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Racconti del mistero

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una storia

IL FANTASMA DEL DOMANI (primo capitolo)

“Vorrei poter avere abbastanza fiato e parole per urlare al mondo ciò che da sempre resta celato sotto veli leggeri, per gioire in modo adeguato davanti alla grandezza di un sorriso che esplode nell’infinità di un cielo che solo due persone possono creare. Vorrei essere capace di camminare con le punte delle dita tra le pagine soffici di quel libro tiepido e accogliente, vorrei saper cantare quelle avvolgenti note viola senza dovermi preoccupare del domani. ”
Passarono circa una ventina di minuti da quando iniziò ad incidere le sue parole su quella pietra, ormai completamente levigata dal vento.
Lo trovai accanto al grande masso, assorto nei suoi pensieri, ma sempre presente e consapevole di tutto ciò che accadeva intorno a lui, un autentico lupo solitario con un pesante fardello da trasportare qua e là, dove tira il vento. Mi fu sufficiente avvicinarmi al complesso roccioso perché cominciasse a cospargermi di sé.
“A volte apro la finestra e resto immobile davanti al tramonto, come un bambino che per la prima volta scorge il volto di sua madre. Un po’ stranito da tutta quella bellezza e allo stesso tempo imbarazzato e impotente, al cospetto di una manifestazione così preziosa. Sono quelle le volte in cui realizzo che vale davvero la pena vivere, quando capisco che all’interno di un’anima posso trovare tutto ciò di cui ho bisogno, tutto quello che ho sempre sognato.
Le storie che meritano di essere raccontate sono infinite, come infiniti sono anche i sospiri che sfumano l’aria densa di ogni giorno, ma il tempo impone puntualmente a noi uomini di fare delle scelte, così, racchiusi e rapiti dalle profondità del nostro mondo, ci ritroviamo sempre lì, seduti al caldo delle nostre emozioni, a raccontare di noi e di quello che ci permette di dire “ho vissuto”. È una storia vecchia come il mondo… la più antica, e la più affascinante…credo. ”
A quel punto rimise il cappello e svanì ne

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   3 commenti     di: eleonora davoli


L'autosilo

Il Parco dell’Acquasola è il giardino pubblico più centrale di Genova e gode di una fama sinistra. Durante l’epidemia di peste che colpì la città nell’anno 1657, venne utilizzato come fossa comune per seppellire le vittime del contagio, devastate della terribile malattia. Durante l’ultima guerra, il luogo fu teatro di esecuzioni sommarie. In altri periodi quest’area fu sempre adibita a parco pubblico. I genovesi più datati narrano che, in alcune notti tempestose, al passante che incautamente si avventuri ai margini del giardino, giungano i suoni indistinti dei lamenti di coloro che qui morirono e furono seppelliti senza una croce che li confortasse lungo il viaggio oscuro.
Francesco lavorava come geometra in un’Impresa edile ed era stato destinato in quel posto con il compito di dirigere i lavori di costruzione di un silo sotterraneo per la realizzazione di 300 posti auto. Il progetto, pendente da tempo nel limbo delle buone intenzioni a causa del ricorso di alcuni ambientalisti, aveva finalmente trovato uno sbocco, grazie ad un cavillo che aggirava la decisione del Tar di bloccarne la realizzazione. L’Impresa che si era aggiudicata la gara d’appalto avrebbe iniziato subito i lavori, terminandoli nel giro di sei mesi. Per Francesco, che con quell’impiego si guadagnava da vivere dignitosamente, il taglio di qualche albero avrebbe significato ben poca cosa in confronto al futuro beneficio che il silo avrebbe significato per la città e per quei cittadini che ogni giorno si contendevano con i denti i pochi spazi adibiti a parcheggio.
Egidio era un escavatorista con le palle. Guidava la ruspa ed altri mezzi meccanici con grande padronanza e movimentava velocemente metri cubi di materiale con grande profitto per l’Impresa. Era stato affidato ai lavori di scavo per la realizzazione dell’autosilo. Francesco lo conosceva bene e nutriva una grande fiducia nei suoi confronti.
Quella mattina le transenne furono aperte alle sette ed Egidio era s

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   3 commenti     di: Alberto Carbone


San Giorgio

SAN GIORGIO

L’aria era torrida e pesante in quell’assolato giorno estivo di campagna, in un imprecisato luogo di un imprecisato tempo. Il cavaliere, sceso da cavallo, osservava ansimante l’orizzonte, la sua fronte era madida di sudore, così come il suo corpo, pesantemente agghindato con l’armatura color selce, che lo ricopriva quasi per intero. Ansimava e scrutava il paesaggio, coi suoi occhi celeste chiaro, mentre teneva sotto braccio l’ elmo, riccamente cesellato dai migliori fabbri del regno, sul quale erano scolpite alcune delle sue più famose imprese, mentre cercava di far riprendere aria al volto, ai suoi fulvi capelli, riaccordati sopra la testa tramite un rosario di finissime perle bianche, dono di una vergine convertita, da lui prontamente salvata dalle libidinose mire dell’uomo a cui era destinata in matrimonio, e a quell’accenno di barba riccioluta che cominciava a crescere sulla parte inferiore del volto. Ma questa operazione poco serviva a non sentire l’arsura del sole allo zenit, un sole che nella sua perfetta immobilità, rendeva l’aria rovente e immota come una lastra di ferro appena uscita dalla fornace di un maniscalco.
Mentre il suo cavallo era leggermente discostato dalla strada ed era intento a brucare quei radi fili d’erba che riusciva a trovare, il cavaliere guardò la punta della lancia, che teneva saldamente stretta nell’altra mano, per osservare se qualche alito di vento agitasse lo stendardo a croce che vi era issato in cima. ma non un solo Zefiro era stato mandato, quel giorno, dalla Sapienza, per rinfrescare l’aria. “D’altro canto è mezzogiorno…. l’ora in cui il Diavolo è più forte…” disse tra sé e sé il cavaliere, sul cui volto parve comparire un accenno di disincantato sorriso.
L a posa statuaria che aveva assunto in mezzo alla strada, si mutò , nel batter di un ciglio, in un risoluto e marziale passo verso il suo destriero, sul quale rimontò in breve tempo, deciso a riprendere la st

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I dolori pagati

I miei passi erano pesanti, i miei piedi cadevano sul suolo come se dovessero schiacciare cicche di sigarette ancora fumanti. Tutto del mio corpo mi diceva che stavo facendo un grosso errore, che nessun senso umanamente accettabile poteva avvallare una tale pazzia e nessun uomo su questa terra mi avrebbe giudicato se fossi ritornato sui miei passi, se avessi cambiato idea e fossi rientrato a casa. Cosa mi giocavo: l’onore? Il nome? Una promessa che quella voce accorata e languida di persona cara mi aveva strappato?... Niente ugualmente valeva tanto dolore, tanto sacrificio che andavo faticosamente a sopportare.
Nel mare dei miei pensieri naufragai incosciente alla meta rassegnata. La porta era incastonata in un muro bianchissimo, che sprigionava un candore paradossale, quasi ridicolo se considerato l’antro di un patibolo. Il suono del campanello mi risuonò stridente fin nelle viscere e la risposta dell’apertura automatica fu un eco vibrante nelle vene. Entrai, con la fronte imperlata di sudore. L’uomo che in piedi mi aspettava all’interno della prima sala mi salutò con sorriso forzato.
«È in ritardo», mi disse. Indossava una veste bianca, e con sarcasmo pensai che i boia moderni hanno un assurdo gusto dell’orrido che ti gettano in faccia crudelmente.
L’uomo mi osservò mentre lentamente toglievo il soprabito e la sciarpa. Poi aggiunse: «Oggi le faremo un po’ male…», e rise acidamente.
Alzò il braccio, e con l’indice teso mi indicò il corridoio alla mia destra: «La prima a sinistra, prego». Mi avviai verso la porta: non una goccia di saliva inumidiva la mia bocca. Entrai, e senza guardare i due uomini che si trovavano nella piccola stanza, andai dritto verso la seduta che mi spettava. La vista sembrava appannarsi lentamente.
Accade spesso che, quando siamo presi da forti emozioni, e ancor più quando una forte agitazione ci attanaglia, facciamo delle cose stupide, gesti insensati che speriamo ritardino il momento che sappiamo di

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nato sotto il segno dei pesci

Sono una persona che si attacca molto ai sogni, non quelli nel cassetto, ma quelli che si fanno di notte.
Nei miei sogni più belli compare sempre il mare o almeno l’acqua: anche quando sogno di annegare, il mare non permette mai che io muoia e inizio sempre a respirare. Quello che doveva essere un incubo diventa un sogno colmo di fantasia.
Ho sempre voluto poter respirare in acqua. Ricordo la prima volta che sperimentai le pinne, la maschera ed il boccaglio: mi sembrava di essere in uno dei miei sogni. In quella pace sottomarina dove sentire le voci trasformate in vere e proprie vibrazioni, quel suono inconfondibile. Dove essere sostenuti senza alcuno sforzo. Dove puoi scorgere una fetta di quel mondo misterioso che è l’oceano.
Certe cose che avrei dovuto ricordare sono completamente sparite, tipo quando ho imparato a nuotare: io ricordo solo che un giorno ci provai ed il giorno dopo già nuotavo come un pesce. Non ricordo quell’ arco di tempo che è tra la prima prova e il saper nuotare, non ricordo come sono maturato in quel breve periodo. E invece ricordo magari cosa ho mangiato il sette Ottobre del millenovecentonovantasei. Strano no?

Nei miei sogni ultimamente sono presenti persone e luoghi comuni: persone con cui non vado d’accordo sono nelle strade di Naro (cioè il mio paese), le persone a cui voglio bene e le uniche due donne che ho mai amato le vedo in spiaggia.
Le uniche due donne che ho mai amato … caspita! Chi ho amato più dell’altra? Mah, amare per me è già un verbo “superlativo assoluto”.
Le amo tuttora e non le ho mai toccate … cioè non le ho mai baciate o, almeno, non ho avuto con loro nessun tipo di rapporto sia fisico che sentimentale. Forse perché stando con loro non mi sento completamente sciolto, l’altro giorno ho detto ad una di loro “Stando con te mi sento a disagio, come se fossi in continua tensione!”. Che cosa mi ha risposto?
Niente! Non ha mai capito niente di me … ma alla fine : chi se ne fre

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Un angelo solo per me

Come ogni notte guardavo le stelle, affacciata sul davanzale della mia finestra.
Amavo perdermi nell’immensità del cielo stellato… Mi piaceva immaginare che da qualche parte, lassù, c’era qualcuno che mi osservava e non viveva che per me. Sarebbe stato bello scoprire che qualcosa del genere fosse reale.
La luce all’interno della mia stanza era spenta, ma la luce della luna era sufficientemente chiara e limpida. Non mi spaventava essere ammantata da quella rassicurante e accogliente oscurità. Il giorno non faceva per me.
Io ero una creatura della notte.
Trassi un profondo respiro, lasciando che l’aria della notte, insieme a tutti i suoi dolci e aspri profumi entrasse dentro di me. Soffiava una fresca brezza, che mi accarezzava morbida la pelle.
Era una sensazione così bella…
All’improvviso mi misi a cavalcioni del davanzale, lasciando penzolare una gamba all’esterno e aggrappandomi alla struttura di legno della finestra. Così era molto meglio: potevo sentirmi ancora di più segreta e silenziosa complice della notte.
Dalle mie labbra socchiuse fuoriuscì una delicata nenia, che accompagnava il canto estivo dei grilli e delle cicale che popolavano il mio giardino, interrotto ogni tanto da qualche solitaria civetta.
Sarei potuta rimanere così per sempre… Con l’aria fresca che mi scivolava sulla pelle e tra i ca-pelli e la soffice luce bianca della luna che mi bagnava la pelle. Socchiusi gli occhi.
Non credo di essermi addormentata. Ma improvvisamente avevo cessato di canticchiare, e con me sembravano aver taciuto anche tutte le altre mie compagne notturne, come se qualcosa le avesse terrorizzate. Era come se riuscissi ad avvertire la loro paura. Il venticello non soffiava, e alle mie orecchie non arrivava più il debole frusciare delle foglie degli alberi.
Sembrava che il tempo si fosse fermato.
Dischiusi piano gli occhi, timorosa di trovare la luce invadente del sole ad accogliermi, come ogni mattina. Tuttavia era ancora notte, ed

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   7 commenti     di: Giulia


Frammenti di sogni

Il mondo era tutto silenzio quella notte. Non so dire se quello che stavo vivendo fosse bello, giacchè la bellezza è soltanto il disvelamento della tenebra. Pensai che non avevo neppure chiesto di sognare, e che le mie aspettative riguardo una notte consumata tra alcool e passato non potevano certamente essere le migliori, ma è anche vero che il nostro essere è il nostro passato. Vale sempre la pena fare tutte queste domande, ma non sempre vale la pena dare una risposta.
Dopo queste certezze, che per fortuna non ho, giacchè avere certezze e sicurezze renderebbe la vita un incubo, mi limito a raccontare ciò che mi ha toccato di quella notte senza tempo, in un sogno, senza scendere nei dettagli che già frammentano un'esistenza alimentata da maschere con occhi e bocche.
Eravamo io e il mio migliore amico, sulla radura, senza quasi pensare a niente. I nostri occhi non temevano il buio, nè cercavano la luce. Nessuno arrossisce al buio, specialmente in un buio che non ti concede di vedere le stelle.. così eravamo noi, un lungo silenzio fatto di un'imprevedibilità che permetteva solodi salutare il destino, semmai fosse passato da quelle parti.
Ogni cosa, avrebbe portato ad un risultato impreciso: nemmeno cantare ci sarebbe servito, poichè una melodia di gioia avrebbe stonato e una melodia funerea non sarebbe servita.
Probabilmente un delirio erotico avrebbe aiutato le nostre coscienze, o forse semplicemente provare a leggere la Bibbia, una bibbia in cui noi non credevamo.
Insomma, nulla serviva, e nulla sarebbe servito.
A pochi metri dalla radura doveva iniziare la festa del paese, sotto alla vecchia chiesa, che si apriva una volta all'anno in occasione della festa del Santo Patrono. Vi erano tutte le sedie davanti al palco dove l'orchestra avrebbe suonato e i musicisti avrebbero cantato; vi era lo stand dove due giovani ragazze bionde servivano vino e offrivano frittelle, v'era persino una bancarella dietro alla quale esisteva una donna anziana e ven

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