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Racconti del mistero

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Gli esposti

Il cuore le batteva all'impazzata e il fiato le mancava. Lungo la strada continuava a correre e a guardarsi indietro, con il timore che qualcuno la stesse seguendo. Sembrava un malvivente intento a non farsi scoprire e così rasentava i muri, e si riparava nel buio dei portoni dei palazzi per assicurarsi di essere sola.
"Loro sapranno cosa fare", si ripeteva a voce bassissima, quasi in un sussurro. Il rimorso era grande, ma ancora più grande il dolore e la miseria. Procedeva spaventata; ed ogni benché minimo rumore la faceva sobbalzare e il cuore le batteva più forte, ma la via era deserta.
La notte era gelida e lo scialle logoro che avvolgeva la sua esile figura, ben poco la proteggeva dal freddo. Strinse più forte il fagotto che portava tra le braccia ed accelerò il passo; le sembrava che il suo peso aumentasse strada facendo.
Finalmente giunse alla chiesa. Così come le avevano raccontato, non esisteva un portone d'ingresso, e le scale davano direttamente in una sorta di piccolo cortile. Si precipitò su per i gradini in una corsa frenetica e non conoscendo il posto, si guardò intorno. Alla sua sinistra scorse l'entrata della chiesa, mentre guardando dall'altra parte trovò "la ruota". Malferma sulle gambe tremolanti, procedette in quella direzione. Stavolta il passo era lento, come chi, dopo un lungo peregrinare ha raggiunto la meta tanto sofferta. Girò la ruota dal lato concavo; il cuore le batteva ancora più forte di prima. Con delicatezza vi depose la coperta con il suo contenuto, poi si trasse dal petto un pezzo di carta e lo infilò tra le pieghe del fagotto. Si soffermò per qualche istante, quindi, fece nuovamente girare la ruota, tanto da vederne la parte convessa. Per la prima volta, dopo la morte della figlia, avvertì nettamente il vuoto che la circondava. Quell'atto recideva anche l'ultimo legame che aveva con lei. Con le lacrime che copiose le rigavano il viso, e tutto il peso del suo gesto disperato sulle spalle, si lasciò mollemente ca

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   1 commenti     di: Assunta Mango


Il Falco Pellegrino

Il Falco Pellegrino

Il bastone, il suo fedele amico, lo accompagna tutte le mattine. Adolfo si inerpica per quel viottolo, una stradina di campagna, immersa nel bosco, ne conosce ogni angolo, ogni pietra. Con cammino lento ma sicuro di piedi rodati, man mano che sale, con gesti lenti sembra salutare ogni albero, sembra riconoscere perfino i cespugli, di tanto in tanto si ferma, toglie dalla tasca il fazzoletto e si terge la fronte, sorridendo dentro di se, pensando quando quel viottolo da ragazzo lo faceva correndo, fino in cima. Poi, riprende il cammino col suo fido bastone, un bastone ricavato da un ramo d’olivo, da lui stesso intagliato. Quando la stradina finisce arriva in cima ad un promontorio, Adolfo tira fuori il solito fazzoletto, lo pone con cura sul vecchio masso, poi vi si adagia, ponendo lo sguardo verso la valle, “che panorama!”, sono tanti anni che lo vede ma ogni volta, lo rilassa come le prime volte. A questo punto dalla sua bisaccia, con fare quasi furtivo, tira fuori un mozzicone di sigaro toscano, si guarda intorno, come se qualcuno potesse scoprirlo, e con gli occhi soddisfatti accende il mozzicone, dopo la prima aspirata gli scappa una risata, immagina le tante persone, il Medico, il Prete, il Farmacista che gli ripetono “ Ado il fumo ti porterà alla tomba”, ma lui fiero dei suoi ottantanni, al suo mozzicone non rinuncia. Poi alza lo sguardo e con fare riverente saluta il sole, che già ha superato la montagna, dietro la collina, sono vecchi amici e si rispettano. Anche le nuvole, per Ado, hanno un significato importante, quante fantasie hanno sprigionato nella sua mente, ed ogni tanto qualcuna assume una forma, che lo fa ricordare gli riporta alla mente come una fitta al cuore, i suoi 5 figli, sparsi nel mondo, ognuno con la propria famiglia, li ricorda bene uno ad uno se li figura nel volto e nella voce, come ode, di tanto in tanto la voce canterina di Adalgisa, la sua fedele compagna, che lo aveva lasciato tre an

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   0 commenti     di: Tony Fontana


La Visione dei Conigli antropomorfi: einsteiniani/copernicani versus tolemaici

" Cara Diana, (lettera mai finita di scrivere alla mia psicoterapeuta...)
mi dimetto da paziente perché son sempre stato matto ma penso di esserlo come lo sono tutti: del resto, tra la follia e la normalità non c'è che la distanza di un capello..."


PUM, PUM, PUM...
Il mio cuore pompa mentre salgo la collina, occupata militarmente dai vigneti che hanno eliminato ogni traccia del bosco selvaggio e primigenio.
Respiro a pieni polmoni.
Sistole e diastole, espiro ed inspiro, perché le cose Sacre sono semplici e quelle profane sono così complicate?
Ora, il problema della psicoterapia sta tutto nel capire: a cosa serve reinserirmi in un mondo ingiusto e brutale?
A cosa serve riadattarmi, se prima non si cambia questa società avida e corrotta, che ha spazzato via il Sacro dal suo cuore?
Cammino a grandi falcate sulla collina, inspiro ed espiro.


Prendo aria e qualche gas poco salutare dall'ambiente e restituisco anidride carbonica e poco ossigeno (la maggior parte serve a me, perdona l'egoismo Madre Natura: tu m'hai fatto così).
Guardo gli altri esseri umani agitarsi nelle loro villette a schiera.
Si sono trasformati tutti in conigli antropomorfi.
Saltellano, zampettano, scavano le loro buche, infaticabili; cercano le loro patetiche carotine.
Esistono solo per allargare la loro tana, buia e umida.

Ognuno di quei conigli vive dentro i suoi egoismi e ognuno costruisce la sua bella tana piena di consumi irrazionali; geometrici cosmi personali e si sbattono scordando che in fine tutti avremo solo una fossa in due metri di terreno.
Ogni tana, un'autoinganno.
Sappiamo che viviamo su un pianeta che attraverso la notte siderale gira attorno al sole, che siamo solo una delle miliardi di rocce disperse nel Cosmo.
Sappiamo anche che riceviamo dal Sole tutta la vita e che un bel giorno questo motore bollente si raffredderà, e che l'umanità come specie avrà fine, anche se un nuovo ciclo vitale ritornerà a rinnovare l'eterno teatro della vita.

I co

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   4 commenti     di: Mauro Moscone


LIBERO ARBITRIO?

LIBERO ARBITRIO

MARZO 1990
"Sono solo ora, nella stanza dell'ufficio ove lavoro. Sono andati via tutti; no, che dico? È rimasta la segretaria.
La sua stanza e' lontana dalla mia. Meno male, nessuno mi disturbera'!
Il giornalino dei pronostici della corsa tris, come sempre, alle mie spalle, in uno scomparto dell'armadio. Lo prendo.
È il momento più bello questo, per un giocatore! E non solo nel gioco, come diceva il Leopardi nel suo sabato del villaggio. L'attesa, la speranza... uff... speriamo che stavolta...
... uff... che strana sensazione!
Ho i brividi! Che succede?
La mia mente viaggia a ritroso nel tempo.
Ed ora, perche' sto ripensando a quel matto di Christian? Che tipo, interrogava i morti, come lui diceva; con il pendolino!
Anche un bambino se ne accorgeva. Era lui che muoveva impercettibilmente la mano.
Perche' mai poi con me? Voleva convincermi, ah! ah!... Che strano... e se veramente poi fosse? Magari funziona!
Ah! Ah! Forse sara' che, come quasi tutti i giocatori, sto diventando superstizioso! Che strano poi questi giocatori! Tantissimi lo sono!
Credono che il risultato finale di una corsa puo' essere influenzata dall'aver precedentemente visto un gatto nero, o dalla richiesta inopportuna da parte di qualcuno di accendergli la sigaretta.
Credono, insomma ad una forza misteriosa, elusiva, invisibile, che si accanisce contro di loro e li "Fa Perdere"!
Che infatti poi perdono sempre.
Tutta la vita, continuano a perdere!..
Tutta la Vita!"

GENNAIO 2004
All' epoca, l'idea era quella di interrogare un defunto. Qualcuno che mi desse la possibilita' di Vincere. Sembrava uno scherzo... lo era... ma nonostante cio' ero pervaso da una particolare e strana sensazione, incredibile, che non valutavo essere una specie di autosuggestione; anche perche' non credevo a quello che stavo facendo!
Mi "armai" di chiave e spago e feci un "pendolino casereccio". Su di un foglio disegnai un cerchio diviso in ventiquattro sett

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   4 commenti     di: Phil Ethasimon


Io, dentro la grande tela

Mi piace il verde.
Il mio lavoro, la mia vita, si sono sempre divisi tra il verde di questo prato e i depositi dove, insieme a tante altre come me, sono costretta, immobile, ad aspettare.
Mi piace il verde, ho detto.
Mi piace quando è asciutto, pulito, liscio.
Non è sempre così.
Quante volte il prato dove lavoro è bagnato, e quante volte è sporco, polveroso, nemmeno più verde!
Quanti prati sono pieni di buche!
Il mio è un lavoro duro. Il contratto mi impone di subire continue violenze, ed è considerato tanto più bravo chi è più preciso, o più energico, o più tempestivo e veloce nel procurarmele.
Precisi non lo sono sempre. Quando accidentalmente mi scagliano fuori dal prato, mi sostituiscono con una collega, del tutto uguale a me.
A me piace quando, facendomi rientrare nel prato, vengo afferrata da mani robuste, e lanciata sul petto (sì, preferisco sul petto) dell'altro uomo, vestito nello stesso modo.
Non mi piace quando - è capitato anche questo - vado incidentalmente ad incocciare, con tutta me stessa, i coglioni di qualcuno.
Mi piace quando qualcuno tenta di afferrarmi, ma non ci riesce; ed allora capita di imbattermi in una grande tela, a larghe maglie. Ed allora c'è, nel prato, un grande movimento: tanti sono felici, radiosi, tanti altri - con un vestito diverso - sono tristi, o raggelati, delusi. Anche rabbiosi.
Ho compreso di essere io la protagonista. Questo lavoro è spettacolare. Io però mi prendo, mi sembra, solo il peggio: i calci, dovunque.
Chi mi guarda mi ignora. Guarda, apprezza, critica, commenta, paga solo loro: quelli che mi maltrattano.
Oggi è stata una serata speciale.
Appena entrata, un triste argentino mi ha scaricata ad un calvo basso olandese - sguardo intelligente, gelida determinazione - che mi ha subito destinata ad un africano gentile e sorridente. Mi ha accolta con dolcezza e dopo sei passi veloci mi ha spedita verso l'angolo basso della grande tela.
Non mi hanno mai guardata - decine di migliaia,

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IL GIOCATTOLAIO

Ci sono posti, luoghi, negozi, palazzi nelle nostre città che non sapremmo mai dire quando sono stati costruiti, o aperti, o chiusi. Ci sono posti, luoghi, negozi, palazzi nelle nostre città che non sappiamo neanche che esistono eppure sono.
A Milano, in corso di porta Romana vicino all’antichissima chiesa di San Nazaro, c’è un piccolissimo negozio che vende giocattoli vecchi. Nessuno degli abitanti della zona se interrogato può dire quando quel piccolo negozio è stato aperto. I giovani giurano di ricordarselo da sempre, gli anziani sostengono che è nato insieme a Milano e che il suo proprietario è il tempo. Fatto sta che nessuno ha mai fatto caso più di tanto a quel piccolo negozietto.
In effetti a ben guardarlo passa piuttosto inosservato. Una piccola vetrina ordinata e pulita con carillon, trottole, soldatini, bambole, trenini, macchinine di latta ed altro ancora. Il proprietario è un signore dall’età indefinita. Non molto alto, i capelli neri corvini tirati indietro e laccati sulla testa dalla brillantina, un paio di occhiali piccoli e rotondi che nascondono due piccoli occhietti, e due baffi lunghi, sottili e ben curati. Il suo nome Amos Zoma. Ogni mattina puntuale alle nove tira su la saracinesca per abbassarla ogni sera alle ore otto in punto. Le sue giornate le trascorre dietro al bancone a pulire, aggiustare, studiare i nuovi vecchi giocattoli che gli arrivano ed ad aspettare il prossimo cliente. Ad entrare sembra di essere in un paese del balocchi di collodiana memoria; un luogo dove il tempo sembra essersi fermato.
Era il periodo di Natale e Milano come ogni anno venne vestita a festa. Le luminarie rendevano ancor più evanescente e particolare quell’aria umida e un po’ nebbiosa che ogni sera scendeva per le strade, tutto assumeva uno spettrale color giallino. Le persone camminavano di fretta strette nei cappotti, vuoi per la premura, tipica dei milanesi, o per il freddo, o ancora per l’ora tarda. Tutti andavano di fretta,

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Copernico

In estate, quaggiù, i campi di grano sono come il mare. Distesi al Sole si agitano ed ondeggiano spinti dal vento, formano una grande massa dorata; un oceano dove le fattorie sono piccole isole e i contadini pescatori, pronti a tuffarvisi e raccoglierne i frutti. I corvi, stanchi per la calura, si muovono su di esso come gabbiani in cerca di cibo, mentre intorno si ergono oscuri gli spaventapasseri e le montagne chiudono l' orizzonte.
Il ragazzo si agitava, nervoso, vicino al suo isolotto, le urla del padre in lontananza. La giornata era calda e con riluttanza si accingeva a fissare i manichini ai loro pali in mezzo al mare. Sudava, e quello che sarebbe stato un lavoro noioso per un uomo risultava per lui estenuante; e inutile, perchè ormai i corvi non avevano più paura dell' uomo e con noncuranza si assopivano sulle braccia e sulle spalle dei pupazzi. Addirittura, il loro numero quel giorno era maggiore del solito, inusuale per animali sì solitari e schivi. E lo guardavano, sornioni e affatto spaventati, mentre appoggiava all' asta di legno la sua scala e saliva i pioli, con le spalle doloranti e la fronte sudata e i vestiti sporchi.
E anch' io lo guardavo, anche se non lo sapeva. E non ero nascosto nel grano ne distante; mi trovavo accanto a lui, camuffato da uno degli spaventapasseri già fissati, aspettando. Da un po' mi trovavo in quella posizione, simile a un grottesco crocifisso vestito di stracci e circondato dai corvi, perfettamente immobile. Ero affamato e stanco mentre il ragazzo continuava a sudare e ad imprecare contro quel lavoro ingrato e faticoso, e contro chi glielo aveva assegnato. 
Vecchio ubriacone era suo padre, diceva, dannatamente grasso e schifosamente inerte, molle, incapace di fissare uno spaventapasseri come si deve. Ne aveva montato solo uno, e poi se ne era andato a bere in città, lasciando l' onore di tale compito a lui per il giorno dopo. Eppure faceva paura, ammetteva, sicuramente avrebbe scacciato

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   7 commenti     di: Mattia Querci



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