PoesieRacconti utilizza cookie, anche di terze parti, per personalizzare gli annunci. Per informazioni o negare il consenso clicca qui.     Chiudi

Racconti sulla natura

Pagine: 1234... ultima

Una sceneggiata

Eppure ci trova sempre impreparati... l'avevano detto, l'avevano preannunciato che dopo un lungo inizio ci sarebbe stata una fine... e pure il cielo vestito di grigio sembrava arrabbiato... dopo l'azzurro indaco che aveva indossato al matrimonio di sua figlia estate... certo lei è volubile e cambia... anche se da sempre è sposata con il sole.
Un lampo sul mare e poi un boato... un tuono che rotola, che fugge lontano sembra aver svegliato il vento... sta spettinando i capelli agli alberi, spolvera le strade, rapisce le prime foglie gialle, rovescia quello che trova al suo passaggio... umani! Dove siete... abbiate coraggio! Certo oggi non al mare... dove si pensava di terminare la stagione e di mangiare magari un panino o un cannellone... siamo qui alla finestra a guardare le bizze del cielo... lo temiamo anche se non lo diciamo.
Odore di asfalto bagnato... comincia a piovere una, due tre... gocce che diventano giganti fanno mulinello, sferzano come frustate... il vento se la ride... il cielo piange... l'orizzonte rimbomba... i rumori si spengono... auto, biciclette e motori sembrano falene impazzite che cercano riparo... di corsa! Il campo è steso e beve a mani piene acqua dal cielo... ci voleva... scivola fra le rughe della terra assetata, accaldata rilascia il caldo come vapore che sale che sale...
Pedoni impauriti e cani che abbaiano... ed io sul terrazzo che rincorro i costumi e gli oggetti che il temporale vorrebbe rapire... sempre impreparati... rimandati a SETTEMBRE... non c'è altro da dire!
E invece no... ci sarebbe tanto basterebbe parlare di estate soltanto... penso agli ombrelloni soli e chiusi, alle onde che parleranno coi gabbiani ai ricordi che diventeranno sul mare punti lontani... ma lasciamoli lì per questo inverno... adesso mi fermo qui.
Diciamo che lo sapevamo che se ne sarebbe andata... ma ogni volta che parte... fa sempre una sceneggiata!

   1 commenti     di: laura marchetti


PARLA MADRE NATURA.

Salve Genere Umano, per la prima volta da quando ho ricevuto il mio eterno incarico dal Creatore, mando un messaggio di avvertimento e di allarme nella speranza che venga accettato.
Io, che vedendoti così fragile al cospetto degli altri animali, ti ho affidato il dono dell’ingegno, del saper progredire imparando, in modo da darti un aiuto per sopravvivere di fronte alle tante avversità del mondo.
Tu, che dagli alti rami della giungla africana, hai avuto il coraggio di poggiare a terra le zampe e affrontare le fiere con astuzia e che hai iniziato a comprendere l’importanza della vita sociale e i mille modi per comunicare con i tuoi simili.
Egli, che ti ha concesso tutto il Suo amore e ti ha fatto evolvere, facendoti divenire diverso da ogni altro Essere presente sulla Terra, regalandoti intelligenza, sensazioni e stati d’animo che in precedenza solo il Divino possedeva.
Noi, che per migliaia di anni abbiamo vissuto in perfetta simbiosi, che ci siamo amati e rispettati nonostante la velocità e l’insistenza delle tue richieste di risorse naturali che aumentavano di secolo in secolo.
Voi, che, con la scoperta del benessere e con il vostro egoismo, vi siete sviluppati freneticamente, vi siete moltiplicati smisuratamente e avete dimenticato il legame primordiale che ci univa. Il deturpamento del mio regno, l’eliminazione della biodiversità e l’alterazione dei fenomeni naturali hanno creato in me una totale sfiducia verso chi si è elevato dal genere animale e ne ha perso il rispetto: voi.
Essi: gli animali, le piante, gli agenti atmosferici, le montagne, i mari…tutti loro, un giorno, cesseranno di subire l’irrispettosa convivenza con l’uomo che, in quel momento, capirà troppo tardi di aver commesso errori ormai incolmabili.
Non preoccupatevi, Esseri Umani: c’è sempre un rimedio anche in situazioni difficili, la corretta strada esiste…basta solo cercarla! Trovatela tra le verdi colline irlandesi, percorretela lungo le ampie distese della

[continua a leggere...]

   8 commenti     di: Manuel Zafarana


Una nuvola

ecco, ci risiamo. è ripreso a piovere. ma non era arrivata l'estate? non s'erano buttati alle ortiche i cappotti? e le scarpe pesanti? e gli ombrelli? le coperte non erano volate dai letti per andare anch'esse a salutar l'estate sui balconi? forse era vero, forse un sogno, chi può dirlo! tant'è che siamo qui a battere i denti in pieno maggio e sembra strano che solo qualche giorno fa siamo stati al mare; pare che piova da un secolo, ma sono solo due giorni. non vediamo l'ora di veder spuntare il sole per poter dire: uffa, che caldo!
e così, per la sola forza del ricordo, forza d'inerzia, che ne richiama altri pur senza volerli, mi ritrovo a viaggiare indietro nel tempo; le analogie e le reminiscenze si accavallano nella mente peggio che un turbine e in questo turbinio non vedo passare una nuvola, che strano, che cosa facevo nei giorni di pioggia? ci saranno pur stati giorni bigi nella mia primiera esistenza, che fine avranno mai fatto? ne è andata persa ogni traccia, non mi riesce di ricordare un paio di scarpe inzuppate, nè il colore del mio ombrello, ne avrò pure avuto uno.. nè potrei descrivere una giornata di pioggia che abbia in qualche modo umettato i fervori della mia fanciullesca fantasia o abbia lenito i bollori delle inquietudini giovanili.
sarà forse che è piovuto poco negli ultimi trent'anni? tanto poco che le nubi sian passate inosservate sulle nostre teste? o meglio, sulla mia testa? l'unica nuvola che ricordo bene d'aver visto e quasi toccata è quella che sognai, all'età di circa dieci anni; era bella, bianca e soffice, una spuma; sognai che era venuta giù da sola, lentamente ondeggiando sulle ali della brezzolina fino a posarmisi accanto. era venuta giù da un cielo azzurrissimo, terso, tanto da sembrare finto; ma si sa.. nei sogni... ed io, per la felicità e il desiderio di tenerla per sempre con me, le misi un collare, quello del mio cane Black e.. piano, piano, piano perchè non si rompesse, senza staccar gli occhi da qu

[continua a leggere...]



Piccoli folli, piccoli eroi

La luna che si spalancava improvvisa tra gli alberi, carica di imponenza, ad illuminare la fredda nottata, era l'unico punto di riferimento, l'unico contatto col resto del mondo: infatti quella medesima luna piena, dall'aspetto denso di vita, raggiungeva anche i paesini addormentati, laggiù, ormai da tempo scomparsi alla nostra vista.
La montagna, ergendosi maestosa, ci aveva inghiottiti nel suo ventre: era soltanto una sfida tra noi, piccoli uomini impavidi, e lei, possente ed apparentemente invincibile. Eppure ci sentivamo come protetti, in quelle gole alberate : nessun segno di vita civile raggiungeva i nostri passi. Erano quasi le tre di notte. Una notte suggestiva e fantastica.

Avevamo arrancato con trenta chili sulle spalle, per le vallette verdi, tra fontanili e masserie. La vetta ci aveva sovrastato con superba indifferenza : eppure era conscia della nostra sfida. Arrivare all'alba abbarbicati alla croce di legno, che segna il culmine di quel gigante : quella era la nostra sfida, quello sarebbe stato il nostro trionfo. Avremmo sconfitto la vetta : eppure quella, fino a quando il tramonto si era dipinto dietro i suoi massi, ci aveva seguito dall'alto, sorridendo con un ghigno di beffarda ironia.

Eravamo in quattro : quattro amici veri. Almeno così pensavo. Per ciascuno vent'anni, o poco di più : un'età di frontiera, l'età che divide le illusioni dalla vita.
Sembravano parlarci, gli alberi del bosco, cingerci in un abbraccio impetuoso, tanto protettivo quanto difficilmente solubile. Il ruscello, indistinto nell'ombra, era per noi soltanto una scia di vaporoso crepitìo, che scorreva nervosamente tra i ciottoli e le pietre levigate : proprio come di giorno. Quassù nulla dormiva : capivamo che gli orari non sono altro che una convenzione della società.
Eppure era proprio l'ora notturna a dare a tutto un aspetto insolito e meraviglioso: sentivamo ad ogni passo nascere in noi emozioni profonde; emozioni difficilmente descrivibili con semp

[continua a leggere...]

   1 commenti     di: marco pistelli


Billo

Era il giorno dei SS Pietro e Paolo quando Sandra e Gianna, le gemelle dodicenni di casa Romano rincasarono verso l'una e trenta con una eccitante novità, un cucciolo di cane di appena due settimane di vita. Le due ragazze raccontarono tra un'esclamazione e l'altra come un loro compagno di scuola che viveva in campagna aveva loro regalato quel cucciolo prima che andasse a sopprimerlo da qualche parte perché la madre aveva partorito ben otto cuccioli e non poteva allattarli tutti. Inutile furono le rimostranze dei genitori adducendo validi motivi per non voler accettare quel regalo. Innanzi tutto in casa non c'era abbastanza spazio, poi..., poi le solite cose, che il cucciolo avrebbe sporcato, che abbaiando avrebbe dato fastidio ai condomini, che la casa presto avrebbe preso a puzzare di pipì di cane eccetera...
Le due sorelline non si fecero intimidire e resistettero ad ogni tentativo di convincimento, finanche a promettere ai genitori che si sarebbero preso personalmente cura del cucciolo sollevandoli da qualsiasi incombenza. Questo era, infatti, il vero motivo per cui il padre non voleva il cucciolo in casa. Sicuro che solo per l'estate, forse, l'impegno delle ragazze sarebbe stato mantenuto ma poi, con l'inizio del nuovo anno scolastico, se ne sarebbero disinteressati.
Il cucciolo, alla fine, venne accettato. Andrea, il padre, prese allora ad analizzarlo per bene. Il primo sollievo fu quello di constatare che il cucciolo era maschio e, quindi, avrebbe dato minori problemi, il secondo che non si riuscì a capire di che razza fosse. Sembrava la componente di tutte le razze canine esistenti sulla terra, non era nero e nemmeno bianco, non marrone e nemmeno arlecchino giacché aveva il pelo colorato con una miriade di colori più o meno sfumati. Osservando le gambe, né tozze né grosse, né lunghe né corte ma molto pelose anch'esse, non si riusciva a prevedere di quale taglia sarebbe diventato da grande. Di una cosa Andrea era sicuro che quel botolo mangiava a

[continua a leggere...]

   3 commenti     di: Michele Rotunno


Il vino

Il banco era pieno zeppo di cibo e di vino, di grappe e di birra e qualsiasi cosa potesse cullare deliziare o far viaggiare la mente. Marco usava l’alcol per farsi infettare, era una specie di fecondazione dove lui era la donna che avrebbe dato alla luce qualcosa, brutto o bello non aveva così tanta importanza. L’arte per lui era qualcosa che lo avvicinava in maniera mostruosa a Dio, il poter creare come il perdurare nel tempo. Marco scriveva… e scriveva di tutto: racconti, storie, pezzi di sceneggiature e poesie ma il suo punto forte era il romanzo. Aveva pubblicato da poco, con una casa editrice minore il suo primo romanzo: “Se l’amore è una cosa inutile” in appena 500 copie e non senza doverne acquistare una settantina di copie che prontamente pensò di regale ad amici, e ad amici di amici e fidanzate di amici di amici.
Lentamente, con la sua nota camminata da poeta maledetto o malato mentale che si voglia, si avvicinò alla tavolata dove gli amici mezzi sopiti da un po’ ridevano e schiamazzavano. Senza dire nulla prese un bicchiere e lo riempì per tre quarti di morbido vino rosso, facendolo roteare con classe quasi fosse un intenditore. Guido s’alzò di scatto esclamando “eh no caro, tu non l’hai pagato” riferendosi a chi effettivamente aveva procurato e organizzato il banchetto. Ma Marco non se ne curò minimamente, bevve un sorso del vino plastico da supermercato e disse “il vino è dei pensatori o dei lavoratori”, qualcuno già sorrideva, continuò “io lavoro con il mio pensiero, dovrebbe pagarmelo lo Stato il vino” e i ragazzi allucinati scoppiarono in una risata liberatoria da tensione accumulata. Guido era a questo punto, più ubriaco di prima, si mise a sedere e diede una pacca sulla spalla all’amico e scoppiò anche lui a ridere.
Tutti ridevano e tutti bevevano la notte scura, ognuno cercava di eliminare ricordi che avevano fatto nidi in testa come maledetti ragni che non volevano andarsene più. Tutti ridevano e tut

[continua a leggere...]

   9 commenti     di: Nicola Lotto


La formica

Carlo sta pulendo con dovizia maniacale ogni angolo del cucinotto. Da qualche giorno formiche impertinenti, dotate di una certa costanza, lo angosciano con apparizioni inattese. Poche, pochissime, per carità, nulla di allarmante. Ma quella persistenza, comparsa quasi sempre al singolare, passeggiata solitaria e disinvolta fra il bordo del lavandino e la parete tirata a piastrelle bianche con filini bordeaux che disegnano quadrati perfetti, Carlo non la sopporta. Riesce appena a scorgerla quando non ha su le lenti. Quasi il rigo dritto del quadratino si animasse di un movimento fiabesco in una danza esotica e curvilinea. A giudicare dalle movenze doveva trattarsi d’un magnifico esemplare di “Crematogaster scutellaris” - formica rizzaculo.
Se fosse immobile, quella formichina resterebbe una presenza discreta, forse invisibile alla percezione dell'occhio presbite. Carlo odia negli animali e nelle persone l'invadenza. Oggi è la formichina a catturare la sua angoscia riversata a fiotti nelle strategie di opposizione a base di pulizia morbosa e perfidi insetticidi alla lavanda. Ma talvolta basta uno sguardo un po' più insistente del normale - e della normalità Carlo ha un'idea precisa - anche quello del barbiere accanto al portone di casa, a scuotere quel tanto di inquietudine sufficiente a scoraggiare la pazienza del sigle nella pausa pranzo per mettere su l'acqua, tanto che il pasto si fa caprese veloce condita con la foglia di basilico strappata senza garbo alla piantina sul davanzale della finestra affacciata sull'atrio interno.

Ha consultato autorevoli fonti in materia e specialisti etologi ed è persino riuscito a camuffare una richiesta di aiuto in conversazioni salottiere fra amici, spacciandola per la sua ultima forma di megalomania: adesione ad una associazione internazionale per la protezione e la conservazione di talune varietà d'insetti. La formica pare sia capofila delle stirpi protette. Per questa via, do

[continua a leggere...]

   1 commenti     di: Carlo Diana



Pagine: 1234... ultima



Cerca tra le opere

Racconti sulla naturaQuesta sezione contiene racconti sulla natura, gli animali, piante e fiori