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Racconti sulla natura

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PARLA MADRE NATURA.

Salve Genere Umano, per la prima volta da quando ho ricevuto il mio eterno incarico dal Creatore, mando un messaggio di avvertimento e di allarme nella speranza che venga accettato.
Io, che vedendoti così fragile al cospetto degli altri animali, ti ho affidato il dono dell’ingegno, del saper progredire imparando, in modo da darti un aiuto per sopravvivere di fronte alle tante avversità del mondo.
Tu, che dagli alti rami della giungla africana, hai avuto il coraggio di poggiare a terra le zampe e affrontare le fiere con astuzia e che hai iniziato a comprendere l’importanza della vita sociale e i mille modi per comunicare con i tuoi simili.
Egli, che ti ha concesso tutto il Suo amore e ti ha fatto evolvere, facendoti divenire diverso da ogni altro Essere presente sulla Terra, regalandoti intelligenza, sensazioni e stati d’animo che in precedenza solo il Divino possedeva.
Noi, che per migliaia di anni abbiamo vissuto in perfetta simbiosi, che ci siamo amati e rispettati nonostante la velocità e l’insistenza delle tue richieste di risorse naturali che aumentavano di secolo in secolo.
Voi, che, con la scoperta del benessere e con il vostro egoismo, vi siete sviluppati freneticamente, vi siete moltiplicati smisuratamente e avete dimenticato il legame primordiale che ci univa. Il deturpamento del mio regno, l’eliminazione della biodiversità e l’alterazione dei fenomeni naturali hanno creato in me una totale sfiducia verso chi si è elevato dal genere animale e ne ha perso il rispetto: voi.
Essi: gli animali, le piante, gli agenti atmosferici, le montagne, i mari…tutti loro, un giorno, cesseranno di subire l’irrispettosa convivenza con l’uomo che, in quel momento, capirà troppo tardi di aver commesso errori ormai incolmabili.
Non preoccupatevi, Esseri Umani: c’è sempre un rimedio anche in situazioni difficili, la corretta strada esiste…basta solo cercarla! Trovatela tra le verdi colline irlandesi, percorretela lungo le ampie distese della

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   8 commenti     di: Manuel Zafarana


Il tesoro dell'icona

Valerio uscì dall'università con un gran mal di testa, sintomo della nausea per quel giorno raggiunta verso il lavoro, gli studi, gli incontri "diplomatici"; lo assaliva una gran voglia di correre, a respirare il profumo di primavera promesso da quella giornata, ancora lontana a tramontare.
Il suo amico Pietro lo attendeva, per cena, nel suo piccolo borgo di montagna.
Proveniendo da luoghi ed ambienti totalmente disparati, i due erano divenuti amici inseparabili, nella cittadina appenninica, tra le aule di quella facoltà universitaria tecnica.

Valerio veniva dalla grande città. In famiglia si gestiva un'impresa di costruzioni; avevano conseguito un rilevante appalto in questa zona : la realizzazione di infrastrutture, connesse al traforo che, tagliando il grande massiccio calcareo, ne aveva messo in comunicazione i due versanti. Opera ciclopica, di grande risonanza, che aveva consentito di avviare lavori paralleli e complementari : l'irregimentazione, per vari utilizzi, delle acque di falda scaturite dalla montagna; la realizzazione di nuove vie di comunicazione; la sistemazione di pendii e scarpate. L'entità delle opere da realizzare, aveva spinto Valerio alla decisione di conseguire la laurea proprio qui, nei pressi di questo immenso cantiere, ora prossimo alla conclusione.

Pietro viveva invece, ad una cinquantina di chilometri dall'università, nella minuscola frazione di un paesino, arrampicata ai piedi delle grandi catene. Una realtà di antiche casupole in pietra e muratura, fienili e porcili; un mondo di vacche e pecore, di leggende e superstizioni, confine tra gli estremi margini della civiltà e le brulle barriere montane. Culturalmente, Pietro, giunto alle soglie della laurea, si elevava di un baratro rispetto a tutti i compaesani. Eppure i suoi progetti per il futuro non si elevavano oltre quel piccolo mondo agricolo, a cui era abbarbicato come l'ostrica di Verga. Le sue ambizioni si limitavano ad un programma : fondare una comunità

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   1 commenti     di: marco pistelli


Un viaggio nelle dune brasiliane dove esiste un deserto pieno di acqua

Approfittando di una settimana di relax durante un periodo di lavoro in Brasile abbiamo avuto il piacere di scoprire, su consiglio dei brasiliani, Jericoacoara.
Questa località del tutto particolare è situata a circa 300 km dalla capitale di stato Fortaleza. Da Fortaleza esistono bellissime e note spiagge (segnalo la bellissima Morro Branco) ma abbiamo deciso di andare anche là. Per raggiungerla occorre recarsi con mezzi tradizionali fino Jijoca (Jijoca di Jericoacoara) in circa 4 ore di viaggio. Lì poi è necessario trasbordare su un mezzo a 4 ruote per percorrere gli ultimi 23 km in mezzo alle dune. La località infatti è protetta ed è all'interno vero e proprio Parco Nazionale, tra enormi dune mobili, laghi di acqua cristallina, giganteschi cocchi, bellissime spiagge paradisiache, con un mare calmo. Ci pareva difficile arrivarci ed invece l'organizzazione dei trasporti e dei trasbordi da autobus a mezzi 4x4 è efficientissima.
Originalmente era di un semplice villaggio di pescatori, perduto tra immense dune bianche e completamente isolato dal resto del mondo. Oggi ha conservato la sua atmosfera magica con strade totalmente di sabbia, e la pesca continua ad essere proficua e garantisce sulla tavola prelibatezze di gamberoni e di aragoste cucinate in modo elaborato. Le case sono tutte piccole costruzioni in legno, circondate da bellissimi fiori e piante tropicali. Le dune bianchissime ed enormi sono percorse da numerose dune buggy ma la particolarità sono le cristalline lagune di acqua dolce dove è possibile fare bagni in ambienti magici e tranquilli, sorseggiando agua de coco. Queste lagune sono formate da acqua piovana e sono localizzate fra le dune, qui le dune sono mobili a causa dei venti e addirittura un paese ( Tatabuja)è stato progressivamente sotterrato ed ora è stato ricollocato. Un'altra caratteristica infatti è il vento, sempre presente e anche molto forte per questo motivo la località è cresciuta e diventata il paradiso dei wind s

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Dal diario della Luna

1. 08. 2004 secondo giorno consecutivo di luna piena. Evento che accade solo ogni 7 anni..

Oggi è una nottata speciale, sono sette anni che aspetto, è la nottata della seconda possibilità, ed io sono ancora quassù più affascinante di ieri con il vestito più bello, appena collaudato la sera prima. Accattivanti riflessi amaranto sfumano il mio sguardo, perfino le stelle si sono tirate da parte, comincia l'inusuale replica di uno scontato successo. Esco di fuori e sono ancora io, di nuovo, per farmi guardare, per moltiplicare le stesse lusinghiere parole, per stupire ed ammagliare, per fare sognare, innamorare e sospirare. Mi guardo in giro nella mia superba bellezza e cerco gli sguardi ammirati di ieri che accompagneranno la mia oscurità e riempiranno la nuova attesa con inusuale abbondanza. Ed eccoli lì con il naso all'insù, mi aspettavano, occhi innamorati che risucchiano da me poesia, passione, sentimento, calore di cui si nutriranno e di cui nutriranno i loro baci, gli abbracci... ma io sento freddo, un gelo profondo, ghiaccio che scintilla sulla mia pelle ammirata da tutti.
Ed ecco la vedo, ha il respiro un po' affannato, un po' di sudore le imperla il corpo nudo. Apre le griglie, non cerca me, solo il fresco della notte, è al piano terra ma non le importa se qualcuno durante la notte potrebbe spiarla, si ridistende nel buio, sopra il lenzuolo stende le gambe, allarga le braccia offrendo all'aria nuova il suo corpo. Socchiude gli occhi per il caldo che non passa e tra le ciglia mi scorge. Si sente osservata. Io resto immobile nascosta tra i ventagli simmetrici di una palma, la osservo, l'attaccatura dei capelli sul cuscino è umida come la dolce curva che dal suo labbro superiore raggiunge il suo naso. Chiude gli occhi si lascia fare dal mio sguardo che ora le sta illuminando la pelle. La mia luce la sta accarezzando, mi ha davanti ed ha un brivido di stupido pudore scorgendo il luccichìo del suo seno, il piccolo avvallamento del suo ombelico,

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   6 commenti     di: Monica d


Barbagia

Jeanne si chiedeva se si potesse trovare in natura la dimensione della solitudine. Non indagava più in merito a che cosa l'avesse provocata. Aveva bisogno di un criterio di misura. La qual cosa non coincide con il silenzio. Per la persona sola il vero silenzio non esiste mai; essa ode e ascolta moltissimo, perché cerca un suono di richiamo, non un suono qualsiasi. Jeanne s'era posta davanti al mare, ma scoprì che il movimento non collima con la solitudine. La solitudine è immobile. Già l'imponenza di una montagna, con le sue rupi, i suoi ghiacciai, il sibilare dei venti, è vicina alla impenetrabilità della solitudine. Così Jeanne, a quasi sessant'anni, partì per un viaggio ed iniziò la sua ricerca. Un luogo nel mondo che potesse darle il " senso" visivo della solitudine interiore. Cercò molto e lo trovò. Il cuore della Barbagia è un luogo di solitudine assoluta, laddove segni fugaci di vita umana si scorgono, ma non c'è traccia apparente di uomini in movimento. Perché la solitudine è questo: un vasto luogo in cui l'uomo " è stato" , ha messo una radice, un suo segno e poi ha lasciato un abbandono. La solitudine è tale solo se preceduta da un lontano abbandono. Nessuno nasce solo, in origine. Lo sguardo di Jeanne scorreva su strade che si perdono contro costoni, greggi che vagano lenti, accompagnati dai cani; muretti a secco che serpeggiano come nervi della mano abbronzata di un vecchio e poche, pochissime case, lontane, simili a punti senza ragione. Boscaglie estese a macchia ruggine, avide anche del terreno vizzo che attende la pioggia da mesi. Le creste calcaree dei monti , con fessure percorse da licheni e muschi secchi. Nessuna voce, se non il lemme pendolìo dei campanacci che le pecore muovono all'unisono, come assieme chinano la testa a strappare erbe. E poi il vento, un forte maestrale che scorazza e dilata ogni pertugio, pronto a portare voci dal mare, magari q

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Domenica

Nei miei ricordi la domenica occupa un posto speciale
nel mio cuore essa è legata alla santificazione della festa ed al ricordo dell' atmosfera gioiosa che aleggiava nella
casa con i miei genitori che davano rilevanza a questo
giorno del Signore del quale si sentiva il riverbero anche nelle altre famiglie e negli odori che provenivano dalle case; quasi ad attestare che quella era una giornata speciale nella quale l'uomo diveniva padrone di se stesso
e poteva vivere quel tempo, ringraziando il Signore di
quel riposo e del dono della vita con tutte le meraviglie
del creato che proclamano da sole la grandezza di Dio.
Ricordo le canzoni di allora che contenevano questa
sacralità del giorno e del riposo quale ad esempio :
"Domenica è sempre Domenica!" che era la sigla del
"Musichiere " gioco musicale televisivo condotto dal
compianto Mario Riva, la canzone era stata composta
da Garinei- Giovannini e Kramer e le parole erano
le seguenti:
" È Domenica per i poveri e i Signori
ognuno vo dormì tranquillamente
né clacson, né sirene e né motori
si sveglia la città più dolcemente
Persino il gallo molto premuroso
non fa chicchirichì.
Ha scritto sul pollaio buon riposo
ritorno lunedì !
Domenica è sempre Domenica
si sveglia la città con le campane
al primo dindonda il Gianicolo
sant'Angelo risponde din don dan
Domenica è sempre Domenica
e ognuno appena si risveglierà
felice sarà e spenderà
sti quattro soldi de felicità !"

Oppure Gigliola Cinguetti che cantava :
" La domenica andando alla Messa compagnata dai
miei amatori!"
o Domenico Modugno nella sua "Notte chiara chiara!"
"Ringraziu a tia Signori picchì mi lassi viviri accussì!"
I tempi erano pervasi dal sacro timore di Dio e dalla
preghiera più o meno manifesta ma sempre presente
nei cuori della gente.
Oggi assistiamo alla desacralizzazione della Domenica
nella quale i negozi, che un tempo rispettavano la chiusura nel giorno del Signore, sono quasi sempre

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Giuseppe e la natura

Giuseppe ama la natura. È il suo mondo, nessuno lo può distruggere. È un mondo speciale, dove si rifugia per riflettere ed ammirare le bellezze che lo circondano.
Una volta per settimana si reca lì, nella sua campagna e, appena scende dal sedile della macchina, si reca in quel posto. Ed è così: Corre, nella nuda terra, talvolta anche bagnata, accompagnato dai suoi cagnolini. Dopo un breve tragitto si ferma, per guardare degli alberi di albicocca, appena in fiore. Allunga la mano, per toccare un fiore, avvicina il naso per sentire l' odore. Salta, cercando di arrivare ai rami più alti e, gira su se stesso, per cadere infine su un manto coperto dai petali rosa dei fiori. Ora si reca dagli alti cipressi, per annusare le loro foglie, per toccare il tronco resinoso e, per abbracciarli.
Ora si dirige verso il luogo, passando lungo un piccolo campo ornato da spighe. Oltrepassa un fiumicciatolo coperto di roccie e, risale la piccola altura che ha di fronte. Le pietre sull' altura sono ricche di muschi, che, crescono innocenti baciati dai raggi del Sole. È come se la brezza lo trasportasse verso luoghi ancora più lontani, cullandolo tra le braccia invisibili del vento.
È arrivato. Viene accolto dagli alti e possenti alberi di eucalipto, che, gli accarezzano le guance in segno di benvenuto. Lui ricambia il gesto, abbracciando forte il tronco, come se fosse una persona reale. Continua il suo percorso, per finire in un ampio spazio circolare, ornato da numerose specie di piante e, dalla sua roccia, dove si sedeva. Quindi si siede, sporgendosi verso una grande siepe di lentisco. Viene invaso da un odore fresco ed intenso tipico di questa pianta, ed è come se la stessa pianta lo stesse coccolando. Con le mani accarezza lievemente le piccole foglioline, sfiorando le bacche nere e rosse, talvolta facendone cadere più di una. Si avvicina ad una piccola siepe di cisto, tutta colorata da piccoli fiori, color bianco, dove lavora una piccola ape, poi gira il capo e nota,

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   8 commenti     di: Giuseppe Tiloca



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