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Racconti sulla nostalgia

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La cornice

Una sera rientri a casa e sei completamente spento. Stanco ma senza sonno, solo ma senza la voglia di vedere alcuno. Sei solo l'ombra di quello che sai di essere e che da qualche tempo sai anche di non essere più.
Dopo il lavoro ti trascini ciondolante fino al divano e rimani a fissare la parete come fosse una tv accesa, che poi è la stessa cosa.
È in quel momento che fai caso per la prima volta a quella macchia biancastra nel bel mezzo della parete del tuo salone. Sicuramente l'avevi già vista ma ancora non gli avevi dato peso. Cosa vuoi che sia un po' di alone bianco lasciato da un quadro che non c'è più. Lasciato da un quadro che tu stesso hai staccato perché non riuscivi più a vederlo tanto ti faceva male, tanto ti riportava alla mente ricordi a volte belli, a volte brutti, ma che sapevi solo ricordi e che non sarebbero tornati più.
Così, un sabato mattina con più nostalgia del solito, esasperato, senza pensarci troppo per evitare di non farlo più, lo hai preso, lo hai staccato dalla parete e lo hai buttato in strada.
Quel quadro che oramai conoscevi a memoria in ogni pennellata, che non avevi mai smesso di guardare perché lì si concentrava tutta la tua vita, fuori dalla tua vita.
Ma stupidamente non avevi pensato alle conseguenza di quel gesto. Non avevi considerato che non sarebbe bastato togliere quel quadro per non vederlo più. Non avevi considerato che non ti saresti liberato affatto di quel dipinto, ma che avresti fatto solo posto alla sua assenza. Quell'assenza sottolineata da una macchia che ne avrebbe ricalcato perfettamente la cornice. E non immaginavi che, in quella sagoma bianca, nonostante il tempo che sarebbe passato, ne avresti potuto ricostruire tutto il resto, ogni colore, ogni sensazione, ogni pennellata.
E quando a forza di fissare quel buco il dipinto sarebbe quasi riapparso ai tuoi occhi, avresti cominciato a domandarti dove fosse finito, chi l'avesse raccolto e appeso nel proprio salone. In che mani fosse finito. Ci sar

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   4 commenti     di: Moment


Quattromenodieci

Oramai la data era fissata. Quel pezzo di storia, sarebbe tornata polvere entro la fine del mese. Eretta più di cent' anni fa, era divenuta in poco tempo la stazione più importante della provincia. Una costruzione semplice, senza particolari abbellimenti stilistici, testimone del primo grande boom industriale della nostra Italia, e tra breve non avrebbe più fatto parte della realtà contemporanea. I suoi muri esterni prima perfettamente intonacati color ocra pallido, ora sembravano spellati a chiazze lasciando intravedere i mattoni rossi vividi impastati con la sabbia, forse di fiume. Sulla facciata, sopra l'ingresso principale, un enorme orologio tondo con i numeri romani a fare il girotondo e le grandi lancette ferme da un paio d'anni alle quattro meno dieci. Il portone che dava l'accesso all'interno era stato riverniciato forse una decina di anni fa e pareva, rispetto a tutto il resto, ancora in buono stato. Era chiuso, i suoi vetri ormai opacizzati dallo smog e dal tempo, lasciavano appena intravedere un "dentro"... molto fuori forma: un vano unico che comprendeva la sala d'aspetto a destra, e la biglietteria a sinistra. Nella sala d'attesa ancora tre file di poltroncine, alcune di esse senza schienale, e tutte sbiadite di un marrone ormai poco elegante.
Quante persone in procinto di partire calcarono quel pavimento. Gente che andava, o che arrivava, un andirivieni frenetico di borse, valigie, sguardi veloci a quell'orologio appeso a parete che ora non c'era più, paltò e soprabiti appoggiati agli schienali di quelle vecchie sedie magari solo per pochi minuti, e poi saliti su un treno diretto chissà dove... Quelle pareti, se avessero potuto parlare... Discorsi, dialoghi, frasi, pensieri felici sfociati in risate o pianti per quegli addii struggenti che solo le partenze col treno dispensano. Tutto questo era stato assorbito dalla stazione, era diventata un po' parte della famiglia di ogni viaggiatore che l'aveva attraversata.
La biglietteria era carat

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   0 commenti     di: andrea anfossi


Una volta arrivava l'estate

Promosso! Vacanze estive: andrò in bici al fiume, farò il bagno e pescherò con le mani, poi pranzo dai nonni... nel pomeriggio verrà mia cugina penso che guarderemo Doraemon e Don Chuck castoro poi le farò vedere che ho costruito Gordian (i tre robot uno dentro l'altro)con le lego e il giorno dopo? ehhh il giorno dopo sarà dura, invito da mio cugino Nicola di Santarcangelo come farò a scegliere con che Trasformers giocare che ne ha un'infinità! va bè se suo nonno ci porta al mare di sicuro scieglierò Devastator così nella sabbia farò lavorare i suoi componenti ruspa, betoniera, camion ecc... , ma devo stare attento a non stancarmi troppo se no come faccio la sera a giocare bene nella partitella a calcio? giusto, meglio dare un' occhiata alla puntata di Holly e Benji non si sa mai che riesca a carpire il segreto del tiro da tigre di Mark Lenders (che è stato scoccato tre episodi fa)... care vacanze estive vi amo, e questa visione di delfini dalla nave "Tirrenia" che ci riporta a casa dalla Sardegna è la ciliegina sulla torta di una vacanza splendida passata a nuotare fra le varie sfumature di azzurro, ma non è finita quest'anno posso anche andare al campeggio col prete, e qui tutte le bambine si innamorano di me! chissà cos'avrò in più rispetto all'inverno, che non mi caga nessuno?
Si vede che da felice sono più bello...
ma, ma cosa c'entra la sveglia adesso? no ti prego non dirmi che era un sogno, no no no
non ce la posso fare ad andare a lavorare... eppure il caldo la luce e i profumi sono sempre gli stessi... alieni se ci siete venitemi a rapire, ma non è originale neanche questo desiderio, c'ha già pensato Eugenio Finardi... però lo sfogo mi fa sorridere, almeno questo.



DELLA MIA REGIONE

Nei lontani anni 70, lasciai la mia terra natia
e venni a vivere in Lombardia, in un paese
molto accogliente, ma io molto sofferente, non
capivo niente, la gente mi guardava
continuamente.
Non fu' facile lasciarela mia adorata Versilia
il mare, le colline, le alte altitudini
le amiche a me care, e pure le mie abitudini...
Pero' devo dire mi ritrovai ad
ammirare la candida neve, soffice e lieve
un paesaggio imbiancato, puro e immacolato
io che non avevo mai visto la neve
cosi' da vicino, ne fui incantata
non l'avevo mai
neppure toccata
ne rimasi affascinata.!!!

   6 commenti     di: claudia checchi


IL DIO PISCHELLO

Tanto tempo fa trovai una piccola pietra sulla sabbia. Troppo bella, veramente molto molto bella: meraviglioso marmo incantevole, piccola unghia venata di rosa e madreperla.
Mi ritenni più che fortunata ad aver trovato una cosa simile, senza esagerare mi sentivo predestinata per quel sassolino stupendo.
la feci vedere ad una mia compagna e anche lei concordò sul fatto che era bellissimo, eccezionale.
Poi continuammo a raccogliere conchiglie sulla spiaggia.
Le raccogliemmo tutte su un'asciugamano e lo avvolgemmo su se stesso quasi come un sacchetto; hai presente quello dei cartoni animati, quando qualcuno se ne va via di casa? quello appeso ad un bastone? mi ha sempre intrippato un fottio sai?
A volte da piccola mi passava per la testa di voler scappare di casa e, ogni volta, me ne facevo sempre uno con un plaid ed un manico di scopa... poi mi mettevo davanti alla porta e dicevo seria seria: "io me ne vado e non torno più".
Ogni volta, ovviamente, mia madre divertitissima, si sbellicava dalle risa. Questo mi faceva incazzare tantissimo, non mi sentivo presa sul serio:lei, mia madre, non riusciva a capire quanto fosse grave tutto ciò; ma, altre volte, cominciavo a ridere anche io dietro a lei: avevo voglia di fare la pace.

C'era l'asciugamano con la piccola pietra e con tutte le conchiglie dentro, camminammo, camminammo, arrivammo a casa, la srotolammo e la pietrina meravigliosa non c'era più; c'erano solo i poco eleganti gusci di patelle, che in quel momento ci sembrarono brutti come delle polpette, anche se intravedere la madreperla color arcobaleno dentro.
Non lacrime, ma tanta rabbia.
Sono tuttora convinta che me l'abba fottuta quella stronzetta.
Ecco! ho deciso, la prossima volta che la rivedo le chiederò spiegazioni.

"Ridammela"
"che?"
"la pietrolina, quella bellissima che avevo trovato a mare.."
"ma cosa, quando?"
"non far finta di niente. Circa quindici, sedici anni fa tu me l'hai fottuta, piccola stronzetta...
pe

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La primavera

Avere il coraggio di vivere di quello che ancora non c'è.
La primavera sta colorando l'anima mia, è universo accompagna i miei desideri.
Ardore costante per riscaldare il tuo cuore, con precisione l' intelligenza e scrupolosi al dettaglio.
Ci troviamo più lontani, ma anche più vicini nell'immensità della coscienza del proprio carattere.
Costruttivi e meravigliosi nell'attesa del tempo che avvolge nelle nostre positività.
La caparbietà di aspettare l'intelligenza dell'amore con visibilità e concretezza.

   3 commenti     di: vania antenucci


La Città del Nord (Cap. VI da Le Finestre di Mara)

L a città in cui si era trasferita con Andrea per trovare lavoro era grande, elegante nelle sue belle piazze ma molto fredda.
Dalla finestra della casa in affitto vedeva nelle giornate serene le montagne innevate. Queste assumevano delle sfumature diverse a seconda delle stagioni e delle diverse ore del giorno.
A volte sembravano blu, altre rosa. A primavera col cielo terso, nei tramonti color arancio Mara ritrovava persino immagini e colori persi nel tempo.
Nelle sere di inverno la nebbia era però una costante poco piacevole. Il cielo stellato delle sue serate da ragazza nella città dei Sassi era solo un ricordo lontano.
Avevano trovato non con una certa difficoltà, quella piccola casa nel quartiere Crocetta uno dei più chic della città..
Erano stati fortunati da meridionali ad avere quell ‘appartamento, ma solo perchè insegnanti. Avevano dovuto promettere, però, alla proprietaria di non aver subito dei figli.
Avere figli...? Non era certo il primo pensiero di Mara. Si era trasferita là proprio per lavorare e conduceva, lontana chilometri dagli affetti familiari, una vita non facile.
Aveva ottenuto un incarico di insegnamento piuttosto complicato: tre volte alla settimana insegnava letteratura francese in un Liceo, gli altri giorni aveva lezione la sera in un Istituto Professionale dell’ Agricoltura. Ambedue le scuole erano fuori città.
Praticamente era quasi buio quando la mattina usciva di casa per andare al Liceo che si trovava in montagna.
Seduta sui freddi sedili del pullman sbirciava fuori insonnolita. Vedeva i grandi viali alberati ancora scuri e avvolti dalla nebbia che davano tanta tristezza. La città laboriosa, in parte pigramente si risvegliava e in parte andava ormai a riposare.
Sul grande viale di Mirafiori, dove il pullman faceva sosta per alcuni minuti, osservava gli operai del turno di notte. Uscivano stanchi dalle fabbriche e imbacuccati fino alla testa per ripararsi dal freddo. Si salutavano velocemente, saltavano su di u

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   2 commenti     di: MD L.



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