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Racconti sulla natura

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Bolivia un viaggio sopra i tremila metri

Siamo arrivati in Bolivia con un viaggio da Puno, città del Perù la più importante sul lago Titicaca.
Il lago è enorme (8. 562 km²) diviso tra Perù e Bolivia. La parte boliviana occupa circa 3. 770 km² dell'intero lago. Il nostro viaggio è stato effettuato con mezzi misti, autobus e catamarano, siamo arrivati a La Paz approfittando di spettacolari vedute del lago Titicaca e pranzi a base di pesce del lago e visitando la Isla del Sol, nei luoghi mitici in cui apparvero i primi incas.
La Paz è una città davvero particolare ed unica, si divide in due città dove El Alto è sopra i 4000mt, e si scende a La Paz che è comunque alta 3630 mt. La Paz è situata a 700 metri circa più sotto dell'altopiano che la circonda. Nella parte bassa della città dove l'aria è meno rarefatta si trovano i quartieri più ricchi e turistici, nella parte alta della città, in cima al canyon e sull'altipiano, invece si trova il quartiere più povero e degradato.
IL panorama è incredibile perché le case, in genere piccole, ricoprono tutta la montagna e non essendo intonacate Il tutto sembra un enorme presepe. Abbiamo subito notato che a differenza del Perù, qui il popolo andino conserva del tutto l'abbigliamento tradizionale e le signore hanno lunghe trecce e larghe gonne variopinte.
La cosa straordinaria è la vicinanza con la Cordillera Real che è costituita da numerose montagne di cui molte superano i 6. 000 metri e alcune, l'Illampu e hanno imponenti ghiacciai che fanno da corona alla città ed accompagna il panorama di tutta la Bolivia ed attirano un turismo di scalatori.
Nelle vicinanze di La Paz vi è l'interessante sito di Tiahuanaco, la più famosa località archeologica preincaica della Bolivia, dove sono conservati reperti archeologici della civiltà di Tiahuanaco, di cui origini e tramonto restano avvolti nel mistero. L'imponente complesso architettonico comprende la mitica Porta del Sole, ruderi di templi e palazzi, e giganteschi monoliti

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GIORNATA DI CACCIA

C'è tutta un'agitazione di prima mattina, si legano i cani che scodinzolano felici, si sale in macchina per raggiungere il luogo di caccia prescelto. Arrivati sul posto si incomincia a salire lungo il viottolo che porta su in cima alla montagna. I cani, legati all'accoppio, nell'ansia di essere sciolti, tirano come dannati; di tanto in tanto emettono sommessi guaiti, tentano di svincolarsi dalla catena, anelano alla libertà.
Saliamo lentamente verso la cima, guazziamo nelle rade pozzanghere, calpestiamo foglie morte, qualche ramo caduto si spezza sotto il nostro peso. Saliamo sempre più in alto, respiriamo, con voluttà, la fresca aria profumata di resina e di mille altri odori, andiamo incontro alla rosata aurora; si annuncia una splendida giornata. Man mano che si sale il terreno diventa sempre più gelato, la brina crocchia sotto i pesanti scarponi. Incomincia  ad albeggiare; si distinguono le prime sagome di alberi e di cavalli allo stato semibrado. La notte trascolora e la vita comincia a risvegliarsi; si odono, dal folto del bosco, i primi richiami.
Una cornacchia, dall'alto di un ramo, lancia il suo stridulo grido, un merlo emette il suo  e vola da un ramo all'altro, felice del nuovo giorno. In breve tutto il bosco è un susseguirsi di voci diverse, di fluttuar d'ali, di voli appena accennati. Intanto siamo giunti in cima, c'è un'aria gelida ma inebriante; il sole comincia a tingere di rosa il cielo.  Dalla vetta si gode un panorama splendido, siamo circondati dalla natura, da cime alte coperte da faggi secolari; qui è ancora tutto intatto; l'uomo raramente arriva fin qua sù.
Ci godiamo, estasiati, questo spettacolo di natura incontaminata. È un momento, l'abbaiare di Ringo ci riporta alla realtà: Ha inizio la battuta di caccia. Si scioglie  il capomuta. Il cane, dopo qualche salto di gioia, scende lungo il fianco della montagna, cerca il luogo della pastura della lepre. Improvvisamente si sente un abbaio, è il segnale dell'avvenu

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Oggi non è un buon giorno

Oggi non è un buon giorno.
Mio fratello mi ha svegliato, ha iniziato a piangere appena uno spiraglio di luce è entrato dalla voragine vicina al soffitto. Ha paura, lo sento dall'odore.
Lui è appena arrivato, e come suo solito ha bussato sulle grate che ci dividono. Si è fermato su 7824 e compiaciuto è rimasto a guardarlo e a fare dei versi strani. Cerchiamo di stargli più lontani possibile, ma lui riesce sempre a prenderci. Ha quelle mostruose zampe con artigli morbidi, che quando ti afferrano ti si infilano nella carne. E lui stringe, stringe e poi ci risbatte nelle gabbie, se va male.

C'è freddo, e inizio a rimpiangere i giorni in cui la cella dava su quella di mia madre. Almeno ci si faceva caldo, stando vicini. Ma poi l'ha portata via, Lui. Così ha iniziato a darci da mangiare una poltiglia che a me, tutto sommato, piace.
Ma mio fratello non è dello stesso avviso. L'altra sera ha lasciato la metà del pasto, e Lui si è arrabbiato. Ha aperto la cella, e con le zampe gli ha spinto dentro tutto quello che aveva lasciato. Vuole che mangiamo, e più passa il tempo più penso che sia meglio fare tutto quello che vuole. Dopotutto lui è il Padrone.

È entrato nella stanza buia, infondo al corridoio, e poi è uscito e ha preso 7824. Ha fatto un verso strano, quasi amichevole, e poi l'ha portato con lui, chiudendo la porta. Si sentono rumori strani da là, dei rumori che ho paura di descrivere. Passiamo ogni giorno dentro le nostre stanzette, prima ci bruciano sul di dietro, ci danno un numero, poi ci versano la poltiglia. E ogni giorno che si ripete mangiamo e cachiamo.

Lui rientra dalla stanza, da solo. Fa un giro tra di noi, ci guarda. E mio fratello si nasconde in un angolo. Io non ho paura. Aspetto con ansia che mi prenda.
Io non ho paura. So che oltre quella porta c'è una grande stanza, e magari oltre quella stanza c'è un'altra calda stanza con la luce. Ma non la luce che c'è qui, quella che passa dal foro vicino al soffitto, quella che

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   2 commenti     di: Elena


DUSKA, IL MIO MONDO AL MINIMO

Ok, confesso il mio peccato, mi piacciono i film con cani come attori, mentre schivo abilmente quelli con attori cani, se mi riesce: tra i miei preferiti c’è “Quattro bassotti per un danese”, ma mai avrei immaginato di diventarne spettatore in prima linea.
Dopo la morte del vecchio Boby era mancata la figura, in casa, di un cane di peso.
Quattro anni fa il pastore tedesco della mia mica Monica partorisce la seconda cucciolata. E si sa che l’occasione fa l’uomo ladro.
Ignorando con sfacciata indifferenza le iniziali proteste di mio padre, si decide di allargare la famiglia.
Agosto 2003 Duska varca il cancello e calpesta l’erba del giardino per la prima volta.
Il contrasto è subito evidente: a poco più di due mesi già supera la stazza delle altre tre miniature di casa.
Come l’arrivo di un bimbo sa ringiovanire anche il nonno più acciaccato, così l’allegra indole della cucciola ringalluzzisce la truppa.
Sorvolando sulle piccole inevitabili incomprensioni, la crescita prosegue armoniosa e abbondante.
Ma c’è un piccolo neo: Duska si immedesima così tanto nel gruppo, che i suoi circa 38 kg diventano insignificante dettaglio.  Evidentemente anche negli animali non è importante come si è, ma come ci si senta!
Da buon toro, profilo astrologico ovviamente, non c’è impresa che non voglia portare a termine, non ammette i suoi limiti fisici.
Quant’è piacevole giocare a nascondino sotto al letto, purtroppo viene subito scoperta, perché non riesce a infilarvisi oltre le spalle.
E la fatica di sedersi sulle sedie della cucina? Si impegna testardamente a dismisura, fino a quando riesce ad arrampicarsi e con la coda a penzoloni deborda soddisfatta.
I piccoli si appoggiano alle tue gambe per festeggiarti, lei pure,  ma è bene assicurarsi di avere il sostegno di una parete dietro, non il vuoto di una rampa di scale!
Alle volte forse per rincuorarsi di un brutto sogno, cerca di dormirti vicino la notte, sul letto, il mio, singolo.. e

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   5 commenti     di: Marta Niero


Quel giorno a scuola non c'era nessuno

A scuola non c'era nessuno, io mi trovavo da solo a vagare tra i corridoi vuoti di quell'abbandonato ex manicomio in un caldo giorno d'estate. Ero al secondo piano, a guardar senza saper il perchè il cortile da una finestra vicino alle scale interne. Era deserto. Mi avviai alle scale antincendio ma quando mi ritrovai dinanzi ad esse le trovai chiuse con delle catene ed un lucchetto. Scesi le scale interne ed arrivai al cortile, d'impulso corsi al bar ma le porte erano chiuse, quindi tornai al cortile. La mia attenzione fu richiamata da un ritmico e costante ticchettio : plic, plic, plic, plic. Seguii il ticchettio uscendo dalla scuola. Arrivai alla recinzione di un parco, che non avevo mai visto. Tutt'intorno nulla si muoveva, sembrava di camminare in una foto che ritraeva per l'eternità la stessa posizione del tutto. Scavalcai la recinzione seguendo, incuriosito, il ritmico rumore, gli alberi si fecero più fitti sino a che non fui abbracciato da una estiva e rinfrescante penombra. Il sentiero che percorrevo sparì da sotto i miei piedi e mi ritrovai, chissà come, in un bosco dove la mia pelle era sfiorata da una leggere brezza, che portava con se un forte odore di muschio e pino selvatico. Continuai a seguire il rumore fino a quando non mi ritrovai dinanzi ad uno specchio d'acqua, abbastanza grande da esser profondo quanto me se non di più . L'acqua era limpida e si riusciva a vedere l'erba del sottobosco muoversi lentamente seguendo il flusso delle acque. Al centro di questo specchio d'acqua sorgeva un isolotto da dove proveniva il ticchettio. Ancor più incuriosito mi incamminai verso questo entrando in acqua tutto vestito. Man mano che mi avvicinavo all'isolotto le acque si facevano sempre più limpide e profonde tanto che, ad un certo punto, mi sembrava di volare. Raggiunsi l'isolotto e vidi che al centro di esso c'era una conca scavata nelle radici di un albero abbattuto. Mi avvicinai e li vidi una cosa molto strana : la conca era piena d'a

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   2 commenti     di: Federico Savino


L'Orso

Era il periodo in cui, il bosco, stanco del suo verde, ama screziarsi tra il rosso e il giallo. Sulla cima dei monti la prima neve e in giro, creature impegnate a vivere. Mimetizzato il capanno, dove Nora ed io amavamo dipingere e studiare il bello. Ad un tiro di schioppo, la grotta dell'orso. La natura incontaminata offriva scenari di inaudita bellezza e con calma olimpica, ne catturavamo i colori che, simili a note dell'anima, sapevano ingentilirsi sulla tela. L'aspra bellezza del posto e il silenzioso mormorio del ruscello inducevano a filosofare. Si opinava sul mito del Buon Selvaggio, sulla presunzione della poesia, sul diritto di vivere e quando non ci si voleva annoiare... coccole e tenerezze. Il Dipinto aveva ormai il vestito della festa e anche l'armonia dei suoni era stata catturata. Tornare in città e rituffarsi nel quotidiano? Avevamo da fare e poi aspettare il rientro di "Filippo". Filippo? Chi era costui? Costui era l'orso marsicano che si preparava per il letargo. La valle del Sagittario s'era imbiancata e Filippo, prima di rintanarsi per il lungo riposo, mangiava le ultime mele d'inverno. Eccolo il solito "Rambo"! Barba incolta, berretto alla Blek Macigno, ascia affilata, fucile, coltello e pistola. Sguardo truce e fucile puntato. Due colpi e il plantigrado cominciò a vacillare. Nonostante l'arma si fosse inceppata, la canaglia s'avvicinò a Filippo con la sua ascia affilata. Cosa volesse fare, non è dato saperlo. Nora, commossa e smarrita, prese l'archibugio e prese benissimo anche la mira. Chissà cosa si passava nella testolina del Trapper, nel momento in cui la pallottola si aprì un varco, nel suo cervellino. "Hai sparato alla bestia?" "Sì, ho sparato alla bestia." Rispose Nora.

   5 commenti     di: oissela


Oggi

Il caldo oggi, picchiettava sulla mia testa. I suoi raggi lambivano l' area circostante, facendo salire di netto la temperatura. Io, impegnato al lavoro, sudato dalla testa ai piedi, ma felice.
Oggi, in serra si poteva morire, ma ero felice, ero felice di essere li, a sudare, a toccare quelle piante. Oggi ho visto solo il pomodoro, piccola pianta esile, che, qualche volta, l' ho anche spezzata. I bombi* ronzavano nell' aria, producendo fortissimi rumori. Uno mi si è quasi posato sulla spalla, ma, dicono che non fanno niente, io ci credo, basta non avere paura, e, loro non la sentono.
Basta volergli bene, anche ai bombi. Impollinavano tranquilli i fiori giallognoli delle piante e, io gli passavo affianco, senza disturbarli. Tutti si chiedevano, forse, come facevo a non avere paura. Bhè, ma si sa, chi cresce con la natura, non ha di certo paura di due api più grosse del normale!
Tutta una serata, tutta una sudata, in serra. Però sono stracontento.
Alle 18, 30 finisce il mio turno, esco dalla serra e mi dirigo verso nonna, passando da quella stessa strada, percorrendo quei tratti faticosi della vigna, salendo una salita, per poi scendere in discesa.
Nella discesa, attendevano curiosi, i miei cani, che, come al solito, mi hanno fatto le feste. Sono rimasto lì per un po' , a chiaccherare con la nonna, la mia nonna così saggia. Ormai è diventata come una amica per me, e seguo tutti i suoi consigli. Poi, ho fatto una bella passeggiata, pensando a tutto quello che vorrei fare, segnarmelo per la mente, senza mai perderlo.
Tornai a casa con babbo, questa sera. Girai più volte la faccia, perchè Capo Caccia, mi offriva un' altro dei suoi tramonti da favola.
Seguii il sole, che, piano, scendeva sull' orizzonte, quasi il mare lo stesse inghiottendo. Si iniziarono a formare dei colori armoniosi, più belli dell' altro giorno.
Giallo, mi fece ricordare i fiori del pomodoro, piccoli, gialli, e che producono frutti buonissimi.
Arancione, mi ricordò le albi

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   5 commenti     di: Giuseppe Tiloca



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