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Racconti del mistero

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Niente

Quella notte era particolarmente scura.
Quella notte sarebbe stata molto silenziosa, probabilmente la notte più silenziosa di tutti i tempi ma nessuno avrebbe mai potuto saperlo...
Quella notte qualcuno si svegliò di scatto.
Quella notte quel qualcuno sapeva di dover fare qualcosa.
Non sapeva Perchè.
Non sapeva Quando.
Non sapeva Dove.
Non sapeva nemmeno che cosa ma sapeva che era il suo compito, qualcuno l'aveva scelto, aveva fatto sì che nel bel mezzo di quella notte scura e silenziosa Lui si svegliasse di soprassalto senza sapere perché, quando, dove e tantomeno cosa.
Con uno sforzo colossale provò ad alzarsi ma ricadde subito a sedere in uno spigolo del letto; poteva essere uno qualunque, come accorgersene?
Le sue palpebre ancora così pesanti gli annebbiavano la vista e non gli permettevano di capire dove fosse.
Quella stanza era molto scura, forse era la stanza più scura che ci fosse mai stata.
Non vi era luce ad illuminarla, dalla finestra spalancata non penetrava nemmeno il chiarore della luna, forse perché la luna non c'era. Era coperta dalle nuvole. O forse non esisteva più, conscia di ciò che stava accadendo aveva deciso di sparire per non dover vedere, per non dover assistere a quello che sarebbe successo.
Sempre che quel qualcosa si fosse avverato e che non era semplicemente una Sua impressione. Sua di chi?
Ah sì, c'era un Lui che si era appena svegliato e seduto su un lato del letto con i suoi occhi pesanti semichiusi e aveva capito che avrebbe dovuto far quel qualcosa che non gli era dato sapere.
Dopo essersi sfregato a lungo gli occhi intravise sbucare da sotto il letto delle scarpe.
Erano le sue? Era la sua stanza quella? Era la sua casa? La sua città? Il suo mondo? La sua vita?
Si infilò una scarpa. Gli entrava perfettamente. Si infilò l'altra.
Provò ad alzarsi in piedi. Questa volta le sue gambe ancora deboli per il precoce risveglio gli permisero di mantenere una posizione eretta seppur barcollante.
Si avviò

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La sopravvissuta (seconda parte)

"Chi sono questi -altri-"?"
"Faresti meglio a dire -chi erano- visto che sono morti tutti."
"Frena un attimo Juliette; mi scuserai ma non ci sto capendo veramente un cazzo! Perché tua sorella e tuo padre dovrebbero tentare di ucciderti? E come fanno ad essere tutti morti!"
Juliette si spaventò nel sentirlo alzare leggermente la voce e si strinse contro lo schienale del divano. Il ricordo della sorella che tentava di ferirla con un coltello le apparve nitido nella testa. Iniziò a piangere.
"Non lo so!" rispose alzando la voce a sua volta. Una piccola lacrima si staccò dalla palpebra scendendo solitaria lungo la guancia; non tentò nemmeno di asciugarla perché sapeva ne sarebbero arrivate altre. "Ad un certo punto è stato come se..." un violento singhiozzo la obbligò ad interrompersi. "... come se fossero impazziti. E non è successo solo a loro, ma anche ad altre persone."
Patrick vide con chiarezza il coraggioso tentativo di Juliette di non lasciarsi andare ad un pianto dirotto, ma terminata la frase cedette, facendolo sentire un perfetto idiota.
"No ti prego, non piangere. Sono stato uno stupido ad alzare la voce..."
Lei agì istintivamente buttandosi tra le sue braccia; non si accorse nemmeno di averlo fatto fino a che non senti le mani di lui accarezzarle con dolcezza la schiena.
"Ho paura Patrick, tanta paura." Ora a lui sembrava di abbracciare una bambina indifesa e si domandò cosa avesse davvero visto prima di fuggire nel deserto.
Il mistero non faceva che infittirsi sempre di più.
Rimasero così per un tempo indefinito, tanto che Patrick iniziò a pensare potesse essersi addormentata; venne subito smentito da un suo movimento.
"Va meglio?" le domandò prendendola per le spalle e guardandola dritta negli occhi. Quella mossa si rivelò essere un errore; erano talmente belli che fu colto da un fortissimo desiderio di baciarla. Resistette a fatica dandosi anche dell'idiota per il solo pensiero.
"Molto meglio grazie!"
"Cosa vuoi fare ora? P

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Il baule

Ero ormai affondato da anni, giacevo nel fondale marino senza pensieri, anche perché in realtà, per quanto mi riguarda, non ero nessuno. O forse si. So solo che sono in grado di ragionare, di pensare, capire, sentire, ma non di farlo nella mia ''persona'' o ''essere'' che sia. Non sono in grado di identificarmi da qualche tempo, da qualche tempo fa o da sempre! Sono rinchiuso qui, in un luogo che è qualcosa di più di un oceano, in un luogo mai superato, mai compreso, rinchiuso insieme ad un baule ad elevatissime profondità, incastrato da una "barriera invisibile ed indistruttibile''.

Ora avverto degli strani rumori, di cui non riesco nemmeno minimamente ad immaginarmi l'origine. Sento come come una pressione, un fischio. Che anomalia!
In questo preciso istante vedo un uomo dirigersi verso di me, non credo mi veda, credo piuttosto sia altamente interessato al baule, e penso che pure lui, come me, non sia in grado di superare la barriera. Ecco, ora si avvicina con molta cautela, e noto che non è solo. Insieme a lui un suo simile, più delicato, con dei lunghi capelli ed un viso angelico. Non saprei come chiamarlo, forse non ricordo più, forse non l'ho mai saputo, ma son certo di aver visto questa figura da qualche altra parte, ne sono sicuro!
Magari mi tireranno fuori da qui, ma sicuramente per ciò provo indifferenza, non mi importa, è come se qualcuno avesse voluto strapparmi via le emozioni con tanta violenza, e devo proprio ammettere che colui che ci provo, completò la sua opera con successo. Ma ora è meglio lasciar perdere le mie riflessioni, continuando a stare attento ad ogni minimo dettaglio di tutto ciò che mi sta accadendo ora. Ecco, i due tentano di raggiungere il baule, ma improvvisamente : >. L'uomo si fermò di scatto impedendo, con la forza, al suo simile di avanzare. Questo poiché egli provava paura, timore, ma anche tanta curiosità. Solo per questo forse, si e` soffermato a pensare. Ora pero` credo si sia veramente deciso, me lo sen

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   1 commenti     di: Giulia


Lo specchio

"Lo Specchio."

Accesi la luce e, lentamente, scesi coi piedi dal letto, appoggiai i gomiti sulle gambe e, fra le mani, presi una testa... terribilmente pesante.
Ero stanco. No,... in realtà ero distrutto, una stanchezza profonda.
Con i piedi, nella notte, avevo percorso chilometri, scandagliando tutti gli angoli più lontani del nostro materasso, alla sua ricerca.
Mi sarebbe bastato toccarla, ma che dico... mi sarebbe bastato sfiorarla perché il mio cuore tornasse a battere, per tornare vivo... e invece niente, tutta... quella... fatica... per niente.
Le mani mi scivolarono lentamente sul viso, sentii qualcosa di umido,... stavo piangendo, un pianto silenzioso e dolce... alzai il viso e guardando le mie mani vidi qualcosa di strano... le mie lacrime erano nere.
Quell'istante non so quanto durò, il tempo non aveva più alcun valore... poi,... qualcosa attirò la mia attenzione, un fruscio,... una sensazione, non saprei dirlo, mi girai lentamente e la vidi.
Sdraiata sul letto, ancora addormentata,... Perché i miei piedi non l'avevano trovata nella notte?... ma ora non era importante, era lì, nel mio letto,... nel nostro letto.
Il mio sguardo la percorse tutta, i lunghi capelli arruffati come un manto dorato le coprivano parte del viso, quel nasino che tante volte avevo baciato, quelle labbra dolci come il miele,... dalle lenzuola poi fuoriusciva un piccolo seno, una coppa a cui a lungo mi ero dissetato e una lunghissima gamba, un'autostrada che le mie mani avevano percorso migliaia di volte.
Piangevo. Piangevo di gioia, come un bambino che si era perso e ritrova la mamma... così... io... l'avevo... ritrovata.
Mi avvicinai lentamente, non volevo svegliarla... era così bella.
Mi accorsi di trattenere il respiro, come chi ha in mano un vaso di cristallo ed ha paura di romperlo... le arrivai così vicino da sentire il calore del suo corpo e quell'odore, no,... quel profumo che era la mia irrinunciabile droga.
Poi si mosse, un piccolo movimento del p

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   1 commenti     di: PAOLODAIMOLA


Ombre e pioggia sul Paese

a An Lan
La pioggia nutre i solchi secchi qua e là nelle strade, e nelle crepe dell’asfalto spunteranno fili d’erba, e un minuscolo seme vincerà la resistenza di un cappotto malvoluto, quel nastro grigio pezzato di nero che arriva sino al mercato. An Lan camminava pensando a piccole meraviglie, lentamente nella sera gelida di Cheng-yu, fra le vie strette inumidite dalla pioggia vaporosa e spicciola che bagnava appena i lunghi capelli neri, lunghi sino al bacino, stringendosi nel soprabito leggero, che frettolosa una mano le aveva porto sulla soglia della casa degli zii paterni.
Qualche isolato più in là del suo domicilio c’era la scuola, non occorreva avere fretta. An insegnava inglese, e le lezioni della sera procedevano svagate in colloqui tra la gente del paese che vi capitava per i motivi più vari: i commercianti, coloro che dirigevano piccole industrie, e qualche studente che stentave nella lingua. Un sottile umorismo permeava le mura dell’edificio e sprigionava talvolta di sera negli scolari un’ilarità inattesa, che poco serviva all’apprendere ma che creava un’intesa sotterranea fra gli animi dei convenuti. Solo qualche bambino, che qualcuno aveva finto di dover accompagnare, prestava attenzione alle disciplinate parole dell’insegnante, e agli scarabocchi sulla lavagna che nulla avevano da spartire con gli ideogrammi, quei pochi o molti che ciascuno conosceva, e di tanto in tanto, sui biglietti di auguri scriveva.
I bambini, pensava con intermittenza An, essi sono come dei piccoli semi che durano a fatica la grave indifferenza degli adulti…I passi risuonavano ritmici sul selciato, fra le irregolarità e le pezze d’asfalto, e in ognuno An ravvisava una diversa sfumatura che il suo pensiero assumeva, tentennando fra la tenerezza di un ricordo non lontano e la coscienza del freddo che masticava i lembi dell’abito. Potrebbe nevicare, pensò d’un tratto, e mise in tasca la mano infreddolita, trovandovi due mon

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   1 commenti     di: Paolo Veronese


Krestos I

PRIMA LUNA.
Il mio nome è Krestos.
Nell'ombra sono cresciuta e nell'ombra vivo.
Mai nacqui, perché chi mi mise al mondo mi uccise.
Io sono morte. E come la morte non ho ricordi. Né preferenze.
Delle mille piccole persone che brulicano in questo piccolo mondo, io conosco il tumultuare del piccolo cuore.
Lo spengo. E osservo i lineamenti di quei volti pietrificarsi.

Nell'Anno Domini 1543, in una tetra mattinata di gennaio, nella via principale del paesino di Greys, il trambusto s'arrestò.
- Pentitevi!! - urlò una voce sovrastando il frastuono. E quell'appello sembrava celare un non so che di così terribile e apocalittico, che le massaie rimasero con le gonnelle a mezz'aria e l'espressione affaccendata stampata in volto, i mocciosetti con gli occhioni spalancati e le palle di fango a sciogliersi fra le mani.
- Pentiiiteviiiiii!!- tuonò ancora.
I bottegai si affacciarono sorpresi dalla imposte.
- Pentiitevi, perché presto sarà troppo tardii!!
Gli abitanti di Greys ci misero qualche secondo a realizzare che era alquanto impossibile che l'anatema fosse scaturito dal nulla.
- Presto accadranno cose terribiliiii!!
Basiti, guardarono un vecchio avvolto in un saio bisunto e incrostato della melma fresca arrancare nella piazza, prendere posizione al suo centro e, volti gli occhi al cielo, ricominciare il vaticinio.
- Presto, molto presto!!
Agli strilloni del genere, avevano fatto il callo. Centinaia di frati d'ogni risma, col cordone degli inquisitori o la spada dei monaci guerrieri, li visitavano portando l'annuncio dell'imminente fine dei tempi e, Di conseguenza, l'importanza di giungere mondi alle porte del Signore. Attraverso il logorante digiuno o lo straziante cilicio, messe e oboli indistintamente.
Quando quegli uomini si presentavano a Greys, con i loro sguardi demoniaci rivolti alla pel di carota moglie del fabbro, e i sinistri borbottii mentre in disparte osservavano i fedeli alla funzione, per giorni la vita lì sembrava affie

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   1 commenti     di: myatyc myatyc


Il vecchio dei lampioni

Erano le quattro del pomeriggio quando decisi di scendere giù a prelevare la posta nella mia buca delle lettere. Non avevo potuto ritirarla in mattinata poiché ero tornata carica di borse della spesa. Tra tutta la pubblicità e i consueti giornalini religiosi, arrivò puntuale anche la bolletta del telefono; quando vidi la cifra mi preoccupai abbondantemente anche perché già sapevo quale sarebbe stata la reazione dei miei genitori.
Non potevo certo pagarla io, capirai, con quello che ricevevo come paghetta mi bastavano appena per coprire le mie spesucce personali. Pensai che durante i due mesi avevo usato un po’ troppo il telefono e quasi me l’aspettavo una sorpresa simile. Appena la consegnai ai miei, come prevedevo, successe un casino tremendo e io, avvilita e demoralizzata, sbattendo la porta, uscii di casa.
Erano intorno alle 18:30 di un martedì di fine ottobre, faceva molto freddo e le strade erano semideserte; così, non sapendo dove andare, telefonai a Daniela, la mia amica del cuore, per sapere se mi potevo recare a casa sua. Quando lei accettò io fui molto contenta e anche sollevata.
Passammo due tre ore a giocare e a parlare delle nostre cose; poi, intorno alle 22:30, dopo aver anche accettato l’invito a cena da parte sua, me n’andai. In quell’arco di tempo, per la rabbia, avevo spento il cellulare e quando fui uscita dal portone della mia amica, ricordandomene lo riaccesi. Vi trovai tre chiamate, due da parte di mia madre e una da parte di mio fratello.
Mi sentii di colpo più serena, così decisi di tornare a casa. Mentre camminavo tutta rinchiusa nel mio cappotto, vidi che il vecchio dei lampioni stava già spegnendo le prime luci della strada; mi avvicinai e gli dissi: “signor Giustino, come mai questa sera ha deciso di spegnere le luci prima del solito?”; “no signorina, è solo un guasto rionale”. Mentre il guardiano stava continuando a parlare con me del problema delle luci, ad un tratto vidi verso i balconi di un palazz

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   0 commenti     di: Maty' Sessa



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