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Racconti sulla natura

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Il tesoro dell'icona

Valerio uscì dall'università con un gran mal di testa, sintomo della nausea per quel giorno raggiunta verso il lavoro, gli studi, gli incontri "diplomatici"; lo assaliva una gran voglia di correre, a respirare il profumo di primavera promesso da quella giornata, ancora lontana a tramontare.
Il suo amico Pietro lo attendeva, per cena, nel suo piccolo borgo di montagna.
Proveniendo da luoghi ed ambienti totalmente disparati, i due erano divenuti amici inseparabili, nella cittadina appenninica, tra le aule di quella facoltà universitaria tecnica.

Valerio veniva dalla grande città. In famiglia si gestiva un'impresa di costruzioni; avevano conseguito un rilevante appalto in questa zona : la realizzazione di infrastrutture, connesse al traforo che, tagliando il grande massiccio calcareo, ne aveva messo in comunicazione i due versanti. Opera ciclopica, di grande risonanza, che aveva consentito di avviare lavori paralleli e complementari : l'irregimentazione, per vari utilizzi, delle acque di falda scaturite dalla montagna; la realizzazione di nuove vie di comunicazione; la sistemazione di pendii e scarpate. L'entità delle opere da realizzare, aveva spinto Valerio alla decisione di conseguire la laurea proprio qui, nei pressi di questo immenso cantiere, ora prossimo alla conclusione.

Pietro viveva invece, ad una cinquantina di chilometri dall'università, nella minuscola frazione di un paesino, arrampicata ai piedi delle grandi catene. Una realtà di antiche casupole in pietra e muratura, fienili e porcili; un mondo di vacche e pecore, di leggende e superstizioni, confine tra gli estremi margini della civiltà e le brulle barriere montane. Culturalmente, Pietro, giunto alle soglie della laurea, si elevava di un baratro rispetto a tutti i compaesani. Eppure i suoi progetti per il futuro non si elevavano oltre quel piccolo mondo agricolo, a cui era abbarbicato come l'ostrica di Verga. Le sue ambizioni si limitavano ad un programma : fondare una comunità

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   1 commenti     di: marco pistelli


Una beffa pelagica

Il golfo di Genova ospita una nutrita comunità di pescatori, sia professionisti che dilettanti: tutti i tipi di pesca vengono esercitati con discreto successo. Come tutti i pescatori anche io porgo particolare attenzione agli avvenimenti che si riferiscono a questa attività, soprattutto nei mesi di frenetica attività alieutica, come nei mesi in cui c'è il passaggio dei tonni. In questo racconto, ispirato da un fatto realmente accaduto alcuni anni fa, mi riferisco però solo alla pesca dilettantistica, anche se praticata con potentissime pilotine o fisherman superattrezzati.
Ovviamente, anche fra i dilettanti esistono diverse categorie di pescatori, per esempio quelli che vogliono battelli veloci per raggiungere per primi la zona di pesca o quelli che si accontentano di velocità inferiori ma validi anche per una traina leggera sotto costa. Esistono poi gli stakanovisti, in mare da prima dell'alba a notte inoltrata ed i furbazzi, che si accodano a pescatori esperti od anche tengono accesa, persino in ufficio, la ricetrasmittente CB nei canali 10 e 16 per poter avere di prima mano notizie su dove sono state localizzate le prede più ambite, questi furbazzi sono generalmente "furesti du b..." come diciamo a Genova e possiedono le imbarcazioni più veloci, magari immatricolate in Svizzera.
In una calda giornata all'inizio d'agosto di qualche anno fa, a causa di una distorsione alla caviglia ero confinato nel mio attico e passavo il tempo leggendo, guardando il mare con il telescopio dal terrazzo o sdraiandomi nella piscina gonfiabile del figliolo, 2 metri di diametro, opportunamente riempita di acqua riscaldata dal sole. Per compagnia tenevo accesa la ricetrasmittente nei suddetti canali in quanto forse mio cugino, che era andato a pesca nel suo gozzo, mi avrebbe chiamato per combinare una bella cenetta sul terrazzo col pescato, se era copioso. Quasi appisolato al tepore del sole, una voce stentorea che chiedeva assistenza mi svegliò del tutto.
Mi avvici

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Seduti insieme... a guardare

Non ci sono parole… Domenico...
eppure ho visto come guardavi un albero… ci vedevi l’oro!
Una chioma abbagliata dal sole d’autunno…
Ho visto come guardavi i raggi del sole mentre scaldavano il fiume e i piedi dell’albero…
Mille stelle solleticate dal vento che s’accendevano e si spegnevano senza mai scomparire.
Non ci sono parole…
Tu guardavi l’oro dell’autunno ed io pensavo al mare, alle calde giornate estive profumate dal sospiro dei fiori.
Vedevo quello stesso albero con le sue foglie vibrare… attente a non cadere…
Le vedevo col braccino esile attaccate al ramo, combattevano sfinite dal vento, contro il tempo.
Mi parevano farfalle dalle ali dorate pronte, ma indecise a spiccare l’ultimo volo. Così, come il vento si fermava… finiva il loro affanno. S’affacciavano tutte sull’acqua del fiume… specchiandosi, ma allora… non erano stelle?



La fonte del cervo

Tantissimi anni fa, che a contarli si impiegherebbe un tempo lunghissimo, i ghiacciai alpini si ritirarono, lasciando profondi solchi sulle pendici delle montagne che avevano ricoperto lungamente. Trascorse altro tempo e le valli si rivestirono di erbe, cespugli, boschi, e si popolarono di animali. Infine venne l'uomo. Non sappiamo chi fu il primo a penetrare nella nostra valle e a stabilirvisi. Né conosciamo il motivo che lo spinse ad abbandonare la fertile pianura per addentrarsi in un ambiente ostile, fatto di lunghi inverni e di brevi estati, dove la natura non concede sconti e punisce severamente anche il minimo errore. Forse fu cacciato dal suo territorio da altri uomini più numerosi e potenti o forse fu a causa della innata curiosità della nostra razza, che ci spinge a voler andare sempre oltre. Probabilmente fu una famiglia o una minuscola tribù quella che si stabilì nella valle, non certo una moltitudine di genti. L'ambiente montano non riesce a mantenere che piccoli gruppi di persone. Pietre e legname non mancavano certo: si costruirono abitazioni. Di ridotte dimensioni, basse, con poche aperture, vicine le une alle altre. Quei costruttori non mancavano certo di ingegno! Sapevano che la natura va assecondata, non combattuta. Passarono gli anni, poi i secoli: il piccolo villaggio mutò di poco. Alcune altre abitazioni per i nuovi nuclei famigliari, qualche stalla e qualche fienile in più. In basso, verso il torrente, un vasto spiazzo soleggiato fu adibito ad orto per tutta la comunità.
Già allora si conosceva la fonte del cervo. Si tramandava che nei tempi passati un cacciatore del villaggio, il più abile e forte, raggiunta una verde radura avesse scorto un grande cervo maschio che si abbeverava ad una sorgente che sgorgava alla base di un masso biancheggiante in mezzo al prato. Teso l'arco con tutta la forza che possedeva, presa accuratamente la mira, il cacciatore scoccò la freccia che colpì il cervo diritto al cuore. Per noi oggigiorn

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Autunno

Autunno: stagione di malinconia...
La natura sembra stanca e quasi desiderosa di riposo. Gli alberi appaiono sempre più spogli: le foglie perdono il loro bel verde brillate, diventano rossicce, poi gialle e, alla fine, si staccano, come morte, dall'albero ed il vento le porta lontano "chissà dove". I prati soffici di erba e pieni di fiori variopinti, in autunno diventano aridi, polverosi o fangosi, a seconda del tempo che per lo più è piovoso anche qui da noi.
Prati e boschi diventano deserti e silenziosi: nei parchi si stende un fitto tappeto di foglie secche che scricchiola sotto i piedi dei visitatori che si fanno sempre più rari.
Forse l'unico regalo dell'autunno è la vendemmia, che rappresenta una festa per i contadini, come se la terra volesse fare un ultimo regalo prima di addormentarsi sotto il bianco e freddo lenzuolo invernale.
Amo la primavera: preludio dolce della calda e magnifica estate. Stagione di dolci sogni e di primi amori. Mi ammalia nell'aria quell'odore di tiglio, un odore acre e dolce che punge le narici ma che placa gli animi. Mi incanta lo sbocciare dei fiori che colorano d'improvviso l'aspetto severo e monocolore che lascia il gelido inverno. Amo l'estate. La magnificenza e la luminosità delle giornate di sole, la brillantezza dell'aria, la chiarezza e il colore di una giornata estiva non hanno eguali. Amo sentire il vento d'estate che accarezza il viso e scompiglia i capelli. Amo i colori brillanti e variopinti, quella sensazione che preannuncia l'estate, il mare, le vacanze. Amo la pelle abbronzata e profumata di lozione solare, quel colore dorato che rimuove il pallore della stagione fredda, lo sguardo diventa più luminoso, il colorito ambrato rende il viso più bello e più sano. D'inverno, quando piove e c'è vento, qualche volta vado a rovistare nella borsa per il mare: a volte, dimenticata sul fondo, c'è qualche conchiglietta ancora sporca di sabbia: un odore di sale e iodio invade tutto il mio essere, odore remoto

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   10 commenti     di: Angel Bruna


Appunti di vita minuscola

Tutto sembra immobile, ma è minuscolamente vivo. Con le chele ben puntate in alto lo scorpione fa “follow me” agli insetti di passaggio, mentre un topolino stecchito sul letto di trifoglio è una porchetta deliziosa per le vespe che sciamano dintorno. Messo su qualche micron di troppo, la cicala abbandona sul muretto la pelle ormai strettina: sarà buona per chi ha una taglia in meno. E le formiche, mai stanche d’essere d’esempio, convogliano operose gli avanzi di un panino. Il tutto senza che il ragno (o la ragna?) si distragga dall’infagottar le uova, appena finita una zanzara per spuntino. Nel frattempo dalla pergola salta giù una cavalletta per capire chi sia mai sto gran pezzo di caelifero. Intruso che non sono altro chiedo scusa per l’equivoco e corro a levarmi gli impertinenti pantaloni verdi. L’immenso mondo infinitesimale ha avuto il suo piccolo imprevisto.

   2 commenti     di: marco moresco


Vorrei essere come questa luna in questa notte di tempesta

Vorrei essere come questa luna in questa notte di tempesta. Il vento è in guerra. Sento il suo canto muto, nudo di parole. O forse è un vento che viene da lontano e parla una lingua a me straniera, incomprensibile. Ed i rami degli alberi rispondono quasi impacciati all'eleganza del suo attacco: sferrano colpi casuali, senza un bersaglio. Arrivano persino nel tentativo innaturale e disperato di vincere questa forza invisibile, come fanno gli uomini con il destino, a colpirsi tra loro con violenza. E sbattono contro la luna piena, così che a tratti una parte di lei scompare alla mia vista. Perdo per un istante la sua lucentezza, il suo colore fulgido, senza sfumatura: è ormai l'alba è lei è un sole in tramonto che mostra la parte migliore di sè!.
Perdo una percentuale del nostro affezionato satellite, ma non è realtà: è un gioco di prospettiva. Se mi trovassi in un altro luogo forse la parte di lei che mi sfugge ora apparterebbe al mio campo di vista mentre, forse, sarei privata da qualcos'altro alla vista di un'altra porzione di lei. Spesso la scelta del luogo in cui ci troviamo è semplicemente una mediazione tra ciò che vogliamo avere e ciò che siamo disposti a perdere per esso...

Vorrei essere come questa luna stanotte. Che testimone di una lotta cruenta del vento osserva ed ignora. Così distante, intangibile, esprime tutta la sua bellezza, la sua pace interiore. È , che sia ben chiaro, non è indifferenza o crudeltà d'animo. È che obiettivamente lei è lontana anniluce da tutti i nostri guai sulla terra. Vorrei possedere la sua distanza. Non lasciarmi sfregiare il volto dall'affilato vento e accecare dai goffi rami che lui muove. Vorrei contemplare senza partecipare emotivamente come questo disco tondo giallo dal volto quasi femmineo, plastico, senza espressione. Guardare in lontananza, grossolonamente perdendendo i dettagli. Senza risoluzione per evitare poi di trovare una soluzione, il pezzo mancante al puzzle della vita che

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