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Racconti sulla nostalgia

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La neve al mare

"Hai mai visto la neve al mare?"
"No al mare ci vado d'estate, come faccio a vedere la neve?"
"Non importa. Immaginati una spiaggia, lunga, e larga. Non te la immaginare come la vedi d'estate, con la gente, gli ombrelloni e tutto il casino che ne consegue. Immaginatela vuota, completamente vuota."
"Difficile ma ci provo".

"Ora su quella stessa spiaggia, copri la sabbia con la neve, non tantissima, quanto basta per coprirti i piedi. Ora immagina un cane che corre sulla spiaggia e quindi sulla neve. Un cane bello grosso. Il padrone, un ragazzo come te, poco lontano, con il guinzaglio in mano. Il cane corre libero, tanto la spiaggia è vuota. Ci sei?"
"Sì, ce l'ho in testa".
"Il cane gironzola attorna al padrone, poi corre più lontano, poi torna, poi si avvicina all'acqua. Scava nella neve.
Ora a questa immagine che hai in testa aggiungi una ragazza. Con una macchina fotografica. Scatta foto al ragazzo, al cane, al mare.
Il sole è alto, ma freddo. La luce è bellissima con il riflesso della neve e del mare."
"Sembra quasi di essere lì".
"Il ragazzo segue il cane, la ragazza rimane più dietro. Lui si gira a guardarla, lei è presa a fare foto e non se ne accorge. Lui la aspetta, lei lo raggiunge. Si abbracciano. Si baciano. Il cane abbiaia. E scodinzola. Ora prova a dare un nome a questa scena".
"Felicità".
"Già".

   2 commenti     di: sauro


La partenza di Francesco Paolo

I manicaretti alle olive danzavano briosi e primitivi nella testa di Francesco Paolo. A volte, quando il treno partiva, ne riassaporava con immaginaria libertà il loro gusto materno, rimestando in bocca gli avanzi dell'ultimo cornetto, preso poco prima al bar della stazione. Lo faceva spesso perché, per qualche ragione, quel dolce fondersi della sfoglia e dello zucchero a velo sotto il palato lo allontanava dal pensiero di un altro tedioso viaggio tra i monti dell'Appennino. Per intanto suo padre, vestito di pezze, gli portava la valigia corrugando una flebile angoscia al suo dipartire. La mestizia gli screpolava il cuore e così, preso dal ricordo dell'ultima nostalgica golosità, affogava con il suo vecchio in discorsi blandi, al limite del ridicolo. Riempivano i silenzi dell'addio con poche frasi mangiucchiate sul tempo, sul ritorno a breve, sul sole a picco in testa alla stazione.
Poscia ch'ebbe ritrovato il binario al primo colpo, non manifestando alcuna ansia per l'attesa, Francesco Paolo si alzava sulle punte dei piedi per poi ricadere sui talloni a movimenti costanti, mascherando qualche leggera premura agli occhi del padre, lontano dai pensieri rincuoranti di manicaretti perduti.
Tra quei monti, nella valle dove la sua infanzia si era consumata in uno schioppo di fucile, di patate bollite e di scamorze fritte, il senso di vuoto spariva solo il giorno dopo, quando al pensiero del ritorno s'aggiungeva la serena follia di un'uscita con gli amici di sempre. Era là che Francesco Paolo non serbava più alcuna intimità, la perdeva disseminandosi d'allegrezza; rincasando sul fare del giorno, alle prime luci del crepuscolo e guardava laggiù oltre l'orizzonte, dove tosto l'attendeva il domani. Quello strano e speciale sentimento gli riempiva il cuore, si faceva beffe ben più alte di lui, al voltarsi indietro verso la vita di paese, ora che la città lo trastullava con altro odore di caffè.
"Rimetti la cintura al pantalone", biasciò suo padre sottovoce. "

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Ricordi di quand'ero bambino

Ero un bambino, mano nella mano alla zia che mi portava in giro per la città a "vedere" quel che succedeva e scoprirne le usanze più tradizionali.
Quel che maggiormente attirava la mia attenzione, e la mia curiosità, era vedere i Vigili nella loro divisa sempre perfetta, fare il saluto - alla fine del proprio turno di lavoro - al collega che lo rilevava dalla sua predellino di legno al centro dell'incrocio di competenza da dove dirigeva il traffico cittadino.
Non c'erano tanti semafori come adesso e il loro compito era veramente importante e decisivo.
Ma soprattutto ero affascinato dalla cittadinanza che si riuniva nella piazza centrale della città - Piazza De Ferrari - (a Genova) in occasione dell'Epifania, per portare il proprio dono ai vigili che erano molto amati, specie da noi piccoli.
Un segno di gratitudine e di ringraziamento per il servizio svolto a favore del cittadino.
Chi portava un pacchetto, chi una bottiglia di vino, chi un pandolce... tutti insomma celebravano quel che era divenuto un rito affascinante agli occhi di noi bambini, ma che rinfrancava lo spirito anche dei grandi.
I Vigili erano esclusivamente genovesi - era una regola comunale di allora - e vigeva ancora l'altezza di 1 metro e 75 cm.
Già sognavo di essere adulto e di indossare quella divisa che mi avrebbe soggiogato per tutta la vita, anche adesso che ho raggiunto quasi i 70anni di età!
Oggi purtroppo quel rito è andato perso nel dimenticatoio; i vigili non sono più amati come una volta e col subentro delle vigilesse tanti nuovi problemi si sono affacciati nel Corpo non più formato da soli genovesi ma divenuto eterogeneo.
Non si fanno più i regali, anzi, quasi nessuno conosce questa vecchia usanza nota solo a noi del '40 o giù di lì.
Peccato davvero, era un momento di unione fra cittadinanza e pubblici funzionari che mi è rimasto indelebile nel cuore come un bellissimo ricordo da riportare su queste poche righe per chi non ne fosse a conoscenza.

Chissà...

   42 commenti     di: Bruno Briasco


Il suono del vento nel bosco

Ascolto il suono del vento nel bosco, una melodia appena sussurrata; larici, abeti, faggi, vecchi e saggi maghi che parlano con me fin da bambino.
È strano: guardavo mio padre, forte e deciso, camminare sul sentiero ombroso. Sordo alle loro parole. Io rimanevo incantato e commosso.
"Carlo vieni ", la voce di mio padre impaziente, i miei fratelli che ridevano per la mia testa fra le nuvole. Ero rimasto di nuovo indietro, il mio cesto vuoto, perfino le mie sorelle avevano raccolto qualche fungo e se ne vantavano.
Anni dilavati dalla pioggia; percorro vecchi sentieri, non mi serve pensare dove sto andando, hanno tracciato un solco nella memoria, potrei farli ad occhi chiusi.
Mi fermo appoggiandomi a una roccia e assaporo il caldo del sole sul viso. I vecchi saggi continuano a parlarmi; vorrei tacessero, perché insistono a scavarmi nell'anima facendo uscire i ricordi.
Il suono di una cascata poco lontano mi riporta alla memoria il tuo sorriso, ( il sorriso di un bambino), innocente e spontaneo. Una giornata come tante, passata al mare con gli amici, stanco di lazzi e scherzi mi allontano quieto per guardare un tramonto di fuoco sul mare.
Ne ho visti tanti dalla cima del monte; tutti nuovi ogni volta e straordinari.
Ma questo, che si rifrange in mille luci sulle onde, è diverso. Capto qualcosa nell'aria, come quando l'odore di ozono preannuncia la folgore imminente.
Una risata cristallina mi fa l'effetto di una scossa elettrica; mi volto e rimango impietrito, incontro i tuoi occhi, un azzurro infinito dentro il quale si riflettono le stelle.
Mi guardi e sorridi; le tue labbra si muovono. ma mi sembra d'essere sott'acqua.
Non sento niente, non respiro, resto li non so per quanto, un attimo e l'eternità che si uniscono.
Il tuo volto si fa serio, ti avvicini e raccogli una palla che era finita ai miei piedi; quando ti rialzi mi pianti di nuovo gli occhi negli occhi, la tua mano tocca la mia guancia( la carezza di una donna).
"Ti senti bene?" mi chiedi.
Bocc

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   3 commenti     di: gina


I miei primi anni d'adulto

Adesso sei adulto, le parole gridatemi che ricordo con nostalgia. Chi mi gratificava di questo grande privilegio era Filippo, il fratello più grande di 16 anni. Dopo il decesso del babbo, a lui era stato affidato l'onore e l'onere, di accudire la numerosa famiglia.
Cinque sorelle e due fratelli di cui uno in tenera età. I miei dodici anni erano sufficienti per operare da adulto in aiuto per la condotta seppur modestissima ma dignitosa per la sopravvivenza. Al mattino nelle giornate feriali, alle sei dopo una frugale colazione, con un carico di libri e una frittata stretta fra due mezzi panini, in sella ad una vecchia bicicletta mi accingevo, con poca voglia, e con la convinzione di essere adulto, a recarmi nel vicino paese 13 km, per frequentare il terzo anno di avviamento professionale presso l'istituto Luigi Pirandello, per la concessione benevola della allora direttrice Professoressa Lucentini donna magnanima di grande amore per i giovani bisognosi. Al pomeriggio era necessario operare per ottenere anche se misero, un guadagno. Allora aiutavo un fabbro ferraio a calzare i muli e gli asini del paese. questa vita si è prolungata fino al diploma. come era faticoso superare di anno in anno tutti i problemi, quanta nostalgia e che felicità sentirsi adulti e capaci.

   5 commenti     di: AGOSTINO


Pioggia di novembre

Silenzo. Odo solo il rumore della pioggia dalla finestra della mia stanza. Devo essermi assopito. Fatico ad abituare gli occhi all’oscurità, pertanto esercito quelli del ricordo, e come mi aspettavo mi riportano a te. Sono passate poche ore dalla tua partenza, ma il tempo ha già scavato un solco profondo dentro me, che fa male e che non ho voglia di colmare, non ancora. La sofferenza e la solitudine sono emozioni di cui non mi voglio privare, le voglio vivere, le voglio sentire fino a farmi del male, solo così potrò convivere con il tuo ricordo. Mi hai detto di non aspettarti, di non pensare al tuo ritorno. Mi hai detto che sarebbe stato tutto diverso, che forse quello che provavamo era semplice infatuazione, era solo passione ardente, solo un desiderio transitorio. Sembrava che tu sapessi sempre tutto. Spiegami allora questo dolore, spiegami questa sofferenza, spiegami questa mancanza. La risposta è che non c’è una risposta perché non c’è una vera e propria domanda. So già perché sento tutto questo, mi manca solo il coraggio di ammetterlo. So che anche tu provi lo stesso per me, solo che sei più forte, più sicura di quello che vuoi, più certa delle tue priorità.
In questo momento sarai ancora in viaggio. Chissà se pensi a me, chissà se un dubbio ti assale, chissà se pensi che questa sia davvero la cosa giusta da fare. Lo spero. Se non lo è stiamo sprecando qualcosa di grande, qualcosa che non ricapiterà.
Continua a piovere, sempre più forte.
I miei occhi si sono ormai abituati alla penombra, e dalla nebbia che mi avvolge mi accorgo che ho pianto. Sento il mio cellulare vibrare tra le lenzuola, è un tuo messaggio. Poche parole, infinite emozioni. Mi scrivi che già ti manco, che non pensavi che la certezza della distanza potesse farti quest’effetto, potesse farti piangere, da sola, in un treno, lontana da tutti, lontana da me.
Come potrei descrivere le sensazioni che ho provato scorrendo quelle parole.
Mente umana di poeta o filo

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   1 commenti     di: Edmond Dantès


La cornice

Una sera rientri a casa e sei completamente spento. Stanco ma senza sonno, solo ma senza la voglia di vedere alcuno. Sei solo l'ombra di quello che sai di essere e che da qualche tempo sai anche di non essere più.
Dopo il lavoro ti trascini ciondolante fino al divano e rimani a fissare la parete come fosse una tv accesa, che poi è la stessa cosa.
È in quel momento che fai caso per la prima volta a quella macchia biancastra nel bel mezzo della parete del tuo salone. Sicuramente l'avevi già vista ma ancora non gli avevi dato peso. Cosa vuoi che sia un po' di alone bianco lasciato da un quadro che non c'è più. Lasciato da un quadro che tu stesso hai staccato perché non riuscivi più a vederlo tanto ti faceva male, tanto ti riportava alla mente ricordi a volte belli, a volte brutti, ma che sapevi solo ricordi e che non sarebbero tornati più.
Così, un sabato mattina con più nostalgia del solito, esasperato, senza pensarci troppo per evitare di non farlo più, lo hai preso, lo hai staccato dalla parete e lo hai buttato in strada.
Quel quadro che oramai conoscevi a memoria in ogni pennellata, che non avevi mai smesso di guardare perché lì si concentrava tutta la tua vita, fuori dalla tua vita.
Ma stupidamente non avevi pensato alle conseguenza di quel gesto. Non avevi considerato che non sarebbe bastato togliere quel quadro per non vederlo più. Non avevi considerato che non ti saresti liberato affatto di quel dipinto, ma che avresti fatto solo posto alla sua assenza. Quell'assenza sottolineata da una macchia che ne avrebbe ricalcato perfettamente la cornice. E non immaginavi che, in quella sagoma bianca, nonostante il tempo che sarebbe passato, ne avresti potuto ricostruire tutto il resto, ogni colore, ogni sensazione, ogni pennellata.
E quando a forza di fissare quel buco il dipinto sarebbe quasi riapparso ai tuoi occhi, avresti cominciato a domandarti dove fosse finito, chi l'avesse raccolto e appeso nel proprio salone. In che mani fosse finito. Ci sar

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   4 commenti     di: Moment



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