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Racconti sulla natura

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La volpe

Due giri di chiave. Giacomo sentì la serratura scattare poi tirò la porta verso di se per controllare che fosse chiusa bene. Erano le 3. 25 di mattina ed aveva ancora le orecchie sature da una notte passata ad imprimere idee sul nastro e riascoltare. Unici amici erano stati i bobinoni BASF e una birra. L'uomo si chiuse il cancello alle spalle e percorse la discesa dirigendosi verso l'auto pensando che il giorno dopo sarebbe tornato allo studio per riascoltare con orecchie diverse, ripulite dalla saturazione. Era ancora immerso in questo pensiero che aveva già raggiunto l'auto. Sul cofano raggomitolato c'era un bellissimo gatto tigrato che balzò giù appena vide che l'uomo si avvicinava. Giacomo lo chiamò e tentò di accarezzarlo.
"Micio, vieni!!" lo esortò con il tono dolce della voce.
Lo guardò divertito mentre il gatto diffidente si nascose sotto la vettura. Giacomo sorrise poi salì in macchina. Prima di mettere in moto si assicurò che il gatto fosse uscito da sotto l'auto per evitare di schiacciarlo. Una volta che lo vide in mezzo alla strada mise in moto.
"Ciao micione!" disse dentro di sé e partì.
La serata era afosa e Giacomo guidava giù da Cozzile con i finestrini abbassati. Nello stereo girava un bellissimo cd di Chet Baker registrato dal vivo a Tokyo e dai finestrini arrivava forte il profumo dolce dei glicini che erano lungo la strada. Era rilassato e sereno Giacomo, con le dita che battevano sul bordo del volante a tenere il tempo del batterista.
All'improvviso l'uomo si trovò di fronte una volpe che dietro una curva stava attraversando la strada. Frenò di colpo non nascondendo una certa paura che subito cedette il passo allo stupore. La volpe era bellissima nel suo manto rosso. Era ferma in mezzo alla strada. I suoi occhi e quelli di Giacomo si incrociarono. Si guardarono un solo istante che parve infinito all'uomo. Sentì che erano due parti di una stessa esistenza, sempre in fuga da qualcosa, per tornare nel proprio nasc

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Una beffa pelagica

Il golfo di Genova ospita una nutrita comunità di pescatori, sia professionisti che dilettanti: tutti i tipi di pesca vengono esercitati con discreto successo. Come tutti i pescatori anche io porgo particolare attenzione agli avvenimenti che si riferiscono a questa attività, soprattutto nei mesi di frenetica attività alieutica, come nei mesi in cui c'è il passaggio dei tonni. In questo racconto, ispirato da un fatto realmente accaduto alcuni anni fa, mi riferisco però solo alla pesca dilettantistica, anche se praticata con potentissime pilotine o fisherman superattrezzati.
Ovviamente, anche fra i dilettanti esistono diverse categorie di pescatori, per esempio quelli che vogliono battelli veloci per raggiungere per primi la zona di pesca o quelli che si accontentano di velocità inferiori ma validi anche per una traina leggera sotto costa. Esistono poi gli stakanovisti, in mare da prima dell'alba a notte inoltrata ed i furbazzi, che si accodano a pescatori esperti od anche tengono accesa, persino in ufficio, la ricetrasmittente CB nei canali 10 e 16 per poter avere di prima mano notizie su dove sono state localizzate le prede più ambite, questi furbazzi sono generalmente "furesti du b..." come diciamo a Genova e possiedono le imbarcazioni più veloci, magari immatricolate in Svizzera.
In una calda giornata all'inizio d'agosto di qualche anno fa, a causa di una distorsione alla caviglia ero confinato nel mio attico e passavo il tempo leggendo, guardando il mare con il telescopio dal terrazzo o sdraiandomi nella piscina gonfiabile del figliolo, 2 metri di diametro, opportunamente riempita di acqua riscaldata dal sole. Per compagnia tenevo accesa la ricetrasmittente nei suddetti canali in quanto forse mio cugino, che era andato a pesca nel suo gozzo, mi avrebbe chiamato per combinare una bella cenetta sul terrazzo col pescato, se era copioso. Quasi appisolato al tepore del sole, una voce stentorea che chiedeva assistenza mi svegliò del tutto.
Mi avvici

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Vieni con me

Vieni con me,

ti porto in un posto che non farai fatica ad amare, in cima alla collina che accarezza il mare...

La Panoramica, la chiamano così quelli della mia città, poco più grande di un paese, Pesaro umile, dolce, semplice, senza pretese.

È questo il suo lato più bello, una donna da esplorare, che non ti stanca mai, con gli stessi discorsi, con la sua vanità di voler piacere a tutti i costi. Pesaro è come me... punto e basta, e si accontenta di poco o forse di tanto del sole, del suo calore e di quello che non fa fatica a ricevere, l'amore...

È una città un po' sbarazzina... ma adesso basta ora lascio la rima, per rincorrerla dall'alto della collina che la collega con la sua amica e rivale di sempre, la Romagna, ma in fondo non sanno che sono più simili di quanto sembrano e figlie dello stesso mare... l'Adriatico che le bacia con la stessa passione e lo stesso amore che lega un padre alle suie figlie.

E con il vento in faccia è bello arrampicarsi sulla "Pano", tra gruppi di volonterosi ciclisti e coraggiosi escursionisti.
Non è solo una passeggiata, è un rincorrere la vita, che si mostra bella in tutte le stagioni, austera come una mamma severa d'inverno, si tinge i capelli di rosso in autunno e in estate va a ballare fra le ginestre che scendono giù, verso il mare.

In primavera rinasce e ritorna bambina e tutto ricomincia sempre come prima e dietro ogni curva rivivono stagioni, segreti.

Rivedo un gruppo di ragazzini sul ciao, scalare la vetta a fatica e poi quel cespuglio dove... si scopriva la vita... e quei pomeriggi a raccogliere le more seduti sul ciglio del burrone a inseguire la luce del faro ed i sogni fra le luci della riviera, quando allora sembrava sempre primavera. E poi d'improvviso lui, nella sua immensità, si apre come il sipario di una commedia infinita, dove laggìù all'orizzonte C'è la vita, si rincorrono i gabbiani e liberi volano i pensieri, navigano le barche e le vele spiegate dei giorni

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   4 commenti     di: laura marchetti


Il mio mondo

Credo di amare la montagna da sempre.
Amo tutto ciò che fa parte del suo mondo, che con gli anni è diventato anche il "mio mondo", il mondo che cerco di raggiungere appena mi è possibile.
Hai mai guardato gli abeti rimanendo sdraiato con il naso all'insù?
Come sono belli e com'è bella la musica che compone il vento facendoli oscillare! Ascolta... il rumore dei tuoi passi sul sentiero, cammini appoggiando il piede sui prati e sul muschio che sa di buono... foglie che cadono dai colori meravigliosi, e i fiori? Che mi dici dei fiori, sono meraviglie nella meraviglia!
Se vuoi vedere dei fiori veramente belli devi guardarti bene intorno, sono li vicino a te e aspettano solo di essere osservati, petali morbidi di stelle alpine, il giallo dei ranuncoli e il viola delle genzianelle...
Il "mio mondo" non mi stanca mai, non mi stanco mai di fermarmi a guardare, c'è sempre qualcosa di bello e di nuovo da vedere!
Mi mancano le nuvole tra il cielo azzurro e pulito che sa di perfetto, le guglie che sbucano, vedere la cima che vuoi raggiungere lontano e pensare che non sarà poi così invalicabile, sudare e faticare, portare il tuo zaino pesante e prendersi tutto il tempo che si vuole perchè già il tempo è così poco nella vita di tutti i giorni... e allora lasciamolo fermare un pochino, solo quel che basta per guardarsi intorno, per guardare un fiore o un insetto o rivedere quel passaggio che tanto ti ha fatto paura ma che sei soddisfatta per averlo fatto.
E io mi sento così appagata nell'attraversare le montagne, oggi sono qui e guardo dove andrò domani, e così attraverso il mio mondo...
Oh! Come amo stare via più giorni, sostare negli accoglienti rifugi dove si è tutti più "complici" perchè si ha in comune la stessa passione. Amo vedere i tramonti e svegliarmi prestoper vedere l'alba... intorno a me c'è tanto silenzio, un silenzio che mi parla e che mi fa stare bene con me stessa.
Amo la montagna e sono amica di chi la frequenta.
Sono

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   6 commenti     di: Luce...


Autunno

Autunno: stagione di malinconia...
La natura sembra stanca e quasi desiderosa di riposo. Gli alberi appaiono sempre più spogli: le foglie perdono il loro bel verde brillate, diventano rossicce, poi gialle e, alla fine, si staccano, come morte, dall'albero ed il vento le porta lontano "chissà dove". I prati soffici di erba e pieni di fiori variopinti, in autunno diventano aridi, polverosi o fangosi, a seconda del tempo che per lo più è piovoso anche qui da noi.
Prati e boschi diventano deserti e silenziosi: nei parchi si stende un fitto tappeto di foglie secche che scricchiola sotto i piedi dei visitatori che si fanno sempre più rari.
Forse l'unico regalo dell'autunno è la vendemmia, che rappresenta una festa per i contadini, come se la terra volesse fare un ultimo regalo prima di addormentarsi sotto il bianco e freddo lenzuolo invernale.
Amo la primavera: preludio dolce della calda e magnifica estate. Stagione di dolci sogni e di primi amori. Mi ammalia nell'aria quell'odore di tiglio, un odore acre e dolce che punge le narici ma che placa gli animi. Mi incanta lo sbocciare dei fiori che colorano d'improvviso l'aspetto severo e monocolore che lascia il gelido inverno. Amo l'estate. La magnificenza e la luminosità delle giornate di sole, la brillantezza dell'aria, la chiarezza e il colore di una giornata estiva non hanno eguali. Amo sentire il vento d'estate che accarezza il viso e scompiglia i capelli. Amo i colori brillanti e variopinti, quella sensazione che preannuncia l'estate, il mare, le vacanze. Amo la pelle abbronzata e profumata di lozione solare, quel colore dorato che rimuove il pallore della stagione fredda, lo sguardo diventa più luminoso, il colorito ambrato rende il viso più bello e più sano. D'inverno, quando piove e c'è vento, qualche volta vado a rovistare nella borsa per il mare: a volte, dimenticata sul fondo, c'è qualche conchiglietta ancora sporca di sabbia: un odore di sale e iodio invade tutto il mio essere, odore remoto

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   10 commenti     di: Angel Bruna


Ancora un attimo

Il ramarro origliava con sottigliezza dal basso delle ortiche. C'era Mario e c'era Antonio con lui. Armato di rastrello, Antonio radunava l'erba secca e le foglie vecchie per farne un falò. Sebbene lo seguisse col forcone, Mario pareva distratto, e ad ogni rintocco del lontano campanile, il suo cuore indaffarato gioiva. Tosto giungeva il suo dipartire; tornava veloce a Nuova York quel bel cravattino, e la camicia di seta, e la bella giacca firmata. Antonio, silente e contento, rastrellava le sterpaglie del giardino e bestemmiava con leggerezza ad ogni sasso, roteando la lingua sulla erre, che al rastrello non dava agevole passaggio.

-A' pulì ess!, ripeteva con tono canzonatorio, indicando un punto del giardino.

Mario, distratto dal giovane rettile non sentì le parole dell'amico, ma si avvicinò piano e chiese:

-Antò, ch è chess?

- È na salesctra. La vì com' scappa! R' facém la pell?*, rispose Antonio impaziente.

Alché il ramarro parve capire e si allontanò veloce tra le foglie. Oltrepassò i sassi aguzzi e le felci, s'arrampicò su un ramo del pero e vi ricadde, piombando di nuovo nell'erba dabbasso.
Mario, però, smarrito tra i taxi di Manhattan, se ne infischiava del piccolo animaletto. Perso nell'aria fresca di quel lungo e silente pomeriggio, non badava alla montagna maestosa che li guardava dall'alto. Non adocchiava la vallata che scendeva e s'inerpicava tra i faggi e tra i pioppi. Proprio là, dove il torrente e le sue trote, i suoi barbi baffuti e fumosi, le risciole e tutti gli altri pesci trascorrevano le loro giornate. Non si specchiava nella calma del cielo, terso e silenzioso, ma chino sul forcone rimestava in mezzo all'erba il suo vortice di pensieri.

-Chieav 'ngenta e Martìn dentr'!**, esclamò di colpo Antonio, rompendo il silenzio. Alla soglia dei trent'anni sorrideva con la grazia senile di chi sa dire tutto e niente.
 
- Che significa, Antò?

Antonio rispose fissandolo con un sorriso. Mario si fermò a gua

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Vorrei essere come questa luna in questa notte di tempesta

Vorrei essere come questa luna in questa notte di tempesta. Il vento è in guerra. Sento il suo canto muto, nudo di parole. O forse è un vento che viene da lontano e parla una lingua a me straniera, incomprensibile. Ed i rami degli alberi rispondono quasi impacciati all'eleganza del suo attacco: sferrano colpi casuali, senza un bersaglio. Arrivano persino nel tentativo innaturale e disperato di vincere questa forza invisibile, come fanno gli uomini con il destino, a colpirsi tra loro con violenza. E sbattono contro la luna piena, così che a tratti una parte di lei scompare alla mia vista. Perdo per un istante la sua lucentezza, il suo colore fulgido, senza sfumatura: è ormai l'alba è lei è un sole in tramonto che mostra la parte migliore di sè!.
Perdo una percentuale del nostro affezionato satellite, ma non è realtà: è un gioco di prospettiva. Se mi trovassi in un altro luogo forse la parte di lei che mi sfugge ora apparterebbe al mio campo di vista mentre, forse, sarei privata da qualcos'altro alla vista di un'altra porzione di lei. Spesso la scelta del luogo in cui ci troviamo è semplicemente una mediazione tra ciò che vogliamo avere e ciò che siamo disposti a perdere per esso...

Vorrei essere come questa luna stanotte. Che testimone di una lotta cruenta del vento osserva ed ignora. Così distante, intangibile, esprime tutta la sua bellezza, la sua pace interiore. È , che sia ben chiaro, non è indifferenza o crudeltà d'animo. È che obiettivamente lei è lontana anniluce da tutti i nostri guai sulla terra. Vorrei possedere la sua distanza. Non lasciarmi sfregiare il volto dall'affilato vento e accecare dai goffi rami che lui muove. Vorrei contemplare senza partecipare emotivamente come questo disco tondo giallo dal volto quasi femmineo, plastico, senza espressione. Guardare in lontananza, grossolonamente perdendendo i dettagli. Senza risoluzione per evitare poi di trovare una soluzione, il pezzo mancante al puzzle della vita che

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