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Racconti del mistero

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La Festa del Paese

Le città del sud, soprattutto quelle più piccole, fatte di vicoli bui e sporchi che si arrampicano su colline solitarie, nascondono parecchi segreti. Questa strana storia mi è capitata l'anno scorso a C., e devo dire che da allora torno in paese con disagio.

Ricordo come fosse ieri. Era il 20 luglio.

La festa del paese si teneva proprio quella sera. Era un viavai continuo di persone. I tavolini dei bar già pieni anche se non era nemmeno ora di cena. Decine di ragazzi preparavano il palco per il concerto finale.

Stavo scattando alcune foto in successione da una posizione sopraelevata rispetto alla piazza principale. Dieci metri sotto, appunto, i preparativi frenetici per la sera. A me però interessava riprendere la particolare luce della sera, con gli ultimi bagliori del sole che rendevano quasi rosa le antiche pareti dei palazzi affacciati sulla piazza.

Fu a casa, riguardando le foto sul pc, che mi accorsi di un piccolo particolare. Ero alla sesta foto. Il tavolino di un bar, quattro persone, una delle quali guardava verso di me. E le foto successive erano ancor più strane. La persona che guardava verso di me sembrava voler attirare l'attenzione dei suoi amici, che nelle foto successive erano anch'essi girati. Mi indicavano addirittura con la mano. Guardando con lo zoom le facce sembravano stupite.

Da un certo punto in poi - notai - i quattro si alzavano. L'immagine successiva mostrava l'ultimo che si affrettava e scompariva in un vicolo. Come se corressero via.

Ovvio che diventai curioso. Tornai in quella piazza e mi diressi verso il tavolino dove nelle foto erano seduti i quattro signori. Una volta lì guardai il punto, sopraelevato, da cui avevo scattato le foto poco prima. Beh, forse non guardavano me, ma vicino a me. Osservai la prospettiva, sedendomi al tavolino.
Il punto in cui mi ero trovato io la sera prima era un marciapiede panoramico. Oltre una strada e più indietro la facciata di una vecchia casa.
Si vedeva una fines

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   0 commenti     di: paolo molteni


La rosa blu... messaggi dal cielo

CAPITOLO UNO
Doriana percorreva da circa tre ore l'autostrada che, contrariamente al solito, in quel fine settimana era scorrevole. Non superava i limiti di velocità perché era scrupolosa ed attenta ma soprattutto perché era la prima volta che si avventurava da sola in macchina intraprendendo un viaggio così lungo.
Non amava guidare: stare in mezzo al traffico, in coda, ferma ai semafori, la irritava. La maleducazione della gente, i parcheggi inesistenti, lo stress, la tensione, la paura di subire o provocare incidenti. Preferiva di gran lunga andare a piedi, se il tragitto era breve, o fare una salutare pedalata sulla sua bicicletta. Se doveva recarsi un po' più lontano, si serviva dei mezzi pubblici oppure scroccava un passaggio ad amici e conoscenti. Ma la decisione improvvisa di prendere a noleggio un'auto e partire, le era venuta la notte precedente, quando svegliandosi da uno strano e bellissimo sogno, aveva percepito un'urgenza. Doveva raggiungere un luogo, una persona. Qualcuno da tanto l'aspettava e stavolta era giunto il momento di raggiungerlo, di incontrarlo. Aveva già fatto passare troppo tempo.
La strada si snodava noiosa e sempre uguale. La ragazza cominciava ad avvertire una certa stanchezza. Decise che alla prossima area di servizio si sarebbe fermata. Ancora una decina di chilometri e ci sarebbe stato un'autogrill. Avrebbe mangiato qualcosa, usufruito della toilette, fatto rifornimento e nello stesso tempo si sarebbe un po' riposata e sgranchita le gambe.
Seduta sullo scomodo sgabello vicino al bancone del bar, davanti ad un caffè ormai freddo ed un panino lasciato a metà, Doriana ripensava a ciò che aveva sognato la notte appena trascorsa.
Il ragazzo che da anni non vedeva, che quasi non ricordava più, di cui non rammentava neanche il colore degli occhi, i lineamenti del viso, la voce, le era apparso in sogno. Non evanescente ma reale, quasi palpabile, i suoi capelli chiari, gli occhi neri come abissi profondi, il tono della

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   1 commenti     di: Dora Pergolizzi


Il risveglio di Jackie

“Ciao!... sì certo!... ciao, ciao, divertitevi! Sì che mi ricordo…ciao!”.
Le solite raccomandazioni e i saluti di circostanza accompagnarono la porta che Jackie si chiuse alle spalle, senza voltarsi nemmeno un momento.
Per qualche secondo il silenzio della villetta di periferia fu la colonna sonora della sua libertà, ora che i genitori, con sua sorella Annalisa, erano partiti per una vacanza di quindici giorni in un paese della Sardegna di cui Jackie non conosceva nemmeno il nome.
Libertà, libertà. Ampia scelta sulle cose da fare, ma soprattutto su come farle, gestirsele.
A ventuno anni non si poteva certo dire che fosse un bambino; il vivere in casa con i genitori era necessario durante gli studi universitari e non aveva certo ofuscato la maturità e l’indipendenza da giovane uomo che Jackie si incollava addosso tutte le volte che usciva di casa.
Si appoggiò con la schiena alla pesante porta blindata e si godette ad occhi chiusi la partenza del nucleo familiare, sperando che non avessero dimenticato niente che richiedesse un rapido ed imprevisto rientro.
Jackie ovviamente non era Jackie ma Giacomo, dal momento che era nato e risiedeva in un piccolo comune dell’Emilia Romagna; niente stelle e strisce, niente di esotico, ma portava comunque volentieri quel soprannome che gli era stato cucito addosso fin dalle scuole elementari.
Camminando verso la sua stanza non potè non ammirare lo splendido lavoro fatto da sua madre che, come se si avvicinasse una guerra, aveva preparato alla perfezione il fortino che Jackie avrebbe difeso e vissuto nelle successive due settimane, pulendolo da capo a piedi e rifornendolo di tutto il necessario.
Ovunque si girasse Jackie vedeva ordine, qualsiasi cosa cercasse con lo sguardo era lì: i soprammobili erano dritti, gli asciugamani in bagno erano puliti e piegati, saponi e confezioni di bagnoschiuma nuovi e pronti all’uso. I suoi cassetti non avevano mai visto tanta biancheria pulita e perfino la scarpiera p

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L'ombra di Cougar Hill

"Se mi vogliono sono così, di certo non posso cambiare: perché io, di sentire dei
cavalli che mi spingono la schiena, ne ho bisogno come dell'aria che respiro".
Gilles Villeneuve


I duecentottantacinque cavalli sembravano voler uscire da sotto il cofano e liberare altrove la loro frenetica potenza, ma il possente propulsore, simile a un vecchio e ruvido sergente di cavalleria, riusciva ancora a tenerli imbrigliati. I quattro pistoni scorrevano impazziti lungo le pareti rivestite di una speciale pellicola in lega di alluminio e spingevano l'auto da corsa a una velocità di quasi duecentosessanta chilometri all'ora.
La pista, era ancora bagnata dalla pioggia di un precedente temporale continuato con ostinazione tutta la notte e rispecchiava le forme irregolari degli sfreccianti bolidi dagli occhi scintillanti e dell'immoto autodromo. L'asfalto dal manto lucido e scuro, era imbrattato dai residui di gomma di precedenti frenate o sgommate. Il manto non era di quelli drenanti e non assorbendo l'acqua piovana, diventava il peggiore incubo per un pilota inesperto e una sfida per il campione smaliziato.
Gli occhi grigi di Kim si alternavano dalla pista al contagiri. Stava percorrendo il lungo rettilineo e la punta dell'ago arancione andava quasi a pungere gli ottomila giri stampati nero su bianco, poi fece un rapido semicerchio in senso antiorario, la Bmw era quasi in prossimità di una stretta chicane che avrebbe smorzato, almeno per una breve durata, la boria di quei poderosi destrieri.
Kim osservava spesso i retrovisori e ogni volta malediva il muso bianco e blu della Chevrolet Cruze, perché sembrava avere un gancio di traino che collegasse il suo avantreno all'assale posteriore della Bmw, incollandola a pochi decimi dal suo primato. E questo irritava Kim Lancetti, abituato a larghi margini di vantaggio in questo tipo di gare.
Un inconveniente tecnico ancora non ben identificato, impediva al Team De Angelis di comunicare con Kim, rendendolo solo in questi

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   0 commenti     di: Ognibonus


Lo strano caso della porta alchemica

“Ben arrivato professore, ha fatto buon viaggio?”
“Poteva andar meglio mio caro Carlo. "rispose l’uomo con un accento tipicamente nordico- Il mio aereo è partito da Londra con ben quattro ore di ritardo. Contavo di arrivare a Roma per ora di cena e invece….”
“Non si preoccupi professore, se vuole posso servirle qualcosa da mangiare. Non sono uno chef ma da buon italiano so cavarmela bene anche in cucina.”
“ Vi ringrazio ma non è proprio il caso, "rispose- sono talmente stanco, a quest’ora, che non vedo altro che un buon letto. Piuttosto mi usi una gentilezza: Ho già chiamato mia moglie non appena arrivato all’aeroporto di Ciampino, non più di mezz’ora fa ma sa come sono le donne? Nel caso domattina non dovessi svegliarmi per le otto, chiami lei stesso questo numero da parte mia, chieda di mia moglie e me la passi direttamente in camera.”
“Stia tranquillo professore, sarà fatto!”
Howard Breadley aprì la tenda e guardò fuori della finestra della sua camera d’albergo. Erano appena le sette del mattino, il cielo era terso ma si accorse che durante la notte la temperatura doveva aver raggiunto valori molto bassi, i tetti circostanti, infatti, erano completamente ghiacciati.
Sbadigliò un paio di volte poi stiracchiò le braccia per ridestarsi dal torpore. Intanto, attraverso i vetri, guardava S. Pietro in Vincoli sonnecchiare ancora. A quell’ora la vita della città non aveva certo ripreso il suo pieno ritmo. Si trovava a Roma solo dalla notte prima ma conosceva la città abbastanza bene. C’era stato molte altre volte ed ogni volta ne rimaneva completamente ammaliato. Mentre osservava distrattamente quell’ inconsueto scenario, iniziò ad organizzarsi mentalmente la mattinata, non voleva perdersi neanche un’ora di quella vacanza ma non aveva fretta, quindi l’avrebbe vissuta con la massima calma ed in tutto relax. In realtà non si trattava di un viaggio di piacere vero e proprio. Stava

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Una serena notte d’estate

Quella che vi sto per raccontare è una leggenda terrificante.
Ma piena di fascino... fa venire i brividi a tutti i lupi del mondo, anche a quelli vecchi e pieni di cicatrici come me. Siamo noi i primi a raccontare o ad ascoltare questa storia a fauci spalancate, inebriati dall’orgasmo che solo la paura sa regalare. Io, per esempio, ogni volta che la racconto perdo il sonno per tutta la notte, leggenda o verità che sia... non c’è niente da fare... non riesco più a dormire!

La vicenda narra di un giovane lupo che, attardatosi e lasciato indietro dal branco, perse la via di casa e venne sorpreso dalle tenebre in mezzo al bosco, molto lontano dalla tana. Era una notte estiva molto luminosa, eppure un’oscurità innaturale aveva improvvisamente disorientato il cucciolo, facendogli perdere il contatto con i suoi compagni. La notte, come dicevo, era luminosa, se escludiamo la zona buia dove, improvvidamente, si era cacciato il lupacchiotto, luminosa e molto calda per i lupi, con la luna piena a rischiarare un cielo altrimenti nero come il futuro del pianeta. Inutilmente il giovane ululò ai compagni di aspettarlo: il branco aveva fretta di tornare alle tane e tutti i lupi, saziati da una battuta di caccia molto fortunata, scherzavano tra loro, non prestando attenzione alcuna a quei disperati ululati. Troppa era la voglia di tornare, al più presto, tra le fresche, nude pareti della tana, al riparo da quella malefica luna piena (che, è noto, provoca una fastidiosa allergia, un’eruzione cutanea che indurisce il pelo e irrita la pelle).

Ebbene, ciò che non poterono gli ululati del disperso poté un secco colpo di fucile, che venne distintamente percepito da tutti: all’istante il branco si immobilizzò.
«Che è ‘sto colpo?» disse allora il capo branco irrigidendosi; il capo era uno stupendo esemplare  originario della Sila, dal pelo bruno lucente.
Fu prontamente imitato dagli altri (l’emulazione del condottiero non è prerogativa solo delle pecor

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BRUTTO E DANNATO

Dicembre di un qualsiasi anno.

Lei era bellissima…
Forse era la più bella tra tutte le ragazze che fino ad allora avevo incontrato.
Quel suo modo di mantenere la sigaretta tra le labbra, come farebbe un maschiaccio, mi aveva fin da subito rapito.
Non tutte le donne hanno classe.
Non tutte le donne che hanno classe, la conservano nel tenere tra le labbra una sigaretta.
Era capace, benché avesse delle labbra molto carnose, di non sporcarle col suo rossetto neanche un po’.
Per giorni e giorni… avevo passato il tempo a guardarla da lontano.
Avevo avuto il tempo di osservare ogni suo gesto, ogni suo movimento con le mani. Anche il più semplice, anche il più insignificante.
Lei non si era mai accorta di me.
Io avrei potuto perdermi nel blu dei suoi occhi.
Oppure rimanere per sempre avvinghiato ed intrappolato nella sua bellissima chioma bionda.
E avrei voluto mordere quelle labbra.
Ma non potevo.
Non dovevo.
E intanto continuavo ad osservarla.
Prima da lontano.
Poi da vicino, sempre più vicino.
Lei, invece, continuava a non accorgersi di me.
Lei era una ragazza solare e piena di vita.
Sempre sorridente, allegra… e con quella sigaretta perennemente sulle labbra… che le conferiva quell’aria da maschiaccio che quel bellissimo corpo e quel viso così delicato mai avrebbe potuto tradire.
Io invece ero sempre vestito di nero.
Occhiali neri. Cappello nero. Vestito e guanti neri.
Io non ero affatto bellissimo.
E comunque lei non si era mai accorta di me.
Eppure io trascorrevo a volte anche delle ore a guardarla. Ad osservarla.
Qualche volta ne ho anche seguito gli spostamenti.
Potrei descrivere perfettamente il percorso che fa ogni mattina quando si reca al lavoro. L’orario in cui esce da casa.
Le tappe che affronta.
Le persone che incontra.
A che ora torna a casa.
Potrei ossessivamente descrivere com’era vestita ieri, e ieri l’altro, ed il giorno prima, e quello prima ancora.
Conosco tutte le sue amiche. I suoi amici. Le p

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   3 commenti     di: Ettore



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