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Racconti del mistero

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Il vecchio (su gentile concessione di Edgar Allan Poe)

Un tempo, era una fredda mezzanotte,
mentre, debole e stanco, io meditavo
sul mio antico e pluri-usato water
fatto di una dura pietra ormai non più utilizzata,
ciondolando il mio capo per il tanfo,
sentii all'improvviso un rumoraccio,
come il vibrar d'un cellulare, alla mia porta.
"Qualcuno ha mangiato fagioli" mormorai,
"qualche visitatore l'ha fatta davanti alla mia porta.
Questo soltanto dissi e nulla più."

Ricordo bene, avea un odore tremendo.
Tuttavia, era un freddo inverno.
Con impazienza aspettavo il mattino;
invano avea cercato di trovare
sul water mio, sollievo al mio dolore di panza,
per la perdita grave di limone,
unica cura, rara e radïosa, per la mia cacàrella
che gli angeli, lassù, chiaman "diarrea",
ma sulla terra sarà, per sempre, rammentata con quel nome.

Ed il fruscio delle tende, terrori spettrali m'incuteva;
così che ora, per calmare l'odore,
ripetevo: "È un ambulante venditore di Arbre Magique che implora
di entrare, perciò bussa alla mia porta,
qualche ambulante venditore tardivo è alla mia porta;
solo questo e nulla più."

Divenne allor più forte il grave tanfo.
Senza esitare ancor, spalancai la porta:
tenebre fuori, e nulla più.

Scrutando intorno nel profondo buio,
stetti in dubbio tra il panico e lo svenire.
Osservai con gran stupore, che l'escremento tanferrimo, parea
una palla di cannone.

Tornando nella stanza, ero agitato,
udii vibrar di nuovo fuori dalla finestra,
e più forte di pria fu questa volta.
"Certo" diss'io, "qualcosa è alla finestra,
vediamo, allor, chi è il pigmeo.
Si plachi il suo cuore e speriamo che stavolta
il sedere non si scopra." Ma anche questa volta
errai, e nel buio all'infuori della finestra, un altra palla
di cannone, purtroppo, notai.

Io spalancai le imposte e un vecchio, curvo,
con frullio delle foglie macchiate che in mano tenea,
avanzò maestoso e irriverente.
Né si trattenne quivi un solo istante,
ma con aria superba, da padrone,
si p

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   3 commenti     di: Kloomb


Sterminio di Massa

STERMINIO DI MASSA

“Maggio di 2005. Larry Barris comunica il numero della sua carta di credito intestata falsa e acquista per posta, dalla “American Type Culture Colletion di Rockville, una società di forniture biomedica del Mary land, tre fiale contenenti “Yersina pestis”, il bacillo che causa la peste.
I bacilli sono stati modificati geneticamente per renderli estremamente letali, progettati perché siano resistenti a più di 30 antibiotici e alle normali terapie antisettiche.
Giugno di 2005. Terroristi infiltrati nei grandi centri commerciali, scuole e parchi di divertimenti, disseminano segretamente il batterio della peste contagiando gran parte degli sprovveduti cittadini americani.
Dopo una settimana, i medici diagnosticano la malattia in 50 persone. Si esegue una rigorosa terapia antibiotica ma questi pazienti non danno segno di miglioramento. Nei giorni che seguono, il contagio si espande. Si diffonde un panico collettivo. Scoppiano polemiche e tumulti ovunque. Il sistema sanitario va in “tilt”. Gli stati chiudono le frontiere. L’economia da forte segno di debolezza. Ad un mese dalla disseminazione del batterio, la malattia si è diffusa in ben 25 stati americani e in 15 altre nazioni. Generalizza il caos mondiale. I normali programmi televisivi sono stati sospesi per trasmettere in diretta le notizie provenienti da ogni angolo del globo. A quel punto, 50. 000 persone sono state contagiate e sono quasi 5. 000 i morti. Gli esperti calcolano che nel giro di tre settimane, il numero salirà a ben due milioni, metà di loro morirà.
Contemporaneamente, altri gruppi terroristici presero di mira i bovini, iniettando agenti patogeni negli alimenti. Cani e gatti che tutt’a un tratto impazziscono costringendo i loro padroni ad abbatterli per paura che siano infettati dal virus della rabbia.
Tonnellate di pesci cercano di raggiungere la terraferma e li muoiono avvelenati da una sostanza ancora non identificata.
Cresce la paura di un attac

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   3 commenti     di: Eliude Santana


La casa fantastica (parte quarta)

Un cunicolo stretto e ad altezza d’uomo si presentava davanti a me, non lontano vedo sulla mia  destra una insenatura, ecco! scoperto l’arcano mistero era il vano che conteneva la caldaia per il riscaldamento. Un pannello con molti pulsanti e luci, sul tetto come dei fori che prelevavano la luce dall’esterno ( non ricordo di aver visto mai sul prato queste prese di luce ).
Appesa ad una parete una tuta di colore bianco con bardature in argento, nell’altra parete uno scaffale con dei ripiani, in uno di questi alcuni caschi tipo motociclista ma con le visiere oscurate, mi giro attorno e guardo indietro come per capire se quella strada l’ho percorsa realmente, o stavo sognando. Lo sconforto stava quasi per prendere il sopravvento, cosa è tutto questo mi chiedevo? non riuscivo ancora a darmi delle risposte, è passata solo mezz’ora ed è come se fosse passato un giorno.
Più non capivo e più la curiosità aumentava, il tunnel proseguiva per altri 10 metri circa, alla fine di questo una scala che portava da qualche parte, ma dove? una porta pone fine alla mia fantasia, provo ad entrare, la porta è aperta.
Davanti a me si presenta uno spettacolo che avevo visto solo nei film di fantascienza, un piccolo vano con al centro uno sgabello, attorno a questo una fitta rete di lampade ed addossato ad una parete un tavolo con un computer portatile, due monitor, cuffie, webcam e tanti cavi che mettevano in comunicazione la cabina con le lampade ed il computer.
Sapevo che mio padre era una mente per l’informatica e l’elettronica, ma tutto quello che avevo visto mi lasciava pensare che sotto c’era qualcosa che andava oltre l’hobbystica ed il passatempo.
Cerco di memorizzare nella mia mente più cose possibili, e ripercorro al contrario tutto il tragitto fatto prima. Risalgo le scale che portavano alla botola ed accosto sopra a questa, la cassapanca.
Esco fuori dalla casetta degli attrezzi e mi avvio nel luogo dove io penso di poter trovare le prese di

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   7 commenti     di: Carmelo Rannisi


Il camposantaro

" Dai, cazzo. È mezz'ora che siamo fermi qua sotto. Sei pronto?"
" No, dai. Aspetta ancora un attimo."
" Vorrei sapere che hai stasera. Ne avremo seccati almeno cinque insieme nell'ultimo anno e non hai mai fatto un problema. Si può sapere cosa c'è oggi?"
" No, Vincé. Niente."
" Dai, Antò, non mi prendere per il culo. Di solito quello freddo sei tu. Che ti prende?"
" Oggi è diverso dalle altre volte."
" E perché?"
" Perché è il camposantaro."
" E allora?"
" Dai... lo sanno tutti che porta jella."
" Ma dai, non dirmi che ci credi. Sono tutte favole, Antò."
" Come favole? Non mi dire che non hai sentito nessuna delle voci che girano sul suo conto."
" Tipo?"
" Beh... Paglia lo denunciò alla finanza per delle irregolarità sui conti e due settimane dopo lo trovarono in fondo a un burrone. Stirpe, poi? Quel lontano cugino con cui aveva un contenzioso per questioni d'eredità? Un infarto se lo portò via un paio di giorni dopo il patteggiamento."
" E va bene. Lasciami spiegare com'è andata veramente. Lavori da poco per la banda dei fratelli Santonoci e quindi certe storie non le puoi conoscere. Il camposantaro è sempre stato un amico. Se c'era qualche morto ammazzato da nascondere, lui ce lo faceva seppellire in un angolo di terra al cimitero."
" Quindi?"
" Lo sai pure tu che i Santonoci non si fanno guardare dietro. E non esitano a riempire le tasche di tutti quelli che manifestano la loro amicizia mostrandosi vicini alla loro causa. Ma il camposantaro è religioso e non vuole i soldi."
" Ok... ma la jella?"
" Ora ci arrivo. Allora... invece di chiedere quattrini, siccome non vuole sbrigare questo tipo di questioni per conto suo, chiede ogni volta ai fratelli di mandare al creatore tutti quelli che considera suoi nemici. Quindi tutte quelle disgrazie strane che sono capitate a Paglia, a Stirpe e agli altri che hanno avuto qualche problema con lui, sono opera dei fratelli. La polizia e la stampa locale, pagate dai Santonoci, hann

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   1 commenti     di: Andrea Aprile


LETTERA ULTIMA.

Forse non dovrei ma lo faccio lo stesso. E non per me e non per te ma per giustizia. Esiste, no, la giustizia? Lo chiedo a te che di ingiustizia hai campato alle mie spalle, fiera di tutto ciò che ti ho donato forse non sei più capace di comprendere le mie parole. Si, tanto ti ho donato che tu lo sai cosa. L’anima che adesso non ho più.
Hai rubato e lo sai. I mie sogni, il mio amore e quello che avevo da scoprire, tutto quanto io lo chiamo sciacallaggio. Inutile andare oltre, avresti sempre una scusa in tua difesa; come dire, sono io il pirla che di te “non ho ancora capito nulla”. Eh sì, perché c’è sempre da capire qualcosa soprattutto quando non si ha niente da dire ma si presenta, si entra, si ruba e se nessuno dice niente, non vede, si toglie il disturbo. Essere passivamente presenti non basta.
Hai notato che il cielo sopra noi è sempre più torbido, ma io credevo fosse smog invece persone inutili si moltiplicano e popolano e invadono senza coscienza così che sporcano quel bellissimo azzurro che mi sogno ormai di vedere perché devo tenere a bada loro che han sempre qualcosa da non dire offuscando i mie occhi.
E di tanto in tanto elargiscono news alla “TG4” come fossero verità indiscutibili “non cambiare mai e non lasciare che una stronza come me possa oscurare i tuoi splendidi occhi” oppure “non pensare che siano tutti o tutte come me” ma dai, non lo sapevo. E in mezzo balle a prova di giudizio “non riesco ad accettare l’idea di essere causa di sofferenza per qualcuno” e cosa aspettavi a dirlo?
Tutto quanto nel bel mezzo di un amore sfumato e troppo ingenuo ma non impossibile.
Tutto quel che non dicevi era in mala fede, lo capisci vero?
Non lo faccio per vendetta, credimi, ci sono problemi più grandi ma allo stesso tempo mi rode, come un fuoco arde dentro me il fatto che la fine tu la conoscevi fin dall’inizio dei tempi.
Ma per che cazzo non hai fatto in modo che io capissi di più, per quale fottuto motivo mi h

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   8 commenti     di: Edmondo F.


BRUTTO E DANNATO

Dicembre di un qualsiasi anno.

Lei era bellissima…
Forse era la più bella tra tutte le ragazze che fino ad allora avevo incontrato.
Quel suo modo di mantenere la sigaretta tra le labbra, come farebbe un maschiaccio, mi aveva fin da subito rapito.
Non tutte le donne hanno classe.
Non tutte le donne che hanno classe, la conservano nel tenere tra le labbra una sigaretta.
Era capace, benché avesse delle labbra molto carnose, di non sporcarle col suo rossetto neanche un po’.
Per giorni e giorni… avevo passato il tempo a guardarla da lontano.
Avevo avuto il tempo di osservare ogni suo gesto, ogni suo movimento con le mani. Anche il più semplice, anche il più insignificante.
Lei non si era mai accorta di me.
Io avrei potuto perdermi nel blu dei suoi occhi.
Oppure rimanere per sempre avvinghiato ed intrappolato nella sua bellissima chioma bionda.
E avrei voluto mordere quelle labbra.
Ma non potevo.
Non dovevo.
E intanto continuavo ad osservarla.
Prima da lontano.
Poi da vicino, sempre più vicino.
Lei, invece, continuava a non accorgersi di me.
Lei era una ragazza solare e piena di vita.
Sempre sorridente, allegra… e con quella sigaretta perennemente sulle labbra… che le conferiva quell’aria da maschiaccio che quel bellissimo corpo e quel viso così delicato mai avrebbe potuto tradire.
Io invece ero sempre vestito di nero.
Occhiali neri. Cappello nero. Vestito e guanti neri.
Io non ero affatto bellissimo.
E comunque lei non si era mai accorta di me.
Eppure io trascorrevo a volte anche delle ore a guardarla. Ad osservarla.
Qualche volta ne ho anche seguito gli spostamenti.
Potrei descrivere perfettamente il percorso che fa ogni mattina quando si reca al lavoro. L’orario in cui esce da casa.
Le tappe che affronta.
Le persone che incontra.
A che ora torna a casa.
Potrei ossessivamente descrivere com’era vestita ieri, e ieri l’altro, ed il giorno prima, e quello prima ancora.
Conosco tutte le sue amiche. I suoi amici. Le p

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   3 commenti     di: Ettore


La fata del fuoco e del ghiaccio

Il locale va bene, io e Mauro siamo molto soddisfatti.
Lo abbiamo chiamato “La grotta” e arredato in modo da dare l’illusione che sia appunto una grotta carsica, con finte stalattiti variamente colorate pendenti dal soffitto a volta, il bancone che sembra una sporgenza rocciosa e un gioco di luci soffuse molto suggestivo. Tutto questo ci è costato parecchio, è vero, ma ne è valsa la pena, perché l’idea ha avuto successo e in due anni ci siamo rimessi in pari di quasi tutte le spese.
Aprire un pub è sempre stato il nostro sogno, fin da quando eravamo ragazzi, ma ci mancavano i soldi. Anni e anni fra lavori che non ci piacevano, sacrifici, rinunce e poi finalmente, sebbene non più giovanissimi, ma ormai trentacinquenni, ce l’abbiamo fatta.
All’inizio, nel nostro sogno c’era anche Clara. Per anni abbiamo immaginato con lei il nostro locale: Mauro al bar, lei a servire ai tavoli, io alla cassa e, al venerdì sera, a gestire il karaoke.
Ci prendevamo sempre in giro: “Se mettiamo Emilio alla cassa, si frega fino all’ultima moneta!”
“E Mauro al bancone si scola tutte le bottiglie!”
“E Clara a servire ai tavoli? Tutti i vassoi rovesciati addosso ai clienti!”
L’unica cosa su cui eravamo d’accordo era che almeno per il karaoke si poteva stare tranquilli, grazie a me.
Vero, mi piace cantare e, fra dischi e microfoni, mi so muovere bene, anche perché, da giovanissimo, ho lavorato per qualche tempo in una piccola radio.
Anche Clara era innamorata della musica, ballava come una baccante e pretendeva anche di cantare con me, sebbene fosse stonata come una campana. Però come negarglielo, quando me lo chiedeva con quegli occhi innamorati di me e della vita?
Avremmo cantato insieme mille canzoni, il venerdì notte, in un locale non nostro, sognando di averne uno simile un giorno, mentre Mauro ballava da solo credendosi John Travolta, e invece sembrava un orso.
Ogni tanto ci ritrovavamo a casa di Clara a contare i soldi, ma non era

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   2 commenti     di: Maria Bruni



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