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Racconti horror

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La vera storia di Cenerentola

--- Prologo ---


Cenerentola bambina sognava….. avvolta dalle morbide lenzuola in cui la zia Rondinella la affagottava tutte le sere nel suo lettino ella sognava….. il suo viso paffutello carezzato dalle bionde trecce appariva lieto e sereno anche quella notte, ma ella sognava inquieta di un grande regno dominato dalla crudeltà e dalla corruzione che nel futuro avrebbe soggiogato l’ intera umanità….. nella sua visione notturna una scarpetta fragile e delicata si materializzava scendendo dal cielo mentre una voce dal tono indefinibile e dotata di un’ aura sovrumana la ammoniva…. la ammoniva a non definire il bene e il male basandosi sull’ apparenza ma a guardare oltre…. oltre i confini……al risveglio pallida e sudata sentì che l’ unica certezza che aveva ora era di essere quella notte stata investita di una missione….




--- Capitolo 1 ---

V’ era un tempo in cui al pacifico villaggio di Aspidistra viveva la più bella fanciulla del reame, di nome Cenerentola…… era l’ epoca in cui regnava ancora l’ armonia tra gli uomini e la natura….. essa per grazia e fascino ricordava le antiche rappresentazioni classiche in cui le forme affusolate e aristocratiche del corpo erano sempre state sinonimo di bellezza femminile….. i biondi capelli ne incorniciavano il bel viso rendendola tra tutte le donzelle del paese la più ammirata e desiderata……non per nulla essa era Regina del villaggio, da tutti ammirata per la sua bellezza e temuta per il suo carattere che, dolce e leggero nei momenti di letizia, diveniva in un batter d’ ali violento e vendicativo di fronte ai pericoli che minacciavano lei e la sua comunità……
Quella mattina Cenerentola era intenta alla sua quotidiana toeletta in compagnia delle sue due ancelle preferite, Lavinia e Violetta.…. davanti al suo specchio magico guardava Lavinia mentre si prendeva cura delle sue mani eleganti limando e affilando le lunghissime unghie, e Violetta intenta a pettinarle

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Burned

Legata a quel palo sulla catasta di legna gli occhi stanchi della donna s'inumidirono di lacrime. Una settimana di torture, l'avevano quasi annegata, poi strappato le unghie e i denti e infine rinchiusa insieme ai topi.
Ci erano riusciti, alla fine aveva detto ciò che loro volevano. Dalle sue labbra sanguinolente era uscita la confessione: -Sì. Sono una strega-.
Era l'unico modo per fare cessare le torture, anche se significava morte certa. Quattro giorni la avevano lasciata a subire il dolore delle ferite e l'attesa della pena capitale. Ora stava per aprire l'ultimo capitolo del libro della sua vita davanti a tutta quella folla eccitata.
Il boia e due suoi aiutanti si avvicinarono tenendo alte sulle loro teste le fiaccole infiammate, quasi fossero bandiere da mostrare alla gente. Lei ebbe un'espressione di terrore. Le appoggiarono sulla catasta. Sentì crepitare la legna sotto i suoi piedi e cercò di sgranare gli occhi il più possibile. Si fece forza e osservò le fiamme. I rami sotto di lei erano leggeri e secchi, non ci sarebbe voluto molto. Presto sarebbe finito tutto.
Pochi minuti dopo il fuoco le lambì i piedi. Si lasciò sfuggire un'occhiata di odio verso la folla. -Pazienza- pensò - troppo presto-.
Quando le fiamme cominciarono a consumare la carne delle gambe, si mise a gridare con quanto fiato aveva in corpo. Era il suo copione, doveva recitarlo fino in fondo. Altrimenti avrebbero capito. E continuò a urlare quando il suo petto prese fuoco, nonostante non sentisse nessun calore. Finalmente i capelli s'infiammarono e le nascosero il viso dietro le vampate.
Un ghigno sottile le si dipinse sui lineamenti deturpati. Ora non potevano più vederla e rise in silenzio. Rise di quegli sprovveduti che credevano di toglierle l'anima con il fuoco. Rise quando vide quelle larve d'insetto che s'insediavano nel corpo dei suoi inquisitori e che si sarebbero riprodotte e nutrite e riprodotte e nutrite.
Loro si che avrebbero sentito dolore,.
Molto dolore.

   5 commenti     di: Oxide Oxide


Il peccato

Si ritrovò seduta, dentro il confessionale, di una chiesetta di paese, lo sguardo era fisso nel vuoto, la sua bocca si muoveva freneticamente senza far uscir un fiato, una parola, come se avesse le corde vocali anestetizzate, paralizzate.
La sua esagerata ansietà la sfogava ora sul quel rosario, che con le dita sgranava velocemente tra le mani.
Quello strano silenzio fu interrotto improvvisamente da una parola strozzata, "... Peccato".
"Non capisco...", replicò l'uomo di là della reticella, "... spiegati meglio".
"Sì, ho peccato. Ho tradito, ho ucciso mio marito... o non era lui... non lo so più. Non avrei dovuto... voluto..., ma l'ho fatto".
La donna, che ora si trovava dentro il confessionale, stava raccontando confusamente la sua storia a un estraneo, mentre piangeva come mai aveva fatto prima e quel pianto rimbombò ovattato in quel luogo religioso.
"Ma perché? Cosa ti ha spinto a farlo... " La donna sembrava aver scosso l'animo di quella persona.
"Dopo più di trentacinque anni di matrimonio", incominciò a spiegare la donna.
"Ho scoperto che mio marito mi aveva tradito ripetute volte. A quanto pare lo sapevano tutti, eccetto me".
"Perché non glielo ha detto?". Echeggiò questa frase per qualche secondo dentro il confessionale.
"A cosa sarebbe servito!". Lei rispose quasi indispettita.
"E se non fosse stato vero?". Replicò l'uomo.
La donna rimase in silenzio per qualche minuto, riflettendo, o rimuginando quasi seccata da quest'ultimo pensiero.
L'aria che si respirava ora dentro la cabina del confessionale, era quella di legno ammuffito, che si mischiava a quello acre della vergona, che adesso provava la donna.
Il malessere cominciava ad affiorare, attanagliandole la testa, come una morsa, mettendo in dubbio quelle certezze che aveva prima, cercando di capire se quello che aveva fatto era scaturito da un senso profondo di vendetta. Era evident

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Bella di notte

É molto tardi stasera e non sarò a casa prima di mezzanotte. Sto pensando a questo mentre percorro in bicicletta la strada di campagna.
Attraverso il Borgo di notte a tarda ora. I pochi fanali rischiarano appena la via semideserta con le case basse.
Il paese appare accucciato. Porte e finestre sono tutte chiuse. Solamente in fondo al paese da una vecchia osteria escono voci smorzate e tintinnii di bicchieri.
Appena finisce la via rientro nella notte di agosto, afosa e immensa. La notte buia è piena del canto dei grilli e del gracidare delle rane.
Improvvisamente sento i sassi della strada sotto di me. Ho forato la ruota posteriore!
Il paese che mi sono lasciato alle spalle è a qualche chilometro perciò decido di proseguire ugualmente. Dopo un po' sono tutto sudato per la fatica, e l'andatura è così lenta che mi conviene camminare a piedi. La campagna si stende tutto intorno e mi restano ancora due paesi da attraversare.
Una fattoria con i lumi rossastri è come sperduta nella notte. In cerca di aiuto devìo per la stradina erbosa e mentre mi avvicino chiamo per farmi sentire.
Passo sotto alcuni archi in muratura, entro in un portico profondo e buio ingombro di carri, rastrelli in legno e altri attrezzi. Una lanterna accesa sta attaccata a un chiodo.
C'è una ragazza ancheggiante vestita di bianco ad accogliermi. É magra con le labbra rosa. I capelli a chignon sono raccolti in un nastrino d'argento. Con movimenti flessuosi sta ammucchiando mazzi di saggina per le scope e tutte le volte che passa davanti alla lanterna il suo corpo si profila controluce come se fosse nuda.
In fondo al portico passa qualcuno nell'oscurità. É un vecchio che spinge una carriola la quale cigola orribilmente. Poi una voce rugginosa chiama:
"Deridre. Deridre."
Alcuni giovani, probabilmente fratelli, vengono a darmi una mano per riparare la bici. Portano una cassetta di attrezzi e incominciano a smontare la ruota.
Intanto una vecchia mi fa cenno di seguirla in casa. Lasc

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   0 commenti     di: sergio bissoli


Fornace

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   3 commenti     di: Sergio Celetti


Invisibile

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   2 commenti     di: Nita K


Ragazze babau

"Vi ho viste uscire dal mio armadio stanotte"
dice Bobby e ha gli occhi sbarrati e il respiro affannoso.
Si vede che ha paura. Non è abituato a parlare con le ragazze.

LORO lo guardano. In classe le chiamano

LE QUATTRO FIGHE

perché sono le più belle e le più amate di tutta la scuola. Non vanno mai in giro separate e, come ama dire quel simpaticone di Robin, se la tirano come se ce l'avessero solo loro in tutta la scuola.

Le Quattro Fighe lo guardano ridendo. Figurarsi se ragazze come loro si mettono ad uscire dagli armadi della gente. Di gente come Bobby, poi.
È che Bobby racconta un sacco di cazzate.
È che Bobby è un po' tardo, poverino.
È che a Bobby puzza il fiato.
È che Bobby ha i denti gialli e nessuna parla mai con lui.
Così quando i suoi istinti notturni hanno la meglio, capita che Bobby si spara qualche sogno erotico, e stavolta deve aver sognato le Quattro Fighe, nell'atto di uscire dal suo armadio, magari vestite di pelle e cuoio, e poi...

La rossa del gruppo. Chiara. Lei non ha paura di niente. Niente le fa schifo. I maligni dicono che sia una di bocca buona, quelli più sinceri vanno al sodo e le danno direttamente della baldracca.
Più tardi magari glielo diranno, dalla un po' al povero Bobby.
Quel ragazzo ha decisamente bisogno di figa.
Glielo diranno e lei rifiuterà, perché anche le Chiara di questo mondo hanno dei limiti.
È che Bobby ha i capelli unti. È che Bobby ha la forfora.

Le ha viste uscire dal suo armadio.
"Non eravamo nel tuo armadio ieri sera Bobby" gli dice Sissy, paziente, col tono di voce che si userebbe con un bambino molto piccolo e molto piagnucoloso convinto di aver visto il pagliaccio assassino in agguato sotto il suo lettino.
Ma Sissy è tanto bella quanto dolce, ed essendo veramente una gran figa significa che è più dolce di una torta di mele erotica a forma di tette.

Ma vi ho viste davvero insiste Bobby e non c'è dolcezza che tenga. Sissy c

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