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Racconti sulla nostalgia

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Oggi

Oggi sono tornata nel nostro posto, senza di te. C'era tutto, tutto come l'avevamo lasciato. C'era persino la nostra scritta sul muro, le parole iniziano a sbiadire ma sono lì. Legate. Vicine.
C'ero io. C'era la polvere. C'era il silenzio. Ma tu mancavi.
A volte penso di essermi immaginata tutto, perché non è possibile che si sia dissolto nel nulla.
A volte penso che quelle emozioni così dense, così nitide, siano esistite solo dentro di me. Poi mi sono guardata intorno e ho capito che non mi ero immaginata nulla, era tutto lì. Quei muri e quei silenzi ne saranno testimoni, per sempre.
Altre impronte hanno cancellato le nostre. Altri odori hanno cancellato il tuo. Altri rumori, altre vite, sono passate sopra i ricordi.
Eppure io riuscivo a sentirli. Sentivo il tuo profumo nitido, penetrante. Sentivo la tua voce ben distinta e il suono della tua risata. Sentivo persino il tuo calore se abbracciavo l'aria.
Ma tu non c'eri. Ero sola e basta. Con un mucchio di ricordi e di rimpianti.
Oggi mi è scesa una lacrima.
E in quella lacrima ho messo tutto il dolore che mi rimane. In quella lacrima ho chiuso i rimorsi e il senso di vuoto. E li ho buttati via.
Oggi sono tornata lì senza di te e mi è servito per capire che non ci sei. Non ci sei più.
Ho lasciato lì quello che mi rimaneva di te, per andarmene più leggera di quando sono arrivata.
Oggi mi sento una persona diversa.

   4 commenti     di: Elisa Tronci


Il suono del vento nel bosco

Ascolto il suono del vento nel bosco, una melodia appena sussurrata; larici, abeti, faggi, vecchi e saggi maghi che parlano con me fin da bambino.
È strano: guardavo mio padre, forte e deciso, camminare sul sentiero ombroso. Sordo alle loro parole. Io rimanevo incantato e commosso.
"Carlo vieni ", la voce di mio padre impaziente, i miei fratelli che ridevano per la mia testa fra le nuvole. Ero rimasto di nuovo indietro, il mio cesto vuoto, perfino le mie sorelle avevano raccolto qualche fungo e se ne vantavano.
Anni dilavati dalla pioggia; percorro vecchi sentieri, non mi serve pensare dove sto andando, hanno tracciato un solco nella memoria, potrei farli ad occhi chiusi.
Mi fermo appoggiandomi a una roccia e assaporo il caldo del sole sul viso. I vecchi saggi continuano a parlarmi; vorrei tacessero, perché insistono a scavarmi nell'anima facendo uscire i ricordi.
Il suono di una cascata poco lontano mi riporta alla memoria il tuo sorriso, ( il sorriso di un bambino), innocente e spontaneo. Una giornata come tante, passata al mare con gli amici, stanco di lazzi e scherzi mi allontano quieto per guardare un tramonto di fuoco sul mare.
Ne ho visti tanti dalla cima del monte; tutti nuovi ogni volta e straordinari.
Ma questo, che si rifrange in mille luci sulle onde, è diverso. Capto qualcosa nell'aria, come quando l'odore di ozono preannuncia la folgore imminente.
Una risata cristallina mi fa l'effetto di una scossa elettrica; mi volto e rimango impietrito, incontro i tuoi occhi, un azzurro infinito dentro il quale si riflettono le stelle.
Mi guardi e sorridi; le tue labbra si muovono. ma mi sembra d'essere sott'acqua.
Non sento niente, non respiro, resto li non so per quanto, un attimo e l'eternità che si uniscono.
Il tuo volto si fa serio, ti avvicini e raccogli una palla che era finita ai miei piedi; quando ti rialzi mi pianti di nuovo gli occhi negli occhi, la tua mano tocca la mia guancia( la carezza di una donna).
"Ti senti bene?" mi chiedi.
Bocc

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   3 commenti     di: gina


CARTOLIBRERIA STELLA

Ricordo ancora le volte che giocavamo a nascondino, quando per mano mi portavi alla “CARTOLIBRERIA STELLA”, che bello, la cartolibreria stella, quanto era comune questo nome ed ora è così insolito pronunciarlo in questo punto della mia vita. Mi manchi nonnino, sono passati dodici anni che te ne sei andato, ma come faccio a dimenticarti? Sai a volte ti penso con rabbia, perché penso a quanto hai amato la nonna e come la rivorresti vicina, ma ti prego sii più paziente che puoi, ci sarà tutta l’eternità per tornare insieme, e quando arriverà il momento ti prego stringila forte forte e non lasciarle mai la mano, fa che nel vederti lei non abbia paura.
Io desidero più di qualsiasi altra cosa poter tornare indietro nel tempo per rivivere almeno uno di quei momenti. Sarei indecisa fra un giorno qualunque, che bello definirlo qualunque beata me a quei tempi, un giorno qualunque che oggi è un giorno impossibile, beh dicevo un giorno in cui stavo da voi, sveglia presto, la nonna che ti sveglia e ti urla “nennì!”, ti chiamava così perché eri più piccolo di lei di un anno e tu la chiamavi “rusella”, oddio quanto mi manca la nonna che dal letto urlava “nennì acala a voce!”, sì perché quando lei era già a letto tu restavi in cucina a guardare la tv, nennì, nennì, nennì, rusellaaaa, rusè! I miei nonnini. Nonno, ho stampato il tuo volto davanti ai miei occhi, com’eri bello, anche quando la morte venne ad accoglierti fra le sue braccia, eri ancora bello e mentre te ne andavi anche l’ultimo pensiero fu per noi, vederci per l’ultima volta insieme. C’ero anch’io nonno sull’uscio della porta che guardavo, non so se te n’eri accorto, arrivai giusto in tempo dalla terrazza all’uscio per guardarti partire per sempre. Quante volte ti ho visto partire, da Ponzone, dalla casa di Castelvolturno, com’eri bello su quel treno che partivi, ma ti avrei rivisto, o quando ve ne andaste da Castelvolturno, un’altra bambina avrebbe preferito l

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A deafening distance

Nevica sulla spiaggia, e orizzonte è una bella parola. Orizzonte sa di mora come di San Diego, stringe a sè fotografie in notturna ma ricorda le luci dell'alba tra i pini, le luci che ti danno un buffetto sulla guancia, quasi non fossi riconoscente per la strada che si snoda e la rugiada che ti riflette. Orizzonte svela il tempo che scorre, nella risacca che frantuma gli attimi e quasi trascina via i frammenti. Orizzonte indossa un buffo vestito da pagliaccio e porta ancora i segni sul collo di quella volta sotto le mura. Orizzonte carezza. Comodo giaciglio per anime stanche di esistenze risolte in carta rosa, appassite in ogni parola annoiata da se stessa - le ancore cave, i ponti cancellati.

E ancora ballarsi via le rughe dal Tennessee ai sedili posteriori, con la vita nella tasca destra e un'altra storia che non racconteremo mai, tenuta insieme col biadesivo scadente - si fa giorno. Cercando invano un po' di calore tra braccia che rifuggono la luce del sole e parlano di comete dietro le nuvole. Chiedendoci quante volte ancora. Quante parole, quante facce, quanti chiodi. Quante volte, e un'altra ancora.



Finale del capitolo del mio romanzo: Io capobranco nel mirino della mafia

Sale il dolore(Ultima parte del capitolo)
Gli anni si sono sciolti come neve al sole. Quando ancora mi avventuro in quei boschi, un velo di malinconia mi assale. Ogni volta mi pongo le stesse domande: "Chissà cosa avranno fatto? Dove saranno andati?". Spero tanto che anche per loro ci sia un paradiso. Quante volte nelle notti di luna piena sento ululare. Come vorrei fosse un richiamo per me. Forse è solo un sogno o un desiderio del mio subconscio che si prolunga nel tempo. Guardo il cielo e mi sembra di vederli tutti, come nei bei tempi, accorrere al mio ululato. Ascolto, è solo il vento che fischiando spazza le nuvole, lassù sui monti e lungo la valle. Spesso mi risveglio in un bagno di sudore. Fantasie, sogni, realtà, chi può dirlo? Dopo tanti anni, di un silenzio vuoto, torna a uscire ancora fumo dal comignolo della cascina. Nel giardino ora c'è una panchina, dove due donne stanno chiacchierando lasciandosi crogiolare dagli ultimi raggi di sole mentre un ragazzino di nove o dici anni sta giocando con un cane, un piccolo pastore tedesco. Una di loro avrà poco più di vent'anni, e il bambino non può essere suo. Mi sto domandando chi sia ma ho paura, credo si saperlo. "Già", mi rispondo, "si può rimanere in cinta anche a quarantaquattro anni, e se fosse mio?". Il tempo ha scolorito i ricordi della mente, la mente piano piano, sta scolorendo quelli del cuore. Ricominciare, no per favore, ancora sofferenza, ancora dolore. Sono sempre qui che aspetto che il telefono squilli, mentre il fumo dalla cascina sale sempre più in alto disperdendosi nell'aria portando via con sé i miei pensieri... ma devo sapere... voglio sapere.



Lettera a un ricordo

In questa serata affidata al cielo estivo che pare giocare di stelle cadenti, ammiro la quiete risuonante di grilli. C'è quel silenzio solo sfiorato dai brusii della natura che non interrompe mai il suo cullare, nella penombra, riflessi d'ali intorno.
Ed io penso alla mia vita, penso agli attimi che più s'accalcano di episodi... e penso a te, caro ricordo.
Ti scrivo, ora, per fermare emozioni che tu hai saputo, forse inconsapevole, donare.
Ti rammenti il primo dialogare, il primo suscitare in me quelle sorprese divertite nel tuo intavolare questioni d'amore.
Domande e risposte, sollecitazioni e palpiti: ecco il mio primo aprire il cuore verso te. E tu, trascinavi facile in un sentiero fatto di fantasia, di sogni rinati alle tue premure e di viaggi nel tuo esistere ignoto. Forse la solitudine di un sentimento, sia tuo che mio, ha giocato per qualche giorno, ponendo come posta il desiderio impossibile. Ma ancor prima di aver vigore e trasformarsi in tangibile necessità, piano gli slanci teneri si affievoliscono in te, e restarono poi muti e sempre più lontani nel riprendere parole più importanti.
Poi il silenzio di giorni, e l'anno passato ti porta in un altro tempo dove solo tu sai le cadenze e i luoghi del tuo vivere.
Ormai, caro ricordo, mi chiedo se sei in effetti un ricordo, l'attimo speciale vissuto e superato da altri attimi di contorno, superficiali e riservati all'indifferenza di un passaggio sfuggito per sempre.
Tuttavia in questa serata di pacata malinconia, mi chiedo ancora, e forse finché resterai in me, perché il mio pensiero diventa felice al tuo nome, perché le tue parole sono in me vive e calde, e piene di dolcezza come al tuo primo ciao, perché immagino il tuo apparire sempre prossimo, perché... ti amo, se alla fine sei e resterai un ricordo scritto che sbiadirà anche in queste righe.

   0 commenti     di: Marhiel Mellis


UN PRETE DI CAMPAGNA

Mi piace pensarti in uno dei tanti vialetti del Paradiso, seduto con il tuo immancabile libro. Poco importa se sono convinto che dopo la morte ci sia il nulla, per te farò un’eccezione.

                                        *    *    *

“È morto Don Antonio.”
“Quanti anni aveva?”
Mentre salgo le scale, sento la voce di mia madre che dice “Novantadue.”
Bella età. Sarei contento di arrivarci, soprattutto nelle sue condizioni.
Si. Bella età. Mentre mi infilo sotto la doccia, continuo a pensare a lui. Non posso dire di provare dolore, tutto ha una fine e la morte di un uomo di novantadue anni può essere considerata quasi normale: ma il pensiero non si ferma, è incredibile come un avvenimento ti porti a rivivere episodi tanto lontani, riprovando le stesse sensazioni, gli stessi sentimenti, le stesse paure.
Don Antonio è stato una figura di grande rilievo nella nostra minuscola comunità, ha saputo essere un riferimento prezioso. Ha svolto la sua missione d uomo di chiesa con garbo, con coerenza, rapportandosi con tutti, senza imposizioni, con grande rispetto. Sacerdote, ma soprattutto persona colta, attenta, inserita nella società. Una discrezione quasi esagerata, tanto da essere spesso scambiata per superficialità, per poco interesse.
Sono molti i ricordi, soprattutto della mia gioventù, legati a lui, alla parrocchia: gli anni da chierichetto, le partitelle nel campetto prima della costruzione dell’asilo, il biliardo. Seduto sotto il portico con l’immancabile libro in mano, fingeva di non vedere quando combinavamo qualche marachella. Ci arrampicavamo per prendere le “mitiche” prugne rosse e quando soddisfatti pensavamo di averla fatta franca, sentivamo il rimprovero per il ramo rotto o per il rischio corso.
Una volta ci sorprese (eravamo io, Carlo, Mauro, Antonio, tutta la banda insomma) con la sigaretta accesa; noi paralizzati dalla vergogna (forse era solo paura che lo r

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   12 commenti     di: Ivan Bui



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