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Racconti del mistero

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Le sette solitudini

"Perché la lampada si spense?
La coprii con la mano,
per ripararla dal vento,
ecco perché si spense...
Perché il ruscello s'inaridì?
Lo sbarrai con una diga,
per averlo solo per me:
ecco perché s'inaridì...

E sia quel che sia non dipende da me
E sia quel che sia non dipende più da me."

L'esecuzione della prima strofa e del ritornello mi avevano stregato.
L'artista di strada suonava quella meravigliosa canzone per un distratto pubblico di quattro passanti che andavano e venivano, gettando qualche monetina dentro la custodia della sua chitarra.
Sembrava l'uomo più povero del mondo e nello stesso tempo posso dire che era un Re: la sua schiena era dritta come quella di un monarca sul trono e il suo sguardo sembrava quello di un capitano pirata all'arrembaggio... e quella musica, quei delicati arpeggi ad accompagnare quei versi stupendi...

"Perché il fiore appassì?
Con ansioso amore
Lo stinsi al petto
Ecco perché, il fiore appassì.
Perché la corda dell'arpa si spezzò?
Tentai di trarne una nota.
Al di là delle sue forze:
ecco perché si spezzò.

E sia quel che sia non dipende da me
E sia quel che sia non dipende più da me."

Terminata la canzone e dopo aver raccolto qualche applauso sgangherato e pochi spiccioli, il chitarrista clochard stava per andarsene, quando in preda a un misterioso desiderio chiesi di potergli parlare:
- Umm... fanno cinquanta euro, amico, questa è la mia tariffa...
- Cinquanta euro? Accidenti, sei caro quanto sei bravo!
- Non l'ho inventato io questo mondo, amico.
Dalle nostre parti conta solo quello che può essere comprato o venduto.
Se tu non paghi per l'opera di un'artista, quella non vale niente, e viene buttata nella spazzatura, e spesso, il suo autore insieme alla sua opera.
Ripeto, non le ho stabilite io queste regole.
Senza ulteriori obiezioni, mi sfilai dal portafoglio cinquanta euro e gliele misi in mano all'istante.
- Bene, andiamo in quel bar a bere un caffè, offri tu ovviament

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   1 commenti     di: Mauro Moscone


LA TREDICESIMA MUSA

(Il destino non esiste... se non viene evocato)


Cella numero sei, sesto braccio, sei giorni dall’esecuzione, 666 il numero della Bestia, se credessi in simili scempiaggini penserei a questo momento come il più adatto ad una piena e sincera confessione, al tempo di una miracolosa rivelazione, l’attimo fuggente della verità.
A voi che mi leggete dico “stupidaggini”, in un mondo tenuto assieme dalla menzogna, anche la più inutile, io ho sempre praticato la più limpida onestà di pensiero e di opera.
Nessuno mai potrà accusarmi di incoerenza, ammesso che sia cosa di cui accusarsi, sono sempre stato eticamente ed ontologicamente corretto e verosimile nell’architettura del mio pensiero.
Assassino! Mi hanno chiamato, mostro, pervertito, belva... Epiteti ingiusti e miopi. Non è stata mai capita a fondo la natura del mio fare.
Per tentare una illustrazione corretta e verosimile devo chiamare in causa l’Arte dei grandi, perchè è di Arte che stiamo parlando.
Prenderò ad esempio due artisti come Klimt e Schiele, sensori mirabili del loro mondo.
Che dire del rigore estetico del maestro de “le tre età della donna” ?
Quanto rigore edificante, quanto equilibrio di proporzioni cromatiche e formali, che mirabile Architettura dell’Essere, traspare una fiducia assoluta nel costruire.
In epigone vi sono gli amplessi macellai, i muscoli lassi su ossa che sembrano bastoni coperti da una pelle malata di vita, che parlano di una visione dell’esistenza di Schiele dove il cinismo disperato della realtà non lascia scampo.
Io, in accordo con Klimt, ed in totale dissonanza con Schiele sono un costruttore, un germinatore di latenze vitali ed estetiche, un fecondatore di eventi e voi difficilmente potrete capire come si articola questa mia azione, che a volte vi potrà apparire in contraddizione con le mie finalità.
Badate considero secondario se non irrilevante il valore generico di essere vivi, io credo in un ordine a cui l’umanità

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Ombre e pioggia sul Paese

a An Lan
La pioggia nutre i solchi secchi qua e là nelle strade, e nelle crepe dell’asfalto spunteranno fili d’erba, e un minuscolo seme vincerà la resistenza di un cappotto malvoluto, quel nastro grigio pezzato di nero che arriva sino al mercato. An Lan camminava pensando a piccole meraviglie, lentamente nella sera gelida di Cheng-yu, fra le vie strette inumidite dalla pioggia vaporosa e spicciola che bagnava appena i lunghi capelli neri, lunghi sino al bacino, stringendosi nel soprabito leggero, che frettolosa una mano le aveva porto sulla soglia della casa degli zii paterni.
Qualche isolato più in là del suo domicilio c’era la scuola, non occorreva avere fretta. An insegnava inglese, e le lezioni della sera procedevano svagate in colloqui tra la gente del paese che vi capitava per i motivi più vari: i commercianti, coloro che dirigevano piccole industrie, e qualche studente che stentave nella lingua. Un sottile umorismo permeava le mura dell’edificio e sprigionava talvolta di sera negli scolari un’ilarità inattesa, che poco serviva all’apprendere ma che creava un’intesa sotterranea fra gli animi dei convenuti. Solo qualche bambino, che qualcuno aveva finto di dover accompagnare, prestava attenzione alle disciplinate parole dell’insegnante, e agli scarabocchi sulla lavagna che nulla avevano da spartire con gli ideogrammi, quei pochi o molti che ciascuno conosceva, e di tanto in tanto, sui biglietti di auguri scriveva.
I bambini, pensava con intermittenza An, essi sono come dei piccoli semi che durano a fatica la grave indifferenza degli adulti…I passi risuonavano ritmici sul selciato, fra le irregolarità e le pezze d’asfalto, e in ognuno An ravvisava una diversa sfumatura che il suo pensiero assumeva, tentennando fra la tenerezza di un ricordo non lontano e la coscienza del freddo che masticava i lembi dell’abito. Potrebbe nevicare, pensò d’un tratto, e mise in tasca la mano infreddolita, trovandovi due mon

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   1 commenti     di: Paolo Veronese


La casa fantastica (parte quinta)

È Lunedì, a scuola incontro Cristian, il mio compagno di classe con la passione dell’informatica.
Ciao Salvo! Ciao Cristian, devo parlarti di una cosa importante, dimmi tutto, no! non ora, ne riparliamo per la ricreazione.
Ne parlai con Cristian, ma non di tutto; ho raccontato un terzo di quello che sapevo
( per evitare che tutto l’istituto si precipitasse a casa mia).
Il pomeriggio invitai Cristian a casa mia che puntuale arrivò alle 17.
Allora? Dov’è quest’albero mi disse, lo invitai a seguirmi fin sotto la quercia,
indicai a Cristian dove si trovavano quei tubi rigidi.
Presi una scala ed in un attimo ci trovammo in cima all’albero, Madonna! disse Cristian,. sai cosa sono questi? rivolgendosi a me con gli occhi sbarrati; sono cilindri in fibra ottica, Le fibre ottiche sono dei sottilissimi fili di vetro, talora di plastica, ma comunque molto trasparenti alla luce, a sezione cilindrica, flessibili, con uno svariatissimo campo di applicazioni nei settori della medicina, dell'astronomia, delle telecomunicazioni, perfino dell'arredamento e…alt basta così! dissi al mio amico, a cosa possono servire gli chiesi, fammi vedere fin dove arrivano! No! risposi, te lo dico io, arrivano nel sottosuolo ovvero nel vano caldaia.
Ho capito tutto mi disse Cristian, tuo padre è un genio, ha reperito questi cilindri in fibra ottica per poterli usare da accumulatore solare e di luce, praticamente l’impulso luminoso attraversa la fibra ottica che attraversa un raggio laser che stimola un fotodiodo che si trasforma in suono o luce che…faccio in tempo a tappare la bocca a Cristian, perché alla mia prima confusione lui tenta di aggiungerne una seconda.
Ok grazie di cuore sei stato utilissimo per capire, nel frattempo ci avviammo a casa mia per ascoltare un po’ di musica.
A mio padre non dissi nulla della scoperta e tantomeno a mia madre e mia sorella.
È Martedì, al ritorno da scuola vado a pranzare, subito dopo dico a mia madre che andavo ne

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   7 commenti     di: Carmelo Rannisi


San Giorgio- secondo capitolo

L’alba giunse molto rapidamente quel giorno e Giorgio era sveglio già da un paio di ore.
“Non è ancora tempo di incamminarsi, visto che il cavallo è molto stanco e la gente sta ancora dormendo” si disse, così aspettò ancora qualche momento prima di riprendere la sua marcia verso il compimento della missione.
Già, la missione a cui era stato chiamato era la più singolare che gli fosse mai stata affidata.
Fino a quel giorno, ciò che aveva dovuto affrontare rientrava, in una maniera o nell’altra, nell’ordine di imprese fattibile per qualsiasi uomo valoroso, ma oggi era chiamato ad un’impresa che aveva dell’inverosimile.
Pareva infatti che, da molto tempo, nella regione in cui si stava dirigendo, una strana creatura facesse stragi di vittime, distruggesse campi e pretendesse vergini in sacrificio.
Un Drago, dicevano alcuni, per altri una Manticora, secondo altri ancora solo una farsa organizzata da un gruppo di briganti, infine per i più disillusi, solo una diceria popolare per mascherare con l’assurdo l’incapacità di pagare i tributi al Sovrano.
Il compito di Giorgio era proprio quello di vagliare la fondatezza di queste voci e, qualora fosse stato necessario, occuparsi di risolvere la situazione, in qualunque modo si fosse presentata.
Erano le prime luci del mattino quando Giorgio, avvicinatosi ad uno specchio d’acqua, cominciò a dedicarsi alle sue abluzioni mattutine.
Non che amasse particolarmente l’acqua e il lavarsi, ma ciò era necessario per risvegliare dal torpore notturno i muscoli, rendere reattivi gli occhi e rinfrescare la pelle dall’incipiente calura che ormai stava aumentando, facendo presagire un giorno più caldo addirittura di quello precedente.
Mentre si immergeva nel piccolo stagno e detergeva le sue braccia, non perdeva mai di vista il cavallo ma soprattutto le armi e l’armatura di metallo scuro. Era quella infatti una situazione propizia per un gruppo di briganti, non solo per derubarlo di tutto, ma pe

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Corpo e anima

Saranno state le 4 di notte, ero stanco. Sentivo che dovevo ritornare a letto, nella mia cabina.
Mi trovavo su una nave, non so dire che dimensioni avesse. Era grande, abbastanza da perdercisi dentro. Non c'era luce, nessuno che mi potesse aiutare. Tutti dormivano mentre io ero là, solo, al buio, in un posto sconosciuto. Quando realizzai le mie condizioni sentii il mio cuore battere più forte. Il sonno però ebbe la meglio e quindi iniziai subito a studiare l'ambiente circostante. Non conoscevo il posto e per di più era buio ma ero sicuro che la mia via andasse in quella direzione. Perché in questa e non in quella opposta? Non lo so. Può essere che sia una strada a senso unico, oppure forse perché dall'altra parte ci ero già passato, ma ero sicuro, convinto della mia scelta, come se una vocina interiore me lo consigliasse. Così mi misi in cammino ed iniziai ad esplorare. I miei occhi ormai si erano abituati al buio e riuscivo a distinguere le forme presenti nella stanza. C'erano dei fogli sparsi sul tavolo, un pianoforte, un bancone rialzato su due gradini su cui c'erano una ventina di bottiglie contenenti varie bevande alcoliche. In un'altra occasione ci avrei fatto un pensierino, ma adesso avevo un'altra priorità. Iniziai a camminare per la stanza e mi misi a cercare qualcosa. Cosa? Non lo sapevo neanch'io con certezza.
Arrivai a una porta chiusa. La mia curiosità era tanta e non esitai ad abbassare la maniglia. Mi ritrovai in un'altra stanza, simile a quella precedente. Riuscii a distinguere un divano di grandi dimensioni, diverse sedie e perfino una palla da calcio in un angolo. Camminavo avanti, a passo lento, un po' indeciso, ma non mi fermavo. Arrivai a un'altra porta, questa leggermente più pesante, la attraversai, e riconobbi di essere sul ponte della nave. Faceva freschino, ma ero tentato di rimanere là fuori ancora un momento. La luna illuminava il mare e disegnava una via di luce sull'acqua.
Giusto la via, dovevo tornare

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   5 commenti     di: vasily biserov



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