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Racconti del mistero

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La casa fantastica ( parte seconda)

...
La casa comunicava con la cantina"garage attraverso una porta che dal piano terra portava al piano cantinato per mezzo di una scala e dall’esterno attraverso una scivola, adibita a passo carraio per la messa in dimora della macchina.
Non vi era null’altro di più  bello che una famiglia potesse desiderare.
Nella casetta poco distante mio padre teneva gli attrezzi da lavoro e da giardinaggio, in un angolo tanta legna accatastata, tanto in ordine da lasciare pochi spazi vuoti tra un ceppo e l’altro, questa serviva in caso di emergenza per quando dovesse esaurirsi improvvisamente il gasolio che alimentava la caldaia;  a proposito ma la caldaia dov’è che non l’ho mai vista?.. Bho! non ci ho mai fatto caso.
Mio padre era impiegato di concetto presso l’ufficio del Catasto, un lavoro prettamente amministrativo, ma che non gli impediva di coltivare una sua grande passione: L’elettronica.
Ricordo tutte le riviste accatastate nella parete attrezzata, ed alcune per i corsi di elettronica che aveva fatto per corrispondenza. Ricordo ancora….. ed un sorriso mi si stampa sulla bocca, di quando fece il suo primo apparato elettronico: un antifurto che doveva salvaguardare la nostra piccola reggia da possibili intrusioni.
Il giorno delle prove generali per l’infallibile antifurto era arrivato;  ci siamo trasformati in poco tempo in  una famiglia di ladri, attrezzati di tutto punto con scarpe gommate per attutire il rumore dei passi, bandana che invece di essere messa in testa, l’abbiamo dovuta mettere per ordine del comandante, in faccia! lasciando solo uno spiraglio per gli occhi….. ehee Si!  perché il portentoso congegno prevedeva anche delle telecamere a circuito chiuso per immortalare chiunque si introducesse nell’abitazione.
Erano quasi le 20. 00 di una serata di giugno del 1998; aspettiamo acquattati dietro una parete della casa, aspettando che il buio si facesse più fitto…………. bene!  ci siamo! disse mio padre, in

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   3 commenti     di: Carmelo Rannisi


L'invito

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La mia Luna ( Cap. II - Cloe )

Percorrendo l’Autostrada dei Fiori  ad alta velocità, l’auto di Thomas raggiunse il cartello con l’indicazione per l’uscita di Spotorno.
Dall’alto del cavalcavia il contrasto tra l’azzurro del cielo ed il blu del mare alimentava la voglia di arrivare in fretta, quasi a concedersi la possibilità di una bracciata in quell’acqua limpida e tranquilla.
In passato il piccolo paese era un misero centro della riviera, conteso dai più rinomati Noli e Savona, ma  con la fine della guerra il paesaggio iniziò a mutare notevolmente e con lui nacquero i primi stabilimenti balneari, i primi hotels e tutto quello che accompagna il turismo riuscendo però a mantenere  sempre intatte le tradizioni, i sapori e le bellezze artistiche di un tempo.
Il passaggio sulla corsia riservata al Telepass consentì ai due di evitare la sosta al casello ed inanellare la serie di tornanti che scendendo dall’alto della verde collina, portavano fino al lungo mare.
Per tutto il tragitto non si erano scambiati una sola parola e l’unico nuovo particolare di cui era venuto a conoscenza Thomas era la marca di sigarette che la giovane donna fumava. Il pacchetto,  era stato appoggiato sul cruscotto, fintamente dimenticato sul vano porta oggetti, ma ben in vista, quasi Cloe si fosse aspettata come segno di cortesia da parte dell’uomo l’invito per poterne fare uso.
Dal canto suo Thomas non fumava dai tempi della scuola, dove la voglia di farsi notare dalle ragazzine dell’istituto privato, lo portava sistematicamente a piegarsi in due dai violenti colpi di tosse e conati di vomito.
L’ora ormai volgeva verso la mezza, e mentre percorrevano a velocità ridotta le vie del centro, Thomas si rivolse in modo cortese ma con un tono di  voce fin troppo deciso, alla bella addormentata nel bosco con l’intento di farla sobbalzare dal sedile in cui si era lasciata andare ad un sonno leggero.
<< La signora gradirebbe un boccone prima del nostro arrivo al castello? >>
Da dietro l

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Il mio ricordo più bello

Ricordo ancora come se fosse ieri il giorno in cui sei entrato a far parte della mia vita.
All’epoca non ero altro che una giovane ragazza di 16 anni a cui non interessava altro che leggere, era così che passavo ogni minuto libero della mia intensa giornata da studente. Poi sei arrivato tu, di quattro anni più vecchio, bello, intelligente e spigliato, mi hai subito rapito il cuore e la mente.
Ricordo quel giorno con nostalgia. Eri venuto a casa nostra per lavorare ad un progetto universitario con mio fratello. Io ero rinchiusa nella mia stanza a leggere l’ennesimo libro, m’infastidiva avere degli estranei per casa. Ero talmente immersa nella mia lettura che non mi accorsi nemmeno che qualcuno aveva aperto la porta e mi stava osservando. Mi ero seduta a terra, come facevo spesso, e tu mi fissavi senza dire una parola. Fu la voce di mio fratello che ti chiamava che mi fece alzare gli occhi e guardare verso di te.
Eri li, i capelli castani scompigliati e gli occhiali malamente appoggiati a metà naso. Indossavi dei jeans sdruciti e una polo. Lessi nei tuoi occhi interesse e stupore, come se stessi guardando un essere strano, come se per te fossi una sorta di alieno. Mi persi subito nei tuoi meravigliosi occhi verdi, così intensi e vivaci.
Dopo un lungo minuto di silenzio finalmente mi decisi a parlare
“Ciao” dissi bruscamente, non so perché infastidita dal fatto che non avevi bussato o per il turbamento che sentivo guardandoti “A casa tua non si bussa mai prima di entrare nelle stanze degli altri?”
Il tuo sguardo mutò velocemente e da stupito divenne cupo “Scusa” mi dicesti con tono seccato “Pensavo che questo fosse il bagno”.
In quel momento, quasi a voler salvare la situazione arrivò mio fratello che t’intimò di non darmi retta e ti mostro dov’era il bagno. Nel chiudere la porta potei ascoltare qualche stralcio della vostra conversazione, mio fratello che ti diceva “Non devi farci caso a mia sorella, vedi lei è come la

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L’OPERA D’ARTE

Randy si sedette comodamente sulla poltrona. Si sfilò dalla tasca il suo pacchetto di Marlboro rosse, prese l’accendino riposto sul tavolino, estrasse dal pacchetto una sigaretta. Dopo averla accesa, prese il telefono e cominciò a digitare quel numero che aveva in testa da tutta la giornata. Stava per fare una chiamata molto importante.
-Ehi. Come è andato il lavoro?-
Dall’altra parte della cornetta rispose una voce rauca, sembrava quella di un uomo che trascorreva le sue giornate al bar bevendo birra e fumando. Randy sapeva che quell’ubriacone sapeva fare bene il suo mestiere.
-Tutto è andato a meraviglia. L’opera l’ho completata. Dopo averla finita me la sono gustata. Sono compiaciuto di me stesso. Sono proprio un’artista!-
-Lo so che lavori molto bene. Proprio per questo ti ho abbondantemente pagato. Con la barca di soldi che ti fai per ogni lavoro dovresti essere l’uomo più ricco del mondo-
-Purtroppo i vizi si pagano. Ma mi aiutano ad arrivare all’ispirazione. Sai com’è…-
-Già. Voi artisti siete molto strani. Siete geni ribelli-
-Sì, Se non lo fossimo sarebbe difficile fare questo mestiere-
-Hai ancora ragione. Ma piuttosto raccontami i particolari-
-Bè, ammetto che è stata un’opera molto difficile da realizzare. Stavolta il tessuto su cui dovevo lavorare era particolare. Non mi era mai capitato una cosa del genere. Ammetto di essere un po’matto, altrimenti non avrei accettato. Comunque ne dovresti rimanere soddisfatto, mi sono attenuto ai tuoi ordini, anche se qualche tocco in più c’è l’ho aggiunto-
- È giusto. In una grande opera il tocco del maestro si deve notare, altrimenti avrei potuto farlo benissimo anch’io…-
-Ti sbagli! Tu sarai pazzo, ma mai quanto me. Per proporre una cosa del genere bisognava avere una mente distorta, ma per realizzarla ci voleva proprio una bestia come me-
-Dai, ora dimmi come l’hai realizzata?-
-Cercherò di non entrare troppo nel dettaglio, comunque tu mi avevi chiesto di farla

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Viaggio del non ritorno

Erano appena le due del pomeriggio e due biciclette da corsa filavano veloci in mezzo al sentiero che conduceva nelle sperdute campagne del North Dakota.
Una donna è alla guida della prima, Taylor Made era avanti più di un chilomentro e pedalava a tutta velocità senza sosta. Alla guida della seconda, un apparente giovanotto dai capelli rossi, John Backer, suo cugino. Era rimasto indietro e nonostante gli sforzi non riusciva a raggiungerla. Erano in ritardo per un piccolo incidente avuto quella stessa mattina sulle montagne dopo che un animale aveva li aveva tagliato la strada ed erano caduti a terra. Non si erano fatti molto male, ma si potevano notare le ginocchia scorticate.
“Taylor” si udì in lontananza pronunciare un nome e fu anche l’unica parola che si riuscì a captare dalla distanza a cui era la ragazza. Lei si fermò ad attenderlo silente. Ecco che finalmente lui riuscì a raggiungerla. "Possiamo fai una pausa Taylor? È tutto il giorno che pedaliamo. Non ci siamo mai fermati." ma nonostante fossero in viaggio dalle prime ore della mattina ed aver oltrepassato le montagne la stanchezza non si era ancora fatta sentire.
Taylor annuì distrattamente “Solo cinque minuti però. Voglio arrivare alla campagna prima di sera.”
“Ma Taylor” John fu bloccato dal diniego della ragazza prima che potesse concludere la frase, aveva sempre mantenuto la sua parola. Infatti cinque minuti più tardi erano di nuovo in marcia su quello stesso sentiero. Ancora per un paio d’ore.
Esattamente alle cinque in punto giunsero alla fine del loro faticoso percorso, un’immensa campagna si stendeva davanti ai loro occhi. Lo si poteva intuire dalle pecore che pascolavano nei prati poco distanti. Ma erano le uniche “anime” che parevano popolare quel loco che ad un primo istante poteva apparire inquietante. Almeno in quel preciso momento.
Taylor fece cenno al cugino di raggiungerla in più fretta possibile “Troviamo rifugio John. Per questa notte.” Ta

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   4 commenti     di: Vale B


COME IN UN SOGNO

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