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Racconti sulla natura

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Vieni con me

Vieni con me,

ti porto in un posto che non farai fatica ad amare, in cima alla collina che accarezza il mare...

La Panoramica, la chiamano così quelli della mia città, poco più grande di un paese, Pesaro umile, dolce, semplice, senza pretese.

È questo il suo lato più bello, una donna da esplorare, che non ti stanca mai, con gli stessi discorsi, con la sua vanità di voler piacere a tutti i costi. Pesaro è come me... punto e basta, e si accontenta di poco o forse di tanto del sole, del suo calore e di quello che non fa fatica a ricevere, l'amore...

È una città un po' sbarazzina... ma adesso basta ora lascio la rima, per rincorrerla dall'alto della collina che la collega con la sua amica e rivale di sempre, la Romagna, ma in fondo non sanno che sono più simili di quanto sembrano e figlie dello stesso mare... l'Adriatico che le bacia con la stessa passione e lo stesso amore che lega un padre alle suie figlie.

E con il vento in faccia è bello arrampicarsi sulla "Pano", tra gruppi di volonterosi ciclisti e coraggiosi escursionisti.
Non è solo una passeggiata, è un rincorrere la vita, che si mostra bella in tutte le stagioni, austera come una mamma severa d'inverno, si tinge i capelli di rosso in autunno e in estate va a ballare fra le ginestre che scendono giù, verso il mare.

In primavera rinasce e ritorna bambina e tutto ricomincia sempre come prima e dietro ogni curva rivivono stagioni, segreti.

Rivedo un gruppo di ragazzini sul ciao, scalare la vetta a fatica e poi quel cespuglio dove... si scopriva la vita... e quei pomeriggi a raccogliere le more seduti sul ciglio del burrone a inseguire la luce del faro ed i sogni fra le luci della riviera, quando allora sembrava sempre primavera. E poi d'improvviso lui, nella sua immensità, si apre come il sipario di una commedia infinita, dove laggìù all'orizzonte C'è la vita, si rincorrono i gabbiani e liberi volano i pensieri, navigano le barche e le vele spiegate dei giorni

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   4 commenti     di: laura marchetti


Autunno

Autunno: stagione di malinconia...
La natura sembra stanca e quasi desiderosa di riposo. Gli alberi appaiono sempre più spogli: le foglie perdono il loro bel verde brillate, diventano rossicce, poi gialle e, alla fine, si staccano, come morte, dall'albero ed il vento le porta lontano "chissà dove". I prati soffici di erba e pieni di fiori variopinti, in autunno diventano aridi, polverosi o fangosi, a seconda del tempo che per lo più è piovoso anche qui da noi.
Prati e boschi diventano deserti e silenziosi: nei parchi si stende un fitto tappeto di foglie secche che scricchiola sotto i piedi dei visitatori che si fanno sempre più rari.
Forse l'unico regalo dell'autunno è la vendemmia, che rappresenta una festa per i contadini, come se la terra volesse fare un ultimo regalo prima di addormentarsi sotto il bianco e freddo lenzuolo invernale.
Amo la primavera: preludio dolce della calda e magnifica estate. Stagione di dolci sogni e di primi amori. Mi ammalia nell'aria quell'odore di tiglio, un odore acre e dolce che punge le narici ma che placa gli animi. Mi incanta lo sbocciare dei fiori che colorano d'improvviso l'aspetto severo e monocolore che lascia il gelido inverno. Amo l'estate. La magnificenza e la luminosità delle giornate di sole, la brillantezza dell'aria, la chiarezza e il colore di una giornata estiva non hanno eguali. Amo sentire il vento d'estate che accarezza il viso e scompiglia i capelli. Amo i colori brillanti e variopinti, quella sensazione che preannuncia l'estate, il mare, le vacanze. Amo la pelle abbronzata e profumata di lozione solare, quel colore dorato che rimuove il pallore della stagione fredda, lo sguardo diventa più luminoso, il colorito ambrato rende il viso più bello e più sano. D'inverno, quando piove e c'è vento, qualche volta vado a rovistare nella borsa per il mare: a volte, dimenticata sul fondo, c'è qualche conchiglietta ancora sporca di sabbia: un odore di sale e iodio invade tutto il mio essere, odore remoto

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   10 commenti     di: Angel Bruna


I colori delle stagioni

I colori delle stagioni sono bellissimi,
pittorici e vivaci... La primavera è la dolce stagione, il suo
Clima è mite, fioriscono i primi fiori. L'estate è calda, il sole è lucente con il suo caldo torrido. Gli alberi fanno i primi frutti, e ci sono fiori di tanti colori... I campi mutano e si trasformano in bellissimi prati verdeggianti.
La stagione autunnale è altrettanto Bella e colorata.
I colori delle foglie cambiano, si arrossano e così abbelliscono le città. L'inverno è freddo e pesante, però quando arriva la neve ci si dimentica del clima
rigido e del raffreddore... Ogni stagione ha la sua beltà, i suoi colori, il suo clima. Non si può scegliere quale sia la migliore, perché tutte hanno delle particolarità diverse, che le rende amate.

   1 commenti     di: Helenia


Domenica

Nei miei ricordi la domenica occupa un posto speciale
nel mio cuore essa è legata alla santificazione della festa ed al ricordo dell' atmosfera gioiosa che aleggiava nella
casa con i miei genitori che davano rilevanza a questo
giorno del Signore del quale si sentiva il riverbero anche nelle altre famiglie e negli odori che provenivano dalle case; quasi ad attestare che quella era una giornata speciale nella quale l'uomo diveniva padrone di se stesso
e poteva vivere quel tempo, ringraziando il Signore di
quel riposo e del dono della vita con tutte le meraviglie
del creato che proclamano da sole la grandezza di Dio.
Ricordo le canzoni di allora che contenevano questa
sacralità del giorno e del riposo quale ad esempio :
"Domenica è sempre Domenica!" che era la sigla del
"Musichiere " gioco musicale televisivo condotto dal
compianto Mario Riva, la canzone era stata composta
da Garinei- Giovannini e Kramer e le parole erano
le seguenti:
" È Domenica per i poveri e i Signori
ognuno vo dormì tranquillamente
né clacson, né sirene e né motori
si sveglia la città più dolcemente
Persino il gallo molto premuroso
non fa chicchirichì.
Ha scritto sul pollaio buon riposo
ritorno lunedì !
Domenica è sempre Domenica
si sveglia la città con le campane
al primo dindonda il Gianicolo
sant'Angelo risponde din don dan
Domenica è sempre Domenica
e ognuno appena si risveglierà
felice sarà e spenderà
sti quattro soldi de felicità !"

Oppure Gigliola Cinguetti che cantava :
" La domenica andando alla Messa compagnata dai
miei amatori!"
o Domenico Modugno nella sua "Notte chiara chiara!"
"Ringraziu a tia Signori picchì mi lassi viviri accussì!"
I tempi erano pervasi dal sacro timore di Dio e dalla
preghiera più o meno manifesta ma sempre presente
nei cuori della gente.
Oggi assistiamo alla desacralizzazione della Domenica
nella quale i negozi, che un tempo rispettavano la chiusura nel giorno del Signore, sono quasi sempre

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Dimostrazione dell'evidenzia di una Causa Prima Incausata, Efficiente e Sussistente del Cosmo

Ogni consequenza, aristotelicamente parlando, è determinata da una causa. Rodi, Spallanzani e Pasteur, scienziati dei secoli scorsi, hanno infatti dimostrato che nulla, in natura, nasce dal niente, dal vuoto assoluto, dall'assenza di cause efficienti. Basta pensare alla bistecca di carne che Pasteur è riuscito a conservare dal 1800 fino ad oggi, posta in esposizione in un contenitore sterilizzato e senza aria. Infatti la bistecca, che lasciata indifesa alle insidie della natura, diviene prontamente substrato di nuova vita, isolata in un vuoto incausato ed incausante, è rimasta sterile ed intatta, non putrefatta e, soprattutto, senza vita. Cosi anche nel Cosmo. Deve esistere dunque necessariamente una fonte di "energheia" primaria, che si rende causa efficiente, ovvero creativa, e sussistente, cioè che tiene in atto, in vita, il Cosmo con le sue leggi. Dubitare dell'esistenza di questa causa primaria incausata, ovvero di questa fonte di "energheia" innata, artefice dell'atto creativo, è come dubitare dell'esistenza di ciò che passa sotto i nostri cinque sensi. Lo stesso Carnot, fisico del 1800, ha dimostrato che un sistema di energia tende col tempo ad affievolirsi. Infatti, possiamo notare che l'uomo è soggetto iniziale della legge dell'evoluzione, ma comunque inevitabilmente, anche a quello della disevoluzione. La mente umana pesa poco, ma consuma quasi un quinto dell'energia che serve all'intero organismo. Per questo, sostiene uno studio di Cambridge, ha smesso di crescere. Anzi, rischia perfino di regredire, in quanto le reti neuronali hanno esaurito le potenzialità mnemoniche ed elaborative.. Ci vorrebbero corpi più forti, e crani più larghi, per poter continuare ad evolversi, almeno per un altro po. Carnot e Cambridge testimoniano quanto detto... La causa prima incausata, efficiente e sussistente del creato, imprime in esso una certa energia. E gioco forza, questa energia, non avendo un accesso diretto alla fonte di energia primaria incaus

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   0 commenti     di: Antonio Zullo


L'isola Margherita

L'isola Margherita è lo specchio del mondo.
Qui le contraddizioni convivono, ora stridenti ora in simbiosi.
Angoli di paradiso, ove la natura si esalta protagonista assoluta ed incontaminata.
Cumuli di immondizia, sterpaglie, marciume e scheletri di pesci e conchiglie vomitati dal mare.
Nella laguna salata le mangrovie galleggiano su zattere di radici contorte sulle quali si avvinghiano bianche conchiglie di perle.
Dai rami pendono radici come proboscide, si immergono nell'acqua alla conquista di nuovi spazi.
I pellicani squarciano l'aria coi loro becchi maestosi e volteggiano leggeri tra i corridoi della laguna.
La percorriamo a bordo di barche logore, spinte da un motore nauseabondo e rumoroso.
La mia sembra che faccia fatica a tenersi a galla, che si inclini, ma l'acqua è placida e le mangrovie che ci sfiorano alleviano la paura.

A riva spazi aridi e polverosi, qualche povero chiosco con gente che si industria a vendere conchiglie e collane di perle di poco valore.

Cammini su un sentiero polveroso e all'improvviso ti appare, come fosse una visione sotto il sole cocente, una spiaggia immensa ove cammini su un tappeto di piccole conchiglie colorate a varie tinte.

Poi nuovamente terra, rossa ed arsa, trapunta di alberi di cactus spinosi e cespugli che non temono il sole opaco e cocente.

Il nastro d'asfalto corre irregolare e senza ripari per spazi sconfinati per un'isola, attraversa improvvise oasi di curati giardini ove il verde si esalta tra i fiori e l'acqua che zampilla.

Alberghi lussuosi ed edifici di cemento rompono l'aperto orizzonte, tra una corona di case basse e povere.
Ovunque bambini e ragazzi che con un sorriso insistente tendono le mani; auto d'epoca con i vetri affumicati e i sedili in pelle sgualciti; pullman senza porte con i vetri ricoperti di nastro adesivo.
Si respira a fatica un'aria acre, afosa e calda che sollecita le narici e brucia la pelle, mentre giri incuriosito tra vetrine variopinte e bancarelle consumate d

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   0 commenti     di: Ettore Vita


BIANCO

Nanuk era nato e cresciuto nelle infinite gradazioni del bianco.
Il misterioso Polo Nord a meno di cinquanta tratti di slitta dal luogo del villaggio.
I suoi occhi a fessura distinguevano infinitesime variazoni nelle ombre grigie dell’Artico,
questo faceva di lui un gran cacciatore.
Venne un giorno dove il bianco si fece più forte, il gelo più gelo, il vento gravido di neve furioso e accecante.
Il giorno, come accade ai poli, divenne eterno.
Era estate ma il clima sembrava non ricordarsene, e la caccia chiedeva dedizione.
I cacciatori si videro costretti ad affrontare i turbini impietosi, pena la fame in inverno.
E Nanuk il migliore di tutti partì per primo sparendo preso nel bianco con i suoi cani e la slitta.
Ma l’Artico non fece concessioni.
Bastò un’istante di distrazione per smarrire nella tempesta i suoi cani.
Nanuk il cacciatore non era tipo da arrendersi e decise di procurare carne ad ogni costo.
Ed ecco che il vento si fece più forte tanto che anche lui non potè far altro che accasciarsi e subire l’impeto della natura.
Un tempo breve o lungo, non poteva saperlo, e la tempesta si spense all’improvviso.
I fiocchi di neve andavano a diradarsi, lui esmerse dalla neve fresca col volto intirizzito.
Davanti ai suoi occhi “Bianco”.
Improvvisamente, a due palmi dal suo viso, si materializzarono tre grossi tondi neri, e poi il rosso di una gola e il giallo delle zanne dell’ orso.
Per un’istante i due sguardi si incrociarono, e Nanuk capì l’orso e l’orso capì Nanuk.
Poi l’ordine delle cose prese il sopravvento.
Nanuk si scagliò con la sua lancia verso l’orso già lanciato nel balzo motrale.
Il bianco si infiammò di due rossi di gradazione diversa.
Il silenziò tornò nell’Artico e il vento riprese a mulinare neve li a pochi tratti di slitta dal misterioso Polo Nord.




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