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Racconti sulla nostalgia

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Il sofferto tempo andato

Smorzo silenzi con altri silenzi.
Corpi esausti a riva si lasciano, molli, cadere e riprendere dall'andare del vento.
Sospiro. Rivolgo agli altri cenni e saluti.
Mi trovo dispersa tra le facce di ogni giorno.
Perdo un frammento di me per poi ritrovarlo, con l'opaco negl'occhi.
Perdo ogni ideale.
Instabile mente in un corpo imperfetto.
Mi sorreggo a tentoni tra due binomi distinti:
l'abbandono del sè e la ricerca di una ritrovata realtà.
Cieca frugo, tocco, coloro.
Sorda, sobbalzo, impreco, chiedo.
Forse è distante mille miglia la strada del suono.
Del suono di una mano che si aggrappa alla mia.
Soave è l'arrivo della sera. Quando tece silente la luna e i coriandoli di luce della mia città abbandonano il triste palco per andare a dormire, chissà in quali letti. Chissà in quali luoghi.



Pensieri di marinaio

E sono qui, su uno scoglio, come ogni giorno da vent’ anni. È sempre lo stesso, lo scoglio. Il più alto di tutti quelli del villaggio, che dà le spalle al bosco folto. Il cielo oggi è così limpido… Neanche una nuvola.
Guardo giù. Vedo il mare che si apre davanti a me. Io lo conosco bene quest’uomo solitario dal profumo salmastro.
Lui. Di cose ne ha viste, lui. Ha visto le case abbandonate del paese, mangiate dall’edera. Ha visto le foglie sugli alberi dare un po’ di colore allo squallore grigio.
Ha visto, nelle sere di tempesta, navi rientrare nei porti ed altre sparire nei suoi abissi, assistendo al drammatico spettacolo con la calma di chi è cosciente della propria impotenza sul loro destino. Ha guardato uomini divertirsi, ubriacarsi, cantare e fare a botte nelle taverne vicino alle banchine. Ha osservato i bambini giocare sulle spiagge d’estate. Ha sorriso vedendo i loro scherzi, sentendo le loro risate, partecipando alla loro felicità.
Ah, bella e andata giovinezza!
Ricordo bene quando per la prima volta presi il mare. Mia madre mi accompagnò fino al porto e mi stampò un bacio sulla fronte, senza aggiungere parole inutili.
Allora era tutto diverso. Il paese era diverso. Così pieno di vita…
Eh, pensare che ancora la gente amava affacciarsi alle finestre, incontrarsi di sera! La banda suonava. I ragazzi ballavano, facevano l’amore sulla sabbia, sotto il cielo stellato, allora…
Ho attraversato oceani, raggiunto isole esotiche, ho fatto esperienze…
Sembrerà strano, ma di quei quarant’anni d’avventura non ho ricordi.
Quelle sere. La burrasca che strappava le vele e gli uomini dal ponte, la pioggia che ci batteva in faccia... E poi più nulla. Niente degli amici, degli scherzi. Ricordo solo di quel giorno lontano, di quel bacio…
Quando si é a largo si sogna sempre la terra, ma poi, nel momento in cui la si raggiunge, resta quel vuoto. Si è perso qualcosa.
Ah, che pace! A volte, ho l’impressione che questo vil

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   1 commenti     di: nella ruggiero


... Aria Colorata

Strofino la manica del maglioncino contro il vetro della finestra, dando vita a un piccolo quadrato di chiarezza, che mi permette di vedere al di fuori della casa.
Goccioloni d'acqua scivolano lungo quella superficie liscia e l'umidità ne appanna la maggior parte.
La pioggia è da giorni che incessante riempie l'asfalto di se.
E la mia anima, ormai spenta e distrutta, di malinconia.
Riesce a rappresentare pienamente me stessa questa pioggia prorompente e forte, cruenta.
Premo le dita sulla parete creando due cerchietti, e affiancandomici con gli occhi osservo i mille ombrelli colorati dare un pugno di colore alla città.


Cammina con la mano destra nella tasca del cappotto e con l'altra regge l'ombrello rosso sulla sua testa.
"Amore esistono gli ombrelli per non bagnarsi" mi avvisa sorridendo.
Cammino all'indietro non distogliendo mai il suo sguardo dal mio.
"Vale ma guarda che natura, cioè è pioggia, acqua. Magnifica."
Apro le braccia mentre le gocce si infrangono sulla mia pelle, sui miei capelli, bagnandomi completamente.
Ma chissenè adoro sentirmi bene sotto questa cascata d'acqua.
"ti prenderai un accidenti"
aumenta il passo raggiungendomi e coprendomi con l'ombrello.
"sei pesante Vale"
Alza un sopracciglio circondandomi la vita col braccio e facendo cozzare i nostri corpi.
Porto le mani a sfiorare il suo petto avvolto in un maglioncino grigio, e a stringermi tra la stoffa del suo cappotto, bagnando anche lui.
"tu sei un'incosciente piccola"
Sorrido, alzandomi sulle punte e raccogliendo velocemente le sue labbra perfette tra le mie.
Il suo sapore mi avvolge e mi fa sentire viva, come la pioggia pochi minuti prima.
Un forte venticello mi porta i capelli a sbattermi sul viso e la stoffa dell'ombrello di Valerio a staccarsi dai sottili ferri che la tenevan stretta ad essi.
Scoppiamo a ridere staccando appena le nostre labbra.
Alza gli occhi al cielo e la pioggia gli batte potente sul volto.
Sbuffa sonoramente.
"ma porca..."
Poggio

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Ricordo

Succede spesso, arrivati ad una certa età, di andare a dormire e di non poter prendere sonno. Allora si pensa ai fatti nostri, alla nostra famiglia, ai nostri morti.
Sovente la memoria va ai tempi passati, ai primi anni della nostra vita,
proprio quando eravamo bambini.
Come in un sogno ecco cosa mi è venuto in mente.
Da bambino, al mio paese ci saranno state non più di mille persone.
Tre file di case, una dietro l’altra, quasi tutte uguali: tutto li.
A mezzogiorno tutti a casa; alla sera, d’inverno, tutti nella stalla. Quasi tutti avevano del bestiame: il bue, la mucca, vitellino, la capretta: i più ricchi, due buoi e un cavallo. Per il trasporto dell’uva e del fieno, il carretto e il carro.
I cortili erano tutti uguali, e non mancavano conigli e galline.
Tutti avevano una o più vigne e lavoravano fino a quando riuscivano a trascinare le gambe.
Tutte le famiglie si facevano il vino. Quando tutta l’uva era in cantina, nei tini, gli uomini più robusti si mettevano scalzi, danzando sui grappoli, pigiavano fino a mezzanotte. I ragazzi e le ragazze, scherzando e cantando pigiavano nelle tinozze, alla fine, una pentola di acqua calda per lavarsi le gambe rosse come il sangue e togliersi le bucce che rimanevano tra le dita dei piedi.
Si conoscevano tutti: i giovani si davano del tu; ai vecchi, del voi. Al parroco e alle maestre”Riverisco”.
Quando ci si incontrava si salutava: buondì, buonasera. Vieni, vai, andiamo? Se c’era una festa, una ricorrenza, una sepoltura: tutti presenti.
Per la riparazione delle strade si stabiliva il giorno e vi partecipava un rappresentante per famiglia.
Tutti nel loro pezzo di terra, vigna o campo, seminavano grano, mais, fagioli, patate: un po’ di tutto.
A seconda delle stagioni, al venerdì, si vedevano le donne che facevano la fila, con cesta in testa e bambino per mano, sette chilometri per andare al mercato a Nizza monferrato
a vendere una coppia di polli, una dozzina di uova, una cesta di moscato pe

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   8 commenti     di: Gian AR


Chissà che cosa sarebbe stato

Eri così strana, così bella e questo maledetto imperfetto che uso mi ricorda che non ci sei più.
Questa musica. Mi ricorda le decine di notti insonni passate a parlare con te, in quel modo insolito, definito così freddo ma che mi riempiva di tutto il calore che mi veniva negato a quei tempi. Ma c’eri tu, nella tua perfezione appartenente al mio immaginario. Mi chiedo se ti ho amato. Eppure i ricordi bruciano, strappano lacrime e procurano nostalgia; cos’è, solo un bel tempo oppure amore che mi riduce così, o forse ciò che faceva da contorno mentre vivevo te.
A volte ti penso ancora, mi chiedo con chi sei, cosa fai adesso, se sei ancora così buffa e sempre sorridente, se hai donato a qualcuno quello che promettesti a me.
Chissà come sarebbe andata se fossi rimasta con te, se fosse andata avanti; sapevo fin dall’inizio che era un’utopia, ma stavo così bene che ho voluto godermi gli istanti, uno ad uno, lasciandomi andare come mai più ho fatto, in quel platonico sentimento che mai è diventato carne. Come sarebbe stato bello averti. Vorrei rivederti per raccontarti la verità che dentro te già conosci, per dirti che l’amore era vero, l’unica cosa vera che ti abbia mai narrato nei miei inutili racconti senza senso fatti di mattoncini di sabbia che il primo alito di vento avrebbero buttato giù, e così è stato.
Non ti dimenticherò mai, sono passati cinque anni, ma come posso dimenticare la mia perfezione con le sembianze dell’impossibile.
No che non è la tua ultima storia di amore, ti dicevo mentre dividevamo per sempre le nostre strade, citando il verso della nostra canzone: tu mi ascoltasti, ma fui io a non ascoltare me.
Dove sei, chissà se anche tu mi pensi allo stesso modo con cui ti penso io, se anche per te sono stata così importante, in quei momenti lo ero, maledizione se lo ero, ma ti ho distrutto, per il mio maledetto egoismo, per quel mio assoluto bisogno d’amore, amore che tu mi hai dati fino all’ultima goccia di sang

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Al mio miglior errore

La notte odorava di sesso e fatalità. Aveva scelto il profumo adatto e si era agghindata a festa con tutte quelle stelle lontane e lucenti di desiderio. Entrambi camminavamo in silenzio verso nessun posto, evitando l'uno lo sguardo dell'altra. Parole non venivano dette, ma entrambi le percepivamo, trasportate dalla brezza estiva caratteristica di quelle nottate d'agosto senza nome. Ci ritrovammo sotto casa sua quasi per caso, come due turisti che dopo aver imboccato vicoli sconosciuti, scoprono di avere davanti il bar che cercavano. Guardai il portone di casa sua e poi lui. Mi domandai a chi dei due fosse venuta l'idea di guidare l'altro lì, ma la risposta era che ci seguivamo l un l'altra, ignari di dove i passi ci portavano. Ci guardammo sapendo benissimo che quella notte era già scritta. I suoi occhi verdi mi mostrarono il nostro primo incontro.
Era aprile ed io ero seduta sul marciapiede di un vicolo vuoto e senza identità. Lui passò proprio di lì con la birra in mano, mi guardò un attimo e come se ci conoscessimo da sempre, si sedette accanto a me e me ne offrì un sorso. Nei suoi occhi ritrovai me stessa e fu forse per non perdermi che passai sette anni della mia vita con lui. Io non lo amai mai, mentre lui amava abbastanza per entrambi. Non ci lasciammo nemmeno. Fu un tacito accordo: una sera di ottobre mi guardò con le lacrime agli occhi e capii che quell'amore sbagliato a lui faceva solo male. Molte notti avevo sperato fosse così cieco da non accorgersi che io in quel rapporto non avevo alcun ruolo emotivo, ma lui era perspicace e il mio volto era sempre stato un libro aperto. Quella sera feci le valige e me ne andai per strada, fra le foglie morte, trascinando un freddo ottobre via con me. Non mi girai nemmeno verso di lui, sapevo che mi osservava dalla finestra, guardando la donna che avrebbe dovuto odiare andarsene.
Così quella sera d'agosto, dopo un paio d'anni, ci eravamo ritrovati. Ci scambiammo un cenno di saluto e ci incamminammo i

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   3 commenti     di: Persefone


Il cielo

Note malinconiche mi portano nel passato prendendomi per mano.
Gioie risate momenti di dolore, Attimi vissuti con ansia e paura di non farcela. Fermo a guardare il cielo mi accorgo che lui è felice, immenso, misterioso, imponente e protetto dalle stelle che lo circondano.
Lo ammirano in tutta la sua bellezza.
È fiero di sè stesso, lui sa di essere irraggiungibile. Intanto comincia un altra canzone, È la nostra. Ricordo a quando ti avevo accanto, ero felice protetto, quasi come il cielo. Tu eri le mie stelle, soltanto che ero io ad ammirarti in tutto il tuo splendore, in tutta la tua bellezza. Forse è meglio non pensarti, mi farei solo del male. Se solo penso alle parole che mi dicevi, alle mille promesse, a quando dicevi amo solo te. In tutto questo mi chiedo, È giusto credere nell'amore? È giusto donarsi ad un altra persona? È giusto soffrire ancora? Oggi non so cosa è giusto, ma la sola cosa che so adesso, è che vorrei essere il cielo.




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