Giulia era felicemente sposata con Amedeo da un anno appena. Era un uomo basso, scorbutico e abbastanza geloso, ma per lei i suoi difetti non esistevano. Si erano conosciuti quattro mesi prima del grande giorno, si direbbe proprio sia stato un colpo di fulmine.
-“Giulia ti prego pensaci bene, non prendere decisioni affrettate.”- le aveva detto una mattina Teresa, la sua amica del cuore.
Prese il diario da un cassetto del comodino nella camera da letto ed iniziò a sfogliarlo. Arrivò a quella maledetta pagina e la sua espressione mutò improvvisamente. Si voltò verso Amedeo che in quel momento era intento a guardare la televisione.
-“Teresa è morta e ancora stento a crederci. Era una ragazza dolce e socievole con tutti, com’è possibile?”-
-“Cerca di dormire Giulia, più ci pensi e peggio è”- Amedeo prese le lenzuola coprendola e le donò un lungo bacio appassionato. Lui aveva ragione, doveva dormire, alla mattina si sarebbe celebrato il funerale.
Il giorno seguente Giulia si svegliò di buon’ora, erano appena le sette ed aveva ancora qualche ora a disposizione prima di recarsi alla chiesa. Si vestì velocemente non curandosi del suo aspetto e rimase silente in attesa che anche il marito fosse pronto per uscire.
Esattamente alle dieci in punto giunsero alla chiesetta dove si avrebbe dato l’ultimo saluto a Teresa. Una giovane donna dai capelli lunghi e neri andò loro incontro.
-“Giulia, Amedeo! Prego da questa parte”- li esortò a seguirla oltre la piccola porta in legno.
-“Lo so quanto le eri affezionata, ti deve mancare molto. A dire il vero manca a tutti, era una persona eccezionale”- Giulia annuì senza proferir parola alcuna.
Mancava poco all’inizio della cerimonia, quando Giulia si sentì vibrare nella tasca dei suoi jeans. Aveva dimenticato il cellulare acceso e qualcuno la stava chiamando.
-“Giulia hai lasciato il telefono acceso? Insomma, siamo ad un funerale. Dov’è finito il rispetto?”- Amedeo assunse un tono
nicopoli, 16 Agosto 2006
"Siamo scesi di culo per cinque metri.".. così racconterà Deli alla mamma, dopo che da un po' camminavamo su di un sentiero malconcio, interrotto da sterpi, roveti, e perfino dai brandelli di una lavatrice distrutta." Una lavatrice quassù ??" si stupì Deli,"di solito i rottami vengono abbandonati presso le piccole discariche ai bordi dei paesi". Dal mattino Deli, Ciro(il nostro Indiana Jones ) ed io eravamo a caccia di fossili e finalmente...
Piccoli scudi solo leggermente più scuri del normale , a tratti grigi, una parziale piritizzazione? dalla sabbia circostante spuntavano semisepolti ma...
"Non tocchiamoli!" gridai. Li fotografai con il cellulare.
I Clypeus (Classe Echinoidi, Ordine Clypeastraidi) giacevano tracciando sulla sabbia due orbite quasi ellittiche, una immagine geometrica , un sprazzo d'ordine che, nel caos circostante, non si poteva ignorare.
Ci accostammo...
Osservammo le loro graziose ma imprecise simmetrie pentaraggiate, ci chiedemmo perchè mai sulla loro dura pelle era effigiata proprio una stella, l'immagine della loro peggior nemica :la stella marina! Mistero.
Deli, ad un tratto, si accorse che gli assi immaginari che univano la cavità orale e quella anale puntavano tutti verso un cespuglio di erbe seccate :melica ciliata,"gutumi"! disse Ciro, che dai contadini erano usati una volta per costruire canestri.
Begli scherzi combinano da queste parti. Sicuramente qualcuno si sarà divertito, pensammo.
Nel paese, l'anno scorso, una banda di ragazzini si divertì tutte le sere a prendere a sassate l'abbaino di Nuzza.
Va be'... altri interessi! chi si prenderebbe la briga di andare in campagna per comporre disegni destinati, molto probabilmente, a non esser visti mai. L'avremmo chiesto anche alle bambine che custodivano la mostra sul terremoto del 1905 presso il Comune, ma poco speranzosi.
E d'altra parte qual'è la probabilità che si producano, senza intervento umano, questo tipo di eve
Mattina presto.
Malgrado non ne avesse più bisogno non riusciva a svegliarsi più tardi delle 7.
Mancanza di bisogno di sonno o indotto senso di responsabilità?
Se lo era chiesto tante volte; senza risposta, come tante altre domande.
Un’occhiata alla stanza, sempre la stessa.
Sorrise pensando al disordine che regnava nella sua casa.
Malgrado tutti i buoni propositi nessuno aveva come dono quello dell’ordine.
Una famiglia tutto genio e sregolatezza, pensò dirigendosi verso la cucina per prepararsi il primo caffè della giornata.
In una mattina simile di molti anni prima si era trovato davanti alla prima vera responsabilità della sua vita: comunicare la morte del fratello più piccolo al fratello superstite.
Lo aveva incaricato la zia da cui erano stati mandati la sera prima.
Una telefonata durante l’ora di cena.
I genitori che scappavano e gli lasciavano confuse istruzioni, l’arrivo dei nonni, una seconda telefonata che aveva fatto stare male il nonno, la corsa alla ricerca di una medicina per il cuore.
In quel momento aveva realizzato che il più piccolo della famiglia era morto.
Il trasferimento dalla zia e quella strana sensazione…… doveva sembrare tutto normale.
Passata la notte e arrivata la luce del giorno però il mistero doveva però essere svelato.
Era stato scelto lui. Non gli sembrava possibile. Ancora non aveva inteso cosa volesse dire MORIRE e doveva comunicarlo al fratello.
Lo aveva fatto. Aveva immaginato pianti, disperazione, recriminazioni. Invece nulla. Aveva continuato a giocare al piccolo flipper di plastica rispondendo un semplice “lo so’.
Come tante altre volte si trovò a pensare se e quanto questo lutto avesse modificato la sua vita.
Ma la caffettiera cominciava a borbottare.
Si versò un’abbondante dose nella grande tazza e prese a sorseggiare la bevanda bollente.
Una volta la prima tazza di caffè era necessaria per accendere la prima sigaretta della giornata.
Da tempo aveva smesso. Era una cosa
La polizia aveva trovato la sveglia puntata sulle otto.
Possiamo immaginarlo così Tommaso: si sveglia magari di soprassalto, nel mezzo di un sogno vivido; oppure è già sveglio, che si rigira da qualche minuto nel letto aspettando lo squillo che lo spingerà ad alzarsi.
Povero Tommaso, lui non lo sapeva, ma dal momento in cui si alza parte un conto alla rovescia: le ultime ventiquattro ore della sua vita.
* * * * * * * * *
Ore 8:05
Come tutte le mattine fece una colazione veloce, guardando fuori dalla finestra della piccola cucina. Le vacanze erano per lui occasione di pensare al passato, come tiepida malinconia.
Nostalgia alimentata dai raggi del sole che obliqui entravano dalla finestra scaldandolo: fuori le montagne illuminate in tutto il loro splendore.
Il Monte Rosa brillava completamente libero da nuvole: un'eventualità che capitava una o due volte al mese a Macugnaga. Dopo i temporali del giorno prima era quasi una benedizione - pensò -, la giornata ideale per una gita verso i pendii più elevati.
Aveva deciso che si sarebbe recato al rifugio Zamboni.
Questo avamposto sperduto si trovava su un altipiano naturale ad un altezza di circa 2000 metri. Il paesaggio se lo ricordava maestoso, con la sua immensa conca verde circondata su tre lati dalle immense pareti rocciose.
Prese una guida e ripercorse brevemente l'itinerario da seguire.
Per raggiungerlo - lesse distratto - un sentiero che, dopo un primo tratto quasi pianeggiante, molto noioso, attraversava un bosco per salire aereo fino ai piedi di un ghiacciaio.
Ricordò quando l'aveva percorso l'ultima volta.
Era una camminata lunga ma semplice: giunti al ghiacciaio si passava su un ammasso di piccole rocce che permettevano di superare agevolmente il tratto gelato ed arrivare ad un enorme prato. Il percorso si snodava quindi su una cresta che divideva in due l'immenso anfiteatro naturale: si arriva
C’era un gran silenzio in via Solfoponte, una delle tante viuzze spente e addormentate della città. La nebbia fitta non faceva vedere niente, soltanto qualche luce offuscata di alcuni lampioni alti e freddi davano speranza di veduta.
Il rumore pesante di una carrozza trainato da un paio di cavalli ruppe il silenzio circostante. La carrozza si dirigeva alla Vecchia Villa, in fondo alla via. Dopo parecchi anni i grossi cancelli della reggia si stavano riaprendo, il loro cigolio grave ne era la prova. La carrozza entrò, in cancelli si chiusero e il silenzio si riappoggiò delicatamente sulla metropoli.
La mattina seguente riprese ad esserci il solito trambusto caotico; i mercatini posti negli angoli delle strade, i nobili signori pronti ai loro affari importanti, i negozi graziosi e la gente davanti a ogni tipo di bancarella.
Un ragazzo tra tanti stava andando a lavorare, Fedor. Un tipo facilmente curioso, poco sfacciato, piuttosto basso e con una capigliatura sempre scompigliata. Non si imponeva molto fisicamente, ma aveva una qualità che non tutti i giovani della sua età possedevano, l’educazione; la galanteria che poneva verso le signore e la serietà che mostrava sul lavoro lo contraddistinguevano. Per non parlare poi delle innumerevoli volte che aiutava le vecchiette a portare sacchi pesanti, si un’educazione esemplare.
Stava andando al “Boccale D’oro” una locanda tragicamente sporca, straboccante di ubriaconi e generose ragazze: al centro dell’osteria un lampadario, a dir poco sporco, tanto che le candele che vi erano sopra non si vedevano nemmeno per la strato di polvere. Per non parlare poi del pianoforte abbandonato nell’angolo più remoto dell’osteria che nessuno non usava ormai da anni, ornato da cocci di vetro e ragnatele. Il pavimento brulicava di ratti e ragni disgustosi ormai abituati alla clientela altrettanto disgustosa.
Squallida a dirsi, e anche a lavorarci. Ma lì ormai conosceva tutto e tutti, e si era affezionato alla
"Vogliono costringerci ad uscire!" Patrick fissava attonito il fumo che si stava lentamente insinuando in tutti gli anfratti presenti nella porta. Di lì a poco la situazione si sarebbe fatta insostenibile.
"È colpa mia, io ti ho portato qui!" Juliette pareva essersi persa; tutta la sicurezza di poco prima, la coscienza delle sue capacità, ora non c'erano più. Era tornata la piccola ragazza indifesa che Patrick aveva trovato quella mattina nel deserto. La cosa personalmente non gli stava affatto bene; se volevano uscire vivi da lì aveva un bisogno assoluto del suo aiuto.
"Coraggio Julie, non devi incolparti." Cercare di tenere un tono calmo e rassicurante in un frangente del genere era complicato, ma Patrick ci riuscì piuttosto bene. "Hai detto che devo fidarmi di te e io mi fido. Oramai siamo qui dentro ed è inutile piangerci sopra."
Lei lo guardò e malgrado la scarsa illuminazione della stanza riuscì a scorgere nel suoi occhi la sincera fiducia che nutriva in lei.
Proprio quella fiducia che stava cercando.
"Hai ragione, sono una stupida. Forza, aiutami a spostare questi scatoloni."
Patrick non fece in tempo ad essere contento della sua reazione che l'acre odore del fumo gli arrivò alle narici preannunciandogli la fine che avrebbero fatto di lì a poco. Si mise d'impegno ed insieme spostarono ai lati la prima fila di scatole con la speranza che dietro potesse esserci quella giusta, quella che avrebbe dato a Juliette "l'illuminazione".
"Cosa fate adesso?" La voce proveniva da oltre la porta ed era minacciosa. "Vi decidete ad uscire o preferite morire soffocati?"
Patrick si voltò e puntò il fucile contro la porta intenzionato a premere il grilletto. Juliette afferrò l'arma all'ultimo momento fermandolo.
"No! Non sparare; un buco nella porta farebbe divampare le fiamme ancora di più. È un tranello per costringerti a sparare."
Il dito allentò la presa sul grilletto ma Juliette non tolse la mano dall'arma. Patrick sperò che stesse vedendo qual
Sandro si trovò per l'ennesima volta dal medico, una lunga fila di anziani lo precedeva tanto che decise di andarsene quasi subito. Non ne poteva più di quei dolori però, andavano e venivano e man mano diventavano sempre più forti. Tornato a casa e dopo essersi sparato l'ultima dose di antinfiammatorio si rilassò sulla propria poltrona preferita tanto da addormentarsi. Alcune ore dopo si svegliò con i dolori al loro apice tanto da dover pensare a qualcosa di alternativo per lenire le proprie sofferenze. Andato distrattamente su un motore di ricerca in internet digitò "dolori colonna vertebrale" e nelle migliaia di risposte cliccò una a caso. Era un link sponsorizzato che pubblicizzava la casa di cura "New Lumbar" che si prometteva con tecniche alternative di affrontare in maniera diversa i problemi alla colonna vertebrale tanto da essere invogliato a proseguire. Migliorò la sua ricerca notando con interesse che una sede si trovava anche nella propria città. Non passò molto tempo e si decise di telefonare al numero che aveva trovato e, con un appuntamento in mano per il giorno successivo, se ne andò a letto felice.
Il mattino seguente si recò alla sede con un largo anticipo per studiare meglio il posto e farsi un idea se si trovasse di fronte all'ennesimo impostore o meno. il palazzo si trovava in periferia e ospitava gli ambulatori in mezzo ad un giardino incantevolmente immerso nel verde. Come entrò dalla porta principale fu accolto da un canto celestiale che veniva trasmesso da delle piccole casse d'alta qualità occultate alla vista. Fu ricevuto addirittura in anticipo e l'infermiera carina che lo accompagnò dallo specialista si poteva definire veramente educata e tranquilla, a differenza di quelle a cui era abituato negli ospedali pubblici.
Fu visitato da una dottoressa di mezza età ma ancora in gran forma che lo fece spogliare ed iniziò a tastargli le vertebre una ad una individuando i punti di maggior dolore segnandoli poi su di un block no
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