Marco vide l’ora e premette l’acceleratore pensando che non fosse affatto carino far aspettare Irene stasera. Accanto al sedile, in un astuccio aperto brillava la pietra di un anello che lui si girava ad ammirare volta dopo volta. Le sarebbe piaciuto? Avrebbe detto di ‘’si’’?
All’improvviso un camion piombò alla sua destra e quando se ne accorse fu ormai troppo tardi. Spinse i pedali fino in fondo e il loro rumore sull’asfalto gli sembrò come l’urlo di una bestia spaventata quando fiuta il pericolo…
Ormai si era già fatto buio quando Marco parcheggiò la macchina nel parcheggio del ristorante dove aveva prenotato. Scese e si diresse verso l’entrata con l’anello in mano quando i fanali e il rumore di una macchina gli attirarono l’attenzione e riconobbe la macchina di Irene, corse verso di essa ma lei non lo vide e si allontanò con velocità. Marco vide l’ora ma l’orologio si era rotto, e lui pensò che fosse troppo tardi a causa dell’incidente e si vede che Irene l’aveva aspettato fino a quando non si era stancata e poi se ne era andata sicuramente offesa visto che non l’aveva neanche telefonata visto che il cellulare era rotto. Vide l’anello e gli dispiacque di non essere potuto arrivare in orario perché avrebbe voluto che fosse una serata importante che avrebbero festeggiato ogni anno. Ma lui non voleva arrendersi, adesso avrebbe preso la macchina e l’avrebbe seguita fino a casa. All’improvviso si sentì chiamare.
- Ehi Marco!
Si girò e vide una sagoma fragile e delicata che gli si avvicinava con passo leggero, e con la luce della luna sui capelli che dava un aria onirica.
-Non mi riconosci?
Lei si avvicinò.
- Michela?! Il dolce suono della sua voce saturò l’aria notturna, e lui ripensò dolorosamente che una volta quella risata apparteneva solo a lui.
- Michela!
Lei si avvicinò ancora di più, guardandolo negli occhi, sorridendo, lui sentì il suo cuore cominciare a battere rabbiosamente nel pe
“Ben arrivato professore, ha fatto buon viaggio?”
“Poteva andar meglio mio caro Carlo. "rispose l’uomo con un accento tipicamente nordico- Il mio aereo è partito da Londra con ben quattro ore di ritardo. Contavo di arrivare a Roma per ora di cena e invece….”
“Non si preoccupi professore, se vuole posso servirle qualcosa da mangiare. Non sono uno chef ma da buon italiano so cavarmela bene anche in cucina.”
“ Vi ringrazio ma non è proprio il caso, "rispose- sono talmente stanco, a quest’ora, che non vedo altro che un buon letto. Piuttosto mi usi una gentilezza: Ho già chiamato mia moglie non appena arrivato all’aeroporto di Ciampino, non più di mezz’ora fa ma sa come sono le donne? Nel caso domattina non dovessi svegliarmi per le otto, chiami lei stesso questo numero da parte mia, chieda di mia moglie e me la passi direttamente in camera.”
“Stia tranquillo professore, sarà fatto!”
Howard Breadley aprì la tenda e guardò fuori della finestra della sua camera d’albergo. Erano appena le sette del mattino, il cielo era terso ma si accorse che durante la notte la temperatura doveva aver raggiunto valori molto bassi, i tetti circostanti, infatti, erano completamente ghiacciati.
Sbadigliò un paio di volte poi stiracchiò le braccia per ridestarsi dal torpore. Intanto, attraverso i vetri, guardava S. Pietro in Vincoli sonnecchiare ancora. A quell’ora la vita della città non aveva certo ripreso il suo pieno ritmo. Si trovava a Roma solo dalla notte prima ma conosceva la città abbastanza bene. C’era stato molte altre volte ed ogni volta ne rimaneva completamente ammaliato. Mentre osservava distrattamente quell’ inconsueto scenario, iniziò ad organizzarsi mentalmente la mattinata, non voleva perdersi neanche un’ora di quella vacanza ma non aveva fretta, quindi l’avrebbe vissuta con la massima calma ed in tutto relax. In realtà non si trattava di un viaggio di piacere vero e proprio. Stava
Ricordo poco. Faccio fatica anche solo a ricordare il mio nome…mi sembra Agata Palombo. Penso di chiamarmi così, ma non ne sono sicura. Che cosa strana non ricordo neanche da quando non ricordo, già perché se non ricordo non posso ricordare, logico.
Per avere memoria di quello che mi passa attorno mi trovo a dover appuntare tutto quanto mi succede su piccoli pezzi di carta per poi dimenticarmi anche dove li ho messi.
Una malattia? No, nessuna malattia, solo la vita. Ho vissuto a lungo, così a lungo da non ricordare più neanche da quanto. Ogni tanto rovistando tra i cassetti di casa trovo qualche appunto con scritte delle date, allora riesco ad avere dei punti fermi. Nel 1965 c’ero già! Ma avevo dei ricordi? Non lo so, non ricordo. Buffo?
Sono una donna matura ormai, non anziana, ma matura si. Ogni giorno mi guardo allo specchio per ricordarmi come sono fatta. La cosa bella di questa malattia è che non ricordandomi come ero non sento il peso della vecchiaia che avanza, ogni giorno mi guardo sempre con occhi diversi e nuovi. Però l’età avanza e anche se non mi ricordo il passare del tempo, questo scorre lo stesso.
Non so se ho mai amato qualcuno. Non penso neanche si avere dei figli. Oppure sì. Poco fa è stato a trovarmi un uomo con un bambino piccolo in braccio con degli occhi azzurri come il cielo, questo me lo ricordo. Devo quindi ricordarmi di scrivere che questo me lo ricordo. Almeno so cosa mi sono ricordata e cosa mi devo ricordare.
Casa mia è piena di fotografie, immagino che alcune siano mie, ma non ne sono sicura, ho dovuto catalogarle tutte aggirandomi per casa con uno specchietto, mi guardavo poi guardavo la foto e poi aggiungevo un’etichetta. Nelle immagini dove non mi riconoscevo mettevo un semplice punto di domanda, nella speranza di poter un giorno ricordare chi fosse.
Ricordo poco. Non so se è un bene o un male rispetto a quelli che ricordano. I ricordi possono essere pesanti da sopportare, ma almeno danno la co
"Chi sono questi -altri-"?"
"Faresti meglio a dire -chi erano- visto che sono morti tutti."
"Frena un attimo Juliette; mi scuserai ma non ci sto capendo veramente un cazzo! Perché tua sorella e tuo padre dovrebbero tentare di ucciderti? E come fanno ad essere tutti morti!"
Juliette si spaventò nel sentirlo alzare leggermente la voce e si strinse contro lo schienale del divano. Il ricordo della sorella che tentava di ferirla con un coltello le apparve nitido nella testa. Iniziò a piangere.
"Non lo so!" rispose alzando la voce a sua volta. Una piccola lacrima si staccò dalla palpebra scendendo solitaria lungo la guancia; non tentò nemmeno di asciugarla perché sapeva ne sarebbero arrivate altre. "Ad un certo punto è stato come se..." un violento singhiozzo la obbligò ad interrompersi. "... come se fossero impazziti. E non è successo solo a loro, ma anche ad altre persone."
Patrick vide con chiarezza il coraggioso tentativo di Juliette di non lasciarsi andare ad un pianto dirotto, ma terminata la frase cedette, facendolo sentire un perfetto idiota.
"No ti prego, non piangere. Sono stato uno stupido ad alzare la voce..."
Lei agì istintivamente buttandosi tra le sue braccia; non si accorse nemmeno di averlo fatto fino a che non senti le mani di lui accarezzarle con dolcezza la schiena.
"Ho paura Patrick, tanta paura." Ora a lui sembrava di abbracciare una bambina indifesa e si domandò cosa avesse davvero visto prima di fuggire nel deserto.
Il mistero non faceva che infittirsi sempre di più.
Rimasero così per un tempo indefinito, tanto che Patrick iniziò a pensare potesse essersi addormentata; venne subito smentito da un suo movimento.
"Va meglio?" le domandò prendendola per le spalle e guardandola dritta negli occhi. Quella mossa si rivelò essere un errore; erano talmente belli che fu colto da un fortissimo desiderio di baciarla. Resistette a fatica dandosi anche dell'idiota per il solo pensiero.
"Molto meglio grazie!"
"Cosa vuoi fare ora? P
Napoli, sono circa le dieci del mattino.
È una soleggiata giornata di maggio che con il suo caldo abbraccio, avvolge tutta la città, vicoli compresi e n’esalta la magnificenza, insieme con quella del suo golfo, dove Napoli, con imperturbata bellezza, vi si adagia pigramente, mollemente cullata dal respiro del suo mare.
“Ué, Ciro, stai dinto?” Dice Gennaro con un tono di voce forte, per farsi sentire fin dentro la pizzeria di Ciro, che aveva la serranda abbassata per metà.
“Si Gennà, stò cà!”
“E che stai a fa? Oggi nun è o juorne e ripose?”
Ciro, rispondendo sempre da dentro: “Né Gennà, so’ trasite dinto a pizzeria, pe’ vedé si tutte 'e ccose sò a poste! Aspiette ‘nu pucherille ch’agge fernuto, vuò trasì?” “No Cì, t’aspiette cà, ma fa ampresse ch’ ‘a jurnata è bell’assaie! Nun a vulisse passà tutta annanze a pizzeria toia, né!”
“Uè Gennà, cumme si scucciante, t’agge ditto ch’agge fernute…statte carme nu mumiente!” Poi con voce sommessa: “Maronne, cumm' è agitate, sempre accussì, cumme s’avisse a fa quacche cose d’importante!”
“È ditte quacchecose, Cire?” “ No Gennà, n’agge ditte niente!” E con un filo di voce: “Che scassacazze, stu cristiane!”
I nostri due amici, Gennaro Platone e Ciro Aristotele, che si conoscono da oltre quaranta anni, fin da quando, appena ragazzi, le rispettive famiglie, abitanti nello stesso vicolo, fecero amicizia, da allora non fanno altro che stuzzicarsi a vicenda, si prendono sempre in giro e, la cosa più importante, dibattono spesso sulle cose più diverse, tanto sono compresi dei loro cognomi, dal filosofeggiare su tutto e tutti, con risultati il più delle volte ridicoli, per chi ha la sventura di ascoltare le loro discussioni.
Com’è costume a Napoli, sono stati soprannominati: ”E doie filosofe”. In questa definizione c’è tutta la bonomia e l’ironia tipica dei napoletani. Gennaro è o filosofe che nun fatig
Le sette e trenta. Tra poco vado, anzi è meglio che vada subito, sì, così trovo un posto per sedermi, è inutile perdere tempo, poi non trovo mai un minuto per fare qualcosa d’altro. Me lo dicono sempre tutti che è importante ritagliarsi degli spazi. Che so, per uscire con gli amici, per fare un bel giro in bicicletta. È una vita che non prendo la bicicletta ora che ci penso, la mia bella Daccordi blu, pagata una cifra, è giù in cantina a fare la ruggine. Fa niente, ora mi tolgo questo pigiama, chè non sta bene vagolare per casa in pigiama, poi la barba, un cappuccino e via.
Non ci vedo niente di male a rimanere in piagiama tutto il giorno, ma poi la sera non ci sarebbe nessuna soddisfazione a rimetterlo, intendo, a cambiarsi d’abito, a dichiarare a se stessi di essere pronti per andare a letto, non necessariamente a dormire. Dormire è un’altra cosa.
Fuori è ancora buio, filtra appena la luce opaca di un lampione dalle persiane tutte sconnesse. D’estate è impossibile dormire fino a tardi se non si sopporta la luce. Ma ora è meglio che mi vesta; raggiungo a tentoni l’armadio, non trovo nemmeno la torcia che tengo sul comodino, fa niente, ce la faccio lo stesso, è casa mia, saprò trovare l’anta di un armadio! Eccola, forse ci sono; scorro il legno con la mano finchè non trovo la piccola serratura, ci infilo un dito e tiro verso di me, affondo le mani nel buio ancora più buio di quell’antro e provo a riconoscere i vestiti dalla stoffa: lana, lana, cotone, ancora lana, cotone, un pile… ecco, questa è una camicia, ve bene la prendo, tanto una vale l’altra oggi; poi un paio di scarpe, le calze, un maglione. Ecco fatto. Esco dall’oscurità, vado verso il soggiorno, i miei occhi si abituano alla luce. È una piccola grana non tollerare la luce diretta, specie appena sveglio. Ma il vero fastidio è dover ripetere questa recita della vestizione ogni santo giorno. Ci si fa l’abitudine, dicono. Sarà, ma in vita mia non mi sono mai abitu
Selena aprì il grosso pacco che le aveva appena consegnato il postino, scartando l’involto con ansia febbrile. Non vedeva l’ora di avere fra le mani ciò per cui aveva tanto atteso. Sollevò il coperchio ed eccola lì… l’agendina elettronica che aveva sempre sognato. Era rettangolare, di un blu intenso, simile ad un qualunque comune astuccio. La aprì e si presentarono al suo sguardo una serie di tasti neri e lucenti. Le lettere dei tasti erano bianche ed in rilievo. Vi passò sopra le dita, provando un brivido alla sensazione dei suoi polpastrelli che sfioravano quelle lettere, che l’ attraevano come una calamita.
L’aveva ordinata circa un mese prima ad un’asta su Internet, per un prezzo più che ragionevole; passava molte ore al giorno navigando su Internet, cercando di isolarsi da un mondo, che del resto, non mostrava il benché minimo interesse nei suoi confronti. I suoi genitori assecondavano volentieri i suoi capricci, pur di non sentire i suoi continui piagnistei, rassicurandola che no, non era affatto grassa, che era solo “robusta”, che aveva le ossa grosse e tutte quelle balle stratosferiche che un padre o una madre si ripete come un mantra per non dovere ammettere a se stesso, che sì, effettivamente, c’è qualcosa che non va. Ciò infatti significherebbe mettersi lì e parlarne seriamente; e Dio mi è testimone che lo farei se avessi tempo, ma torno a casa stanco dal lavoro e devo ancora finire di mettere in ordine il materiale per la prossima riunione, ma sì che ci parlo con mia figlia, ma sono anche una donna, non solo una madre, ho una carriera da portare avanti… così continuavano a ripetersi Jhon ed Elise Graham, convinti di essere ottimi genitori perché erano sempre disponibili ad aprire il portafoglio con un sorriso, quando la loro gioietta, che pesava qualcosa come 85 chili, chiedeva soldi per compensare l’immenso vuoto della sua vita. Non le chiedevano mai cosa facesse ore chiusa in camera, il volto tondo e inespressiv
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