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Racconti del mistero

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Tre dubbi

Entrai in quel bistrot, all'ingresso del quartiere latino, con tre dubbi fra le mani. Uno lo regalai al pianista e fu subito canzone di rondini e giallo intenso. Non ero certo di trovarla lì, anche se al telefono mi sembrò donna che gioca tutto in un colpo solo sperando di perdere, persuasa che vincere non è realizzare un sogno ma smettere di sognarlo. Con l'altro dubbio volli pagarmi i due Pernod che portai al tavolo in angolo, con la Senna alla finestra. Sul candeliere-bottiglia, sopra il foulard rosso, la cera colava e lentamente si induriva. Ritmo della vita attorno, misura di emozioni impilate come scatole cinesi, stella di fantasie disegnate ad ombre grigie sui muri rosa. Lei entrò, mi riconobbe e rise forte. Probabilmente vide scivolare dalla tasca destra bucata della giacca, il terzo dubbio.

   6 commenti     di: Carlo Diana


Missione mortale

Aveva un sorriso raggiante. Capelli castani mossi e occhi scuri giganti.
Lo incontravo tutti i pomeriggi alla fermata del pullman.
Se ne stava lì con la sua tracolla, e il giornale del Politecnico in mano. Ecco, quella era l'unica informazione che possedevo: sapevo che con molta probabilità era uno studente del Politecnico di Torino.
Quel giorno sembrava agitato. Continuava a fissare l'orologio e a guardarsi in giro.
Avrei voluto avere il coraggio di farmi avanti, ma non ero mai stata intraprendente.
Una volta sull'autobus, presi posto in uno dei sedili davanti; guardai fuori del finestrino. Ero intenta a fissare quel cielo così grigio che prometteva pioggia e conciliava il sonno, quando mi sentii toccare una spalla.
“Scusa? ”
Mi voltai: era lui.
“Sì? ”
“Scusa, puoi dirmi che ore sono? ”
Risi sotto i baffi: ok, era un tipo che ci stava provando. L'orologio ce l'aveva, avevo visto che leggeva l'ora pochi minuti prima di salire sul pullman.
Risposi: “Sono le cinque e mezza. ”
“Grazie. ”
Io sorrisi e di rimando indicai il suo polso: “Cos'ha il tuo che non va? ”
Lui balbettò qualcosa d'incomprensibile. Poi mi tese la mano e si presentò: “Massimo. ”
“Caterina”
“Non vorrei che tu pensassi che sono uno che abborda le ragazze sui pullman... ”
“Oh no! Perché dovrei? ”
Si toccò il capo e commentò. “Ho fatto una figuraccia, vero? ”
Anche se ero maledettamente diffidente, lì per lì mi venne da ridere.
“Non fa niente, tranquillo! ”
Quella fermata caricò un numeroso tot di anziani e di conseguenza mi alzai per lasciargli il posto. Sì, perché se poi non lo fai, s'incazzano e ti guardano male. Tanto vale...
Mi spostai e Massimo mi seguì.
Non so dove trovai il coraggio per domandargli: “Vai al Politecnico? ”
Lui inclinò il viso e socchiuse gli occhi: “Come lo sai? ”
Indicai il giornale che teneva in mano.
Lui seguì il mio sguardo e sorrise.
“Sì, sono un assistente di un

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   6 commenti     di: Roberta P.


Il rospo Armando

Il rospo Armando
ovvero:
Favola bislacca
(cantabile)
anzichenò
per lettori miscredenti.

In quel giorno di vigilia ch’è del Santo Liberato, il pittore Gaetanino si portò con gran contegno verso casa del cliente, seco lui recando appresso cavalletto, arnesi, tela, e ogni sorta d’accessori che gli fosser di mestiere per portare a compimento il ritratto di un borghese, e cioè a dire d’un signore reso alquanto stravagante dalla morte della moglie - a prestare qualche fede ai racconti della gente.
Era questi?" si diceva?" un ex sarto, don Turiddu ’U maravìgghia, uomo ingenuo, assai sgraziato, e di cranio disboscato; grossi gonfi e fuor di testa gli occhi orrendi roteanti, ma in compenso alla bruttezza si può dire che esibiva con avvezza dignità quel curioso portamento conferito di diritto a chi si trovi, a Dio piacendo, nel prezioso e non ambito fiore di decrepitezza.
Sistemati in bell’assetto gli strumenti ed i suoi aggeggi, Gaetanino il ritrattista imprendette prestamente con bel garbo di maestro le movenze necessarie all’artista di gran pregio:
?" Don Turiddu, io vi faccio un servizio sopraffino, per cui Voi m’avete a dire quale posa preferite, che profilo Vi compiace… come debbo io effigiarvi…
?" Certamente, caro amico, proprio giusta la dicete, sono ormai molto convinto ch’è arrivata l’ora in cui più non posso rimandare una cosa assai importante: qui si tratta di affidare agli eredi ed ai parenti, agli amici, ai conoscenti un ricordo degno e sacro della mia persona stessa, per cui bando all’incertezza, e mettiamo mano all’opra che mi dia, come mi spetta, il conforto di sapere che quand’io già dipartito mi riempio la mia fossa non ci sia mai per nessuno titubanza o dubbio alcuno su chi occupa un tal sito.
Ciò dicendo,’u maravigghia, si sedette tutto tronfio su un scanno ben speciale: era infatti una poltrona di fattura bella e antica, messa in piedi con talento dalla moglie sua defunta, tutta a mano costru

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Il vecchio dei lampioni

Erano le quattro del pomeriggio quando decisi di scendere giù a prelevare la posta nella mia buca delle lettere. Non avevo potuto ritirarla in mattinata poiché ero tornata carica di borse della spesa. Tra tutta la pubblicità e i consueti giornalini religiosi, arrivò puntuale anche la bolletta del telefono; quando vidi la cifra mi preoccupai abbondantemente anche perché già sapevo quale sarebbe stata la reazione dei miei genitori.
Non potevo certo pagarla io, capirai, con quello che ricevevo come paghetta mi bastavano appena per coprire le mie spesucce personali. Pensai che durante i due mesi avevo usato un po’ troppo il telefono e quasi me l’aspettavo una sorpresa simile. Appena la consegnai ai miei, come prevedevo, successe un casino tremendo e io, avvilita e demoralizzata, sbattendo la porta, uscii di casa.
Erano intorno alle 18:30 di un martedì di fine ottobre, faceva molto freddo e le strade erano semideserte; così, non sapendo dove andare, telefonai a Daniela, la mia amica del cuore, per sapere se mi potevo recare a casa sua. Quando lei accettò io fui molto contenta e anche sollevata.
Passammo due tre ore a giocare e a parlare delle nostre cose; poi, intorno alle 22:30, dopo aver anche accettato l’invito a cena da parte sua, me n’andai. In quell’arco di tempo, per la rabbia, avevo spento il cellulare e quando fui uscita dal portone della mia amica, ricordandomene lo riaccesi. Vi trovai tre chiamate, due da parte di mia madre e una da parte di mio fratello.
Mi sentii di colpo più serena, così decisi di tornare a casa. Mentre camminavo tutta rinchiusa nel mio cappotto, vidi che il vecchio dei lampioni stava già spegnendo le prime luci della strada; mi avvicinai e gli dissi: “signor Giustino, come mai questa sera ha deciso di spegnere le luci prima del solito?”; “no signorina, è solo un guasto rionale”. Mentre il guardiano stava continuando a parlare con me del problema delle luci, ad un tratto vidi verso i balconi di un palazz

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   0 commenti     di: Maty' Sessa


Winter's Knight

I

LA SFIDA


Il cielo aveva il colore del piombo.
Faceva molto freddo. Una fitta caligine aveva ricoperto con il suo manto la città, trasformandola in un mare di fredda ed impalpabile nebbia. Il sole era divenuto un pallido e timido disco bianco.
Catherine maledì quel giorno. Erano appena iniziate le vacanze di Natale, ed aveva programmato di incontrarsi con Alice, un'amica con cui non si vedeva da tempo. La ragazza sedeva sulla panchina della fermata dell'autobus, in sua attesa. Teneva le mani a livello del grembo, tremando dal freddo. Per via della temperatura il suo viso era divenuto molto pallido, e le gote si erano arrossate. Tremava in ogni angolo del corpo. Il vento, che riduceva a brandelli la nebbia quando si riversava prepotentemente sulla piazza, le scompigliava i lunghi capelli castani, e Catherine aveva l'impressione di essersi trasformata in un pezzo di ghiaccio.
D'improvviso, i fanali di un'autobus arancione rischiararono la fermata, e si insinuarono nella nebbia. Le sue porte si aprirono, e una ragazza alta e magra, dai capelli biondi che le ricadevano sulle spalle e dagli occhi azzurri, e che vestiva un pesante cappotto blu, scese dalla vettura.
Catherine spalancò gli occhi verdi e si gettò tra le braccia di Alice, correndole incontro.
"Ciao! Come stai?" chiese Alice all'amica, staccandosi dall'abbraccio.
"Io bene" sorrise Catherine, "ma qui fa un freddo che si congela".
"Sono perfettamente d'accordo" rispose la ragazza con aria crucciata, "sembra che si siano organizzati per non farci incontrare!".
Catherine abbozzò un sorriso.
"Già! Ma io volevo vederti da così tanto tempo che non m'importa, sarebbe potuto grandinare, e non mi sarei fermata!".
Alice si abbandonò ad un sorriso raggiante.
"Catherine! Quanto mi sei mancata!".
Catherine rise.
"Anche tu! Come hai passato tutto questo tempo?".
"Bé," iniziò, cominciando a camminare verso il centro con la ragazza, "da quando sono partita e ho dovuto cambiare scuola per via

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La sopravvissuta (quarta e penultima parte)

Juliette si trovava molto vicino a Patrick, per la precisione a qualche decina di metri, in una casa giusto accanto a quella dove stava incatenato lui. Era seduta su una piccola sedia di legno e mostrava evidenti segni di ansia e nervosismo; continuava a deglutire con la speranza di scacciare quella sensazione di nodo alla gola che la assillava da un paio d'ore a quella parte, ma era inutile. Si guardò le mani e scoprì che stavano tremando; quelle stesse mani che la sera prima, agendo in maniera perfetta, avevano condotto Patrick in trappola. In passato avevano salvato molte vite certo, ma ora, per la prima volta in ventiquattro anni, avrebbero contribuito all'uccisione di un uomo.
E questo era ciò che più la faceva stare male.
Ripensò ancora una volta alle ragioni per cui aveva agito così; erano valide, almeno dal suo punto di vista, ma non sufficienti per farla stare in pace con se stessa.
Sentì la porta aprirsi e il groviglio di pensieri si dissipò immediatamente. Alzò gli occhi ma non vide chi si sarebbe aspettata di vedere.
"Dov'è mia sorella?" domandò scattando dalla sedia. "Maledetta, mi avevi detto che l'avrei rivista, sono ore che aspetto!"
"Calmati!" le ordinò la donna appena entrata. "Sono qui proprio per lei."
Juliette cercò di decifrare l'espressione del suo volto ma era imperturbabile; pareva serissima anche se un ghigno alquanto strano le dava quell'aria di follia che metteva i brividi.
"Non me ne frega un cazzo, ho fatto quello che volevate!!! Voglio vedere mia sorella, dov'è?"
"E tu pensavi davvero che ti avremo permesso di vedere la tua dolce sorellina solo perché hai portato quel Dempsey fino a qui?" Quella domanda fu pronunciata con una tale, ingiustificata cattiveria che a Juliette venne da piangere.
"Ma me l'avevate promesso!" Ora la giovane faticava pure a rimanere in piedi; sentiva le gambe molli, incapaci di obbedire ai suoi ordini. "Ho ingannato un uomo che si fidava di me, ho costruito una storia assurda attorno all

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Il Quadro

"Queste sono le chiavi Sig. Fornari, allora tanti auguri e buona permanenza." Disse l'agente immobiliare consegnandomi l'appartamento.
Mi sentivo decisamente soddisfatto; quella casa mi piaceva, era esattamente come la volevo io: un bel trilocale con terrazzo, che dava proprio su un giardinetto interno, avrei evitato così la strada col rumore del traffico e guadagnato aria pulita e silenzio. Il silenzio, per me una priorità, non potrei mai dormire in una casa dove si sentono i rumori provenienti dall'esterno, è una cosa che non sopporto.
Fino ad allora ho sempre viaggiato tanto e ho sempre avuto la fortuna di trovare alloggi molto silenziosi, sia che fossero case o alberghi; quando così non era abbandonavo subito il posto in cerca di qualcosa di più silenzioso.
Questa volta dovevo fermarmi a Bologna per qualche mese, quindi avevo bisogno di una casa nella quale stare più a lungo, contattai qualche agenzia e vidi tanti appartamenti: troppo centrale, troppo periferico, troppo grande, troppo piccolo, bilocale in pieno centro con affitto stratosferico e traffico di auto continuo, attico in quartiere residenziale in un palazzo di dimensioni da grattacielo newyorkese, con regole condominiali da lager nazista, stamberga riattata, soffitta mansardata e tanti altri ancora.
Ma soprattutto, la cosa che notavo maggiormente: erano tutti troppo esposti al rumore.
Finché un giorno l'agenzia immobiliare mi propose "un appartamentino in una zona molto tranquilla, lontano dal traffico."
Una settimana dopo vidi l'appartamento di via Lemonia, mi piacque il quartiere e anche l'appartamento: ben arredato, con gusto ma semplice, molto luminoso e soprattutto molto silenzioso.
Lo presi, e anche il costo dell'affitto non era male.
Pare che appartenesse a una signora di una certa età, ma l'agenzia non seppe darmi molte informazioni in merito, e del resto la cosa non mi interessava più di tanto.
Sistemai le mie quattro cose negli armadi e pian piano presi possesso della casa.

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