PoesieRacconti utilizza cookie, anche di terze parti, per personalizzare gli annunci. Per informazioni o negare il consenso clicca qui.     Chiudi

Racconti del mistero

Pagine: 1234... ultimatutte

Il porco volante

volteggiava per aria leggiadro, con fare indifferente e inconsapevole del terrore che avrebbe potuto creare a chi si fosse trovato nella sua stessa traiettoria rapito da quel volteggiare quasi armonico.
Qualcuno aprì la porta della stanza e di fronte la finestra spalancata vide lei, stretta nel cuscino costituente uno scudo tra lei e il volteggiante che adesso iniziava ad armeggiare col cuscino tentando di scacciarlo mentre gridava: è il "purcidduzzu"(porco) volante, il "purcidduzzu" volante!
Su questa storia è nata una disputa di fondo infatto molti sono pronti a sostenere che non vi fosse alcun porco volante nella stanza e il tutto fosse da intendere come effetti allucinatori provocate da alcuni strani testi di filosofia, mentre altri più modestamente sostengono che "il purcidduzzu volante" non è altro che la falena nel dialetto siciliano.
Sarete voi a giudicare.



L'UOMO CHE SORRIDE

Se ne stava seduto sul penultimo pilone dell’unico pontile di Rouge-du-mer.
Chiunque fosse passato sulla sponda di pietra ornata di culi di cannoni lo avrebbe visto in quella posa.

(con l’avvento delle navi con cannoni a torretta, dette “monitor” , le obsolete bocche da fuoco ad avancarica avevano trovato una nuova utilità come bitte d’attracco)

Lo sguardo rivolto all’orizzonte del mare, la pipa lunga e bianca di spuma tra le labbra e il gomito appoggiato sul ginocchio.

La luce bigia novembrina rendeva di piombo liquido freddo l’acqua del mare, alcune vele temerarie in affanno sulle creste spumose, la giù sulla gradazione resa più scura dalla distanza.
La magia imprevista di un raggio di sole filtrato, non si sa come, oltre la barriera metallica delle nuvole, avvolse la figura dell’uomo.
Il suo volto tradusse i suoi pensieri in pieghe d’espressione, finchè si stabilizzarono in un sorriso convinto ed aperto.
Aspirò una calma boccata di fumo.
Infilò la mano nella tasca sinistra della capottella da marinaio.
Stretta nel pugno una corta denninger a due colpi.

A lui ne bastò solo uno!



Isla de aves - terza parte

La fiammella del mio torace si tramutò in rogo.
Inviai la conferma.
Come liberato da un qualche legaccio, mi concessi una visita oziosa del territorio che ora volevo possedere cognitivamente.
Affittai una vecchia auto americana, bianca con interni rossi, una sontuosa Eldorado degli anni 50.
Decapottabile.
Un bianco cappello a tesa larga, occhiali da pilota USAF e musica nella mente più potente delle lagne venezuelane che la radio, dal cruscotto, riversava nell'aria.
Euforia e leggerezza condizionavano il mio essere in quei giorni.
Frequentai assiduamente stamberghe e bordelli.

Un sorriso doloroso turbava il mio viso.

La figura di Gonzalo Almirante entrò a far parte delle mie conoscenze in una gita a Puerto de la Cruz.
Il nome altisonante apparteneva ad un uomo scuro di pelle, dalla magrezza nervosa, dinoccolato e sdentato e gli stava addosso, il nome, come la giacca da uomo ad un bambino.
Rapido d'intelletto e assai di più di coltello, era intervenuto in mio aiuto in un tentativo di rapina che aveva me come bersaglio.
Due "desperados" armati di machete nella penombra di un imbarcadero, avevano tentato di alleggerirmi dei dollari, che maneggiavo con troppa disinvoltura, e anche della testa, credo, giusto per divertimento.
Il cuchillo di Gonzalo era apparso, dopo un sibilo, infisso nella gola dell'assalitore più minaccioso.
Il secondo figuro si era dato alla fuga dimostrando, a mio parere, molto buon senso.
Dal buio era emerso il mio salvatore e si era presentato motteggiando i nobili spagnoli del passato, per poi riderci su sgangheratamente.

La sbornia, che fino ad allora aveva anestetizzato i miei sensi, si era dissolta, per ciò ritenni opportuno ripristinarla con la compagnia del mio nuovo buon amico Gonzalo Almirante, gran cavaliere dei pontili e patrono dei babbei, dato che tale mi ero dimostrato.

Portai con me, di quella notte, il fotogramma di un corpo malamente disteso sul pontile di legno, illuminato dal flebile cono di lu

[continua a leggere...]



IL GIOCATTOLAIO

Ci sono posti, luoghi, negozi, palazzi nelle nostre città che non sapremmo mai dire quando sono stati costruiti, o aperti, o chiusi. Ci sono posti, luoghi, negozi, palazzi nelle nostre città che non sappiamo neanche che esistono eppure sono.
A Milano, in corso di porta Romana vicino all’antichissima chiesa di San Nazaro, c’è un piccolissimo negozio che vende giocattoli vecchi. Nessuno degli abitanti della zona se interrogato può dire quando quel piccolo negozio è stato aperto. I giovani giurano di ricordarselo da sempre, gli anziani sostengono che è nato insieme a Milano e che il suo proprietario è il tempo. Fatto sta che nessuno ha mai fatto caso più di tanto a quel piccolo negozietto.
In effetti a ben guardarlo passa piuttosto inosservato. Una piccola vetrina ordinata e pulita con carillon, trottole, soldatini, bambole, trenini, macchinine di latta ed altro ancora. Il proprietario è un signore dall’età indefinita. Non molto alto, i capelli neri corvini tirati indietro e laccati sulla testa dalla brillantina, un paio di occhiali piccoli e rotondi che nascondono due piccoli occhietti, e due baffi lunghi, sottili e ben curati. Il suo nome Amos Zoma. Ogni mattina puntuale alle nove tira su la saracinesca per abbassarla ogni sera alle ore otto in punto. Le sue giornate le trascorre dietro al bancone a pulire, aggiustare, studiare i nuovi vecchi giocattoli che gli arrivano ed ad aspettare il prossimo cliente. Ad entrare sembra di essere in un paese del balocchi di collodiana memoria; un luogo dove il tempo sembra essersi fermato.
Era il periodo di Natale e Milano come ogni anno venne vestita a festa. Le luminarie rendevano ancor più evanescente e particolare quell’aria umida e un po’ nebbiosa che ogni sera scendeva per le strade, tutto assumeva uno spettrale color giallino. Le persone camminavano di fretta strette nei cappotti, vuoi per la premura, tipica dei milanesi, o per il freddo, o ancora per l’ora tarda. Tutti andavano di fretta,

[continua a leggere...]



Un'inspiegabile sensazione... colpo di fulmine? 2

La mattina dopo,
eravamo li più complici che mai a ridere e scherzare con tutti tra secchiate d'acqua e battute.
L'ora del mio treno si avvicinava e lui continuava a chiedermi se volevo sul serio lasciarlo li per tornare in citta’.
Mi parlava come se fosse il mio ragazzo e tra noi c’era stata giusto una nottata di chiacchiere abbracciati.
Mi sentivo bene come se un sogno si fosse realizzato, non c’era quella solita pesantezza del ragazzo che ti salta a dosso appena ti conosce e il cuore mi batteva a mille.
Gli sguardi degli amici mi mettevano in imbarazzo e cercavo di nascondermi quando ci abbracciavamo e davamo la mano.
In macchina insieme fino alla stazione e finalmente il bacio davanti al treno che arrivava.
Un bacio lungo ‘moorbido’ che duro’ fino a pochi secondi prima che partisse di nuovo il treno per portarmi via.
Tutto cio mi sembrava una scena da film di quegli addii romantici di fronte al treno di un amore che durera’ a distanza.
La notte tornata a casa la passai da insonne non riuscivo a non pensare a lui e nel mio cervello fece capolino una nuova idea:il palio.
Ogni anno a ferragosto mi trovavo li, dov’era lui, per assistere al palio marinaro e cosi’ decisi di andarvi con la mia migliore amica dalla mattina alla sera (giusto per vedere lui).
Inizio’ cosi’ la nostra bellissima storia d’amore, ma io non ammisi mai di essere tornata li per vedere lui e non per il palio!!
Essa duro’ per tre mesi, i piu’ belli della mia vitae’ cosi che anche dopo cinque mesi sono qui a pensare a te e continuo ad amarti..

   5 commenti     di: Lavis Pin


Il figlio della paura (ultima parte)

Così dicendo estrasse da chissà dove un piccolo cofanetto di legno e lo pose delicatamente davanti a me sulla scrivania. Sorpreso, posai lo sguardo su quell'oggetto, allungai le braccia, lo sollevai tra le mani e con stupore constatai che era alquanto pesante. "Ma...!" cominciai a dire, ma le parole mi morirono in gola, davanti a me non c'era più nessuno, la porta dello studio era aperta e del vecchio non restava alcuna traccia. Mi alzai di scatto dalla poltrona dirigendomi verso la porta giusto in tempo per vedere il portoncino d'ingresso richiudersi. Mi precipitai in strada e... nulla, fuori vidi solo la nebbia, fredda e ormai scura. Ancora sotto l'effetto sorprendente di quell'epilogo rientrai nello studio e accesi finalmente la luce. Il cofanetto giaceva lì sulla scrivania. Ritornai a sedermi e rimasi a guardarlo pensieroso: "cosa mai ci sarà dentro?" mi chiedevo e poi pensavo: "le ceneri di un ragazzo? No, impossibile!". Alla fine mi feci coraggio e dopo alcuni titubanti tentativi alzai il coperchio. Ciò che vidi mi fece balzare in piedi con un grido strozzato in gola. Improvvisamente sentii il mio corpo pervaso da un gelo agghiacciante. Davanti ai miei occhi inorriditi c'era un cuore umano... e... misericordia di Dio... BATTEVA!. Sì, il cuore PULSAVA nel cofanetto. Terrorizzato chiusi il coperchio, presi le chiavi dello studio e di corsa scesi le scale. Mi precipitai fuori nella nebbia richiudendo l'uscio a chiave poi mi infilai nella macchina parcheggiata lì davanti e dopo aver messo in moto mi avviai disperato. Percorsi solo qualche centinaio di metri, poi rendendomi conto dell'assurdità di quella situazione e, ancor peggio, di far partecipe qualcun altro dell'accaduto, fermai la macchina e, invertita la marcia, ritornai davanti lo studio. Lì rimasi parcheggiato non so quanto tempo fissando l'uscio timoroso e incredulo.
Quando infine i battiti del mio cuore divennero meno tumultuosi e il respiro regolare trovai la forza di rientrare. La luce era

[continua a leggere...]

   8 commenti     di: Michele Rotunno


La casa stregata

Era, per il suo aspetto, stata soprannominata “casa stregata”, nicchia di misteri inquietanti il suo giardino, ma la porta di legno scuro, i muri vinti dall’edera, attraevano da sempre lo sguardo di Mario, da quando bambino, si recava in visita ad un’amica della madre. In paese ventilavano leggende di fantasmi legate a quelle mura decadenti, di presenze oscure che custodivano ed abitavano quelle stanze. Qualcuno improvvisatosi testimone addirittura aveva affermato di aver sentito voci e visto immagini ultraterrene passando da quelle parti ad una certa ora della notte, per non parlare poi d’alcuni muratori che sostenevano di avere tentato di montare la loro attrezzatura per cercare di ristrutturare quel gioiello d’architettura, ma sempre era stata trovata divelta, come se qualcuno o qualcosa di misterioso appartenente al passato non desiderasse intrusioni di nessun genere da parte del presente, respingendo la vita e la luce. Il bimbo nei suoi giochi di fantasia l’aveva soprannominata “teatro d’ombre” ma non guardava con timore il cancello di ferro battuto imbrigliato dai rovi, catene di spine che sembravano volerlo chiudere per sempre, sigillandone i segreti in uno scrigno cui nessuno più aveva accesso e le statue di putti antichi erte ai lati dell’entrata principale parevano sentinelle vigili, pronte a scacciare con i loro occhi ipnotici i riverberi del sole d’agosto.
Era sempre stato attratto da quel luogo, dallo sguardo vibrante delle finestre private dei vetri, alcune delle quali avevano conservato tendine di pizzo lacerate: gli incuriosiva sapere cosa vi fosse al di là delle imposte di legno corrose dalle piogge e dall’inesorabile lavorio del tempo, voleva dipanare le favole delle quali era sicuramente stata dilatata la portata viaggiando di bocca in bocca ai pittoreschi personaggi dei paesi, ma era sempre troppo piccolo per potervi giungere da solo ed attendeva ansioso l’età giusta per viaggiare con la sua bici e più liberamen

[continua a leggere...]




Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Racconti del mistero.