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Racconti del mistero

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Si chiamava come te

Chiuse la porta, piegando la sottile maniglia d'ottone, lentamente. La luce, proveniente dal corridoio che portava alla sua stanza, si fece sempre meno invadente, ritirandosi progressivamente, fino a un punto in cui oggetti e forme scomparvero. Muovendo timidamente le braccia, egli cercò invano l'interruttore. Eppure si ricordava di averlo visto lì, prima di uscire. Solo il rumore, improvviso, della cornice d'argento, fatta cadere con un colpo maldestro del braccio destro, gli restituì un poco di cognizione. Nella sua testa, in qualche sperduta palude, stavano impantanate le sue credenze più remote, quelle che ogni sabato sera smuoveva con rapidi quanto disorientanti sorsi, attaccato a quella 33 cl verde. Anche quella settimana aveva segnato una serata con il solito marchio, costituito da un trancio di pizza al taglio da Nando, divorata sul marciapiede antistante l'opaca vetrina, e una birra gelata bramosa di togliere il respiro. Si vedeva ancora vicino a Sandro, il quale era intento ad ascoltare il monologo di uno strano tizio, dall'accento slavo, di cui ovviamente non ricordava il nome. Lo straniero seguiva a cascata i suoi pensieri, cercando ma non riuscendo a raccontare una rissa che lo aveva visto protagonista di cui portava ancora un' evidente traccia sullo zigomo destro. Sandro ne era come attratto da quel taglio, come se fosse l'unica vera prova che desse un fondamento a quella serie impalpabile di parole che il suo interlocutore continuava imperterrito a vomitargli addosso. Cercava di non essere indiscreto, ma rimaneva anche alcuni secondi a fissare quella striscia rossastra vicino alla fronte, in silenzio, mentre quello, preso dalla foga della narrazione, gesticolava come un venditore ambulante di coltelli. Probabilmente ne aveva anche uno, nascosto sotto il giubbotto di pelle nera. A questa idea, Carlo sentì un brivido lungo la schiena, e fu come svegliarsi con gli occhi chiusi. Buio pesto. E si avvertì ancora in piedi nella sua stanza, sospe

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   2 commenti     di: Matteo Zanetti


I nostri defunti

L'agriturismo tace.
Solo il cartello all'ingresso recita ancora, la voce sbiadita di rosso, "Benvenuti al Km 76".
Varcata la soglia, il giardino diventa una chiazza di marciume e putredine, che copre il verde e lo rende scuro, cupo.
Le pareti in legno della struttura traballano tra edera e muffa; i pilastri di basalto si ergono ancora, neri, bastoni della loro stessa solitudine. In veranda è rimasto un tavolo, anch'esso in legno; lungo, spoglio di tovaglia e commensali. Gli insetti lo percorrono, veloci, come se fossero su un'autostrada.
Due anni sono bastati per questo sfacelo.
Osvaldo, detto "il Breccia", sospira, la mano che esita sulla maniglia dell'ingresso principale. Brandelli di ragnatela la decorano, o forse la rinforzano.
L'uomo spinge, come aspettandosi resistenza, ma la porta si apre, docile, senza gemere.
Il gemito arriva invece dal Breccia. Una cappa di marcio e chiuso gli crolla addosso e lo tiene stretto, costringendolo a un respiro profondo, che peggiora il senso di oppressione.
Gli occhi corrono veloci alle serrande di una finestra dalla parte opposta della sala, ma le gambe sono diventati nuovi pilastri di roccia.
Pensa, il Breccia, ricorda che l'agriturismo era il punto di ritrovo di tutta la provincia fino a due anni prima.
- Prima - sussurra quest'uomo curvo, canuto, la voce roca di fumo - Prima - ripete, dopo un'altra boccata deteriorata. E mentre finalmente le gambe si convincono e lo portano alla finestra, impreca per la morte che ha violentato il suo agriturismo solo due anni addietro.
C'è stato un omicidio proprio qui. Un ragazzo ucciso durante la festa di compleanno, massacrato dagli amici. Coltellate per ogni anno compiuto, coltellate che hanno determinato la fine del "Km 76". Sangue dappertutto, il giardino imbevuto di morte, il locale chiuso, sotto sequestro per mesi. Un tumore di infamia e maledizione che ha spento l'agriturismo.
Le dita attanagliano il chiavistello delle persiane, spingono in alto e lanciano fi

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BRUTTO E DANNATO

Dicembre di un qualsiasi anno.

Lei era bellissima…
Forse era la più bella tra tutte le ragazze che fino ad allora avevo incontrato.
Quel suo modo di mantenere la sigaretta tra le labbra, come farebbe un maschiaccio, mi aveva fin da subito rapito.
Non tutte le donne hanno classe.
Non tutte le donne che hanno classe, la conservano nel tenere tra le labbra una sigaretta.
Era capace, benché avesse delle labbra molto carnose, di non sporcarle col suo rossetto neanche un po’.
Per giorni e giorni… avevo passato il tempo a guardarla da lontano.
Avevo avuto il tempo di osservare ogni suo gesto, ogni suo movimento con le mani. Anche il più semplice, anche il più insignificante.
Lei non si era mai accorta di me.
Io avrei potuto perdermi nel blu dei suoi occhi.
Oppure rimanere per sempre avvinghiato ed intrappolato nella sua bellissima chioma bionda.
E avrei voluto mordere quelle labbra.
Ma non potevo.
Non dovevo.
E intanto continuavo ad osservarla.
Prima da lontano.
Poi da vicino, sempre più vicino.
Lei, invece, continuava a non accorgersi di me.
Lei era una ragazza solare e piena di vita.
Sempre sorridente, allegra… e con quella sigaretta perennemente sulle labbra… che le conferiva quell’aria da maschiaccio che quel bellissimo corpo e quel viso così delicato mai avrebbe potuto tradire.
Io invece ero sempre vestito di nero.
Occhiali neri. Cappello nero. Vestito e guanti neri.
Io non ero affatto bellissimo.
E comunque lei non si era mai accorta di me.
Eppure io trascorrevo a volte anche delle ore a guardarla. Ad osservarla.
Qualche volta ne ho anche seguito gli spostamenti.
Potrei descrivere perfettamente il percorso che fa ogni mattina quando si reca al lavoro. L’orario in cui esce da casa.
Le tappe che affronta.
Le persone che incontra.
A che ora torna a casa.
Potrei ossessivamente descrivere com’era vestita ieri, e ieri l’altro, ed il giorno prima, e quello prima ancora.
Conosco tutte le sue amiche. I suoi amici. Le p

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   3 commenti     di: Ettore


La casa fantastica (parte terza)

... mio padre dall’eccitazione non ricordò che per entrare al piano terra, bisognava salire tre gradini, in quanto era più sollevata rispetto alla quota del terreno, naturalmente inciampò e tirò dietro tutta la compagnia urtando violentemente la testa contro la porta d’ingresso, cominciò a suonare la sirena dell’antifurto, una serie di faretti si accesero per illuminare la zona dell’intrusione e relativa telecamera di sorveglianza che filmò tutta la scena; dal bernoccolo in testa di mio padre (che urlava come un forsennato), alle risate a crepapelle del resto della truppa.
Mentre mio padre inveiva contro di noi, alterato dal nostro comportamento non consone al suo impegno, io corro nella casetta degli attrezzi sede dell’interruttore generale del quadro elettrico.
Tutto fu riportato alla normalità e la prova antifurto rimandata ( ricordo che al secondo tentativo tutto riuscì alla perfezione, in fondo papà era un bravo elettrotecnico).
Salvo ho visto che vai spesso nella casetta degli attrezzi! Disse mio padre con tono concitato, dentro vi si trovano attrezzi che non devi toccare, ed in special modo la cassapanca! Annuisco al suo sguardo e vado a casa.
Nella mia stanza un turbinio di pensieri…” Salvo non toccare la cassapanca” questa frase rimbalzava nella mia testa come una pallina da ping-pong ; dopo poco tempo mi addormentai.
L’indomani al ritorno da scuola e approfittando che mio padre facesse il turno pomeridiano, mi avvio di corsa nella piccola casa degli attrezzi: Salvo non vieni a mangiare? Mia madre giustamente mi fa notare che sono le 14 passate; tra cinque minuti! Risposi! Mi sentivo attirato da quella cassapanca come una calamita, davanti a me imperiosa e chiusa da una grande catenaccio.
Da sempre fin da piccolo sono stato attratto dalle apparecchiature elettroniche di mio padre, alcune emettevano strani sibili e linee colorate, altre onde che ballavano dentro piccoli televisori, il mio pensiero va sempre alla cassapanca; ch

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   3 commenti     di: Carmelo Rannisi


Matita e carta che generano un sogno

Non riuscivo a studiare, ogni tanto mi sporgevo alla finestra per guardare il cielo, era sereno, argentea era la luna. Ero solo in casa, i miei erano usciti, forse volevo piangere per solitudine, ma lo studio mi teneva impegnato. Poi mi misi a disegnare, sul quel foglio di carta bianca iniziarono a prendere forma delle cose un po' strane. Una sfera, una donna bellissima, la mia potente berlina, forse frutto delle mie fissazioni. Anche se disinteressato, completai il disegno e presi quel foglio di carta, lo stracciai tra le mani con violenza, e lo gettai sul pavimento, non dandogli completamente importanza, giaceva li come se aspettasse di essere spazzato via e gettato nell'immondizia.
Ma stava succedendo qualcosa, si alzò un  vento gelido dentro la stanza, gli appunti di matematica iniziarono a svolazzare ed a ruotare attorno a qualche cosa.
All'improvviso prese forma un fulmine globulare, si materializza all'interno della stanza, eppure fuori non c'è temporale, il cielo è sereno si vedono le stelle.
Quella sfera di energia bluastra, più scura al centro, si avvicina lentamente a me, come volesse sussurrarmi qualche cosa, ma inizia all'improvviso a danzare, a seguire percorsi irregolari come fossero quelli della vita, allora io iniziai a seguirla, nonostante sapessi il rischio che correvo, ma ero sicuro, mi fidavo di quella sfera, quasi intelligente.
Dentro di lei iniziai dunque a vedere diversi fasci luminosi,   si spostava sempre più velocemente, passava a traverso la persiana ed il vetro della finestra, si teneva lontana dalla pareti come se ne avesse paura, entrava ed usciva come se fosse in casa sua, quasi come se voleva sfidarmi.
Poco dopo uscì fuori, e si fermo li di fianco a quella potente berlina.
Allora presi le chiavi e salì in macchina, il fulmine globulare inizia lentamente ad avviarsi in avanti... lo seguo, mi cammina distante come se mi sfidasse alla corsa, allora io accelero a fondo e lo seguo... accelera vertiginosamente,   sembra

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   2 commenti     di: Luca Calabrese


L'inizio

Fummo noi il primo gesto d'amore.
Angeli, esseri perfetti plasmati e creati su sua immagine e somiglianza..
Creati, unicamente per vivere, per essere amati.

All'inizio dei tempi v'èra il regno di Dio, e nient'altro.
Luce perpetua riflessa su straordinari palazzi di cristallo, colori accesi,
d'intensità talmente vaste e differenti da riempire l'anima.
V'èra il regno di Dio, per noi, e nient'altro.

Eppure c'èra qualcuno tra quegli esseri perfetti, i più anziani di loro,
a conoscere quale fosse il successivo passo, quel che sarebbe stato.
Perchè il suo amore non ebbe fine, e nella solitudine del suo essere, Dio immaginò
i propri figli liberi di toccare, sentire e godere di quella vita stessa troppo perfetta però
per esser chiamata tale.

E il mondo, l'universo, la natura come tutti conoscono,
vennero ideati col solo scopo di servire l'uomo,
anche lui fatto a sua immagine e somiglianza, carico di quelle emozioni che finalmente
potevano vivere.
Tutto fu fatto per loro, anche noi.

Ma il fulcro di quel dono ormai cancellato, dimenticato dai figli stessi,
fu la libertà, parole che non hanno più alcun senso in un mondo
sul punto di morire. Libero arbitro.
Furono liberi dal primo istante gli uomini, liberi d'essere ciò che volevano,
liberi di credere o meno nel loro padre, liberi d'amarlo e odiarlo, di scegliere
tra il bene e il male creato da lui stesso.. creato unicamente per dar loro la facoltà
di scegliere..
Non esiste amore più grande.

Molti tra noi scelsero di divenire come loro,
noi che avevamo ora lo scopo di proteggerli,
guidarli, difenderli sempre e comunque.
Amarli.. è questa la nostra immortale esistenza.

Questo fu l'unizio.




Silenzio, un innaturale pace posata sulle cose, palpabile.
È uno stato imposto da regole non scritte che tutti rispettano,
in questo mondo forse angusto, di passaggio, il punto dove tutto ha fine..
quella stessa fine prologo di un eterno inizio.
Il limbo.

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   2 commenti     di: Anthony Black


MICHELA

Marco vide l’ora e premette l’acceleratore pensando che non fosse affatto carino far aspettare Irene stasera. Accanto al sedile, in un astuccio aperto brillava la pietra di un anello che lui si girava ad ammirare volta dopo volta. Le sarebbe piaciuto? Avrebbe detto di ‘’si’’?
All’improvviso un camion piombò alla sua destra e quando se ne accorse fu ormai troppo tardi. Spinse i pedali fino in fondo e il loro rumore sull’asfalto gli sembrò come l’urlo di una bestia spaventata quando fiuta il pericolo…
Ormai si era già fatto buio quando Marco parcheggiò la macchina nel parcheggio del ristorante dove aveva prenotato. Scese e si diresse verso l’entrata con l’anello in mano quando i fanali e il rumore di una macchina gli attirarono l’attenzione e riconobbe la macchina di Irene, corse verso di essa ma lei non lo vide e si allontanò con velocità. Marco vide l’ora ma l’orologio si era rotto, e lui pensò che fosse troppo tardi a causa dell’incidente e si vede che Irene l’aveva aspettato fino a quando non si era stancata e poi se ne era andata sicuramente offesa visto che non l’aveva neanche telefonata visto che il cellulare era rotto. Vide l’anello e gli dispiacque di non essere potuto arrivare in orario perché avrebbe voluto che fosse una serata importante che avrebbero festeggiato ogni anno. Ma lui non voleva arrendersi, adesso avrebbe preso la macchina e l’avrebbe seguita fino a casa. All’improvviso si sentì chiamare.
- Ehi Marco!
Si girò e vide una sagoma fragile e delicata che gli si avvicinava con passo leggero, e con la luce della luna sui capelli che dava un aria onirica.
-Non mi riconosci?
Lei si avvicinò.
- Michela?! Il dolce suono della sua voce saturò l’aria notturna, e lui ripensò dolorosamente che una volta quella risata apparteneva solo a lui.
- Michela!
Lei si avvicinò ancora di più, guardandolo negli occhi, sorridendo, lui sentì il suo cuore cominciare a battere rabbiosamente nel pe

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   2 commenti     di: suzana Kuqi



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