Vercingetorige
Vercingetorige manifestò la sua presenza in modo subdolo, silenzioso e del tutto indifferente, secondo il costume di quelli della sua razza, cosicché non ci si può render conto da quanto tempo ci fanno onore delle loro visite se non quando hanno deciso che la nostra casa è di loro gradimento e val la pena d'insediarvisi stabilmente.
Comparvero, dapprima, dei minuscoli granellini neri in un angolino tra i più nascosti tali da far pensare a un segnale di progressivo disfacimento della casa; tuttavia essi erano troppo piccoli e ad un attento e ravvicinato esame non parevano contenere sostanze che potessero essere ragionevolmente appartenute ad un muro, seppur in stato di disgregazione costante.
Successivamente, e prima che si fosse trovata una spiegazione plausibile ai granellini neri, si manifestarono curiose deformazioni lungo i bordi della credenza, piccole cavità, sgraffiature, quasi minuscole erosioni che furono, di volta in volta, imputate ai tarli, all'usura e ai detersivi, persino all'imperizia e all'inettitudine delle donne di casa, cosa questa che provocò tonanti battibecchi, ma non alla presenza di un membro della nutrita specie di Vercingetorige.
Fu stabilito di cambiare il senso di marcia dell'intero sistema pulente, il tipo di detersivo e persino la credenza; non si riuscì a cambiare le donne di casa, né a modificare il loro grado di perizia nettante, né a renderlo totalmente innocuo, così che non si fu mai certi d'aver fatto le cose con scrupolo e ci si aspettò, da un momento all'altro, la comparsa di ulteriori segni del proprio ignavo agire.
E i segni comparvero, in forma di oscure avvisaglie più che mai indecifrabili; circostanze, apparenze, sgattaiolii, visto non visto, m'era parso, residui, sgraffignature di avanzi incustoditi, rumorini, crepitii, sfrigolii, scricchiolii, chi sarà stato? e la bizzarra metamorfosi di Cesare, il vecchio soriano sornione e gabbamondo che da qualche tempo aveva preso a dormire con
L'isola Margherita è lo specchio del mondo.
Qui le contraddizioni convivono, ora stridenti ora in simbiosi.
Angoli di paradiso, ove la natura si esalta protagonista assoluta ed incontaminata.
Cumuli di immondizia, sterpaglie, marciume e scheletri di pesci e conchiglie vomitati dal mare.
Nella laguna salata le mangrovie galleggiano su zattere di radici contorte sulle quali si avvinghiano bianche conchiglie di perle.
Dai rami pendono radici come proboscide, si immergono nell'acqua alla conquista di nuovi spazi.
I pellicani squarciano l'aria coi loro becchi maestosi e volteggiano leggeri tra i corridoi della laguna.
La percorriamo a bordo di barche logore, spinte da un motore nauseabondo e rumoroso.
La mia sembra che faccia fatica a tenersi a galla, che si inclini, ma l'acqua è placida e le mangrovie che ci sfiorano alleviano la paura.
A riva spazi aridi e polverosi, qualche povero chiosco con gente che si industria a vendere conchiglie e collane di perle di poco valore.
Cammini su un sentiero polveroso e all'improvviso ti appare, come fosse una visione sotto il sole cocente, una spiaggia immensa ove cammini su un tappeto di piccole conchiglie colorate a varie tinte.
Poi nuovamente terra, rossa ed arsa, trapunta di alberi di cactus spinosi e cespugli che non temono il sole opaco e cocente.
Il nastro d'asfalto corre irregolare e senza ripari per spazi sconfinati per un'isola, attraversa improvvise oasi di curati giardini ove il verde si esalta tra i fiori e l'acqua che zampilla.
Alberghi lussuosi ed edifici di cemento rompono l'aperto orizzonte, tra una corona di case basse e povere.
Ovunque bambini e ragazzi che con un sorriso insistente tendono le mani; auto d'epoca con i vetri affumicati e i sedili in pelle sgualciti; pullman senza porte con i vetri ricoperti di nastro adesivo.
Si respira a fatica un'aria acre, afosa e calda che sollecita le narici e brucia la pelle, mentre giri incuriosito tra vetrine variopinte e bancarelle consumate d
Jeanne si chiedeva se si potesse trovare in natura la dimensione della solitudine. Non indagava più in merito a che cosa l'avesse provocata. Aveva bisogno di un criterio di misura. La qual cosa non coincide con il silenzio. Per la persona sola il vero silenzio non esiste mai; essa ode e ascolta moltissimo, perché cerca un suono di richiamo, non un suono qualsiasi. Jeanne s'era posta davanti al mare, ma scoprì che il movimento non collima con la solitudine. La solitudine è immobile. Già l'imponenza di una montagna, con le sue rupi, i suoi ghiacciai, il sibilare dei venti, è vicina alla impenetrabilità della solitudine. Così Jeanne, a quasi sessant'anni, partì per un viaggio ed iniziò la sua ricerca. Un luogo nel mondo che potesse darle il " senso" visivo della solitudine interiore. Cercò molto e lo trovò. Il cuore della Barbagia è un luogo di solitudine assoluta, laddove segni fugaci di vita umana si scorgono, ma non c'è traccia apparente di uomini in movimento. Perché la solitudine è questo: un vasto luogo in cui l'uomo " è stato" , ha messo una radice, un suo segno e poi ha lasciato un abbandono. La solitudine è tale solo se preceduta da un lontano abbandono. Nessuno nasce solo, in origine. Lo sguardo di Jeanne scorreva su strade che si perdono contro costoni, greggi che vagano lenti, accompagnati dai cani; muretti a secco che serpeggiano come nervi della mano abbronzata di un vecchio e poche, pochissime case, lontane, simili a punti senza ragione. Boscaglie estese a macchia ruggine, avide anche del terreno vizzo che attende la pioggia da mesi. Le creste calcaree dei monti , con fessure percorse da licheni e muschi secchi. Nessuna voce, se non il lemme pendolìo dei campanacci che le pecore muovono all'unisono, come assieme chinano la testa a strappare erbe. E poi il vento, un forte maestrale che scorazza e dilata ogni pertugio, pronto a portare voci dal mare, magari q
[continua a leggere...]Il banco era pieno zeppo di cibo e di vino, di grappe e di birra e qualsiasi cosa potesse cullare deliziare o far viaggiare la mente. Marco usava l’alcol per farsi infettare, era una specie di fecondazione dove lui era la donna che avrebbe dato alla luce qualcosa, brutto o bello non aveva così tanta importanza. L’arte per lui era qualcosa che lo avvicinava in maniera mostruosa a Dio, il poter creare come il perdurare nel tempo. Marco scriveva… e scriveva di tutto: racconti, storie, pezzi di sceneggiature e poesie ma il suo punto forte era il romanzo. Aveva pubblicato da poco, con una casa editrice minore il suo primo romanzo: “Se l’amore è una cosa inutile” in appena 500 copie e non senza doverne acquistare una settantina di copie che prontamente pensò di regale ad amici, e ad amici di amici e fidanzate di amici di amici.
Lentamente, con la sua nota camminata da poeta maledetto o malato mentale che si voglia, si avvicinò alla tavolata dove gli amici mezzi sopiti da un po’ ridevano e schiamazzavano. Senza dire nulla prese un bicchiere e lo riempì per tre quarti di morbido vino rosso, facendolo roteare con classe quasi fosse un intenditore. Guido s’alzò di scatto esclamando “eh no caro, tu non l’hai pagato” riferendosi a chi effettivamente aveva procurato e organizzato il banchetto. Ma Marco non se ne curò minimamente, bevve un sorso del vino plastico da supermercato e disse “il vino è dei pensatori o dei lavoratori”, qualcuno già sorrideva, continuò “io lavoro con il mio pensiero, dovrebbe pagarmelo lo Stato il vino” e i ragazzi allucinati scoppiarono in una risata liberatoria da tensione accumulata. Guido era a questo punto, più ubriaco di prima, si mise a sedere e diede una pacca sulla spalla all’amico e scoppiò anche lui a ridere.
Tutti ridevano e tutti bevevano la notte scura, ognuno cercava di eliminare ricordi che avevano fatto nidi in testa come maledetti ragni che non volevano andarsene più. Tutti ridevano e tut
La brezza disegnò alcune strisce nel blu profondo del cielo notturno. Si sentivano gli animali tutti intorno che intonavano un assurdo peana, ed era impossibile distinguerli l’uno dall’altro, ed era impossibile anche solo tentare di attribuire un verso ad una figura, ad una fisionomia. Era vivo, adesso lo sapeva. Sentiva fluire il sangue, caldo nelle vene, e fu come una liberazione, o una condanna, ancora non poteva capirlo; aveva un persistente ticchettio che gli martellava la scatola cranica dall’interno e ancora non aveva aperto gli occhi, forse avrebbe potuto farlo, ma ancora non l’aveva fatto. Si teneva rannicchiato a se stesso, quasi in posizione fetale, timoroso di rompere quell’equilibrio stentato ma sicuro in cui si era trovato: avvertiva, sul lato della schiena su cui era appoggiato, l’umido della terra, e una strana miscela di dolore e forza che gli sgorgava dalla ferita sulla testa. Ma era sangue, ne era quasi certo, un fiotto denso e abbondante che fluiva delicato dalla sua fronte all’erba, gli sembrava quasi di poterlo sentire che sgocciolava un poco per volta. Non era la prima volta che sentiva il sangue sulla propria pelle, era già successo, ma ancora aveva troppa confusione in testa per ricordare dove e quando. Percepiva il sangue sulla pelle eppure aveva quasi la sensazione di poterne indovinare anche il gusto, era incredibile, ma il tatto aveva richiamato il gusto, e senza un filtro della ragione, solo così, perché era la cosa più naturale di questo mondo. Poi riacquistò la coscienza un passo alla volta, con una calma estenuante, anche se dire quanto tempo fosse trascorso da quando si era trovato a terra, schienato era impossibile.
La notte aveva disegnato un cielo simile anche il giorno della Pentecoste di due anni prima, quando con sua madre si era spostato alla fiera del paese, c’erano gli zingari e gente che vendeva i calendari e tutti parevano divertirsi. Manola stava appoggiata allo steccato vicino alla chiesa, e facev
Tantissimi anni fa, che a contarli si impiegherebbe un tempo lunghissimo, i ghiacciai alpini si ritirarono, lasciando profondi solchi sulle pendici delle montagne che avevano ricoperto lungamente. Trascorse altro tempo e le valli si rivestirono di erbe, cespugli, boschi, e si popolarono di animali. Infine venne l'uomo. Non sappiamo chi fu il primo a penetrare nella nostra valle e a stabilirvisi. Né conosciamo il motivo che lo spinse ad abbandonare la fertile pianura per addentrarsi in un ambiente ostile, fatto di lunghi inverni e di brevi estati, dove la natura non concede sconti e punisce severamente anche il minimo errore. Forse fu cacciato dal suo territorio da altri uomini più numerosi e potenti o forse fu a causa della innata curiosità della nostra razza, che ci spinge a voler andare sempre oltre. Probabilmente fu una famiglia o una minuscola tribù quella che si stabilì nella valle, non certo una moltitudine di genti. L'ambiente montano non riesce a mantenere che piccoli gruppi di persone. Pietre e legname non mancavano certo: si costruirono abitazioni. Di ridotte dimensioni, basse, con poche aperture, vicine le une alle altre. Quei costruttori non mancavano certo di ingegno! Sapevano che la natura va assecondata, non combattuta. Passarono gli anni, poi i secoli: il piccolo villaggio mutò di poco. Alcune altre abitazioni per i nuovi nuclei famigliari, qualche stalla e qualche fienile in più. In basso, verso il torrente, un vasto spiazzo soleggiato fu adibito ad orto per tutta la comunità.
Già allora si conosceva la fonte del cervo. Si tramandava che nei tempi passati un cacciatore del villaggio, il più abile e forte, raggiunta una verde radura avesse scorto un grande cervo maschio che si abbeverava ad una sorgente che sgorgava alla base di un masso biancheggiante in mezzo al prato. Teso l'arco con tutta la forza che possedeva, presa accuratamente la mira, il cacciatore scoccò la freccia che colpì il cervo diritto al cuore. Per noi oggigiorn
Il ramarro origliava con sottigliezza dal basso delle ortiche. C'era Mario e c'era Antonio con lui. Armato di rastrello, Antonio radunava l'erba secca e le foglie vecchie per farne un falò. Sebbene lo seguisse col forcone, Mario pareva distratto, e ad ogni rintocco del lontano campanile, il suo cuore indaffarato gioiva. Tosto giungeva il suo dipartire; tornava veloce a Nuova York quel bel cravattino, e la camicia di seta, e la bella giacca firmata. Antonio, silente e contento, rastrellava le sterpaglie del giardino e bestemmiava con leggerezza ad ogni sasso, roteando la lingua sulla erre, che al rastrello non dava agevole passaggio.
-A' pulì ess!, ripeteva con tono canzonatorio, indicando un punto del giardino.
Mario, distratto dal giovane rettile non sentì le parole dell'amico, ma si avvicinò piano e chiese:
-Antò, ch è chess?
- È na salesctra. La vì com' scappa! R' facém la pell?*, rispose Antonio impaziente.
Alché il ramarro parve capire e si allontanò veloce tra le foglie. Oltrepassò i sassi aguzzi e le felci, s'arrampicò su un ramo del pero e vi ricadde, piombando di nuovo nell'erba dabbasso.
Mario, però, smarrito tra i taxi di Manhattan, se ne infischiava del piccolo animaletto. Perso nell'aria fresca di quel lungo e silente pomeriggio, non badava alla montagna maestosa che li guardava dall'alto. Non adocchiava la vallata che scendeva e s'inerpicava tra i faggi e tra i pioppi. Proprio là, dove il torrente e le sue trote, i suoi barbi baffuti e fumosi, le risciole e tutti gli altri pesci trascorrevano le loro giornate. Non si specchiava nella calma del cielo, terso e silenzioso, ma chino sul forcone rimestava in mezzo all'erba il suo vortice di pensieri.
-Chieav 'ngenta e Martìn dentr'!**, esclamò di colpo Antonio, rompendo il silenzio. Alla soglia dei trent'anni sorrideva con la grazia senile di chi sa dire tutto e niente.
- Che significa, Antò?
Antonio rispose fissandolo con un sorriso. Mario si fermò a gua
Questa sezione contiene racconti sulla natura, gli animali, piante e fiori