è ricoperto di foglie screziate di marrone e di giallo. Una strana foschia avvolge l'ambiente all'altezza delle sue ginocchia.
Si guarda: indossa un abito bianco, lungo e scollato, tenuto su da due sottili spalline che quasi le scivolano dalle spalle. Ha i capelli sudati e appiccicati sul collo e sulle guance, il petto ansante e il cuore in gola, come se avesse corso - ma lei non ricorda di averlo fatto.
Tutto ciò che Alyce ricorda è di aver dato la buonanotte a sua madre, aver indossato il pigiama ed essere andata a letto, come ogni sera. Perché si trova in quel posto? E dove si trova, di preciso?
D'un tratto, una serie di fruscii e scricchiolii di rami spezzati le rivelano che non è sola. Inizia a correre all'impazzata, travolta da un terrore primordiale e assoluto, che le azzera la mente e le contorce le budella fin quasi a farla star male. Quella che prova mentre scappa non è la classica fifa che un essere umano sperimenta abitualmente nel corso della sua vita quotidiana; non è la paura che precede un esame, o un prelievo del sangue, o che accompagna la visione di un film dell'orrore. È la Paura che una preda prova poco prima di essere brutalmente divorata, la Paura che ti spinge a vomitare i tuoi polmoni pur di scappare il più lontano possibile; un sentimento antico e selvaggio come la morte.
Continua a correre, poi si ferma, perché non è mai stata una grande atleta e adesso si sente come se ogni parte del suo corpo stesse per esplodere. Crolla al suolo,

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Portasfortuna

Un pomeriggio d'estate passando per la piazza ritrovo il solito gruppo di amici all'osteria.
La vita non è facile per nessuno e noi quattro sembravamo avere affrontato situazioni più difficili del normale. Ma il più colpito dalla malasorte sembrava Max. Grosso, il volto tirato, stava sdraiato sulla sedia con un giornale davanti e come al solito polemizzava sulla vita, sull'amore, sulle ingiustizie...
"Lucy è andata via. Così, per sempre. É una storia finita ormai."
Fa un lungo sospiro, poi riprende:
"Sì ci sono tante donne al mondo... troverò da consolarmi... Ma bisogna ricominciare tutto da capo e io incomincio a invecchiare... Non ho più tanta voglia di fare il pagliaccio e mettermi a correre dietro alle ragazzine..."
Bruscamente si ferma di parlare. Sulla sua fronte alta che preannuncia la calvizie, si disegnano molte rughe. Diventa nervoso, si dimena sulla sedia mentre cerca qualcosa nelle tasche. Tira fuori un mazzetto di amuleti rossi attaccati a uno spago e con questi fa dei segni in direzione della strada.
"É uno jettatore, un portadisgrazie" dice Max sottovoce.
Mi volto e vedo che dal fondo del marciapiede avanza un tizio magro con la barba e il passo stanco. Indossa pantaloni scuri, camicia con cravatta e tiene la giacca buttata su una spalla poiché fa molto caldo.
Anche l'amico Petèn si volta ma poi sorride:
"Ma no. Sono tutte sciocchezze. Quello lo conosco ed è solo un povero diavolo come noi. Era un uomo importante, una volta. Ah! Sì! Era direttore di non ricordo più quale Ente... in poco tempo perse il lavoro, la salute, la casa... Sua moglie fuggì con un altro... É un uomo completamente rovinato adesso. Va a spasso per il paese alla ricerca di qualcuno che gli offra una sigaretta o un bicchiere di vino. Alla sera dorme in un Istituto di Carità."
Dopo una settimana ritrovo Max tetro e depresso. É un pomeriggio piovoso e lui sta al riparo della tettoia di un deposito di carbone.
"E così ho perso anche il lavoro..." dice sc

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   1 commenti     di: sergio bissoli


Il Babau

Le tre e quaranta... del mattino. Il sole sorgerà soltanto fra due ore... e sembreranno eterne, come al solito. Dannazione,è impossibile continuare in questo modo! Ormai sono ad un passo dalla più totale follia. Se avessi ancora voglia di fare dell'umorismo potrei dire che avrei una brillante carriera di guardiano notturno al museo di storia naturale... il fatto è che non ho più voglia di fare dell'ironia... nemmeno un po'... ultimamente non è di casa nella mia testa.
Dunque... la situazione ha quantomeno del curioso... chissà se ho ancora un briciolo di lucidità mentale per cercare di riordinare le idee e ricostruire gli avvenimenti. Come diavolo è iniziata questa storia? È imperativo raccogliere tutta la lucidità sparsa negli angoli del mio cervello angosciato ed usarla per tentare di spiegare quello che può sembrare in tutto e per tutto un episodio di Ai confini della realtà.
Quattro notti... quattro notti insonni e quattro giorni passati nel più totale rimbambimento e nella paura che tutto si potesse replicare... e così è stato fino ad ora; non seguendo le stesse modalità, certo... non con il medesimo modus operandi... ma è successo.
Come si presenterà questa notte?
Sussurri? Rumori strani? O staglierà la sua ombra sulla parete di fronte al letto come ha fatto ieri?
Ma soprattutto perchè sta succedendo a me? Ho passato l'infanzia da un pezzo e, mi secca dirlo, anche l'adolescenza; sono un uomo fatto già da qualche anno anche se non ho poi così tante rughe o capelli bianchi a riguardo... giusto per mettere in chiaro la cosa.
Insomma è una cosa che capita ai bambini... a quelli cattivi in special modo...è la minaccia che si sentono dire più spesso quando non vogliono rispettare il coprifuoco di casa:
“Se non vai subito a letto arriverà il Babau a prenderti e ti porterà nel buio dove rinchiude tutti i bambini cattivi che non obbediscono!”
“Dormi oppure il Babau arriverà e ti spaventerà tutte le notti...”
E così via.
A pensarci

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Zia Mary

Infilo la chiave nella serratura e apro la porta.
Mi accoglie la sala lunga e fredda, con odore di chiuso. Macchie di muffa bianca sono sparse sulle mattonelle. La pianta in vaso è secca forse per la mancanza di luce e acqua.
Sono passate alcune settimane dopo i funerali di zia Mary e durante questo tempo nessuno è venuto nella sua casa.
Qui era sistemata la cassa con il catafalco, i ceri.
Cammino verso la cucina. Nel secchiaio sono rimaste ancora le tazze capovolte.
Ritorno indietro e passo davanti allo studio. In questa stanza strapiena di carte, libri e documenti, lei ha tenuto per 40 anni la contabilità del gasometro di suo padre.
Proseguo e salgo le scale di pietra che per 80 anni ha salito lei. Tocco la ringhiera di legno consumato, alla quale lei si è appoggiata durante tutto questo tempo.
Nel corridoio superiore ci sono quadri con foto ingiallite. Un arcolaio che usava quando era giovinetta. È rimasto perfino il cavallo a dondolo di quando era bambina.
Apro una porta ed entro nella sua stanza da letto. Penombra, silenzio, odore di biancheria.
Apro una finestra per far entrare la luce metallica di questa sera di Marzo.
L'armadio severo con sopra la foto di suo padre. Il letto liberty dove lei è morta, da sola, la notte del 2 febbraio.
Resto in piedi, immobile, in silenzio, in attesa.
Mi aspetto di rivedere di nuovo mia zia, anche se ho visto quando la chiudevano dentro la cassa e quando la sotterravano in cimitero. Mi aspetto di udire nuovamente la sua voce gracchiante; mi aspetto un segnale, qualcosa che mi faccia capire che lei vive ancora.
I minuti passano e non succede niente. Allora, ad alta voce faccio la domanda:
"Zia Mary, se ci sei batti un colpo".
Silenzio totale.
Ripeto la domanda e resto in attesa:
"Zia Mary, se ci sei batti un colpo".
Nessuna risposta.
Mi sento un po' stupido a parlare da solo, nella stanza vuota. I muri imbiancati davanti a me non possono rispondermi.
Lascio passare dell'altro tempo e poi ripeto anco

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   2 commenti     di: sergio bissoli



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