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Racconti del mistero

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La Maledizione di Gutenberg

Un libro è come un viaggio.
Prima di iniziarlo, sarebbe bene
farsi un'assicurazione sulla vita.





La stanza era al buio. Solo un raggio di sole, compatto come un laser, entrava dal piccolo buco al centro di uno scuro. Nel suo procedere senza indugi, andò a colpire uno specchio, rimbalzò contro l'elsa di una spada appesa alla parete, per stamparsi dritto dritto sulla palpebra sinistra di Giovanni Vanishing, ancora immerso in un sonno comatoso. Infastidito da quel calore, l'uomo, nel tentativo di scacciarlo, cominciò ad agitare in aria la mano, come si trattasse di una mosca. Visto che ogni sforzo risultava vano, alla fine si arrese, e aprì, seppur controvoglia, prima un occhio poi l'altro. Rimase così, le pupille sbarrate, per alcuni, lunghi minuti. Mentre il cervello tardava a carburare.
Doveva procedere a piccoli passi, per evitare la solita emicrania. Prima di tutto era di vitale importanza realizzare, in modo inequivocabile, che non stava sognando. Poi, mettere bene a fuoco dove si trovava, visto che la schiena dubitava fortemente trattarsi del letto di casa. Quando la nebbia che avvolgeva i solchi dei due emisferi si diradò, le sinapsi fecero contatto, i neuroni cominciarono a comunicare, tutto fu chiaro. Si trovava a Magonza. Quanto al perché, lo scopriremo in seguito.
Uscito da quello stato di incertezza, si accorse di avere un grosso peso che metteva a dura prova il diaframma. Accese la luce, abbassò lo sguardo, e vide, davanti a sé, un tomo aperto, rovesciato, che si ergeva al centro del suo corpo come una montagna. Tanto voluminoso da inibirgli il panorama dal pisello in giù. Era il libro che stava leggendo prima di sprofondare nel sonno. Una mappazza di oltre duemila pagine. Tutte le certezze acquisite fino a quel momento entrarono improvvisamente in crisi. Anche perché la cosa si stava ripetendo, sempre identica, già da alcune mattine. Il cuore cominciò a pompare a mille. Calma e sang

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Dove portano le Strade 2

La polizia aveva trovato la sveglia puntata sulle otto.
Possiamo immaginarlo così Tommaso: si sveglia magari di soprassalto, nel mezzo di un sogno vivido; oppure è già sveglio, che si rigira da qualche minuto nel letto aspettando lo squillo che lo spingerà ad alzarsi.

Povero Tommaso, lui non lo sapeva, ma dal momento in cui si alza parte un conto alla rovescia: le ultime ventiquattro ore della sua vita.


* * * * * * * * *

Ore 8:05

Come tutte le mattine fece una colazione veloce, guardando fuori dalla finestra della piccola cucina. Le vacanze erano per lui occasione di pensare al passato, come tiepida malinconia.

Nostalgia alimentata dai raggi del sole che obliqui entravano dalla finestra scaldandolo: fuori le montagne illuminate in tutto il loro splendore.

Il Monte Rosa brillava completamente libero da nuvole: un'eventualità che capitava una o due volte al mese a Macugnaga. Dopo i temporali del giorno prima era quasi una benedizione - pensò -, la giornata ideale per una gita verso i pendii più elevati.

Aveva deciso che si sarebbe recato al rifugio Zamboni.

Questo avamposto sperduto si trovava su un altipiano naturale ad un altezza di circa 2000 metri. Il paesaggio se lo ricordava maestoso, con la sua immensa conca verde circondata su tre lati dalle immense pareti rocciose.

Prese una guida e ripercorse brevemente l'itinerario da seguire.

Per raggiungerlo - lesse distratto - un sentiero che, dopo un primo tratto quasi pianeggiante, molto noioso, attraversava un bosco per salire aereo fino ai piedi di un ghiacciaio.

Ricordò quando l'aveva percorso l'ultima volta.

Era una camminata lunga ma semplice: giunti al ghiacciaio si passava su un ammasso di piccole rocce che permettevano di superare agevolmente il tratto gelato ed arrivare ad un enorme prato. Il percorso si snodava quindi su una cresta che divideva in due l'immenso anfiteatro naturale: si arriva

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   0 commenti     di: paolo molteni


Supercortemaggiore (ultima parte)

"Ho paura, tanta paura. Stammi vicino, aiutami" Acquasanta mi stringeva convulsamente la mano. Era bianco come la neve per il terrore della morte e la consapevolezza che stava per arrivare da un momento all'altro. Aveva sempre desiderato girare il mondo e conoscerlo tutto ma si era dovuto accontentare di visionare decine e decine di videocassette, in pratica un vero e proprio condensato del pianeta. Aveva lo sguardo perso chissà dove e io rimasi ad assecondarlo fissando il medesimo punto, forse nella speranza di vedere ciò che egli vedeva. Ritornai al triste presente quando la sua mano si posò sulla mia, mi girai verso di lui e gli sorrisi. Egli mi guardava con dolcezza, poi disse:
"Povero Manodritta! Dopo di me resterai solo, senza amici, solo con i ricordi. Come vivrai?" Aveva ragione. Lui era l'ultimo del gruppo, un gruppo incredibilmente sfortunato il nostro poiché tutti erano morti prematuramente ed accomunati da un solo particolare: erano tutti celibi, così nessuna moglie e nessun figlio avrebbe pianto e sofferto, tranne me unico superstite.
Il respiro di Acquasanta si stava facendo convulso, probabilmente stava per sopraggiungere una crisi di terrore, sentii la sua mano posarsi sulla mia e stringere. Le dita erano fredde, esili e al contempo forti. Pensai a qualcosa da dirgli, qualcosa che lo distraesse, ma non sapevo cosai. Ero ancora alla ricerca di un convenevole quando mi accorsi che ma ormai giaceva con la bocca socchiusa e gli occhi dilatati. Mi sono sempre chiesto quale sia stato il suo ultimo pensiero.
Una mano mi sfiorò con amorevole delicatezza la nuca, era la mamma, comparsa come di incanto. Il suo tocco mi infuse coraggio e sempre con lo sguardo calamitato su Acquasanta le parlai:
"Anche io ho tanta paura mamma, come lui."
"lo so tesoro, per questo sono qui"
"Si ma un giorno mi lascerai"
"No, ti sarò sempre vicino, ogni volta che mi vorrai ti basterà pensarmi"

* * *

Non vi era alcuna fonte luminosa eppure in quel sotterraneo

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   5 commenti     di: Michele Rotunno


Il baule

Ero ormai affondato da anni, giacevo nel fondale marino senza pensieri, anche perché in realtà, per quanto mi riguarda, non ero nessuno. O forse si. So solo che sono in grado di ragionare, di pensare, capire, sentire, ma non di farlo nella mia ''persona'' o ''essere'' che sia. Non sono in grado di identificarmi da qualche tempo, da qualche tempo fa o da sempre! Sono rinchiuso qui, in un luogo che è qualcosa di più di un oceano, in un luogo mai superato, mai compreso, rinchiuso insieme ad un baule ad elevatissime profondità, incastrato da una "barriera invisibile ed indistruttibile''.

Ora avverto degli strani rumori, di cui non riesco nemmeno minimamente ad immaginarmi l'origine. Sento come come una pressione, un fischio. Che anomalia!
In questo preciso istante vedo un uomo dirigersi verso di me, non credo mi veda, credo piuttosto sia altamente interessato al baule, e penso che pure lui, come me, non sia in grado di superare la barriera. Ecco, ora si avvicina con molta cautela, e noto che non è solo. Insieme a lui un suo simile, più delicato, con dei lunghi capelli ed un viso angelico. Non saprei come chiamarlo, forse non ricordo più, forse non l'ho mai saputo, ma son certo di aver visto questa figura da qualche altra parte, ne sono sicuro!
Magari mi tireranno fuori da qui, ma sicuramente per ciò provo indifferenza, non mi importa, è come se qualcuno avesse voluto strapparmi via le emozioni con tanta violenza, e devo proprio ammettere che colui che ci provo, completò la sua opera con successo. Ma ora è meglio lasciar perdere le mie riflessioni, continuando a stare attento ad ogni minimo dettaglio di tutto ciò che mi sta accadendo ora. Ecco, i due tentano di raggiungere il baule, ma improvvisamente : >. L'uomo si fermò di scatto impedendo, con la forza, al suo simile di avanzare. Questo poiché egli provava paura, timore, ma anche tanta curiosità. Solo per questo forse, si e` soffermato a pensare. Ora pero` credo si sia veramente deciso, me lo sen

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   1 commenti     di: Giulia


Piccolina 2, l'addio

Sto piangendo, e per non fartene accorgere, affondo il viso nel tuo petto, però tu, sensibile come sempre, mi accarezzi il collo e la testa e mi sussurri tenerezze per cercare di consolarmi.

È ridicola questa inversione i ruoli, tu, la piccola, e tenera, e docile bambolina, che si prende cura del vecchio barbagianni.

Dovrei essere io la tua guida, il tuo faro, la tua sicurezza, e invece…..
Invece piango, e più sento il tuo amore incontaminato e più mi sento felice e sgomento allo stesso tempo.
Felice perché capisco che stai con me per amore, e non per patetica compassione.
Sgomento perché non so mantenere il ruolo di “duro” di “macho” di “pater familia” e piango, e ti stringo fino a farti male; sono debole e tu mi fai sentire forte, sono insicuro e tu mi dai certezze, sono avvilito dalla vita ma tu riesci a strapparmi un sorriso.

E non è forse, tutto questo, amore?

Grazie, piccolina, forse un giorno riuscirò a ripagare tutto questo. Forse un giorno tu, sarai orgogliosa dell’amore che mi hai così liberamente, saputo donare. Forse un giorno, quando ti lascerò, sola per sempre, custode del mio ricordo, ti sembrerò migliore di quel che sono, migliore di quel che sono stato, o che ho cercato di essere, e l’urna delle mie ceneri ti osserverà crescere, smisuratamente bella, incontenibilmente donna!

Addio piccolina, non saprò mai come sono riuscito a far entrare nel mio cuore, tutto l’amore che provo per te!
Addio piccolina! L.

( un mese dopo aver scritto questa lettera, L ci ha lasciato, uno dei miei alter ego, il migliore, direi, non c’è più, eppure nel mio ricordo, come il limo del Nilo, è presente anno dopo anno)

   9 commenti     di: luigi deluca


BRUTTO E DANNATO

Dicembre di un qualsiasi anno.

Lei era bellissima…
Forse era la più bella tra tutte le ragazze che fino ad allora avevo incontrato.
Quel suo modo di mantenere la sigaretta tra le labbra, come farebbe un maschiaccio, mi aveva fin da subito rapito.
Non tutte le donne hanno classe.
Non tutte le donne che hanno classe, la conservano nel tenere tra le labbra una sigaretta.
Era capace, benché avesse delle labbra molto carnose, di non sporcarle col suo rossetto neanche un po’.
Per giorni e giorni… avevo passato il tempo a guardarla da lontano.
Avevo avuto il tempo di osservare ogni suo gesto, ogni suo movimento con le mani. Anche il più semplice, anche il più insignificante.
Lei non si era mai accorta di me.
Io avrei potuto perdermi nel blu dei suoi occhi.
Oppure rimanere per sempre avvinghiato ed intrappolato nella sua bellissima chioma bionda.
E avrei voluto mordere quelle labbra.
Ma non potevo.
Non dovevo.
E intanto continuavo ad osservarla.
Prima da lontano.
Poi da vicino, sempre più vicino.
Lei, invece, continuava a non accorgersi di me.
Lei era una ragazza solare e piena di vita.
Sempre sorridente, allegra… e con quella sigaretta perennemente sulle labbra… che le conferiva quell’aria da maschiaccio che quel bellissimo corpo e quel viso così delicato mai avrebbe potuto tradire.
Io invece ero sempre vestito di nero.
Occhiali neri. Cappello nero. Vestito e guanti neri.
Io non ero affatto bellissimo.
E comunque lei non si era mai accorta di me.
Eppure io trascorrevo a volte anche delle ore a guardarla. Ad osservarla.
Qualche volta ne ho anche seguito gli spostamenti.
Potrei descrivere perfettamente il percorso che fa ogni mattina quando si reca al lavoro. L’orario in cui esce da casa.
Le tappe che affronta.
Le persone che incontra.
A che ora torna a casa.
Potrei ossessivamente descrivere com’era vestita ieri, e ieri l’altro, ed il giorno prima, e quello prima ancora.
Conosco tutte le sue amiche. I suoi amici. Le p

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   3 commenti     di: Ettore


Il condominio

Improvvisamente a Milano dove un tempo c’era il luna park delle Varesine, in viale della Liberazione, è cresciuto in pochissime settimane un nuovo condominio. Gli abitanti della zona se ne accorsero solo quando il nuovo grattacielo con la sua altezza nascondeva a loro la luce del sole.
Il palazzone era enorme, bello a vedersi e realizzato con materiali che sembravano molto costosi. Tre porte d’ingresso, cinque ascensori, quindici piani e dai cinque agli otto appartamenti per piano.

Il caseggiato era di forma quasi circolare, sembrava un grande cilindro non chiuso, l’unico anello completo era quello del tetto che ricopriva tutto il palazzo e faceva da grande e altissimo arco nella parte dove l’edificio rimaneva aperto. Dentro c’era un piccolo giardino ben curato, alcuni giochi per i bambini, lo scivolo, l’altalena, delle panchine per le mamme e qualche pianta.
All’esterno la facciata, di ferro e grandi finestre di vetro brunito, era perfettamente liscia. Gli unici balconi si aprivano sull’interno, mentre il tetto dalla morbida forma ricurva era un enorme terrazzo verde di piante e colorato di fiori diviso in più parti a seconda del numero degli appartamenti sottostanti. C’era qualcuno che aveva fatto mettere anche una piccola piscina privata.

Dall’alto dei quindici piani si godeva una vista spettacolare e unica in tutta Milano. Nelle giornate limpide le montagne di Lecco sembravano talmente vicine da poterle quasi toccare. Si vedeva il grattacielo Pirelli, la Madonnina del Duomo, e la stazione di Porta Garibaldi così piccola da sembrare quasi un modellino. Insomma era un condominio di grande prestigio. Fuori sul portone c’era ancora un cartello che diceva: “vendesi appartamenti signorili di diverse metrature”.

23 maggio. Il signor Umberto Pirola era lì fuori seduto su una panchina che aspettava l’agente immobiliare per andare a vedere una proposta di vendita. Era un uomo di circa sessant’anni, preciso e abitudinario. Guard

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