Quando l’urlo più agghiacciante di tutti mi penetrò nel subconscio fui riportato alla realtà. Per un attimo avvertii ancora nelle orecchie quello che forse doveva essere l’ultimo atto di vita di un essere umano, all’apice della sofferenza, ma intravedevo la camera da letto, almeno quello che la poca luce filtrante mi permetteva di cogliere. Sapevo che quelle grida erano reali, ma mi obbligai a credere che si fosse trattato solo di un terribile incubo. Doveva esserlo a tutti i costi. Mi ero trasferito nel centro storico da quasi tre mesi, in un appartamento al penultimo piano di un palazzo privo di ascensore. L’edificio conservava negli stucchi e in qualche affresco ancora presente sui soffitti, le storie di una dimora che in passato aveva vissuto un certo fasto e dai muri trasudava impercettibile l’eco dei raffinati trascorsi di un’antica casata nobiliare. Aprii leggermente le pesanti persiane, alte circa tre metri, per sbirciare il cielo e non fu piacevole notare che la giornata si preannunciava gravida di pioggia e piuttosto ventosa. Non che la cosa mi importasse più di tanto; non uscivo più da casa dal giorno in cui vi avevo messo piede in pianta stabile, ed avevo comunicato per telefono le mie dimissioni dal posto di lavoro. In quella circostanza mi resi conto della scelta insensata, ma dal momento in cui era cominciato tutto questo, non avrei potuto fare a meno di rimanere chiuso in quel grande appartamento dagli affreschi cadenti, almeno fino a quando non avessi concluso quanto mi ero prefissato. Era implicito che non avrei mai invitato alcun individuo a casa mia; avevo pregato anche il padrone di casa, un vecchio fumatore di pipa dallo sguardo severo e folti baffi bianchi, di lasciarmi messaggi nella cassetta o di telefonarmi, facendo trapelare un’immagine di me molto vicina a quella di un artista introverso, amante della solitudine. Quello che importava a lui, e a quelli come lui, era solo di ricevere puntualmente la pigione, ma non si cur
[continua a leggere...]gli animali hanno la stessa nostra vita nel senso mangiamo, beviamo, dormiamo, moriamo e forse di come ci sentiamo tutto questo serve per crescere fino che si può crescere e vivere fino quando si potrà vivere.
Ma ce una cosa che cambia tra noi persone e animali e la parola la parola non ce l'hanno gli gli animali tranne che il pappagallo ma lasciamolo fuori mettiamo dentro in fatto tutti gli altri animali come mai li manca la parola?
Non si dovrebbe rispondere anche se si e intelligenti "sono animali e gli animali non hanno le parole" invece se siamo veramente intelligenti si dovrebbe scoprire il vero perchè gli animali non hanno parole...!
verso di noi perchè tra di loro si capiscono, parlano solo che noi non capiamo cosa dicono. Ad esempio un uccellino fischia ma possiamo fischiare anche noi... ma mai come lui... il vero perche e che a noi sembra che fischino invece tra di loro parlano.
Oppure vorrebbe dire qualcosa, lasciarci un messaggio a noi ma non riusciamo capire cosa cosi' liu cosi' noi. Ci sono tantissime cose nel mondo che non conosciamo ancora e che conosceremo ancora non dobbiamo dire una cosa senza
sapere bene il perchè. senza capire bene. Senza dire la storia perche una storia vera e sempre lunga.
Profondo ammiratore e servo devoto di Santa Madre Chiesa, la prima azione del cavaliere fu quella di scendere da cavallo prima di accostarsi ai due ecclesiastici, operazione che gli permise di attendere alla debita distanza che la folla si diradasse del tutto. Avvenuto ciò si diresse, questa volta con passo calmo e quasi interrotto, verso i due uomini, che lo notarono già da lontano.
Ora si poneva il dubbio sulla precedenza degli omaggi, in quanto prediligere uno sull’altro avrebbe potuto causare malintesi e pregiudiziali antipatie. Optò per la soluzione più astuta. Giunto in prossimità dei due uomini, si inginocchiò e cominciò a declamare con voce sicura : “ Credo in un Solo Dio, Padre Onnipotente…”, a tali parole, ci fu un cambiamento di espressione da parte di tutti e due i personaggi : quello in piedi alzò un sopracciglio ed inclinò la bocca in uno specie di sorriso stupito, frammisto a compiacimento incredulo, l’altro, sempre accovacciato al lato del piedistallo, inclinò leggermente il capo ed emise un suono che pareva integrare nel suo significato disillusione e scherno. Uguale fu la successiva azione di tutti e due, che fermarono la declamazione di Giorgio, in particolare l’uomo in abito talare disse: “Non siamo in tempo di eresia, cavaliere, non c’è bisogno di proclamare il Nostro Santo Credo, ma apprezziamo il tuo desiderio di mostrare devozione”, l’ altro aggiunse: “siete un chierico di qualche ordine combattente?”. Giorgio, mantenendo sempre la posizione inginocchiata, guardava i due personaggi alternativamente, inclinando le pupille sotto la fronte agrottata, col capo reclinato in avanti, riflettendo a chi dei due dovesse per primo rivolgere la parola. Alzandosi in piedi lentamente, decise di mantenere una linea di equilibrio: “Il Credo è sempre il miglior segno di riconoscimento per chi opera alla luce della Fede, anche per chi vive nel Mondo ed è un semplice uomo, quale io sono, Giorgio, figlio del Conte Aghemo
Io e i miei genitori vivemmo a Rovigo, piccola città del Basso Veneto, in una specie di bolla, un nostro mondo a parte in cui la religione non aveva nessun valore e le bestemmie erano una salutare valvola di sfogo. Ancora non riesco a calcolare quanto questo abbia avuto un'influenza su di me: in fondo anche io nacqui con le risposte già pronte, come il figlio di qualsiasi integralista. Il problema è che ero un bambino con idee (inculcate a forza) da adulto: il mio essere bambino, e quindi facilmente ingannabile e credulo, cozzava inesorabilmente con il materialismo che mi ero trovato tra capo e collo, senza scelta.
L'assenza di un conflitto mi rese immaturo fino ai 16 anni, anno in cui ebbi la mia prima, breve, crisi mistica.
Io e la mia famiglia di atei eravamo a cena da amici di famiglia, estremamente cattolici: se avessimo vissuto sotto lo stesso tetto, anche solo per una settimana, avremmo scritto abbastanza materiale per una sit-com.
In quanto padroni di casa, era loro compito dirigere la conversazione. La moglie si lanciò in un appassionato resoconto del loro pellegrinaggio a Lourdes, che raggiunse il suo apice alla descrizione di una particolare fontana.
E quindi ci siamo lavati le mani nell'acqua di questa fontana, e poi ho ripreso le mani da questa fontana, ed erano completamente asciutte! Neanche una goccia d'acqua, vero caro? -
Trattenni il mio fiato in infantile stupore. Mi passò davanti la mia vita da scettico, e pensai con rabbia “ Mi hanno lasciato fuori dal mondo reale tutto questo tempo? I miracoli esistono davvero! “
Mi girai a destra per vedere le reazioni dei miei genitori. Mia madre sembrava stupita come me, ma lo imputai più alla sua educazione cattolica e alla sua fascinazione per il soprannaturale; mio padre invece stava ponderando, tra il riflessivo e il trionfale. Poi, con tono monocorde, disse:
Non è acqua, è un prodotto di laboratorio. Lo usano nei musei per spegnere gli incendi senza bagnare i quadri. -
Ci fu un
Una volta il penitenziario di B. era considerato sicuro: il massimo della sicurezza, dato che fin dall’epoca della sua costruzione nessun “ospite” era mai uscito di propria volontà, senza i timbri e le firme regolamentari.
Chi entrava a B. e sentiva rinchiudere alle proprie spalle il grande portone in ferro restava per qualche attimo in ombra, chiuso com’era, quell’angolo di cortile a nord, tra l’alto muro dell’edificio carcerario vero e proprio, la palazzina degli uffici amministrativi e la lunga muraglia di cinta esterna.
L’assenza di luce era dunque il benvenuto che ogni detenuto riceveva non appena varcata la soglia dell’istituto di pena e chi vi avesse prestato attenzione (ma erano ben pochi, quelli) vi avrebbe potuto riconoscere facilmente la metafora della propria nuova condizione.
Anche M. era uno degli assegnati al luogo; non ultimo tra gli arrivati, ma neppure tra i “veterani”, la sua destinazione alla comunità penitenziaria datava però ormai un consistente numero di anni: quanti bastavano a trasformare un essere riottoso e ribelle in persona diversa, marcata da una pacata rassegnazione.
M. sapeva che a quel suo settimo anno di carcere ne sarebbero seguiti altri: quanti sarebbero stati non avrebbe potuto quantificare, poiché il loro termine non dipendeva da alcuna volontà umana, anni la cui durata indefinita e infinita segnava lo sguardo di tutti coloro ai quali era stata assegnata la massima punizione.
Ora era di nuovo mattina: M. riprendeva a poco a poco la coscienza del proprio essere, mentre un dolore sordo lo stringeva all’interno. Ormai, dopo tutto il tempo trascorso oltre le sbarre, questo modo di risvegliarsi era diventato un’abitudine; sapeva così con certezza che una volta aperti gli occhi lo sgomento avrebbe lasciato il posto ad un senso di quiete profonda: la quiete delle consuetudine e delle non scelta, la quiete della non speranza.
Eppure M. continuava a considerare con stupore la capacità di adattament
Un giorno di Novembre, alle prime luci dell'alba, quando la bruma mattutina si condensa in strati sottili e sembra galleggiare nell'aria, seguendola in quel dolce dondolio in guisa di monotona risacca marina, e la luce tremula si insinua tra le fumanti zolle di terra, risplendendone in mille riflessi cristallini, un uomo camminava lungo la strada che uscendo dal paese si adagiava per valli e colline seguendo un percorso dettato più dalla casualità che dalla logica. Nell'accingersi ad oltrepassare il cancello della casa delle tre vedove ebbe come un attimo di smarrimento, un momento di sospensione dell'incessante battito del tempo e dello spazio, provando la netta sensazione di trovarsi sull'orlo di un precipizio. Dovette appellarsi a tutte le sue forze per restare in piedi, cercando disperatamente un sostegno. Prima di cadere a terra la sua mano venne afferrata da una gelida propaggine, dalla quale istintivamente cercò subito di divincolarsi, reputando l'appiglio più pericoloso dell'abisso che percepiva sotto di lui.
- Si sente male, signor Maltoni? - Chiese una voce fredda e dura come l'acciaio,
provocandone l'immediata ripresa dei sensi. Si trovava nel viale che dal cancello di ingresso conduceva alla villa, ed il freddo sostegno che gli aveva consentito di non cadere in terra era in effetti la mano di un uomo.
- No, no, ora mi passa, è stato solo un capogiro. La ringrazio, comunque. - Disse
cercando di riprendere contatto con la realtà.
- Le signore la stanno aspettando, se vuole seguirmi. - soggiunse quello che sembrava essere il maggiordomo, avviandosi in direzione della villa.
Le brune mura sbrecciate, testimoni di passate battaglie, di antichi assedi, di splendide vittorie e di triste sconfitte, edificate con il sudore e difese con il sangue, ora rimanevano esangui testimoni di glorie trascorse e di inconfessate speranze.
Fiera testimone della potenza militare della signoria, l'antica rocca aveva subito l'onta del tempo divenendo residenza
L’arrivo a l’aeroporto di Madrid fu in perfetto orario, in pochi minuti Marco era già allo sportello dell’agenzia di noleggio auto. Marco amava la Spagna, forse perché quando era ancora studente si era innamorato di una ragazza spagnola…aveva imparato la lingua… o forse solamente era affascinato da quella terra.
Il lavoro al “Mistero” gli dava la possibilità di viaggiare molto, la rivista, con filiali in tutto il mondo e un sito internet fra i più “cliccati” dagli amanti del brivido e dell’occulto, si era interessata ad un caso strano legato a leggende popolari… e Marco fu scelto e inviato, naturalmente, per la conoscenza del paese e della lingua e soprattutto per l’amicizia “complice” con Olga, la referente della rivista in Spagna, che aveva tanto insistito per la sua collaborazione.
- Lei è il signor?- Domandò l’addetta dell’agenzia di noleggio, ed in perfetto spagnolo Marco rispose- Locatanni, Marco Locatanni, dovrei avere un’ auto prenotata dalla rivista “Mistero” –
- Aspetti che controllo… si, mi dia la patente per registrarla, un attimo di pazienza-
Marco pensava… pensava ai pochi mesi vissuti proprio a Madrid…e a Olga, conosciuta al meeting della rivista tenutosi a Firenze (la città natale di Marco), e come avrebbe reagito rivedendola.
- Ecco la sua patente, può ritirare la sua auto al nostro parcheggio, un nostro incaricato le spiegherà tutto. Le interessa una mappa della città?-
- No, grazie… conosco la città- disse sorridendo. – Grazie mille, buona serata-
Era il primo pomeriggio di una giornata afosa di luglio, Marco sapeva solo l’indirizzo della sede Spagnola della rivista… nella centralissima Gran via.
Li avrebbe avuto i dettagli della storia di cui si doveva occupare. Sapeva che solo che era un paese in mezzo alla meseta, un po’ lo intrigava… avrebbe visto e vissuto nelle stesse terre che avevano ispirato Cervantes nel Don Chisciotte.
Ma quello che lo interessava veramente
La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Racconti del mistero.