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Racconti del mistero

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L'avviso

Sentimmo il citofono. Era il postino, ed io mi rifiutai di ritirare la raccomandata. Appena intravista la busta con il logo di uno studio legale per mittente ben in vista, intuii di cosa si trattava. Certo, l’inizio della separazione in forma solenne! La ritirò lei, Maria, ed in casa tentò di mettermela materialmente nelle mani. Non volli prenderla e neppure aprirla, la rifiutati. Lo fece lei, l’aprì, tentando ancora una volta di darmi in consegna il contenuto. Continuavo a evitare il contatto con quel pezzo di carta, mentre un sentimento di reazione a ciò che vivevo come inaudita violenza, montava prepotentemente.

Il pensiero vagava iracondo, e Maria assumeva, quasi per contrasto caricaturale, un aspetto goffo, sventolando quel foglio innanzi a me, monito che la rivendicazione si rappresentava ormai nei canali ufficiali, nelle carte, nei tribunali. Ostentava così la sua nuova forza, pesante dell’intera Istituzione-Paese, che avrebbe dovuto rabbonire ogni mia resistenza, placare quel mio fare, nella lettura di lei, arrogante.

Ma l’effetto sortito fu opposto a quello sperato….
- “scriva tutto ciò che gli pare, caro il tuo avvocato, chiunque sia, libero di scrivere, in nome e per conto di chi gli pare, legittimato certo, legittimato! Ma non può impormi di leggere, di ricevere fisicamente nelle mani, le mie mani, le mie! ciò che ha deciso di spedirmi Io non lo leggo, non lo tocco neppure quel foglio!. Anzi dammelo, ecco cosa ne faccio, lo strappo in mille pezzi! E dillo pure al tuo avvocato, non mi sentirei obbligato ad un fare fisico neppure da un re! “

Un estremo sentimento di libertà è l’unico faro in certi momenti bui.

Poi, le conseguenze legali sarebbero state le stesse, lo sapevo bene. La legge ha già pensato a tutto. Se non ricevi, trascorso un certo periodo di tempo, è come se tu lo abbia fatto davvero. L’atto si presume notificato per “compiuta giacenza”. Ovvero, si stabilisce che la conoscenza o la

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   1 commenti     di: Carlo Diana


Non ficcate il naso in quei silenzi

Non dite mai
che il silenzio è d'oro
a chi fa naufragio
su un'isola deserta.





" Saepe tacens vocem verbaque vultus habet" Un volto che tace spesso ha voce e parole. Con questa massima di Ovidio, scolpita con maestria su un'imponente architrave di granito egizio da uno scalpellino disceso per direttissima da Francesco Borromini, si accedeva al Silence Analysis and Decoding Center di Saragozza. Il Centro accoglieva oltre trecento esperti provenienti da vari paesi e assegnati a tre diversi dipartimenti. Quello degli Studi Storici, quello degli Studi Contemporanei, per finire con quello di Consulenza Dinamica. Il primo, come si può facilmente immaginare, era quello più vasto e articolato. Era suddiviso in sezioni. Ognuna si occupava di un secolo. A partire dagli albori della civiltà. Per ciò che veniva prima, l'epoca pre-istorica, esisteva una sezione speciale. Il secondo era il più slim. Anche se destinato ad espandersi man mano che il ventunesimo secolo prendeva corpo. Mentre il terzo comprendeva una trentina di team mobili che svolgevano attività di affiancamento ad eserciti, polizie dei vari paesi, gruppi industriali, ed altri grandi organismi statali e privati.

Quella mattina Carlos Avila, piuttosto che andare al lavoro, avrebbe mangiato un piatto di "escrementos de perro que abe tomado el desgrasado", come usava dire lui nei momenti difficili. Quando era costretto a fare qualcosa contrario alla sua religione: il Vivir Lento. Che contava innumerevoli fedeli fra i pigri ma saggi latinos. Carlos era uno dei venti coordinatori del Centro. Compito abbastanza complesso, che non staremo a spiegare ora, ma che capirete strada facendo se avrete la pazienza di seguire con un po' di attenzione. Quella mattina Carlos aveva una riunione con The Sound of Silence, il capo di tutta la baracca. Il grazioso nickname gli era stato affibbiato do

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Le parole del signor Wilkinson

"Adrian! È questo il suo nome?"
La voce risuonò potente nel corridoio stretto che odorava di squallore. Ma nulla. Non pervenne alcuna risposta.
Dietro le massicce sbarre di una cella, annidato nelle tenebre e nel freddo, il ragazzo emise un gemito sommesso.
"MI RISPONDA!" latrò l'uomo con acuta perseveranza.
Adagio l'interrogato, un giovane ragazzo dalle cadaveriche fattezze, si alzò dal pavimento di pietra. Era calvo e magro, atrocemente magro, a tal punto che le ossa parevano bramare di uscire dalla sua sottile e morbida carne.
Era in piedi ora.
Il debole raggio dell'unica lampadina accesa proiettava la sua luce troppo in alto per poter investire il volto del giovane, rivolto al pavimento pietroso della cella.
Sospirò di nuovo, sfogando lievemente e con accorta educazione il dolore che opprimeva il suo cuore.
O forse no...
No! Non era dolore quello che stava sfogando. No, perché ora rideva. Rideva. Ma rideva... in modo vacuo. Orribilmente vacuo, tanto da far rabbrividire violentemente la pelle.
Passarono altri istanti dopo la risata e l'uomo che l'osservava non osò porgergli alcuna parola.
Istanti lunghi, infiniti.
Il volto poi s'alzò. Venne travolto da un fioco barlume. Lo sguardo si rivolse all'uomo che scorgeva dinanzi.
Gli occhi erano vitrei. Freddi e taglienti come frammenti di vetro.
E le labbra erano sottili come la sua pallida pelle, ma delicate, così soavemente delicate, pari alle labbra di una donna. Ed erano bianche. Sì, labbra bianche, come il chiarore delle neve.
Una lingua tagliuzzata fuoriuscì poi dalla bocca e si strofinò su quelle macabre labbra.
Esse s'accesero. Immediatamente. Divennero d'un rosso infernale, intense più del colore del sangue.
Ma l'effetto durò poco... fu fugace come il gusto salato d'una lacrima che in bocca si dilegua. Dopo pochi secondi esse impallidirono di nuovo, lentamente si schiarirono, affievolendosi fino a tornare a quel biancore spettrale.
"Sì, Adrian Wilkinson. Questo è i

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   1 commenti     di: Manuel


LA FONTANELLA

LA FONTANELLA


La salita era ripida. Maledettamente ripida. Al termine di essa si arrivava sempre con un nodo in gola, sia che si faceva a piedi, sia in macchina. Sembrava un'espiazione ai nostri peccati. Il cancello semi aperto era lì, davanti a noi. Il mondo dei morti ci attendeva nel nostro viaggio quotidiano. Accanto, a circa quattro passi, c'era la fontanella. L'unica fonte di vita di quel luogo.

La cappella stretta era il nostro luogo di preghiera e di lacrime. Un bacio alla foto, ricordi che si rincorrono in una giostra di emozione e di rimpianti. Troppo giovane per morire in un giorno di Maggio, troppo poco è il tempo che è passato dall'ultimo bacio.
Conto solo nove anni della mia vita, ed ancora non ho capito cos'è la morte. Forse è un viaggio, dove si sa quando si parte, ma non si sa quando si torna. Forse è un sogno, dove non ci si sveglia mai. Forse domani tornerai. Forse. Forse mai.

Fuori dalla stretta cappella, c'era un balconcino che dava sula campagna sottostante.
Eravamo nel punto più alto del paese. In fondo si vedeva il lago, il Trasimeno. Le case mi sembravano finte talmente erano piccole ai miei occhi. Cercavo la casa dei nonni. Eccola e lì, un puntino bianco nell'immenso verde della campagna umbra.
E da lì immaginavo la vita di tutti i giorni dentro la casa. Il nonno al lavoro tra i campi, la nonna in cucina a preparare il pranzo, mia cugina nella sua camera a giocare con le bambole, mio fratello con il vecchio motore del nonno, i cani che si rincorrono, mentre il più piccolo dei miei fratelli era qui con noi che teneva la mano di mia madre. Aveva solo tre anni.
I fiori, colorati, profumati, simbolo di amore. Eterno amore. Bisognava cambiare l'acqua nelle brocche portafiori.

È lì, alla fontanella, mentre scorreva l'acqua, osservavo mia madre nei suoi movimenti. Tutto l'amore possibile racchiuso in semplici gesti. Con cura sciacquava dapprima le brocche, e poi tagliava gli steli ai fiori. Schizzi d'acqua

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Il camposantaro

" Dai, cazzo. È mezz'ora che siamo fermi qua sotto. Sei pronto?"
" No, dai. Aspetta ancora un attimo."
" Vorrei sapere che hai stasera. Ne avremo seccati almeno cinque insieme nell'ultimo anno e non hai mai fatto un problema. Si può sapere cosa c'è oggi?"
" No, Vincé. Niente."
" Dai, Antò, non mi prendere per il culo. Di solito quello freddo sei tu. Che ti prende?"
" Oggi è diverso dalle altre volte."
" E perché?"
" Perché è il camposantaro."
" E allora?"
" Dai... lo sanno tutti che porta jella."
" Ma dai, non dirmi che ci credi. Sono tutte favole, Antò."
" Come favole? Non mi dire che non hai sentito nessuna delle voci che girano sul suo conto."
" Tipo?"
" Beh... Paglia lo denunciò alla finanza per delle irregolarità sui conti e due settimane dopo lo trovarono in fondo a un burrone. Stirpe, poi? Quel lontano cugino con cui aveva un contenzioso per questioni d'eredità? Un infarto se lo portò via un paio di giorni dopo il patteggiamento."
" E va bene. Lasciami spiegare com'è andata veramente. Lavori da poco per la banda dei fratelli Santonoci e quindi certe storie non le puoi conoscere. Il camposantaro è sempre stato un amico. Se c'era qualche morto ammazzato da nascondere, lui ce lo faceva seppellire in un angolo di terra al cimitero."
" Quindi?"
" Lo sai pure tu che i Santonoci non si fanno guardare dietro. E non esitano a riempire le tasche di tutti quelli che manifestano la loro amicizia mostrandosi vicini alla loro causa. Ma il camposantaro è religioso e non vuole i soldi."
" Ok... ma la jella?"
" Ora ci arrivo. Allora... invece di chiedere quattrini, siccome non vuole sbrigare questo tipo di questioni per conto suo, chiede ogni volta ai fratelli di mandare al creatore tutti quelli che considera suoi nemici. Quindi tutte quelle disgrazie strane che sono capitate a Paglia, a Stirpe e agli altri che hanno avuto qualche problema con lui, sono opera dei fratelli. La polizia e la stampa locale, pagate dai Santonoci, hann

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   1 commenti     di: Andrea Aprile


San Giorgio-parte terza

Profondo ammiratore e servo devoto di Santa Madre Chiesa, la prima azione del cavaliere fu quella di scendere da cavallo prima di accostarsi ai due ecclesiastici, operazione che gli permise di attendere alla debita distanza che la folla si diradasse del tutto. Avvenuto ciò si diresse, questa volta con passo calmo e quasi interrotto, verso i due uomini, che lo notarono già da lontano.
Ora si poneva il dubbio sulla precedenza degli omaggi, in quanto prediligere uno sull’altro avrebbe potuto causare malintesi e pregiudiziali antipatie. Optò per la soluzione più astuta. Giunto in prossimità dei due uomini, si inginocchiò e cominciò a declamare con voce sicura : “ Credo in un Solo Dio, Padre Onnipotente…”, a tali parole, ci fu un cambiamento di espressione da parte di tutti e due i personaggi : quello in piedi alzò un sopracciglio ed inclinò la bocca in uno specie di sorriso stupito, frammisto a compiacimento incredulo, l’altro, sempre accovacciato al lato del piedistallo, inclinò leggermente il capo ed emise un suono che pareva integrare nel suo significato disillusione e scherno. Uguale fu la successiva azione di tutti e due, che fermarono la declamazione di Giorgio, in particolare l’uomo in abito talare disse: “Non siamo in tempo di eresia, cavaliere, non c’è bisogno di proclamare il Nostro Santo Credo, ma apprezziamo il tuo desiderio di mostrare devozione”, l’ altro aggiunse: “siete un chierico di qualche ordine combattente?”. Giorgio, mantenendo sempre la posizione inginocchiata, guardava i due personaggi alternativamente, inclinando le pupille sotto la fronte agrottata, col capo reclinato in avanti, riflettendo a chi dei due dovesse per primo rivolgere la parola. Alzandosi in piedi lentamente, decise di mantenere una linea di equilibrio: “Il Credo è sempre il miglior segno di riconoscimento per chi opera alla luce della Fede, anche per chi vive nel Mondo ed è un semplice uomo, quale io sono, Giorgio, figlio del Conte Aghemo

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San Giorgio

SAN GIORGIO

L’aria era torrida e pesante in quell’assolato giorno estivo di campagna, in un imprecisato luogo di un imprecisato tempo. Il cavaliere, sceso da cavallo, osservava ansimante l’orizzonte, la sua fronte era madida di sudore, così come il suo corpo, pesantemente agghindato con l’armatura color selce, che lo ricopriva quasi per intero. Ansimava e scrutava il paesaggio, coi suoi occhi celeste chiaro, mentre teneva sotto braccio l’ elmo, riccamente cesellato dai migliori fabbri del regno, sul quale erano scolpite alcune delle sue più famose imprese, mentre cercava di far riprendere aria al volto, ai suoi fulvi capelli, riaccordati sopra la testa tramite un rosario di finissime perle bianche, dono di una vergine convertita, da lui prontamente salvata dalle libidinose mire dell’uomo a cui era destinata in matrimonio, e a quell’accenno di barba riccioluta che cominciava a crescere sulla parte inferiore del volto. Ma questa operazione poco serviva a non sentire l’arsura del sole allo zenit, un sole che nella sua perfetta immobilità, rendeva l’aria rovente e immota come una lastra di ferro appena uscita dalla fornace di un maniscalco.
Mentre il suo cavallo era leggermente discostato dalla strada ed era intento a brucare quei radi fili d’erba che riusciva a trovare, il cavaliere guardò la punta della lancia, che teneva saldamente stretta nell’altra mano, per osservare se qualche alito di vento agitasse lo stendardo a croce che vi era issato in cima. ma non un solo Zefiro era stato mandato, quel giorno, dalla Sapienza, per rinfrescare l’aria. “D’altro canto è mezzogiorno…. l’ora in cui il Diavolo è più forte…” disse tra sé e sé il cavaliere, sul cui volto parve comparire un accenno di disincantato sorriso.
L a posa statuaria che aveva assunto in mezzo alla strada, si mutò , nel batter di un ciglio, in un risoluto e marziale passo verso il suo destriero, sul quale rimontò in breve tempo, deciso a riprendere la st

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