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Racconti del mistero

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Gli animali

gli animali hanno la stessa nostra vita nel senso mangiamo, beviamo, dormiamo, moriamo e forse di come ci sentiamo tutto questo serve per crescere fino che si può crescere e vivere fino quando si potrà vivere.

Ma ce una cosa che cambia tra noi persone e animali e la parola la parola non ce l'hanno gli gli animali tranne che il pappagallo ma lasciamolo fuori mettiamo dentro in fatto tutti gli altri animali come mai li manca la parola?

Non si dovrebbe rispondere anche se si e intelligenti "sono animali e gli animali non hanno le parole" invece se siamo veramente intelligenti si dovrebbe scoprire il vero perchè gli animali non hanno parole...!

verso di noi perchè tra di loro si capiscono, parlano solo che noi non capiamo cosa dicono. Ad esempio un uccellino fischia ma possiamo fischiare anche noi... ma mai come lui... il vero perche e che a noi sembra che fischino invece tra di loro parlano.

Oppure vorrebbe dire qualcosa, lasciarci un messaggio a noi ma non riusciamo capire cosa cosi' liu cosi' noi. Ci sono tantissime cose nel mondo che non conosciamo ancora e che conosceremo ancora non dobbiamo dire una cosa senza
sapere bene il perchè. senza capire bene. Senza dire la storia perche una storia vera e sempre lunga.

   6 commenti     di: mower rell


Lordak ^dracula

Tutto e iniziato cinque mesi fa, premetto che chatto da parecchio tempo in vari canali, ma senza mai allontanrmi troppo dallla stanza che frecuento da ormai quattro lunghissimi anni e che per ovvie raggioni non posso mensionare. Molte erano state le mie delusioni inerenti alle avventure amorose su questo canale, e proprio quella sera, avevo avuto una batosta colossale, una di quelle delusioni
che ti avviliscono in modo esemplare. Premetto che essendo una ragazza molto religiosa e praticante non mi avventuravo mai in qui canali che ritenevo pericolosi.
Ma quella sera dopo l'ennesima pugnalata al cuore, decisi di trasgredire, e piena di collera e risentimento mi misi a girare tra i nomi delle stanze per cercare la piu sinistra e particolare
nella quale entrare. Ad un tratto mi fermai, era una stanza di vampiri, e immediatamente dopo decisi di entrarvi. Appena fui dentro salutai  tutti per educazione e cominciai a chiaccherare con loro, ad un tratto vedo un saluto rivolto a me da un certo nik dracula e non so perche' ma mi fu subito simpatico(molto piu degli altri). Ad un tratto una di loro mi offese pesantemente e io mi difesi in modo educato, al contrario di lei che invece infieriva su me in modo scurrile, e periferico. Ad un tratto mi disse qualcosa che mi urto molto
anche perchè ero gia incavolata di mio e li gli risposi per le rime: poi dracula si intromise dandoci delle pazze e mi chiamo' in privato come per proteggermi da lei dicendo:
< faresti meglio a non entrare piu qui non e un posto per te:> e io gli risposi:< allora vieni tu da me nella mia stanza quando vuoi:> lui accettò e dopo avergli detto il nome della chat me ne andai (intanto mentre uscivo di li avevo letto alcune bestemmie contro il sacro cosi decisi di non entravi mai piu). Tornai immediatamente al mio canale per vedere se dracula sarebbe davvero venuto da me e poco dopo infatti venne.
E inutile dirvi che piu i gorni passavano piu prendevo una cotta tremenda per lui, mi piaceva il suo modo

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   6 commenti     di: Maty' Sessa


Dove Portano le Strade

Erano le otto di mattina quando Tommaso si svegliò e, dopo essersi rigirato più volte nel letto, decise di alzarsi. Lui non lo sapeva, ma da quel momento partiva un conto alla rovescia: sarebbero state le ultime ventiquattro ore della sua vita.

* * * * * * * * *

Come tutte le mattine fece una colazione veloce, guardando fuori dalla finestra della piccola cucina. Le montagne erano illuminate dal sole. Nessuna nuvola, per ora. La giornata ideale per una gita verso i pendii più elevati.

* * * * * * * * *

Come trascorse la mattina?
Probabilmente non fece nulla di speciale, si preparò e partì per una gita. Lo testimonia lo zaino con alcuni biscotti aperti al suo interno, una bottiglia di acqua minerale bevuta per metà, le scarpe da tennis sull'uscio ancora sporche di terra.

* * * * * * * * *

Si vestì con calma. Scelse abiti particolarmente comodi - se voleva farsi quella benedetta gita erano necessari -. Prese qualche bibita e alcuni biscotti, nel caso non fosse stato di ritorno per pranzo. Non era una persona che mangiava molto.

Uscì e si avviò lungo la via che costeggiava la valle. A breve avrebbe preso un sentiero parallelo alla strada ma che gli avrebbe fatto evitare il traffico. Gli piaceva molto passare di lì: da una parte il suono tranquillo di un ruscello, dall'altra il bosco con i suoi rumori furtivi.

Arrivò in breve ai piedi della parete. C'era parecchia gente che si apprestava a salire. Famiglie, gruppi di ragazzi, scalatori solitari che presto avrebbero deviato dal sentiero principale, alla ricerca di mete ben più impegnative.
Il sentiero partiva in modo quasi banale, con una pendenza quasi nulla, su uno sterrato arso da quel sole mattutino. Arrivati ad un primo rifugio, ci si inerpicava su per un bosco, per circa un'ora, fino ad arrivare ad un altopiano: una sorta di anfiteatro naturale, che si estendeva maestoso per circa un chilometro, fino ad arrivare alle vertiginose pareti della grande montagna.

Oltre quel

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   2 commenti     di: paolo molteni


La Chiesa del Tempo lineare

Lo schianto nell'acqua gelida del laghetto è terrificante.
Riesco a slacciarmi la cintura di sicurezza e a risalire in superficie con i polmoni in fiamme.
Tazio è riuscito a liberarsi anche lui - per fortuna l'ammaraggio è avvenuto di piatto - e insieme nuotiamo verso la riva vicina.
Ad aspettarci c'è una moltitudine di conigli antropoidi che zompettano come tarantolati, squittendo come giganteschi ratti.
- Miracolo!
- Sono ancora vivi!
- Portiamoli in processione alla Chiesa del Tempo lineare!
Ci danno un po' di thè caldo e ci mettono su due portantine.
Sulle fiancate c'è scritto: "Vuoi il miracolo? Ritenta, sarai fortunato."
- Ora vi portiamo in Chiesa per il ringraziamento - mi fa un coniglione bardato con una striscia tricolore, immagino sia il Sindaco del quartiere a conigliere.
- Mi scusi - chiedo - ma voi in quale Dio credete?
- Nel Dio del Tempo lineare, è ovvio.
- Il Tempo è un Dio? - gli chiedo stupefatto. - Guardi che Agostino d'Ippona diceva che il tempo è qualcosa che credo di conoscere finché non mi pongo la domanda e che non so cos'è quando me la pongo.
- Stai zitto, Mauro...- m'intima Tazio - se questi capiscono quello che stai dicendo t'accusano d'eresia e ti condannano a morte!
- Davvero?
- Si, si... taci per carità!
In quel mentre, la ridicola processione s'avvia.
Lungo la strada ci vengono tributate delle grottesche grida di giubilo dagli esaltati roditori.
- Miracolo!
Veniamo portati nella Chiesa del Tempo rettilineo, una basilica in stile barocco fiammeggiante del sedicesimo secolo, direi, a occhio e croce.
Prendiamo posto in delle orrende pancacce scrostate e bisunte, punteggiate di vecchie caccole, provenienti da ogni tipo d'orifizio corporale.
Intanto sul pulpito sale un grasso maiale, mi dicono il Governatore dei conigli, attorniato e protetto da una ventina di cani-poliziotto, le sue guardie del lardo.

La scala che porta al baldacchino dell'oratore traballa, per il peso abnorme del suino e i cani, slingu

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   2 commenti     di: Mauro Moscone


La casa del nonno

Il tutto iniziò all'età di dieci anni. Da più di un mese ormai, Giacomo e i suoi genitori, vivevano nella grande villa di campagna ereditata dai genitori del padre. Le discussioni tra quest'ultimo e la madre erano state infinite e furibonde, non le era mai piaciuto il suocero. Circolavano strane voci su di lui e sulla grande casa, specialmente da quando era rimasto vedovo, ossia vent'anni prima. Ma alla fine il babbo aveva vinto. Come la mamma, anche Giacomo era restio a trasferirsi. Nuova scuola, nuovi amici, ma quello sarebbe stato sopportabile. Nessuno naturalmente, gli chiese mai un parere, troppo piccolo per questo. Vide per la prima volta la nuova casa il giorno del trasloco stesso, tra facchini che spostavano mobili e la madre che, come invasata, urlava ordini a destra e a sinistra. Il padre naturalmente non c'era. L'avvocato Grimaldi, cofondatore e socio del più grande studio della città non poteva abbandonare una causa delicatissima. Giacomo scese quindi dall'auto della madre quella fredda mattina di novembre appunto. Il due novembre, commemorazione dei defunti. Coincidenza?

E subito avvertì una sensazione di gelo, fu come se la temperatura si abbassasse di colpo. La grande casa emanava energia negativa. Come facesse a saperlo, Giacomo non seppe spiegarselo, ma lo sapeva, lo intuiva, per l'esattezza. Sentì umido in mezzo alle cosce. Con sgomento si rese conto di essersela fatta addosso. Cercò di abbassare il più possibile il pesante giaccone e si avvicinò alla madre. Stava parlando al cellulare naturalmente, Giacomo attese e nel mentre si rese conto d'averla praticamente sempre vista così, cellulare in una mano e perenne sigaretta nell'altra. Francesca Rossi era una giornalista. Aveva cinquant'anni ma ne dimostrava almeno una decina in più. Profonde rughe segnavano un viso che in passato era stato bello. Le occhiaie non riuscivano a essere celate dal trucco pesante, Giacomo provava sempre un po di vergogna e rimorso quando, tornando da un

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   4 commenti     di: Ernesto


isla de aves - 2 capitolo

Quante volte si muore e si rinasce in una vita?
Non esiste statistica! A mio giudizio è un alternarsi costante e necessario.
Risorgere dal buio a nuova luce.
Lo sguardo purgato dal male di vivere.
Riscoprire a poco a poco la meraviglia assoluta della realtà in cui fluttiamo.
Sospetto che questo costituisca il senso ultimo del vivere: “una eterna rivelazione”.

Con questa fiammella nel petto ricominciai a esistere.

Gradualmente, seguendo i bisogni elementari, iniziai a radicare la mia presenza nelle giornate di Cumanà.
La scorta di dollari era sufficente per risparmiarmi l’urgenza di sostentarmi.

Nel volo dall’Italia avevo scambiato, in spagnolo, alcune opinioni sulla cultura meso-americana antica con un certo Prof. Manfred Ulrich, volto intelligente di sessantenne dagli occhiali l’oro, di origine centro-europea... che curiosa equivalenza.
Era un uomo distinto e sensibile, diceva di occuparsi di affari e cultura.
Aveva reso meno faticoso il viaggio.
Resosi conto delle mie erudizioni, mi aveva consegnato il suo biglietto da visita, invitandomi a contattarlo per eventuali affari.
Avevo infilato il biglietto nella tasca della camicia estiva con automatismo, certo com’ero della sua inutilità.

Smentii me stesso dopo un paio di settimane.
L’inoperosità cominciò a erodere la mia pazienza.
Ero preda di una smania nascente di fare, di capire, di scoprire.
Essere, in fine, unico giudice del mio sentire e al diavolo la “STORIA”.

Alla reception del residence dove aloggiavo chiesi il telefono e, ritrovato il biglietto, composi il numero di Monaco di Baviera che vi era riportato.
Immaginai la scintilla della trasmissione percorrere lo smisurato cavo telefonico sul fondo dell’Atlantico, risalire la penisola iberica, attraversare la Provenza...
Dopo alcuni squilli rispose una prima segretaria, mi destreggiai con la lingua inglese e dopo tre passaggi di voci femminili mi rispose quella maschile del Prof. Manfred.

Fui

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La casa fantastica (parte quarta)

Un cunicolo stretto e ad altezza d’uomo si presentava davanti a me, non lontano vedo sulla mia  destra una insenatura, ecco! scoperto l’arcano mistero era il vano che conteneva la caldaia per il riscaldamento. Un pannello con molti pulsanti e luci, sul tetto come dei fori che prelevavano la luce dall’esterno ( non ricordo di aver visto mai sul prato queste prese di luce ).
Appesa ad una parete una tuta di colore bianco con bardature in argento, nell’altra parete uno scaffale con dei ripiani, in uno di questi alcuni caschi tipo motociclista ma con le visiere oscurate, mi giro attorno e guardo indietro come per capire se quella strada l’ho percorsa realmente, o stavo sognando. Lo sconforto stava quasi per prendere il sopravvento, cosa è tutto questo mi chiedevo? non riuscivo ancora a darmi delle risposte, è passata solo mezz’ora ed è come se fosse passato un giorno.
Più non capivo e più la curiosità aumentava, il tunnel proseguiva per altri 10 metri circa, alla fine di questo una scala che portava da qualche parte, ma dove? una porta pone fine alla mia fantasia, provo ad entrare, la porta è aperta.
Davanti a me si presenta uno spettacolo che avevo visto solo nei film di fantascienza, un piccolo vano con al centro uno sgabello, attorno a questo una fitta rete di lampade ed addossato ad una parete un tavolo con un computer portatile, due monitor, cuffie, webcam e tanti cavi che mettevano in comunicazione la cabina con le lampade ed il computer.
Sapevo che mio padre era una mente per l’informatica e l’elettronica, ma tutto quello che avevo visto mi lasciava pensare che sotto c’era qualcosa che andava oltre l’hobbystica ed il passatempo.
Cerco di memorizzare nella mia mente più cose possibili, e ripercorro al contrario tutto il tragitto fatto prima. Risalgo le scale che portavano alla botola ed accosto sopra a questa, la cassapanca.
Esco fuori dalla casetta degli attrezzi e mi avvio nel luogo dove io penso di poter trovare le prese di

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   7 commenti     di: Carmelo Rannisi



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