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Racconti del mistero

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Una Strega o Una scienziata? - Parte Terza

Come una corsa, nella notte più tremenda e nel giorno più soleggiato. Stavo correndo privato di ogni mio desiderio se non di quello di salvarmi da quell'oscura tenebra che mi inseguiva, come una maschera di odio pronta a travolgermi. Era un sogno? Un incubo? Mi trovavo in uno degli strani mondi in cui mi aveva trascinato mia sorella Serena? Non ero in grado di dirlo. So solo che attorno a me era tutto buio eccezion fatta per quella scala di vetro sulla quale continuavo a correre e che sembrava non avere fine. Si avvolgeva, come un eterna spirale, su su e poi ancora più su. Non ero in grado di vederne la fine. Quelle ombre mi inseguivano, di tanto in tanto si fermavano, come a volersi prendere gioco di me, e io le osservavo in preda all'ansia mentre loro riprendevano la loro corsa, senza lasciarmi alcuna tregua. Provavo addosso una cieca paura, eppure non ero minimamente in grado di spiegare il perchè. Non erano che immagini fugaci, dal vago contorno, forse addirittura incorporee. Eppure non potevo farne a meno, sudavo freddo, e correvo, correvo ancora e mi affrettavo sempre più su. D'un tratto iniziai a vedere una luce, forse ero giunto alla fine di quel tortuoso e interminabile cammino? E cosa avrei trovato lassù ? una via di fuga o un semplice vicolo cieco? -Non avere paura, le ombre abbracciano la luce, ma se tu abbraccerai le ombre loro non ti distruggeranno- era la voce di mia sorella. Dov'era? non riuscivo a vederla, eppure sentivo chiaramente la sua voce che mi guidava, che mi incitava a fare ciò che mi diceva. Abbracciare le tenebre? Ma come avrei dovuto fare? Non ne avevo la benchè minima idea, eppure sentivo che dovevo seguire il consiglio di mia sorella. Mi fermai, li, in piedi sull'ultimo gradino di quell'interminabile scala, ed attesi. Trassi un profondo respiro, mi voltai con la lentezza di un condannato a morte che si appresta a perdere la vita per mezzo dei propri carcerieri, e fu li che vidi cos'erano in realtà quelle ombre. Erano persone,

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La linea 5

Occupava sempre lo stesso seggiolino della linea 5, quella dove non si paga; non si paga perche' non c'e' il fattorino, scendeva sempre alla medesima fermata, Kaisergracht, e si perdeva per il canale omonimo con il suo cammino incerto, un avanzare scordinato.
Un giorno decisi di seguirlo, non era facile pedinarlo perche' la sua camminata era talmente lenta che ad un certo punto mi tocco' superarlo, nel farlo urtai leggermente la sua spalla, un forte formicolio mi invase il corpo, mi girai improvvisamente, impaurito, e finalmente riusci' a vedere i suoi occhi, non c'erano.
Affrettai il passo, desideravo solo allontanarmi più possibile da questo individuo, iniziai a correre, superai canali, strade, prati, boschi, torrenti, nazioni intere, arrivai alla fine del mondo, e lui mi aspettava li'.
Entrammo insieme sulla linea 5 e non pagammo il biglietto, lui sul suo seggiolino io al mio posto di sempre, scendemmo in Kaisergracht e un individuo ci segui', ci supero' e urto' la mia spalla, si giro' improvvisamente indietro e vidi la sua faccia terrorizzata, inizio' a correre, supero' canali, strade, prati, boschi, torrenti, nazioni intere, arrivo' alla fine del mondo, e noi lo aspettavamo li'.

   13 commenti     di: Isaia Kwick


LIBERATEMI DAL GUINZAGLIO

Liberatemi dal guinzaglio

(di Michele Marra)

Cari umani, smettetela di preoccuparvi del mio destino, sono un cane libero, che voi qualificate randagio. Che strano altruismo, avete creato associazioni in difesa del cane, tutto per lo scopo dichiarato di non vedermi libero e di tenermi sempre, per tutta la vita prigioniero dei vostri salotti, dei vostri cancelli, dei vostri canili.
In Estate poi, anche gli spot pubblicitari : “Non abbandonate i cani, i vostri amici”. Ma perché ?
Io sono nato libero e voglio vivere libero, voglio essere randagio, ma libero, voglio girare tra i rifiuti, ma libero; voglio correre lungo viali, mangiare ciò che trovo, ma libero, respirare libero, correre libero. Non voglio legacci, non voglio catene, non voglio padroni, invece, sono costretto e prigioniero, devo vivere una vita di schiavitù , tutti a darmi addosso, tutti a difendere la mia prigionia, nessuno a credere nella mia libertà. Se scappo, mi imprigionano di nuovo e se nessuno mi reclama mi uccidono nei canili comunali. Perché il cane con padrone può vivere ed il cane libero non può vivere? Dove stà la civiltà di un popolo se uccide i liberi e consente la schiavitù .
Quando Dio mi creò, qualche giorno prima dell’Uomo, non disse all’uomo lega il cane al tuo canile; avete mai visto gli occhi dei miei simili dietro le sbarre di un cancello? Quando passo libero da randagio, i miei simili mi supplicano di liberarli.
Mi hanno raccontato, i cani prigionieri, ma non lo credo vero, che non viene assicurata neanche la loro vita sessuale e la loro libertà sessuale, vengono limitati, sterilizzati, violentati, ma sono proprio incivili questi umani.
Poveri cani di palazzo e cani di città , schiavi per l’intera vita, che attendono l’Estate per liberarsi e divenire randagi e liberi, ma inutilmente i tanti “amici dei cani” ci trattano da “cani” impedendo la nostra libertà. Io voglio essere randagio e voglio vivere da randagio, per q

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   17 commenti     di: michele marra


Nel lago

-Dove sono? Sono in riva al lago, non mi pareva di dovere qui...
Poi guardai e capii.
[...]È da una settimana che mi trovo qui, non mangio, non bevo e non dormo, e non riesco a capire cosa devo cercare, cosa ho perso, cosa non ho fatto.
Poi ricordai; non avevo salutato.
Con l'animo in pace mi diressi verso casa, arrivato li scrissi una lettera alla famiglia.
Poi tornai al lago.
-Maledetti quelli che mi hanno buttato in questo lago!
Detto questo scesi sul fondo del lago.
Mi distesi su quello che ero.
E io, fantasma, scomparvi.

   2 commenti     di: Andrea


La sopravvissuta (ultima parte)

Juliette arrivò nelle vicinanze della casa del sacrificio proprio quando le fiamme erano già divampate; stringeva tra le mani un fucile ma vedere tutte quelle donne (dovevano essere più di dieci) che osservavano estasiate la casa andare a fuoco la bloccò un attimo.
Pensa Juliette, pensa! Non puoi affrontarle tutte, hai solo due colpi nel fucile e uno ti serve per spezzare le catene che tengono imprigionato Patrick.
Le fiamme avevano già raggiunto il metro d'altezza e poté sentire distintamente l'urlo di Patrick provenire dall'interno.
Smise di pensare e uscì dal suo nascondiglio correndo come una forsennata.
"Ehi, sono qui brutte figlie di puttana! Venite a prendermi, ho già ucciso una delle vostre."
Tutte quante si girarono dalla sua parte e Juliette vide più fuoco nei loro occhi che attorno alla casa. Le vennero i brividi ma non rallentò. Non poteva assolutamente permettersi il minimo errore.
Quasi all'unisono tutto le donne afferrarono il loro pugnale personale e si gettarono all'inseguimento; correvano come il vento, all'apparenza incuranti del fatto che la fuggitiva avesse un fucile.
Juliette percorse il fianco della casa per tutta la sua lunghezza, rimanendo a poco meno di tre metri dalle fiamme e una volta arrivata sul retro di essa vi girò intorno. Conosceva il paese come le sue tasche e questo le poteva tornare molto utile. In particolar modo tenendo conto del fatto che quelle donne parevano essere totalmente esaltate e quindi poco propense a fare attenzione ai dettagli.
Scelse di non tornare all'ingresso ma proseguì in direzione nord mentre le inseguitrici si avvicinavano. La sua meta era l'abitazione cento metri davanti a lei; ci aveva abitato una sua amica e sapeva che aveva due entrate, quella sul retro da cui stava per immettersi ora e quella principale.
Pregò Dio che la porta a cui si stava precipitando non fosse bloccata e quando toccò la maniglia e sentì che non fece resistenza tirò un sospiro di sollievo. Si fiondò dentro

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una storia

IL VENDITORE DI CERTEZZE (secondo capitolo)

“Sì, la strada per Nulla è questa…ma sei sicuro di volerla percorrere? ”
“Perché mi fai questa domanda? ” chiesi.
“È risaputo che lungo questa via vi siano ostacoli apparentemente insormontabili, bestie feroci e fiumi di lava; c’è chi ha parlato anche di strani esseri ingannatori col corpo coperto da un mantello grigio e gli occhi di ghiaccio, capaci di pietrificarti e renderti talmente pesante da non riuscire più a risollevarti dopo la caduta. Se hai deciso di inoltrarti in quella selva di pazzi e alcuna certezza, preparati al non ritorno”.
Dapprima a stento intesi il vero significato delle parole pronunciate dal mercante: sembrava stesse quasi parlando di una specie di ‘terra di nessuno’, dove ogni gesto perde di significato e le parole non sono altro che foglie secche nella corrente. Un luogo in cui quando credi di essere libero, in realtà, attorno a te, qualcun’altro sta già costruendo alte barricate. In un secondo momento quei suoni fuoriuscirono dalla mia mente e, dopo averlo ringraziato, cominciai a camminare verso lo svanire dei miei dubbi.
Rimasi alquanto esterrefatto dalla velocità con la quale si dileguò tra le piccole calde casette colorate del paesino sulla costa, probabilmente così frettoloso di raccontare a chiunque del mio passaggio da dimenticarsi persino della fame che ore ed ore di duro lavoro gli avevano procurato; un cittadino in preda ad un attacco di panico, forse terrorizzato al solo pensiero di doversi trovare al mio posto anche solo per una manciata di secondi. Un mortale come tanti altri, timoroso di ciò che non conosce e tanto succube della vita da preferire una parziale consapevolezza di ciò che accade intorno a lui per evitare di metterla a repentaglio e che si crogiola nella sua ignoranza illudendosi, in questo modo, di poter proseguire il suo grande viaggio anche solo per qualche momento di più. Il classico amante della precaria stabilità, della

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   5 commenti     di: eleonora davoli


la vita in un sogno

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   7 commenti     di: Vittorio Bedani



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