PoesieRacconti utilizza cookie, anche di terze parti, per personalizzare gli annunci. Per informazioni o negare il consenso clicca qui.     Chiudi

Racconti del mistero

Pagine: 1234... ultimatutte

Quel maledetto messaggio

Giulia era felicemente sposata con Amedeo da un anno appena. Era un uomo basso, scorbutico e abbastanza geloso, ma per lei i suoi difetti non esistevano. Si erano conosciuti quattro mesi prima del grande giorno, si direbbe proprio sia stato un colpo di fulmine.
-“Giulia ti prego pensaci bene, non prendere decisioni affrettate.”- le aveva detto una mattina Teresa, la sua amica del cuore.
Prese il diario da un cassetto del comodino nella camera da letto ed iniziò a sfogliarlo. Arrivò a quella maledetta pagina e la sua espressione mutò improvvisamente. Si voltò verso Amedeo che in quel momento era intento a guardare la televisione.
-“Teresa è morta e ancora stento a crederci. Era una ragazza dolce e socievole con tutti, com’è possibile?”-
-“Cerca di dormire Giulia, più ci pensi e peggio è”- Amedeo prese le lenzuola coprendola e le donò un lungo bacio appassionato. Lui aveva ragione, doveva dormire, alla mattina si sarebbe celebrato il funerale.
Il giorno seguente Giulia si svegliò di buon’ora, erano appena le sette ed aveva ancora qualche ora a disposizione prima di recarsi alla chiesa. Si vestì velocemente non curandosi del suo aspetto e rimase silente in attesa che anche il marito fosse pronto per uscire.
Esattamente alle dieci in punto giunsero alla chiesetta dove si avrebbe dato l’ultimo saluto a Teresa. Una giovane donna dai capelli lunghi e neri andò loro incontro.
-“Giulia, Amedeo! Prego da questa parte”- li esortò a seguirla oltre la piccola porta in legno.
-“Lo so quanto le eri affezionata, ti deve mancare molto. A dire il vero manca a tutti, era una persona eccezionale”- Giulia annuì senza proferir parola alcuna.
Mancava poco all’inizio della cerimonia, quando Giulia si sentì vibrare nella tasca dei suoi jeans. Aveva dimenticato il cellulare acceso e qualcuno la stava chiamando.
-“Giulia hai lasciato il telefono acceso? Insomma, siamo ad un funerale. Dov’è finito il rispetto?”- Amedeo assunse un tono

[continua a leggere...]

   1 commenti     di: Vale B


Il presagio

Decenni orsono viveva nell'isola di Malta un ragazzo quindicenne di nome Jonathan, di padre inglese e madre maltese. Il padre Herbert Leroy Norton era stato il capitano di un peschereccio e aveva lavorato per una compagnia ittica britannica. Era scomparso prima che lui nascesse perché una notte, mentre pescava lontano dalla costa, una violenta tempesta lo sorprese, capovolse la sua nave e lo fece annegare nel Mediterraneo insieme a tre dei suoi compagni. La madre Sarah Schifani dottoressa in medicina generale era molto dispiaciuta per il marito che non aveva neanche visto nascere il figlio, ma allevava al meglio il ragazzo insieme a sua madre, cercando per quanto possibile, di non fargli sentire la mancanza del genitore perduto. Dal canto suo Jonathan era sereno anche se si domandava come sarebbe stato poter conoscere il padre e che genere di rapporto avrebbe avuto con lui, sapeva dalla madre che era alto, aveva capelli biondi e occhi blu come si vedeva nelle foto; era un tipo ottimista, era contento della paternità ed aveva molti progetti, ma questo non chiariva tutto di lui. Durante l'inverno Jonathan andava in Inghilterra dai facoltosi nonni paterni chiamati Norman e Dorothy, per studiare nelle prestigiose scuole britanniche, anche se il ragazzo non si trovava molto bene con loro. Erano i nonni e naturalmente volevano il meglio per lui, per questo curavano la sua istruzione e volevano che si ambientasse nella ricca patria paterna. Ma erano anche duri e intransigenti e dicevano cose cattive sul conto della madre(a volte la chiamavano di nascosto pescivendola laureata). Oltretutto non parlavano bene neanche del figlio defunto con il quale avevano interrotto i rapporti prima della sua scomparsa, per divergenze relative al suo matrimonio. Loro avrebbero preferito che sposasse una certa Mary Perrodon, figlia di un generale di nobili origini della Royal Navy, perché questa unione avrebbe dato prestigio alla famiglia e avrebbe consentito a Norman secondo ufficiale

[continua a leggere...]



I nostri defunti

L'agriturismo tace.
Solo il cartello all'ingresso recita ancora, la voce sbiadita di rosso, "Benvenuti al Km 76".
Varcata la soglia, il giardino diventa una chiazza di marciume e putredine, che copre il verde e lo rende scuro, cupo.
Le pareti in legno della struttura traballano tra edera e muffa; i pilastri di basalto si ergono ancora, neri, bastoni della loro stessa solitudine. In veranda è rimasto un tavolo, anch'esso in legno; lungo, spoglio di tovaglia e commensali. Gli insetti lo percorrono, veloci, come se fossero su un'autostrada.
Due anni sono bastati per questo sfacelo.
Osvaldo, detto "il Breccia", sospira, la mano che esita sulla maniglia dell'ingresso principale. Brandelli di ragnatela la decorano, o forse la rinforzano.
L'uomo spinge, come aspettandosi resistenza, ma la porta si apre, docile, senza gemere.
Il gemito arriva invece dal Breccia. Una cappa di marcio e chiuso gli crolla addosso e lo tiene stretto, costringendolo a un respiro profondo, che peggiora il senso di oppressione.
Gli occhi corrono veloci alle serrande di una finestra dalla parte opposta della sala, ma le gambe sono diventati nuovi pilastri di roccia.
Pensa, il Breccia, ricorda che l'agriturismo era il punto di ritrovo di tutta la provincia fino a due anni prima.
- Prima - sussurra quest'uomo curvo, canuto, la voce roca di fumo - Prima - ripete, dopo un'altra boccata deteriorata. E mentre finalmente le gambe si convincono e lo portano alla finestra, impreca per la morte che ha violentato il suo agriturismo solo due anni addietro.
C'è stato un omicidio proprio qui. Un ragazzo ucciso durante la festa di compleanno, massacrato dagli amici. Coltellate per ogni anno compiuto, coltellate che hanno determinato la fine del "Km 76". Sangue dappertutto, il giardino imbevuto di morte, il locale chiuso, sotto sequestro per mesi. Un tumore di infamia e maledizione che ha spento l'agriturismo.
Le dita attanagliano il chiavistello delle persiane, spingono in alto e lanciano fi

[continua a leggere...]



La casa fantastica (parte quarta)

Un cunicolo stretto e ad altezza d’uomo si presentava davanti a me, non lontano vedo sulla mia  destra una insenatura, ecco! scoperto l’arcano mistero era il vano che conteneva la caldaia per il riscaldamento. Un pannello con molti pulsanti e luci, sul tetto come dei fori che prelevavano la luce dall’esterno ( non ricordo di aver visto mai sul prato queste prese di luce ).
Appesa ad una parete una tuta di colore bianco con bardature in argento, nell’altra parete uno scaffale con dei ripiani, in uno di questi alcuni caschi tipo motociclista ma con le visiere oscurate, mi giro attorno e guardo indietro come per capire se quella strada l’ho percorsa realmente, o stavo sognando. Lo sconforto stava quasi per prendere il sopravvento, cosa è tutto questo mi chiedevo? non riuscivo ancora a darmi delle risposte, è passata solo mezz’ora ed è come se fosse passato un giorno.
Più non capivo e più la curiosità aumentava, il tunnel proseguiva per altri 10 metri circa, alla fine di questo una scala che portava da qualche parte, ma dove? una porta pone fine alla mia fantasia, provo ad entrare, la porta è aperta.
Davanti a me si presenta uno spettacolo che avevo visto solo nei film di fantascienza, un piccolo vano con al centro uno sgabello, attorno a questo una fitta rete di lampade ed addossato ad una parete un tavolo con un computer portatile, due monitor, cuffie, webcam e tanti cavi che mettevano in comunicazione la cabina con le lampade ed il computer.
Sapevo che mio padre era una mente per l’informatica e l’elettronica, ma tutto quello che avevo visto mi lasciava pensare che sotto c’era qualcosa che andava oltre l’hobbystica ed il passatempo.
Cerco di memorizzare nella mia mente più cose possibili, e ripercorro al contrario tutto il tragitto fatto prima. Risalgo le scale che portavano alla botola ed accosto sopra a questa, la cassapanca.
Esco fuori dalla casetta degli attrezzi e mi avvio nel luogo dove io penso di poter trovare le prese di

[continua a leggere...]

   7 commenti     di: Carmelo Rannisi


LA SOFFITTA DI ED

Sannyville era una piccola cerchia di anime nel Montana. Era perchè dopo gli eventi che vi andrò narrando di quel mucchio di case rimasero solo poche pietre disordinate.
Tutto ebbe inizio in un fatidico mercoledì pomeriggio nella mia soffitta. Erano circa le quattro quando Alan, Mike, George ed io facemmo un'insolita scoperta. Ci eravamo dati appuntamento a casa mia per rimettere in sesto la soffitta, volevo farci uno studio.
Abitavo in quella casa da quando ero nato, circa 33 anni prima, ed era logico che in tutti quegli anni la soffitta si fosse riempita di un considerevol numero di cianfrusaglie ed oggetti vari. Volevo liberarmene per ricavare qualche soldo, così da potermi pagare almeno i libri di testo per gli studi. Studiavo demonologia, ed i libri che mi servivano non erano certo roba che si tovava ovunque. Avevo bisogno di determinati manoscritti che dovevo far giungere dall'Europa. Comunque questo non è importante in questo punto del racconto.

Dicevo, che dovevamo liberare la soffitta. Quando i miei tre amici vennero all'ora che avevo stabilito, ci mettemmo al lavoro, non prima di esserci scolati due birre ed aver ascoltato l'ultima avventura amorosa di Alan.
Il nostro Alan Mayer era un donnaiolo, non perdeva tempo in preliminari, che considerava inutili per un incontro occasionale e per qualsiasi altro incontro, andava subito al sodo, in ogni faccenda che si trattasse di donne o meno. I resoconti delle sue serate in giro per i locali della città erano molto ricchi di particolari piccanti. Veri o fasulli che fossero.

Dopo quel breve preambolo ci mettemmos seriamente al lavoro. Salimmo in soffitta e cominciammo a spostare i primio sactoloni, ci eravamo così divisi il lavoro: io e Alan spostavamo l scatole mentre Mike e George le aprivano ed esaminavano il loro contenuto. La mia soffitta era molto ampia, appena aprii la porta i miei amic rimsero interdetti nel vedere la portata del lavoro che dovevamo fare, io li tranqu

[continua a leggere...]



La casa delle tre vedove

Un giorno di Novembre, alle prime luci dell'alba, quando la bruma mattutina si condensa in strati sottili e sembra galleggiare nell'aria, seguendola in quel dolce dondolio in guisa di monotona risacca marina, e la luce tremula si insinua tra le fumanti zolle di terra, risplendendone in mille riflessi cristallini, un uomo camminava lungo la strada che uscendo dal paese si adagiava per valli e colline seguendo un percorso dettato più dalla casualità che dalla logica. Nell'accingersi ad oltrepassare il cancello della casa delle tre vedove ebbe come un attimo di smarrimento, un momento di sospensione dell'incessante battito del tempo e dello spazio, provando la netta sensazione di trovarsi sull'orlo di un precipizio. Dovette appellarsi a tutte le sue forze per restare in piedi, cercando disperatamente un sostegno. Prima di cadere a terra la sua mano venne afferrata da una gelida propaggine, dalla quale istintivamente cercò subito di divincolarsi, reputando l'appiglio più pericoloso dell'abisso che percepiva sotto di lui.
- Si sente male, signor Maltoni? - Chiese una voce fredda e dura come l'acciaio,
provocandone l'immediata ripresa dei sensi. Si trovava nel viale che dal cancello di ingresso conduceva alla villa, ed il freddo sostegno che gli aveva consentito di non cadere in terra era in effetti la mano di un uomo.
- No, no, ora mi passa, è stato solo un capogiro. La ringrazio, comunque. - Disse
cercando di riprendere contatto con la realtà.
- Le signore la stanno aspettando, se vuole seguirmi. - soggiunse quello che sembrava essere il maggiordomo, avviandosi in direzione della villa.
Le brune mura sbrecciate, testimoni di passate battaglie, di antichi assedi, di splendide vittorie e di triste sconfitte, edificate con il sudore e difese con il sangue, ora rimanevano esangui testimoni di glorie trascorse e di inconfessate speranze.
Fiera testimone della potenza militare della signoria, l'antica rocca aveva subito l'onta del tempo divenendo residenza

[continua a leggere...]



La fata del fuoco e del ghiaccio

Il locale va bene, io e Mauro siamo molto soddisfatti.
Lo abbiamo chiamato “La grotta” e arredato in modo da dare l’illusione che sia appunto una grotta carsica, con finte stalattiti variamente colorate pendenti dal soffitto a volta, il bancone che sembra una sporgenza rocciosa e un gioco di luci soffuse molto suggestivo. Tutto questo ci è costato parecchio, è vero, ma ne è valsa la pena, perché l’idea ha avuto successo e in due anni ci siamo rimessi in pari di quasi tutte le spese.
Aprire un pub è sempre stato il nostro sogno, fin da quando eravamo ragazzi, ma ci mancavano i soldi. Anni e anni fra lavori che non ci piacevano, sacrifici, rinunce e poi finalmente, sebbene non più giovanissimi, ma ormai trentacinquenni, ce l’abbiamo fatta.
All’inizio, nel nostro sogno c’era anche Clara. Per anni abbiamo immaginato con lei il nostro locale: Mauro al bar, lei a servire ai tavoli, io alla cassa e, al venerdì sera, a gestire il karaoke.
Ci prendevamo sempre in giro: “Se mettiamo Emilio alla cassa, si frega fino all’ultima moneta!”
“E Mauro al bancone si scola tutte le bottiglie!”
“E Clara a servire ai tavoli? Tutti i vassoi rovesciati addosso ai clienti!”
L’unica cosa su cui eravamo d’accordo era che almeno per il karaoke si poteva stare tranquilli, grazie a me.
Vero, mi piace cantare e, fra dischi e microfoni, mi so muovere bene, anche perché, da giovanissimo, ho lavorato per qualche tempo in una piccola radio.
Anche Clara era innamorata della musica, ballava come una baccante e pretendeva anche di cantare con me, sebbene fosse stonata come una campana. Però come negarglielo, quando me lo chiedeva con quegli occhi innamorati di me e della vita?
Avremmo cantato insieme mille canzoni, il venerdì notte, in un locale non nostro, sognando di averne uno simile un giorno, mentre Mauro ballava da solo credendosi John Travolta, e invece sembrava un orso.
Ogni tanto ci ritrovavamo a casa di Clara a contare i soldi, ma non era

[continua a leggere...]

   2 commenti     di: Maria Bruni



Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Racconti del mistero.