E’…. troppo tardi
Ad un tratto il tempo si desta, torna ad essere una dimensione reale, esistente, come se fino ad un momento prima e non so per quanto fossi stato rinchiuso in una dimensione eterea, impalpabile senza prima né dopo, senza tempo. Non mi è dato capire dove sono e…chi sono. Sento affiorare i sensi come da un sonno eterno. In lontananza un rumore giunge al mio udito, sordo! Poi si munisce di un rimbombo, un suono al cui seguito sembra esserci una scia che assomiglia ad un’eco, un suono che si ripete sempre con lo stesso ritmo quasi a voler scandire i secondi che passano. Dove sono? Non so dove, intorno a me c’è solo buio, terribile buio e quel suono che mi giunge all’infinito senza tregua, all’unisono si fondono creando una realtà che probabilmente è solo mia. Mia, mia di chi? Chi sono? Non so, ma so di esistere, so solo di avere una dimensione tattile, sento qualcuno o qualcosa prendere contatto con il mio corpo. Non ne conosco neppure il motivo. Intorno a me solo buio, qualcosa la cui discesa provoca un movimento d’aria che mi giunge fino al viso e poi cade provocando quel rumore cui segue una scia di suono e poi di nuovo e di nuovo e …di nuovo ancora. Continuano ad armeggiare con il mio corpo. Prendo coscienza del primo bagliore di luce, allora esiste qualcosa oltre questo tunnel buio in cui mi trovo. Distinguo delle ombre senza senso, senza forma alcuna, che si muovono intorno a me. Riesco ad aprire gli occhi, solo ombre e…quel suono. In lontananza sento le risate, di noi tutti, di tutte le persone che mi circondano, sono tanti e sono…amici. Si, non sono solo ci sono anche loro con me e si divertono, ci divertiamo.
- Un altro, mi dicono, prendiamone un altro.
Finalmente associo quel suono a quel qualcosa che lo provoca. Posso ora distinguere davanti a me una fontana, lucida dalla cui cavità fuoriesce con ritmo cadenzale una goccia d’acqua che trapassa l’aria provocando quasi un soffio che giunge fino al mio viso,
Accadde nel primo pomeriggio del quinto giorno, il secondo dopo il grande diluvio. Per le striminzite esperienze di noi bambini di strada una pioggia come quella che si era abbattuta sul paese era paragonabile solo a un diluvio. In effetti non avevamo mai visto piovere così tanto e con tanta intensità, una pioggia torrenziale che aveva oscurato il cielo per tre giorni ininterrotti. Eppure era iniziata come una normale pioggia, e nemmeno tanto scrosciante, goccioline fitte, a volte a raffica secondo la direzione del vento, poi in meno di un'ora era aumentata d'intensità fino a diventare "iradiddio". Era iniziata verso le undici del mattino cogliendoci lontano dalle nostre case e costringendoci ad un'affannosa corsa per raggiungerle e dove, peraltro, ci arrivammo inzuppati fradici. Rimettemmo il naso all'aria aperta solo tre giorni dopo, pressappoco alla stessa ora, e per settantadue ore restammo rintanati con il viso appiccicato ai vetri delle finestre a guardare la pioggia. Per strada si venne in breve a formare un torrente in piena che trasportava dai rioni alti sassi, melma e quant'altro trovasse sul suo cammino.
"Gesù, quanta ce n'è!" esclamò mio fratello maggiore con gli occhi sgranati dallo stupore.
"Madonna mia, che paura mi mette" disse la mamma facendosi ripetutamente il segno della croce.
"speriamo che non succeda nulla" sussurrò il babbo con lo sguardo fisso rivolto a chissà quale lontano e triste ricordo.
Infine fece capolino una specie di nebbia causata dalla violenza della pioggia che sollevava da terra degli spruzzi così intensi da farli sembrare tale. In alcuni momenti di maggiore visibilità pulivo accuratamente i vetri dal vapore del respiro e scrutavo le case circostanti nella speranza di scorgere i volti dei compagni che immaginavo come me incollati ai propri vetri. Riuscii solo a intravedere Acquasanta per alcuni minuti sull'altro lato della strada e fu un'esplosione di grida eccitate, ben presto sedate dai genitori. Poi, di consegue
“ Finalmente oggi ho finito!” disse Billy non appena mise la scopa apposto nello sgabuzzino. Il turno pomeridiano a scuola si era concluso, erano quasi le otto e non vedeva l’ora di tornare a casa.
Aveva una fame tremenda e poi era rimasto quasi tutto il giorno a riscaldarsi con una piccola stufetta a gas dentro il suo stanzino. Per fortuna che quel posto era un buco, altrimenti quella stufa non sarebbe bastata a riscaldargli neanche i piedi.
“ Odio i bambini! Odio la scuola! L’ho sempre odiata ed ora mi ritrovo a doverci stare mattina e pomeriggio. Ma glielo dirò a Marvy, niente più turno pomeridiano, almeno per due settimane. Dannazione! Ora capisco perché nessuno vuole fare il turno di pomeriggio, mi hanno fregato, ma domani gliela faccio vedere io.”
Al momento di dover uscire dallo stanzino per controllare le classi era stato assalito da un freddo terribile. Quella scuola sembrava una caverna, una dannata caverna. Aveva controllato tutti e due i piani, anche il seminterrato dove la temperatura era più bassa di qualche grado.
“ Qui sotto si gela. Il mio frigorifero è meno freddo!” pensò.
Dopo aver controllato tutte le classi e tutti gli uffici e tutti i laboratori prese la scopa, diede un’ultima ripulita ai corridoi prima di tornarsene nel suo stanzino a prendere la sua roba.
Era pronto a spegnere le luci quando sentì un rumore, una specie di gemito. Che ci fosse qualcuno a scuola? Impossibile.
“Forse è un ladro” pensò. “Un maledetto ladro che è entrato senza che me ne accorgessi. Ma come ha fatto ad intrufolarsi? Ho controllato tutte le uscite”.
Prese un bastone posto vicino alla scrivania e si avvicinò al corridoio laterale, a piccoli passi, cercando di non fare il ben che minimo rumore. Gli tremava la mano ma era pronto a colpire forte quel maledetto che si era entrato lì dentro. Continuò ad avanzare rimanendo vicino al muro, dietro l’angolo ci stava l’intruso e lui lo avrebbe punito.
Ecco, era vic
Scena 1 settembre 1943
Piazza principale del quartiere.
Presidio 2° reggimento motorizzato SS-Panzer-Grenadier-Division "Reichsführer-SS"
Il portone di legno massiccio si schiuse. Ne uscirono otto soldati che si disposero su due file dandosi le spalle gli uni con gli altri e imbracciando fucili mitragliatori MP-40 si guardarono intorno. Il loro sguardo feroce celava la paura di un imminente attacco delle brigate partigiane che circondavano il paese. Una Mercedes nera con gli interni in pelle rossa frenò bruscamente davanti ai soldati e solo allora uscì dalla porta con passo deciso e cadenzato l’SS-Untersturmführer e i suoi due attendenti.
Non fecero in tempo a salire sull’auto. Da più balconi in un caos frenetico i cecchini cominciarono a sparare in un convulso cielo di piombo. Il loro fuoco era devastante e gli uomini delle SS colti di sorpresa caddero in breve tempo. L’SS-Untersturmführer venne colpito alla testa, un proiettile gli bucò il suo impeccabile berretto facendogli saltare il lucente distintivo che finì in un tombino li vicino. Il proiettile proseguì il suo viaggio e andò oltre la calotta cranica, nella sua materia cerebrale e poi su una panchina di granito. Era morto. Gli altri colpi su quell’elegante divisa nera furono soltanto la conseguenza di un’ira che avrebbe voluto uccidere quel cadavere una volta di più. Era morto e la vendetta era compiuta. Era morto e se n’andarono via come fantasmi.
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Scena 2 settembre 1993
Piazza principale del quartiere.
Andrea, 16 anni ascoltava nel lettore cd una suite strumentale di Mike Oldfield forse troppo rilassante per accorgersi di ciò che intorno si muoveva e viveva. Gli studenti scocciati alla fermata del bus, ansiosi di arrivare in tempo per la puntata dei Simpson, l’edicola con le ultime su Lady D, il cinema con l’ultimo film su Twin Peaks di David Lynch… tutto questo e
Tutto cominciò in un maledetto giorno di Ottobre, quando la ditta per cui lavoravo mi mandò a smontare alcuni stands fieristici in Inghilterra e precisamente a Birmingham. Saremmo dovuti andare io e Carlo, ma lui ebbe la bella idea di ammalarsi solo poche ore prima della partenza.
Così mi ritrovai solo in una città di cui non conoscevo neppure la lingua
La prima sera in cui presi camera al Pinguin hotel, in una via centrale di Birmingam, tutto filò liscio e tranquillo in una strana atmosfera di personale disagio straniero. Fu la sera seguente quando tornavo a piedi dal non lontano Centro Esposizione che la mia vita fu segnata... da un grido...
Sentii una donna urlare, un urlo di paura e terrore, di un altezza vocale tale che non si poteva che pensare ad un atto grave, mortale.
Il grido proveniva dal primo piano di una stanza dell'hotel Florence. Poi la finestra che dava sulla
strada si aprì di colpo sbattendo contro il muro esterno della facciata, e una donna sporse la testa fuori e gridò di nuovo
Non ci pensai due volte, entrai di corsa nella hall dell'hotel, con l'intento di avvertire il personale o qualcun altro presente nell'entrata. Stranamente non c'era nessuno, nemmeno un misero facchino,
non mi fermai corsi all'impazzata sulle rampe del piccolo hotel, vidi una porta spalancata del primo piano, vi entrai, e li la vidi... una donna dai capelli chiari e mossi e il viso da bambola.
Indossava un vestito da sera attillato di un rosso sfavillante, un rosso che si scuriva all'altezza dell'addome dove si vedevano chiaramente inferte almeno un paio coltellate. Il sangue aveva raggiunto ormai il tappeto e il pavimento circostante. Si era formata una pozza ricolma di sangue che si allungava sempre più attraverso rigagnoli di morte. La scossi spaventato ed in preda al panico... non si mosse... era morta ormai
La paura mi assalì, non so perché ma fuggii via. Ad un tratto il non sapere l'inglese mi sembrò un
ostacolo troppo grande per poter s
"Se mi vogliono sono così, di certo non posso cambiare: perché io, di sentire dei
cavalli che mi spingono la schiena, ne ho bisogno come dell'aria che respiro".
Gilles Villeneuve
I duecentottantacinque cavalli sembravano voler uscire da sotto il cofano e liberare altrove la loro frenetica potenza, ma il possente propulsore, simile a un vecchio e ruvido sergente di cavalleria, riusciva ancora a tenerli imbrigliati. I quattro pistoni scorrevano impazziti lungo le pareti rivestite di una speciale pellicola in lega di alluminio e spingevano l'auto da corsa a una velocità di quasi duecentosessanta chilometri all'ora.
La pista, era ancora bagnata dalla pioggia di un precedente temporale continuato con ostinazione tutta la notte e rispecchiava le forme irregolari degli sfreccianti bolidi dagli occhi scintillanti e dell'immoto autodromo. L'asfalto dal manto lucido e scuro, era imbrattato dai residui di gomma di precedenti frenate o sgommate. Il manto non era di quelli drenanti e non assorbendo l'acqua piovana, diventava il peggiore incubo per un pilota inesperto e una sfida per il campione smaliziato.
Gli occhi grigi di Kim si alternavano dalla pista al contagiri. Stava percorrendo il lungo rettilineo e la punta dell'ago arancione andava quasi a pungere gli ottomila giri stampati nero su bianco, poi fece un rapido semicerchio in senso antiorario, la Bmw era quasi in prossimità di una stretta chicane che avrebbe smorzato, almeno per una breve durata, la boria di quei poderosi destrieri.
Kim osservava spesso i retrovisori e ogni volta malediva il muso bianco e blu della Chevrolet Cruze, perché sembrava avere un gancio di traino che collegasse il suo avantreno all'assale posteriore della Bmw, incollandola a pochi decimi dal suo primato. E questo irritava Kim Lancetti, abituato a larghi margini di vantaggio in questo tipo di gare.
Un inconveniente tecnico ancora non ben identificato, impediva al Team De Angelis di comunicare con Kim, rendendolo solo in questi
Le città del sud, soprattutto quelle più piccole, fatte di vicoli bui e sporchi che si arrampicano su colline solitarie, nascondono parecchi segreti. Questa strana storia mi è capitata l'anno scorso a C., e devo dire che da allora torno in paese con disagio.
Ricordo come fosse ieri. Era il 20 luglio.
La festa del paese si teneva proprio quella sera. Era un viavai continuo di persone. I tavolini dei bar già pieni anche se non era nemmeno ora di cena. Decine di ragazzi preparavano il palco per il concerto finale.
Stavo scattando alcune foto in successione da una posizione sopraelevata rispetto alla piazza principale. Dieci metri sotto, appunto, i preparativi frenetici per la sera. A me però interessava riprendere la particolare luce della sera, con gli ultimi bagliori del sole che rendevano quasi rosa le antiche pareti dei palazzi affacciati sulla piazza.
Fu a casa, riguardando le foto sul pc, che mi accorsi di un piccolo particolare. Ero alla sesta foto. Il tavolino di un bar, quattro persone, una delle quali guardava verso di me. E le foto successive erano ancor più strane. La persona che guardava verso di me sembrava voler attirare l'attenzione dei suoi amici, che nelle foto successive erano anch'essi girati. Mi indicavano addirittura con la mano. Guardando con lo zoom le facce sembravano stupite.
Da un certo punto in poi - notai - i quattro si alzavano. L'immagine successiva mostrava l'ultimo che si affrettava e scompariva in un vicolo. Come se corressero via.
Ovvio che diventai curioso. Tornai in quella piazza e mi diressi verso il tavolino dove nelle foto erano seduti i quattro signori. Una volta lì guardai il punto, sopraelevato, da cui avevo scattato le foto poco prima. Beh, forse non guardavano me, ma vicino a me. Osservai la prospettiva, sedendomi al tavolino.
Il punto in cui mi ero trovato io la sera prima era un marciapiede panoramico. Oltre una strada e più indietro la facciata di una vecchia casa.
Si vedeva una fines
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