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Racconti del mistero

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Krestos III

TERZA LUNA.
Si dice che nell'attimo prima di abbandonare questo mondo, la vita intera sfili dinnanzi ai tuoi occhi. Rivedi le menzogne da attore consumato, le comparse nelle esistenze di chi ti sta accanto. Le manie di protagonismo, gli applausi, le espressioni di scherno o biasimo.
E miliardi di istanti compressi e dilatati sulla soglia dell'assurdo. "È impossibile che tu stia morendo davvero", sembra sussurrare basita la tua mente. Poi, eccolo, quell'insistente senso di vuoto che ti attanaglia il petto ti dilania sino a perderti nell'aria.
Quanto tutto ciò fosse vero, il pretuncolo lo imparò quella notte. Nel momento stesso in cui fissò i suoi occhi in quelle iridi ardenti nel buio, capì che il suo soggiorno sulla terra era giunto al termine.
"Dio, perdona i miei peccati..."
La morsa sulla gola si fece meno opprimente. Solo allora il prelato si accorse che qualcosa bloccava le sue labbra tremanti. E che, tuttavia, respirava ancora.
- Zitto.
Parlò una voce nuda e gelida come il duro terreno d'inverno. Un brivido gli si irradiò fino al capo.
Se Dio c'era, se Dio lo amava, che almeno finisse subito. Che non lo lasciasse, lì, a tremare come un agnello senza religione. O che mandasse qualcuno dei suoi arcangeli a liberarlo, a bruciare col fuoco della santità quell'aborto di natura.
E i suoi desideri furono esauditi.
Improvvisamente, una fiammella guizzò nell'oscurità. Ballando, descrisse un ampio raggio di luce, sole nella notte pregna di morte. Rivelò le pareti blande e i mobili spartani, lo scrittoio vuoto e il rosario.
Si posò sull'aborto di natura, sui suoi lunghissimi capelli corvini, sul volto del biancore della neve.
Doveva esserci senz'altro qualcosa di sbagliato. Quello non era un aborto di natura. Era il viso di una giovane donna, di una giovane donna dagli occhi stranamente cangianti.
- Zitto. - ripeté. Gli sollevò una mano dalla bocca, l'altra dalla gola.
Il pretuncolo si tirò su massaggiandosi la gola.
- Chi... - comin

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   1 commenti     di: myatyc myatyc


L'incoerenza del genio

Questo breve testo non è un racconto, ma è un monologo.
breve ma che mi rispecchia...

Ascolto musica e scrivo nell’intento di cadere in una sorta di trance …
Oggi pensavo alla definizione di ‘precursore dei tempi ’ e ho concluso che questa definizione non è esatta, almeno secondo me.
Credo che il ‘precursore dei tempi’ sia colui che inventa le epoche future, non quello che le precede.
Mi trema il braccio sinistro, e non riesco a muovermi bene, forse per natura o per nervosismo. Non lo so …
Stanotte ho sognato le mie cugine ma non so in che modo.
Strani giorni, viviamo in strani giorni: ha ragione Battiato.
Come mi fa paura la vita. Ieri pensavo una cosa, oggi ne penso un’altra. Come mai? Che il disegnatore del Fato abbia assunto stupefacenti e non sa più orientarsi? Può darsi … nulla è prevedibile …
In una delle mie trance ho visto il numero 136 che moltiplicato per sè stesso fa 18496 che tradotto in lettere dell’alfabeto numerate da il nome AHDIF, il musulmano.
Strano nella trance continuavo ad essere accecato da una luce … la prima l’ho vista in un bacio tra me e una ragazza che si chiama …
Era come un faro costiero che continuava a ruotare e ad alternare le luce all’oscurità …
L’ho rivista ma nel bagliore mi sono sempre distaccato dal lobo destro della mente.

Il lato oscuro di ognuno di noi non è per niente nascosto. Il mio è quasi sempre in vista anche se nessuno se ne accorge.
Queste quattro mura che mi circondano la maggior parte della giornata amplificano questo stato di oscurità. La luce mi infastidisce gli occhi …

Ondeggio nella notte, che lei sia artificiale o naturale …. Continuo ad ondeggiare nella mia camera: sono una candela, a volte spenta altre accesa, ma ciò che conta è che in tutte e due i modi creo ombre.

Le ombre del mio passato mi tormentano, questi maledettissimi rimpianti che continuano a danzarmi davanti facendosi beffa di me, come quel tempo disonesto che mi colpi

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Il presagio

Decenni orsono viveva nell'isola di Malta un ragazzo quindicenne di nome Jonathan, di padre inglese e madre maltese. Il padre Herbert Leroy Norton era stato il capitano di un peschereccio e aveva lavorato per una compagnia ittica britannica. Era scomparso prima che lui nascesse perché una notte, mentre pescava lontano dalla costa, una violenta tempesta lo sorprese, capovolse la sua nave e lo fece annegare nel Mediterraneo insieme a tre dei suoi compagni. La madre Sarah Schifani dottoressa in medicina generale era molto dispiaciuta per il marito che non aveva neanche visto nascere il figlio, ma allevava al meglio il ragazzo insieme a sua madre, cercando per quanto possibile, di non fargli sentire la mancanza del genitore perduto. Dal canto suo Jonathan era sereno anche se si domandava come sarebbe stato poter conoscere il padre e che genere di rapporto avrebbe avuto con lui, sapeva dalla madre che era alto, aveva capelli biondi e occhi blu come si vedeva nelle foto; era un tipo ottimista, era contento della paternità ed aveva molti progetti, ma questo non chiariva tutto di lui. Durante l'inverno Jonathan andava in Inghilterra dai facoltosi nonni paterni chiamati Norman e Dorothy, per studiare nelle prestigiose scuole britanniche, anche se il ragazzo non si trovava molto bene con loro. Erano i nonni e naturalmente volevano il meglio per lui, per questo curavano la sua istruzione e volevano che si ambientasse nella ricca patria paterna. Ma erano anche duri e intransigenti e dicevano cose cattive sul conto della madre(a volte la chiamavano di nascosto pescivendola laureata). Oltretutto non parlavano bene neanche del figlio defunto con il quale avevano interrotto i rapporti prima della sua scomparsa, per divergenze relative al suo matrimonio. Loro avrebbero preferito che sposasse una certa Mary Perrodon, figlia di un generale di nobili origini della Royal Navy, perché questa unione avrebbe dato prestigio alla famiglia e avrebbe consentito a Norman secondo ufficiale

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Angel

Sono l’altra faccia del mondo. Sono i tuoi sogni più vividi. Sono il boia della tua passività. Il carnefice del conformismo. La minaccia dei desideri. Il morbo del caso.
Credo che i clienti amino chiamarmi Angel, io preferisco Disgregatore dei piani di Dio.
Giornata di lavoro oggi, gran bel lavoro il mio, dinamico, interessante e soprattutto soddisfacente.
Mi alzo dal letto, otto ore di sonno precise, come dicono i medici. Una tazza di latte freddo e sono pronto. Un attimo...
Eccomi qui. La mia rubrica questa mattina dice: Eddie Nead, quarantadue anni, commesso di supermercato, divorziato da tre anni da Susannah Nead, padre di due figli, Joe e Mac Nead, i ragazzi sono rimasti con la madre, lui ha il diritto di vederli solo due week-end al mese. Brutta roba.
Benissimo. Più la storia del cliente non mi piace più tende a piacermi il mio compito del giorno. Eddie Nead, preparati, oggi morirai. Di una morte purificatrice. Morirai per la prima volta.
La seconda spetta a Dio.

Prendo la Colt dal cassetto e me la ficco in tasca, la canna tintinna contro il coltello producendo una sorta di... Tintinnio? Bah, diciamo campanello d’allarme. Allarme rosso per l’amico Eddie.
Il dossier dice che oggi il mio cliente terminerà il turno alle diciannove. Cazzo. Non ho altro da fare fino a quell’ora... Poco male, il supermercato dista circa quaranta chilometri da casa mia, dovrei farcela andando comodamente a piedi, quattro passi in città sono quello che mi ci vuole per sgranchirmi il cranio.
Mi piace passeggiare per le strade, amo guardare la gente affannarsi per soddisfare bisogni che crede propri, farsi in quattro per impieghi e persone che non desiderano davvero. Le persone hanno bisogno di questo per creare e alimentare i propri sogni, le sanno bene le regole del circolo vizioso tra dovere e volere, quel che non sanno è che non hanno realmente bisogno di sogni. Sognare non è bene. Sognare ci induce ad essere mediocri, a mettere in cima al Monte dell’

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   5 commenti     di: Pio Chiozzo


L'avviso

Sentimmo il citofono. Era il postino, ed io mi rifiutai di ritirare la raccomandata. Appena intravista la busta con il logo di uno studio legale per mittente ben in vista, intuii di cosa si trattava. Certo, l’inizio della separazione in forma solenne! La ritirò lei, Maria, ed in casa tentò di mettermela materialmente nelle mani. Non volli prenderla e neppure aprirla, la rifiutati. Lo fece lei, l’aprì, tentando ancora una volta di darmi in consegna il contenuto. Continuavo a evitare il contatto con quel pezzo di carta, mentre un sentimento di reazione a ciò che vivevo come inaudita violenza, montava prepotentemente.

Il pensiero vagava iracondo, e Maria assumeva, quasi per contrasto caricaturale, un aspetto goffo, sventolando quel foglio innanzi a me, monito che la rivendicazione si rappresentava ormai nei canali ufficiali, nelle carte, nei tribunali. Ostentava così la sua nuova forza, pesante dell’intera Istituzione-Paese, che avrebbe dovuto rabbonire ogni mia resistenza, placare quel mio fare, nella lettura di lei, arrogante.

Ma l’effetto sortito fu opposto a quello sperato….
- “scriva tutto ciò che gli pare, caro il tuo avvocato, chiunque sia, libero di scrivere, in nome e per conto di chi gli pare, legittimato certo, legittimato! Ma non può impormi di leggere, di ricevere fisicamente nelle mani, le mie mani, le mie! ciò che ha deciso di spedirmi Io non lo leggo, non lo tocco neppure quel foglio!. Anzi dammelo, ecco cosa ne faccio, lo strappo in mille pezzi! E dillo pure al tuo avvocato, non mi sentirei obbligato ad un fare fisico neppure da un re! “

Un estremo sentimento di libertà è l’unico faro in certi momenti bui.

Poi, le conseguenze legali sarebbero state le stesse, lo sapevo bene. La legge ha già pensato a tutto. Se non ricevi, trascorso un certo periodo di tempo, è come se tu lo abbia fatto davvero. L’atto si presume notificato per “compiuta giacenza”. Ovvero, si stabilisce che la conoscenza o la

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   1 commenti     di: Carlo Diana


Il freddo

ci sono molte teorie per quanto riguarda il freddo, il freddo arriva dalle regioni del ghiaccio con il suo vento a raffiche lo porta sia piano che anche veloce. poi se volessimo parlare del sole dovremmo attendere il tramonto



o aspettare un temporale se si tratta in estate, invece se si tratta in inverno dovremmo aspettare una nevicata e anche prima della neve porta il freddo per poi nevicare fino che non si scioglie fa freddo


La mia teoria dice perchè noi sopportiamo meglio il caldo che il freddo? Diciamo che e facile rispondere... dentro il nostro corpo c'e una temperatura,

che questa temperatura e di 36 gradi se questa sciende di 10 gradi il nostro corpo avverte subito freddo... una teoria dice che è il muovimento ad esempio una corsa, la temperatura del nostro corpo aumenta...


questo vuol dire che se avessimo 10 gradi ne avessimo 20 in più poi la teoria importante cos'è che scalda il nostro corpo il sangue o l'ossigeno? Diciamo che non sarebbe ne il sangue e ne l'ossigeno


ma dipenderebbe tutto dal muovimento che noi facciamo ovvero il nostro cuore che scalda il nostro corpo quindi scalda l'ossigeno e anche il sangue e tutto il nostro corpo. Se non avessimo cuore che batte

non avessimo caldo ma avessimo sempre freddo e per questo motivo che a volte noi sentiamo più freddo e anche più caldo del normale perche il nostro cuore quando si ha freddo batte di meno e batte più forte quando si ha caldo.


Un 'altra cosa anche importante che se avete fatto osservazione e attenzione quando d'inverno abbiamo tanto freddo invece il nostro corpo ha più caldo rispetto dal esterno ci basta respirare a vuoto per vedere il nostro

ossigeno sembrerebbe che noi fumassimo una sigaretta facciamo fumo ma perchè tutto questo? Come noi sappiamo tutto il calore ha un fumo come il fuoco ha fumo e cosi' la nostra bocca ha calore e fa' fumo come se avessimo

"fuoco nel corpo e il camino fossi la nostra bocca"... teoria strana ma semb

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   1 commenti     di: mower rell


La sopravvissuta (terza parte)

"Vogliono costringerci ad uscire!" Patrick fissava attonito il fumo che si stava lentamente insinuando in tutti gli anfratti presenti nella porta. Di lì a poco la situazione si sarebbe fatta insostenibile.
"È colpa mia, io ti ho portato qui!" Juliette pareva essersi persa; tutta la sicurezza di poco prima, la coscienza delle sue capacità, ora non c'erano più. Era tornata la piccola ragazza indifesa che Patrick aveva trovato quella mattina nel deserto. La cosa personalmente non gli stava affatto bene; se volevano uscire vivi da lì aveva un bisogno assoluto del suo aiuto.
"Coraggio Julie, non devi incolparti." Cercare di tenere un tono calmo e rassicurante in un frangente del genere era complicato, ma Patrick ci riuscì piuttosto bene. "Hai detto che devo fidarmi di te e io mi fido. Oramai siamo qui dentro ed è inutile piangerci sopra."
Lei lo guardò e malgrado la scarsa illuminazione della stanza riuscì a scorgere nel suoi occhi la sincera fiducia che nutriva in lei.
Proprio quella fiducia che stava cercando.
"Hai ragione, sono una stupida. Forza, aiutami a spostare questi scatoloni."
Patrick non fece in tempo ad essere contento della sua reazione che l'acre odore del fumo gli arrivò alle narici preannunciandogli la fine che avrebbero fatto di lì a poco. Si mise d'impegno ed insieme spostarono ai lati la prima fila di scatole con la speranza che dietro potesse esserci quella giusta, quella che avrebbe dato a Juliette "l'illuminazione".
"Cosa fate adesso?" La voce proveniva da oltre la porta ed era minacciosa. "Vi decidete ad uscire o preferite morire soffocati?"
Patrick si voltò e puntò il fucile contro la porta intenzionato a premere il grilletto. Juliette afferrò l'arma all'ultimo momento fermandolo.
"No! Non sparare; un buco nella porta farebbe divampare le fiamme ancora di più. È un tranello per costringerti a sparare."
Il dito allentò la presa sul grilletto ma Juliette non tolse la mano dall'arma. Patrick sperò che stesse vedendo qual

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