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Racconti horror

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Qualcosa Che Non Viene Trattenuto

Camminava da quasi un'ora ormai, in una notte buia e quasi tempestosa. Faceva un freddo cane, con un vento teso e gelido che le sferzava il volto al punto che sembrava volesse spaccarlo, e che le faceva battere i denti con tanta violenza che aveva paura andassero in frantumi da un momento all'altro. Per fortuna aveva una giacca a vento che le permetteva di riparare almeno le mani nelle calde tasche. Non aveva incontrato nemmeno un'auto, né in un senso né nell'altro, camminava da quasi un'ora e l'unico essere vivente nel quale si era imbattuta era un non meglio identificato animale a quattro zampe, che all'improvviso le aveva attraversato la strada circa quindici minuti prima procurandole non poca strizza. Si erano guardati negli occhi alcuni istanti, poi l'animale aveva fatto un giro su se stesso ed era sparito, lasciando in sospeso la domanda su chi fosse l'indigeno e chi l'invasore, chi la potenziale vittima e chi l'ipotetico carnefice.
Una folata di vento particolarmente freddo le fece svolazzare la chioma bionda e lacrimare gli occhi azzurri, come reazione naturale si strinse il bavero della giacca attorno al collo e sprofondò il più possibile le mani rattrappite nelle tasche. Più di una persona di sua conoscenza avrebbe avuto qualcosa da ridire a vederla camminare da sola in una notte simile, specialmente con quello che stava succedendo in quella zona. Ma era successo, e lei non aveva nessuna colpa.
Guardò in alto; il cielo era stranamente limpido, nonostante il mercurio della colonnina che indicava la temperatura doveva aver preso stabilmente posizione ben al di sotto dello zero. La luna era piena e luminosa, un tempo da lupi. Ricordò di come da bambina non riuscisse a capire come a volte potesse fare così freddo con il sole, o comunque quando non c'erano nubi nel cielo. A quell'età era normale fare l'associazione freddo-cielo nuvoloso. Fino a quando qualcuno non le spiegò che proprio l'assenza di nuvole impediva che il calore del sole si accumula

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   0 commenti     di: NeroLate


Una questione di ingredienti

Il castello di Zardok crollò sotto il peso del mostro, in un istante.
Zampe di ragno, possenti come tronchi d'albero, stavano ora trascinando verso il mare, lentissimamente, quell'abnorme corpo di balena.
Alle sue spalle, cumuli di macerie. E di corpi straziati, come fossero plancton.

-Dannato imbecille!- gridò Zardok il mago, vibrando una poderosa bacchettata sulla nuca del suo frastornato assistente.
-Pietà grande Zardok!!
- Pietà?! Zampe di ragno Maculato! Estratto di polline di girasoli! Sangue di FA-LE-NA! Non ba-le-na. FALENA!
L'assistente tentò un'improbabile fuga fra i calcinacci, ma Zardok, svelto di mano, lo colpì con un incantesimo.
"Stoppeficius!"Sentenziò.
Il poveretto rimase pietrificato nel mentre in cui stava compiendo un balzo verso un muretto diroccato. Ricadde a terra come un sacco di patate.
Zardok, armatosi di pugnale, gli si avventò contro e con un poderoso calcio lo mise a pancia all'aria.
Poi, gli si avvicinò, naso contro naso, e pur sapendo che non avrebbe potuto rispondergli, gli chiese: "Lo sai cosa mi ci vuole, ora, per fermare quell'abominio?"
Al giovane assistente non rimaneva che fissarlo atterrito.
"Il cuore scorticato di un giovane imbecille... IL TUO!"
E gli affondò la lama nel petto.

   0 commenti     di: Diego TURATTO


MYSKI - Il mattino

Ho deciso di iniziare a scrivere la mia schifosa …
Si!!! La “mia schifosa”... la o il “MYSKI”, la definirò così quella frase.
Può essere interpretata come un’ ora, una settimana, un anno, una cosa, una persona o forse tutta la MYSKI vita e tutto ciò che sono costretto ad incrociare… sempre… ogni giorno.
Uno stress incredibile da nascondere continuamente, per non sembrare un malato di mente quale già appaio, causa di irrefrenabili istinti omicidi che non controllo.
In quei momenti perdo la ragione. Esco dal MYSKI corpo. Mi gira la testa e di colpo vedo tutte le cose e le persone di color rosso fino a sbiadire in un bianco che non mi fa vedere più niente. Non distinguo più nulla per qualche secondo e un brivido mi scende lungo le mani, fino a farmi tremare la punta delle dita. All’improvviso mi riappare tutto davanti, con la sola voglia di annientare e far sparire tutto definitivamente dalla MYSKI vista.
Finora questi istinti omicidi li ho controllati, ma domani? Chissà?
Aspettando domani continuo a scrivere…

Il “MYSKI” mattino!

Urla terribili mi sfondano i timpani. Stanno sgozzando due maiali con un coltello da trenta centimetri, appesi a testa in giù, agganciati al paranco per il nervo dello stinco.
Un frastuono incredibile causato da uno dei due porci che afferra con i denti il secchio nel quale sta scolando il suo sangue. Lo lancia contro il muro imbrattandolo di rosso. L’odore acre si spande in tutta la stanza.
Mi sveglio di colpo sobbalzando nel letto. Una goccia di sudore mi scorre dalla fronte scendendo sul MYSKI viso, fino a perdersi nella barba incolta di una settimana. La mano mi formicola, visto che ci ho dormito sopra una notte intera. Il cuore batte talmente forte che sembra non riesca più a contenerlo all’interno del torace. Le orecchie mi scoppiano… forse per la troppa pressione del sangue. Accendo la luce ed infilo un dito dentro l’orecchio per controllare che il sangue non stia schizzand

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Lo psicopatico

Avete presente quando credete che tutto sia inutile e senza significato? Ottimo, per Emiliano era una di quelle sere in cui l'unica cosa da fare era rollare una canna, lo fece.
Si era distratto tutta la notte con ragazze, amici e alcool.
Arrivato il giorno seguente, notò delle strane macchie sul pavimento... macchi di sangue provenienti dal soffitto.
Salì al piano di sopra e vide tutti i corpi dei suoi amici impiccati e deformati.
Pensò subito che l'effetto della canna non fosse finito e quindi pensò che fosse tutto frutto del suo inconscio oppure una realtà mai accettata dallo psicopatico Emiliano.

   4 commenti     di: Chiara


Gli Invasati

Era notte quando io e Lucas giungemmo a quella ripida salita. Quella sera volevamo provare una nuova e bizzara esperienza, con un gruppo di amici: una seduta spiritica in un vecchio castello, immerso tra le montagne trentine, appartenuto ad un nobile locale del XVII secolo, che si diceva, fosse sceso a patti con il diavolo: avrebbe venduto la sua anima al principe delle tenebre in cambio della vita eterna, e del potere assoluto. Il patto venne siglato, e il nobile arrivò a vivere fino all'età di 100 anni, senza invecchiare in un giorno. Inoltre si dice, che i poteri magici dati dal demonio, andavano aldilà di ogni immaginazione: gli abitanti del paese vicino, rumoreggiavano che fosse capace di muovere oggetti a suo piacimento con la sola forza della mente, alcuni servi dicevano di averlo visto muovere tavoli, lampade, armadi, quadri, senza nemmeno sfiorarli. Altri addirittura, dicevano che fosse in grado di manipolare il tempo, attribuendo a lui gli improvvisi cambiamenti climatici che si registrarono nella valle in quel tempo: era talmente inebriato dal suo potere, da credersi un dio. Ma una notte, il diavolo mancò fede al patto: fece sparire tutta la famiglia del signore, dopodichè si materializzò davanti a lui, tuonandogli ghignante che da quel momento in poi avrebbe continuato a vivere la sua eternità in quel castello, non più da vivo, ma da morto. Da quel momento, il nobile scomparve per sempre, e con lui tutta la sua famiglia e la sua dinastia. Nessuno dei loro corpi venne mai ritrovato: questa strana scomparsa era riportata negli annali del paese, mentre la leggenda era soltanto tramandata oralmente tra gli abitanti della valle. Leggenda o verità, di fatto quel maniero non venne mai più visitato da nessuno per secoli. Durante le due guerre mondiali, divenne rifugio per italiani, partigiani, e infine per nazisti in fuga. Nessuno di loro tuttavia, si dice, una volta entrato, ne uscì più. Soltanto uno, un caporale nazista: si dice che scese dal c

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   4 commenti     di: Nicolò Giani


Lammas

Una sera d'estate mentre vado a passeggio dopo cena. Costeggio lo scolo d'acqua del villaggio prima di inoltrarmi in campagna. Dietro la finestra di una fattoria una vecchia con il naso grosso lavora con l'ago. Una gallina gira davanti. Una bambina in mutandine bianche gioca da sola in un cortile.
Agosto è scolpito nella campagna. Anche le case che ho lasciato dietro di me sembrano diverse, più piccole e colorate. A tratti arrivano aromi forti e strani che si sentono solo nelle sere di agosto. L'aroma secco del mais, quello unto dei girasoli. L'odore umido del fiume...
É una sera divina con un tramonto da fiaba. Il sole rosso diventa enorme, smisurato. Sulle stoppie vola uno stormo di cornacchie.
In uno spiazzo dei campi c'è una ragazza sola con i capelli lunghi. Sta accendendo alcune candele poste in un cerchio di fiori. Il suo volto serio e prezioso sembra quello di una Dea.
L'amore per lei mi prende all'improvviso come una malattia. L'amore è una piccola morte, penso. Allora mi fermo a guardarla, da lontano, stando nascosto dietro il tronco di un albero.
Fiori e candele accese sono poste davanti al sole. Il cielo al tramonto è un lago di luce rosa con isole di nubi celesti.
Sotto un gruppo di tigli lì vicino ci sono alcune buffe sagome di cartone. Raffigurano personaggi grotteschi... Il cielo è un lago di sangue che diventa sempre più cupo e coagulato.
Adesso la ragazza intona un suono basso, vibrante, risonante, gutturale... Una <<Mmm...>> ripetuta all'infinito, su varie tonalità... Nubi a forma di drago si allungano nel cielo.
La ragazza continua a cantare e mentre canta non sembra più sola... Questa specie di ronzìo cala di timbro, poi si alza, vibra più forte, si avvicina a qualcosa, una rivelazione, una soluzione, che però non arriva mai... Lame di nebbia salgono su dai fossi e strisciano sul terreno. C'è una atmosfera umida e calda. A ovest la nebbia diventa rossa e invade metà cielo.
Il canto continua, come una invocazione, e al r

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   2 commenti     di: sergio bissoli


Parte della Casa, parte dell'Amore

Un mattone dopo l’altro. Il cemento che si accumula e sbrodola lungo la piccola parete che sto costruendo. Avevo comprato questa casa con mia moglie tre settimane fa e c’erano dei lavori da fare, di ristrutturazione, cose di poco conto, cose che potevo benissimo sbrigare da me. Stavo murando una parte della cantina, troppo grande, così avremmo potuto avere due locali, fare un po’ come gli americani, che hanno quelle cantine piene di oggetti e che ne fanno addirittura stanze. Pensavo di farne la mia piccola sala di lettura in questa stanzina che stavo costruendo. Beh, lo pensavo di certo. Fino a quando non ho colpito alla testa mia moglie, le ho legato i polsi, l’ho picchiata ancora fino a spezzarle le gambe, le ho strappato i capelli, tagliato tre dita e infine trascinata dietro il muro di cemento. Sto guardando i suoi occhi opachi e umidi, verdi, belli come non mai. Pregava Dio e me di lasciarla libera, mi domandava continuamente perché. Perché di cosa? Hai voluto questa casa di merda? Ora vivici, sii parte di essa, troia!
Una donna stupenda: alta, snella, occhi nocciola, dal taglio vagamente orientale, capelli neri, labbra carnose e pelle olivastra, un bel seno e un gran culo. Insomma, perfetta. L’ascolto piangere e mi veniva da ridere, ridere per tutte quelle volte che io ho pianto a causa sua. Sono sempre stato un tipo timido e sensibile, non mi pareva vero aver conquistato e sposato una donna così. L’amavo più di me stesso, ma lei…beh, lei mi aveva sposato per i soldi, sapevo che se la faceva con altri: con il giardiniere, il mio migliore amico, il vicino e persino mio zio! Troppo, troppo. Non sopporto più, non ci riesco. Strepita e si sbatte contro il muro, cercando di uscire, la ricaccio indietro con una manata. Ora, una volta dentro, sarebbe stata per sempre mia, per sempre parte di me e della casa. La sua anima e il suo corpo sarebbero stati parte della mia dimora, nelle fondamenta, al sicuro e lontano da altri pretendenti, solo mia.

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   3 commenti     di: Roveno Valorosi



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