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Racconti del mistero

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Lei

Eppur lei aprì gli occhi ad un nuovo giorno, ma non sorrise, non gioì. S'accorse, in quell' istante che destò lo sguardo, di non vivere, ma di attendere i giorni e minuti, fin anche a programmare l'ultimo secondo di un'esistenza calcolata.
E poi lei s'accorse d'esser morta ieri, e il giorno prima ancora, capì, sorridendo appena, che avrebbe continuato a morire in eterno, e avvolta nella seta delle sue lenzuola, intuì che gli uomini vivono mille volte nella vita, e che in una di queste, sono a loro decidere quando e come morire.

   3 commenti     di: Anthony Black


Si chiamava come te

Chiuse la porta, piegando la sottile maniglia d'ottone, lentamente. La luce, proveniente dal corridoio che portava alla sua stanza, si fece sempre meno invadente, ritirandosi progressivamente, fino a un punto in cui oggetti e forme scomparvero. Muovendo timidamente le braccia, egli cercò invano l'interruttore. Eppure si ricordava di averlo visto lì, prima di uscire. Solo il rumore, improvviso, della cornice d'argento, fatta cadere con un colpo maldestro del braccio destro, gli restituì un poco di cognizione. Nella sua testa, in qualche sperduta palude, stavano impantanate le sue credenze più remote, quelle che ogni sabato sera smuoveva con rapidi quanto disorientanti sorsi, attaccato a quella 33 cl verde. Anche quella settimana aveva segnato una serata con il solito marchio, costituito da un trancio di pizza al taglio da Nando, divorata sul marciapiede antistante l'opaca vetrina, e una birra gelata bramosa di togliere il respiro. Si vedeva ancora vicino a Sandro, il quale era intento ad ascoltare il monologo di uno strano tizio, dall'accento slavo, di cui ovviamente non ricordava il nome. Lo straniero seguiva a cascata i suoi pensieri, cercando ma non riuscendo a raccontare una rissa che lo aveva visto protagonista di cui portava ancora un' evidente traccia sullo zigomo destro. Sandro ne era come attratto da quel taglio, come se fosse l'unica vera prova che desse un fondamento a quella serie impalpabile di parole che il suo interlocutore continuava imperterrito a vomitargli addosso. Cercava di non essere indiscreto, ma rimaneva anche alcuni secondi a fissare quella striscia rossastra vicino alla fronte, in silenzio, mentre quello, preso dalla foga della narrazione, gesticolava come un venditore ambulante di coltelli. Probabilmente ne aveva anche uno, nascosto sotto il giubbotto di pelle nera. A questa idea, Carlo sentì un brivido lungo la schiena, e fu come svegliarsi con gli occhi chiusi. Buio pesto. E si avvertì ancora in piedi nella sua stanza, sospe

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   2 commenti     di: Matteo Zanetti


Villalobos

L’arrivo a l’aeroporto di Madrid fu in perfetto orario, in pochi minuti Marco era già allo sportello dell’agenzia di noleggio auto. Marco amava la Spagna, forse perché quando era ancora studente si era innamorato di una ragazza spagnola…aveva imparato la lingua… o forse solamente era affascinato da quella terra.
Il lavoro al “Mistero” gli dava la possibilità di viaggiare molto, la rivista, con filiali in tutto il mondo e un sito internet fra i più “cliccati” dagli amanti del brivido e dell’occulto, si era interessata ad un caso strano legato a leggende popolari… e Marco fu scelto e inviato, naturalmente, per la conoscenza del paese e della lingua e soprattutto per l’amicizia “complice” con Olga, la referente della rivista in Spagna, che aveva tanto insistito per la sua collaborazione.
- Lei è il signor?- Domandò l’addetta dell’agenzia di noleggio, ed in perfetto spagnolo Marco rispose- Locatanni, Marco Locatanni, dovrei avere un’ auto prenotata dalla rivista “Mistero” –
- Aspetti che controllo… si, mi dia la patente per registrarla, un attimo di pazienza-
Marco pensava… pensava ai pochi mesi vissuti proprio a Madrid…e a Olga, conosciuta al meeting della rivista tenutosi a Firenze (la città natale di Marco), e come avrebbe reagito rivedendola.
- Ecco la sua patente, può ritirare la sua auto al nostro parcheggio, un nostro incaricato le spiegherà tutto. Le interessa una mappa della città?-
- No, grazie… conosco la città- disse sorridendo. – Grazie mille, buona serata-
Era il primo pomeriggio di una giornata afosa di luglio, Marco sapeva solo l’indirizzo della sede Spagnola della rivista… nella centralissima Gran via.
Li avrebbe avuto i dettagli della storia di cui si doveva occupare. Sapeva che solo che era un paese in mezzo alla meseta, un po’ lo intrigava… avrebbe visto e vissuto nelle stesse terre che avevano ispirato Cervantes nel Don Chisciotte.
Ma quello che lo interessava veramente

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Supercortemaggiore (ultima parte)

"Ho paura, tanta paura. Stammi vicino, aiutami" Acquasanta mi stringeva convulsamente la mano. Era bianco come la neve per il terrore della morte e la consapevolezza che stava per arrivare da un momento all'altro. Aveva sempre desiderato girare il mondo e conoscerlo tutto ma si era dovuto accontentare di visionare decine e decine di videocassette, in pratica un vero e proprio condensato del pianeta. Aveva lo sguardo perso chissà dove e io rimasi ad assecondarlo fissando il medesimo punto, forse nella speranza di vedere ciò che egli vedeva. Ritornai al triste presente quando la sua mano si posò sulla mia, mi girai verso di lui e gli sorrisi. Egli mi guardava con dolcezza, poi disse:
"Povero Manodritta! Dopo di me resterai solo, senza amici, solo con i ricordi. Come vivrai?" Aveva ragione. Lui era l'ultimo del gruppo, un gruppo incredibilmente sfortunato il nostro poiché tutti erano morti prematuramente ed accomunati da un solo particolare: erano tutti celibi, così nessuna moglie e nessun figlio avrebbe pianto e sofferto, tranne me unico superstite.
Il respiro di Acquasanta si stava facendo convulso, probabilmente stava per sopraggiungere una crisi di terrore, sentii la sua mano posarsi sulla mia e stringere. Le dita erano fredde, esili e al contempo forti. Pensai a qualcosa da dirgli, qualcosa che lo distraesse, ma non sapevo cosai. Ero ancora alla ricerca di un convenevole quando mi accorsi che ma ormai giaceva con la bocca socchiusa e gli occhi dilatati. Mi sono sempre chiesto quale sia stato il suo ultimo pensiero.
Una mano mi sfiorò con amorevole delicatezza la nuca, era la mamma, comparsa come di incanto. Il suo tocco mi infuse coraggio e sempre con lo sguardo calamitato su Acquasanta le parlai:
"Anche io ho tanta paura mamma, come lui."
"lo so tesoro, per questo sono qui"
"Si ma un giorno mi lascerai"
"No, ti sarò sempre vicino, ogni volta che mi vorrai ti basterà pensarmi"

* * *

Non vi era alcuna fonte luminosa eppure in quel sotterraneo

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   5 commenti     di: Michele Rotunno


Lo scontro

Alla fine era successo... Erano anni che lo sapeva, avrebbe dovuto essere preparato, invece no. Il suo cuore gli diceva, anzi gli URLAVA che era sbagliato, assolutamente sbagliato. Ma da quanto tempo non ascoltava il suo cuore? Tanto. Troppo.
Nessuno gli aveva mai creduto, in tanti anni nessuno gli aveva mai dato nemmeno il beneficio del dubbio! A parte quell'uomo... Ed ora il suo corpo giaceva freddo sottoterra, ed era stato LUI a mandarcelo. Lui aveva pronunciato quelle due maledette parole... ma aveva avuto scelta? No. Non l'aveva avuta. Ed ogni dubbio era sparito nell'udire la preghiera di quell'uomo "Ti prego" gli aveva detto... e lui l'aveva accontentato. Come sempre. Non gli era mai nemmeno importato sul serio dell'Ordine, a lui importava solo non deludere l'unico uomo che gli avesse mai creduto. E adesso lui era morto.
Guardò in altro, verso il cielo, per cercar conforto nelle stelle, ma non ci sarebbe stato conforto per lui quella notte, né mai più. La pioggia cadeva incessante, ma era un bene, perché cancellava le tracce delle sue lacrime.
Rumore di passi alle sue spalle, stava arrivando. Strinse forte la bacchetta. Anche quello gli toccava. Qualcuno si era fermato dietro di lui, in attesa. Sapeva chi era.
Si girò a guardare dritto negli occhi quel ragazzo, suo figlio. Lesse solo odio allo stato puro e non se ne stupì. Non provò nemmeno a giustificarsi, non sarebbe servito. Non ci sarebbero stati sconti, da nessuna parte.
Strinse più forte la bacchetta e vide che suo figlio faceva lo stesso, gli scappò un sorriso.
Ripensò un'ultima volta ad Albus Silente e all'unica donna che l'aveva amato sul serio e che gli aveva dato quel figlio che stava per combattere...
"Mi dispiace" pensò rivolto a tutti e due, poi chiuse la mente ed il cuore e si preparò.
<<harry...>> disse
<<piton...>> fu la risposta
E lo scontro ebbe inizio.
Harry stava vagando per Londra, senza meta, ricordava a malapena che era stato Lupin a portarlo lì da

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   9 commenti     di: Martina Strambi


Immobile

Paralizzato.
Il cervello perennemente in movimento vorticoso ma senza la minima possibilità di far muovere un muscolo.
Quanti impulsi partivano dalla sua testa per raggiungere arti che si rifiutavano di eseguire gli ordini.
Ricordava perfettamente il formicolio al mignolo.
Quanto ci aveva scherzato su.
Me lo taglieranno, diceva quando ancora le labbra riuscivano ad aprirsi e dalla sua bocca potevano uscire parole.
Era stato il primo sintomo.
Lo aveva ignorato.
Non sarebbe servito a nulla darci maggiore peso.
La malattia che lo aveva ormai annientato era irreversibile e inarrestabile.
Una lenta -ma non troppo- progressiva paralisi di tutti i muscoli.
L'unica parte immune, lo malediceva tutti i giorni, il cervello.
Quando la sua mente non era ottenebrata dall'odio, venivano a galla ricordi del passato.
Quante volte aveva detto "piuttosto che rincoglionito meglio la morte". Innumerevoli volte. Perchè non ponevano fine alle sue sofferenze e alle sue umiliazioni?
Della sua vecchia squadra era stato il terzo ad ammalarsi.
Che squadra gloriosa!
Sedici anni prima si erano classificati terzi nel campionato di Prima categoria.
Era stato l'anno in cui era comparso tra i dirigenti "U megu".
Un giovane medico che riforniva di integratori.
Associati ad un allenamento molto intenso aveva contribuito a fare della squadretta una macchina da risultati.
Terzi in classifica dopo una cavalcata esaltante.
Quanto era stato bello!
Vincere. Dopo anni di campionati senza infamia ne' lode, finalmente, qualche soddisfazione.
Ci sentivamo campioni di serie A.
Nessuno poteva immaginare che anni dopo avremmo pagato a caro prezzo quelle vittorie.
Ma cosa stava succedendo? Lo stavano spostando.
Come un oggetto, come una pianta.
Con il sorriso ipocrita di chi deve fingersi gentile, lo stavano spostando verso la finestra.
"Lo metta qui, così prende un po' di aria" disse sua moglie.
Proprio come una pianta - pensò tra se'. Quando pioveva spostava fuori le piante a bagn

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IL caso delle Tre Farfalle

Non vi era molto di cui discorrere nella Piazza di Cerro Veronese in quel malinconico pomeriggio estivo del 7 Luglio 2014. Da queste parti la popolazione è un crogiolo indefinito di residenti, gente che proviene da montagne ancora più lontane in cerca di un po' di città, e cittadini che espiano i loro peccati urbani e metropolitani saccheggiando la Lessinia delle sue emozioni e dei suoi profumi.
Chi sicuramente fatica a fare della propria vita un'opera d'arte, come imporrebbe l assioma D'annunziano, è chi in queste terre è cresciuto senza avere mai la concreta possibilità di migrare, di seguire la propria strada, di uscire da quel caldo, sicuro, ma vertiginosamente stretto sentiero che la sua famiglia aveva generazione dopo generazione scavato negli altipiani dell'incertezza per garantirgli un avvenire sereno. Sarebbe troppo facile dipingere su una tela grinzosa con tempere spente e colori freddi le figure del panettiere del paese, piuttosto che del gelataio o dello staff di ragazze assuefatte dalla nicotina che si avvicendavo vorticosamente al Bucaneve, quartier generale del villaggio che insieme alla Pizzeria Araldo permetteva alla cittadina di Cerro di essere spesso inserita negli itinerari dei gastronauti; tutte queste figure si possono fotografare con una vecchia Polaroid, se ne possono far sviluppare le sagome, e si può accatastarle tra tutte quelle inutili e soprattutto inutilizzate cianfrusaglie con cui soffochiamo le nostre soffitte, sperando di soffocare così anche la nostra sete di ricordi e l'inquietante consapevolezza che il passato non tornerà mai più. Per descrivere il personaggio che animerà il nostro racconto e ci distoglierà momentaneamente dagli affanni quotidiani occorrono ben altri strumenti, occorre quella tempera che avevate accantonato perché si era sporcata con dell'altro colore, occorre quella penna che scrive divinamente ma che a tratti pare abbia finito l'inchiostro, occorre quella macchina fotografica di ultimissima generaz

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   0 commenti     di: Riccardo



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