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Racconti del mistero

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L'avviso

Sentimmo il citofono. Era il postino, ed io mi rifiutai di ritirare la raccomandata. Appena intravista la busta con il logo di uno studio legale per mittente ben in vista, intuii di cosa si trattava. Certo, l’inizio della separazione in forma solenne! La ritirò lei, Maria, ed in casa tentò di mettermela materialmente nelle mani. Non volli prenderla e neppure aprirla, la rifiutati. Lo fece lei, l’aprì, tentando ancora una volta di darmi in consegna il contenuto. Continuavo a evitare il contatto con quel pezzo di carta, mentre un sentimento di reazione a ciò che vivevo come inaudita violenza, montava prepotentemente.

Il pensiero vagava iracondo, e Maria assumeva, quasi per contrasto caricaturale, un aspetto goffo, sventolando quel foglio innanzi a me, monito che la rivendicazione si rappresentava ormai nei canali ufficiali, nelle carte, nei tribunali. Ostentava così la sua nuova forza, pesante dell’intera Istituzione-Paese, che avrebbe dovuto rabbonire ogni mia resistenza, placare quel mio fare, nella lettura di lei, arrogante.

Ma l’effetto sortito fu opposto a quello sperato….
- “scriva tutto ciò che gli pare, caro il tuo avvocato, chiunque sia, libero di scrivere, in nome e per conto di chi gli pare, legittimato certo, legittimato! Ma non può impormi di leggere, di ricevere fisicamente nelle mani, le mie mani, le mie! ciò che ha deciso di spedirmi Io non lo leggo, non lo tocco neppure quel foglio!. Anzi dammelo, ecco cosa ne faccio, lo strappo in mille pezzi! E dillo pure al tuo avvocato, non mi sentirei obbligato ad un fare fisico neppure da un re! “

Un estremo sentimento di libertà è l’unico faro in certi momenti bui.

Poi, le conseguenze legali sarebbero state le stesse, lo sapevo bene. La legge ha già pensato a tutto. Se non ricevi, trascorso un certo periodo di tempo, è come se tu lo abbia fatto davvero. L’atto si presume notificato per “compiuta giacenza”. Ovvero, si stabilisce che la conoscenza o la

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   1 commenti     di: Carlo Diana


Anxius

Mi svegliai nel cuore della notte tutto sudato. Non riuscivo a respirare. Pensavo fosse il raffreddore ed, invece, ero perfettamente in salute. Per modo di dire. Mi girai tra le lenzuola per un paio di minuti, poi, sopraffatto dalla nausea, mi mummificai guardando il soffitto. Respiravo a fatica, respiravo con la bocca. Tutto quello che avevo mangiato era dentro di me, ricordi, emozioni, sensazioni di un quotidiano fatto a mostro. Il sonno era svanito, la pesantezza mi opprimeva. Avevo voglia di urlare. Ci provai, ma non uscì niente dalla mia bocca. Un bruciore saliva dallo stomaco fino alla gola. Annaspavo nel mio stesso pensiero. Un toc continuo batteva nella mia mente. Urla, rumori, macchine e treni che ripetevano il loro squallido rumore nel mio cervello. Non ne potevo più. Volevo urlare, volevo girarmi, chiudere gli occhi e dormire. Così feci. Fu allora che vidi la sua faccia brancolare nel buio. Un breve riflesso della luna illuminava il suo sporco volto. Non aveva lineamenti. Semplici occhi, così come tutto il resto del suo volto. Quasi pareva un manichino, un manichino che fissava i miei occhi, che fissa quello che io non potevo vedere dentro di me. Ebbi paura, lo ammetto, ma non fu solo quello a terrorizzarmi. Una presenza sembrava avvolgermi tra le coperte. Non ero più padrone del mio corpo. Non riuscivo a muovermi. Solo lo sguardo fisso in quegli occhi da manichino. La luna splendeva fuori e il vento fischiava. Ho pensato sul serio di morire. Così sarebbe stata la mia fine, strozzato dai miei sterili pensieri, ucciso tra le bianche lenzuola nel cuore buio della notte mentre un manichino mi teneva compagnia. Poi qualcosa cambiò. Di preciso non so cosa, forse una chiave che finalmente trova il suo lucchetto. Sì, era una chiave, una chiave che gira e si spezza. Tutto il peso della giornata sul mio stomaco. Non riesco a respirare, sto per morire, questo pensai. Di nuovo quel toc, di nuovo quel martellante frastuono del quotidiano che si schiantava nel

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   3 commenti     di: Sergei Lubosky


Il freddo

ci sono molte teorie per quanto riguarda il freddo, il freddo arriva dalle regioni del ghiaccio con il suo vento a raffiche lo porta sia piano che anche veloce. poi se volessimo parlare del sole dovremmo attendere il tramonto



o aspettare un temporale se si tratta in estate, invece se si tratta in inverno dovremmo aspettare una nevicata e anche prima della neve porta il freddo per poi nevicare fino che non si scioglie fa freddo


La mia teoria dice perchè noi sopportiamo meglio il caldo che il freddo? Diciamo che e facile rispondere... dentro il nostro corpo c'e una temperatura,

che questa temperatura e di 36 gradi se questa sciende di 10 gradi il nostro corpo avverte subito freddo... una teoria dice che è il muovimento ad esempio una corsa, la temperatura del nostro corpo aumenta...


questo vuol dire che se avessimo 10 gradi ne avessimo 20 in più poi la teoria importante cos'è che scalda il nostro corpo il sangue o l'ossigeno? Diciamo che non sarebbe ne il sangue e ne l'ossigeno


ma dipenderebbe tutto dal muovimento che noi facciamo ovvero il nostro cuore che scalda il nostro corpo quindi scalda l'ossigeno e anche il sangue e tutto il nostro corpo. Se non avessimo cuore che batte

non avessimo caldo ma avessimo sempre freddo e per questo motivo che a volte noi sentiamo più freddo e anche più caldo del normale perche il nostro cuore quando si ha freddo batte di meno e batte più forte quando si ha caldo.


Un 'altra cosa anche importante che se avete fatto osservazione e attenzione quando d'inverno abbiamo tanto freddo invece il nostro corpo ha più caldo rispetto dal esterno ci basta respirare a vuoto per vedere il nostro

ossigeno sembrerebbe che noi fumassimo una sigaretta facciamo fumo ma perchè tutto questo? Come noi sappiamo tutto il calore ha un fumo come il fuoco ha fumo e cosi' la nostra bocca ha calore e fa' fumo come se avessimo

"fuoco nel corpo e il camino fossi la nostra bocca"... teoria strana ma semb

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   1 commenti     di: mower rell


Into the Darkness - Nell'oscurità

Novembre. Gli alberi puntano i rami spogli al cielo plumbeo che li sovrasta. Folate di vento fendono l'aria, l'erba, i corpi.
Emma e Save rabbrividiscono, stretti l'uno all'altra, infagottati negli spessi cappotti invernali.
Emma prende un respiro profondo, allontanandosi lievemente da lui e dalle sue labbra infuocate.

Era stato dolce, all'inizio. Le aveva dato i suoi tempi, non l'aveva forzata a far nulla. Ma adesso che Emma era pronta, lui voleva tutto.
E lo voleva adesso.
Con un gemito di tristezza, Emma riflette sullo sconfinato squallore della loro situazione attuale: Save era fidanzato. E a quanto pare lei era l'unica a ricordarselo. Erano tante le cose che Emma aveva imparato su di lui durante quella loro relazione clandestina. Una di queste era che Save era capacissimo di scrivere un messaggino romantico zeppo di "ti amo" falsi e cliché amorosi alla sua ignara fidanzata, proprio mentre stringeva Emma e la intrappolava nella morsa delle sue labbra voraci e braccia vigorose. Emma lo amava più di quanto avesse mai amato qualcun altro in vita sua, ma neanche l'immenso sentimento che provava per lui poteva impedirle di comprendere chi fosse davvero Save.
Un ragazzo bellissimo, che sotto l'apparenza angelica e innocente celava un'essenza per certi versi diabolica. Ricordò improvvisamente ciò che le era stato riferito da un amico: quando un compagno di classe aveva fatto notare a Save che uscire con un'altra ragazza era piuttosto sbagliato nei confronti della sua attuale fidanzata, lui aveva semplicemente risposto che non gliene importava.

Emma lo guarda negli occhi, sgranando i propri con aria stupita e ferita insieme. Per la prima volta, sente di riuscire a vedere Save per ciò che davvero è: bugiardo, manipolatore, egoista, subdolo, infido.
Predatore.

I suoi occhi continuano a fissarla, impazienti, mentre il suo respiro caldo le accarezza il collo le accarezza il collo e le strappa ulteriori brividi. Le sue mani dalle dita lunghe e affusol

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La casa fantastica ( parte seconda)

...
La casa comunicava con la cantina"garage attraverso una porta che dal piano terra portava al piano cantinato per mezzo di una scala e dall’esterno attraverso una scivola, adibita a passo carraio per la messa in dimora della macchina.
Non vi era null’altro di più  bello che una famiglia potesse desiderare.
Nella casetta poco distante mio padre teneva gli attrezzi da lavoro e da giardinaggio, in un angolo tanta legna accatastata, tanto in ordine da lasciare pochi spazi vuoti tra un ceppo e l’altro, questa serviva in caso di emergenza per quando dovesse esaurirsi improvvisamente il gasolio che alimentava la caldaia;  a proposito ma la caldaia dov’è che non l’ho mai vista?.. Bho! non ci ho mai fatto caso.
Mio padre era impiegato di concetto presso l’ufficio del Catasto, un lavoro prettamente amministrativo, ma che non gli impediva di coltivare una sua grande passione: L’elettronica.
Ricordo tutte le riviste accatastate nella parete attrezzata, ed alcune per i corsi di elettronica che aveva fatto per corrispondenza. Ricordo ancora….. ed un sorriso mi si stampa sulla bocca, di quando fece il suo primo apparato elettronico: un antifurto che doveva salvaguardare la nostra piccola reggia da possibili intrusioni.
Il giorno delle prove generali per l’infallibile antifurto era arrivato;  ci siamo trasformati in poco tempo in  una famiglia di ladri, attrezzati di tutto punto con scarpe gommate per attutire il rumore dei passi, bandana che invece di essere messa in testa, l’abbiamo dovuta mettere per ordine del comandante, in faccia! lasciando solo uno spiraglio per gli occhi….. ehee Si!  perché il portentoso congegno prevedeva anche delle telecamere a circuito chiuso per immortalare chiunque si introducesse nell’abitazione.
Erano quasi le 20. 00 di una serata di giugno del 1998; aspettiamo acquattati dietro una parete della casa, aspettando che il buio si facesse più fitto…………. bene!  ci siamo! disse mio padre, in

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   3 commenti     di: Carmelo Rannisi


L'Abbé Mauriac e il manoscritto perduto

Se c'è una morale in questo mondo
senza dubbio si nasconde molto bene.




Chi vuole uccidere il tempo? Con questa domanda surreale e inquietante iniziava il manoscritto dell'Abbé Mauriac. Un'opera destinata a disvelare, e forse a veder riconosciuta tutta la sua profetica forza, solo nella prima parte del terzo millenio. Ma che, nel frattempo, stava per procurare all'autore non pochi fastidi e sventure.

L'Abbé Mauriac era uomo di umili origini e media cultura, che però possedeva una dote invidiata da molti e posseduta da pochi. Questo lo rendeva inviso ai più. Specie a tutti coloro che nella gerarchia ecclesiastica si vantavano di avere cultura ben superiore alla sua. I cosiddetti luminari di Dio, i detentori di ogni conoscenza dei misteri della fede e del mondo e, come tali, i più titolati a discettare di qualsiasi argomento: divino o terreno che fosse. L'Abbé Mauriac aveva da poco compiuto ventinove anni ed era assegnato ad una piccola diocesi, sede dell'Abbazia benedettina di Cluny, con limitati compiti di routine. L'abbazia aveva ormai perso l'importanza da tutti riconosciuta durante il corso dell'Alto Medioevo, e sarebbe stata secolarizzata alla fine del secolo. In tempi molto andati, grazie alla fedele aderenza alla Regola benedettina, Cluny brillò come faro del monachesimo in tutto il mondo occidentale. Spesso soggiorno di religiosi assai dotti, stimati e apprezzati, produsse importanti opere di pensiero. E anche se adesso stava vivendo il suo momento di inesorabile declino, questo glorioso passato non aveva mai smesso di aleggiare fra le sue mura, ispirando i pochi fortunati che ebbero l'umiltà di stare ad ascoltare. Perché in certi luoghi anche le pietre parlano.

Correva l'anno 1759. Tempo in cui l'industria stava cominciando a diffondersi un po' ovunque. Anche se di vera e propria rivoluzione industriale si comincerà a parlare solo agli inizi dell'Ottocento.

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Le porte si chiudono

L’aveva vista di nuovo, allucinante!
All’inizio gli sembrava sempre di confondersi, sempre all’angolo della visuale, sempre con la coda dell’occhio, e quando si girava, non c’era più.
Ormai era un’ossessione, da giorni, ovunque vedeva quella donna strana. Strana? No, neanche lui sapeva spiegarselo meglio. Era bella, ma sembrava…
Cavolo! Ho bisogno di trovarmi una ragazza! …In bianco e nero?
Arrivò al lavoro, entrò in ufficio, 72° piano, grafico pubblicitario, e stasera doveva assolutamente finire il lavoro, altrimenti il capo lo sbranava.
Eccola, vestita di nero? No, forse non era lei. Non era mai riuscito veramente a vederla, sempre e solo un’ombra, un movimento, uno sguardo, poi niente.
Va beh! Lavoro finito, meno male, anche stavolta il capo starà buono, però sono le sette e mezza e sono l’unico pirla dentro l’ufficio! Va all’ascensore, entra, lei è lì.
Le porte si chiudono, buio, lei lo sfiora, la lingua sulla sua bocca, la mano va sotto, erezione pazzesca, un attimo, la sente sorridere, un dito sulle sue labbra, le luci si accendono, ascensore al 10° piano, fa appena in tempo a riaprire gli occhi prima che le porte si aprano.
Pazzesco! Arriva a casa sconvolto, non riesce a pensare ad altro.
Cosa è successo? Ma è successo? Non è che improvvisamente sto impazzendo?
Sotto la doccia, cena, tv. No, non oggi. Apre le porte dello studio, si mette al computer e fa l’unica cosa che è capace a fare: disegna.
Cerca di fermare quell’immagine che ha di lei, quei frammenti, quel volto, quelle mani,
quella bocca.
Alla fine la vede, lì sullo schermo, ed è lei, sicuro, e gli sembra impossibile, uscita da un’altra epoca, con quel vestito grigio e nero, antico, il velo sugli occhi, ma è lei.
Va in Internet e manda quel disegno ovunque conosce, tutti i blog che di solito frequenta, lo appende a qualunque bacheca trova: “Qualcuno ha mai visto questa donna?”.
Va a dormire un po’ più tranquillo.
Al lavoro di nuovo,

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