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Racconti del mistero

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LA CITTÀ DELLE ILLUSIONI

“Questo maggio è forse l’ultimo maggio del mondo di illusioni che mi sono costruito intorno; il mese prossimo penserò con nostalgia a questo me stesso di poche settimane più giovane: ma adesso, oggi, fatico persino a ricordare come tutto abbia avuto inizio.
E perché non ricordo? Solo perché lo scontro frontale che ho avuto con la betoniera è stato così violento?
Andiamo…
Forse è invece per il sonno, che in questa tarda primavera, troppo calda per non definirla precoce estate, mi avvolge, molle e denso come melassa infernale, e non lascia spazio nemmeno ai ricordi, per non parlare di qualsiasi altro pensiero sensato, accidenti!”
Così vaneggiava Emeraldo Diaz, in mezzo all’Avenida De Cormollo di Mexico City, nella pozza di bitume nella quale si trovava immerso dopo l’incidente.

Una gelata sembrava aver cristallizzato il cielo, nella mente di Emeraldo, che stava passando da sensazioni di caldo opprimente a brividi sferzanti e improvvisi. Di colpo credette di essersi alzato ritto in piedi e avere gridato qualcosa, ma non sapeva cosa… anzi, di sicuro non si era alzato, e questo gli era chiaro, tanto quanto il fatto di avere le gambe spezzate… insieme a tante altre ossa, del resto.
La mente vacillava, com’è comprensibile, continuando tuttavia a lanciare saette calde agli occhi dell’uomo, dei lampi di luce dolorosi che Emeraldo interpretava come pensieri.
“Il mese prossimo penserò con nostalgia a questo me stesso” si ripeté Emeraldo già immaginando quanto sarebbe stato triste il suo futuro, in trazione nel letto di un qualche nosocomio, se possibile ancora più triste degli attimi che stava vivendo in quel momento, che almeno erano allietati dalle scariche di adrenalina.
“Ripenserò con un certo rimpianto anche a tutte le mie frattaglie, un tempo posizionate per benino nel corpo ed ora indecorosamente sparse sulla strada, accidenti!”

“Nei suoi romanzi ci sono solo due elementi invariabili: la pioggia e i capi-stazione

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Il risveglio

Apro gli occhi, la stanza è buia, faccio fatica ad orientarmi, sento uno strano odore di chiuso,
mi domando dove sono, cosa è successo, d'istinto vado verso l'interruttore, della luce.
Non riconosco la casa, uno sguardo alla sveglia, stranamente è ferma alle ore 24, 00 del 20/12/2012.
Le gambe cedono devo sedermi sul letto.
Dimenticavo di presentarmi, sono Pietro ma potete chiamarmi, "il Cincia".
Da piccolo ero un discolaccio, lo diceva sempre la mia mamma, mi divertivo a distruggere tutto, così quando mi vedevano tutti gridavano, attenti arriva il cincia mo ci rovina il gioco, e mi correvano dietro, poi finivamo tutti a giocare a palline, ma torniamo ad oggi,
già oggi ma che giorno è oggi?
l'ultima cosa che ricordo è che stavo impacchettando i regali di Natale, poi il buio totale.

Ora mi giro intorno, la porta è sprangata dall'interno, le finestre sono oscurate con delle tavole di legno
Ben fissate sul muro.
Devo riconoscere che l'ansia mi sta prendendo.
E mille pensieri mi girano nella testa che ancora vuota non sa cosa sia successo.
Pietro, mi dico devi calmarti e fare mente locale,
come se fosse facile mi rispondo,
ovviamente la prima domanda che mi sono posto è
ma chi mi ha chiuso dentro?
E come ha fatto ad uscire se tutto è sprangato?
Inizio a perlustrare quella stanza, palmo a palmo, nessun passaggio, nessuno spiraglio di luce.
Non può essere solo una coincidenza, non può essere un sogno,
mi pizzico, fa male, ma quante mi sono pizzicato in sogno e ho sentito lo stesso male?
Perché una sveglia che va a batterie si ferma in maniera inspiegabile?
Forse le batterie erano usurate e hanno dato l'ultimo colpo in quel momento in quel giorno,
può essere.
Riprendendo per un attimo le mie facoltà mentali decido che la prima cosa da fare è uscire.
Devo trovare un martello, un piccone insomma un arnese che possa schiodare quelle travi.
Non trovai nulla solo un piccolo martello che di solito si usa per appendere i quadri ai mu

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   1 commenti     di: Pietro Chiabra


I nostri defunti

L'agriturismo tace.
Solo il cartello all'ingresso recita ancora, la voce sbiadita di rosso, "Benvenuti al Km 76".
Varcata la soglia, il giardino diventa una chiazza di marciume e putredine, che copre il verde e lo rende scuro, cupo.
Le pareti in legno della struttura traballano tra edera e muffa; i pilastri di basalto si ergono ancora, neri, bastoni della loro stessa solitudine. In veranda è rimasto un tavolo, anch'esso in legno; lungo, spoglio di tovaglia e commensali. Gli insetti lo percorrono, veloci, come se fossero su un'autostrada.
Due anni sono bastati per questo sfacelo.
Osvaldo, detto "il Breccia", sospira, la mano che esita sulla maniglia dell'ingresso principale. Brandelli di ragnatela la decorano, o forse la rinforzano.
L'uomo spinge, come aspettandosi resistenza, ma la porta si apre, docile, senza gemere.
Il gemito arriva invece dal Breccia. Una cappa di marcio e chiuso gli crolla addosso e lo tiene stretto, costringendolo a un respiro profondo, che peggiora il senso di oppressione.
Gli occhi corrono veloci alle serrande di una finestra dalla parte opposta della sala, ma le gambe sono diventati nuovi pilastri di roccia.
Pensa, il Breccia, ricorda che l'agriturismo era il punto di ritrovo di tutta la provincia fino a due anni prima.
- Prima - sussurra quest'uomo curvo, canuto, la voce roca di fumo - Prima - ripete, dopo un'altra boccata deteriorata. E mentre finalmente le gambe si convincono e lo portano alla finestra, impreca per la morte che ha violentato il suo agriturismo solo due anni addietro.
C'è stato un omicidio proprio qui. Un ragazzo ucciso durante la festa di compleanno, massacrato dagli amici. Coltellate per ogni anno compiuto, coltellate che hanno determinato la fine del "Km 76". Sangue dappertutto, il giardino imbevuto di morte, il locale chiuso, sotto sequestro per mesi. Un tumore di infamia e maledizione che ha spento l'agriturismo.
Le dita attanagliano il chiavistello delle persiane, spingono in alto e lanciano fi

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Una Strega o Una scienziata? - Parte Terza

Come una corsa, nella notte più tremenda e nel giorno più soleggiato. Stavo correndo privato di ogni mio desiderio se non di quello di salvarmi da quell'oscura tenebra che mi inseguiva, come una maschera di odio pronta a travolgermi. Era un sogno? Un incubo? Mi trovavo in uno degli strani mondi in cui mi aveva trascinato mia sorella Serena? Non ero in grado di dirlo. So solo che attorno a me era tutto buio eccezion fatta per quella scala di vetro sulla quale continuavo a correre e che sembrava non avere fine. Si avvolgeva, come un eterna spirale, su su e poi ancora più su. Non ero in grado di vederne la fine. Quelle ombre mi inseguivano, di tanto in tanto si fermavano, come a volersi prendere gioco di me, e io le osservavo in preda all'ansia mentre loro riprendevano la loro corsa, senza lasciarmi alcuna tregua. Provavo addosso una cieca paura, eppure non ero minimamente in grado di spiegare il perchè. Non erano che immagini fugaci, dal vago contorno, forse addirittura incorporee. Eppure non potevo farne a meno, sudavo freddo, e correvo, correvo ancora e mi affrettavo sempre più su. D'un tratto iniziai a vedere una luce, forse ero giunto alla fine di quel tortuoso e interminabile cammino? E cosa avrei trovato lassù ? una via di fuga o un semplice vicolo cieco? -Non avere paura, le ombre abbracciano la luce, ma se tu abbraccerai le ombre loro non ti distruggeranno- era la voce di mia sorella. Dov'era? non riuscivo a vederla, eppure sentivo chiaramente la sua voce che mi guidava, che mi incitava a fare ciò che mi diceva. Abbracciare le tenebre? Ma come avrei dovuto fare? Non ne avevo la benchè minima idea, eppure sentivo che dovevo seguire il consiglio di mia sorella. Mi fermai, li, in piedi sull'ultimo gradino di quell'interminabile scala, ed attesi. Trassi un profondo respiro, mi voltai con la lentezza di un condannato a morte che si appresta a perdere la vita per mezzo dei propri carcerieri, e fu li che vidi cos'erano in realtà quelle ombre. Erano persone,

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Gli animali

gli animali hanno la stessa nostra vita nel senso mangiamo, beviamo, dormiamo, moriamo e forse di come ci sentiamo tutto questo serve per crescere fino che si può crescere e vivere fino quando si potrà vivere.

Ma ce una cosa che cambia tra noi persone e animali e la parola la parola non ce l'hanno gli gli animali tranne che il pappagallo ma lasciamolo fuori mettiamo dentro in fatto tutti gli altri animali come mai li manca la parola?

Non si dovrebbe rispondere anche se si e intelligenti "sono animali e gli animali non hanno le parole" invece se siamo veramente intelligenti si dovrebbe scoprire il vero perchè gli animali non hanno parole...!

verso di noi perchè tra di loro si capiscono, parlano solo che noi non capiamo cosa dicono. Ad esempio un uccellino fischia ma possiamo fischiare anche noi... ma mai come lui... il vero perche e che a noi sembra che fischino invece tra di loro parlano.

Oppure vorrebbe dire qualcosa, lasciarci un messaggio a noi ma non riusciamo capire cosa cosi' liu cosi' noi. Ci sono tantissime cose nel mondo che non conosciamo ancora e che conosceremo ancora non dobbiamo dire una cosa senza
sapere bene il perchè. senza capire bene. Senza dire la storia perche una storia vera e sempre lunga.

   6 commenti     di: mower rell


LIBERO ARBITRIO?

LIBERO ARBITRIO

MARZO 1990
"Sono solo ora, nella stanza dell'ufficio ove lavoro. Sono andati via tutti; no, che dico? È rimasta la segretaria.
La sua stanza e' lontana dalla mia. Meno male, nessuno mi disturbera'!
Il giornalino dei pronostici della corsa tris, come sempre, alle mie spalle, in uno scomparto dell'armadio. Lo prendo.
È il momento più bello questo, per un giocatore! E non solo nel gioco, come diceva il Leopardi nel suo sabato del villaggio. L'attesa, la speranza... uff... speriamo che stavolta...
... uff... che strana sensazione!
Ho i brividi! Che succede?
La mia mente viaggia a ritroso nel tempo.
Ed ora, perche' sto ripensando a quel matto di Christian? Che tipo, interrogava i morti, come lui diceva; con il pendolino!
Anche un bambino se ne accorgeva. Era lui che muoveva impercettibilmente la mano.
Perche' mai poi con me? Voleva convincermi, ah! ah!... Che strano... e se veramente poi fosse? Magari funziona!
Ah! Ah! Forse sara' che, come quasi tutti i giocatori, sto diventando superstizioso! Che strano poi questi giocatori! Tantissimi lo sono!
Credono che il risultato finale di una corsa puo' essere influenzata dall'aver precedentemente visto un gatto nero, o dalla richiesta inopportuna da parte di qualcuno di accendergli la sigaretta.
Credono, insomma ad una forza misteriosa, elusiva, invisibile, che si accanisce contro di loro e li "Fa Perdere"!
Che infatti poi perdono sempre.
Tutta la vita, continuano a perdere!..
Tutta la Vita!"

GENNAIO 2004
All' epoca, l'idea era quella di interrogare un defunto. Qualcuno che mi desse la possibilita' di Vincere. Sembrava uno scherzo... lo era... ma nonostante cio' ero pervaso da una particolare e strana sensazione, incredibile, che non valutavo essere una specie di autosuggestione; anche perche' non credevo a quello che stavo facendo!
Mi "armai" di chiave e spago e feci un "pendolino casereccio". Su di un foglio disegnai un cerchio diviso in ventiquattro sett

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   4 commenti     di: Phil Ethasimon


Isla de aves - terza parte

La fiammella del mio torace si tramutò in rogo.
Inviai la conferma.
Come liberato da un qualche legaccio, mi concessi una visita oziosa del territorio che ora volevo possedere cognitivamente.
Affittai una vecchia auto americana, bianca con interni rossi, una sontuosa Eldorado degli anni 50.
Decapottabile.
Un bianco cappello a tesa larga, occhiali da pilota USAF e musica nella mente più potente delle lagne venezuelane che la radio, dal cruscotto, riversava nell'aria.
Euforia e leggerezza condizionavano il mio essere in quei giorni.
Frequentai assiduamente stamberghe e bordelli.

Un sorriso doloroso turbava il mio viso.

La figura di Gonzalo Almirante entrò a far parte delle mie conoscenze in una gita a Puerto de la Cruz.
Il nome altisonante apparteneva ad un uomo scuro di pelle, dalla magrezza nervosa, dinoccolato e sdentato e gli stava addosso, il nome, come la giacca da uomo ad un bambino.
Rapido d'intelletto e assai di più di coltello, era intervenuto in mio aiuto in un tentativo di rapina che aveva me come bersaglio.
Due "desperados" armati di machete nella penombra di un imbarcadero, avevano tentato di alleggerirmi dei dollari, che maneggiavo con troppa disinvoltura, e anche della testa, credo, giusto per divertimento.
Il cuchillo di Gonzalo era apparso, dopo un sibilo, infisso nella gola dell'assalitore più minaccioso.
Il secondo figuro si era dato alla fuga dimostrando, a mio parere, molto buon senso.
Dal buio era emerso il mio salvatore e si era presentato motteggiando i nobili spagnoli del passato, per poi riderci su sgangheratamente.

La sbornia, che fino ad allora aveva anestetizzato i miei sensi, si era dissolta, per ciò ritenni opportuno ripristinarla con la compagnia del mio nuovo buon amico Gonzalo Almirante, gran cavaliere dei pontili e patrono dei babbei, dato che tale mi ero dimostrato.

Portai con me, di quella notte, il fotogramma di un corpo malamente disteso sul pontile di legno, illuminato dal flebile cono di lu

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