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Racconti del mistero

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Nahtaivel

Il vento di ponente aveva soffiato per tutta la settimana, rinforzando quella notte. Incuneandosi tra le colline trovava sbocco sui crinali divergenti che confluivano a valle, piegando le cime degli alti cipressi e spazzando i tetti delle case, penetrando nei comignoli fino a giungere sotto forma di flebile soffio dentro le abitazioni. Una leggenda ricordata malvolentieri dalla gente del posto collegava il Garbino, vento sud-occidentale che più volte in passato aveva disseccato il raccolto, con le piaghe bibliche.
Mary si svegliò all'alba come suo solito, e rimase sotto le coperte indugiando un poco prima di alzarsi dal letto. La gamba che stava pian piano spostando alla sua destra avanzava senza trovare ostacoli, segnalandole che l'altra metà del letto era vuota. "Strano" pensò, conoscendo la refrattarietà del marito alle levatacce. Una variazione dell'intensità della luce attirò il suo sguardo verso la finestra. Vide Sandro muoversi dietro la tenda.
- Buongiorno, amore! Che fai? -
Sandro continuava a scrutare il panorama in silenzio.
- C'è qualcuno? -
- S'è alzato il vento. -
Mary scostò la tenda con una mano e gli mise una coperta sulle spalle, abbracciandolo. Guardò anche lei fuori. L'inverno si era impossessato dei colori, lasciando solo il grigio che univa il cielo alla terra. Raffiche di vento percorrevano veloci l'orizzonte, trasportando con sé foglie, fili d'erba e rami spezzati che andavano ad impigliarsi sulla rete del recinto. Sentì che rabbrividiva.
- Senti ancora freddo? -
Sandro continuava a guardare fuori, senza rispondere. Lei lo guardò fisso negli occhi, cercando quel blu profondo in cui amava perdersi. Trovò solo il grigio della cenere di un fuoco ormai spento.
- Vieni, andiamo di sotto. Accendiamo il caminetto.-
- Guarda. -
- Lascia perdere ti dico. Fuori non c'è niente da vedere. Su, andiamo.-
- Guarda, ti dico! -
Capì che era inutile insistere e rivolse lo sguardo nella direzione indicata dal marito.
- Non ved

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La Fabbrica dei Ricordi

Ricordo poco. Faccio fatica anche solo a ricordare il mio nome…mi sembra Agata Palombo. Penso di chiamarmi così, ma non ne sono sicura. Che cosa strana non ricordo neanche da quando non ricordo, già perché se non ricordo non posso ricordare, logico.
Per  avere memoria di quello che mi passa attorno mi trovo a dover appuntare tutto quanto mi succede su piccoli pezzi di carta per poi dimenticarmi anche dove li ho messi.

Una malattia? No, nessuna malattia, solo la vita. Ho vissuto a lungo, così a lungo da non ricordare più neanche da quanto. Ogni tanto rovistando tra i cassetti di casa trovo qualche appunto con scritte delle date, allora riesco ad avere dei punti fermi. Nel 1965 c’ero già! Ma avevo dei ricordi? Non lo so, non ricordo. Buffo?

Sono una donna matura ormai, non anziana, ma matura si. Ogni giorno mi guardo allo specchio per ricordarmi come sono fatta. La cosa bella di questa malattia è che non ricordandomi come ero non sento il peso della vecchiaia che avanza, ogni giorno mi guardo sempre con occhi diversi e nuovi. Però l’età avanza e anche se non mi ricordo il passare del tempo, questo scorre lo stesso.

Non so se ho mai amato qualcuno. Non penso neanche si avere dei figli. Oppure sì. Poco fa è stato a trovarmi un uomo con un bambino piccolo in braccio con degli occhi azzurri come il cielo, questo me lo ricordo. Devo quindi ricordarmi di scrivere che questo me lo ricordo. Almeno so cosa mi sono ricordata e cosa mi devo ricordare.

Casa mia è piena di fotografie, immagino che alcune siano mie, ma non ne sono sicura, ho dovuto catalogarle tutte aggirandomi per casa con uno specchietto, mi guardavo poi guardavo la foto e poi aggiungevo un’etichetta. Nelle immagini dove non mi riconoscevo mettevo un semplice punto di domanda, nella speranza di poter un giorno ricordare chi fosse.

Ricordo poco. Non so se è un bene o un male rispetto a quelli che ricordano. I ricordi possono essere pesanti da sopportare, ma almeno danno la co

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Il figlio della paura (prima parte)

Fino al ventuno novembre dell'anno scorso, ovvero dodici mesi fa, mi ero sempre considerato una per-sona pragmatica deridendo tutti coloro che affermavano la veridicità delle credenze popolari. Con aria seccata li marchiavo come creduloni o, peggio, infantili imbonitori, a loro volta imboniti, di quelle che ri-tenevo fossero lugubri fiabe strategicamente raccontate dalle nonne per tenere buoni i nipotini testar-di e capricciosi. A volte erano gli strumenti scherzosi a disposizione dei fantasisti con i quali venivano intrattenuti amici e parenti davanti a un camino acceso, d'inverno, e con un fiasco di buon vino a portata di mano. In questo caso, come nell'altro, c'era l'indubbia coscienza di raccontare ciò che si sapeva real-mente fossero: futili racconti. In entrambi i casi si otteneva il medesimo risultato, quello di attirare l'attenzione, dei bimbi nel primo, affinché stessero calmi e buoni, e dei grandi nel secondo, affinché non si annoiassero.
Ciò che accadde quel giorno va oltre ogni comprensione umana e ne rimasi profondamente turbato. Per mesi e mesi mi sono sempre chiesto se è realmente accaduto oppure se sono stato vittima di uno scher-zo della mente. Eppure ogni qualvolta tento di convincermi di questo mi basta aprire il secondo cassetto della scrivania, guardarci dentro e riprovare le stesse emozioni di quel giorno.
Ricordo perfettamente quel grigio pomeriggio di inizio inverno avvolto in una fitta e fredda nebbia. Avevo litigato con mia moglie per l'educazione dei bambini, chiaramente sulla mia incapacità ad educarli, secondo lei, e tanto mi aveva innervosito parecchio. Non era certamente la prima volta che ciò accadeva e, comunque, loro, i pargoli, sapevano benissimo trarre tutti i vantaggi possibili dai nostri litigi per farsi coccolare di più e, di conseguenza, viziare più di quanto già lo fossero.
Al termine della discussione pranzammo in un'atmosfera di guerra fredda e ciò mi fece anticipare l'uscita di casa rinunciando al pomeridian

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   4 commenti     di: Michele Rotunno


“Perduto nei ricordi di Samanta”

Non sembrava un vero pomeriggio, Frank almeno, non credeva che lo fosse. Era troppo morto il sole dietro le nubi mentre guardava il cielo infittirsi di grigio. Stava sdraiato sulla panchina del parco e... credeva di pensare. Solo, immerso in quella fredda atmosfera dove gli alberi e le cose sembravano dormire, aveva un braccio penzolante fuori dalla panchina e sfiorava l'erba inumidita.
Nulla era ormai più come prima ma un sol pensiero lo rendeva veramente vivo; un ricordo... Samanta, la sua tenera bambina.
Era successa qualcosa, lui... non era come prima pensare a lei, ricordare di lei, adesso sembrava tutto più misterioso; c'era un chiodo nella sua testa ed i pensieri di Frank non riuscivano a smettere di batterci sopra: L'aveva sentita, la notte prima, nella stanza. Frank l'aveva sentita cantare ma come fidarsi? Samanta era morta da quattro giorni, ormai non v'era più nulla di lei... Un'illusione?... Forse. Eppure gli aveva donato tanta speranza e angoscia allo stesso tempo...
Ma Frank, nel parco, su quella panchina annebbiata sapeva con certezza solo di vedere dentro sè scorrere ricordi e ricordi, che forse non avevano neanche una vera origine...

Erano sulla strada, quella che porta a casa loro, Samanta era nata da poche settimane e Frank la teneva fra le braccia mentre costeggiava il marciapiede di ritorno da una passeggiata. C'era un sole caldo e rassicurante e tutto intorno il mondo sembrava voler dare un senso ancor più vivo alla sua paternità; ma Frank, nel rammentare, non si sentiva come allora, no: adesso lui era l'acqua assorbita dall'asfalto durante la pioggerella della notte, si sentiva come quelle piccole pozzanghere e vedeva le scarpe di un padre felice affogarvi dentro e portare in braccio la propria... vita. E la guardava, nello splendore che può serbarsi negli occhi di una creatura tanto giovane, nei suoi movimenti incerti, nella sicurezza che nei primi giorni di vita, una bambina può trasmettere.
Tra un passo e l’altro Fra

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   0 commenti     di: ciro la ferola


Coccige

Sandro si trovò per l'ennesima volta dal medico, una lunga fila di anziani lo precedeva tanto che decise di andarsene quasi subito. Non ne poteva più di quei dolori però, andavano e venivano e man mano diventavano sempre più forti. Tornato a casa e dopo essersi sparato l'ultima dose di antinfiammatorio si rilassò sulla propria poltrona preferita tanto da addormentarsi. Alcune ore dopo si svegliò con i dolori al loro apice tanto da dover pensare a qualcosa di alternativo per lenire le proprie sofferenze. Andato distrattamente su un motore di ricerca in internet digitò "dolori colonna vertebrale" e nelle migliaia di risposte cliccò una a caso. Era un link sponsorizzato che pubblicizzava la casa di cura "New Lumbar" che si prometteva con tecniche alternative di affrontare in maniera diversa i problemi alla colonna vertebrale tanto da essere invogliato a proseguire. Migliorò la sua ricerca notando con interesse che una sede si trovava anche nella propria città. Non passò molto tempo e si decise di telefonare al numero che aveva trovato e, con un appuntamento in mano per il giorno successivo, se ne andò a letto felice.
Il mattino seguente si recò alla sede con un largo anticipo per studiare meglio il posto e farsi un idea se si trovasse di fronte all'ennesimo impostore o meno. il palazzo si trovava in periferia e ospitava gli ambulatori in mezzo ad un giardino incantevolmente immerso nel verde. Come entrò dalla porta principale fu accolto da un canto celestiale che veniva trasmesso da delle piccole casse d'alta qualità occultate alla vista. Fu ricevuto addirittura in anticipo e l'infermiera carina che lo accompagnò dallo specialista si poteva definire veramente educata e tranquilla, a differenza di quelle a cui era abituato negli ospedali pubblici.
Fu visitato da una dottoressa di mezza età ma ancora in gran forma che lo fece spogliare ed iniziò a tastargli le vertebre una ad una individuando i punti di maggior dolore segnandoli poi su di un block no

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Il rospo Armando

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Tra sogno e realtà

Seduto qui davanti al mio pc, mentre ascolto quel raggiante gruppo degli anni ottanta
aspetto l’ispirazione per il mio bizzarro scrivere.
All’improvviso nel bel pieno del brano un brivido scorre lungo la mia schiena, mentre le mie mani sono in movimento in questo preciso istante, in diretta, sento scorrere l’adrenalina lungo le mie vene ad alta velocità, come quella potente berlina.
Nel frattempo chiudo gli occhi e sono le mie mani a digitare senza una meta, proprio come la lancetta di quel tachimetro, ad occhi chiusi guido ad alta velocità, ma la realtà non mi frena, la mia vita continua lungo quel sogno, quello che non finisce mai.
Vedo innanzi a me le luci dei fari di quella potente berlina, sento le vibrazioni del motore, la musica ad alto volume, non apro gli occhi per non chiuderli nel sogno, mi stringo forte al volante e sfreccio a tutto gas, sento anche il vento in viso del finestrino semiaperto ormai si sa perché, mentre il rombo del motore mi invoglia a spingere sempre di più.
Vedo riflettersi nelle vetrine i cerchioni cromati sempre lucidi, che trasformano quel color arancio dei lampioni in un misto di effetti psichedelici come quelli di una discoteca di quegli anni ottanta, ma la più bella in assoluto tra le sensazioni è vedere i tuoi occhi, illuminarsi mentre sei già seduta in macchina, su quella potente berlina, la vera emozione che completa le mie sensazioni a pelle sei tu, nel sogno ancora di più.
Ridi mentre senti le gomme fischiare quando parto a razzo dal semaforo per non farmi vincere l’attimo dallo sbruffone invidioso e permaloso, che di fianco al tuo finestrino ti guarda con affanno ed atteggiamento geloso.
La potente berlina non si batte, a bruciapelo tra le altre auto sfreccia e mentre lo seminavo
in quel preciso istante mi stringevi forte la mano.
All’improvviso apro gli occhi, non sono più davanti al mio pc, ma davanti a te, e non parlo perché già le tue labbra sono sopra le mie, ed il brivido a pelle del

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   3 commenti     di: Luca Calabrese



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