PoesieRacconti utilizza cookie, anche di terze parti, per personalizzare gli annunci. Per informazioni o negare il consenso clicca qui.     Chiudi

Racconti del mistero

Pagine: 1234... ultimatutte

Una strana tanatocenosi autoctona

nicopoli, 16 Agosto 2006

"Siamo scesi di culo per cinque metri.".. così racconterà Deli alla mamma, dopo che da un po' camminavamo su di un sentiero malconcio, interrotto da sterpi, roveti, e perfino dai brandelli di una lavatrice distrutta." Una lavatrice quassù ??" si stupì Deli,"di solito i rottami vengono abbandonati presso le piccole discariche ai bordi dei paesi". Dal mattino Deli, Ciro(il nostro Indiana Jones ) ed io eravamo a caccia di fossili e finalmente...
Piccoli scudi solo leggermente più scuri del normale , a tratti grigi, una parziale piritizzazione? dalla sabbia circostante spuntavano semisepolti ma...
"Non tocchiamoli!" gridai. Li fotografai con il cellulare.
I Clypeus (Classe Echinoidi, Ordine Clypeastraidi) giacevano tracciando sulla sabbia due orbite quasi ellittiche, una immagine geometrica , un sprazzo d'ordine che, nel caos circostante, non si poteva ignorare.
Ci accostammo...
Osservammo le loro graziose ma imprecise simmetrie pentaraggiate, ci chiedemmo perchè mai sulla loro dura pelle era effigiata proprio una stella, l'immagine della loro peggior nemica :la stella marina! Mistero.
Deli, ad un tratto, si accorse che gli assi immaginari che univano la cavità orale e quella anale puntavano tutti verso un cespuglio di erbe seccate :melica ciliata,"gutumi"! disse Ciro, che dai contadini erano usati una volta per costruire canestri.
Begli scherzi combinano da queste parti. Sicuramente qualcuno si sarà divertito, pensammo.
Nel paese, l'anno scorso, una banda di ragazzini si divertì tutte le sere a prendere a sassate l'abbaino di Nuzza.
Va be'... altri interessi! chi si prenderebbe la briga di andare in campagna per comporre disegni destinati, molto probabilmente, a non esser visti mai. L'avremmo chiesto anche alle bambine che custodivano la mostra sul terremoto del 1905 presso il Comune, ma poco speranzosi.
E d'altra parte qual'è la probabilità che si producano, senza intervento umano, questo tipo di eve

[continua a leggere...]

   2 commenti     di: alberto accorsi


Com'è piccolo il mondo

Mi risvegliai, sudato ed ansimante, al centro del letto. Di nuovo quegli incubi, quelle dannate visioni. Sangue ovunque, in ogni incubo. E poi quella bambina….. Dio mio. Mi alzai dirigendomi verso la cucina, avevo sete. Vagavo, barcollando dal sonno, con il bicchiere in mano in giro per la casa. Accesi la luce all’ingresso, e mi apparve prontamente la mia immagine riflessa. Ero un cadavere. Avevo perso più di dieci chili. Tutto cominciò quando, una decina di giorni fa, dodici forse, il commissario ci mandò a recuperare quell’auto nel lago di Nosfe. Dal lago riemerse una vecchia auto con i finestrini chiusi, e nel suo interno c’era sangue ed ossa dappertutto. Sangue secco, che emanava un insopportabile tanfo, che mi sembrava di sentirlo ancora sotto il naso. Solo al pensiero lasciai cadere il bicchiere con l’acqua che avevo in mano, in quel monolocale mezzo buio. All’indomani del ritrovamento dell’auto cominciarono i sogni o per meglio dire, gli incubi: stupri, decapitazioni, omicidi di rara brutalità. Avevo paura di addormentarmi e mi toglievano appetito. Tutti gli incubi erano poi tramutati in realtà la mattina dopo da giornali e Tv. Rivedevo le vittime e le conoscevo. Ero in preda ad attacchi di depressione, non potevo parlarne con nessuno, mi avrebbero preso per pazzo. Però stavolta era un po’ diverso, non ricordavo nulla del sogno appena fatto, solo tanto tanto sangue, una bambina che mi fissava in modo abominevole, ed un nome e cognome: Melanie Moore. Quante Melanie Moore ci saranno a Londra? Stavolta il solo pensiero di sentire il nome di quella donna, domani mattina alla tv, mi faceva stare male. Se quello che mi stava succedendo, era di prevedere il futuro attraverso i miei macabri sogni, dovevo fare qualcosa o almeno provarci, evitare che si tramutassero in realtà, lasciarli nel loro mondo. Magari poi sarebbero cessati. Tutto sarebbe tornato normale. Mi vestii in fretta, presi l’elenco telefonico e uscii in strada. In giro solo putta

[continua a leggere...]

   3 commenti     di: Mario Secondo


Che cosa cazzo sto a fare sopra un ultraleggero a motore?

Per sfuggire al senso di desolazione che m'ispira la vista delle vite assurde dei conigli antropoidi, accetto l'invito di un mio amico, pilota di ultraleggeri a motore.
Salgo su una specie di trabiccolo fatto di lega di carbonio e di kevlar e decolliamo verso le nuvole, sopra le deprimenti conigliere.
Dall'alto vedo i roditori a due gambe intenti a scavarsi le loro profondissime buche.
Il mio folle sodale vira e urla come un pazzo! Woooommm! Saluta il sole e manda baci alle nuvole... è fuori come una notte all'aperto.
Sapete, è un'ottimista, uno di quelli che crepano intossicati dal monossido di carbonio e li trovano con un bel sorrisino ebete, stampato su una sana faccia rosa da cadavere consumista prematuro.
Personalmente, la sua euforia, le turbolenze, che squassano 'sto ferrovecchio volante, le virate pazze e tutto questo sentirsi sballonzolati in aria e precari mi fa venire il vomito.
Bluuurrrpppp!
Giù un bel chilo di vomito in allegria ottimistica!
Tazio - questo è l'improbabile nome del mio amico pilota di serie zeta - mi urla in faccia:
- Tutto bene? Ti stai cagando addosso, eh?
Replico gridando a mia volta, e un rivolo del mio vomito lo centra nell'occhio destro protetto dall'occhiale scuro.
- Una volta che uno è nato in Italia, è tutto un continuo cagarsi addosso, Tazio!
Come il solito Tazio, non ascolta nemmeno una sillaba di quello che gli ho detto - infatti, è per questo che siamo amici - e continua a gridare sgasando sugli orecchioni dei conigli antropomorfi:
- Abbiate gioia, leprotti! Fuori dalle tane! Ahahahahah!

Osservo la luna mattutina sopra le nostre teste e medito sulla sua parte in ombra.
Noi vediamo solo ed esclusivamente una sola faccia della Luna, quella luminosa.
Questo succede perché il tempo che la Luna impiega per ruotare sul suo asse è lo stesso di quello che ci mette per girare intorno al pianeta Terra, con l'incarico di satellite.
Questo è il fascino arcano della Luna: ha una parte che rimane sempre un ogg

[continua a leggere...]

   1 commenti     di: Mauro Moscone


Il presagio

Decenni orsono viveva nell'isola di Malta un ragazzo quindicenne di nome Jonathan, di padre inglese e madre maltese. Il padre Herbert Leroy Norton era stato il capitano di un peschereccio e aveva lavorato per una compagnia ittica britannica. Era scomparso prima che lui nascesse perché una notte, mentre pescava lontano dalla costa, una violenta tempesta lo sorprese, capovolse la sua nave e lo fece annegare nel Mediterraneo insieme a tre dei suoi compagni. La madre Sarah Schifani dottoressa in medicina generale era molto dispiaciuta per il marito che non aveva neanche visto nascere il figlio, ma allevava al meglio il ragazzo insieme a sua madre, cercando per quanto possibile, di non fargli sentire la mancanza del genitore perduto. Dal canto suo Jonathan era sereno anche se si domandava come sarebbe stato poter conoscere il padre e che genere di rapporto avrebbe avuto con lui, sapeva dalla madre che era alto, aveva capelli biondi e occhi blu come si vedeva nelle foto; era un tipo ottimista, era contento della paternità ed aveva molti progetti, ma questo non chiariva tutto di lui. Durante l'inverno Jonathan andava in Inghilterra dai facoltosi nonni paterni chiamati Norman e Dorothy, per studiare nelle prestigiose scuole britanniche, anche se il ragazzo non si trovava molto bene con loro. Erano i nonni e naturalmente volevano il meglio per lui, per questo curavano la sua istruzione e volevano che si ambientasse nella ricca patria paterna. Ma erano anche duri e intransigenti e dicevano cose cattive sul conto della madre(a volte la chiamavano di nascosto pescivendola laureata). Oltretutto non parlavano bene neanche del figlio defunto con il quale avevano interrotto i rapporti prima della sua scomparsa, per divergenze relative al suo matrimonio. Loro avrebbero preferito che sposasse una certa Mary Perrodon, figlia di un generale di nobili origini della Royal Navy, perché questa unione avrebbe dato prestigio alla famiglia e avrebbe consentito a Norman secondo ufficiale

[continua a leggere...]



Dove Portano le Strade

Erano le otto di mattina quando Tommaso si svegliò e, dopo essersi rigirato più volte nel letto, decise di alzarsi. Lui non lo sapeva, ma da quel momento partiva un conto alla rovescia: sarebbero state le ultime ventiquattro ore della sua vita.

* * * * * * * * *

Come tutte le mattine fece una colazione veloce, guardando fuori dalla finestra della piccola cucina. Le montagne erano illuminate dal sole. Nessuna nuvola, per ora. La giornata ideale per una gita verso i pendii più elevati.

* * * * * * * * *

Come trascorse la mattina?
Probabilmente non fece nulla di speciale, si preparò e partì per una gita. Lo testimonia lo zaino con alcuni biscotti aperti al suo interno, una bottiglia di acqua minerale bevuta per metà, le scarpe da tennis sull'uscio ancora sporche di terra.

* * * * * * * * *

Si vestì con calma. Scelse abiti particolarmente comodi - se voleva farsi quella benedetta gita erano necessari -. Prese qualche bibita e alcuni biscotti, nel caso non fosse stato di ritorno per pranzo. Non era una persona che mangiava molto.

Uscì e si avviò lungo la via che costeggiava la valle. A breve avrebbe preso un sentiero parallelo alla strada ma che gli avrebbe fatto evitare il traffico. Gli piaceva molto passare di lì: da una parte il suono tranquillo di un ruscello, dall'altra il bosco con i suoi rumori furtivi.

Arrivò in breve ai piedi della parete. C'era parecchia gente che si apprestava a salire. Famiglie, gruppi di ragazzi, scalatori solitari che presto avrebbero deviato dal sentiero principale, alla ricerca di mete ben più impegnative.
Il sentiero partiva in modo quasi banale, con una pendenza quasi nulla, su uno sterrato arso da quel sole mattutino. Arrivati ad un primo rifugio, ci si inerpicava su per un bosco, per circa un'ora, fino ad arrivare ad un altopiano: una sorta di anfiteatro naturale, che si estendeva maestoso per circa un chilometro, fino ad arrivare alle vertiginose pareti della grande montagna.

Oltre quel

[continua a leggere...]

   2 commenti     di: paolo molteni


Una mattina

La sveglia suonava forse già da parecchi minuti, nonostante fosse quel suono terribile delle sveglie elettroniche io restavo addormentato come un sasso. Marco, fù lui con il suo bussare alla porta quasi buttandola giù a svegliarmi, il rumore dei colpi erano diversi dal tintinnio della sveglia che oramai mi aveva abituato le orecchie, Marco usava pure un ferro che batteva con forza sul battente dove mancava la manina di brozo rubata dai soliti ignoti che si aggirano nella zona specialmente nei fine settimana. Avevo deciso di dormire nel capanno che era stato dei miei nonni e ancora prima dei loro genitori, un camerone molto grande , dove avevamo ricavato un bagno un ingresso con angolo cucina e una stanza dove si poteva dormire tranquillamente, anche se il capanno era sempre in disordine mi ricordava la mia infanzia, staccata la sveglia andai ad aprire, il viso di Marco era paonazzo, pensavo che l'alzataccia lo avesse disturbato tantissimo, poi entrato dentro la casa, si sedette e prese il bicchiere lasciato da mè la notte prima durante il frugale pasto si versò del vino e lo buttò giù tutto di un colpo. Fù allora che la bocca si spalancò e cominciò a parlare, senza salutarmi mi fissò negli ochhi facendomi segno di sedermi, cominciò a farmi delle strane domande, primo mi chiese se nel sentiero per arrivare a casa si erano mai fermate delle persone a parlare, al mattino presto, risposi che la strada era pubblica e potevano anche stare a parlare senza problemi, lui aggiunse, ma a parlare non erano loro, la voce arrivava da un'altra parte, li guardavo e la vocxe arrivavva da fuori dal corpo.
Questo mi trattenne un attimo, volevo ridere ma per fortuna mi trattenni, presi i vestiti e comincia a vestirmi, appena finito legai gli stivali e misi la giacca pesante a quadri, era di mio padre, la usava sempre per andare per funghi, come quella mattina ci eravamo dati appuntamento al casale con Marco per andar per fungh

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: tore chiaro


Lo scontro

Alla fine era successo... Erano anni che lo sapeva, avrebbe dovuto essere preparato, invece no. Il suo cuore gli diceva, anzi gli URLAVA che era sbagliato, assolutamente sbagliato. Ma da quanto tempo non ascoltava il suo cuore? Tanto. Troppo.
Nessuno gli aveva mai creduto, in tanti anni nessuno gli aveva mai dato nemmeno il beneficio del dubbio! A parte quell'uomo... Ed ora il suo corpo giaceva freddo sottoterra, ed era stato LUI a mandarcelo. Lui aveva pronunciato quelle due maledette parole... ma aveva avuto scelta? No. Non l'aveva avuta. Ed ogni dubbio era sparito nell'udire la preghiera di quell'uomo "Ti prego" gli aveva detto... e lui l'aveva accontentato. Come sempre. Non gli era mai nemmeno importato sul serio dell'Ordine, a lui importava solo non deludere l'unico uomo che gli avesse mai creduto. E adesso lui era morto.
Guardò in altro, verso il cielo, per cercar conforto nelle stelle, ma non ci sarebbe stato conforto per lui quella notte, né mai più. La pioggia cadeva incessante, ma era un bene, perché cancellava le tracce delle sue lacrime.
Rumore di passi alle sue spalle, stava arrivando. Strinse forte la bacchetta. Anche quello gli toccava. Qualcuno si era fermato dietro di lui, in attesa. Sapeva chi era.
Si girò a guardare dritto negli occhi quel ragazzo, suo figlio. Lesse solo odio allo stato puro e non se ne stupì. Non provò nemmeno a giustificarsi, non sarebbe servito. Non ci sarebbero stati sconti, da nessuna parte.
Strinse più forte la bacchetta e vide che suo figlio faceva lo stesso, gli scappò un sorriso.
Ripensò un'ultima volta ad Albus Silente e all'unica donna che l'aveva amato sul serio e che gli aveva dato quel figlio che stava per combattere...
"Mi dispiace" pensò rivolto a tutti e due, poi chiuse la mente ed il cuore e si preparò.
<<harry...>> disse
<<piton...>> fu la risposta
E lo scontro ebbe inizio.
Harry stava vagando per Londra, senza meta, ricordava a malapena che era stato Lupin a portarlo lì da

[continua a leggere...]

   9 commenti     di: Martina Strambi



Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Racconti del mistero.