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Racconti del mistero

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Io, dentro la grande tela

Mi piace il verde.
Il mio lavoro, la mia vita, si sono sempre divisi tra il verde di questo prato e i depositi dove, insieme a tante altre come me, sono costretta, immobile, ad aspettare.
Mi piace il verde, ho detto.
Mi piace quando è asciutto, pulito, liscio.
Non è sempre così.
Quante volte il prato dove lavoro è bagnato, e quante volte è sporco, polveroso, nemmeno più verde!
Quanti prati sono pieni di buche!
Il mio è un lavoro duro. Il contratto mi impone di subire continue violenze, ed è considerato tanto più bravo chi è più preciso, o più energico, o più tempestivo e veloce nel procurarmele.
Precisi non lo sono sempre. Quando accidentalmente mi scagliano fuori dal prato, mi sostituiscono con una collega, del tutto uguale a me.
A me piace quando, facendomi rientrare nel prato, vengo afferrata da mani robuste, e lanciata sul petto (sì, preferisco sul petto) dell'altro uomo, vestito nello stesso modo.
Non mi piace quando - è capitato anche questo - vado incidentalmente ad incocciare, con tutta me stessa, i coglioni di qualcuno.
Mi piace quando qualcuno tenta di afferrarmi, ma non ci riesce; ed allora capita di imbattermi in una grande tela, a larghe maglie. Ed allora c'è, nel prato, un grande movimento: tanti sono felici, radiosi, tanti altri - con un vestito diverso - sono tristi, o raggelati, delusi. Anche rabbiosi.
Ho compreso di essere io la protagonista. Questo lavoro è spettacolare. Io però mi prendo, mi sembra, solo il peggio: i calci, dovunque.
Chi mi guarda mi ignora. Guarda, apprezza, critica, commenta, paga solo loro: quelli che mi maltrattano.
Oggi è stata una serata speciale.
Appena entrata, un triste argentino mi ha scaricata ad un calvo basso olandese - sguardo intelligente, gelida determinazione - che mi ha subito destinata ad un africano gentile e sorridente. Mi ha accolta con dolcezza e dopo sei passi veloci mi ha spedita verso l'angolo basso della grande tela.
Non mi hanno mai guardata - decine di migliaia,

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Copernico

In estate, quaggiù, i campi di grano sono come il mare. Distesi al Sole si agitano ed ondeggiano spinti dal vento, formano una grande massa dorata; un oceano dove le fattorie sono piccole isole e i contadini pescatori, pronti a tuffarvisi e raccoglierne i frutti. I corvi, stanchi per la calura, si muovono su di esso come gabbiani in cerca di cibo, mentre intorno si ergono oscuri gli spaventapasseri e le montagne chiudono l' orizzonte.
Il ragazzo si agitava, nervoso, vicino al suo isolotto, le urla del padre in lontananza. La giornata era calda e con riluttanza si accingeva a fissare i manichini ai loro pali in mezzo al mare. Sudava, e quello che sarebbe stato un lavoro noioso per un uomo risultava per lui estenuante; e inutile, perchè ormai i corvi non avevano più paura dell' uomo e con noncuranza si assopivano sulle braccia e sulle spalle dei pupazzi. Addirittura, il loro numero quel giorno era maggiore del solito, inusuale per animali sì solitari e schivi. E lo guardavano, sornioni e affatto spaventati, mentre appoggiava all' asta di legno la sua scala e saliva i pioli, con le spalle doloranti e la fronte sudata e i vestiti sporchi.
E anch' io lo guardavo, anche se non lo sapeva. E non ero nascosto nel grano ne distante; mi trovavo accanto a lui, camuffato da uno degli spaventapasseri già fissati, aspettando. Da un po' mi trovavo in quella posizione, simile a un grottesco crocifisso vestito di stracci e circondato dai corvi, perfettamente immobile. Ero affamato e stanco mentre il ragazzo continuava a sudare e ad imprecare contro quel lavoro ingrato e faticoso, e contro chi glielo aveva assegnato. 
Vecchio ubriacone era suo padre, diceva, dannatamente grasso e schifosamente inerte, molle, incapace di fissare uno spaventapasseri come si deve. Ne aveva montato solo uno, e poi se ne era andato a bere in città, lasciando l' onore di tale compito a lui per il giorno dopo. Eppure faceva paura, ammetteva, sicuramente avrebbe scacciato

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   7 commenti     di: Mattia Querci


La casa fantastica (parte quarta)

Un cunicolo stretto e ad altezza d’uomo si presentava davanti a me, non lontano vedo sulla mia  destra una insenatura, ecco! scoperto l’arcano mistero era il vano che conteneva la caldaia per il riscaldamento. Un pannello con molti pulsanti e luci, sul tetto come dei fori che prelevavano la luce dall’esterno ( non ricordo di aver visto mai sul prato queste prese di luce ).
Appesa ad una parete una tuta di colore bianco con bardature in argento, nell’altra parete uno scaffale con dei ripiani, in uno di questi alcuni caschi tipo motociclista ma con le visiere oscurate, mi giro attorno e guardo indietro come per capire se quella strada l’ho percorsa realmente, o stavo sognando. Lo sconforto stava quasi per prendere il sopravvento, cosa è tutto questo mi chiedevo? non riuscivo ancora a darmi delle risposte, è passata solo mezz’ora ed è come se fosse passato un giorno.
Più non capivo e più la curiosità aumentava, il tunnel proseguiva per altri 10 metri circa, alla fine di questo una scala che portava da qualche parte, ma dove? una porta pone fine alla mia fantasia, provo ad entrare, la porta è aperta.
Davanti a me si presenta uno spettacolo che avevo visto solo nei film di fantascienza, un piccolo vano con al centro uno sgabello, attorno a questo una fitta rete di lampade ed addossato ad una parete un tavolo con un computer portatile, due monitor, cuffie, webcam e tanti cavi che mettevano in comunicazione la cabina con le lampade ed il computer.
Sapevo che mio padre era una mente per l’informatica e l’elettronica, ma tutto quello che avevo visto mi lasciava pensare che sotto c’era qualcosa che andava oltre l’hobbystica ed il passatempo.
Cerco di memorizzare nella mia mente più cose possibili, e ripercorro al contrario tutto il tragitto fatto prima. Risalgo le scale che portavano alla botola ed accosto sopra a questa, la cassapanca.
Esco fuori dalla casetta degli attrezzi e mi avvio nel luogo dove io penso di poter trovare le prese di

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   7 commenti     di: Carmelo Rannisi


L'ULTIMO GOCCIO

Franky sedeva sulla sua comoda poltrona con un bicchierino di whisky in mano ed un bel sigaro cubano da assaporare pronto sul tavolino. Stava aspettando una persona.
Il camino era acceso, le fiamme sembravano danzare sulla legna come ballerine attraenti intenzionate a suscitare grande piacere e godimento. La luce della lampada da lettura illuminava il suo volto, quel volto che aveva sghignazzato tante volte di fronte alla vita ed ora era pronto a farsi l'ultima risata perchè “chi ride bene, ride ultimo!”
A parte quella fioca luce, il resto della stanza era immerso nell'oscurità, fuori faceva freddo, il vento batteva forte sulla finestra. Franky adorava gustarsi un buon bicchiere di whisky davanti al camino mentre imperversava una tempesta, era un modo per prendersi gioco del tempo, quel tempo dittatore che ti obbliga a prendere l'ombrello se piove e ad essergli grato se splende il Sole. Franky invece era diverso, Franky non voleva essere comandato da nessuno, Franky comandava e gli altri dovevano obbedirlo.
Franky non aveva amici, ma non aveva neanche nemici perchè prendeva le contromisure adeguate. Fare il suo mestiere era difficile, di nemici ne hai a migliaia, puoi trovarti contro i tuoi stessi fratelli, il tuo stesso sangue. Ma Franky non aveva né amici né fratelli, Franky non aveva genitori, Franky non aveva mogli né figli, Franky era solo.
Franky sapeva che gli affetti erano sinonimo di debolezza, lui invece doveva essere duro, doveva essere il “duro” e lo era stato per tanto tempo, forse troppo tempo, quel tempo che ora si era preso gioco di lui. Sì, proprio così, ora che lo vedevano debole e malconcio si sarebbero presi tutti quanti gioco di lui. “La vita è dura caro Franky!” pensava “E tu hai cercato di renderla più leggera possibile, pur sapendo di stare in equilibrio sopra un filo... vecchio temerario, te ne sei accorto solo adesso!”
In quella stanza immersa nell'oscurità solo il rumore del vento che sb

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Nahtaivel

Il vento di ponente aveva soffiato per tutta la settimana, rinforzando quella notte. Incuneandosi tra le colline trovava sbocco sui crinali divergenti che confluivano a valle, piegando le cime degli alti cipressi e spazzando i tetti delle case, penetrando nei comignoli fino a giungere sotto forma di flebile soffio dentro le abitazioni. Una leggenda ricordata malvolentieri dalla gente del posto collegava il Garbino, vento sud-occidentale che più volte in passato aveva disseccato il raccolto, con le piaghe bibliche.
Mary si svegliò all'alba come suo solito, e rimase sotto le coperte indugiando un poco prima di alzarsi dal letto. La gamba che stava pian piano spostando alla sua destra avanzava senza trovare ostacoli, segnalandole che l'altra metà del letto era vuota. "Strano" pensò, conoscendo la refrattarietà del marito alle levatacce. Una variazione dell'intensità della luce attirò il suo sguardo verso la finestra. Vide Sandro muoversi dietro la tenda.
- Buongiorno, amore! Che fai? -
Sandro continuava a scrutare il panorama in silenzio.
- C'è qualcuno? -
- S'è alzato il vento. -
Mary scostò la tenda con una mano e gli mise una coperta sulle spalle, abbracciandolo. Guardò anche lei fuori. L'inverno si era impossessato dei colori, lasciando solo il grigio che univa il cielo alla terra. Raffiche di vento percorrevano veloci l'orizzonte, trasportando con sé foglie, fili d'erba e rami spezzati che andavano ad impigliarsi sulla rete del recinto. Sentì che rabbrividiva.
- Senti ancora freddo? -
Sandro continuava a guardare fuori, senza rispondere. Lei lo guardò fisso negli occhi, cercando quel blu profondo in cui amava perdersi. Trovò solo il grigio della cenere di un fuoco ormai spento.
- Vieni, andiamo di sotto. Accendiamo il caminetto.-
- Guarda. -
- Lascia perdere ti dico. Fuori non c'è niente da vedere. Su, andiamo.-
- Guarda, ti dico! -
Capì che era inutile insistere e rivolse lo sguardo nella direzione indicata dal marito.
- Non ved

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IL caso delle Tre Farfalle

Non vi era molto di cui discorrere nella Piazza di Cerro Veronese in quel malinconico pomeriggio estivo del 7 Luglio 2014. Da queste parti la popolazione è un crogiolo indefinito di residenti, gente che proviene da montagne ancora più lontane in cerca di un po' di città, e cittadini che espiano i loro peccati urbani e metropolitani saccheggiando la Lessinia delle sue emozioni e dei suoi profumi.
Chi sicuramente fatica a fare della propria vita un'opera d'arte, come imporrebbe l assioma D'annunziano, è chi in queste terre è cresciuto senza avere mai la concreta possibilità di migrare, di seguire la propria strada, di uscire da quel caldo, sicuro, ma vertiginosamente stretto sentiero che la sua famiglia aveva generazione dopo generazione scavato negli altipiani dell'incertezza per garantirgli un avvenire sereno. Sarebbe troppo facile dipingere su una tela grinzosa con tempere spente e colori freddi le figure del panettiere del paese, piuttosto che del gelataio o dello staff di ragazze assuefatte dalla nicotina che si avvicendavo vorticosamente al Bucaneve, quartier generale del villaggio che insieme alla Pizzeria Araldo permetteva alla cittadina di Cerro di essere spesso inserita negli itinerari dei gastronauti; tutte queste figure si possono fotografare con una vecchia Polaroid, se ne possono far sviluppare le sagome, e si può accatastarle tra tutte quelle inutili e soprattutto inutilizzate cianfrusaglie con cui soffochiamo le nostre soffitte, sperando di soffocare così anche la nostra sete di ricordi e l'inquietante consapevolezza che il passato non tornerà mai più. Per descrivere il personaggio che animerà il nostro racconto e ci distoglierà momentaneamente dagli affanni quotidiani occorrono ben altri strumenti, occorre quella tempera che avevate accantonato perché si era sporcata con dell'altro colore, occorre quella penna che scrive divinamente ma che a tratti pare abbia finito l'inchiostro, occorre quella macchina fotografica di ultimissima generaz

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   0 commenti     di: Riccardo


Vendetta, dolce vendetta

La bambina fissò la porta. Non sapeva cosa avrebbe dovuto fare. La sola cosa che ricordava era l'immagine di sua sorella maggiore entrare nella stanza senza vederla tornare.
Erano le nove di un lunedì mattina. Dal cielo cadevano grossi fiocchi di neve, e il vento faceva oscillare i pini a suon della sua musica.
"Tu aspettami qua. "
Caterina l'afferrò per un braccio e la bloccò.
"Zio non vuole che entriamo lì dentro. " Sussurrò per non farsi sentire.
Giada disse: "Zio non vuole che ci entriamo perché là dentro ha ucciso zia Livia. "
"Zio non ha ucciso zia Livia! " Rispose quasi offesa.
"Allora come ti spieghi la cintura e il coltello insanguinati avvolti nel fazzoletto che abbiamo trovato nel suo cassetto? "
Caterina esitò nel rispondere e la sorella continuò nel suo discorso: "Se non è stato lui perché ci ha fatto dire delle bugie alla polizia? "
"Zia è morta perché era molto malata. "
"Zia è morta perché zio la picchiava di continuo. "
Giada fissò sua sorella e mettendole una mano sulla spalla per rassicurarla, disse: "Voglio solo dare un'occhiata dentro quella stanza. Non appena avrò finito ce ne andiamo in cucina a bere una cioccolata calda. Va bene? "
Caterina rispose solo dopo alcuni secondi.
"Va bene. "
Giada stava muovendosi verso la stanza quando la sorellina la chiamò.
"Sì? "
"Posso venire con te? "
"No. Tu devi rimanere qui. " Disse facendo segno con le mani. "Devi stare di guardia. "
Poi si mosse verso la porta, fece appena in tempo a posare la mano sulla maniglia che Caterina la chiamò nuovamente.
"Cosa c'è? "
"Se zio è un assassino perché noi siamo ancora qui? "
"Appena avrò compiuto diciotto anni ce ne andremo. È solo questione di tempo. "
Giada si voltò un'ultima volta e con lei lo fecero anche la massa di riccioli d'oro.
Una volta entrata, la porta si era richiusa.
Caterina aveva aspettato per più di due ore, seduta sul freddo pavimento di marmo, con

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   8 commenti     di: Roberta P.



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