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Racconti sulla nostalgia

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Finale del capitolo del mio romanzo: Io capobranco nel mirino della mafia

Sale il dolore(Ultima parte del capitolo)
Gli anni si sono sciolti come neve al sole. Quando ancora mi avventuro in quei boschi, un velo di malinconia mi assale. Ogni volta mi pongo le stesse domande: "Chissà cosa avranno fatto? Dove saranno andati?". Spero tanto che anche per loro ci sia un paradiso. Quante volte nelle notti di luna piena sento ululare. Come vorrei fosse un richiamo per me. Forse è solo un sogno o un desiderio del mio subconscio che si prolunga nel tempo. Guardo il cielo e mi sembra di vederli tutti, come nei bei tempi, accorrere al mio ululato. Ascolto, è solo il vento che fischiando spazza le nuvole, lassù sui monti e lungo la valle. Spesso mi risveglio in un bagno di sudore. Fantasie, sogni, realtà, chi può dirlo? Dopo tanti anni, di un silenzio vuoto, torna a uscire ancora fumo dal comignolo della cascina. Nel giardino ora c'è una panchina, dove due donne stanno chiacchierando lasciandosi crogiolare dagli ultimi raggi di sole mentre un ragazzino di nove o dici anni sta giocando con un cane, un piccolo pastore tedesco. Una di loro avrà poco più di vent'anni, e il bambino non può essere suo. Mi sto domandando chi sia ma ho paura, credo si saperlo. "Già", mi rispondo, "si può rimanere in cinta anche a quarantaquattro anni, e se fosse mio?". Il tempo ha scolorito i ricordi della mente, la mente piano piano, sta scolorendo quelli del cuore. Ricominciare, no per favore, ancora sofferenza, ancora dolore. Sono sempre qui che aspetto che il telefono squilli, mentre il fumo dalla cascina sale sempre più in alto disperdendosi nell'aria portando via con sé i miei pensieri... ma devo sapere... voglio sapere.



Renaio: undici chilometri (seconda parte)

La tombola era un altro dei divertimenti quando c'era abbastanza gente e ci si accordava prima della cena per essere in tanti, il più possibile.
"Allora stasera si gioca, mi raccomando venite!".
Si sistemava per il gioco preparando un tavolo unico nella parte dell'entrata della locanda; in quel caso erano essenziali le candele perché quando andava via anche la miserrima luce era necessario concludere la partita. La vecchia matrona Eva, madre di Giovanni ed Enrico, era l'organizzatrice delle tombole e quando si facevano non c'erano storie: la stanza di ingresso era per la tombola; quelli che volevano giocare a carte dovevano andare in cucina, nella stanza del caminetto o nella adiacente stanza del bar. Per chi non giocava rimanevano comunque le chiacchiere all'aperto.

Quella delle discussioni politiche era un'altra maniera per passare le serate. Le più spettacolari erano annunciate dalla presenza del "Notarone", un notaio di Barga, parente acquisito della famiglia; il Notarone era un liberale che affrontava le discussioni con i comunisti di montagna tra i quali mio padre, i socialisti di passaggio ed il prete: il Peppe poi dava il suo contributo, non di grande spessore, ma condiva la discussione con le sue infinite bestemmie che facevano arrabbiare il prete: quando c'erano tutti lo spettacolo era assicurato.
Nelle sere d'estate, quando era possibile, la piazza o terrazza era il luogo ideale per le discussioni che "sapevan di vino e di scienza": stavamo sdraiati sulle sdraio nel buio rischiarato solo dalla luna, o seduti sulle sedie o sulla panca che cingeva lo spiazzo; le discussioni, alla fine di agosto per l'inizio dell'autunno di montagna, si spostavano attorno al camino; si poteva partire dall'universale (il comunismo, la socialdemocrazia, il cristianesimo, i valdesi) giù fino al particolare o viceversa.
"Perché il comune di Barga non ci fa arrivare la corrente?"
"Perché la comunità montana non si muove per questa cosa."
"Ma come comunisti cosa pe

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QUELL'ESTATE DEL SESSANTOTTO

< Ciao. > Più che un saluto sembrava un’esplosione di entusiasmo. Istintivamente mi guardai attorno, eravamo solo io, lei e l’addetto al garage, tutto indaffarato a sistemare le auto.
Non c’erano dubbi, era proprio rivolto a me. La guardai con maggiore attenzione, cercando disperatamente di ricordare. Nonostante gli sforzi, non avevo la minima idea di chi fosse, < Come stai? > Mi chiese avvicinandosi con decisione < Bene, e tu? > Risposi in modo poco convinto.
Sorridendo mi prese sottobraccio < Non mi hai riconosciuta?!! Tu invece non sei cambiato molto. > Non riuscivo proprio a ricordare.
< Nella. Estate 1968, Hotel Moderno, mi aiutavi con i bambini; ricordi? >
Aveva pronunciato quelle parole con un tono normale, come se stesse parlando di qualcosa successo ieri, invece erano trascorsi esattamente diciannove anni.
Nella! Credo di avere smesso di respirare. - Nella! - Questa volta, quasi gridai. < Sei proprio tu. > Balbettavo, non riuscivo a controllare la tensione, la fissavo incredulo.
Per un attimo pensai allo stupore dei miei collaboratori se avessero potuto vedermi.
Per fortuna lei comprese e mi abbracciò. Era così anche allora, riusciva a cogliere i miei imbarazzi, le mie insicurezze. Faceva sempre la cosa giusta per farmi sentire a mio agio.
Come avevo fatto a non riconoscerla? Certo vent’anni sono tanti, ma il suo sorriso, le fossette sotto gli occhi, il broncio di eterna bambina erano gli stessi. Nemmeno il fisico sembrava essere cambiato molto, anche se, per la verità, la pelliccia lasciava intravedere ben poco..
Ecco cosa mi aveva tratto in inganno, non l’avevo praticamente mai vista con gli abiti addosso.
Non potrei descrivere cosa stavo provando, avevo ripensato a lei migliaia di volte, la sua immagine, il suo ricordo, la nostra storia, erano qualcosa di prezioso che conservavo gelosamente, ma era un capitolo archiviato. Trovarmela di fronte significava dover fare i conti con la realtà e io, non vole

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   8 commenti     di: Ivan Bui


4 - Il Sogno: Gabriella

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   1 commenti     di: Emilio C.


Al bar della Sacca

3 biliardi da boccette, otto tavolini per giocare a carte, un barista pelato e sua moglie che...
... Che gran tette.
Non so perché ma a noi della Sacca, le tette sono sempre piaciute.
Dimenticavo di dirvi che cosa è la Sacca: un rione popolare dove il dottore vive a stretto contatto col muratore, dove l’ingegnere gioca a carte con il barbiere, dove al bar della coop viene anche il Don Alberto e nessuno bestemmia. La sacca il quartiere dove sono nato e dopo sposato non sono più ritornato.
Ogni tanto amo andare con la mente a quei ricordi, quando la giornata è stata dura, si è sbagliato un lavoro, ed un cliente, o chi per esso, ti ha talmente rotto il cazzo che hai bisogno d’evasione.

Eccomi al bar della Sacca.
Vi è Alfredo, record 20 optalibon in un colpo e rimane quasi sveglio.
Mentore il tromba, tromba in continuazione e non solo a parole, per lui il sesso è tutto.
Ricordo una volta al cinema Ambra, cinema di malaffare, frequentato all’epoca da molti”gay”.
Ci siamo io, lui, Alfredo, Ivan, il Pappa, e Sniffa.
Ci sediamo, inizia il film, un capellone trito e ritrito. Siamo tutti sulla stessa fila, ci saranno 25 spettatori su un centinaio di posti. Dopo 15 minuti entra un tizio, 40/50 anni e si siede vicino a Sniffa che al suo fianco ha Mentore. Passa poco tempo e sento confabulare Mentore con Sniffa, dopodiché Mentore scambia il posto con Sniffa. Osservo il tipo e penso: agh sam, che tradotto significa: ci siamo.
Passa il primo tempo, nulla, finisce il film, nulla. Accendono le luci usciamo e chiedo a Sniffa:
che è successo?
Mi risponde:
eh, quella checca ha iniziato ad accarezzarmi una coscia, l’ho detto a Mentore che mi ha risposto,
ci penso io. Poi è venuto al mio posto.
Guardo Mentore con espressione interrogativa e lui:
Eh, mi son fatto fare una sega.
Questo è lui, il Tromba.
Poi ci sono il Biondo e Tarta, sempre insieme. Giocatori di Pinnacolo, si segnano tutto e se giochi una lira al punto sei rovinato. Io l’ho p

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   2 commenti     di: cesare righi


L'INCONTRO

... alba, apri gli occhi guardi il soffitto e la tua mente è già lontana, "fra poco lo rivedrò..." ti alzi, ti muovi con naturalezza, per non far capire che dentro te il cuore batte diversamente dal solito, guardi l'orologio, le lancette sembrano che scorrano lentamente, vai in cucina, prepari il caffè, il latte, non hai voglia di far colazione, gli occhi son sempre sull'orologio.. Finalmente sei sola, corri in bagno, vuoi essere bellissima, un po' di trucco, una spruzata di profumo, il più delicato, vuoi che senta la tua pelle morbida e profumata, vai nella camera da letto, togli dal cassetto, le calze autoreggenti nere, il perizoma nero, apri l'armadio e scegli i vestiti, li indossi, alla fine ti guardi allo specchio, ma non vedi la tua immagine, vedi il suo viso che sorride, allora capisci che così sicuramente gli piacerai.
Corri giù per le scale, apri la porta d'ingresso, sali in macchina, il piede sull'accelleratore, accendo il cellulre e trovo un suo messaggio "non correre, vola...", sorrido nel leggerlo, cinque minuti, ecco vedo la sua macchina, il cuore fa troppo rumore, finalmente i nostri sguardi s'incontrano. Dopo poco tempo le nostre labbra sentono il calore, le nostre mani scorrono sui corpi, i nostri sguardi s'incrociano, non ci son parole in questi momenti, solo la consapevolezza di star bene, "Sono tuo" mi dice, quali frase più bella esiste?
Il tempo vola troppo velocemente, è già l'ora del distacco. Che strano un pensiero triste mi passa velocemente nella mente, ma lo voglio cacciare, non ora, non oggi, non voglio che l'incantesimo vissuto sia cancellato da sensazioni...
Passa un giorno, passa un altro giorno... FULMINE ecco... la sensazione che provavo si è trasformata in verità.. "Credevo di poter cancellare un amore con un altro, credevo di amarti..." queste son state le sue parole, ed è calato il sipario. Ora il mio cuore batte ancora forte, ma per un altro motivo, sento un nodo fastidioso in gola

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   8 commenti     di: Sole Luna


La lunga notte insonne

Vanni si svegliò all’improvviso senza una ragione apparente. Iniziò a girarsi e rigirarsi senza riuscire a riaddormentarsi. Si voltò alla sua sinistra, Vanessa dormiva serenamente. Iniziò ad osservarla, poiché quando dormiva sembrava ancora più bella. Si soffermò sui lunghi capelli biondi, che si posavano lungo la schiena che a sua volta scendeva una piccola curva poco prima di allargarsi su due fianchi generosi. I suoi seni rotondi e ben fatti, invece, se ne stavano schiacciati contro il materasso, sembrando ancor di grossi di quello che effettivamente erano.

Per evitare di svegliarla, Vanni preferì alzarsi, prima però la baciò delicatamente sul e collo.

Vanessa era la sua nuova compagna, aveva 42 anni, una donna estremamente attraente, con un divorzio alle spalle, titolare di una casa editrice.
Dopo una cena, accompagnata da un buon vino rosso e da musica new age, avevano finito la serata facendosi sopraffare da una passione dirompente ed addormentandosi poi teneramente abbracciati.

Vanni si rifugiò in mansarda, si sedette alla sua scrivania ed accese un sigaro, “antica riserva”. Si stirò le gambe osservando attraverso la finestra la splendida luna di quella notte, poi si alzò ed aprì la finestra di fronte a lui, permettendo all’aria salmastra del mare di invadere la stanza.

Abitava in una villetta sulla la Riviera dei Ciclopi, dalla quale si godeva una vista eccezionale che comprendeva oltre ad una parte del porticciolo di Acitrezza anche i Faraglioni. Si trattava di scogli basaltici che, secondo la leggenda, erano stati lanciati da Polifemo ad Ulisse durante la sua fuga.

Nella mansarda, Vanni aveva stabilito il suo angolo segreto, quello dove poter stare da solo a pensare, a studiare, lavorare al computer, a rifugiarsi, come in quel caso nelle lunghi notti insonni.

Era un periodo sereno e prospero, il suo lavoro di investigatore privato, lo riempiva di soldi e soddisfazioni, la sua relazione con Vanessa lo

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