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Racconti sulla natura

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Il sorriso di mio padre

Il sorriso di mio padre

Il mio lavoro era di grande responsabilità anche se la stazione era piccola, di treni ne passavano parecchi ed avere a che fare col passaggio a livello non era uno scherzo.
La precisione era fondamentale. Il tempo era scandito dalle corse dei convogli, sempre gli stessi, sempre agli stessi orari.
La mia casa naturalmente era attaccata alla stazione avevo un bel giardinetto dove coltivavo qualche verdura, al piano superiore due camere da letto e sotto: salone, cucina, bagno e uno stanzino che dava sulla ferrovia che era il mio piccolo rifugio.
Tra un treno e l’altro mi piaceva scrivere, inventare versi, racconti ed anche qualche canzone e vivere nel mio mondo di fantasia.
Il lavoro non mi aveva mai creato problemi in tanti anni di servizio era sempre filato tutto liscio, ma quella sera…..
La nebbia era così fitta che non si riusciva a vedere ad un palmo dal naso.
Per radio mi segnalarono che c’era un interruzione alla linea causata da una frana, presi la lampada e mi avviai lungo i binari per mettere i segnali di pericolo, dovevo fare in fretta di li a poco sarebbe passato un treno che non fermava alla mia stazione con i segnali, il macchinista avrebbe capito che non si poteva proseguire.


***


La sala d’attesa era gremita e il personale aveva il suo bel da fare erano comunque cordiali e gentili.
Mi sentivo strano, non stavo male anzi fisicamente mi sentivo in forma ma ero inquieto nella testa avevo un vuoto, niente di niente cercavo di capire dove mi trovavo forse un ospedale? No, non mi sembrava. Un aeroporto una stazione? Decisi di chiedere richiamai l’attenzione di un addetto facendo un cenno con la mano, arrivò di corsa ma quando feci per parlare, mi sorrise e mettendomi un dito sulle labbra mi zittì dicendomi che andava tutto bene e che di lì a poco sarebbero venuti a prendermi.
Mi sforzai di ricordare qualcosa

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   2 commenti     di: Riko Zodiako


La fonte del cervo

Tantissimi anni fa, che a contarli si impiegherebbe un tempo lunghissimo, i ghiacciai alpini si ritirarono, lasciando profondi solchi sulle pendici delle montagne che avevano ricoperto lungamente. Trascorse altro tempo e le valli si rivestirono di erbe, cespugli, boschi, e si popolarono di animali. Infine venne l'uomo. Non sappiamo chi fu il primo a penetrare nella nostra valle e a stabilirvisi. Né conosciamo il motivo che lo spinse ad abbandonare la fertile pianura per addentrarsi in un ambiente ostile, fatto di lunghi inverni e di brevi estati, dove la natura non concede sconti e punisce severamente anche il minimo errore. Forse fu cacciato dal suo territorio da altri uomini più numerosi e potenti o forse fu a causa della innata curiosità della nostra razza, che ci spinge a voler andare sempre oltre. Probabilmente fu una famiglia o una minuscola tribù quella che si stabilì nella valle, non certo una moltitudine di genti. L'ambiente montano non riesce a mantenere che piccoli gruppi di persone. Pietre e legname non mancavano certo: si costruirono abitazioni. Di ridotte dimensioni, basse, con poche aperture, vicine le une alle altre. Quei costruttori non mancavano certo di ingegno! Sapevano che la natura va assecondata, non combattuta. Passarono gli anni, poi i secoli: il piccolo villaggio mutò di poco. Alcune altre abitazioni per i nuovi nuclei famigliari, qualche stalla e qualche fienile in più. In basso, verso il torrente, un vasto spiazzo soleggiato fu adibito ad orto per tutta la comunità.
Già allora si conosceva la fonte del cervo. Si tramandava che nei tempi passati un cacciatore del villaggio, il più abile e forte, raggiunta una verde radura avesse scorto un grande cervo maschio che si abbeverava ad una sorgente che sgorgava alla base di un masso biancheggiante in mezzo al prato. Teso l'arco con tutta la forza che possedeva, presa accuratamente la mira, il cacciatore scoccò la freccia che colpì il cervo diritto al cuore. Per noi oggigiorn

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Paesaggio etereo

Il suono di un nordico vento e il suo vociare tra gelide onde e candidi ciottoli... un brivido lungo la schiena a suggellare l’incontro con l’eterea natura che mi circonda. Chiudo gli occhi pensando al domani imminente, invadente, inevitabile sinonimo di buio e silenzio.
Il candore della spiaggia si perde nel setoso mare argenteo, l’atmosfera crepuscolare ne esalta lo splendore non riflesso: è luce propria, cristallina... spirituale. Tristi pensieri abbandonano i miei occhi, racchiusi nella lacrima che lentamente va perdendosi anch’essa nell’aria di dicembre.
Pura armonia, sulla via dell’estinzione. Si dissolve inosservata tra l’indifferenza della gente... la gente, nota stonata che imperterrita continua a stonare, noncurante, distruggendo l’armonia.
Etereo paesaggio, riflesso nei miei occhi... dimmi, per quanto ancora il nordico vento potrà accarezzarti e farti dono della sua purezza? Tu muori silenziosamente... verrai però un giorno a riprenderti la perfezione che dall’uomo ti fu tolta... nessuna nota stonata intaccherà allora la tua perfezione.

   7 commenti     di: Chiara S.


Across the universe

Era una mattina come le altre: il silenzio era l'unico sovrano incontrastato di quel luogo. La fitta pioggerella era terminata da poco, le nuvole si stavano spostando lentamente lasciando spazio ad un Sole pallido. L'alternarsi dei fenomeni naturali scandiva il ritmo monotono del giorno, ma la quiete era destinata a terminare all'istante. Un fragore inaudito rimbombò nell'aria facendo scappare i tanti volatili terrorizzati che iniziarono a radunarsi in stormi confusi.
Il cielo si rioscurò velocemente assumendo una tonalità rosso-infuocato.
Stava succedendo qualcosa di incredibile. Dalle nubi cariche di acqua, emerse un oggetto volante che con estrema lentezza penetrò nell'atmosfera. Il gigantesco ovale emetteva dei suoni inquietanti e, procedendo, sovrastava impetuoso il suolo ombreggiando tutto ciò che attraversava. Dalla nave spaziale,
se così era possibile chiamarla, il tempo pareva essersi arrestato: quel mondo immobile e apparentemente calmo sembrava nascondere i suoi veri abitanti. Le costruzioni artificiali, totalmente abbandonate, erano divenute il rifugio ideale per vegetali ed esseri selvatici; i labirinti di edifici erano occupati da file interminabili di veicoli inutilizzati e distrutti, immobilizzati da chissà quanto tempo.
A bordo del velivolo alieno l'incredulità e il timore sostituirono l'eccitazione che aveva caratterizzato gli attimi della fase di atterraggio. Il capitano, sfiduciato e scuro in volto, ordinò di iniziare una procedura. Vennero eseguiti dei comandi e in una frazione di secondo la parte anteriore della cosmonave si illuminò di luci ad intermittenza, contemporaneamente vennero lanciati alcuni segnali acustici che si propagarono nel silenzio di quella città fantasma.
Erano suoni conosciuti, che racchiudevano in sé una musicalità familiare. Una serie di note in successione, seppur parzialmente distorte, pareva riecheggiare alcuni celebri versi di una canzone. Toni che restituirono agli ospiti sicurezza, infatti, q

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   4 commenti     di: Manuel Zafarana


Giuseppe e la natura

Giuseppe ama la natura. È il suo mondo, nessuno lo può distruggere. È un mondo speciale, dove si rifugia per riflettere ed ammirare le bellezze che lo circondano.
Una volta per settimana si reca lì, nella sua campagna e, appena scende dal sedile della macchina, si reca in quel posto. Ed è così: Corre, nella nuda terra, talvolta anche bagnata, accompagnato dai suoi cagnolini. Dopo un breve tragitto si ferma, per guardare degli alberi di albicocca, appena in fiore. Allunga la mano, per toccare un fiore, avvicina il naso per sentire l' odore. Salta, cercando di arrivare ai rami più alti e, gira su se stesso, per cadere infine su un manto coperto dai petali rosa dei fiori. Ora si reca dagli alti cipressi, per annusare le loro foglie, per toccare il tronco resinoso e, per abbracciarli.
Ora si dirige verso il luogo, passando lungo un piccolo campo ornato da spighe. Oltrepassa un fiumicciatolo coperto di roccie e, risale la piccola altura che ha di fronte. Le pietre sull' altura sono ricche di muschi, che, crescono innocenti baciati dai raggi del Sole. È come se la brezza lo trasportasse verso luoghi ancora più lontani, cullandolo tra le braccia invisibili del vento.
È arrivato. Viene accolto dagli alti e possenti alberi di eucalipto, che, gli accarezzano le guance in segno di benvenuto. Lui ricambia il gesto, abbracciando forte il tronco, come se fosse una persona reale. Continua il suo percorso, per finire in un ampio spazio circolare, ornato da numerose specie di piante e, dalla sua roccia, dove si sedeva. Quindi si siede, sporgendosi verso una grande siepe di lentisco. Viene invaso da un odore fresco ed intenso tipico di questa pianta, ed è come se la stessa pianta lo stesse coccolando. Con le mani accarezza lievemente le piccole foglioline, sfiorando le bacche nere e rosse, talvolta facendone cadere più di una. Si avvicina ad una piccola siepe di cisto, tutta colorata da piccoli fiori, color bianco, dove lavora una piccola ape, poi gira il capo e nota,

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   8 commenti     di: Giuseppe Tiloca


Domenica

Nei miei ricordi la domenica occupa un posto speciale
nel mio cuore essa è legata alla santificazione della festa ed al ricordo dell' atmosfera gioiosa che aleggiava nella
casa con i miei genitori che davano rilevanza a questo
giorno del Signore del quale si sentiva il riverbero anche nelle altre famiglie e negli odori che provenivano dalle case; quasi ad attestare che quella era una giornata speciale nella quale l'uomo diveniva padrone di se stesso
e poteva vivere quel tempo, ringraziando il Signore di
quel riposo e del dono della vita con tutte le meraviglie
del creato che proclamano da sole la grandezza di Dio.
Ricordo le canzoni di allora che contenevano questa
sacralità del giorno e del riposo quale ad esempio :
"Domenica è sempre Domenica!" che era la sigla del
"Musichiere " gioco musicale televisivo condotto dal
compianto Mario Riva, la canzone era stata composta
da Garinei- Giovannini e Kramer e le parole erano
le seguenti:
" È Domenica per i poveri e i Signori
ognuno vo dormì tranquillamente
né clacson, né sirene e né motori
si sveglia la città più dolcemente
Persino il gallo molto premuroso
non fa chicchirichì.
Ha scritto sul pollaio buon riposo
ritorno lunedì !
Domenica è sempre Domenica
si sveglia la città con le campane
al primo dindonda il Gianicolo
sant'Angelo risponde din don dan
Domenica è sempre Domenica
e ognuno appena si risveglierà
felice sarà e spenderà
sti quattro soldi de felicità !"

Oppure Gigliola Cinguetti che cantava :
" La domenica andando alla Messa compagnata dai
miei amatori!"
o Domenico Modugno nella sua "Notte chiara chiara!"
"Ringraziu a tia Signori picchì mi lassi viviri accussì!"
I tempi erano pervasi dal sacro timore di Dio e dalla
preghiera più o meno manifesta ma sempre presente
nei cuori della gente.
Oggi assistiamo alla desacralizzazione della Domenica
nella quale i negozi, che un tempo rispettavano la chiusura nel giorno del Signore, sono quasi sempre

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Vieni con me

Vieni con me,

ti porto in un posto che non farai fatica ad amare, in cima alla collina che accarezza il mare...

La Panoramica, la chiamano così quelli della mia città, poco più grande di un paese, Pesaro umile, dolce, semplice, senza pretese.

È questo il suo lato più bello, una donna da esplorare, che non ti stanca mai, con gli stessi discorsi, con la sua vanità di voler piacere a tutti i costi. Pesaro è come me... punto e basta, e si accontenta di poco o forse di tanto del sole, del suo calore e di quello che non fa fatica a ricevere, l'amore...

È una città un po' sbarazzina... ma adesso basta ora lascio la rima, per rincorrerla dall'alto della collina che la collega con la sua amica e rivale di sempre, la Romagna, ma in fondo non sanno che sono più simili di quanto sembrano e figlie dello stesso mare... l'Adriatico che le bacia con la stessa passione e lo stesso amore che lega un padre alle suie figlie.

E con il vento in faccia è bello arrampicarsi sulla "Pano", tra gruppi di volonterosi ciclisti e coraggiosi escursionisti.
Non è solo una passeggiata, è un rincorrere la vita, che si mostra bella in tutte le stagioni, austera come una mamma severa d'inverno, si tinge i capelli di rosso in autunno e in estate va a ballare fra le ginestre che scendono giù, verso il mare.

In primavera rinasce e ritorna bambina e tutto ricomincia sempre come prima e dietro ogni curva rivivono stagioni, segreti.

Rivedo un gruppo di ragazzini sul ciao, scalare la vetta a fatica e poi quel cespuglio dove... si scopriva la vita... e quei pomeriggi a raccogliere le more seduti sul ciglio del burrone a inseguire la luce del faro ed i sogni fra le luci della riviera, quando allora sembrava sempre primavera. E poi d'improvviso lui, nella sua immensità, si apre come il sipario di una commedia infinita, dove laggìù all'orizzonte C'è la vita, si rincorrono i gabbiani e liberi volano i pensieri, navigano le barche e le vele spiegate dei giorni

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   4 commenti     di: laura marchetti



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