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Racconti del mistero

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TANGENZIALE EST: CODA PER INCIDENTE IRRISOLTO

Tutto quello che riusciva a vedere era una luce blu intermittente sopra di lei e, più in alto, una macchia luminosa arancio abbagliante. Richiuse gli occhi all’istante. Sentiva qualcuno che parlava vicino, ma capì solo qualche parola confusa: “Valori alterati, ... ossigeno”. Voleva parlare, ma le labbra non riuscivano a schiudersi. Cercò allora di muovere mani e piedi, ma nulla.
Silenziose due lacrime iniziarono a scenderle sul volto, l’unico modo in cui riusciva a comunicare il suo risveglio. Qualcuno, forse una donna, se ne accorse e iniziò a chiamarla concitata: “Miranda, mi senti? Muovi gli occhi dai. Miranda ci sei, dimmi qualcosa”. Miranda restò immobile iniziando a piangere più forte per rabbia, paura… impotenza. Le misero una maschera sul viso, sentì freddo, e respirò profondamente. Provò a spostare quei macigni dalle sue dita, le mosse un po’. Piano piano i pensieri si misero in fila, capì di essere sdraiata su qualcosa di duro, ruvido e caldo. Si trovò con quattro occhi sconosciuti puntati su di lei, le toccavano il polso, le sorridevano. “Miranda ci sei?”. Sbattè le palpebre, era un sì.

Tutta quell’acqua le scivolò via dalle pupille, vedeva piedi, tanti piedi, sentiva un rumore di gomma bruciata, vedeva il cielo di un tramonto infuocato, qualcuno parlava lì intorno. Una fitta alla tempia, un flash dietro le palpebre chiuse, il volto di Fabrizio si disegnò all’istante. Dov’era adesso? Lo vedeva furente, un secolo fa o forse un attimo prima. Cercò di alzarsi, l’ossigeno iniziava a farla stare meglio, non voleva starsene inerme, voleva scappare via. La aiutarono e si appoggiò con la schiena al pneumatico dell’ambulanza, parcheggiata con le portiere ancora aperte e qualcuno che trafficava intorno.

La macchina di Fabrizio era distrutta. Schiacciata contro il new jersey, il parabrezza in frantumi, gli air bags scoppiati. Tra le lamiere e quell’inferno cercava il suo viso. Un piccolo drappello d

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   3 commenti     di: Laura Defendi


BRUTTO E DANNATO

Dicembre di un qualsiasi anno.

Lei era bellissima…
Forse era la più bella tra tutte le ragazze che fino ad allora avevo incontrato.
Quel suo modo di mantenere la sigaretta tra le labbra, come farebbe un maschiaccio, mi aveva fin da subito rapito.
Non tutte le donne hanno classe.
Non tutte le donne che hanno classe, la conservano nel tenere tra le labbra una sigaretta.
Era capace, benché avesse delle labbra molto carnose, di non sporcarle col suo rossetto neanche un po’.
Per giorni e giorni… avevo passato il tempo a guardarla da lontano.
Avevo avuto il tempo di osservare ogni suo gesto, ogni suo movimento con le mani. Anche il più semplice, anche il più insignificante.
Lei non si era mai accorta di me.
Io avrei potuto perdermi nel blu dei suoi occhi.
Oppure rimanere per sempre avvinghiato ed intrappolato nella sua bellissima chioma bionda.
E avrei voluto mordere quelle labbra.
Ma non potevo.
Non dovevo.
E intanto continuavo ad osservarla.
Prima da lontano.
Poi da vicino, sempre più vicino.
Lei, invece, continuava a non accorgersi di me.
Lei era una ragazza solare e piena di vita.
Sempre sorridente, allegra… e con quella sigaretta perennemente sulle labbra… che le conferiva quell’aria da maschiaccio che quel bellissimo corpo e quel viso così delicato mai avrebbe potuto tradire.
Io invece ero sempre vestito di nero.
Occhiali neri. Cappello nero. Vestito e guanti neri.
Io non ero affatto bellissimo.
E comunque lei non si era mai accorta di me.
Eppure io trascorrevo a volte anche delle ore a guardarla. Ad osservarla.
Qualche volta ne ho anche seguito gli spostamenti.
Potrei descrivere perfettamente il percorso che fa ogni mattina quando si reca al lavoro. L’orario in cui esce da casa.
Le tappe che affronta.
Le persone che incontra.
A che ora torna a casa.
Potrei ossessivamente descrivere com’era vestita ieri, e ieri l’altro, ed il giorno prima, e quello prima ancora.
Conosco tutte le sue amiche. I suoi amici. Le p

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   3 commenti     di: Ettore


Supercortemaggiore (ultima parte)

"Ho paura, tanta paura. Stammi vicino, aiutami" Acquasanta mi stringeva convulsamente la mano. Era bianco come la neve per il terrore della morte e la consapevolezza che stava per arrivare da un momento all'altro. Aveva sempre desiderato girare il mondo e conoscerlo tutto ma si era dovuto accontentare di visionare decine e decine di videocassette, in pratica un vero e proprio condensato del pianeta. Aveva lo sguardo perso chissà dove e io rimasi ad assecondarlo fissando il medesimo punto, forse nella speranza di vedere ciò che egli vedeva. Ritornai al triste presente quando la sua mano si posò sulla mia, mi girai verso di lui e gli sorrisi. Egli mi guardava con dolcezza, poi disse:
"Povero Manodritta! Dopo di me resterai solo, senza amici, solo con i ricordi. Come vivrai?" Aveva ragione. Lui era l'ultimo del gruppo, un gruppo incredibilmente sfortunato il nostro poiché tutti erano morti prematuramente ed accomunati da un solo particolare: erano tutti celibi, così nessuna moglie e nessun figlio avrebbe pianto e sofferto, tranne me unico superstite.
Il respiro di Acquasanta si stava facendo convulso, probabilmente stava per sopraggiungere una crisi di terrore, sentii la sua mano posarsi sulla mia e stringere. Le dita erano fredde, esili e al contempo forti. Pensai a qualcosa da dirgli, qualcosa che lo distraesse, ma non sapevo cosai. Ero ancora alla ricerca di un convenevole quando mi accorsi che ma ormai giaceva con la bocca socchiusa e gli occhi dilatati. Mi sono sempre chiesto quale sia stato il suo ultimo pensiero.
Una mano mi sfiorò con amorevole delicatezza la nuca, era la mamma, comparsa come di incanto. Il suo tocco mi infuse coraggio e sempre con lo sguardo calamitato su Acquasanta le parlai:
"Anche io ho tanta paura mamma, come lui."
"lo so tesoro, per questo sono qui"
"Si ma un giorno mi lascerai"
"No, ti sarò sempre vicino, ogni volta che mi vorrai ti basterà pensarmi"

* * *

Non vi era alcuna fonte luminosa eppure in quel sotterraneo

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   5 commenti     di: Michele Rotunno


Tosse

Non riusciva ad individuare quale fosse la chiave d’ingresso, troppo simile alle altre del mazzo; o forse la sua vista era troppo annebbiata. Le grosse dita afferrarono una per una le singole chiavi, nella speranza che il tatto lo aiutasse a trovare quella giusta. I riflessi lo rallentavano. Un colpo di tosse gli scosse il petto, seguito da un altro ancor più violento e¿  rumoroso. La respirazione si faceva affannosa, ansimante. Si resse al pomello esterno della porta, sentiva le gambe cedergli e se fosse caduto nessuno lo avrebbe aiutato a rialzarsi. Tentò con una chiave. Non era quella giusta. La infilò bruscamente nella toppa tanto da incastrarla, per fortuna con uno strattone riuscì ad estrarla. Goccioline salate iniziarono ad imperlargli la fronte. Respirava a fatica. Sudava.
E tossiva.
Finalmente la chiave girò, gracchiò nella serratura e, accompagnata da un cigolio sinistro, la porta si aprì dinanzi a lui. Una sciabolata di luce, proveniente dal freddo neon del ballatoio esterno all’abitazione, squarciò il buio dell’ingresso. L’uomo richiuse la porta dietro di sé e l’oscuritÿ  inghiottì di nuovo la stanza.
Tossì.
Avanzò a fatica, reggendo la propria stanchezza sulla spalliera di una vecchia sedia sfondata, appoggiata ad un tavolo al centro della stanza. L’interruttore non funzionava. Ma no, ricordò che la luce l’avevano staccata da un pezzo. L’unico segnale di vita era il suo respiro affannoso, faticoso, stanco. Si trascinò verso il divano dove sprofondò poco dopo.
Tossì.
I colpi di tosse erano come tuoni che squassavano un’atmosfera di morte, di solitudine disastrata, di esistenza che rubava giorni senza senso. Non riusciva a respirare, la tosse lo tramortiva; picchiava duro nella sua testa, gli infuocava la gola. Già , gli infuocava la gola. Forse è per questo che ogni giorno se ne andava in quel lurido bar a consumare qualche goccia di fuoco liquido, malsana estasi, piacere proibito e violento. Quel basta

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La casa fantastica (parte prima)

Io e la mia famiglia abitavamo in una villetta stile ranch americano, due figli per due genitori meravigliosi, i quali hanno creato un mondo tutto loro da poterlo regalare a me e mia sorella Sara. Dimenticavo io sono Salvo, abbreviativo di Salvatore nome tipico Siciliano, si perché viviamo alle pendici dell’Etna “la montagna” in una di quelle villette che vanno da Nicolosi per Pedara, zona salubre ed a stretto contatto con la natura.
Mio padre impiegato dello Stato, mia madre casalinga pentita, perché la sua massima aspirazione era quella del canto, rimasto un sogno che realizza giornalmente tra le mura di casa nostra, visto che ci tortura forzatamente ad ascoltarla nelle sue impazzate canore a tutte le ore, guardandoci in faccia mentre lo fa in atteggiamento di sfida, come per dire: sono quà e mi dovete sopportare. Io studente liceale con la passione dei francobolli, delle macchine radiocomandate, della pittura, della poesia, del calcio, della subacquea………. o forse farei prima a dire quello che non faccio?  Bha! continuiamo con le presentazioni, mia sorella Sara tredicenne ultimo anno di media, il suo Hobby preferito? raccontare ai miei tutte le mie telefonate “amorose“ con le mie amicizie femminili, per farla breve una Sherlock Holmes sotto mentite spoglie di una ragazzina viziata…ma! che in fondo mi vuole un gran bene.
La casa dicevo stile ranch americano perché ci somiglia vagamente per le staccionate, lo stile architettonico misto tra la muratura in pietra lavica ed il  legno, tutto il terreno circostante pieno di alberi e colture da frutto, orticello, più in là una casetta ricovero per gli attrezzi da lavoro.
La casa è composta da tre elevazioni, più la cantina ed il garage ricavati dalla realizzazione delle fondamenta.
La parte più bella della casa per me è il sottotetto, una sorta di mansarda che contiene di tutto: per la serie ( adesso queste cose le mettiamo qui, poi le buttiamo ) questo accumulo si è protratto nel tempo,

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Il condominio

Improvvisamente a Milano dove un tempo c’era il luna park delle Varesine, in viale della Liberazione, è cresciuto in pochissime settimane un nuovo condominio. Gli abitanti della zona se ne accorsero solo quando il nuovo grattacielo con la sua altezza nascondeva a loro la luce del sole.
Il palazzone era enorme, bello a vedersi e realizzato con materiali che sembravano molto costosi. Tre porte d’ingresso, cinque ascensori, quindici piani e dai cinque agli otto appartamenti per piano.

Il caseggiato era di forma quasi circolare, sembrava un grande cilindro non chiuso, l’unico anello completo era quello del tetto che ricopriva tutto il palazzo e faceva da grande e altissimo arco nella parte dove l’edificio rimaneva aperto. Dentro c’era un piccolo giardino ben curato, alcuni giochi per i bambini, lo scivolo, l’altalena, delle panchine per le mamme e qualche pianta.
All’esterno la facciata, di ferro e grandi finestre di vetro brunito, era perfettamente liscia. Gli unici balconi si aprivano sull’interno, mentre il tetto dalla morbida forma ricurva era un enorme terrazzo verde di piante e colorato di fiori diviso in più parti a seconda del numero degli appartamenti sottostanti. C’era qualcuno che aveva fatto mettere anche una piccola piscina privata.

Dall’alto dei quindici piani si godeva una vista spettacolare e unica in tutta Milano. Nelle giornate limpide le montagne di Lecco sembravano talmente vicine da poterle quasi toccare. Si vedeva il grattacielo Pirelli, la Madonnina del Duomo, e la stazione di Porta Garibaldi così piccola da sembrare quasi un modellino. Insomma era un condominio di grande prestigio. Fuori sul portone c’era ancora un cartello che diceva: “vendesi appartamenti signorili di diverse metrature”.

23 maggio. Il signor Umberto Pirola era lì fuori seduto su una panchina che aspettava l’agente immobiliare per andare a vedere una proposta di vendita. Era un uomo di circa sessant’anni, preciso e abitudinario. Guard

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BRICIOLE DI FELICITA'

No, non è che non voglia rivelare il suo vero nome, casomai un vero nome fosse plausibile, all’inizio della narrazione. È che non me la sento, almeno per il momento, di inventarne uno di sana pianta. Potrei scrivere che si chiamava Girolamo Ottipresti, oppure Galdino Furillo, o, che so, Teodoro Di Banco… Credo solo che sia meglio, al momento, chiamarlo semplicemente Pietro, tutto qui. Probabilmente ho l’esatta coscienza che ai fini di una storia come questa un nome valga esattamente un altro: non è rilevante. Quindi…
Pietro nacque, come tutti, molto giovane, proprio un bambino, direi, strettamente, neonato. Ebbe un’infanzia assolutamente nella media, con un curriculum scolastico non così brillante ma neanche da buttare, non in tutte le materie ma quasi. Certo, eccelleva in disegno ed era uno dei più bravi a scalare il quadro svedese. Per contro non capiva l’aritmetica ed in letteratura non è che si applicasse molto. Tutto il resto lo svolgeva con passabile mediocrità. Fu poi adolescente né alto né basso, snello ma non proprio magro, senza molte amicizie femminili come qualsiasi quattordicenne neo- baffuto che si rispetti. A tavola gradiva quasi tutto ma con moderazione, il che lo rendeva trasparente alle feste di compleanno dei compagni di scuola, dove andavano per la maggiore le ragazzine anoressiche e i fanciulli bulimici. Insomma viveva una vita assolutamente normale, Pietro. Fino a quel maledetto giorno di novembre. Pietro stava attraversando la strada immediatamente davanti alla scuola, quel giorno così umido, affiancando Bartolomeo Caliè, detto “il coniglio” a causa degli incisivi da roditore e della tremebonda sensibilità. Il passaggio pedonale era regolato da un semaforo, il cui colore verde dovrebbe assicurare una certa tranquillità ai traghettatori appiedati, perciò i due ragazzi continuarono bellamente la loro immersione nel resoconto dettagliatissimo delle nuove forme che erompevano dal petto delle loro compagne di scuola.

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