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Racconti del mistero

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Frammenti di sogni

Il mondo era tutto silenzio quella notte. Non so dire se quello che stavo vivendo fosse bello, giacchè la bellezza è soltanto il disvelamento della tenebra. Pensai che non avevo neppure chiesto di sognare, e che le mie aspettative riguardo una notte consumata tra alcool e passato non potevano certamente essere le migliori, ma è anche vero che il nostro essere è il nostro passato. Vale sempre la pena fare tutte queste domande, ma non sempre vale la pena dare una risposta.
Dopo queste certezze, che per fortuna non ho, giacchè avere certezze e sicurezze renderebbe la vita un incubo, mi limito a raccontare ciò che mi ha toccato di quella notte senza tempo, in un sogno, senza scendere nei dettagli che già frammentano un'esistenza alimentata da maschere con occhi e bocche.
Eravamo io e il mio migliore amico, sulla radura, senza quasi pensare a niente. I nostri occhi non temevano il buio, nè cercavano la luce. Nessuno arrossisce al buio, specialmente in un buio che non ti concede di vedere le stelle.. così eravamo noi, un lungo silenzio fatto di un'imprevedibilità che permetteva solodi salutare il destino, semmai fosse passato da quelle parti.
Ogni cosa, avrebbe portato ad un risultato impreciso: nemmeno cantare ci sarebbe servito, poichè una melodia di gioia avrebbe stonato e una melodia funerea non sarebbe servita.
Probabilmente un delirio erotico avrebbe aiutato le nostre coscienze, o forse semplicemente provare a leggere la Bibbia, una bibbia in cui noi non credevamo.
Insomma, nulla serviva, e nulla sarebbe servito.
A pochi metri dalla radura doveva iniziare la festa del paese, sotto alla vecchia chiesa, che si apriva una volta all'anno in occasione della festa del Santo Patrono. Vi erano tutte le sedie davanti al palco dove l'orchestra avrebbe suonato e i musicisti avrebbero cantato; vi era lo stand dove due giovani ragazze bionde servivano vino e offrivano frittelle, v'era persino una bancarella dietro alla quale esisteva una donna anziana e ven

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O MUNACIELLO

Nelle campagne del sud, dominate un tempo dalle angherie dei caporali, dall'ignoranza e dalla miseria, era frequente, nei discorsi di tutti, fare riferimento a questo personaggio simpatico e burlesco, che aiutava e scherniva a seconda delle circostanze. ‘O munaciello, infatti, soccorreva le famiglie in miseria a patto che si conservasse il segreto del suo intervento. Sovente lo si trovava nella stanza dei bambini, con i quali giocava vestito da folletto, con un berretto rosso e l’aria da birichino. Altre volte sedeva dispettoso sullo stomaco di chi aveva mangiato bene.
Credenze fasulle o realtà? La superstizione è la forza dei poveri e forse la saggezza di generazioni che si materializza e si fa personaggio, intervenendo là dove la giustizia del mondo maggiormente tace.
In un piccolo paesino del Cilento: Santa Marina di Orria, viveva una famigliola di tre persone, che campavano vendendo le poche uova delle sette galline del pollaio, costruito a ridosso del muro a secco, dell'unica stanza della casa. La costruzione si ergeva alquanto fuori del centro abitato, dopo la breve discesa che, dalla chiesa, portava all'inizio della stretta mulattiera, che conduceva ai campi fiancheggiati da spuntoni e scoscesi valloni. Uno stretto ponticello di assi di legno univa il ciglio della strada a ciottoli con l'entrata della casa, che prendeva luce dalla unica finestra sul fosso erboso, che serviva da scolo per l’acqua piovana dell'inverno.
Comare Assunta, sui quarant'anni, mandava avanti la casa ed accudiva la figlioletta Mena di undici anni ed il marito Dionigi, che trascinava, fin dalla infanzia, una gamba deforme. Anche a proposito di questa infermità, la gente del paese fantasticava attribuendola ad un calcio del demonio, deriso dal nonno mentre il piccolo Dionigi stava per venire alla luce.
Un giorno, Assunta si recò, come di consueto, nell'unico negozio di alimentari, per scambiarvi

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   0 commenti     di: Franco pastore


isla de aves - 2 capitolo

Quante volte si muore e si rinasce in una vita?
Non esiste statistica! A mio giudizio è un alternarsi costante e necessario.
Risorgere dal buio a nuova luce.
Lo sguardo purgato dal male di vivere.
Riscoprire a poco a poco la meraviglia assoluta della realtà in cui fluttiamo.
Sospetto che questo costituisca il senso ultimo del vivere: “una eterna rivelazione”.

Con questa fiammella nel petto ricominciai a esistere.

Gradualmente, seguendo i bisogni elementari, iniziai a radicare la mia presenza nelle giornate di Cumanà.
La scorta di dollari era sufficente per risparmiarmi l’urgenza di sostentarmi.

Nel volo dall’Italia avevo scambiato, in spagnolo, alcune opinioni sulla cultura meso-americana antica con un certo Prof. Manfred Ulrich, volto intelligente di sessantenne dagli occhiali l’oro, di origine centro-europea... che curiosa equivalenza.
Era un uomo distinto e sensibile, diceva di occuparsi di affari e cultura.
Aveva reso meno faticoso il viaggio.
Resosi conto delle mie erudizioni, mi aveva consegnato il suo biglietto da visita, invitandomi a contattarlo per eventuali affari.
Avevo infilato il biglietto nella tasca della camicia estiva con automatismo, certo com’ero della sua inutilità.

Smentii me stesso dopo un paio di settimane.
L’inoperosità cominciò a erodere la mia pazienza.
Ero preda di una smania nascente di fare, di capire, di scoprire.
Essere, in fine, unico giudice del mio sentire e al diavolo la “STORIA”.

Alla reception del residence dove aloggiavo chiesi il telefono e, ritrovato il biglietto, composi il numero di Monaco di Baviera che vi era riportato.
Immaginai la scintilla della trasmissione percorrere lo smisurato cavo telefonico sul fondo dell’Atlantico, risalire la penisola iberica, attraversare la Provenza...
Dopo alcuni squilli rispose una prima segretaria, mi destreggiai con la lingua inglese e dopo tre passaggi di voci femminili mi rispose quella maschile del Prof. Manfred.

Fui

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Claire

"... ti avevo chiuso dietro una delle tante porte del mio cuore".
In realtà... pensavo di averti sepolto in un posto più profondo, un posto da dove mai saresti riuscita a riemergere"... e invece... erano bastate due note, due... fottutissime note di una vecchia canzone perché quella porta si riaprisse,... anzi,... sarebbe più giusto dire, si frantumasse.
Quanti anni erano passati? 10? 15?... in realtà erano già passati 21 anni.
Migliaia di ricordi iniziarono ad uscire, senza un preciso ordine temporale ma, così, alla rinfusa, accavallandosi, rincorrendosi, incrociandosi come una mandria di cavalli selvaggi chiusi da troppo tempo dentro uno stretto recinto.
Sembrava che essere finalmente liberi gli avesse dato una gioia o meglio, una voglia di vita, irrefrenabile, quasi umana; così, era come... essere al cinema, anzi, mi sembrava di essere il protagonista di Arancia Meccanica, in un certo senso anch'io ero quasi costretto a guardare e a rivivere cose che vigliaccamente avevo rimosso.
È strano ma il tempo a volte sa essere bastardo, salva i bei ricordi, magari ingigantendoli e nasconde i dolori, i pianti, le urla, i litigi ma, non era questo il caso perché, quello che stavo rivedendo, in realtà, era veramente accaduto... tutto era meraviglioso... una scarica di adrenalina mi stava attraversando, regalandomi un piacere che non provavo da tanto tempo.
Tutto ciò che era bello, o lo era stato, mi dava però una sensazione di paura mista a terrore... quello che avevo perso era in realtà reso più doloroso da quella miriade di splendidi ricordi che avevo vissuto... era per quello che avevo deciso di archiviarli nel mio cuore e di buttar via la chiave!
Un'ondata di rabbia iniziò a montarmi dentro, ero furioso con la radio, con me stesso, col mondo intero,... con Dio. La notte fu travagliata, in realtà non so neanche se ero riuscito a chiudere gli occhi. Mi alzai un paio di volte, tutto sudato poi alle 5. 00 ero davanti allo specchio del bagno... mi gu

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   3 commenti     di: PAOLODAIMOLA


La Sciarpa Rossa

L'altalena andava su e giù, su e giù, spinta dolcemente dal vento.
La catena cigolava sinistra, ma era uno di quei rumori fastidiosi all'inizio, a cui poi ci si abitua e di cui alla fine non si può fare a meno. Il gelo seccava la pelle delle mani e delle dita affusolate aggrappate alla catena, ma la giovane non se ne curava. Sussurrava a bassa voce e ad occhi chiusi una vecchia ninna nanna, di cui non rammentava le parole e di cui pertanto si limitava a canticchiare la melodia.
Il camposanto era deserto e silenzioso.
Beatrice, questo il nome della giovane, aveva sempre trovato bizzarra l'idea di un'altalena appesa ad un grosso ramo della quercia secolare del cimitero, ma essa esisteva sin da quando aveva memoria, e aveva finito per abituarcisi, come tutti del resto. Dopotutto, dubitava che potesse essere di disturbo ai defunti.
Non era la prima volta che andava a trascorrere pomeriggi interi nel camposanto. Era un luogo che non l'aveva mai turbata, al contrario, si era sempre sentita a suo agio, e la sensazione di quiete e pace che le trasmetteva quel luogo consacrato non l'aveva mai provata da nessun'altra parte. D'altronde, sapeva che i morti non le avrebbero mai torto un capello, a meno che, certo, lei non avesse fatto qualcosa per meritarlo. Ma era sempre stata rispettosa nei loro confronti, ogni volta che entrava nell'antico cimitero recitava una preghiera per tutti loro, e solo dopo si dirigeva tranquilla verso la sua altalena.
Non aveva mai incontrato nessuno prima di allora. Doveva forse essere l'unica ragazza che preferiva trascorrere il suo tempo libero nel cimitero dei Santi Innocenti, e non aveva mai avuto l'occasione di vedere anima viva. Forse perché i visitatori frequentavano solo la parte nuova e tralasciavano di andare in quella vecchia, dove ormai non veniva seppellito più nessuno da quasi un secolo.
Ad ogni modo, era quella la parte più bella e affascinante, a suo avviso. Qui si trovavano immensi mausolei come non ne venivano più cos

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   4 commenti     di: Giulia


La sopravvissuta (quarta e penultima parte)

Juliette si trovava molto vicino a Patrick, per la precisione a qualche decina di metri, in una casa giusto accanto a quella dove stava incatenato lui. Era seduta su una piccola sedia di legno e mostrava evidenti segni di ansia e nervosismo; continuava a deglutire con la speranza di scacciare quella sensazione di nodo alla gola che la assillava da un paio d'ore a quella parte, ma era inutile. Si guardò le mani e scoprì che stavano tremando; quelle stesse mani che la sera prima, agendo in maniera perfetta, avevano condotto Patrick in trappola. In passato avevano salvato molte vite certo, ma ora, per la prima volta in ventiquattro anni, avrebbero contribuito all'uccisione di un uomo.
E questo era ciò che più la faceva stare male.
Ripensò ancora una volta alle ragioni per cui aveva agito così; erano valide, almeno dal suo punto di vista, ma non sufficienti per farla stare in pace con se stessa.
Sentì la porta aprirsi e il groviglio di pensieri si dissipò immediatamente. Alzò gli occhi ma non vide chi si sarebbe aspettata di vedere.
"Dov'è mia sorella?" domandò scattando dalla sedia. "Maledetta, mi avevi detto che l'avrei rivista, sono ore che aspetto!"
"Calmati!" le ordinò la donna appena entrata. "Sono qui proprio per lei."
Juliette cercò di decifrare l'espressione del suo volto ma era imperturbabile; pareva serissima anche se un ghigno alquanto strano le dava quell'aria di follia che metteva i brividi.
"Non me ne frega un cazzo, ho fatto quello che volevate!!! Voglio vedere mia sorella, dov'è?"
"E tu pensavi davvero che ti avremo permesso di vedere la tua dolce sorellina solo perché hai portato quel Dempsey fino a qui?" Quella domanda fu pronunciata con una tale, ingiustificata cattiveria che a Juliette venne da piangere.
"Ma me l'avevate promesso!" Ora la giovane faticava pure a rimanere in piedi; sentiva le gambe molli, incapaci di obbedire ai suoi ordini. "Ho ingannato un uomo che si fidava di me, ho costruito una storia assurda attorno all

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Giorni di follia

La grande nave illuminata viaggiava spedita sulle acque nere del Pacifico. I passeggeri sorridevano nei loro abiti eleganti e si godevano la serata di gala passeggiando tra il bar di prua e quello di poppa, passando per i tavoli verdi del casino al centro della nave...

Tre ore più tardi la scena che si presentava davanti ai miei occhi era completamente diversa. La tempesta aveva avvolto la nave all'improvviso, i tuoni erano insolitamente potenti e il loro suono era strano, un misto di esplosioni e sibili sinistri. Tra i passeggeri avanzava un presentimento e dopo un po' si diffuse un silenzio di attesa rivolto all'oscurità resa viva dai lampi. Poi, in un attimo, la nave si inclinò sotto la forza delle onde e la situazione precipitò vertiginosamente.
Fu una strage.
Non ci furono incendi o collisioni, ma la nave affondò in pochi minuti; molte persone non riuscirono a salire sulle scialuppe e affogarono nelle acque potenti.
Mentre la nostra scialuppa si allontanava vedemmo la nave che veniva inghiottita dall'oceano e poi un lampo, durato credo tre secondi, grazie al quale ci accorgemmo che sopra di noi c'erano delle nubi nere, basse, e sembravano muoversi come onde del cielo. Non demmo peso alla cosa e ci lasciammo trasportare dall'oceano mentre le altre scialuppe si perdevano nel buio, lontano dal nostro gruppo, composto da circa trenta persone, infreddolite e straziate dalla tragedia. Dopo un paio d'ore un'onda anomala rovesciò la scialuppa e ci costrinse a nuotare verso un'isola che avevamo scorto grazie alle prime luci dell'alba. Affogarono quasi tutti, tranne otto di noi, che riuscirono infine a raggiungere la costa. Appena posati i piedi a terra ci lasciammo andare in grida di gioia: "Siamo salvi, siamo salvi" disse Christie, una donna di circa quarant'anni che avevo notato la sera prima per il suo vestito rosso fuoco, un po' fuori luogo per una serata di gala. Le acque che bagnavano l'isola erano piene di alti scogli che non ci

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   2 commenti     di: Matteo Riccardo



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