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Racconti sulla natura

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GLI OCCHI NERI

La brezza disegnò alcune strisce nel blu profondo del cielo notturno. Si sentivano gli animali tutti intorno che intonavano un assurdo peana, ed era impossibile distinguerli l’uno dall’altro, ed era impossibile anche solo tentare di attribuire un verso ad una figura, ad una fisionomia. Era vivo, adesso lo sapeva. Sentiva fluire il sangue, caldo nelle vene, e fu come una liberazione, o una condanna, ancora non poteva capirlo; aveva un persistente ticchettio che gli martellava la scatola cranica dall’interno e ancora non aveva aperto gli occhi, forse avrebbe potuto farlo, ma ancora non l’aveva fatto. Si teneva rannicchiato a se stesso, quasi in posizione fetale, timoroso di rompere quell’equilibrio stentato ma sicuro in cui si era trovato: avvertiva, sul lato della schiena su cui era appoggiato, l’umido della terra, e una strana miscela di dolore e forza che gli sgorgava dalla ferita sulla testa. Ma era sangue, ne era quasi certo, un fiotto denso e abbondante che fluiva delicato dalla sua fronte all’erba, gli sembrava quasi di poterlo sentire che sgocciolava un poco per volta. Non era la prima volta che sentiva il sangue sulla propria pelle, era già successo, ma ancora aveva troppa confusione in testa per ricordare dove e quando. Percepiva il sangue sulla pelle eppure aveva quasi la sensazione di poterne indovinare anche il gusto, era incredibile, ma il tatto aveva richiamato il gusto, e senza un filtro della ragione, solo così, perché era la cosa più naturale di questo mondo. Poi riacquistò la coscienza un passo alla volta, con una calma estenuante, anche se dire quanto tempo fosse trascorso da quando si era trovato a terra, schienato era impossibile.
La notte aveva disegnato un cielo simile anche il giorno della Pentecoste di due anni prima, quando con sua madre si era spostato alla fiera del paese, c’erano gli zingari e gente che vendeva i calendari e tutti parevano divertirsi. Manola stava appoggiata allo steccato vicino alla chiesa, e facev

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Il risveglio

Non ho un concetto assoluto di cosa sia il tempo, almeno come lo intendete voi. La mia esistenza trascorre per cicli, ma non saprei precisare se lunghi o brevi. Questi concetti mi sfuggono; inoltre non posso influire sui cicli: mi sono imposti dal di fuori. So che esiste un fuori: è ciò che non proviene da me. Sento il caldo e il freddo, il secco e l'umido. Ci sono percezioni che mi danno piacere, altre che mi fanno male. Conosco la materia di cui sono fatto e, in qualche modo, anche quella che mi circonda. C'è la materia fluida, che mi permette di vivere e quella solida: a volte rigida e talmente dura da ostacolarmi, a volte cedevole nel modo giusto, da consentire di muovermi e nutrirmi. Sì, mi muovo! Mi allungo e mi espando, mi ispessisco e mi allargo. Ma non è facile accorgersene, non basta prestare attenzione solo per poco.
In questo momento sono consapevole che c'è qualcosa di tiepido che avvolge la mia pelle e mi dà vigore. Prima c'era un freddo gelido che mi faceva male: mi bloccava in una morsa dolorosa gli arti inferiori. Il freddo non mi piace: dissecca e screpola la pelle. Brutta cosa le screpolature! Se non si corre ai ripari vi si insinueranno moltitudini di piccole creature crudeli, che mi faranno soffrire. Devo rimarginare le ferite della pelle in fretta, prima che si muovano dalle loro tane protette e diano inizio all'assalto.
Sento ovunque un piacevole formicolio: la pelle sta ritornando elastica e turgida. In tanti punti ci sono delle escrescenze che si stanno gonfiando. Alcune sono appuntite, altre globose. Le prime sono essenziali per farmi vivere, ma prediligo le seconde perché sotto sotto sono alquanto vanitoso.
Provo un po' di stanchezza per tutto questo lavorio, ultimamente ho mangiato pochissimo. Fortunatamente, se il tepore che viene da fuori continuerà, potrò nutrirmi meglio. Tutto sommato posso dire di sentirmi veramente bene. C'è qualcosa di fluido che avvolge le mie braccia tese. L'ho sentito spesso: a volte mi

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Ancora un attimo

Il ramarro origliava con sottigliezza dal basso delle ortiche. C'era Mario e c'era Antonio con lui. Armato di rastrello, Antonio radunava l'erba secca e le foglie vecchie per farne un falò. Sebbene lo seguisse col forcone, Mario pareva distratto, e ad ogni rintocco del lontano campanile, il suo cuore indaffarato gioiva. Tosto giungeva il suo dipartire; tornava veloce a Nuova York quel bel cravattino, e la camicia di seta, e la bella giacca firmata. Antonio, silente e contento, rastrellava le sterpaglie del giardino e bestemmiava con leggerezza ad ogni sasso, roteando la lingua sulla erre, che al rastrello non dava agevole passaggio.

-A' pulì ess!, ripeteva con tono canzonatorio, indicando un punto del giardino.

Mario, distratto dal giovane rettile non sentì le parole dell'amico, ma si avvicinò piano e chiese:

-Antò, ch è chess?

- È na salesctra. La vì com' scappa! R' facém la pell?*, rispose Antonio impaziente.

Alché il ramarro parve capire e si allontanò veloce tra le foglie. Oltrepassò i sassi aguzzi e le felci, s'arrampicò su un ramo del pero e vi ricadde, piombando di nuovo nell'erba dabbasso.
Mario, però, smarrito tra i taxi di Manhattan, se ne infischiava del piccolo animaletto. Perso nell'aria fresca di quel lungo e silente pomeriggio, non badava alla montagna maestosa che li guardava dall'alto. Non adocchiava la vallata che scendeva e s'inerpicava tra i faggi e tra i pioppi. Proprio là, dove il torrente e le sue trote, i suoi barbi baffuti e fumosi, le risciole e tutti gli altri pesci trascorrevano le loro giornate. Non si specchiava nella calma del cielo, terso e silenzioso, ma chino sul forcone rimestava in mezzo all'erba il suo vortice di pensieri.

-Chieav 'ngenta e Martìn dentr'!**, esclamò di colpo Antonio, rompendo il silenzio. Alla soglia dei trent'anni sorrideva con la grazia senile di chi sa dire tutto e niente.
 
- Che significa, Antò?

Antonio rispose fissandolo con un sorriso. Mario si fermò a gua

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Paesaggio etereo

Il suono di un nordico vento e il suo vociare tra gelide onde e candidi ciottoli... un brivido lungo la schiena a suggellare l’incontro con l’eterea natura che mi circonda. Chiudo gli occhi pensando al domani imminente, invadente, inevitabile sinonimo di buio e silenzio.
Il candore della spiaggia si perde nel setoso mare argenteo, l’atmosfera crepuscolare ne esalta lo splendore non riflesso: è luce propria, cristallina... spirituale. Tristi pensieri abbandonano i miei occhi, racchiusi nella lacrima che lentamente va perdendosi anch’essa nell’aria di dicembre.
Pura armonia, sulla via dell’estinzione. Si dissolve inosservata tra l’indifferenza della gente... la gente, nota stonata che imperterrita continua a stonare, noncurante, distruggendo l’armonia.
Etereo paesaggio, riflesso nei miei occhi... dimmi, per quanto ancora il nordico vento potrà accarezzarti e farti dono della sua purezza? Tu muori silenziosamente... verrai però un giorno a riprenderti la perfezione che dall’uomo ti fu tolta... nessuna nota stonata intaccherà allora la tua perfezione.

   7 commenti     di: Chiara S.


Una nuvola

ecco, ci risiamo. è ripreso a piovere. ma non era arrivata l'estate? non s'erano buttati alle ortiche i cappotti? e le scarpe pesanti? e gli ombrelli? le coperte non erano volate dai letti per andare anch'esse a salutar l'estate sui balconi? forse era vero, forse un sogno, chi può dirlo! tant'è che siamo qui a battere i denti in pieno maggio e sembra strano che solo qualche giorno fa siamo stati al mare; pare che piova da un secolo, ma sono solo due giorni. non vediamo l'ora di veder spuntare il sole per poter dire: uffa, che caldo!
e così, per la sola forza del ricordo, forza d'inerzia, che ne richiama altri pur senza volerli, mi ritrovo a viaggiare indietro nel tempo; le analogie e le reminiscenze si accavallano nella mente peggio che un turbine e in questo turbinio non vedo passare una nuvola, che strano, che cosa facevo nei giorni di pioggia? ci saranno pur stati giorni bigi nella mia primiera esistenza, che fine avranno mai fatto? ne è andata persa ogni traccia, non mi riesce di ricordare un paio di scarpe inzuppate, nè il colore del mio ombrello, ne avrò pure avuto uno.. nè potrei descrivere una giornata di pioggia che abbia in qualche modo umettato i fervori della mia fanciullesca fantasia o abbia lenito i bollori delle inquietudini giovanili.
sarà forse che è piovuto poco negli ultimi trent'anni? tanto poco che le nubi sian passate inosservate sulle nostre teste? o meglio, sulla mia testa? l'unica nuvola che ricordo bene d'aver visto e quasi toccata è quella che sognai, all'età di circa dieci anni; era bella, bianca e soffice, una spuma; sognai che era venuta giù da sola, lentamente ondeggiando sulle ali della brezzolina fino a posarmisi accanto. era venuta giù da un cielo azzurrissimo, terso, tanto da sembrare finto; ma si sa.. nei sogni... ed io, per la felicità e il desiderio di tenerla per sempre con me, le misi un collare, quello del mio cane Black e.. piano, piano, piano perchè non si rompesse, senza staccar gli occhi da qu

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I colori delle stagioni

I colori delle stagioni sono bellissimi,
pittorici e vivaci... La primavera è la dolce stagione, il suo
Clima è mite, fioriscono i primi fiori. L'estate è calda, il sole è lucente con il suo caldo torrido. Gli alberi fanno i primi frutti, e ci sono fiori di tanti colori... I campi mutano e si trasformano in bellissimi prati verdeggianti.
La stagione autunnale è altrettanto Bella e colorata.
I colori delle foglie cambiano, si arrossano e così abbelliscono le città. L'inverno è freddo e pesante, però quando arriva la neve ci si dimentica del clima
rigido e del raffreddore... Ogni stagione ha la sua beltà, i suoi colori, il suo clima. Non si può scegliere quale sia la migliore, perché tutte hanno delle particolarità diverse, che le rende amate.

   1 commenti     di: Helenia


Across the universe

Era una mattina come le altre: il silenzio era l'unico sovrano incontrastato di quel luogo. La fitta pioggerella era terminata da poco, le nuvole si stavano spostando lentamente lasciando spazio ad un Sole pallido. L'alternarsi dei fenomeni naturali scandiva il ritmo monotono del giorno, ma la quiete era destinata a terminare all'istante. Un fragore inaudito rimbombò nell'aria facendo scappare i tanti volatili terrorizzati che iniziarono a radunarsi in stormi confusi.
Il cielo si rioscurò velocemente assumendo una tonalità rosso-infuocato.
Stava succedendo qualcosa di incredibile. Dalle nubi cariche di acqua, emerse un oggetto volante che con estrema lentezza penetrò nell'atmosfera. Il gigantesco ovale emetteva dei suoni inquietanti e, procedendo, sovrastava impetuoso il suolo ombreggiando tutto ciò che attraversava. Dalla nave spaziale,
se così era possibile chiamarla, il tempo pareva essersi arrestato: quel mondo immobile e apparentemente calmo sembrava nascondere i suoi veri abitanti. Le costruzioni artificiali, totalmente abbandonate, erano divenute il rifugio ideale per vegetali ed esseri selvatici; i labirinti di edifici erano occupati da file interminabili di veicoli inutilizzati e distrutti, immobilizzati da chissà quanto tempo.
A bordo del velivolo alieno l'incredulità e il timore sostituirono l'eccitazione che aveva caratterizzato gli attimi della fase di atterraggio. Il capitano, sfiduciato e scuro in volto, ordinò di iniziare una procedura. Vennero eseguiti dei comandi e in una frazione di secondo la parte anteriore della cosmonave si illuminò di luci ad intermittenza, contemporaneamente vennero lanciati alcuni segnali acustici che si propagarono nel silenzio di quella città fantasma.
Erano suoni conosciuti, che racchiudevano in sé una musicalità familiare. Una serie di note in successione, seppur parzialmente distorte, pareva riecheggiare alcuni celebri versi di una canzone. Toni che restituirono agli ospiti sicurezza, infatti, q

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   4 commenti     di: Manuel Zafarana



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