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Racconti sulla natura

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L'insostenibile leggerezza dell'essere

Ecco qui a raccontare una delle tante storie della mia infanzia, che probabilmente puo essere davvero accaduta. L'era di questa storia non posso assicurarvi quale sia, ma leggendo, voi potete capire di che era si tratti. Ecco che ve la racconto:
In un'aperta e vasta campagna, sono situate poche fattorie ed attorno a loro un paesaggio povero di alberi ed un piccolo fiume che sfocia dopo un po di km da quelle fattorie in una cascata che crea un piccolo lago artificiale. Dall'altra riva si nota un'enorme fattoria con molte stalle, molti silo e vasti campi di raccolto di frutteti e grano. Quella fattoria è molto conosciuta dalla gente, l'unica strada per andare lì un grande ponte che passa sopra a quel fiume e poi una strada accuratamente pulita ma sterrata per arrivare tranquillamente li in modo che i veicoli non si danneggiano. In quella fattoria viveva una famiglia completa. Quella famiglia era conosciuta per il buon latte e altri prodotti che trasportavano per le fattorie oltre il ponte. La loro economia era molto attiva:una giovane donna lavorava i capi a domicilio in casa propria, due nonne che stavano assieme ai nipotini e quel lavoro che lo effettuavano due nonni ed un giovane uomo. L'uomo si chiamava Harald, la sua moglie si chiamava Sofie e i tre bambini si chiamarono Nick, Anastasia e Léon. Nel giro di due anni, però morirono le due nonne, più in là il nonno paterno ed infine l'altro anziano rimase paralizzato su una sedia, ma nonostante tutte queste disgrazie non fermarono la forza lavorativa dei due mestieri in corso. Una sera, dopo le disgrazie, i bambini volevano andare a dormire con qualche storiella, è lì c'era soltanto il loro nonno materno che si mise a raccontare la storia di un albero magico, la storia parlava di un albero che diede fortuna a dei bambini come loro e che col passare degli anni quei ragazzi divennero ricchi grazie alla magia dell'albero e come ogni storia si conclude"... e vissero felici e contenti". I bambini la ascoltarono

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Il freddo

.. fa freddo. e il freddo è una di quelle cose che ti s'infila dappertutto. esci, e credi di stare caldo, invece.. è come se fossi nudo. e il naso è umido. gli occhi piangono senza sapere.. le mani scordano di fare le mani. e pure i piedi.
a me, mi si ubriaca il cervello. sì, io non è che ho pensieri assai elevati, però anche quei pochi abituali mi si sparpagliano.. spariscono.
.. non è per la perdita dei pensieri abituali, è che io, penso che il freddo è come il letto di chiodi dei fachiri.. uguale. peggio.



Billo

Era il giorno dei SS Pietro e Paolo quando Sandra e Gianna, le gemelle dodicenni di casa Romano rincasarono verso l'una e trenta con una eccitante novità, un cucciolo di cane di appena due settimane di vita. Le due ragazze raccontarono tra un'esclamazione e l'altra come un loro compagno di scuola che viveva in campagna aveva loro regalato quel cucciolo prima che andasse a sopprimerlo da qualche parte perché la madre aveva partorito ben otto cuccioli e non poteva allattarli tutti. Inutile furono le rimostranze dei genitori adducendo validi motivi per non voler accettare quel regalo. Innanzi tutto in casa non c'era abbastanza spazio, poi..., poi le solite cose, che il cucciolo avrebbe sporcato, che abbaiando avrebbe dato fastidio ai condomini, che la casa presto avrebbe preso a puzzare di pipì di cane eccetera...
Le due sorelline non si fecero intimidire e resistettero ad ogni tentativo di convincimento, finanche a promettere ai genitori che si sarebbero preso personalmente cura del cucciolo sollevandoli da qualsiasi incombenza. Questo era, infatti, il vero motivo per cui il padre non voleva il cucciolo in casa. Sicuro che solo per l'estate, forse, l'impegno delle ragazze sarebbe stato mantenuto ma poi, con l'inizio del nuovo anno scolastico, se ne sarebbero disinteressati.
Il cucciolo, alla fine, venne accettato. Andrea, il padre, prese allora ad analizzarlo per bene. Il primo sollievo fu quello di constatare che il cucciolo era maschio e, quindi, avrebbe dato minori problemi, il secondo che non si riuscì a capire di che razza fosse. Sembrava la componente di tutte le razze canine esistenti sulla terra, non era nero e nemmeno bianco, non marrone e nemmeno arlecchino giacché aveva il pelo colorato con una miriade di colori più o meno sfumati. Osservando le gambe, né tozze né grosse, né lunghe né corte ma molto pelose anch'esse, non si riusciva a prevedere di quale taglia sarebbe diventato da grande. Di una cosa Andrea era sicuro che quel botolo mangiava a

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   3 commenti     di: Michele Rotunno


Giuseppe e la natura

Giuseppe ama la natura. È il suo mondo, nessuno lo può distruggere. È un mondo speciale, dove si rifugia per riflettere ed ammirare le bellezze che lo circondano.
Una volta per settimana si reca lì, nella sua campagna e, appena scende dal sedile della macchina, si reca in quel posto. Ed è così: Corre, nella nuda terra, talvolta anche bagnata, accompagnato dai suoi cagnolini. Dopo un breve tragitto si ferma, per guardare degli alberi di albicocca, appena in fiore. Allunga la mano, per toccare un fiore, avvicina il naso per sentire l' odore. Salta, cercando di arrivare ai rami più alti e, gira su se stesso, per cadere infine su un manto coperto dai petali rosa dei fiori. Ora si reca dagli alti cipressi, per annusare le loro foglie, per toccare il tronco resinoso e, per abbracciarli.
Ora si dirige verso il luogo, passando lungo un piccolo campo ornato da spighe. Oltrepassa un fiumicciatolo coperto di roccie e, risale la piccola altura che ha di fronte. Le pietre sull' altura sono ricche di muschi, che, crescono innocenti baciati dai raggi del Sole. È come se la brezza lo trasportasse verso luoghi ancora più lontani, cullandolo tra le braccia invisibili del vento.
È arrivato. Viene accolto dagli alti e possenti alberi di eucalipto, che, gli accarezzano le guance in segno di benvenuto. Lui ricambia il gesto, abbracciando forte il tronco, come se fosse una persona reale. Continua il suo percorso, per finire in un ampio spazio circolare, ornato da numerose specie di piante e, dalla sua roccia, dove si sedeva. Quindi si siede, sporgendosi verso una grande siepe di lentisco. Viene invaso da un odore fresco ed intenso tipico di questa pianta, ed è come se la stessa pianta lo stesse coccolando. Con le mani accarezza lievemente le piccole foglioline, sfiorando le bacche nere e rosse, talvolta facendone cadere più di una. Si avvicina ad una piccola siepe di cisto, tutta colorata da piccoli fiori, color bianco, dove lavora una piccola ape, poi gira il capo e nota,

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   8 commenti     di: Giuseppe Tiloca


Perchè la natura, è anche questo

Poche persone, riescono a concedersi qualche attimo di felicità, semplicemente guardando il cielo o la natura.
Tutt' oggi, il mondo è sempre occupato, riceve e spedisce messaggi, è collegato con il mondo ed è sempre indaffarato.
Poche persone riescono a cogliere la vera e pura bellezza che si ha quando si esce fuori città. Alcuni non riescono neanche ad immaginarlo, è una questione sia di volere, ma anche di forza d'animo. Si può nascere in un luogo, senza mai abbandonarlo, ma cambiare fa bene alle volte.
È inutile, forse sono una di quelle poche persone che riesce ad apprezzare un qualcosa di naturalesco.
Qualche persona dice ''È inutile, una persona che sta male, sta male sempre, non c' è rimedio, se no aspettare un sorriso''.
Sicuramente, sarà così, per alcuni, ma per me no.
Quando il mio animo vacilla, e diventa triste, solo, assalito da animi crudi e di solitudine, per me, c' è la soluzione.
Poche persone riescono a trovare tempo per uscire a fare una passeggiata, magari fuori città, forse lo trovano, ma non vogliono.
Ecco, per me, basta uscire fuori città, salire sulla bicicletta e dirigermi fuori città, nella natura incontaminata. Perchè, è così, ti rasserena.
Pensa.
Vedere un campo di grano, lavorato, con le spighe al vento, un bambino che corre in mezzo e alza le spighe; gli uccellini che cinguettano sopra un sughero secolare, le montagne sede di animali e piante, in lontananza, le case, di chi ha scelto di vivere fuori città.
Anche solo immaginandolo si sta meglio. I brutti avvenimenti volano via, come gli uccellini, che si dirigono dove vogliono. La natura emana una purezza d'animo, che molte persone non sanno o non vogliono cogliere.
La natura riesce in qualche modo ad energizzare il corpo umano, a renderlo vivo, sereno.
Provate ad abbracciare un albero, a voi molto caro, non sentitevi idioti, perchè nessuno lo è, specialmente se abbraccia un albero. Io, ho provato ad abbracciare molti alberi, tra cui l'eucalipto. Mi

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Un Viaggio Senza Ritorno

(Trad. Eliude Santana)
Calda prigione. Misterioso carcere. Tenebre, isolamento, oppressione. Lo spazio che occupo è esiguo e limita i movimenti. Avevo tutto per essere disperato. Indubbiamente, sono un carcerato anche se qualcosa fuori i miei sensi mi dice di no. Nessuno sconforto, quindi, non ho paura. Non ho la consapevolezza di quasi niente, a parte quella di sapere di trovarmi tra le quattro mura che sembrano volermi schiacciare. Eppure, sono elastiche.
Non so chi sono, né come sono finito qui. E non ho la più pallida idea di come ne uscirò, neppure se ci riuscirò, poiché non vedo un'uscita.
Un'altra sensazione molto strana: nonostante il fatto di narrare questa storia, è la prima volta che provo un qualche tipo di percezione. Mi sento comodo, eppure, una premonizione mi avverte: qui non ci rimarrò per sempre.
Avverto la sensazione di vicinanza del tempo in cui ci sono. Se dipendesse da me, resterei. Il mio futuro è ora.
Curiosamente, anche se non ci vedo riesco a sentire. Dormo bene e ho persino dei sogni. Sono capace di inghiottire i cibi anche se non ho fame, posso pure respirare nonostante l'aria sia pressoché nulla. E infatti, l'aria non mi manca.
Non mi preoccupa per niente il fatto di essere da solo. Trovarsi con un'altra persona, qui, porterebbe sconforto. È pericoloso. La solitudine non mi da tristezza, anzi, è la mia compagna e alleata.
Si avvicina il mio giorno. Cos'è il mio giorno? Sarà quello in cui tutto cambierà. Quando perderò quest'identità e ne guadagnerò un'altra: strana, confusa, imprevedibile. Il giorno in cui ci sarò anziché ci starò. Amo questo posto, dove nulla mi disturba, e siccome non ne conosco un altro mi ci attacco avidamente. Invano.
Sento le pareti che mi schiacciano sempre di più. Mi meraviglio nel constatare che loro sono più elastiche di quanto non potessi immaginare. Nonostante la pressione che percepisco ho la certezza che non sarò schiacciato. Anche se non avessi la

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GLI OCCHI NERI

La brezza disegnò alcune strisce nel blu profondo del cielo notturno. Si sentivano gli animali tutti intorno che intonavano un assurdo peana, ed era impossibile distinguerli l’uno dall’altro, ed era impossibile anche solo tentare di attribuire un verso ad una figura, ad una fisionomia. Era vivo, adesso lo sapeva. Sentiva fluire il sangue, caldo nelle vene, e fu come una liberazione, o una condanna, ancora non poteva capirlo; aveva un persistente ticchettio che gli martellava la scatola cranica dall’interno e ancora non aveva aperto gli occhi, forse avrebbe potuto farlo, ma ancora non l’aveva fatto. Si teneva rannicchiato a se stesso, quasi in posizione fetale, timoroso di rompere quell’equilibrio stentato ma sicuro in cui si era trovato: avvertiva, sul lato della schiena su cui era appoggiato, l’umido della terra, e una strana miscela di dolore e forza che gli sgorgava dalla ferita sulla testa. Ma era sangue, ne era quasi certo, un fiotto denso e abbondante che fluiva delicato dalla sua fronte all’erba, gli sembrava quasi di poterlo sentire che sgocciolava un poco per volta. Non era la prima volta che sentiva il sangue sulla propria pelle, era già successo, ma ancora aveva troppa confusione in testa per ricordare dove e quando. Percepiva il sangue sulla pelle eppure aveva quasi la sensazione di poterne indovinare anche il gusto, era incredibile, ma il tatto aveva richiamato il gusto, e senza un filtro della ragione, solo così, perché era la cosa più naturale di questo mondo. Poi riacquistò la coscienza un passo alla volta, con una calma estenuante, anche se dire quanto tempo fosse trascorso da quando si era trovato a terra, schienato era impossibile.
La notte aveva disegnato un cielo simile anche il giorno della Pentecoste di due anni prima, quando con sua madre si era spostato alla fiera del paese, c’erano gli zingari e gente che vendeva i calendari e tutti parevano divertirsi. Manola stava appoggiata allo steccato vicino alla chiesa, e facev

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