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Racconti sulla nostalgia

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Giochi di un altro tempo

Tremola la fiammella, della lanterna ad olio, ad ogni minimo movimento.
I muri, della vecchia cucina, emanano un odore stantio di fumo e umidità, e il camino porta ancora le tracce del nero fuligginoso di legna arsa secoli fa.
Scricchiolano le assi, della scala di legno, sotto i passi leggeri di bimbi curiosi.
Si stacca il corrimano, pasto dei tarli, al primo che si appoggia. Al piano superiore, solo finestre e balconi che il tempo ha segnato senza pietà, mentre i vetri rotti lasciano passare spifferi giocosi.
Silenzio!
C'è qualcuno che si muove in soffitta!
Un fantasma... le tavole di legno marcito non reggerebbero un peso umano.
Respiri trattenuti, timorosi, con la voglia di scappare... poi, il solito burlone scoppia in una risata fragorosa... sono topi!
Brividi di orrore, seguiti da un frastuono di scarpe che percorrono la scala a ritroso.
Via, via, via... e finalmente, l'aria fresca di una notte tempestata di lucciole.

   6 commenti     di: Marisa Amadio


Al bar della Sacca

3 biliardi da boccette, otto tavolini per giocare a carte, un barista pelato e sua moglie che...
... Che gran tette.
Non so perché ma a noi della Sacca, le tette sono sempre piaciute.
Dimenticavo di dirvi che cosa è la Sacca: un rione popolare dove il dottore vive a stretto contatto col muratore, dove l’ingegnere gioca a carte con il barbiere, dove al bar della coop viene anche il Don Alberto e nessuno bestemmia. La sacca il quartiere dove sono nato e dopo sposato non sono più ritornato.
Ogni tanto amo andare con la mente a quei ricordi, quando la giornata è stata dura, si è sbagliato un lavoro, ed un cliente, o chi per esso, ti ha talmente rotto il cazzo che hai bisogno d’evasione.

Eccomi al bar della Sacca.
Vi è Alfredo, record 20 optalibon in un colpo e rimane quasi sveglio.
Mentore il tromba, tromba in continuazione e non solo a parole, per lui il sesso è tutto.
Ricordo una volta al cinema Ambra, cinema di malaffare, frequentato all’epoca da molti”gay”.
Ci siamo io, lui, Alfredo, Ivan, il Pappa, e Sniffa.
Ci sediamo, inizia il film, un capellone trito e ritrito. Siamo tutti sulla stessa fila, ci saranno 25 spettatori su un centinaio di posti. Dopo 15 minuti entra un tizio, 40/50 anni e si siede vicino a Sniffa che al suo fianco ha Mentore. Passa poco tempo e sento confabulare Mentore con Sniffa, dopodiché Mentore scambia il posto con Sniffa. Osservo il tipo e penso: agh sam, che tradotto significa: ci siamo.
Passa il primo tempo, nulla, finisce il film, nulla. Accendono le luci usciamo e chiedo a Sniffa:
che è successo?
Mi risponde:
eh, quella checca ha iniziato ad accarezzarmi una coscia, l’ho detto a Mentore che mi ha risposto,
ci penso io. Poi è venuto al mio posto.
Guardo Mentore con espressione interrogativa e lui:
Eh, mi son fatto fare una sega.
Questo è lui, il Tromba.
Poi ci sono il Biondo e Tarta, sempre insieme. Giocatori di Pinnacolo, si segnano tutto e se giochi una lira al punto sei rovinato. Io l’ho p

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   2 commenti     di: cesare righi


Caro, vecchio Blues!

Da qualche anno la mia famiglia si era trasferita a Roma. Ma per le vacanze estive tornavamo sempre al paese natio che peraltro era una località turistica di alta collina. Come tutti gli anni noi ragazzi ci si ritrovava al muretto della piscina per decidere se entrare o fare altro. Quella mattina decidemmo di entrare. Il tempo scorreva felice tra un bagno, un tuffo, una spinta.. Del resto eravamo ragazzi con tanta voglia di vivere e di divertirci, mentre la nostra colonna sonora era quel juke-box che suonava ininterrotamente le nostre canzoni preferite.
D’un tratto scorsi vicino al juke-box una ragazzina bionda, carina, intenta a scegliere: mi avvicinai con aria da saputello e dissi qualcosa tanto per attaccare:
-Vuoi che ti aiuti a scegliere?-
- No grazie so fare da sola "
- Io mi chiamo Claudio.. ed tu?-
-Anna!- E il disco iniziò a suonare:”Ora sei rimasta sola… piangi e non ricordi nulla.. scende una lacrima sul tuo bel viso.. lentamente…lentamente…”
- Ti ricorda qualcosa?-
-No.. mi piace…- Continuammo a parlare del più e del meno. Ci incontammo quasi tutti i giorni di quella vacanza.. tra noi nacque qualcosa di più di un’amicizia. Non potevamo ancora chiamarlo amore: Io ancora avevo diciassette anni e lei ne doveva compiere quattordici. I nostri incontri erano diventati assidui e decidemmo di continuare ad incontrarci anche a Roma.
Il tre dicembre avrebbe compiuto quattordici anni e fui invitato alla sua festa di compleanno.
Mi feci fare un vestito come quello che avevo visto indossare su di una rivista da uno dei Beatles: giacca a quattro bottoni con attaccatura alta e camicia bianca con i colli rotondi.. e naturalmente capelli un po’ lunghi.
La festa fu bellissima: Anna era stupenda, anche se ancora adolescente… Ero felice di essere il suo amico particolare…; dai balliamo sto lento.. e le posai le labbra sulle sue. Non fu proprio un bacio passionale… ma fu emozionante ugualmente…anche perché lei

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Patonsio si reincarna!

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Seduto sulla panca

Seduto sulla panca
aspetto…
è strano come i ricordi
riaffiorino proprio ora…
Ricordo il mio babbo che, quando ero piccolo, mi portava alla fiera per vedere gli animali…
e io ridevo nel vedere le scimmie buffe,
e poi ammiravo i cavalli e i buoi…
Il mio babbo mi portava sulle spalle e mi sentivo il piu grande di tutti,
mi sentivo un gigante…
volevo bene al mio babbo…
era il migliore…
Ricordo mia madre, che a casa preparava il dolce alle fragole che mi piaceva tanto…
e quando il sabato tornavo da scuola ne mangiavo sempre 2 fette…
che buona…
La mia sorellina, che mi faceva i dispetti, mi rubava le macchinine
e me le nascondeva…
che rabbia…ma le volevo bene…
I miei litigavano qualche volta, e io prendevo paura,
piangevo per la paura che divorziassero, ma poi facevano pace…
e poi…quelle cose che fanno i grandi…

Ricordo Marco, il mio amico,
passavo i pomeriggi a casa sua per giocare ai cavalieri con i bastoni,
a correre con le biciclette e fare i dispetti alle bambine…
Marco…il mio amico…
Poi si è trovato la fidanzata, e non ha piu avuto tempo per me…
Io la prima fidanzata l’ho avuta alle medie…
Ricordo Claudia, così bionda e così piccina,
gli regalavo sempre dei fiori e gli facevo copiare i compiti…
poi lei mi dava dei baci senza rossetto…
perché la sua mamma non voleva…
Ma poi è arrivato Giulio e me l’ha portata via…
Non mi è dispiaciuto…forse non le volevo bene…
ma avevano tutti la fidanzata…e sai com’è…

Poi ricordo i tempi del liceo, le prime litigate e le prime botte,
i sogni e le aspirazioni…
e poi il primo lavoro…
in fabbrica, lavorare otto ore al giorno e sudarsi la paga…
e la prima macchina…
Ricordo la compagnia…i miei amici del sabato sera…
ricordo di averli lasciati piu avanti perché avevo “altre cose”…

Ricordo il matrimonio con Sara,
la luna di miele in Francia e poi
la nascita di Judy, la mia piccolina…
Ricordo le

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RISVEGLIO

Sono stanco, ho bevuto troppo, esco dal bar con le ginocchia che tremano: "Ecco" penso "L'ho fatto di nuovo!".
Saranno ormai quasi due anni che va avanti: la mattina mi alzo, mi preparo e prendo il treno delle sei e un quarto. Seguo le lezioni, torno a casa. Studio tutto il pomeriggio, poi mi vedo alle dieci con i miei vecchi amici al solito bar con la birra davanti, spariamo cazzate Mario racconta della brunetta che si è fatto la sera prima, Giorgio fantastica su quella incontrata oggi, Luca si dispera dell'ennesimo fiasco e io guardo e ascolto da lontano, come di fronte ad un programma che quasi so a memoria; e bevo e chiedo un'altra bionda e poi un'altra, finché qualcuno si ricorda di me e mi chiede: "Non hai niente da raccontarci, Riccardo?" Faccio cenno al barista ed ecco un altro boccale brillare sul bancone. Mi giro e vedo i loro occhi curiosi e sento che la vita è vuota e insensata: "Che volete che vi dica non vedo una donna da quasi un anno!" così rispondo, sentendo l'amaro in bocca, il vuoto dentro. Quando usciamo so già che Giorgio ci riaccompagnerà a casa perché è il meno brillo e che per infilare la chiave nella serratura dovrò sprecare una buona mezzora. Poi senza neanche spogliarmi mi sdraio sul letto e cado in un atroce dormiveglia, in cui incubi e ricordi si mescolano. Mi vedo ancora al liceo in mezzo ai miei compagni, mentre suona la campanella, ci sediamo e tutti tirano fuori i quaderni dai loro zaini, ma lo zaino, il mio zaino dov'è? Non c' è, non lo trovo. Allora quasi meccanicamente mi giro e, come al solito, c'è lei che è già pronta con foglio e penna in mano: me li passa e in quel gesto trovo un calore e una sicurezza da tempo dimenticati Mi trovo fuori scuola, sono già andati tutti via. Mi sento solo, abbandonato di nuovo. Mi appoggio al muro e do un'occhiata alla strada: mio padre non si vede. Sento allora gli occhi di qualcuno posarsi su di me, mi giro e la vedo, ancora lei, silenziosa e solitaria, mi sorride dolcement

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   1 commenti     di: Michela Cinti


Sere del sud. :la signorina Clorinda e gli altri. (1)

Le finestre erano illuminate, le imposte spalancate per far entrare un po’ d’aria nella calda serata estiva. In quel rione di periferia, i palazzi grandi e massicci erano stati costruiti prima della guerra e verso la fine di questa utilizzati per ospitare i soldati dell’esercito polacco. Costoro avevano lasciato scritte sui muri e segni di ruggine sui pavimenti, ricordo di barattoli di vettovaglie militari ammonticchiate. Nel quartiere, quasi tutti si conoscevano. Ogni personaggio era setacciato inesorabilmente. Si sapeva tutto di tutti!
La sera, cercando il fresco sotto i portoni sedeva il vicinato. Sedeva la signorina Clorinda con i seni pieni ormai avvizziti e in evidenza per. la prodiga scollatura. E parlava., parlava. Al paese si diceva che non si era sposata proprio per il vizio della lingua sciolta.
Sedevano anche la “tabaccaia”e la “muratora”, soprannominate così per il lavoro dei mariti, che ne sapevano sempre una più del diavolo. Poi c’era la mamma di Luisa con la figlia grande e la vedova dell’ avvocato col cagnolino, un barboncino bianco. Chi non scendeva mai era la madre del ragioniere, che non si alzava quasi mai dalla sua poltrona di dolore, come lei soleva chiamarla. Altri pur non scendendo la sera, erano sui balconi a cenare e godere del fresco.
Nel viottolo, al centro dei due palazzi più grandi, c’era l’insegna del negozio di Sali e Tabacchi e la Salumeria. Il tabaccaio vendeva a peso il sale grosso che era conservato in una grossa buca in pietra. C’era solo di quel tipo perché il raffinato lo si otteneva poi in casa o con un pestello di legno o facendoci rotolare su, a più riprese, una bottiglia finché diventava più sottile. Pure le sigarette erano vendute in prevalenza sfuse e senza filtro. Di solito il contadino o l’artigiano ne compravano due. Una la fumavano subito e l’altra la poggiavano sull’orecchio per godersela nei momenti di sosta dal lavoro. Anche la Salumeria vendeva quasi tutto non

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   3 commenti     di: MD L.



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