Non sembrava un vero pomeriggio, Frank almeno, non credeva che lo fosse. Era troppo morto il sole dietro le nubi mentre guardava il cielo infittirsi di grigio. Stava sdraiato sulla panchina del parco e... credeva di pensare. Solo, immerso in quella fredda atmosfera dove gli alberi e le cose sembravano dormire, aveva un braccio penzolante fuori dalla panchina e sfiorava l'erba inumidita.
Nulla era ormai più come prima ma un sol pensiero lo rendeva veramente vivo; un ricordo... Samanta, la sua tenera bambina.
Era successa qualcosa, lui... non era come prima pensare a lei, ricordare di lei, adesso sembrava tutto più misterioso; c'era un chiodo nella sua testa ed i pensieri di Frank non riuscivano a smettere di batterci sopra: L'aveva sentita, la notte prima, nella stanza. Frank l'aveva sentita cantare ma come fidarsi? Samanta era morta da quattro giorni, ormai non v'era più nulla di lei... Un'illusione?... Forse. Eppure gli aveva donato tanta speranza e angoscia allo stesso tempo...
Ma Frank, nel parco, su quella panchina annebbiata sapeva con certezza solo di vedere dentro sè scorrere ricordi e ricordi, che forse non avevano neanche una vera origine...
Erano sulla strada, quella che porta a casa loro, Samanta era nata da poche settimane e Frank la teneva fra le braccia mentre costeggiava il marciapiede di ritorno da una passeggiata. C'era un sole caldo e rassicurante e tutto intorno il mondo sembrava voler dare un senso ancor più vivo alla sua paternità; ma Frank, nel rammentare, non si sentiva come allora, no: adesso lui era l'acqua assorbita dall'asfalto durante la pioggerella della notte, si sentiva come quelle piccole pozzanghere e vedeva le scarpe di un padre felice affogarvi dentro e portare in braccio la propria... vita. E la guardava, nello splendore che può serbarsi negli occhi di una creatura tanto giovane, nei suoi movimenti incerti, nella sicurezza che nei primi giorni di vita, una bambina può trasmettere.
Tra un passo e l’altro Fra
Patrick Dempsey quella mattina pensò di avere le allucinazioni quando, guardando fuori dalla finestra del suo ranch vide una persona avvicinarsi barcollante. La figura distava ancora più di duecento metri ma l'avrebbe notata chiunque in mezzo a quel nulla che la circondava.
Patrick infatti non stava a Sidney, oppure a Melbourne; in quel caso non si sarebbe stupito più di tanto di tale presenza. L'uomo da dieci anni a quella parte abitava in quello che veniva chiamato il Grande Scudo Australiano, ai margini del deserto Gibson, uno dei luoghi più inospitali della terra. Per la precisione stava a Farina, 600 chilometri a nord di Adelaide; trattandosi di sole tre case che costeggiavano la strada non poteva nemmeno essere definito paese.
Patrick, assieme ad una giovane coppia ora in vacanza, era l'unico abitante. Per trovarne altri era necessario percorrere alcuni chilometri verso nord, oppure scendere a sud, verso Lyndhurst. Qui però la distanza da percorrere sarebbe stata maggiore.
Abbandonò la finestra e uscì all'aperto tenendo gli occhi incollati sulla figura che si avvicinava; qualcosa nella sua andatura non andava. Il passo non era regolare e sembrava trascinasse i piedi, quasi le mancasse la forza per alzarli.
Erano le nove del mattino e il termometro appeso all'esterno del ranch segnava già 34° gradi; il sole picchiava in maniera terribile e Patrick iniziò a chiedersi da dove arrivasse quello sconosciuto. Non essendoci molte alternative concluse che per forza di cose doveva provenire da nord: Country Rock era l'unico paese nelle vicinanze. Contava non più di cinquanta anime e trovandosi ad un paio di chilometri dal ranch, Patrick poteva tranquillamente vederlo dalla finestra di casa sua.
La persona era a meno di cento metri quando, dopo un passo completamente scoordinato crollò a terra di colpo. La caduta lo convinse finalmente ad andare ad aiutarla. Si mise a correre sulla sabbia a piedi nudi non facendo caso a quanto scottasse, oramai
Forse non dovrei ma lo faccio lo stesso. E non per me e non per te ma per giustizia. Esiste, no, la giustizia? Lo chiedo a te che di ingiustizia hai campato alle mie spalle, fiera di tutto ciò che ti ho donato forse non sei più capace di comprendere le mie parole. Si, tanto ti ho donato che tu lo sai cosa. L’anima che adesso non ho più.
Hai rubato e lo sai. I mie sogni, il mio amore e quello che avevo da scoprire, tutto quanto io lo chiamo sciacallaggio. Inutile andare oltre, avresti sempre una scusa in tua difesa; come dire, sono io il pirla che di te “non ho ancora capito nulla”. Eh sì, perché c’è sempre da capire qualcosa soprattutto quando non si ha niente da dire ma si presenta, si entra, si ruba e se nessuno dice niente, non vede, si toglie il disturbo. Essere passivamente presenti non basta.
Hai notato che il cielo sopra noi è sempre più torbido, ma io credevo fosse smog invece persone inutili si moltiplicano e popolano e invadono senza coscienza così che sporcano quel bellissimo azzurro che mi sogno ormai di vedere perché devo tenere a bada loro che han sempre qualcosa da non dire offuscando i mie occhi.
E di tanto in tanto elargiscono news alla “TG4” come fossero verità indiscutibili “non cambiare mai e non lasciare che una stronza come me possa oscurare i tuoi splendidi occhi” oppure “non pensare che siano tutti o tutte come me” ma dai, non lo sapevo. E in mezzo balle a prova di giudizio “non riesco ad accettare l’idea di essere causa di sofferenza per qualcuno” e cosa aspettavi a dirlo?
Tutto quanto nel bel mezzo di un amore sfumato e troppo ingenuo ma non impossibile.
Tutto quel che non dicevi era in mala fede, lo capisci vero?
Non lo faccio per vendetta, credimi, ci sono problemi più grandi ma allo stesso tempo mi rode, come un fuoco arde dentro me il fatto che la fine tu la conoscevi fin dall’inizio dei tempi.
Ma per che cazzo non hai fatto in modo che io capissi di più, per quale fottuto motivo mi h
Dicembre di un qualsiasi anno.
Lei era bellissima…
Forse era la più bella tra tutte le ragazze che fino ad allora avevo incontrato.
Quel suo modo di mantenere la sigaretta tra le labbra, come farebbe un maschiaccio, mi aveva fin da subito rapito.
Non tutte le donne hanno classe.
Non tutte le donne che hanno classe, la conservano nel tenere tra le labbra una sigaretta.
Era capace, benché avesse delle labbra molto carnose, di non sporcarle col suo rossetto neanche un po’.
Per giorni e giorni… avevo passato il tempo a guardarla da lontano.
Avevo avuto il tempo di osservare ogni suo gesto, ogni suo movimento con le mani. Anche il più semplice, anche il più insignificante.
Lei non si era mai accorta di me.
Io avrei potuto perdermi nel blu dei suoi occhi.
Oppure rimanere per sempre avvinghiato ed intrappolato nella sua bellissima chioma bionda.
E avrei voluto mordere quelle labbra.
Ma non potevo.
Non dovevo.
E intanto continuavo ad osservarla.
Prima da lontano.
Poi da vicino, sempre più vicino.
Lei, invece, continuava a non accorgersi di me.
Lei era una ragazza solare e piena di vita.
Sempre sorridente, allegra… e con quella sigaretta perennemente sulle labbra… che le conferiva quell’aria da maschiaccio che quel bellissimo corpo e quel viso così delicato mai avrebbe potuto tradire.
Io invece ero sempre vestito di nero.
Occhiali neri. Cappello nero. Vestito e guanti neri.
Io non ero affatto bellissimo.
E comunque lei non si era mai accorta di me.
Eppure io trascorrevo a volte anche delle ore a guardarla. Ad osservarla.
Qualche volta ne ho anche seguito gli spostamenti.
Potrei descrivere perfettamente il percorso che fa ogni mattina quando si reca al lavoro. L’orario in cui esce da casa.
Le tappe che affronta.
Le persone che incontra.
A che ora torna a casa.
Potrei ossessivamente descrivere com’era vestita ieri, e ieri l’altro, ed il giorno prima, e quello prima ancora.
Conosco tutte le sue amiche. I suoi amici. Le p
Questo breve testo non è un racconto, ma è un monologo.
breve ma che mi rispecchia...
Ascolto musica e scrivo nell’intento di cadere in una sorta di trance …
Oggi pensavo alla definizione di ‘precursore dei tempi ’ e ho concluso che questa definizione non è esatta, almeno secondo me.
Credo che il ‘precursore dei tempi’ sia colui che inventa le epoche future, non quello che le precede.
Mi trema il braccio sinistro, e non riesco a muovermi bene, forse per natura o per nervosismo. Non lo so …
Stanotte ho sognato le mie cugine ma non so in che modo.
Strani giorni, viviamo in strani giorni: ha ragione Battiato.
Come mi fa paura la vita. Ieri pensavo una cosa, oggi ne penso un’altra. Come mai? Che il disegnatore del Fato abbia assunto stupefacenti e non sa più orientarsi? Può darsi … nulla è prevedibile …
In una delle mie trance ho visto il numero 136 che moltiplicato per sè stesso fa 18496 che tradotto in lettere dell’alfabeto numerate da il nome AHDIF, il musulmano.
Strano nella trance continuavo ad essere accecato da una luce … la prima l’ho vista in un bacio tra me e una ragazza che si chiama …
Era come un faro costiero che continuava a ruotare e ad alternare le luce all’oscurità …
L’ho rivista ma nel bagliore mi sono sempre distaccato dal lobo destro della mente.
Il lato oscuro di ognuno di noi non è per niente nascosto. Il mio è quasi sempre in vista anche se nessuno se ne accorge.
Queste quattro mura che mi circondano la maggior parte della giornata amplificano questo stato di oscurità. La luce mi infastidisce gli occhi …
Ondeggio nella notte, che lei sia artificiale o naturale …. Continuo ad ondeggiare nella mia camera: sono una candela, a volte spenta altre accesa, ma ciò che conta è che in tutte e due i modi creo ombre.
Le ombre del mio passato mi tormentano, questi maledettissimi rimpianti che continuano a danzarmi davanti facendosi beffa di me, come quel tempo disonesto che mi colpi
Io e i miei genitori vivemmo a Rovigo, piccola città del Basso Veneto, in una specie di bolla, un nostro mondo a parte in cui la religione non aveva nessun valore e le bestemmie erano una salutare valvola di sfogo. Ancora non riesco a calcolare quanto questo abbia avuto un'influenza su di me: in fondo anche io nacqui con le risposte già pronte, come il figlio di qualsiasi integralista. Il problema è che ero un bambino con idee (inculcate a forza) da adulto: il mio essere bambino, e quindi facilmente ingannabile e credulo, cozzava inesorabilmente con il materialismo che mi ero trovato tra capo e collo, senza scelta.
L'assenza di un conflitto mi rese immaturo fino ai 16 anni, anno in cui ebbi la mia prima, breve, crisi mistica.
Io e la mia famiglia di atei eravamo a cena da amici di famiglia, estremamente cattolici: se avessimo vissuto sotto lo stesso tetto, anche solo per una settimana, avremmo scritto abbastanza materiale per una sit-com.
In quanto padroni di casa, era loro compito dirigere la conversazione. La moglie si lanciò in un appassionato resoconto del loro pellegrinaggio a Lourdes, che raggiunse il suo apice alla descrizione di una particolare fontana.
E quindi ci siamo lavati le mani nell'acqua di questa fontana, e poi ho ripreso le mani da questa fontana, ed erano completamente asciutte! Neanche una goccia d'acqua, vero caro? -
Trattenni il mio fiato in infantile stupore. Mi passò davanti la mia vita da scettico, e pensai con rabbia “ Mi hanno lasciato fuori dal mondo reale tutto questo tempo? I miracoli esistono davvero! “
Mi girai a destra per vedere le reazioni dei miei genitori. Mia madre sembrava stupita come me, ma lo imputai più alla sua educazione cattolica e alla sua fascinazione per il soprannaturale; mio padre invece stava ponderando, tra il riflessivo e il trionfale. Poi, con tono monocorde, disse:
Non è acqua, è un prodotto di laboratorio. Lo usano nei musei per spegnere gli incendi senza bagnare i quadri. -
Ci fu un
- Solo Beemoth, prego - disse lo sconosciuto quando il consièrge gli chiese il nome.
Lui non obiettò. Scrisse il nome, poi girò il registro al nuovo cliente perché firmasse.
- Anna, aiuta il signore col bagaglio - da dietro il bancone spuntò una bambina bionda di non più di tredici anni.
Il nuovo arrivato sorrise sotto la tesa del suo cappello nero: - Non si preoccupi, ho solo quella - disse accennando alla valigetta in pelle nera poggiata accanto al bancone.
Il consièrge, il padre di Anna, si strinse nelle spalle: - Come preferisce -
Gli porse la chiave, che lo sconosciuto prese con una mano guantata di pelle nera. Il padre di Anna se ne dimenticò subito, ma sul momento gli sembrò di percepire un netto senso di repulsione mentre gli dava la chiave. Anche se le loro dita si erano appena sfiorate, fu come se avesse ricevuto una spiacevole scossa elettrica, e, pur non ricordandosi assolutamente quando fosse cominciato, passò tutto il giorno con uno spiacevole formicolio alla mano, così fastidioso che continuava a massaggiarsela, soprappensiero, senza però saperne individuare il momento d'origine.
Ritirando la mano troppo di scatto disse: - La sua stanza è in fondo sulla sinistra, numero diciannove. Come ha chiesto lei, le due accanto sono libere -
L'uomo sorrise scoprendo denti stranamente puntuti - almeno così sembrò ad Anna, che ancora lo spiava da dietro il bancone - ma il suo tono, benché avesse una voce metallica, sembrò assolutamente sincero e cordiale: - Grazie mille, ci vediamo domattina allora -
Si girò in uno svolazzo del lungo cappotto nero.
Guardandolo, Anna non riuscì a capire dove finisse il suo corpo e dove iniziasse il cappotto. Sotto quel lungo soprabito nero, per quanto si sforzasse, non riusciva a percepire la fisicità dell'ospite, la sua corporeità. Per qualche istante si chiese addirittura se ci fosse un corpo sotto quel cappotto.
Andiamo, hai tredici anni, datti un contegno si disse, lieta di poter utilizzare l
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