Nevica sulla spiaggia, e orizzonte è una bella parola. Orizzonte sa di mora come di San Diego, stringe a sè fotografie in notturna ma ricorda le luci dell'alba tra i pini, le luci che ti danno un buffetto sulla guancia, quasi non fossi riconoscente per la strada che si snoda e la rugiada che ti riflette. Orizzonte svela il tempo che scorre, nella risacca che frantuma gli attimi e quasi trascina via i frammenti. Orizzonte indossa un buffo vestito da pagliaccio e porta ancora i segni sul collo di quella volta sotto le mura. Orizzonte carezza. Comodo giaciglio per anime stanche di esistenze risolte in carta rosa, appassite in ogni parola annoiata da se stessa - le ancore cave, i ponti cancellati.
E ancora ballarsi via le rughe dal Tennessee ai sedili posteriori, con la vita nella tasca destra e un'altra storia che non racconteremo mai, tenuta insieme col biadesivo scadente - si fa giorno. Cercando invano un po' di calore tra braccia che rifuggono la luce del sole e parlano di comete dietro le nuvole. Chiedendoci quante volte ancora. Quante parole, quante facce, quanti chiodi. Quante volte, e un'altra ancora.
Ricordo ancora le volte che giocavamo a nascondino, quando per mano mi portavi alla “CARTOLIBRERIA STELLA”, che bello, la cartolibreria stella, quanto era comune questo nome ed ora è così insolito pronunciarlo in questo punto della mia vita. Mi manchi nonnino, sono passati dodici anni che te ne sei andato, ma come faccio a dimenticarti? Sai a volte ti penso con rabbia, perché penso a quanto hai amato la nonna e come la rivorresti vicina, ma ti prego sii più paziente che puoi, ci sarà tutta l’eternità per tornare insieme, e quando arriverà il momento ti prego stringila forte forte e non lasciarle mai la mano, fa che nel vederti lei non abbia paura.
Io desidero più di qualsiasi altra cosa poter tornare indietro nel tempo per rivivere almeno uno di quei momenti. Sarei indecisa fra un giorno qualunque, che bello definirlo qualunque beata me a quei tempi, un giorno qualunque che oggi è un giorno impossibile, beh dicevo un giorno in cui stavo da voi, sveglia presto, la nonna che ti sveglia e ti urla “nennì!”, ti chiamava così perché eri più piccolo di lei di un anno e tu la chiamavi “rusella”, oddio quanto mi manca la nonna che dal letto urlava “nennì acala a voce!”, sì perché quando lei era già a letto tu restavi in cucina a guardare la tv, nennì, nennì, nennì, rusellaaaa, rusè! I miei nonnini. Nonno, ho stampato il tuo volto davanti ai miei occhi, com’eri bello, anche quando la morte venne ad accoglierti fra le sue braccia, eri ancora bello e mentre te ne andavi anche l’ultimo pensiero fu per noi, vederci per l’ultima volta insieme. C’ero anch’io nonno sull’uscio della porta che guardavo, non so se te n’eri accorto, arrivai giusto in tempo dalla terrazza all’uscio per guardarti partire per sempre. Quante volte ti ho visto partire, da Ponzone, dalla casa di Castelvolturno, com’eri bello su quel treno che partivi, ma ti avrei rivisto, o quando ve ne andaste da Castelvolturno, un’altra bambina avrebbe preferito l
All'epoca delle ferie d'agosto, dalla fine degli anni '60 al 1980, erano undici i chilometri che separavano Barga da Renaio, l'Ottocento dal Novecento, il presente dal passato, la vacanza dalla realtà di tutti i giorni.
Il confine fra le due realtà poteva variare, ma arrivava puntuale nel momento in cui si chiudevano le orecchie per la pressione atmosferica che diminuiva con l'altitudine e che di solito si sbloccavano poco dopo arrivati a destinazione. Undici chilometri di curve strette in una strada che era un grosso viottolo, inizialmente tutto sterrato, del quale si conosceva ogni curva, e che con il passare degli anni veniva asfaltato per tratti sempre più lunghi, traccia unica dell'avvicinamento della civiltà al piccolo paese che tardava invece a conoscere qualsiasi comodità.
La località si componeva di più nuclei; il principale era Renaio, con la bottega ed il telefono pubblico a scatti collocato nell'antibagno, con buona pace per la privacy di chi telefonava... ed anche di chi era in bagno.
Poco più in basso la scuola e, nella parte più alta del monte, da un lato la chiesa col campanile costruito poco discosto e dall'altro il cimitero. Poi, Bebbio, la Casermetta, una caserma della forestale in prossimità del sentiero che portava al Lago Santo, l'Abetaia, una vecchia casa di contadini abbandonata, ad un paio di chilometri dal centro, dove si potevano gustare le mele selvatiche e susine, ed infine Carpinecchio, a poca distanza, ma collegata alla già sperduta Renaio da un viottolo scosceso transitabile solo a piedi o con i muli. Una strada collegò la frazione solo alla fine degli anni Settanta, quando fu aperta una via che dal fondo valle risaliva su fino alla via dell'Alpe.
La strada, tutta curve, continuava infatti nel bosco fino al passo delle Radici, dal quale si poteva raggiungere San Pellegrino in Alpe. Qualche volta abbiamo fatto anche quella strada, che consentiva di arrivare al santuario senza tornare indietro a Barga e passare per
Il mio compagno di banco, andavo a casa sua per la lezione ma anche nel suo cortile a giocare a pallone. Per porte due saracinesche all'inizio della strada condominiale che nessuno rivendicava, l'ideale per tirarci le pallonate. E poi ai pratini della stazione con le porte costituite da giacchetti, o meglio se capitava da un tronco di un albero... o entrambi.
Un palo un albero, l'altro il giacchetto.
Su quei pratini mi tagliai un ginocchio grazie ad un fondo di bottiglia rotto nascosto tra l'erba. Suo padre mi portò al pronto soccorso prima di riaccompagnarmi a casa.
Qualche mese dopo la fine delle medie si trasferì in provincia di Pistoia.
Centodieci scuole medie
Veneto fantasma, Veneto che esisti solo nella memoria dei sopravvissuti.
Terra amata, ricca di sogni. Terra profonda, fatta di anime e di speranze.
Veneto, ti vedo come un miraggio, come una terra degli Dei usurpata dall'uomo.
Ricordi del Veneto, messaggi del Veneto ormai estinto. Segni come menhir della memoria. Case piantate in lande desolate dove danzano le stagioni.
Luci e ombre di amori passati, di illusioni di donne. Galleria di sussurri e di carezze del vento. Qui il passato parla, qui il passato grida.
Vite intrecciate, vite finite, vite sbocciate. Anime dure, parole dolci e sensazioni amare sul limitare del tempo.
Un cuore batte. Una musica si spegne nel tintinnio del ferro. Qualcuno viene. Con passi d'ombra al chiarore della luna. Veneto di ricordi e di rimpianti.
Case che ridono, case che piangono, case che sognano... Emozioni sulla soglia dell'eternità.
Case della mente o case del cuore. Case dai lunghi sospiri, che raccontano le loro storie...
Nei lontani anni 70, lasciai la mia terra natia
e venni a vivere in Lombardia, in un paese
molto accogliente, ma io molto sofferente, non
capivo niente, la gente mi guardava
continuamente.
Non fu' facile lasciarela mia adorata Versilia
il mare, le colline, le alte altitudini
le amiche a me care, e pure le mie abitudini...
Pero' devo dire mi ritrovai ad
ammirare la candida neve, soffice e lieve
un paesaggio imbiancato, puro e immacolato
io che non avevo mai visto la neve
cosi' da vicino, ne fui incantata
non l'avevo mai
neppure toccata
ne rimasi affascinata.!!!
IL GABBIANO
Mamma, ti ricordi quando da piccola ti dicevo che avrei voluto essere un
gabbiano, si uno di quei gabbiani che noi vedevamo volare sopra il mare durante le nostre passeggiate sulla spiaggia.
Ero affascinata dal loro volteggiare e con il dito ti indicavo quelli che man mano si libravano dagli scogli verso il mare aperto.
Tu sorridevi e mi accarezzavi i capelli, io seguitavo, rassicurata dalla tua
carezza, a guardarli e ad immaginarmi al loro posto chiudendo gli occhi e pensando ai mille riflessi prodotti dal sole sull'acqua del mare che essi
ammiravano.
Pensavo è questo il senso della vita, anche io da grande dovrò librarmi dallo scoglio della mia esistenza verso il mare aperto della vita.
Quando sono diventata grande, lo sai, l'ho fatto e sono andata a vivere da sola la mia vita, lasciando la casa che mi aveva vista nascere spinta dal richiamo del mare della vita.
Poi, lo sai, mi ero illusa di avere trovato l'amore ed in quel momento la
mia casa mi è sembrata la nostra casa.
Questa è la gioia che avevo provata, ma poi quello che avevo pensato fosse l'amore, si è sciolto come neve al sole lasciandomi sola in quella casa che non era più la mia casa.
Il pensiero subito ha rievocato nella mia mente il gabbiano ed ho pensato che anche esso nel suo volo si allontana dal suo nido e che certe volte si spinge per l'anelito di libertà oltre le sue forze raggiungendo un punto di non ritorno dal quale cerca invano di ritornare al suo nido, ma
la lontananza ed il vento spesso contrario lo abbattono stremato sulla
superfice del mare, dove dibattendosi, per qualche istante, trova la sua
dolorosa morte.
Anche io, mamma, mi sono spinta nel mare della vita per l'anelito di
libertà verso un punto di non ritorno.
Invoco la tua mano che possa tendersi verso di me per guidare il mio volo verso casa, quella vera dove vi era una famiglia piena d'amore, ma tu non ci sei più e quella casa ormai è vuota.
Le mie ali sono state tarpate dal vento della
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