Racconti misteriosi - Pagina 3
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Racconti del mistero

Pagine: 1234... ultimatutte

Claire

"... ti avevo chiuso dietro una delle tante porte del mio cuore".
In realtà... pensavo di averti sepolto in un posto più profondo, un posto da dove mai saresti riuscita a riemergere"... e invece... erano bastate due note, due... fottutissime note di una vecchia canzone perché quella porta si riaprisse,... anzi,... sarebbe più giusto dire, si frantumasse.
Quanti anni erano passati? 10? 15?... in realtà erano già passati 21 anni.
Migliaia di ricordi iniziarono ad uscire, senza un preciso ordine temporale ma, così, alla rinfusa, accavallandosi, rincorrendosi, incrociandosi come una mandria di cavalli selvaggi chiusi da troppo tempo dentro uno stretto recinto.
Sembrava che essere finalmente liberi gli avesse dato una gioia o meglio, una voglia di vita, irrefrenabile, quasi umana; così, era come... essere al cinema, anzi, mi sembrava di essere il protagonista di Arancia Meccanica, in un certo senso anch'io ero quasi costretto a guardare e a rivivere cose che vigliaccamente avevo rimosso.
È strano ma il tempo a volte sa essere bastardo, salva i bei ricordi, magari ingigantendoli e nasconde i dolori, i pianti, le urla, i litigi ma, non era questo il caso perché, quello che stavo rivedendo, in realtà, era veramente accaduto... tutto era meraviglioso... una scarica di adrenalina mi stava attraversando, regalandomi un piacere che non provavo da tanto tempo.
Tutto ciò che era bello, o lo era stato, mi dava però una sensazione di paura mista a terrore... quello che avevo perso era in realtà reso più doloroso da quella miriade di splendidi ricordi che avevo vissuto... era per quello che avevo deciso di archiviarli nel mio cuore e di buttar via la chiave!
Un'ondata di rabbia iniziò a montarmi dentro, ero furioso con la radio, con me stesso, col mondo intero,... con Dio. La notte fu travagliata, in realtà non so neanche se ero riuscito a chiudere gli occhi. Mi alzai un paio di volte, tutto sudato poi alle 5. 00 ero davanti allo specchio del bagno... mi gu

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   3 commenti     di: PAOLODAIMOLA


La sopravvissuta (seconda parte)

"Chi sono questi -altri-"?"
"Faresti meglio a dire -chi erano- visto che sono morti tutti."
"Frena un attimo Juliette; mi scuserai ma non ci sto capendo veramente un cazzo! Perché tua sorella e tuo padre dovrebbero tentare di ucciderti? E come fanno ad essere tutti morti!"
Juliette si spaventò nel sentirlo alzare leggermente la voce e si strinse contro lo schienale del divano. Il ricordo della sorella che tentava di ferirla con un coltello le apparve nitido nella testa. Iniziò a piangere.
"Non lo so!" rispose alzando la voce a sua volta. Una piccola lacrima si staccò dalla palpebra scendendo solitaria lungo la guancia; non tentò nemmeno di asciugarla perché sapeva ne sarebbero arrivate altre. "Ad un certo punto è stato come se..." un violento singhiozzo la obbligò ad interrompersi. "... come se fossero impazziti. E non è successo solo a loro, ma anche ad altre persone."
Patrick vide con chiarezza il coraggioso tentativo di Juliette di non lasciarsi andare ad un pianto dirotto, ma terminata la frase cedette, facendolo sentire un perfetto idiota.
"No ti prego, non piangere. Sono stato uno stupido ad alzare la voce..."
Lei agì istintivamente buttandosi tra le sue braccia; non si accorse nemmeno di averlo fatto fino a che non senti le mani di lui accarezzarle con dolcezza la schiena.
"Ho paura Patrick, tanta paura." Ora a lui sembrava di abbracciare una bambina indifesa e si domandò cosa avesse davvero visto prima di fuggire nel deserto.
Il mistero non faceva che infittirsi sempre di più.
Rimasero così per un tempo indefinito, tanto che Patrick iniziò a pensare potesse essersi addormentata; venne subito smentito da un suo movimento.
"Va meglio?" le domandò prendendola per le spalle e guardandola dritta negli occhi. Quella mossa si rivelò essere un errore; erano talmente belli che fu colto da un fortissimo desiderio di baciarla. Resistette a fatica dandosi anche dell'idiota per il solo pensiero.
"Molto meglio grazie!"
"Cosa vuoi fare ora? P

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Lo sconosciuto, parte 1

- Solo Beemoth, prego - disse lo sconosciuto quando il consièrge gli chiese il nome.
Lui non obiettò. Scrisse il nome, poi girò il registro al nuovo cliente perché firmasse.
- Anna, aiuta il signore col bagaglio - da dietro il bancone spuntò una bambina bionda di non più di tredici anni.
Il nuovo arrivato sorrise sotto la tesa del suo cappello nero: - Non si preoccupi, ho solo quella - disse accennando alla valigetta in pelle nera poggiata accanto al bancone.
Il consièrge, il padre di Anna, si strinse nelle spalle: - Come preferisce -
Gli porse la chiave, che lo sconosciuto prese con una mano guantata di pelle nera. Il padre di Anna se ne dimenticò subito, ma sul momento gli sembrò di percepire un netto senso di repulsione mentre gli dava la chiave. Anche se le loro dita si erano appena sfiorate, fu come se avesse ricevuto una spiacevole scossa elettrica, e, pur non ricordandosi assolutamente quando fosse cominciato, passò tutto il giorno con uno spiacevole formicolio alla mano, così fastidioso che continuava a massaggiarsela, soprappensiero, senza però saperne individuare il momento d'origine.
Ritirando la mano troppo di scatto disse: - La sua stanza è in fondo sulla sinistra, numero diciannove. Come ha chiesto lei, le due accanto sono libere -
L'uomo sorrise scoprendo denti stranamente puntuti - almeno così sembrò ad Anna, che ancora lo spiava da dietro il bancone - ma il suo tono, benché avesse una voce metallica, sembrò assolutamente sincero e cordiale: - Grazie mille, ci vediamo domattina allora -
Si girò in uno svolazzo del lungo cappotto nero.
Guardandolo, Anna non riuscì a capire dove finisse il suo corpo e dove iniziasse il cappotto. Sotto quel lungo soprabito nero, per quanto si sforzasse, non riusciva a percepire la fisicità dell'ospite, la sua corporeità. Per qualche istante si chiese addirittura se ci fosse un corpo sotto quel cappotto.
Andiamo, hai tredici anni, datti un contegno si disse, lieta di poter utilizzare l

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   1 commenti     di: Francesco Rossi


Non ficcate il naso in quei silenzi

Non dite mai
che il silenzio è d'oro
a chi fa naufragio
su un'isola deserta.





" Saepe tacens vocem verbaque vultus habet" Un volto che tace spesso ha voce e parole. Con questa massima di Ovidio, scolpita con maestria su un'imponente architrave di granito egizio da uno scalpellino disceso per direttissima da Francesco Borromini, si accedeva al Silence Analysis and Decoding Center di Saragozza. Il Centro accoglieva oltre trecento esperti provenienti da vari paesi e assegnati a tre diversi dipartimenti. Quello degli Studi Storici, quello degli Studi Contemporanei, per finire con quello di Consulenza Dinamica. Il primo, come si può facilmente immaginare, era quello più vasto e articolato. Era suddiviso in sezioni. Ognuna si occupava di un secolo. A partire dagli albori della civiltà. Per ciò che veniva prima, l'epoca pre-istorica, esisteva una sezione speciale. Il secondo era il più slim. Anche se destinato ad espandersi man mano che il ventunesimo secolo prendeva corpo. Mentre il terzo comprendeva una trentina di team mobili che svolgevano attività di affiancamento ad eserciti, polizie dei vari paesi, gruppi industriali, ed altri grandi organismi statali e privati.

Quella mattina Carlos Avila, piuttosto che andare al lavoro, avrebbe mangiato un piatto di "escrementos de perro que abe tomado el desgrasado", come usava dire lui nei momenti difficili. Quando era costretto a fare qualcosa contrario alla sua religione: il Vivir Lento. Che contava innumerevoli fedeli fra i pigri ma saggi latinos. Carlos era uno dei venti coordinatori del Centro. Compito abbastanza complesso, che non staremo a spiegare ora, ma che capirete strada facendo se avrete la pazienza di seguire con un po' di attenzione. Quella mattina Carlos aveva una riunione con The Sound of Silence, il capo di tutta la baracca. Il grazioso nickname gli era stato affibbiato do

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Dialogo con Michael

Mi ero soffermato a fissare un vecchio dalla folta barba, seduto lì su una panchina con quel che forse doveva essere il suo piccolo nipote.
Notai quei gesti, il sorriso, il modo delicato che aveva nel parlare, l'amore infinito che i suoi occhi trasmettevano.
Pensai allora che l'età non è la condizione della carne, ma l'evoluzione dello spirito..

Lo sguardo non invecchia mai, tutt'altro.. aumenta semplicemente d'intensità.

Io e Michael camminavamo in quel parco innevato di San Pietroburgo, ero trasandato come al solito, vestito di scuro, pieno d'anelli collane e orecchini.
Lui invece incarnava e trasmetteva quella perfezione che non m'apparteneva, la barba curata, un completo pulito ed elegante, gentile nell'incedere e nel fare.

"Perchè ti vesti così?".. Mi chiese, osservandomi appena.

"Credi che abbia importanza per noi?" Inarcai un sopracciglio, rispondendo senza fissarlo mentre un'altra sigaretta si fermava all'angolo delle mie labbra.

"Se incontri qualcuno che ti giudica per le vesti mio caro Michael, la colpa è solo tua, perché hai fatto in modo che i tuoi occhi e le tue parole valessero meno degli abiti che indossavi.."..

Sorrisi lieve, sbuffando verso l'alto il fumo, e notai il suo mormorare, quell'espressione che gli si dipingeva in volto ogni volta che era silenziosamente d'accordo...

"Tu appari spesso a loro.." era sottile il suo sguardo, fisso ora sulle persone, sugli uomini le donne e i bambini che vivevano senza accorgersi di noi, e lui li guardava, cercando di trarne una risposta dalla domanda che stava per pormi..

"Credi sia necessario?"..

Indicai una madre, poi alcuni ragazzi attorno alla fontana..

"Niente è realmente necessario, se noi non lo rendiamo tale Michael.."

Feci un altro tiro, poi ripresi.

"Io so soltanto, che alle volte gli uomini hanno bisogno.. bisogno di credere che il mondo non sia marcio, bisogno di credere che non sono soli quando tutto intorno a loro brucia e

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   2 commenti     di: Anthony Black


Matita e carta che generano un sogno

Non riuscivo a studiare, ogni tanto mi sporgevo alla finestra per guardare il cielo, era sereno, argentea era la luna. Ero solo in casa, i miei erano usciti, forse volevo piangere per solitudine, ma lo studio mi teneva impegnato. Poi mi misi a disegnare, sul quel foglio di carta bianca iniziarono a prendere forma delle cose un po' strane. Una sfera, una donna bellissima, la mia potente berlina, forse frutto delle mie fissazioni. Anche se disinteressato, completai il disegno e presi quel foglio di carta, lo stracciai tra le mani con violenza, e lo gettai sul pavimento, non dandogli completamente importanza, giaceva li come se aspettasse di essere spazzato via e gettato nell'immondizia.
Ma stava succedendo qualcosa, si alzò un  vento gelido dentro la stanza, gli appunti di matematica iniziarono a svolazzare ed a ruotare attorno a qualche cosa.
All'improvviso prese forma un fulmine globulare, si materializza all'interno della stanza, eppure fuori non c'è temporale, il cielo è sereno si vedono le stelle.
Quella sfera di energia bluastra, più scura al centro, si avvicina lentamente a me, come volesse sussurrarmi qualche cosa, ma inizia all'improvviso a danzare, a seguire percorsi irregolari come fossero quelli della vita, allora io iniziai a seguirla, nonostante sapessi il rischio che correvo, ma ero sicuro, mi fidavo di quella sfera, quasi intelligente.
Dentro di lei iniziai dunque a vedere diversi fasci luminosi,   si spostava sempre più velocemente, passava a traverso la persiana ed il vetro della finestra, si teneva lontana dalla pareti come se ne avesse paura, entrava ed usciva come se fosse in casa sua, quasi come se voleva sfidarmi.
Poco dopo uscì fuori, e si fermo li di fianco a quella potente berlina.
Allora presi le chiavi e salì in macchina, il fulmine globulare inizia lentamente ad avviarsi in avanti... lo seguo, mi cammina distante come se mi sfidasse alla corsa, allora io accelero a fondo e lo seguo... accelera vertiginosamente,   sembra

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   2 commenti     di: Luca Calabrese


La forza della fede

Su un lettino, composto di una branda quasi arrugginita, un materasso di vecchia lana da ricordare le Dolomiti, un paio di lenzuola di panno giallastro e una coperta di tipo militare, giace infermo Michelino.
Nella stanzetta generosi entrano pochi raggi di sole, da un finestrino, che non ha visto una pennellata dai tempi della bisnonna.
Michelino ha una chioma bionda e riccioluta, occhi vispi e azzurro mare, un visino pulito, con un nasino all'insù ed una boccuccia a petali di rosa; ha poco più di otto anni, soffre ma non lo mostra.
I genitori piangono per questo piccolo ed unico figliolo; sanno quel che sente, quel che prova, ma sotto a quei begli occhi non hanno mai visto spuntare una lacrima.
Michelino tutte le sere, a mani giunte prega Dio e San Michele Arcangelo, suo protettore, che forza gli danno per aprire gli occhi e sentirsi forte e sereno ad ogni spuntar del sole, seppure immobile.
Una mattina un passerotto, piccolo e carino, sul davanzale del finestrino, appena socchiuso, s'era posato; Michelino ha in mano un pezzo di pane e lo invita a colazione; un piccolo aprir di ali in lieve e dolce movimento, ed il volatile gli è già vicino a beccarsi le briciole; per ringraziarlo poi, si posa sul suo indice cinguettando qualcosa, che fuori viene come una deliziosa melodia.
Da questo dì Michelino ha un fedele amico, che compagnia gli fa ogni mattina.
Una notte, apparentemente non diversa dalle altre, qualcosa accade di veramente straordinario; un fascio di luce, che tutti i colori dell'iride comprende, entrando dal finestrino accarezza la bionda chioma dell'infermo; apre gli occhi e vede la fiammeggiante spada dell'Arcangelo Michele, spalancò del tutto quelle pupille stanche e lo vede tutto intero, proprio così com'è su quel Monte a lui dedicato. E così dice:

- Oh Michelino, Michelino!

- Sono qui Mio Signore.

Rispose egli senza dolore.

- Oh Michelino, Michelino!

La sublime apparizione replicò.

Michelino:

- Sono qui ad ub

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