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Racconti del mistero

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L'abbandono

Le sette e trenta. Tra poco vado, anzi è meglio che vada subito, sì, così trovo un posto per sedermi, è inutile perdere tempo, poi non trovo mai un minuto per fare qualcosa d’altro. Me lo dicono sempre tutti che è importante ritagliarsi degli spazi. Che so, per uscire con gli amici, per fare un bel giro in bicicletta. È una vita che non prendo la bicicletta ora che ci penso, la mia bella Daccordi blu, pagata una cifra, è giù in cantina a fare la ruggine. Fa niente, ora mi tolgo questo pigiama, chè non sta bene vagolare per casa in pigiama, poi la barba, un cappuccino e via.
Non ci vedo niente di male a rimanere in piagiama tutto il giorno, ma poi la sera non ci sarebbe nessuna soddisfazione a rimetterlo, intendo, a cambiarsi d’abito, a dichiarare a se stessi di essere pronti per andare a letto, non necessariamente a dormire. Dormire è un’altra cosa.
Fuori è ancora buio, filtra appena la luce opaca di un lampione dalle persiane tutte sconnesse. D’estate è impossibile dormire fino a tardi se non si sopporta la luce. Ma ora è meglio che mi vesta; raggiungo a tentoni l’armadio, non trovo nemmeno la torcia che tengo sul comodino, fa niente, ce la faccio lo stesso, è casa mia, saprò trovare l’anta di un armadio! Eccola, forse ci sono; scorro il legno con la mano finchè non trovo la piccola serratura, ci infilo un dito e tiro verso di me, affondo le mani nel buio ancora più buio di quell’antro e provo a riconoscere i vestiti dalla stoffa: lana, lana, cotone, ancora lana, cotone, un pile… ecco, questa è una camicia, ve bene la prendo, tanto una vale l’altra oggi; poi un paio di scarpe, le calze, un maglione. Ecco fatto. Esco dall’oscurità, vado verso il soggiorno, i miei occhi si abituano alla luce. È una piccola grana non tollerare la luce diretta, specie appena sveglio. Ma il vero fastidio è dover ripetere questa recita della vestizione ogni santo giorno. Ci si fa l’abitudine, dicono. Sarà, ma in vita mia non mi sono mai abitu

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Lass mich nicht

- Parlatemi di lei...?! ; di vostra moglie. Come è morta?
- Oh, è passato molto tempo. Mia moglie... Brischit era... amava sognare, di vivere in mondi lontani, assolutamente fantastici, e... nei negli ultimi periodi era diventata quasi un ossessione per lei!
- posso solo immaginare... che cosa deve essere stato per lei vivere in quella situazione.
Il vecchio Louis, si fa per dire, tiro un lungo sospiro tentando di ingoiare le lacrime.

- lei crede di essere rimasto... segnato dalla situazione di sua moglie?
- che cosa intende, si spieghi meglio!
- si è mai sentito in colpa per non essere riuscito ad aiutarla? ... a darle quello che le dava sognare mondi in reali...
- i sogni facevano parte della malattia, non faceva parte di lei!
Louis comincio ad alterarsi, muovendosi scompostamente sulla sedia.

- lei mi ha detto... prima... che i sogni c'erano sempre stati e che si erano amplificati durante e al termine della malattia di sua moglie... non creati?!
- si è ciò che ho detto! Che cosa volete insinuare?!
- ... signor louis, è evidente che non è la morte di vostra moglie a turbarvi. ... non fraintendete, ma non avete un bel aspetto signore.

- neanche voi signora Buate sapete... !
Il signor Louis si alzo, ed era pronto ad andarsene dallo studio, se per tempo la psicologa non lo avesse fermato.
- signor louis! Non vorrà negare che lei ha bisogno di queste sedute!?
- io non ho bisogno di lei! ... io... io ho bisogno di spiegazioni, di fatti!
- e io sono qui per darglieli, sono qui per aiutarla a comprendere perché ... perché sua moglie è ...
- non dica cosi! ... lei non è ! ... no, no... lei...
- signor louis!
La psicologa era ormai incredula, di fronte a ciò che vedeva. L'uomo che aveva avuto davanti nei messi antecedenti alla tragedia, era scomparso. Davanti a lei, ora, viera un uomo che sprofondato nelle pazzie della moglie.

La seduta era terminata da ore ormai, eppure la signorina Buate non riuscita a smettere di pensa

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   3 commenti     di: Beatrice


Krestos III

TERZA LUNA.
Si dice che nell'attimo prima di abbandonare questo mondo, la vita intera sfili dinnanzi ai tuoi occhi. Rivedi le menzogne da attore consumato, le comparse nelle esistenze di chi ti sta accanto. Le manie di protagonismo, gli applausi, le espressioni di scherno o biasimo.
E miliardi di istanti compressi e dilatati sulla soglia dell'assurdo. "È impossibile che tu stia morendo davvero", sembra sussurrare basita la tua mente. Poi, eccolo, quell'insistente senso di vuoto che ti attanaglia il petto ti dilania sino a perderti nell'aria.
Quanto tutto ciò fosse vero, il pretuncolo lo imparò quella notte. Nel momento stesso in cui fissò i suoi occhi in quelle iridi ardenti nel buio, capì che il suo soggiorno sulla terra era giunto al termine.
"Dio, perdona i miei peccati..."
La morsa sulla gola si fece meno opprimente. Solo allora il prelato si accorse che qualcosa bloccava le sue labbra tremanti. E che, tuttavia, respirava ancora.
- Zitto.
Parlò una voce nuda e gelida come il duro terreno d'inverno. Un brivido gli si irradiò fino al capo.
Se Dio c'era, se Dio lo amava, che almeno finisse subito. Che non lo lasciasse, lì, a tremare come un agnello senza religione. O che mandasse qualcuno dei suoi arcangeli a liberarlo, a bruciare col fuoco della santità quell'aborto di natura.
E i suoi desideri furono esauditi.
Improvvisamente, una fiammella guizzò nell'oscurità. Ballando, descrisse un ampio raggio di luce, sole nella notte pregna di morte. Rivelò le pareti blande e i mobili spartani, lo scrittoio vuoto e il rosario.
Si posò sull'aborto di natura, sui suoi lunghissimi capelli corvini, sul volto del biancore della neve.
Doveva esserci senz'altro qualcosa di sbagliato. Quello non era un aborto di natura. Era il viso di una giovane donna, di una giovane donna dagli occhi stranamente cangianti.
- Zitto. - ripeté. Gli sollevò una mano dalla bocca, l'altra dalla gola.
Il pretuncolo si tirò su massaggiandosi la gola.
- Chi... - comin

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   1 commenti     di: myatyc myatyc


Gary Buckley

La pioggia incessante batteva gradevolmente ai vetri della finestra della sala da tè, nella stanza ancora piroettavano in utopistica armonia le note dell’ineffabile musica di Dvorak. Gary Buckley, violinista di formidabile bravura, posò il suo strumento ancora caldo nella custodia, erano le ventitre e qualche minuto; aveva appena salutato e accompagnato alla porta il suo amico Jack Lucas, uomo mediamente colto, dal carattere irascibile quasi insopportabile, campione nazionale di biliardo. Uno di quelli che per far scena, manda la palla in buca con otto sponde; i due avevano trascorso la serata a parlare e a sorseggiare dell’ottimo rosso toscano. Jack Lucas aveva anche confidato a Gary tutto il suo dolore che ancora, a distanza di mesi gli logorava lo stomaco.
Il giovane aveva perso la fidanzata per un male incurabile che nel giro di poche settimane, da quel fiore lucente e sfavillante che era, l’aveva trasformata in uno stelo passito e funereo fino a condurla, con urla strazianti di dolore alla tomba.
Jack Lucas era distrutto.
Gary Buckley per tutta la sera aveva guardato negli occhi il suo ospite, arrivando ben oltre, lo sguardo aveva attraversato l’uomo, andando a sbattere contro la parete di ricordi immobili che ornavano in maniera aristocratica la stanza.
Da mesi Gary Buckley era in cura per una forte forma di depressione, causata da diversi eventi che gli avevano segnato la vita. Aveva sofferto le pene dell’inferno, la sua corazza era ormai solcata da graffi irreparabili. Era solo…solo come il vento che va ad urtare le parole della gente nell’aria in cerca di una misera ma vitale compagnia.
La sua visione del mondo era a dir poco catastrofica, aldilà di quelle mura per lui non esisteva più niente, udiva solo il rumore di pianeti in attività nell’universo buio. Un ronzio basso, cupo e sordo.
Continuava ancora a far comprare alla domestica, una settantenne vedova e umilmente servile, il cibo per il cagnolino Molly deceduto due anni prim

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   4 commenti     di: Gary Buckley


La morte

Volo fra i campi di grano e distese fiorite, sento i profumi che inebriano i miei sensi, sfioro il cielo con un dito sembra un quadro appena dipinto, i colori così accesi illuminano gli oceani immensi, all’orizzonte il sole risplende e avvolge con la sua luce ogni angolo di questo mondo sconosciuto.
Sento una voce che arriva da lontano e poi qualcuno mi tira per una mano, mi ritrovo sdraiato sull’asfalto, ad un tratto sento una donna che urla "gli ho visti volare sono morti" faccio per rialzarmi e qualcuno mi sorregge, cerco di riprendermi, il mio cuore batte a mille, cosa è successo!!!
Rientravamo con i motorini da scuola avevo circa quindici anni, una macchina ci prese in pieno, io col mio compagno di viaggio siamo volati a circa dieci metri dall’impatto, ci siamo salvati per miracolo, solo un osso rotto e qualche abrasione, sono molto felice di poterlo raccontare…………..
Ma una cosa mi resterà dentro finché vivrò, la sensazione di pace di tranquillità che ho trovato in quel mondo!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

   7 commenti     di: Giovanni...


La meta erano le Nuove

La meta erano le Nuove. Le carceri più antiche di Torino, imponenti e scure, ora deserte e per questo fascinose: un luogo di detenzione vuoto che accoglie l’uomo libero che le esplora, ne conosce gli anditi misteriosi, nascosti ai più.
La data era il 25 aprile, festa della Liberazione e per onorarla bisognava andare ancora una volta e con piacere ad assistere allo spettacolo di Mauro Il crocevia del Sempione. Proprio lì dove nelle celle più profonde e umide morirono i martiri di quei giorni.
Le spettatrici sarebbero state Lia e Marella, amiche dai banchi di scuola, dai primi amori, dai primi dolori, amiche da sempre, da prima del prima.
Il problema però era la benzina: il tragitto con la macchina di Lia, da casa sua alle carceri e ritorno, non avrebbe permesso di stare tranquille con il serbatoio in riserva. Quindi era necessario un distributore. Quello di corso Regina angolo corso Farini faceva al caso loro, ma era festa appunto, e il distributore era solo “self service”.
< Tu sei a capace a fare benzina da sola? > domandò Marella con il tono di quella che chiede una cosa superflua, che pone quelle domande cui gli inglesi rispondono < Yes, of course > o < Yes, I do >. E così fu la risposta di Lia: < Si certo >. Anche un po’ stizzita dalla possibilità che l’amica mettesse in dubbio la sua familiarità con le pompe di raffinato. Senza avvertire in quell’interrogativo la reale preoccupazione di Marella, la quale sapeva invece con certezza di non esserne capace.
In ogni caso si appostarono accanto al distributore, compiendo un veloce controllo delle tappe da seguire: 1) inserire la banconota desiderata, 2) selezionare il numero della pompa erogatrice 3) erogare.
Dopo che Lia ebbe inserito 10 euro, Marella già aveva in mano una pompa a caso, ma la disposizione della macchina e quella della pistola erano tali che la “copula” tra i due elementi non avrebbe mai potuto compiersi.
Lia allora, atta a risolvere prontamente problemi di caratter

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Quando un libro aiuta

È noto come le condizioni in cui si attua la vita di un individuo possano essere cagione di curiose coincidenze: a chi non è capitato di osservare la somiglianza, anche fisionomica, che intercorre talvolta tra un padrone e il suo cane, o il fatto di alzare la cornetta per telefonare a qualcuno e accorgersi che il qualcuno in questione è già in linea perché stava telefonandoci a sua volta? Anche nella mia vita si manifesta una coincidenza degna di nota.
Io lavoro in città, ma abito in una località ad una quarantina di chilometri di distanza ed impiego circa un’ora di treno per recarmi in biblioteca: si, perché sono bibliotecario. E proprio questa attività e il mio quotidiano viaggio mattutino, sono motivo della coincidenza.
Come molti pendolari sanno certamente, sulle “tradotte del lavoro” si vedono quasi sempre le stesse facce, molte si conoscono e con alcune si fa anche amicizia: tuttavia, alle 6, 30 del mattino, pochi sono disposti a forme di socializzazione di particolare dinamismo ed entusiasmo. L’attività più diffusa è la lettura: di un giornale, di un libro, di un testo di studio, di un documento di lavoro. Alcuni scribacchiano: scolari che hanno tralasciato le fonti del sapere per non sottrarre tempo prezioso alla play-station, o professionisti che mettono a punto una relazione; si nota qualche computer portatile. Qualcuno pensa o sogna ad occhi aperti: così come, ad occhi aperti o chiusi, altri sonnecchiano. Una coppia di fidanzatini si tiene per mano in un silenzio gonfio di parole, rimpiangendo fin da subito il momento della separazione all’arrivo.
Eccola la coincidenza della mia vita: quando scendo dal treno e mi reco in biblioteca trovo spesso una umanità non dissimile. Calati in un silenzio (stavolta non sonnacchioso, ma richiesto e dovuto) ritrovo altri che leggono, che studiano, che scrivono: anche quelli col computer. Ritrovo anche coloro che sognano ad occhi aperti e, più raramente, ad occhi chiusi.

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   1 commenti     di: Carlo Favale



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