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Racconti sulla natura

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Vercingetorige

Vercingetorige



Vercingetorige manifestò la sua presenza in modo subdolo, silenzioso e del tutto indifferente, secondo il costume di quelli della sua razza, cosicché non ci si può render conto da quanto tempo ci fanno onore delle loro visite se non quando hanno deciso che la nostra casa è di loro gradimento e val la pena d'insediarvisi stabilmente.
Comparvero, dapprima, dei minuscoli granellini neri in un angolino tra i più nascosti tali da far pensare a un segnale di progressivo disfacimento della casa; tuttavia essi erano troppo piccoli e ad un attento e ravvicinato esame non parevano contenere sostanze che potessero essere ragionevolmente appartenute ad un muro, seppur in stato di disgregazione costante.
Successivamente, e prima che si fosse trovata una spiegazione plausibile ai granellini neri, si manifestarono curiose deformazioni lungo i bordi della credenza, piccole cavità, sgraffiature, quasi minuscole erosioni che furono, di volta in volta, imputate ai tarli, all'usura e ai detersivi, persino all'imperizia e all'inettitudine delle donne di casa, cosa questa che provocò tonanti battibecchi, ma non alla presenza di un membro della nutrita specie di Vercingetorige.
Fu stabilito di cambiare il senso di marcia dell'intero sistema pulente, il tipo di detersivo e persino la credenza; non si riuscì a cambiare le donne di casa, né a modificare il loro grado di perizia nettante, né a renderlo totalmente innocuo, così che non si fu mai certi d'aver fatto le cose con scrupolo e ci si aspettò, da un momento all'altro, la comparsa di ulteriori segni del proprio ignavo agire.
E i segni comparvero, in forma di oscure avvisaglie più che mai indecifrabili; circostanze, apparenze, sgattaiolii, visto non visto, m'era parso, residui, sgraffignature di avanzi incustoditi, rumorini, crepitii, sfrigolii, scricchiolii, chi sarà stato? e la bizzarra metamorfosi di Cesare, il vecchio soriano sornione e gabbamondo che da qualche tempo aveva preso a dormire con

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Piccoli folli, piccoli eroi

La luna che si spalancava improvvisa tra gli alberi, carica di imponenza, ad illuminare la fredda nottata, era l'unico punto di riferimento, l'unico contatto col resto del mondo: infatti quella medesima luna piena, dall'aspetto denso di vita, raggiungeva anche i paesini addormentati, laggiù, ormai da tempo scomparsi alla nostra vista.
La montagna, ergendosi maestosa, ci aveva inghiottiti nel suo ventre: era soltanto una sfida tra noi, piccoli uomini impavidi, e lei, possente ed apparentemente invincibile. Eppure ci sentivamo come protetti, in quelle gole alberate : nessun segno di vita civile raggiungeva i nostri passi. Erano quasi le tre di notte. Una notte suggestiva e fantastica.

Avevamo arrancato con trenta chili sulle spalle, per le vallette verdi, tra fontanili e masserie. La vetta ci aveva sovrastato con superba indifferenza : eppure era conscia della nostra sfida. Arrivare all'alba abbarbicati alla croce di legno, che segna il culmine di quel gigante : quella era la nostra sfida, quello sarebbe stato il nostro trionfo. Avremmo sconfitto la vetta : eppure quella, fino a quando il tramonto si era dipinto dietro i suoi massi, ci aveva seguito dall'alto, sorridendo con un ghigno di beffarda ironia.

Eravamo in quattro : quattro amici veri. Almeno così pensavo. Per ciascuno vent'anni, o poco di più : un'età di frontiera, l'età che divide le illusioni dalla vita.
Sembravano parlarci, gli alberi del bosco, cingerci in un abbraccio impetuoso, tanto protettivo quanto difficilmente solubile. Il ruscello, indistinto nell'ombra, era per noi soltanto una scia di vaporoso crepitìo, che scorreva nervosamente tra i ciottoli e le pietre levigate : proprio come di giorno. Quassù nulla dormiva : capivamo che gli orari non sono altro che una convenzione della società.
Eppure era proprio l'ora notturna a dare a tutto un aspetto insolito e meraviglioso: sentivamo ad ogni passo nascere in noi emozioni profonde; emozioni difficilmente descrivibili con semp

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   1 commenti     di: marco pistelli


Una nuvola

ecco, ci risiamo. è ripreso a piovere. ma non era arrivata l'estate? non s'erano buttati alle ortiche i cappotti? e le scarpe pesanti? e gli ombrelli? le coperte non erano volate dai letti per andare anch'esse a salutar l'estate sui balconi? forse era vero, forse un sogno, chi può dirlo! tant'è che siamo qui a battere i denti in pieno maggio e sembra strano che solo qualche giorno fa siamo stati al mare; pare che piova da un secolo, ma sono solo due giorni. non vediamo l'ora di veder spuntare il sole per poter dire: uffa, che caldo!
e così, per la sola forza del ricordo, forza d'inerzia, che ne richiama altri pur senza volerli, mi ritrovo a viaggiare indietro nel tempo; le analogie e le reminiscenze si accavallano nella mente peggio che un turbine e in questo turbinio non vedo passare una nuvola, che strano, che cosa facevo nei giorni di pioggia? ci saranno pur stati giorni bigi nella mia primiera esistenza, che fine avranno mai fatto? ne è andata persa ogni traccia, non mi riesce di ricordare un paio di scarpe inzuppate, nè il colore del mio ombrello, ne avrò pure avuto uno.. nè potrei descrivere una giornata di pioggia che abbia in qualche modo umettato i fervori della mia fanciullesca fantasia o abbia lenito i bollori delle inquietudini giovanili.
sarà forse che è piovuto poco negli ultimi trent'anni? tanto poco che le nubi sian passate inosservate sulle nostre teste? o meglio, sulla mia testa? l'unica nuvola che ricordo bene d'aver visto e quasi toccata è quella che sognai, all'età di circa dieci anni; era bella, bianca e soffice, una spuma; sognai che era venuta giù da sola, lentamente ondeggiando sulle ali della brezzolina fino a posarmisi accanto. era venuta giù da un cielo azzurrissimo, terso, tanto da sembrare finto; ma si sa.. nei sogni... ed io, per la felicità e il desiderio di tenerla per sempre con me, le misi un collare, quello del mio cane Black e.. piano, piano, piano perchè non si rompesse, senza staccar gli occhi da qu

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Il tesoro dell'icona

Valerio uscì dall'università con un gran mal di testa, sintomo della nausea per quel giorno raggiunta verso il lavoro, gli studi, gli incontri "diplomatici"; lo assaliva una gran voglia di correre, a respirare il profumo di primavera promesso da quella giornata, ancora lontana a tramontare.
Il suo amico Pietro lo attendeva, per cena, nel suo piccolo borgo di montagna.
Proveniendo da luoghi ed ambienti totalmente disparati, i due erano divenuti amici inseparabili, nella cittadina appenninica, tra le aule di quella facoltà universitaria tecnica.

Valerio veniva dalla grande città. In famiglia si gestiva un'impresa di costruzioni; avevano conseguito un rilevante appalto in questa zona : la realizzazione di infrastrutture, connesse al traforo che, tagliando il grande massiccio calcareo, ne aveva messo in comunicazione i due versanti. Opera ciclopica, di grande risonanza, che aveva consentito di avviare lavori paralleli e complementari : l'irregimentazione, per vari utilizzi, delle acque di falda scaturite dalla montagna; la realizzazione di nuove vie di comunicazione; la sistemazione di pendii e scarpate. L'entità delle opere da realizzare, aveva spinto Valerio alla decisione di conseguire la laurea proprio qui, nei pressi di questo immenso cantiere, ora prossimo alla conclusione.

Pietro viveva invece, ad una cinquantina di chilometri dall'università, nella minuscola frazione di un paesino, arrampicata ai piedi delle grandi catene. Una realtà di antiche casupole in pietra e muratura, fienili e porcili; un mondo di vacche e pecore, di leggende e superstizioni, confine tra gli estremi margini della civiltà e le brulle barriere montane. Culturalmente, Pietro, giunto alle soglie della laurea, si elevava di un baratro rispetto a tutti i compaesani. Eppure i suoi progetti per il futuro non si elevavano oltre quel piccolo mondo agricolo, a cui era abbarbicato come l'ostrica di Verga. Le sue ambizioni si limitavano ad un programma : fondare una comunità

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   1 commenti     di: marco pistelli


Vorrei essere come questa luna in questa notte di tempesta

Vorrei essere come questa luna in questa notte di tempesta. Il vento è in guerra. Sento il suo canto muto, nudo di parole. O forse è un vento che viene da lontano e parla una lingua a me straniera, incomprensibile. Ed i rami degli alberi rispondono quasi impacciati all'eleganza del suo attacco: sferrano colpi casuali, senza un bersaglio. Arrivano persino nel tentativo innaturale e disperato di vincere questa forza invisibile, come fanno gli uomini con il destino, a colpirsi tra loro con violenza. E sbattono contro la luna piena, così che a tratti una parte di lei scompare alla mia vista. Perdo per un istante la sua lucentezza, il suo colore fulgido, senza sfumatura: è ormai l'alba è lei è un sole in tramonto che mostra la parte migliore di sè!.
Perdo una percentuale del nostro affezionato satellite, ma non è realtà: è un gioco di prospettiva. Se mi trovassi in un altro luogo forse la parte di lei che mi sfugge ora apparterebbe al mio campo di vista mentre, forse, sarei privata da qualcos'altro alla vista di un'altra porzione di lei. Spesso la scelta del luogo in cui ci troviamo è semplicemente una mediazione tra ciò che vogliamo avere e ciò che siamo disposti a perdere per esso...

Vorrei essere come questa luna stanotte. Che testimone di una lotta cruenta del vento osserva ed ignora. Così distante, intangibile, esprime tutta la sua bellezza, la sua pace interiore. È , che sia ben chiaro, non è indifferenza o crudeltà d'animo. È che obiettivamente lei è lontana anniluce da tutti i nostri guai sulla terra. Vorrei possedere la sua distanza. Non lasciarmi sfregiare il volto dall'affilato vento e accecare dai goffi rami che lui muove. Vorrei contemplare senza partecipare emotivamente come questo disco tondo giallo dal volto quasi femmineo, plastico, senza espressione. Guardare in lontananza, grossolonamente perdendendo i dettagli. Senza risoluzione per evitare poi di trovare una soluzione, il pezzo mancante al puzzle della vita che

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Un viaggio nelle dune brasiliane dove esiste un deserto pieno di acqua

Approfittando di una settimana di relax durante un periodo di lavoro in Brasile abbiamo avuto il piacere di scoprire, su consiglio dei brasiliani, Jericoacoara.
Questa località del tutto particolare è situata a circa 300 km dalla capitale di stato Fortaleza. Da Fortaleza esistono bellissime e note spiagge (segnalo la bellissima Morro Branco) ma abbiamo deciso di andare anche là. Per raggiungerla occorre recarsi con mezzi tradizionali fino Jijoca (Jijoca di Jericoacoara) in circa 4 ore di viaggio. Lì poi è necessario trasbordare su un mezzo a 4 ruote per percorrere gli ultimi 23 km in mezzo alle dune. La località infatti è protetta ed è all'interno vero e proprio Parco Nazionale, tra enormi dune mobili, laghi di acqua cristallina, giganteschi cocchi, bellissime spiagge paradisiache, con un mare calmo. Ci pareva difficile arrivarci ed invece l'organizzazione dei trasporti e dei trasbordi da autobus a mezzi 4x4 è efficientissima.
Originalmente era di un semplice villaggio di pescatori, perduto tra immense dune bianche e completamente isolato dal resto del mondo. Oggi ha conservato la sua atmosfera magica con strade totalmente di sabbia, e la pesca continua ad essere proficua e garantisce sulla tavola prelibatezze di gamberoni e di aragoste cucinate in modo elaborato. Le case sono tutte piccole costruzioni in legno, circondate da bellissimi fiori e piante tropicali. Le dune bianchissime ed enormi sono percorse da numerose dune buggy ma la particolarità sono le cristalline lagune di acqua dolce dove è possibile fare bagni in ambienti magici e tranquilli, sorseggiando agua de coco. Queste lagune sono formate da acqua piovana e sono localizzate fra le dune, qui le dune sono mobili a causa dei venti e addirittura un paese ( Tatabuja)è stato progressivamente sotterrato ed ora è stato ricollocato. Un'altra caratteristica infatti è il vento, sempre presente e anche molto forte per questo motivo la località è cresciuta e diventata il paradiso dei wind s

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Incontro a sorpresa nel bosco

Rapito dalla curiosità presi a camminare lungo quel sentiero buio ed accidentato: soltanto qualche debole raggio di luce riusciva a trapelare fra la fitta macchia di lecci e corbezzoli. Avanzavo a passi lenti, immergendomi sempre più in una natura fiabesca e ancora vergine. Un piccolo mondo dove ogni cosa pareva disposta secondo l'ordine di un abile creatore: di là un grosso ragno tesseva pazientemente la sua tela fra gli arbusti, dall'alto di un tronco contorto una ghiandaia infrangeva il silenzio con dei rauchi richiami mentre una leggera brezza accarezzava le foglie sprigionando il profumo soave dell'autunno. Talvolta il bosco mi infonde un senso di libertà tale da farmi desiderare di trascorrere il resto della vita a contemplarlo in tutta la sua poetica bellezza...
Superata per un tratto la folta vegetazione mi ritrovai improvvisamente ai piedi di un enorme lastra granitica: la caratteristica roccia perfettamente squadrata si elevava a circa dieci metri dal suolo assumendo un aspetto davvero splendido! Rasentando la parete scorsi l'angusta imboccatura di una grotta. Penetrai all'interno senza esitare, il passaggio era stretto e dovetti subito avanzare carponi per raggiungere l'uscita ma, una volta fuori, un brivido di stupore e meraviglia mi travolse!
Stavo in piedi sul ciglio di una sorta di terrazza naturale decisamente alta: inspirai il più profondamente possibile lasciando che l'aria fresca e pura inondasse i miei polmoni. La selva si estendeva per chilometri sotto di me: realizzai con soddisfazione di trovarmi quasi sulla sommità dello strano monolite. Ovviamente non potei fare a meno di sostare là sopra per un po', chiudere gli occhi e lasciare che le armoniose melodie della natura mi trasportassero in un sogno fantastico. Purtroppo al mio ''risveglio'' le case del paese in lontananza mi ricordarono che la strada del rientro era lunga e faticosa perciò decisi di tornare indietro. Riattraversando il bosco mi fu chiaro di aver percorso mol

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   5 commenti     di: Sergio Manconi



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