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Racconti del mistero

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Dove Portano le Strade

Erano le otto di mattina quando Tommaso si svegliò e, dopo essersi rigirato più volte nel letto, decise di alzarsi. Lui non lo sapeva, ma da quel momento partiva un conto alla rovescia: sarebbero state le ultime ventiquattro ore della sua vita.

* * * * * * * * *

Come tutte le mattine fece una colazione veloce, guardando fuori dalla finestra della piccola cucina. Le montagne erano illuminate dal sole. Nessuna nuvola, per ora. La giornata ideale per una gita verso i pendii più elevati.

* * * * * * * * *

Come trascorse la mattina?
Probabilmente non fece nulla di speciale, si preparò e partì per una gita. Lo testimonia lo zaino con alcuni biscotti aperti al suo interno, una bottiglia di acqua minerale bevuta per metà, le scarpe da tennis sull'uscio ancora sporche di terra.

* * * * * * * * *

Si vestì con calma. Scelse abiti particolarmente comodi - se voleva farsi quella benedetta gita erano necessari -. Prese qualche bibita e alcuni biscotti, nel caso non fosse stato di ritorno per pranzo. Non era una persona che mangiava molto.

Uscì e si avviò lungo la via che costeggiava la valle. A breve avrebbe preso un sentiero parallelo alla strada ma che gli avrebbe fatto evitare il traffico. Gli piaceva molto passare di lì: da una parte il suono tranquillo di un ruscello, dall'altra il bosco con i suoi rumori furtivi.

Arrivò in breve ai piedi della parete. C'era parecchia gente che si apprestava a salire. Famiglie, gruppi di ragazzi, scalatori solitari che presto avrebbero deviato dal sentiero principale, alla ricerca di mete ben più impegnative.
Il sentiero partiva in modo quasi banale, con una pendenza quasi nulla, su uno sterrato arso da quel sole mattutino. Arrivati ad un primo rifugio, ci si inerpicava su per un bosco, per circa un'ora, fino ad arrivare ad un altopiano: una sorta di anfiteatro naturale, che si estendeva maestoso per circa un chilometro, fino ad arrivare alle vertiginose pareti della grande montagna.

Oltre quel

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   2 commenti     di: paolo molteni


La casa fantastica (parte terza)

... mio padre dall’eccitazione non ricordò che per entrare al piano terra, bisognava salire tre gradini, in quanto era più sollevata rispetto alla quota del terreno, naturalmente inciampò e tirò dietro tutta la compagnia urtando violentemente la testa contro la porta d’ingresso, cominciò a suonare la sirena dell’antifurto, una serie di faretti si accesero per illuminare la zona dell’intrusione e relativa telecamera di sorveglianza che filmò tutta la scena; dal bernoccolo in testa di mio padre (che urlava come un forsennato), alle risate a crepapelle del resto della truppa.
Mentre mio padre inveiva contro di noi, alterato dal nostro comportamento non consone al suo impegno, io corro nella casetta degli attrezzi sede dell’interruttore generale del quadro elettrico.
Tutto fu riportato alla normalità e la prova antifurto rimandata ( ricordo che al secondo tentativo tutto riuscì alla perfezione, in fondo papà era un bravo elettrotecnico).
Salvo ho visto che vai spesso nella casetta degli attrezzi! Disse mio padre con tono concitato, dentro vi si trovano attrezzi che non devi toccare, ed in special modo la cassapanca! Annuisco al suo sguardo e vado a casa.
Nella mia stanza un turbinio di pensieri…” Salvo non toccare la cassapanca” questa frase rimbalzava nella mia testa come una pallina da ping-pong ; dopo poco tempo mi addormentai.
L’indomani al ritorno da scuola e approfittando che mio padre facesse il turno pomeridiano, mi avvio di corsa nella piccola casa degli attrezzi: Salvo non vieni a mangiare? Mia madre giustamente mi fa notare che sono le 14 passate; tra cinque minuti! Risposi! Mi sentivo attirato da quella cassapanca come una calamita, davanti a me imperiosa e chiusa da una grande catenaccio.
Da sempre fin da piccolo sono stato attratto dalle apparecchiature elettroniche di mio padre, alcune emettevano strani sibili e linee colorate, altre onde che ballavano dentro piccoli televisori, il mio pensiero va sempre alla cassapanca; ch

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   3 commenti     di: Carmelo Rannisi


Io, dentro la grande tela

Mi piace il verde.
Il mio lavoro, la mia vita, si sono sempre divisi tra il verde di questo prato e i depositi dove, insieme a tante altre come me, sono costretta, immobile, ad aspettare.
Mi piace il verde, ho detto.
Mi piace quando è asciutto, pulito, liscio.
Non è sempre così.
Quante volte il prato dove lavoro è bagnato, e quante volte è sporco, polveroso, nemmeno più verde!
Quanti prati sono pieni di buche!
Il mio è un lavoro duro. Il contratto mi impone di subire continue violenze, ed è considerato tanto più bravo chi è più preciso, o più energico, o più tempestivo e veloce nel procurarmele.
Precisi non lo sono sempre. Quando accidentalmente mi scagliano fuori dal prato, mi sostituiscono con una collega, del tutto uguale a me.
A me piace quando, facendomi rientrare nel prato, vengo afferrata da mani robuste, e lanciata sul petto (sì, preferisco sul petto) dell'altro uomo, vestito nello stesso modo.
Non mi piace quando - è capitato anche questo - vado incidentalmente ad incocciare, con tutta me stessa, i coglioni di qualcuno.
Mi piace quando qualcuno tenta di afferrarmi, ma non ci riesce; ed allora capita di imbattermi in una grande tela, a larghe maglie. Ed allora c'è, nel prato, un grande movimento: tanti sono felici, radiosi, tanti altri - con un vestito diverso - sono tristi, o raggelati, delusi. Anche rabbiosi.
Ho compreso di essere io la protagonista. Questo lavoro è spettacolare. Io però mi prendo, mi sembra, solo il peggio: i calci, dovunque.
Chi mi guarda mi ignora. Guarda, apprezza, critica, commenta, paga solo loro: quelli che mi maltrattano.
Oggi è stata una serata speciale.
Appena entrata, un triste argentino mi ha scaricata ad un calvo basso olandese - sguardo intelligente, gelida determinazione - che mi ha subito destinata ad un africano gentile e sorridente. Mi ha accolta con dolcezza e dopo sei passi veloci mi ha spedita verso l'angolo basso della grande tela.
Non mi hanno mai guardata - decine di migliaia,

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Niente

Quella notte era particolarmente scura.
Quella notte sarebbe stata molto silenziosa, probabilmente la notte più silenziosa di tutti i tempi ma nessuno avrebbe mai potuto saperlo...
Quella notte qualcuno si svegliò di scatto.
Quella notte quel qualcuno sapeva di dover fare qualcosa.
Non sapeva Perchè.
Non sapeva Quando.
Non sapeva Dove.
Non sapeva nemmeno che cosa ma sapeva che era il suo compito, qualcuno l'aveva scelto, aveva fatto sì che nel bel mezzo di quella notte scura e silenziosa Lui si svegliasse di soprassalto senza sapere perché, quando, dove e tantomeno cosa.
Con uno sforzo colossale provò ad alzarsi ma ricadde subito a sedere in uno spigolo del letto; poteva essere uno qualunque, come accorgersene?
Le sue palpebre ancora così pesanti gli annebbiavano la vista e non gli permettevano di capire dove fosse.
Quella stanza era molto scura, forse era la stanza più scura che ci fosse mai stata.
Non vi era luce ad illuminarla, dalla finestra spalancata non penetrava nemmeno il chiarore della luna, forse perché la luna non c'era. Era coperta dalle nuvole. O forse non esisteva più, conscia di ciò che stava accadendo aveva deciso di sparire per non dover vedere, per non dover assistere a quello che sarebbe successo.
Sempre che quel qualcosa si fosse avverato e che non era semplicemente una Sua impressione. Sua di chi?
Ah sì, c'era un Lui che si era appena svegliato e seduto su un lato del letto con i suoi occhi pesanti semichiusi e aveva capito che avrebbe dovuto far quel qualcosa che non gli era dato sapere.
Dopo essersi sfregato a lungo gli occhi intravise sbucare da sotto il letto delle scarpe.
Erano le sue? Era la sua stanza quella? Era la sua casa? La sua città? Il suo mondo? La sua vita?
Si infilò una scarpa. Gli entrava perfettamente. Si infilò l'altra.
Provò ad alzarsi in piedi. Questa volta le sue gambe ancora deboli per il precoce risveglio gli permisero di mantenere una posizione eretta seppur barcollante.
Si avviò

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Lettera dal Cuore

Lettera dal cuore.

La sera buia e silenziosa, arriva puntuale ed entra senza mai bussare sicura di se, perché sa di essere lei la padrona della mia vita, dei miei pensieri. A volte mi chiedo se sono i miei stessi pensieri che hanno bisogno di incontrarla, o se della sua naturalezza ne hanno necessariamente bisogno per riuscire ad addormentarsi.
Si, deve essere così, arriva perché sa che la sto aspettando, ed in me ritrova i monologhi muti di un intero giorno, li trova annodati ed imbavagliati e prendendoli per mano, li scioglie e li riordina uno ad uno.
Poi, li prende per mano, li culla, li riassapora, li rivive, li coccola fino ad assopirli nella mia mente, fino ad imprimerli notte dopo notte come il ripetersi di una lezione imparata a memoria, e finalmente riesce ad addormentarli con me, fino a
non ricordare più nulla se non l’averti sognata.
Ho provato anche a parlarle e nella sua quiete le ho detto che un giorno diverrò nuovamente io il suo padrone, perché prima o poi il buio lascerà la mia vita tornando a donarmi un mondo pieno di luce.
Non sarà la luce che hai saputo accendere tu, ma non sarà più velata di lacrime e quel giorno saprò guardare al tuo sorriso sorridendo, vedere la tua felicità tornando ad essere felice, si... quel giorno saprà arrivare.
Ma non ora, quel giorno è ancora troppo lontano per me, oggi fingo di essere felice nel sapere che per te è tutto diverso... ma fingo male, e se per un istante i tuoi occhi potessero vedermi lo capirebbero come leggere queste parole che non ti sapranno mai arrivare.
È facile raccontare una bugia... a volte perfino troppo semplice renderla convincente... ma puoi renderla veritiera per tutti tranne che per te stesso.
Ogni falsa parola che provi a pronunciare nell’illusione che uscendo dalle tue labbra possa farle del bene, muore ancor prima di prendere voce... annegata in quelle lacrime che ti sforzi di tenere a bada, segregando dentro di te ciò che invece vorresti pote

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JORGE

Jorge

Os Senhores da Guerra (Madredeus)


Jorge aveva il suo sogno, un sogno abbastanza ambizioso da tenere occupata la mente sia durante i lunghi mesi sul mare che nei brevi soggiorni a terra: Jorge voleva mettere da parte abbastanza denaro per tornare definitivamente a casa e comprarsi un bar.
Aveva solo ventun'anni ma era già stanco di quella vita sulle navi da crociera, imbarcato come cameriere, ogni tre mesi con una Compagnia diversa. Gli restavano ancora poche ore di quel giorno e la notte intera da passare in Portogallo, poi avrebbe preso servizio sulla Danska Maru: armatore nipponico, itinerario scandinavo e clientela mista, zeppa di crocieristi generosi. Ma non era sicuro che, tra stipendio e mance, avrebbe raccolto la somma che gli serviva.
Quanta acqua doveva ancora navigare prima di poter comprare il suo bar? Il Cafe Oceano di Afife, che era già nei sogni di suo padre., che aveva passato tutta la vita a desiderare il bar, a procreare e a bucare i biglietti dell'Elevador di Santa Luzia, a Viana do Castelo, proprio a dieci minuti da quel bar (se viaggi in auto).
Jorge aveva cominciato a diciassette anni a lavorare a bordo delle navi. Dopo tutto questo tempo speso a preparare cocktail e servire tramezzini, dietro il bancone del ponte principale, sarebbe stato un barman eccezionale, anche se dalle sue parti avrebbero tranquillamente tollerato perfino il peggior sguattero. Ma se un giorno fosse arrivato il turismo internazionale anche nell'alto Minho, lui sarebbe stato pronto. Del resto il suo lavoro l'aveva obbligato ad imparare quattro lingue.

Jorge stava facendo la corte al Sogno anche sulla corriera che in quel momento lo stava portando a Lisbona per l'ennesimo imbarco (comoda, la corriera, comoda ed economica: seicentotrenta escudos per la tratta Porto-Lisboa sono davvero pochi).
Erano trascorse in un baleno le due settimane passate a casa per la festa più importante del nord: la Romaria de Nossa Senhora da Agonìa, che culmina ne

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La Mosca

Il destino, a volte, riserva amare sorprese e vuoti incolmabili.
Una bella casa, un buon reddito e interessi condivisi con la moglie, che definire santa donna, è riduttivo. La zuppetta mattutina con crepes suzette fatte con le sue manine, vera leccornia da far leccare i baffi. No, non voglio annoiarvi, parlandovi delle sue virtù culinarie e vado ai fatti, anche per contribuire ad ampliare le vostre conoscenze.

Rientrando in salone, la vidi accasciata sulla sua poltrona preferita. Era morta, fulminata da un insulto cardiaco, così come reciterà il referto medico. Le ore che seguirono, le ho vissute come in trance. Confortato dal pianto delle vicine, annotavo mentalmente il via vai delle persone. Persone, specialmente vecchiette, che non avendo di meglio da fare, si mettevano in fila per farmi le condoglianze e per caricarmi di baci. Altre portavano caffè e pasterelle, come se invece di un funerale si trattasse di una festicciola. "Coraggio, lei ti proteggerà dall'alto dei cieli." "Che disgrazia, l'ho vista ieri sera e stava bene." "Blà blà blà... ""Povero amico mio, conta su di me e mia moglie che per quello che possiamo siamo a tua completa disposizione." Brava persona, Gianni, era rimasto vedovo sei mesi prima e poi s'era risposato. Aveva dato un calcio alla fortuna, che non si meritava.

Lunga la notte, lunghi i Paternoster e lunghe le Avemaria. Un paio di ore di sonno e la mattina dopo, altre generose dosi di condoglianze, baci, abbracci e tante belle parole. In Chiesa, le parole di conforto, di speranza e la benedizione del Prete, fecero versare fiumi di lacrime, anche agli estranei. Non riesco ancora a spiegarmi gli applausi che ci accolsero all'uscita. Mi sa che stava cambiando la liturgia di questi tristi eventi. Come il buon Dio volle, la sera, quasi distrutto, pensavo alla mia nuova condizione umana. Tante idee e tanti programmi nella testa e anche un pensierino per chi aveva percorso un trentennio di vita fianco a fianco. Già, la vita! È

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   3 commenti     di: oissela



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