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Racconti sulla nostalgia

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Giocare con il tempo

In un grande cassetto d'un vecchio comò ho riposto vari oggetti.
Non sono d'oro son solo preziosi ricordi del cuore, c'è un po di tutto in quel cassetto, cartoline, biglietti augurali, album di fotografie, spille dorate regali di amiche care, c'è un bellissimo cannocchiale del mio papà, i doni dei miei figli, alcuni ventagli in ricordo di mia mammma e ancora tanti piccoli e amati ricordi.
Ma c'è una scatola dove gelosamente ho riposto varie fotografie
di tanti anni fa, le tengo insieme senza data, libere, scattate
in vari luoghi lontano nel tempo, mi piace vederle così mischiate
come se fosse... un mazzo di carte.
Delicatamente ne prendo una, non so mai cosa ci sia in quella fotografia, mentre la giro l'immagine appare e la mente inizia a pensare, è il gioco a ritroso del tempo ed io... inizio a giocare.
La prima foto è di mio padre, non era bello però aveva un magnifico sorriso, remoti ricordi mi attraversan la mente
quando da bimba giocavo con lui, le sue premure i suoi affanni.
La seconda foto è di una mia cara amica, mi par di udir ancora
la sua voce e l'allegra risata pur se ora lei non c'è più!
Un'altra foto la giro, io e mio fratello insieme, piccini,
ne prendo un'altra la giro, i miei bambini, li osservo,
quanto tempo è passato, ora adulti ed anche papà.
Prendo una foto la giro, c'è un volto sorridente è mia zia,
era bella davvero ed aveva un cuor d'oro, teneramente la poso tra loro. Altre foto, immagini diverse, pensieri e ricordi si alternano giocando con il tempo. Ancora una foto, la mia mamma
quando era giovane, meravigliosamente bella da far invidia ad una star, la mente vaga, ricorda fatti parole care, rimproveri
poi... l'ultima sua carezza.
Altre foto passano tra le dita come delicati fiori,
volti cari, ricordi a volte gai a volte tristi passano mentre il tempo scivola via, in silenzio teneramente guardo l'ultima fotografia. E la foto del mio matrimonio, eravamo proprio belli, sorridenti, lui aveva bellissimi ricc

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Renaio: undici chilometri (prima parte)

All'epoca delle ferie d'agosto, dalla fine degli anni '60 al 1980, erano undici i chilometri che separavano Barga da Renaio, l'Ottocento dal Novecento, il presente dal passato, la vacanza dalla realtà di tutti i giorni.
Il confine fra le due realtà poteva variare, ma arrivava puntuale nel momento in cui si chiudevano le orecchie per la pressione atmosferica che diminuiva con l'altitudine e che di solito si sbloccavano poco dopo arrivati a destinazione. Undici chilometri di curve strette in una strada che era un grosso viottolo, inizialmente tutto sterrato, del quale si conosceva ogni curva, e che con il passare degli anni veniva asfaltato per tratti sempre più lunghi, traccia unica dell'avvicinamento della civiltà al piccolo paese che tardava invece a conoscere qualsiasi comodità.

La località si componeva di più nuclei; il principale era Renaio, con la bottega ed il telefono pubblico a scatti collocato nell'antibagno, con buona pace per la privacy di chi telefonava... ed anche di chi era in bagno.
Poco più in basso la scuola e, nella parte più alta del monte, da un lato la chiesa col campanile costruito poco discosto e dall'altro il cimitero. Poi, Bebbio, la Casermetta, una caserma della forestale in prossimità del sentiero che portava al Lago Santo, l'Abetaia, una vecchia casa di contadini abbandonata, ad un paio di chilometri dal centro, dove si potevano gustare le mele selvatiche e susine, ed infine Carpinecchio, a poca distanza, ma collegata alla già sperduta Renaio da un viottolo scosceso transitabile solo a piedi o con i muli. Una strada collegò la frazione solo alla fine degli anni Settanta, quando fu aperta una via che dal fondo valle risaliva su fino alla via dell'Alpe.
La strada, tutta curve, continuava infatti nel bosco fino al passo delle Radici, dal quale si poteva raggiungere San Pellegrino in Alpe. Qualche volta abbiamo fatto anche quella strada, che consentiva di arrivare al santuario senza tornare indietro a Barga e passare per

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La lunga notte insonne

Vanni si svegliò all’improvviso senza una ragione apparente. Iniziò a girarsi e rigirarsi senza riuscire a riaddormentarsi. Si voltò alla sua sinistra, Vanessa dormiva serenamente. Iniziò ad osservarla, poiché quando dormiva sembrava ancora più bella. Si soffermò sui lunghi capelli biondi, che si posavano lungo la schiena che a sua volta scendeva una piccola curva poco prima di allargarsi su due fianchi generosi. I suoi seni rotondi e ben fatti, invece, se ne stavano schiacciati contro il materasso, sembrando ancor di grossi di quello che effettivamente erano.

Per evitare di svegliarla, Vanni preferì alzarsi, prima però la baciò delicatamente sul e collo.

Vanessa era la sua nuova compagna, aveva 42 anni, una donna estremamente attraente, con un divorzio alle spalle, titolare di una casa editrice.
Dopo una cena, accompagnata da un buon vino rosso e da musica new age, avevano finito la serata facendosi sopraffare da una passione dirompente ed addormentandosi poi teneramente abbracciati.

Vanni si rifugiò in mansarda, si sedette alla sua scrivania ed accese un sigaro, “antica riserva”. Si stirò le gambe osservando attraverso la finestra la splendida luna di quella notte, poi si alzò ed aprì la finestra di fronte a lui, permettendo all’aria salmastra del mare di invadere la stanza.

Abitava in una villetta sulla la Riviera dei Ciclopi, dalla quale si godeva una vista eccezionale che comprendeva oltre ad una parte del porticciolo di Acitrezza anche i Faraglioni. Si trattava di scogli basaltici che, secondo la leggenda, erano stati lanciati da Polifemo ad Ulisse durante la sua fuga.

Nella mansarda, Vanni aveva stabilito il suo angolo segreto, quello dove poter stare da solo a pensare, a studiare, lavorare al computer, a rifugiarsi, come in quel caso nelle lunghi notti insonni.

Era un periodo sereno e prospero, il suo lavoro di investigatore privato, lo riempiva di soldi e soddisfazioni, la sua relazione con Vanessa lo

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1-un pomeriggio in areoporto-

Sono seduto sulla poltrona dell'aeroporto. Sono le cinque di una domenica pomeriggio nuvolosa e triste. Mi capita spesso di venire qui da solo, mi piace vedere la gente che viaggia; c'è chi parte, chi arriva, chi aspetta l'abbraccio di una persona cara in ritorno e poi ci sono io.
Con me non ho nulla per viaggiare, niente biglietto, niente valigia, niente soldi, solo la voglia di partire, tanta voglia, ma dove? Sul tabellone delle partenze non c'è tanta scelta, comunque le destinazioni sono abbastanza interessanti. Tra le mie preferite ci sono Londra Stansted, Barcellona Girona e New York JFK.
Manca poco meno di un'ora alla partenza di un volo per Londra. Vicino al banco del check-in si affrettano i ritardatari per mostrare la loro carta di imbarco. Proprio adesso sta arrivando una giovane coppia inglese con un bambino. Sembrano sereni soddisfatti, felici, staranno forse tornando a casa loro dopo una lunga estate passata al mare, forse dai loro parenti. Quello che dovrebbe essere il marito indossa una t-shirt celeste con un paio di pantaloncini avana e infradito ai piedi. Mi vengono i brividi solo a vederlo conciato in quel modo visto che io sono ricoperto da giacca con tanto di maglia di lana. Guardandoli mi chiedo che lavoro fanno, perché sono qui. Dal loro aspetto si può scorgere l'immagine di una classica famiglia inglese, con una vita tranquilla nella periferia di Londra ed un lavoro modesto. Mi piacerebbe stare insieme a loro, far parte della loro armonia, partire, volare via. Ma a Londra non ci sono mai stato! Dove vado? E poi non so una parola di inglese, le uniche cose che so, le ho imparate alla scuole elementari.
Ricordo che la maestra ci insegnava l'inglese con delle marionette con il nome dei frutti, e tra queste, la mia preferita era il pomodoro: tomato. Per il resto il mio livello è abbastanza basso, non saprei comprarmi neanche una bottiglietta di acqua. Comunque sia, Londra è una città bellissima. Me ne ha sempre parlato mio frate

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Tormentati

Era invisibile il suono, la sua pelle era avorio nella notte. Restava poco tempo per l'alba, ma a cosa serviva continuare ad aspettare. Il sole sarebbe tornato comunque, senza lui, senza nessuno che potesse fermarlo. Nelle vene bruciavano le lacrime che aveva pianto sulle sue braccia, tra i capelli sostavano urla. Disumane. Le mani sulla bocca a soffocare quei gemiti. Troppo umani. Abbassò le palpebre, pupille diradate in quelle ombre così fredde. Sul polso un bracciale. Tra le dita una matita, le piaceva giocare all'artista. Strusciò il piede sull'asfalto, contatto con la terra urbanizzata. Città, luce di neon in movimento, morire. Gusci di anime che camminano, che ora è? Una panchina bagnata, le gocce che sembrano improgionare piccoli globi di luce dorata. Cadono, l'erba le accoglie, tu puoi fermarle? Dieci e trenta. Rumore di rumori. Fermati, ascolta, respira. Occhi che vogliono aprirsi. Il vento non vuole fermarsi, ha paura di cosa possa succedere quando sarà tutto finito. Non lo vuole calmare, non lo vuole fermare. Gli angeli saranno li a guardarli come nei film, le ali alzate e ferme al dolce nido. Ma cosa ne sia delle tua grida. Disumane? Appartieni alla razza dei fragili. Puoi spezzarti. Cadere. Morire. Come tutti. Ma il suono può rendersi invisibile, si accalca tra le pieghe dei pantaloni, puoi camminare ancora. Ruote che sgommano, portiere che si aprono, una vena che continua a palpitare piano, come un canto che sta per finire. E ho paura mentre te lo dico. Città, fuori dalla finestra. Luci che voglio spegnere, morire? Ormai è tardi.



Il venditore di grappa

Mi ricordo una sera al bar, parlando con alcuni amici, eravamo andati sul discorso di lavori che oramai non esistevano più e ne abbiamo elencati alcuni.
Più tardi nel ritornare verso casa, mi ricordai di quando ero bambino e trascorrevo le vacanze dai miei nonni.
Ed è stato proprio durante una di quelle vacanze estive che vidi per la prima volta un anziano signore dalla apparente età di circa cinquant'anni con una vecchia bicicletta entrare nel cortile del nonno.
Con un sorriso lo salutò, poi iniziarono a parlare.
Io anche se piccolo ero abbastanza curioso e mi avvicinai per capire di cosa stessero parlando ed è stato in quel momento che il signore con la bicicletta mi guardò per poi chiedermi:
“Anche tu piccolo vuoi assaggiare questo liquore speciale?”
Io lo guardai esterrefatto, 'chissà cosa mai vorrà farmi assaggiare, pensai tra mè.
Il nonno, nell'udire quelle parole mi guardò poi mi fece un piccolo sorrisetto, io avevo un certo timore del nonno, una persona molto alta per quei tempi, con un paio i baffetti da sparviero, come direbbe un comico che vidi un giorno in televisione.
“Vai a prendere un bicchiere Bepe,” Disse in quel momento il signore arrivato con la bicicletta e nel dire questo lo vidi rimuovere una coperta la quale nascondeva un cesto al cui interno mi sembrò ci fosse una ruota di un automobile.
Io rimasi sbalordito a guardare, mentre il nonno si allontanò per ritornare subito dopo con un piccolo bicchiere.
“Dai fam tastà se lè bunò.” Disse il nonno.
Quel signore piegò la ruota che aveva nel cestello e aprì una valvola, rimasi sorpreso nel vedere che non ne usciva dell'aria, come pensai, ma una specie di liquido bianco.
Dopo averne versato solo alcune gocce nel bicchiere, quel signore chiese nuovamente al nonno:
Dai Bepe, bef e dim se lè bunò?”
Il nonno dopo averla assaggiata esclamò:” Bunò!” E subito dopo ritornò in casa dove poco dopo uscì con una bottiglia che quel signore si affr

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   0 commenti     di: Giuseppe Loda


La “gebbia”

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