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Racconti del mistero

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Il presagio

Decenni orsono viveva nell'isola di Malta un ragazzo quindicenne di nome Jonathan, di padre inglese e madre maltese. Il padre Herbert Leroy Norton era stato il capitano di un peschereccio e aveva lavorato per una compagnia ittica britannica. Era scomparso prima che lui nascesse perché una notte, mentre pescava lontano dalla costa, una violenta tempesta lo sorprese, capovolse la sua nave e lo fece annegare nel Mediterraneo insieme a tre dei suoi compagni. La madre Sarah Schifani dottoressa in medicina generale era molto dispiaciuta per il marito che non aveva neanche visto nascere il figlio, ma allevava al meglio il ragazzo insieme a sua madre, cercando per quanto possibile, di non fargli sentire la mancanza del genitore perduto. Dal canto suo Jonathan era sereno anche se si domandava come sarebbe stato poter conoscere il padre e che genere di rapporto avrebbe avuto con lui, sapeva dalla madre che era alto, aveva capelli biondi e occhi blu come si vedeva nelle foto; era un tipo ottimista, era contento della paternità ed aveva molti progetti, ma questo non chiariva tutto di lui. Durante l'inverno Jonathan andava in Inghilterra dai facoltosi nonni paterni chiamati Norman e Dorothy, per studiare nelle prestigiose scuole britanniche, anche se il ragazzo non si trovava molto bene con loro. Erano i nonni e naturalmente volevano il meglio per lui, per questo curavano la sua istruzione e volevano che si ambientasse nella ricca patria paterna. Ma erano anche duri e intransigenti e dicevano cose cattive sul conto della madre(a volte la chiamavano di nascosto pescivendola laureata). Oltretutto non parlavano bene neanche del figlio defunto con il quale avevano interrotto i rapporti prima della sua scomparsa, per divergenze relative al suo matrimonio. Loro avrebbero preferito che sposasse una certa Mary Perrodon, figlia di un generale di nobili origini della Royal Navy, perché questa unione avrebbe dato prestigio alla famiglia e avrebbe consentito a Norman secondo ufficiale

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La casa fantastica ( parte seconda)

...
La casa comunicava con la cantina"garage attraverso una porta che dal piano terra portava al piano cantinato per mezzo di una scala e dall’esterno attraverso una scivola, adibita a passo carraio per la messa in dimora della macchina.
Non vi era null’altro di più  bello che una famiglia potesse desiderare.
Nella casetta poco distante mio padre teneva gli attrezzi da lavoro e da giardinaggio, in un angolo tanta legna accatastata, tanto in ordine da lasciare pochi spazi vuoti tra un ceppo e l’altro, questa serviva in caso di emergenza per quando dovesse esaurirsi improvvisamente il gasolio che alimentava la caldaia;  a proposito ma la caldaia dov’è che non l’ho mai vista?.. Bho! non ci ho mai fatto caso.
Mio padre era impiegato di concetto presso l’ufficio del Catasto, un lavoro prettamente amministrativo, ma che non gli impediva di coltivare una sua grande passione: L’elettronica.
Ricordo tutte le riviste accatastate nella parete attrezzata, ed alcune per i corsi di elettronica che aveva fatto per corrispondenza. Ricordo ancora….. ed un sorriso mi si stampa sulla bocca, di quando fece il suo primo apparato elettronico: un antifurto che doveva salvaguardare la nostra piccola reggia da possibili intrusioni.
Il giorno delle prove generali per l’infallibile antifurto era arrivato;  ci siamo trasformati in poco tempo in  una famiglia di ladri, attrezzati di tutto punto con scarpe gommate per attutire il rumore dei passi, bandana che invece di essere messa in testa, l’abbiamo dovuta mettere per ordine del comandante, in faccia! lasciando solo uno spiraglio per gli occhi….. ehee Si!  perché il portentoso congegno prevedeva anche delle telecamere a circuito chiuso per immortalare chiunque si introducesse nell’abitazione.
Erano quasi le 20. 00 di una serata di giugno del 1998; aspettiamo acquattati dietro una parete della casa, aspettando che il buio si facesse più fitto…………. bene!  ci siamo! disse mio padre, in

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   3 commenti     di: Carmelo Rannisi


La perfezione

Vedi Michael, sono tra loro ormai da un tempo indefinito, quanto mi basta forse per poter dire di conoscerli.."

Michael mi guardò, attento, annuendo..".. continua.."

Sospirai, fissando sotto di noi la strada affollata di vite che andavano e venivano, frenetiche, vite piene di passione, problemi, tristezza, ognuno di quegli occhi era un mondo da scoprire, terre in cui perdersi per millenni interi.

".. la cosa che più mi piace osservare, sono gli uomini e le donne che s'amano."

sorrisi appena quando lo dissi, con lo sguardo ancora perso su di loro

".. Sai, t'accorgi che un amore è vero, quando ad uno dei due mancano alcune cose.."

Stranì lo sguardo, mentre continua a fissarmi curioso Michael.
Probabilmente pensava all'assurdità della cosa, un tipo come me, tenebroso, un angelo della morte. Io lo sapevo, potevo leggerglielo in faccia. Ma fremeva dal desiderio che io continuassi..

".. ad un uomo può mancare indubbiamente lo sguardo di lei, l'odore dei suoi capelli, la sua bocca.."

Sospirai, ripensando a quante volte l'aveva visto..

".. Ma quando sono le piccole cose Michael, quelle che sembrano non avere importanza, quando manca loro una stupidaggine, quel viso corrucciato per la rabbia, il modo di lei di mangiarsi le unghia, il sorriso per la sorpresa che ogni volta mostrava quando lui le faceva un dono.."

Annuì, più a me stesso forse. E Michael ascoltava senza perdersi nulla di quanto dicevo, ascoltava me e osserva gli uomini e le donne lungo le vie, sorrise, un sorriso strano di chi parve aver compreso solo adesso.

"Allora t'accorgerai che quello era vero amore amico mio, di quell'amore che li rende perfetti. Perchè gli uomini cercano d'essere come dio, come noi, senza rendersi conto che nella loro imperfezione, sono i più perfetti, senza rendersi conto che nell'amore si completano.."

   2 commenti     di: Anthony Black


Dove portano le Strade 2

La polizia aveva trovato la sveglia puntata sulle otto.
Possiamo immaginarlo così Tommaso: si sveglia magari di soprassalto, nel mezzo di un sogno vivido; oppure è già sveglio, che si rigira da qualche minuto nel letto aspettando lo squillo che lo spingerà ad alzarsi.

Povero Tommaso, lui non lo sapeva, ma dal momento in cui si alza parte un conto alla rovescia: le ultime ventiquattro ore della sua vita.


* * * * * * * * *

Ore 8:05

Come tutte le mattine fece una colazione veloce, guardando fuori dalla finestra della piccola cucina. Le vacanze erano per lui occasione di pensare al passato, come tiepida malinconia.

Nostalgia alimentata dai raggi del sole che obliqui entravano dalla finestra scaldandolo: fuori le montagne illuminate in tutto il loro splendore.

Il Monte Rosa brillava completamente libero da nuvole: un'eventualità che capitava una o due volte al mese a Macugnaga. Dopo i temporali del giorno prima era quasi una benedizione - pensò -, la giornata ideale per una gita verso i pendii più elevati.

Aveva deciso che si sarebbe recato al rifugio Zamboni.

Questo avamposto sperduto si trovava su un altipiano naturale ad un altezza di circa 2000 metri. Il paesaggio se lo ricordava maestoso, con la sua immensa conca verde circondata su tre lati dalle immense pareti rocciose.

Prese una guida e ripercorse brevemente l'itinerario da seguire.

Per raggiungerlo - lesse distratto - un sentiero che, dopo un primo tratto quasi pianeggiante, molto noioso, attraversava un bosco per salire aereo fino ai piedi di un ghiacciaio.

Ricordò quando l'aveva percorso l'ultima volta.

Era una camminata lunga ma semplice: giunti al ghiacciaio si passava su un ammasso di piccole rocce che permettevano di superare agevolmente il tratto gelato ed arrivare ad un enorme prato. Il percorso si snodava quindi su una cresta che divideva in due l'immenso anfiteatro naturale: si arriva

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   0 commenti     di: paolo molteni


La sopravvissuta (ultima parte)

Juliette arrivò nelle vicinanze della casa del sacrificio proprio quando le fiamme erano già divampate; stringeva tra le mani un fucile ma vedere tutte quelle donne (dovevano essere più di dieci) che osservavano estasiate la casa andare a fuoco la bloccò un attimo.
Pensa Juliette, pensa! Non puoi affrontarle tutte, hai solo due colpi nel fucile e uno ti serve per spezzare le catene che tengono imprigionato Patrick.
Le fiamme avevano già raggiunto il metro d'altezza e poté sentire distintamente l'urlo di Patrick provenire dall'interno.
Smise di pensare e uscì dal suo nascondiglio correndo come una forsennata.
"Ehi, sono qui brutte figlie di puttana! Venite a prendermi, ho già ucciso una delle vostre."
Tutte quante si girarono dalla sua parte e Juliette vide più fuoco nei loro occhi che attorno alla casa. Le vennero i brividi ma non rallentò. Non poteva assolutamente permettersi il minimo errore.
Quasi all'unisono tutto le donne afferrarono il loro pugnale personale e si gettarono all'inseguimento; correvano come il vento, all'apparenza incuranti del fatto che la fuggitiva avesse un fucile.
Juliette percorse il fianco della casa per tutta la sua lunghezza, rimanendo a poco meno di tre metri dalle fiamme e una volta arrivata sul retro di essa vi girò intorno. Conosceva il paese come le sue tasche e questo le poteva tornare molto utile. In particolar modo tenendo conto del fatto che quelle donne parevano essere totalmente esaltate e quindi poco propense a fare attenzione ai dettagli.
Scelse di non tornare all'ingresso ma proseguì in direzione nord mentre le inseguitrici si avvicinavano. La sua meta era l'abitazione cento metri davanti a lei; ci aveva abitato una sua amica e sapeva che aveva due entrate, quella sul retro da cui stava per immettersi ora e quella principale.
Pregò Dio che la porta a cui si stava precipitando non fosse bloccata e quando toccò la maniglia e sentì che non fece resistenza tirò un sospiro di sollievo. Si fiondò dentro

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L'autosilo

Il Parco dell’Acquasola è il giardino pubblico più centrale di Genova e gode di una fama sinistra. Durante l’epidemia di peste che colpì la città nell’anno 1657, venne utilizzato come fossa comune per seppellire le vittime del contagio, devastate della terribile malattia. Durante l’ultima guerra, il luogo fu teatro di esecuzioni sommarie. In altri periodi quest’area fu sempre adibita a parco pubblico. I genovesi più datati narrano che, in alcune notti tempestose, al passante che incautamente si avventuri ai margini del giardino, giungano i suoni indistinti dei lamenti di coloro che qui morirono e furono seppelliti senza una croce che li confortasse lungo il viaggio oscuro.
Francesco lavorava come geometra in un’Impresa edile ed era stato destinato in quel posto con il compito di dirigere i lavori di costruzione di un silo sotterraneo per la realizzazione di 300 posti auto. Il progetto, pendente da tempo nel limbo delle buone intenzioni a causa del ricorso di alcuni ambientalisti, aveva finalmente trovato uno sbocco, grazie ad un cavillo che aggirava la decisione del Tar di bloccarne la realizzazione. L’Impresa che si era aggiudicata la gara d’appalto avrebbe iniziato subito i lavori, terminandoli nel giro di sei mesi. Per Francesco, che con quell’impiego si guadagnava da vivere dignitosamente, il taglio di qualche albero avrebbe significato ben poca cosa in confronto al futuro beneficio che il silo avrebbe significato per la città e per quei cittadini che ogni giorno si contendevano con i denti i pochi spazi adibiti a parcheggio.
Egidio era un escavatorista con le palle. Guidava la ruspa ed altri mezzi meccanici con grande padronanza e movimentava velocemente metri cubi di materiale con grande profitto per l’Impresa. Era stato affidato ai lavori di scavo per la realizzazione dell’autosilo. Francesco lo conosceva bene e nutriva una grande fiducia nei suoi confronti.
Quella mattina le transenne furono aperte alle sette ed Egidio era s

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   3 commenti     di: Alberto Carbone


La stanza

E il sussulto dei suoi occhi fu inconfutabilmente legato alla paura che provava..
Concausa d'un suono semplice, bisbigli cupi tra labbra di una bocca invisibile, riprodotti in una stanza dove lei,
era certa d'esser sola.
Strinse a se solo la speranza, stordita e cieca nel buio inquietante del terrore, amica solo di un cuore impazzito,
genitore di battiti ormai senza alcun senso, irregolari perfino nella loro natura stessa di battiti.
Le mie parole crearono tutto ciò.. e allora capì che non era il momento di rivelarsi.

   5 commenti     di: Anthony Black



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