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Racconti del mistero

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O MUNACIELLO

Nelle campagne del sud, dominate un tempo dalle angherie dei caporali, dall'ignoranza e dalla miseria, era frequente, nei discorsi di tutti, fare riferimento a questo personaggio simpatico e burlesco, che aiutava e scherniva a seconda delle circostanze. ‘O munaciello, infatti, soccorreva le famiglie in miseria a patto che si conservasse il segreto del suo intervento. Sovente lo si trovava nella stanza dei bambini, con i quali giocava vestito da folletto, con un berretto rosso e l’aria da birichino. Altre volte sedeva dispettoso sullo stomaco di chi aveva mangiato bene.
Credenze fasulle o realtà? La superstizione è la forza dei poveri e forse la saggezza di generazioni che si materializza e si fa personaggio, intervenendo là dove la giustizia del mondo maggiormente tace.
In un piccolo paesino del Cilento: Santa Marina di Orria, viveva una famigliola di tre persone, che campavano vendendo le poche uova delle sette galline del pollaio, costruito a ridosso del muro a secco, dell'unica stanza della casa. La costruzione si ergeva alquanto fuori del centro abitato, dopo la breve discesa che, dalla chiesa, portava all'inizio della stretta mulattiera, che conduceva ai campi fiancheggiati da spuntoni e scoscesi valloni. Uno stretto ponticello di assi di legno univa il ciglio della strada a ciottoli con l'entrata della casa, che prendeva luce dalla unica finestra sul fosso erboso, che serviva da scolo per l’acqua piovana dell'inverno.
Comare Assunta, sui quarant'anni, mandava avanti la casa ed accudiva la figlioletta Mena di undici anni ed il marito Dionigi, che trascinava, fin dalla infanzia, una gamba deforme. Anche a proposito di questa infermità, la gente del paese fantasticava attribuendola ad un calcio del demonio, deriso dal nonno mentre il piccolo Dionigi stava per venire alla luce.
Un giorno, Assunta si recò, come di consueto, nell'unico negozio di alimentari, per scambiarvi

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   0 commenti     di: Franco pastore


LETTERA ULTIMA.

Forse non dovrei ma lo faccio lo stesso. E non per me e non per te ma per giustizia. Esiste, no, la giustizia? Lo chiedo a te che di ingiustizia hai campato alle mie spalle, fiera di tutto ciò che ti ho donato forse non sei più capace di comprendere le mie parole. Si, tanto ti ho donato che tu lo sai cosa. L’anima che adesso non ho più.
Hai rubato e lo sai. I mie sogni, il mio amore e quello che avevo da scoprire, tutto quanto io lo chiamo sciacallaggio. Inutile andare oltre, avresti sempre una scusa in tua difesa; come dire, sono io il pirla che di te “non ho ancora capito nulla”. Eh sì, perché c’è sempre da capire qualcosa soprattutto quando non si ha niente da dire ma si presenta, si entra, si ruba e se nessuno dice niente, non vede, si toglie il disturbo. Essere passivamente presenti non basta.
Hai notato che il cielo sopra noi è sempre più torbido, ma io credevo fosse smog invece persone inutili si moltiplicano e popolano e invadono senza coscienza così che sporcano quel bellissimo azzurro che mi sogno ormai di vedere perché devo tenere a bada loro che han sempre qualcosa da non dire offuscando i mie occhi.
E di tanto in tanto elargiscono news alla “TG4” come fossero verità indiscutibili “non cambiare mai e non lasciare che una stronza come me possa oscurare i tuoi splendidi occhi” oppure “non pensare che siano tutti o tutte come me” ma dai, non lo sapevo. E in mezzo balle a prova di giudizio “non riesco ad accettare l’idea di essere causa di sofferenza per qualcuno” e cosa aspettavi a dirlo?
Tutto quanto nel bel mezzo di un amore sfumato e troppo ingenuo ma non impossibile.
Tutto quel che non dicevi era in mala fede, lo capisci vero?
Non lo faccio per vendetta, credimi, ci sono problemi più grandi ma allo stesso tempo mi rode, come un fuoco arde dentro me il fatto che la fine tu la conoscevi fin dall’inizio dei tempi.
Ma per che cazzo non hai fatto in modo che io capissi di più, per quale fottuto motivo mi h

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   8 commenti     di: Edmondo F.


JORGE

Jorge

Os Senhores da Guerra (Madredeus)


Jorge aveva il suo sogno, un sogno abbastanza ambizioso da tenere occupata la mente sia durante i lunghi mesi sul mare che nei brevi soggiorni a terra: Jorge voleva mettere da parte abbastanza denaro per tornare definitivamente a casa e comprarsi un bar.
Aveva solo ventun'anni ma era già stanco di quella vita sulle navi da crociera, imbarcato come cameriere, ogni tre mesi con una Compagnia diversa. Gli restavano ancora poche ore di quel giorno e la notte intera da passare in Portogallo, poi avrebbe preso servizio sulla Danska Maru: armatore nipponico, itinerario scandinavo e clientela mista, zeppa di crocieristi generosi. Ma non era sicuro che, tra stipendio e mance, avrebbe raccolto la somma che gli serviva.
Quanta acqua doveva ancora navigare prima di poter comprare il suo bar? Il Cafe Oceano di Afife, che era già nei sogni di suo padre., che aveva passato tutta la vita a desiderare il bar, a procreare e a bucare i biglietti dell'Elevador di Santa Luzia, a Viana do Castelo, proprio a dieci minuti da quel bar (se viaggi in auto).
Jorge aveva cominciato a diciassette anni a lavorare a bordo delle navi. Dopo tutto questo tempo speso a preparare cocktail e servire tramezzini, dietro il bancone del ponte principale, sarebbe stato un barman eccezionale, anche se dalle sue parti avrebbero tranquillamente tollerato perfino il peggior sguattero. Ma se un giorno fosse arrivato il turismo internazionale anche nell'alto Minho, lui sarebbe stato pronto. Del resto il suo lavoro l'aveva obbligato ad imparare quattro lingue.

Jorge stava facendo la corte al Sogno anche sulla corriera che in quel momento lo stava portando a Lisbona per l'ennesimo imbarco (comoda, la corriera, comoda ed economica: seicentotrenta escudos per la tratta Porto-Lisboa sono davvero pochi).
Erano trascorse in un baleno le due settimane passate a casa per la festa più importante del nord: la Romaria de Nossa Senhora da Agonìa, che culmina ne

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Formiche

Questa volta sarebbe stato diverso.
Se ne era andato accompagnato da un diverso amico.
Rispetto alle altre volte non aveva provato quel senso di lacerante distacco, semplicemente aveva abbandonato il proprio corpo.
L'amico non aveva dovuto spiegargli nulla, o quasi.
Ad un certo punto era comparso, discretamente, e gli aveva detto: "È ora".
Senza fretta n è ansia aveva chiuso gli occhi per assaporare ogni singolo istante: intorno a se', questa volta, il verde di un prato.
Aveva sentito il suo io farsi leggero, come i momenti che precedono il sonno, poi quella sensazione conosciuta ma sempre nuova di libertà assoluta.
Per chi rimaneva sarebbe stato uno shock, trovarlo disteso sul prato senza vita.
Guardò, senza alcun rimpianto, il suo vecchio corpo. Sembrava il corpo di un vecchio che riposava. Era stato fortunato in questa vita: nessuna malattia importante, la gioia di una compagna e di due figli, poche sofferenze ed un percorso quasi privo di intoppi. Diverso, molto diverso da quanto aveva sperimentato in altre occasioni: lutti, prigionie, delitti... era stato difficile arrivare a quell'ultima esperienza.
In un attimo tutte le sue esperienze gli si spiegarono davanti agli occhi. Rivisse, nei dettagli, almeno dieci diverse vite.
Si era completato ora? Avrebbe voluto chiederlo all'amico che lo stava accompagnando ma si trattenne. Non voleva interrompere i momenti che stava vivendo così intensamente.
Lo riscossero le voci che provenivano da lontano.
Lo avevano trovato.
Sentì le consuete esclamazioni: "Poverino" - "Morire così. Da solo". - "Presto, chiamate un dottore". C'era sempre un inguaribile ottimista in questi casi, qualcuno talmente ancorato alla propria fisicità che non poteva accettare che, ad un certo punto, la vita finisse.
Osservò la scena con curiosità. Gente che si affannava gesticolando intorno ad un corpo inerte. I telefonini, la cosa più vicina a dio in cui la razza umana credeva, in comunicazione con ospedali, medici, ma anche

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Il porco volante

volteggiava per aria leggiadro, con fare indifferente e inconsapevole del terrore che avrebbe potuto creare a chi si fosse trovato nella sua stessa traiettoria rapito da quel volteggiare quasi armonico.
Qualcuno aprì la porta della stanza e di fronte la finestra spalancata vide lei, stretta nel cuscino costituente uno scudo tra lei e il volteggiante che adesso iniziava ad armeggiare col cuscino tentando di scacciarlo mentre gridava: è il "purcidduzzu"(porco) volante, il "purcidduzzu" volante!
Su questa storia è nata una disputa di fondo infatto molti sono pronti a sostenere che non vi fosse alcun porco volante nella stanza e il tutto fosse da intendere come effetti allucinatori provocate da alcuni strani testi di filosofia, mentre altri più modestamente sostengono che "il purcidduzzu volante" non è altro che la falena nel dialetto siciliano.
Sarete voi a giudicare.



Rosso Fuoco

Anno corrente : 2015
Località : New York

Era una notte scura, piena di pensieri per Eben. Era stata sveglia tutta notte. A pensare e a guardare fuori dalla finestra. Il paesaggio che le si prospettava era futuristico, ma spettrale, i palazzi si reggevano in piedi per miracolo e il celo era rosso, come il sangue dei caduti, nelle vie. Orrori senza precedenti erano i ricordi del sua infanzia. I ricordi più vividi che lo spettacolo al di fuori della finestra riportavano alla mente di Eben.
Morte, desolazione, inquietudine erano i tre soli aggettivi che potevano descrivere l'infanzia, l'adolescenza e il presente di Eben. Quella notte era particolarmente inquieta , ne aveva passate tante a pensare al passato. Quindi quella non era sicuramente la prima notte insonne, ma quella, quella vista, che aveva dal grattacielo di New York.
Eben si chino per prendere dalla sua ventiquattrore di pelle marrone, molto rovinata, una cartelletta di col giallo sbiadito. Che conteneva dei ritagli di giornale. Nella sua stanza d'hotel il colore rosse del cielo si faceva spazio nelle ombre della notte rendendo la stanza di un colore rosso intenso. I ritagli di giornali erano di quasi vent'anni prima. Mostravano quel hotel nel massimo del suo splendore, quando i vip erano i soli con permesso di entrare senza invito. I colori delle immagini, i sorrisi penso Eben di non averne mai visti di cosi caldi e speranzosi.
Nel ritaglio che teneva in mano c'era un ragazzo sulla trentina, il suo sorriso andava da un orecchio e finiva nel'altro penso Eben. Indossava la divisa da lavoro, era di colore bordo con le rifiniture in oro e nero, lui era uno dei facchini del hotel.
Era a lui che Eben aveva rubato il nome. Molti anni prima. Aveva trovato quel ritaglio tra le macerie, e l'aveva colpita il sorriso del ragazzo. Il nome era stato riportato sotto la foto in dei caratteri squadrati e neri. Si era sempre chiesta se quel ragazzo fosse ancora vivo o se non lo fosse, gli avrebbe fatto piace

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   0 commenti     di: Beatrice


La perfezione

Vedi Michael, sono tra loro ormai da un tempo indefinito, quanto mi basta forse per poter dire di conoscerli.."

Michael mi guardò, attento, annuendo..".. continua.."

Sospirai, fissando sotto di noi la strada affollata di vite che andavano e venivano, frenetiche, vite piene di passione, problemi, tristezza, ognuno di quegli occhi era un mondo da scoprire, terre in cui perdersi per millenni interi.

".. la cosa che più mi piace osservare, sono gli uomini e le donne che s'amano."

sorrisi appena quando lo dissi, con lo sguardo ancora perso su di loro

".. Sai, t'accorgi che un amore è vero, quando ad uno dei due mancano alcune cose.."

Stranì lo sguardo, mentre continua a fissarmi curioso Michael.
Probabilmente pensava all'assurdità della cosa, un tipo come me, tenebroso, un angelo della morte. Io lo sapevo, potevo leggerglielo in faccia. Ma fremeva dal desiderio che io continuassi..

".. ad un uomo può mancare indubbiamente lo sguardo di lei, l'odore dei suoi capelli, la sua bocca.."

Sospirai, ripensando a quante volte l'aveva visto..

".. Ma quando sono le piccole cose Michael, quelle che sembrano non avere importanza, quando manca loro una stupidaggine, quel viso corrucciato per la rabbia, il modo di lei di mangiarsi le unghia, il sorriso per la sorpresa che ogni volta mostrava quando lui le faceva un dono.."

Annuì, più a me stesso forse. E Michael ascoltava senza perdersi nulla di quanto dicevo, ascoltava me e osserva gli uomini e le donne lungo le vie, sorrise, un sorriso strano di chi parve aver compreso solo adesso.

"Allora t'accorgerai che quello era vero amore amico mio, di quell'amore che li rende perfetti. Perchè gli uomini cercano d'essere come dio, come noi, senza rendersi conto che nella loro imperfezione, sono i più perfetti, senza rendersi conto che nell'amore si completano.."

   2 commenti     di: Anthony Black



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