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Racconti sulla natura

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Una nuvola

ecco, ci risiamo. è ripreso a piovere. ma non era arrivata l'estate? non s'erano buttati alle ortiche i cappotti? e le scarpe pesanti? e gli ombrelli? le coperte non erano volate dai letti per andare anch'esse a salutar l'estate sui balconi? forse era vero, forse un sogno, chi può dirlo! tant'è che siamo qui a battere i denti in pieno maggio e sembra strano che solo qualche giorno fa siamo stati al mare; pare che piova da un secolo, ma sono solo due giorni. non vediamo l'ora di veder spuntare il sole per poter dire: uffa, che caldo!
e così, per la sola forza del ricordo, forza d'inerzia, che ne richiama altri pur senza volerli, mi ritrovo a viaggiare indietro nel tempo; le analogie e le reminiscenze si accavallano nella mente peggio che un turbine e in questo turbinio non vedo passare una nuvola, che strano, che cosa facevo nei giorni di pioggia? ci saranno pur stati giorni bigi nella mia primiera esistenza, che fine avranno mai fatto? ne è andata persa ogni traccia, non mi riesce di ricordare un paio di scarpe inzuppate, nè il colore del mio ombrello, ne avrò pure avuto uno.. nè potrei descrivere una giornata di pioggia che abbia in qualche modo umettato i fervori della mia fanciullesca fantasia o abbia lenito i bollori delle inquietudini giovanili.
sarà forse che è piovuto poco negli ultimi trent'anni? tanto poco che le nubi sian passate inosservate sulle nostre teste? o meglio, sulla mia testa? l'unica nuvola che ricordo bene d'aver visto e quasi toccata è quella che sognai, all'età di circa dieci anni; era bella, bianca e soffice, una spuma; sognai che era venuta giù da sola, lentamente ondeggiando sulle ali della brezzolina fino a posarmisi accanto. era venuta giù da un cielo azzurrissimo, terso, tanto da sembrare finto; ma si sa.. nei sogni... ed io, per la felicità e il desiderio di tenerla per sempre con me, le misi un collare, quello del mio cane Black e.. piano, piano, piano perchè non si rompesse, senza staccar gli occhi da qu

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Appunti di vita minuscola

Tutto sembra immobile, ma è minuscolamente vivo. Con le chele ben puntate in alto lo scorpione fa “follow me” agli insetti di passaggio, mentre un topolino stecchito sul letto di trifoglio è una porchetta deliziosa per le vespe che sciamano dintorno. Messo su qualche micron di troppo, la cicala abbandona sul muretto la pelle ormai strettina: sarà buona per chi ha una taglia in meno. E le formiche, mai stanche d’essere d’esempio, convogliano operose gli avanzi di un panino. Il tutto senza che il ragno (o la ragna?) si distragga dall’infagottar le uova, appena finita una zanzara per spuntino. Nel frattempo dalla pergola salta giù una cavalletta per capire chi sia mai sto gran pezzo di caelifero. Intruso che non sono altro chiedo scusa per l’equivoco e corro a levarmi gli impertinenti pantaloni verdi. L’immenso mondo infinitesimale ha avuto il suo piccolo imprevisto.

   2 commenti     di: marco moresco


GLI OCCHI NERI

La brezza disegnò alcune strisce nel blu profondo del cielo notturno. Si sentivano gli animali tutti intorno che intonavano un assurdo peana, ed era impossibile distinguerli l’uno dall’altro, ed era impossibile anche solo tentare di attribuire un verso ad una figura, ad una fisionomia. Era vivo, adesso lo sapeva. Sentiva fluire il sangue, caldo nelle vene, e fu come una liberazione, o una condanna, ancora non poteva capirlo; aveva un persistente ticchettio che gli martellava la scatola cranica dall’interno e ancora non aveva aperto gli occhi, forse avrebbe potuto farlo, ma ancora non l’aveva fatto. Si teneva rannicchiato a se stesso, quasi in posizione fetale, timoroso di rompere quell’equilibrio stentato ma sicuro in cui si era trovato: avvertiva, sul lato della schiena su cui era appoggiato, l’umido della terra, e una strana miscela di dolore e forza che gli sgorgava dalla ferita sulla testa. Ma era sangue, ne era quasi certo, un fiotto denso e abbondante che fluiva delicato dalla sua fronte all’erba, gli sembrava quasi di poterlo sentire che sgocciolava un poco per volta. Non era la prima volta che sentiva il sangue sulla propria pelle, era già successo, ma ancora aveva troppa confusione in testa per ricordare dove e quando. Percepiva il sangue sulla pelle eppure aveva quasi la sensazione di poterne indovinare anche il gusto, era incredibile, ma il tatto aveva richiamato il gusto, e senza un filtro della ragione, solo così, perché era la cosa più naturale di questo mondo. Poi riacquistò la coscienza un passo alla volta, con una calma estenuante, anche se dire quanto tempo fosse trascorso da quando si era trovato a terra, schienato era impossibile.
La notte aveva disegnato un cielo simile anche il giorno della Pentecoste di due anni prima, quando con sua madre si era spostato alla fiera del paese, c’erano gli zingari e gente che vendeva i calendari e tutti parevano divertirsi. Manola stava appoggiata allo steccato vicino alla chiesa, e facev

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BIANCO

Nanuk era nato e cresciuto nelle infinite gradazioni del bianco.
Il misterioso Polo Nord a meno di cinquanta tratti di slitta dal luogo del villaggio.
I suoi occhi a fessura distinguevano infinitesime variazoni nelle ombre grigie dell’Artico,
questo faceva di lui un gran cacciatore.
Venne un giorno dove il bianco si fece più forte, il gelo più gelo, il vento gravido di neve furioso e accecante.
Il giorno, come accade ai poli, divenne eterno.
Era estate ma il clima sembrava non ricordarsene, e la caccia chiedeva dedizione.
I cacciatori si videro costretti ad affrontare i turbini impietosi, pena la fame in inverno.
E Nanuk il migliore di tutti partì per primo sparendo preso nel bianco con i suoi cani e la slitta.
Ma l’Artico non fece concessioni.
Bastò un’istante di distrazione per smarrire nella tempesta i suoi cani.
Nanuk il cacciatore non era tipo da arrendersi e decise di procurare carne ad ogni costo.
Ed ecco che il vento si fece più forte tanto che anche lui non potè far altro che accasciarsi e subire l’impeto della natura.
Un tempo breve o lungo, non poteva saperlo, e la tempesta si spense all’improvviso.
I fiocchi di neve andavano a diradarsi, lui esmerse dalla neve fresca col volto intirizzito.
Davanti ai suoi occhi “Bianco”.
Improvvisamente, a due palmi dal suo viso, si materializzarono tre grossi tondi neri, e poi il rosso di una gola e il giallo delle zanne dell’ orso.
Per un’istante i due sguardi si incrociarono, e Nanuk capì l’orso e l’orso capì Nanuk.
Poi l’ordine delle cose prese il sopravvento.
Nanuk si scagliò con la sua lancia verso l’orso già lanciato nel balzo motrale.
Il bianco si infiammò di due rossi di gradazione diversa.
Il silenziò tornò nell’Artico e il vento riprese a mulinare neve li a pochi tratti di slitta dal misterioso Polo Nord.



BOTTONE, IL MIO CANE ANORESSICO

Lo so, in tanti sorrideranno con ironico sarcasmo al mio scritto, pensando:” Ecco, la solita fanatica animalista.” , ma non è così.
Amo molto i cani, i miei e tanti altri che conosco e vizio, senza nulla togliere al mondo umano. Però negli oltre trent’anni di convivenza canina nella mia vita, un cane come Bottone non c’è mai stato. Per fortuna.
Facciamo un passo indietro. Quando l’uso della ragione, sebbene continui alle volte ancor oggi a latitare, mi ha consentito la facoltà di “battezzare” cani e gatti della mia famiglia, ho sempre cercato di inventarmi nomi particolari o in armonia con le loro caratteristiche.
Bottone deriva dalla grossa ernia ombelicale che ha nella pancia, molto evidente fin da cucciolo.
Quando l’ ho incontrato, e l’ ho portato a casa insieme al fratello Glove, aveva poco più di quaranta giorni, stavano entrambi nel palmo della mia mano. Uno alla volta, ovviamente. Non sono né gigante io, né microscopici loro. Di lui mi colpì subito questa grossa protuberanza.
Pensai alle misteriose valigette dei grandi capi di governo, alle stanze dei bottoni che con un click direzionavano i nostri destini. Avevo forse accolto in casa un cane alieno?
Alieno no, anomalo sì; anzi, dirò di più, decisamente fuori di testa.
Non corre, salta. Sorride con i suoi occhi luminosi e la bocca semi chiusa, mentre ti osserva. Ti sgrida, abbaiando, se non condivide i tuoi rimproveri. Si esalta, testardamente, nel suo amore passionale per Duska, convinto assertore che l’amore non conosca confini razziali o chirurgici. (lei è un pastore tedesco, lui un pastore nano delle vanghe, entrambi sterilizzati).
Ma la cosa più buffa, e da qui il titolo, è il suo rapporto con il cibo.
Mentre il fratello è un gourmet di poche pretese ma di sano appetito, lui è la mia desolata disperazione. Già indovinare cosa desideri mangiare quel giorno, e qui mi sento molto vicina a quei genitori che urlano:”Insomma, questa casa non è un alberg

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   6 commenti     di: Marta Niero


La fonte del cervo

Tantissimi anni fa, che a contarli si impiegherebbe un tempo lunghissimo, i ghiacciai alpini si ritirarono, lasciando profondi solchi sulle pendici delle montagne che avevano ricoperto lungamente. Trascorse altro tempo e le valli si rivestirono di erbe, cespugli, boschi, e si popolarono di animali. Infine venne l'uomo. Non sappiamo chi fu il primo a penetrare nella nostra valle e a stabilirvisi. Né conosciamo il motivo che lo spinse ad abbandonare la fertile pianura per addentrarsi in un ambiente ostile, fatto di lunghi inverni e di brevi estati, dove la natura non concede sconti e punisce severamente anche il minimo errore. Forse fu cacciato dal suo territorio da altri uomini più numerosi e potenti o forse fu a causa della innata curiosità della nostra razza, che ci spinge a voler andare sempre oltre. Probabilmente fu una famiglia o una minuscola tribù quella che si stabilì nella valle, non certo una moltitudine di genti. L'ambiente montano non riesce a mantenere che piccoli gruppi di persone. Pietre e legname non mancavano certo: si costruirono abitazioni. Di ridotte dimensioni, basse, con poche aperture, vicine le une alle altre. Quei costruttori non mancavano certo di ingegno! Sapevano che la natura va assecondata, non combattuta. Passarono gli anni, poi i secoli: il piccolo villaggio mutò di poco. Alcune altre abitazioni per i nuovi nuclei famigliari, qualche stalla e qualche fienile in più. In basso, verso il torrente, un vasto spiazzo soleggiato fu adibito ad orto per tutta la comunità.
Già allora si conosceva la fonte del cervo. Si tramandava che nei tempi passati un cacciatore del villaggio, il più abile e forte, raggiunta una verde radura avesse scorto un grande cervo maschio che si abbeverava ad una sorgente che sgorgava alla base di un masso biancheggiante in mezzo al prato. Teso l'arco con tutta la forza che possedeva, presa accuratamente la mira, il cacciatore scoccò la freccia che colpì il cervo diritto al cuore. Per noi oggigiorn

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Molveno

Una località di montagna, a molti forse nemmeno conosciuta, un paesino piccolo con pochi abitanti stabili, un lago, nemmeno tanto grande, ad una media altitudine...
Detto così sembrerebbe insignificante... privo di interesse ma... se solo ti capita, per volere o per caso, di passarvi, o ancor meglio di soggiornarvi, ecco che tutto cambia, tutto assume un colore ed un aspetto diverso e scopri che... nel suo piccolo, questa località sa rendersi grande, capace di ristorare qualunque fisico e, cosa non facile, qualunque animo!
I bordi del lago sono lasciati liberi da cemento e costruzioni, e così puoi vedere una grande fascia verde di prato, con alberi, cespugli ed un'infinità di motivi floreali di buon gusto che degrada verso il lago con una spiaggia di ghiaia bianca che nulla a da invidiare ad un paesaggio caraibico.
Il paese poi, dal canto suo, si erge "spavaldo" e sovrasta il lido con case e alberghi curati ed ordinati con al centro la bella piazza con Chiesa, campanile e terrazza con vista incantevole, negozietti discreti ed accoglienti, senza sfarzi, ma anche questi gestiti con buon gusto nel proporre prodotti locali e souvenir per i turisti che vi si aggirano in poche centinaia di metri della via centrale.
Nei dintorni poi le possibilità di escursioni non mancano, per tutti i gusti o per tutte le esigenze... così puoi scegliere di salire un po più in alto con gli impianti e passeggiare godendoti la vista dall'alto... oppure puoi trovare sentieri che costeggiano il lago od il ruscello fino a trovare anche vie per salire ad alta quota per malghe e rifugi delle nostre inimitabili Dolomiti.
Durante il giorno tutto si anima, il prato diventa un grande lido per bagni di sole, pic-nic, partite a carte, bimbi che giocano festosi, o semplicemente dolci dormite al fresco di un'ombra, solleticati da quell'arietta leggermente fresca e frizzante che difficilmente manca.
Però è al tramonto, oppure di primo mattino, che questo luogo si esprime al massimo, ne

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   2 commenti     di: Carla Maselli



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