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Racconti del mistero

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La sopravvissuta (ultima parte)

Juliette arrivò nelle vicinanze della casa del sacrificio proprio quando le fiamme erano già divampate; stringeva tra le mani un fucile ma vedere tutte quelle donne (dovevano essere più di dieci) che osservavano estasiate la casa andare a fuoco la bloccò un attimo.
Pensa Juliette, pensa! Non puoi affrontarle tutte, hai solo due colpi nel fucile e uno ti serve per spezzare le catene che tengono imprigionato Patrick.
Le fiamme avevano già raggiunto il metro d'altezza e poté sentire distintamente l'urlo di Patrick provenire dall'interno.
Smise di pensare e uscì dal suo nascondiglio correndo come una forsennata.
"Ehi, sono qui brutte figlie di puttana! Venite a prendermi, ho già ucciso una delle vostre."
Tutte quante si girarono dalla sua parte e Juliette vide più fuoco nei loro occhi che attorno alla casa. Le vennero i brividi ma non rallentò. Non poteva assolutamente permettersi il minimo errore.
Quasi all'unisono tutto le donne afferrarono il loro pugnale personale e si gettarono all'inseguimento; correvano come il vento, all'apparenza incuranti del fatto che la fuggitiva avesse un fucile.
Juliette percorse il fianco della casa per tutta la sua lunghezza, rimanendo a poco meno di tre metri dalle fiamme e una volta arrivata sul retro di essa vi girò intorno. Conosceva il paese come le sue tasche e questo le poteva tornare molto utile. In particolar modo tenendo conto del fatto che quelle donne parevano essere totalmente esaltate e quindi poco propense a fare attenzione ai dettagli.
Scelse di non tornare all'ingresso ma proseguì in direzione nord mentre le inseguitrici si avvicinavano. La sua meta era l'abitazione cento metri davanti a lei; ci aveva abitato una sua amica e sapeva che aveva due entrate, quella sul retro da cui stava per immettersi ora e quella principale.
Pregò Dio che la porta a cui si stava precipitando non fosse bloccata e quando toccò la maniglia e sentì che non fece resistenza tirò un sospiro di sollievo. Si fiondò dentro

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la vita in un sogno

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   7 commenti     di: Vittorio Bedani


Com'è piccolo il mondo

Mi risvegliai, sudato ed ansimante, al centro del letto. Di nuovo quegli incubi, quelle dannate visioni. Sangue ovunque, in ogni incubo. E poi quella bambina….. Dio mio. Mi alzai dirigendomi verso la cucina, avevo sete. Vagavo, barcollando dal sonno, con il bicchiere in mano in giro per la casa. Accesi la luce all’ingresso, e mi apparve prontamente la mia immagine riflessa. Ero un cadavere. Avevo perso più di dieci chili. Tutto cominciò quando, una decina di giorni fa, dodici forse, il commissario ci mandò a recuperare quell’auto nel lago di Nosfe. Dal lago riemerse una vecchia auto con i finestrini chiusi, e nel suo interno c’era sangue ed ossa dappertutto. Sangue secco, che emanava un insopportabile tanfo, che mi sembrava di sentirlo ancora sotto il naso. Solo al pensiero lasciai cadere il bicchiere con l’acqua che avevo in mano, in quel monolocale mezzo buio. All’indomani del ritrovamento dell’auto cominciarono i sogni o per meglio dire, gli incubi: stupri, decapitazioni, omicidi di rara brutalità. Avevo paura di addormentarmi e mi toglievano appetito. Tutti gli incubi erano poi tramutati in realtà la mattina dopo da giornali e Tv. Rivedevo le vittime e le conoscevo. Ero in preda ad attacchi di depressione, non potevo parlarne con nessuno, mi avrebbero preso per pazzo. Però stavolta era un po’ diverso, non ricordavo nulla del sogno appena fatto, solo tanto tanto sangue, una bambina che mi fissava in modo abominevole, ed un nome e cognome: Melanie Moore. Quante Melanie Moore ci saranno a Londra? Stavolta il solo pensiero di sentire il nome di quella donna, domani mattina alla tv, mi faceva stare male. Se quello che mi stava succedendo, era di prevedere il futuro attraverso i miei macabri sogni, dovevo fare qualcosa o almeno provarci, evitare che si tramutassero in realtà, lasciarli nel loro mondo. Magari poi sarebbero cessati. Tutto sarebbe tornato normale. Mi vestii in fretta, presi l’elenco telefonico e uscii in strada. In giro solo putta

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   3 commenti     di: Mario Secondo


L'ultimo viaggio

Il barometro appeso al muro dell'agenzia di pompe funebri Alò, segnava pioggia. Giacinto Nervi, nel suo impeccabile completo scuro di lana foderata, osservava il cielo plumbeo. Se avesse potuto guardarsi dentro, avrebbe visto il medesimo colore.
Una mano si appoggiò delicata sulla sua spalla. Dita affusolate, unghie rosso lucido e ben curate.
─ Mi dispiace, mio padre è stato ingiusto. ─ Disse Chiara Alò.
─ No, non poteva fare altrimenti ─ ribatté Giacinto ─ la concorrenza in questo settore è davvero diventata spietata. Era giusto tagliare me piuttosto che uno dei suoi figli.
─ Non disperare ─ disse Chiara ─ secondo me troverai un altro lavoro, vedrai.
─ Ci conto poco. Ho cinquantaquattro anni ormai, chi mi vorrà più.
─ E poi, con i pochi contributi che ho versato, la mia pensione mi consentirà di sopravvivere appena. ─ Disse. ─ Resta comunque il problema che prima di allora mancano ancora troppi anni.
Giacinto sorrise. ─ Se mi vedrai con una tazza in mano fuori da un supermercato, sii generosa.
Chiara rise, spostando con la mano la sua frangetta corvina dalla fronte.
─ Sono uno che non si abbatte, ce la farò. Come sempre.
Una porta si aprì, apparve un ometto stempiato, con attorno alla bocca e sul mento una barbetta bianca e ispida. Giacinto non ebbe bisogno di girarsi per riconoscere il capo. Sentì il classico puzzo di sigaro da quattro soldi.
─ Chiara, c'è Masi al telefono. ─ Disse Alò con voce rauca. ─ Vieni nell'altro ufficio, Giacinto.
I due si sedettero l'uno di fronte all'altro, Alò decise di occupare una sedia di plastica invece di sedersi sulla sua poltrona di pelle.
─ Ho un ultimo viaggio da farti fare ─ diede un tiro al suo sigaro ─ conosci Donat Perreault?
Nell'aria si era sprigionato un gradevole aroma, Giacinto pensò che il suo capo dovesse aver finalmente cambiato la marca dei suoi orribili sigari.
─ Quello che correva in Formula Uno negli anni settanta?
─ Bravo, proprio lui.

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   0 commenti     di: Ognibonus


L'UOMO CHE SORRIDE

Se ne stava seduto sul penultimo pilone dell’unico pontile di Rouge-du-mer.
Chiunque fosse passato sulla sponda di pietra ornata di culi di cannoni lo avrebbe visto in quella posa.

(con l’avvento delle navi con cannoni a torretta, dette “monitor” , le obsolete bocche da fuoco ad avancarica avevano trovato una nuova utilità come bitte d’attracco)

Lo sguardo rivolto all’orizzonte del mare, la pipa lunga e bianca di spuma tra le labbra e il gomito appoggiato sul ginocchio.

La luce bigia novembrina rendeva di piombo liquido freddo l’acqua del mare, alcune vele temerarie in affanno sulle creste spumose, la giù sulla gradazione resa più scura dalla distanza.
La magia imprevista di un raggio di sole filtrato, non si sa come, oltre la barriera metallica delle nuvole, avvolse la figura dell’uomo.
Il suo volto tradusse i suoi pensieri in pieghe d’espressione, finchè si stabilizzarono in un sorriso convinto ed aperto.
Aspirò una calma boccata di fumo.
Infilò la mano nella tasca sinistra della capottella da marinaio.
Stretta nel pugno una corta denninger a due colpi.

A lui ne bastò solo uno!



TANGENZIALE EST: CODA PER INCIDENTE IRRISOLTO

Tutto quello che riusciva a vedere era una luce blu intermittente sopra di lei e, più in alto, una macchia luminosa arancio abbagliante. Richiuse gli occhi all’istante. Sentiva qualcuno che parlava vicino, ma capì solo qualche parola confusa: “Valori alterati, ... ossigeno”. Voleva parlare, ma le labbra non riuscivano a schiudersi. Cercò allora di muovere mani e piedi, ma nulla.
Silenziose due lacrime iniziarono a scenderle sul volto, l’unico modo in cui riusciva a comunicare il suo risveglio. Qualcuno, forse una donna, se ne accorse e iniziò a chiamarla concitata: “Miranda, mi senti? Muovi gli occhi dai. Miranda ci sei, dimmi qualcosa”. Miranda restò immobile iniziando a piangere più forte per rabbia, paura… impotenza. Le misero una maschera sul viso, sentì freddo, e respirò profondamente. Provò a spostare quei macigni dalle sue dita, le mosse un po’. Piano piano i pensieri si misero in fila, capì di essere sdraiata su qualcosa di duro, ruvido e caldo. Si trovò con quattro occhi sconosciuti puntati su di lei, le toccavano il polso, le sorridevano. “Miranda ci sei?”. Sbattè le palpebre, era un sì.

Tutta quell’acqua le scivolò via dalle pupille, vedeva piedi, tanti piedi, sentiva un rumore di gomma bruciata, vedeva il cielo di un tramonto infuocato, qualcuno parlava lì intorno. Una fitta alla tempia, un flash dietro le palpebre chiuse, il volto di Fabrizio si disegnò all’istante. Dov’era adesso? Lo vedeva furente, un secolo fa o forse un attimo prima. Cercò di alzarsi, l’ossigeno iniziava a farla stare meglio, non voleva starsene inerme, voleva scappare via. La aiutarono e si appoggiò con la schiena al pneumatico dell’ambulanza, parcheggiata con le portiere ancora aperte e qualcuno che trafficava intorno.

La macchina di Fabrizio era distrutta. Schiacciata contro il new jersey, il parabrezza in frantumi, gli air bags scoppiati. Tra le lamiere e quell’inferno cercava il suo viso. Un piccolo drappello d

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   3 commenti     di: Laura Defendi


La casa fantastica ( parte seconda)

...
La casa comunicava con la cantina"garage attraverso una porta che dal piano terra portava al piano cantinato per mezzo di una scala e dall’esterno attraverso una scivola, adibita a passo carraio per la messa in dimora della macchina.
Non vi era null’altro di più  bello che una famiglia potesse desiderare.
Nella casetta poco distante mio padre teneva gli attrezzi da lavoro e da giardinaggio, in un angolo tanta legna accatastata, tanto in ordine da lasciare pochi spazi vuoti tra un ceppo e l’altro, questa serviva in caso di emergenza per quando dovesse esaurirsi improvvisamente il gasolio che alimentava la caldaia;  a proposito ma la caldaia dov’è che non l’ho mai vista?.. Bho! non ci ho mai fatto caso.
Mio padre era impiegato di concetto presso l’ufficio del Catasto, un lavoro prettamente amministrativo, ma che non gli impediva di coltivare una sua grande passione: L’elettronica.
Ricordo tutte le riviste accatastate nella parete attrezzata, ed alcune per i corsi di elettronica che aveva fatto per corrispondenza. Ricordo ancora….. ed un sorriso mi si stampa sulla bocca, di quando fece il suo primo apparato elettronico: un antifurto che doveva salvaguardare la nostra piccola reggia da possibili intrusioni.
Il giorno delle prove generali per l’infallibile antifurto era arrivato;  ci siamo trasformati in poco tempo in  una famiglia di ladri, attrezzati di tutto punto con scarpe gommate per attutire il rumore dei passi, bandana che invece di essere messa in testa, l’abbiamo dovuta mettere per ordine del comandante, in faccia! lasciando solo uno spiraglio per gli occhi….. ehee Si!  perché il portentoso congegno prevedeva anche delle telecamere a circuito chiuso per immortalare chiunque si introducesse nell’abitazione.
Erano quasi le 20. 00 di una serata di giugno del 1998; aspettiamo acquattati dietro una parete della casa, aspettando che il buio si facesse più fitto…………. bene!  ci siamo! disse mio padre, in

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   3 commenti     di: Carmelo Rannisi



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