Il primo Natale di Bartolini Francesco, di cui lui ebbe memoria solamente attraverso i ricordi dei parenti, fu in una stalla. Dicono accadde per caso. C'era la guerra, i contadini si rifugiavano sulle montagne ed assaltavano i nemici piombando loro addosso come delle furie. Le case non andavano più bene per star tranquilli, c'era il pericolo di una retata, così molti si trasferivano in vecchi casolari, e rimanevano lì per molto tempo. Fu così che la prima cosa che vide Bartolini Francesco quando non fu sua madre, bensì un grosso porco dal colorito marroncino che in quella stalla era stato portato insieme a due buoi e a un pollo dall'aspetto smagrito. Da quel momento in poi fu celebre la fobia di Bartolini Francesco per i suini. Traumi dell'infanzia che ritornano. Dunque, Bartolini nacque il giorno di Natale, e tutti dicono che è così bello nascere il giorno di Natale. C'è la neve, e in effetti quel giorno la neve c'era. C'è il vischio, e in effetti quel giorno il vischio c'era, sebbene imbrattato dallo sterco di porco. C'è anche il tepore del caminetto acceso, ma quello nella stalla non c'era, anzi, si schiattava di freddo e pare ch il padre di Bartolini Francesco, nel buio della notte, tentando di abbracciare la moglie per riscaldarsi finì con l'abbracciare sempre il famigerato e grasso suino, che taluni sostengono essere non molto diverso in aspetto dalla donna. Comunque, se tutti vogliono nascere a Natale, Bartolini Francesco considerò tal fatto sempre un'enorme sfortuna. <<Bello! Bello nascere a Natale! Così poi di regalo te ne fanno uno solo, per Natale e per il compleanno. E ti dicono che quel regalo vale per due. Ma col cazzo che ti fanno due regali!>>. Ovviamente il regalo per il primo Natale di Bartolini Francesco fu la vita, e si può quindi dire che per quell'anno gli andò molto bene. Di lì a pochi giorni suo padre avrebbe rischiato di essere schiantato da una mitraglia nemica, ma si salvò per il rotto della cuffia. Fu arrestato. Lo libera
[continua a leggere...]È una notte senza luna e senza stelle. Peppino, spinto dal vento gelido di tramontana che spazza il vicolo stretto, arriva a mente fino allo slargo dove termina il paese. Ha la vista appannata perché ha bevuto il residuo dei fondi di bicchiere che ogni sera gli lascia da parte l'inserviente, fuori dal bar, vicino al bidone dell'immondizia. Sa d'aceto e di tappo, ma riscalda lo stesso. Alla mensa dei poveri ha trovato solo una fila interminabile. Alla fine ha rimediato pane vecchio e bucce di formaggio, ne ha messo via una parte nella busta di plastica, con gli avanzi di pollo della rosticceria e una fetta di panettone quasi intera, caduta di mano a qualche bambino distratto o capriccioso. Da dividere coi cani che gli scodinzolano dietro e lo aspettano, o per domani.
Se anche dovesse esserci, per lui, un domani. Per lui che ha visto andare in fumo tutta una vita, senza più ieri né oggi. Appena fuori dal paese ci sono le grotte scavate nel costone ripido della roccia. Nel secolo scorso ci stavano i briganti e i contrabbandieri, ora ci vivono solo i barboni. Sistema alla meno peggio i cartoni per la notte e si rincantuccia sotto la coperta di sacco.
Miriam ha viaggiato per due giorni e due notti. All'alba, quando ha passato la frontiera, le è sembrato un miraggio. È partita da sola in mezzo a tanti, nascosta nel ventre di una nave diretta in Italia. Italiani, brava gente, dicevano. Al suo paese c'erano state le suore missionarie italiane, Miriam aveva studiato catechismo con loro, ricorda tante parole d'italiano.
Ora, nel buio della stiva, vede ancora il villaggio avvolto dalle fiamme che divorano le piantagioni di mais e di zucche. Ha venduto i maiali e gli zebù della sua famiglia per pagarsi il viaggio. Non lascia nessuno, solo capanne d'argilla distrutte ai confini del deserto, e morte. Allo sterminio della sua famiglia nubiana non è sopravvissuta che lei, designata dalla sorte a custodire il vapore, il fantasma della sua gente che, si
Strappò di netto la carta argentata, aiutandosi con i denti,
quasi inghiottendo il fiocco blu.
Con un pugno sfondò il cartone rinforzato e con il piede allargò il varco, estraendo il delicato vaso di porcellana dalla forma quasi eterea.
Grugnì soddisfatto.
"Cavolo, di nuovo il Natale", pensava Christian ogni anno, quando si avvicinavano le feste. "Deve venire per forza tutti gli anni?"
Ogni volta, verso Dicembre, chiudeva gli occhi e sperava che qualcuno gli comunicasse che erano sospesi tutti i festeggiamenti natalizi. Niente regali, niente letterine a Babbo Natale. Tanto per lui era inutile.
Erano ormai tre anni, da quando aveva imparato a scrivere, che chiedeva a quel vecchio signore con la barba bianca un regalo speciale, la cosa più importante del mondo: una mamma. Non ne aveva mai avuto una. Quella che lo aveva partorito, lo aveva abbandonato vicino ad un ospedale, disteso in una cassetta, una di quelle per i pomodori. A volte pensava che sarebbe stato meglio per lui essere un pomodoro. Avrebbe allietato il pranzo di qualcuno, per poi sparire per sempre dopo la digestione.
Voleva una mamma, una vera, tutta per lui. Insieme agli altri bambini viveva bene, era felice. Erano tutti simpatici, giocavano insieme, facevano i compiti, si divertivano. Quella grande, bellissima famiglia, non gli faceva mancare niente. Eppure lui desiderava una mamma. Ogni volta che ci pensava, nel suo lettino azzurro, immaginava come sarebbe stata: alta, bassa, bionda, bruna. Poi si diceva che voleva semplicemente una che gli volesse bene, come una mamma vuole bene al suo bambino. Non gli importava l'altezza, il colore dei capelli, degli occhi.
In casa famiglia tutti gli volevano bene, ma l'amore di una mamma è speciale. Lui lo sapeva, anche se non l'aveva mai provato. Lo immaginava come un dolce profumo di fragole, che gli arrivava al naso ogni volta che sognava il giorno in cui sarebbe si sarebbe avverato il suo desiderio.
Anche quell'anno, inesorabile, il Natale era alle porte, e Christian aveva scritto la sua solita, densa, bellissima lettera piena di speranza. La mattina del 25, in casa famiglia, tutti i bambini correvano verso l'albero, alla ricerca del regalo richiesto. Quello di Christian era in una piccola scatol
Le feste rendono l'aria intorno a noi magica, serena e speciale... ed io ho attorno delle persone che rendono la mia vita così 365 giorni l'anno... grazie, grazie a voi amici miei... Auguri.
Provo a mettere a nudo il mio pensiero...
Quando le mie incertezze rigavano di lacrime il mio volto, quando le mie paure riempivano le mie giornate, quando i fantasmi del passato popolavano le mie notti, quando sola e distrutta dal dolore per la morte della mia compagna ho incontrato voi... e da quel momento la mia vita è cambiata.
Grazie per aver condiviso con me i giorni in cui la malinconia mi riportava indietro nel tempo, facendo riaffiorare le mie incertezze, i miei incubi. Grazie a tutti quelli che con il loro calore hanno fatto si che i miei problemi si sciogliessero come il mare fa con il sale.
Fermare il tempo, ecco la magia che vorrei fare... sì, fermarlo per far si che i momenti migliori vissuti insieme con voi non passino mai. Vorrei che quei giorni indugiassero sempre vivi nei nostri cuori.
Ci sono valori nella vita che, al di là di tutto, vanno protetti, vanno difesi perché come un tesoro nascosto, non vengano contaminati da persone che non conoscono il valore dell'amicizia. Quando si ha la fortuna di incontrare, come è successo a me, persone genuine e sincere, bisogna sapersele tenere strette al cuore.
La vita mi ha insegnato che la vera amicizia è quella che in modo disinteressato e senza secondi fini si offre agli altri. Mille e mille frasi, mille parole affollano la mia mente, alcune belle, altre brutte ma una sola mi esce dal cuore: VI VOGLIO UN MONDO DI BENE.
Mi avete fatto ridere, avete fatto in modo che la mia tristezza svanisse come neve al sole, mi avete permesso di confidarmi con voi, mi avete fatto vedere la mia "disgrazia" con più serenità. Io vi ho reso partecipe del mio dolore per mezzo dei miei scritti e voi mi avete reso onore leggendo e commentando le mie poesie... Grazie amici miei.
È toccante riconoscere com
La serata era umida e fredda, mancavano ormai pochi giorni per il Natale e le vetrine erano tutte addobbate con calcomanie e luci multicolore. I negozi colmi di gente sorridente che sceglieva i doni per le feste e scambiava gli auguri con conoscenti e commessi. Le strade ed in particolare la via principale del paese erano illuminate a giorno, tra i passanti allegri babbi natale con la classica casacca rossa, cappello bianco e rosso e la lunga barba, posticcia, bianca, intonavanole tradizionali canzoni natalizie. Dalle pasticcerie si spandeva il profumo di fragranti dolci e dei torroni, era proprio bella quell'atmosfera di festa. In un angolo, seduto al bordo del marciapiede, un uomo di piccola statura con i capelli disordinatamente lunghi e dalla barba incolta, indossava una lisa camicia a quadri felpata ed un vecchio rattoppato pantalone di velluto grigio, aveva degli scarponi senza lacci, cercava di ripararsi dal freddo coprendosi con dei pezzi di cartone. Aveva accanto una lacera borsa di tela e poggiati per terra una lattina di cibo in scatola, una bottiglia di birra ed una ciotola di rame desolatamente vuota. Nessuno lo degnava d'uno sguardo, sembrava come se non esistesse. Le genti gli passavano davanti, con le grandi buste piene di spesa, con le allegre scatole di dolci, senza vederlo, o probabilmente senza volerlo vedere. Cercava di ripararsi dal freddo sfregando le mani sulle braccia e le gambe ma i brividi di freddo taglienti trasformavano la sua pelle come una buccia d'arancia. La ciotola era rimasta vuota, non aveva racimolato nemmeno uno spicciolo, non avrebbe potuto farsi neanche un bicchiere per riscaldarsi e già pensava a come avrebbe passato la gelida nottata. Vedeva tutte quelle donne in pelliccia, gli uomini con soprabiti ed eleganti giubbotti di renna, gli luccicavano gli occhi, sembrava volesse piangere. Era disperato quando vide avvicinarsi un uomo anziano che teneva al guinzaglio un vecchio cane, anch'egli dai capelli e barba lunga inco
[continua a leggere...]Caro Babbo Natale,
non importa il mio nome, non ne ho uno in particolare. Mi hanno chiamato in molti modi, ma sono sempre io.
Ti voglio chiedere solo una cosa quest'anno. Non è una cosa futile, di quelle che compri per sfizio, ma è una cosa importante, di cui ho bisogno, e non si può comprare. Io vorrei solo essere veramente importante per qualcuno. Sai, i miei amici... non so quanto siano veri, quanto siano importanti per me e quanto io sia importante per loro. Senza di alcuni non potrei vivere, ma loro potrebbero vivere senza di me.
Per questo natale vorrei solo una telefonata di un mio amico che mi dice: "Ciao, volevo solo dirti che ti voglio bene, tanti auguri!". Dopodichè diventerebbe il Natale più bello della mia vita.
Grazie,
da tutte le ragazze che si sentono sole sempre.
La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Natale.
Il Natale è la festività cristiana che ricorda la nascita di Gesù di Nazareth. Viene festeggiato il 25 dicembre (o il 7 gennaio nelle Chiese orientali). - Approfondimenti su Wikipedia