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Racconti sulla nostalgia

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Patonsio si reincarna!

Patonsio si reincarna!

Dopo una gozzoviglia notturna da alterazione mentale che avrebbe lasciato livido d’invidia il Signor Lucullo in persona, ?" se egli mai avesse potuto accompagnarsi a una tal schiera di bei tipi?" s’era forse al caffé, o all’ammazzacaffé, o forse ad uno di quegli innumerevoli bicchierini della staffa che avevano la curiosa particolarità di fare il loro ingresso ancor prima degli antipasti?" ma è più giusto dire “dopo pranzo”, data la cospicua e previdente anticipazione?" quando un illustre commensale, il Signor Giglio Vittorio, che tutti, come era legittimo, chiamavano “Lo Stoccato”, ?" parecchio avendo travisato su frasi smozzicate, come pure a proposito di parole slegate e altri informi brandelli che gli era parso d’intendere nel pieno del delirio etilico?" gettò sul tappeto la questione dello spiritismo.
Le empie parole del beone produssero negli altri convitati?" ormai indubitabilmente estenuati dalle bevute sovraccariche?" un terrifico effetto: ci fu chi credette di veder volteggiare suppellettili ed oggetti come morte foglie sospinte dall’alito raggelante e flebile dell’anime dei defunti: bisogna pur sempre rammentare qual si fosse la congrega riunita e lo stampo che la marchiava.
La più agitata delle conversazioni ricevette allora densi contributi d’aneddoti e frammenti concernenti i foschi dominî dell’occulto, della stregoneria, della magia, e poi ancora cabala, satanismo, teosofia, esoterismo, aldilà, aldiquà, giù di lì, su di qua, là per là, e tutto quel che ormai poteva rimestarsi in quelle menti votatesi al disturbo e al disordine.
Da un lato scorgevi gli spiritualisti che dardeggiavano barbagli d’un fuoco interiore dagli occhi, i materialisti che facevan spallucce e freddamente acconsentivano che i discorsi vagolassero con un loro disordinato abbrivio, mentre gli indifferenti consolidavano la loro attitudine, consistente nell’annientare le giacenze dei beveraggi più e

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Estati Cap. I da Le finestre di Mara

Come erano calde quelle estati, pigre, calde e assolate.
Se si affacciava alla finestra che dava sui Sassi li vedeva entrambi: il Caveoso ed il Barisano.
Nel basso si scorgevano le case, un groviglio di tante piccole case con gli usci bruni chiusi per il gran caldo. Dentro c’era la vita ma fuori tutto sembrava immobile. Appesi ai bianchi muri vasi di basilico profumato e rosmarino come ornamento e riserva di profumi per la cucina. Poi ruote o traini fermi negli angoli in una lenta attesa estiva.
In fondo di fronte al suo sguardo si stendeva l'orizzonte, un insieme ininterrotto di rocce brulle con cespugli marrone di erba ormai secca. Le sembrava di distinguere le pietre grigie, picchiettate di macchie brune o biancastre. Poteva immaginare anche cosa c'era ancora più in basso dall’altra parte: il torrente Gravina con le sue voragini, i suoi anfratti scuri tane di lucertole ma anche le sue siepi profumate di erbe selvatiche, timo, capperi, salvia. Le sembrava persino di udire i lunghi richiami sonori dei corvi in cerca di piccole prede.
Oltre quello spazio non immaginava nulla. Aveva sempre pensato, come gli antichi, che l'orizzonte fosse un muro di là del quale non c'era più niente.
Così guardando da quella finestra anche i suoi desideri e la sua immaginazione terminavano là con quel un muro oltre il quale finiva il mondo. Sentiva che quello spettacolo era la rappresentazione interiore di sé, di una parte antica della sua anima.
Se la finestra prescelta era l'altra, tutto cambiava! C'era la civiltà , la vita, l'immaginazione di ciò che voleva ma non aveva.
I desideri le pulsavano dentro imperiosi. Una struggente voglia di fare, un desiderio folle d'impossibile l’assaliva e le faceva esplodere l’anima.
Le macchine si arrestavano nella strada principale davanti al distributore di benzina.
Le vedeva, facevano il pieno e poi ripartivano. Alcuni automobilisti avevano le radioline accese e distingueva la musicalità di f

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   6 commenti     di: MD L.


Tormentati

Era invisibile il suono, la sua pelle era avorio nella notte. Restava poco tempo per l'alba, ma a cosa serviva continuare ad aspettare. Il sole sarebbe tornato comunque, senza lui, senza nessuno che potesse fermarlo. Nelle vene bruciavano le lacrime che aveva pianto sulle sue braccia, tra i capelli sostavano urla. Disumane. Le mani sulla bocca a soffocare quei gemiti. Troppo umani. Abbassò le palpebre, pupille diradate in quelle ombre così fredde. Sul polso un bracciale. Tra le dita una matita, le piaceva giocare all'artista. Strusciò il piede sull'asfalto, contatto con la terra urbanizzata. Città, luce di neon in movimento, morire. Gusci di anime che camminano, che ora è? Una panchina bagnata, le gocce che sembrano improgionare piccoli globi di luce dorata. Cadono, l'erba le accoglie, tu puoi fermarle? Dieci e trenta. Rumore di rumori. Fermati, ascolta, respira. Occhi che vogliono aprirsi. Il vento non vuole fermarsi, ha paura di cosa possa succedere quando sarà tutto finito. Non lo vuole calmare, non lo vuole fermare. Gli angeli saranno li a guardarli come nei film, le ali alzate e ferme al dolce nido. Ma cosa ne sia delle tua grida. Disumane? Appartieni alla razza dei fragili. Puoi spezzarti. Cadere. Morire. Come tutti. Ma il suono può rendersi invisibile, si accalca tra le pieghe dei pantaloni, puoi camminare ancora. Ruote che sgommano, portiere che si aprono, una vena che continua a palpitare piano, come un canto che sta per finire. E ho paura mentre te lo dico. Città, fuori dalla finestra. Luci che voglio spegnere, morire? Ormai è tardi.



Oggi

Oggi sono tornata nel nostro posto, senza di te. C'era tutto, tutto come l'avevamo lasciato. C'era persino la nostra scritta sul muro, le parole iniziano a sbiadire ma sono lì. Legate. Vicine.
C'ero io. C'era la polvere. C'era il silenzio. Ma tu mancavi.
A volte penso di essermi immaginata tutto, perché non è possibile che si sia dissolto nel nulla.
A volte penso che quelle emozioni così dense, così nitide, siano esistite solo dentro di me. Poi mi sono guardata intorno e ho capito che non mi ero immaginata nulla, era tutto lì. Quei muri e quei silenzi ne saranno testimoni, per sempre.
Altre impronte hanno cancellato le nostre. Altri odori hanno cancellato il tuo. Altri rumori, altre vite, sono passate sopra i ricordi.
Eppure io riuscivo a sentirli. Sentivo il tuo profumo nitido, penetrante. Sentivo la tua voce ben distinta e il suono della tua risata. Sentivo persino il tuo calore se abbracciavo l'aria.
Ma tu non c'eri. Ero sola e basta. Con un mucchio di ricordi e di rimpianti.
Oggi mi è scesa una lacrima.
E in quella lacrima ho messo tutto il dolore che mi rimane. In quella lacrima ho chiuso i rimorsi e il senso di vuoto. E li ho buttati via.
Oggi sono tornata lì senza di te e mi è servito per capire che non ci sei. Non ci sei più.
Ho lasciato lì quello che mi rimaneva di te, per andarmene più leggera di quando sono arrivata.
Oggi mi sento una persona diversa.

   4 commenti     di: Elisa Tronci


Una giornata al mare

Le vacanze della mia infanzia altro non erano che gite fuoriporta che si facevano indiscutibilmente al mare d'estate.
Abitavo in città e la domenica mattina con la mia famiglia si partiva, ovviamente con il pullman, per raggiungere il mare, quelle vecchie corriere blu degli anni '50 che piene all'inverosimile ci portavano a destinazione.
Il mare di Mondello

Ci alzavamo la mattina abbastanza presto, ma sia per il viaggio interminabile sia perché dovevamo sempre comperare qualche cosa all'ultimo momento non arrivavamo mai prima delle 11 allo stabilimento balneare.
Ci sistemavamo nella cabina assegnataci, affittata per la giornata, cosa che non sempre ci potevamo permettere seppure i costi esigui di allora, e con mia madre e le sue sorelle che spesso venivano con noi, andavamo nel casotto sistemato vicino all'entrata a consumare il primo rito della giornata: l'affitto dei costumi da bagno.
Si perché negli anni 50' primi anni 60' non era tutto come vediamo adesso nelle riviste dell'epoca con modelle e ragazze in posa ai bordi di piscine nella sfavillante Saint-Tropez, con bikini o costumi interi tipici dei mitici anni '60, c'erano acquisti ben più necessari da privilegiare quindi il noleggio di un costume era la soluzione più economica ed immediata per godersi una giornata al mare con pochi soldi. La maggior parte di questi capi proveniva dal mercato americano, si chiamava cosi perche la merce era tutta proveniente dopo la guerra, dall'America, tutto abbigliamento che le signore americane donavano in beneficienza ma che da noi veniva venduto nelle bancarelle dei mercati o come in questo caso preso a nolo e, a ridosso delle spiagge più affollate c'era questo coloratissimo bazar dove ci buttavamo nell'affannosa ricerca di un capo adatto a noi anche se data l'ora tarda i pezzi migliori se ne erano già andati. Alcuni di questi costumi sembravano busti ortopedici, con stecche e reggiseni preformati ed alcuni, come usava allora, con un

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I teoremi di Euclide non servono a nulla

" Ma prof a cosa servono i teoremi di Euclide?"
Mi volto e ti guardo: Marco il mio alunno migliore, studioso, curioso, dotato di quella logica che ogni insegnante sogna... Marco già uomo di casa con una madre da proteggere e un fratellino da accudire...
Rivediamo le applicazioni ma, scuotendo i riccioli con quel tuo sorriso disarmante mi chiedi :
"ma nella vita a cosa mai serviranno?"
Ammutolisco come la classe che incantata aspetta che il suo capitano abbia la risposta..
Diviene la nostra battuta..." i due teoremi di Euclide valgono quanto il solo di Pitagora? " e come due complici ridiamo.. fino all'esame.
A settembre la notizia agghiacciante: leucemia linfoblastica acuta
Inizia quel calvario che affronti giorno per giorno sempre a ancora con quel tuo sorriso e quella battuta che mi ripeterai tante e tante altre volte ancora sempre uguale..
Accanto al tuo letto ti spiego la dimostrazione.. quella che i tuoi coetanei stanno ascoltando in un'aula e le applicazioni che vedrai nella geometria piana, che sicuramente vedrai nella geometria solida, che sicuramente vedrai...
poi... il buio.
Sono trascorsi tanti anni da allora... i programmi ministeriali non li hanno ancora cancellati... devo spiegarli.. ad alunni ogni volta diversi ma.. una improvvisa crisi allergica o una ciglia negli occhi giustifica sempre quella lacrima che proprio non vuole saperne di non scendere..
Girata verso la lavagna rivedo il tuo sorriso lontano e poi voltandomi lentamente con timore attendo...

   12 commenti     di: alice costa


I miei primi anni d'adulto

Adesso sei adulto, le parole gridatemi che ricordo con nostalgia. Chi mi gratificava di questo grande privilegio era Filippo, il fratello più grande di 16 anni. Dopo il decesso del babbo, a lui era stato affidato l'onore e l'onere, di accudire la numerosa famiglia.
Cinque sorelle e due fratelli di cui uno in tenera età. I miei dodici anni erano sufficienti per operare da adulto in aiuto per la condotta seppur modestissima ma dignitosa per la sopravvivenza. Al mattino nelle giornate feriali, alle sei dopo una frugale colazione, con un carico di libri e una frittata stretta fra due mezzi panini, in sella ad una vecchia bicicletta mi accingevo, con poca voglia, e con la convinzione di essere adulto, a recarmi nel vicino paese 13 km, per frequentare il terzo anno di avviamento professionale presso l'istituto Luigi Pirandello, per la concessione benevola della allora direttrice Professoressa Lucentini donna magnanima di grande amore per i giovani bisognosi. Al pomeriggio era necessario operare per ottenere anche se misero, un guadagno. Allora aiutavo un fabbro ferraio a calzare i muli e gli asini del paese. questa vita si è prolungata fino al diploma. come era faticoso superare di anno in anno tutti i problemi, quanta nostalgia e che felicità sentirsi adulti e capaci.

   5 commenti     di: AGOSTINO



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