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Racconti sulla nostalgia

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Perdersi

A volte non riusciamo a vedere le cose così come sono, forse perché non vogliamo vederle, vogliamo illuderci che sia tutto come vogliamo che sia, forse perché non possiamo neanche immaginare che non sia così; fatto sta che non le vediamo.
E ci andiamo allontanando, ci allontaniamo sempre di più, di più…senza che ce ne rendiamo conto.
Mentre pensiamo di camminare uno al fianco dell’altra, mano nella mano le nostre strade si dividono, prendiamo due direzioni diverse. Procediamo sicuri e spediti, certi di avere l’altro al nostro fianco, sempre e comunque. Non dubitiamo un attimo, mai un attimo un’incertezza.
E ci allontaniamo…
Parliamo e scherziamo e non ci rendiamo conto di non parlare più veramente. Non ci rendiamo conto di non sapere più realmente chi sia la persona al nostro fianco, quali siamo i suoi pensieri, i suoi desideri, i suoi sogni, i suoi reali interessi. Perché le persone crescono, cambiano, e maturano sempre nuovi sogni; e non capiamo più l’importanza di comunicare, di dire e chiedere, di essere sinceri e disposti a parlare di qualsiasi argomento. Perché siamo convinti di conoscere quella persona meglio di chiunque altro.
E quando pensiamo di aver raggiunto il culmine della felicità insieme, quando siamo ormai convinti di essere fatti l’uno per l’altro, ecco che quello è il momento in cui abbiamo superato il punto di non ritorno, in cui ci siamo totalmente distaccati, siamo ormai troppo lontani.
La piccola linea che ci separava inizialmente è diventata adesso, per colpa della troppa sicurezza, un baratro, profondo e insormontabile.
E d’un tratto apriamo gli occhi, ci guardiamo indietro e ci accorgiamo di essere soli, totalmente, desolatamente soli.
E ci vediamo infine, distati, troppo, e per quanto ci sforziamo di raggiungerci le nostre braccia, i nostri sforzi, la nostra volontà non possono nulla. Troppa, troppa distanza. Troppo tempo perduto. Troppa differenza.
E ci guardiamo sgomenti, non cap

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   0 commenti     di: Luana Andronico


La Città del Nord (Cap. VI da Le Finestre di Mara)

L a città in cui si era trasferita con Andrea per trovare lavoro era grande, elegante nelle sue belle piazze ma molto fredda.
Dalla finestra della casa in affitto vedeva nelle giornate serene le montagne innevate. Queste assumevano delle sfumature diverse a seconda delle stagioni e delle diverse ore del giorno.
A volte sembravano blu, altre rosa. A primavera col cielo terso, nei tramonti color arancio Mara ritrovava persino immagini e colori persi nel tempo.
Nelle sere di inverno la nebbia era però una costante poco piacevole. Il cielo stellato delle sue serate da ragazza nella città dei Sassi era solo un ricordo lontano.
Avevano trovato non con una certa difficoltà, quella piccola casa nel quartiere Crocetta uno dei più chic della città..
Erano stati fortunati da meridionali ad avere quell ‘appartamento, ma solo perchè insegnanti. Avevano dovuto promettere, però, alla proprietaria di non aver subito dei figli.
Avere figli...? Non era certo il primo pensiero di Mara. Si era trasferita là proprio per lavorare e conduceva, lontana chilometri dagli affetti familiari, una vita non facile.
Aveva ottenuto un incarico di insegnamento piuttosto complicato: tre volte alla settimana insegnava letteratura francese in un Liceo, gli altri giorni aveva lezione la sera in un Istituto Professionale dell’ Agricoltura. Ambedue le scuole erano fuori città.
Praticamente era quasi buio quando la mattina usciva di casa per andare al Liceo che si trovava in montagna.
Seduta sui freddi sedili del pullman sbirciava fuori insonnolita. Vedeva i grandi viali alberati ancora scuri e avvolti dalla nebbia che davano tanta tristezza. La città laboriosa, in parte pigramente si risvegliava e in parte andava ormai a riposare.
Sul grande viale di Mirafiori, dove il pullman faceva sosta per alcuni minuti, osservava gli operai del turno di notte. Uscivano stanchi dalle fabbriche e imbacuccati fino alla testa per ripararsi dal freddo. Si salutavano velocemente, saltavano su di u

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   2 commenti     di: MD L.


Il bacio alla zia

Appurato che non sarei andata a scuola, feci il programma della giornata.
Intanto restai a letto a lungo, crogiolandomi nel tepore delle coperte. Ogni tanto scappavo alla finestra a controllare che non smettesse di nevicare. Avrei telefonato a qualche compagna per sapere se fossero andate a scuola oppure no. Poi avrei chiesto a mamma il permesso di scendere in giardino con Pepe a giocare con la neve. Nel pomeriggio mi sarebbe piaciuto incontrare le mie amiche per tirarci le palle di neve. Ero felice.
Il libro che mi aveva regalato mamma per il compleanno s' intitolava "Il tamburo di latta."
Non avevo voglia di leggere. Lo sfogliai e mi ripromisi di cominciare a leggerlo al più presto, magari nel pomeriggio tardi. O meglio la sera. Tuttalpiù il giorno dopo. Oppure tra qualche giorno. Domenica sarebbe stata la giornata adatta. Lo comincerò domenica, pensai convinta. Lo poggiai sul comodino. Urtai con il libro il lume che cadde in terra e si ruppe la lampadina.
Pensai se dirlo o meno a mamma.
Non lo dissi. Scesi dal letto e andai giù in salotto senza farmi sentire.
Il salotto buono era tabù.
Ci si poteva entrare solo durante i ricevimenti di ospiti importanti e parenti lontani.
Lunghi pomeriggi costretta a sedere vicino a mamma a sorridere ai colleghi di papà o alle vecchie zie che mi portavano un regalo dopo la befana, quando ormai non avevo più voglia di regali. Mi davano il disgusto come guardare l'albero di Natale da disfare il sette gennaio.
Zia Silvana veniva a far visita qualche giorno dopo l'Epifania. Aveva sempre in mano due pacchi. Uno conteneva ineluttabilmente pasticcini da tè, l'altro rappresentava la protesi artificiosa delle feste natalizie, un prolungare l'attesa dei doni che spesso deludeva le aspettative.
Col senno del poi imparai che quei doni tanto disprezzati erano gli unici che rimanevano impressi nella mia memoria sino ai giorni nostri.
Il pacco con il regalo per me restava appoggiato a lungo sulla poltrona di destr

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   2 commenti     di: Giacomo D'Alia


Supermonteradio 100. 2 Mz (seconda e ultima parte)

Sono passati dieci giorni da quella sera umida e nebbiosa; il tempo si è rifatto discreto, non c'è più la nebbia, la temperatura, comunque, è rimasta invariata. Di giorno però fa sensibilmente più caldo, non è l'estate di san Martino ma, almeno, non piove e le strade sono spazzate da una costante tramontana.
I giubbotti di tela jeans sono stati tuttavia sostituiti da giacconi un po' più pesanti. Sono di moda i Montgomery, di panno pesante o impermeabili e foderati.
Le macchine continuano a sostare una dietro l'altra in fila indiana in piazza Monumento ed anche nell'altra piazza, un po' più piccola, e il frastuono si fa sempre più intenso quando i cosiddetti nottambuli si concentrano in questi due spazi, ormai in loro possesso per usucapione serale.
Qualcosa nell'aria, però, bolle. La notizia che un gruppo di soci ha intenzione di installare una stazione radiofonica, in gergo paesano aprire una radio, è diventata di dominio pubblico e, quindi, argomento di discussione non solo la sera, nelle due piazze, ma in ogni ambiente solare.
L'eccitazione sta crescendo con il passare dei giorni e i pareri contrapposti danno adito a infinite diatribe circa l'esito dell'impresa, così come è vista e considerata l'intera operazione. I più giovani, ovviamente, sono entusiasti e fremono d'impazienza; almeno non dovranno dissanguarsi in spese telefoniche per le dediche visto che attualmente la radio più vicina è raggiungibile solo con telefonate fuori distretto.
Gli anziani sono per lo più scettici, ovviamente quelli che si intendono di radio perché la quasi totalità ha ben altro a cui pensare. Quelli che, in ogni caso, mostrano interesse e quindi animano le discussioni sono i rappresentanti del ceto medio ed inoltre, dai cinquant'anni in giù.
Quasi tutte le rappresentanti del sesso debole, di ogni lignaggio, in modo discreto e con il civettuolo silenzio che li distingue, tutte indifferentemente. Esse, le donne, fingono di non capire alcunché d

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   3 commenti     di: Michele Rotunno


QUELL'ESTATE DEL SESSANTOTTO

< Ciao. > Più che un saluto sembrava un’esplosione di entusiasmo. Istintivamente mi guardai attorno, eravamo solo io, lei e l’addetto al garage, tutto indaffarato a sistemare le auto.
Non c’erano dubbi, era proprio rivolto a me. La guardai con maggiore attenzione, cercando disperatamente di ricordare. Nonostante gli sforzi, non avevo la minima idea di chi fosse, < Come stai? > Mi chiese avvicinandosi con decisione < Bene, e tu? > Risposi in modo poco convinto.
Sorridendo mi prese sottobraccio < Non mi hai riconosciuta?!! Tu invece non sei cambiato molto. > Non riuscivo proprio a ricordare.
< Nella. Estate 1968, Hotel Moderno, mi aiutavi con i bambini; ricordi? >
Aveva pronunciato quelle parole con un tono normale, come se stesse parlando di qualcosa successo ieri, invece erano trascorsi esattamente diciannove anni.
Nella! Credo di avere smesso di respirare. - Nella! - Questa volta, quasi gridai. < Sei proprio tu. > Balbettavo, non riuscivo a controllare la tensione, la fissavo incredulo.
Per un attimo pensai allo stupore dei miei collaboratori se avessero potuto vedermi.
Per fortuna lei comprese e mi abbracciò. Era così anche allora, riusciva a cogliere i miei imbarazzi, le mie insicurezze. Faceva sempre la cosa giusta per farmi sentire a mio agio.
Come avevo fatto a non riconoscerla? Certo vent’anni sono tanti, ma il suo sorriso, le fossette sotto gli occhi, il broncio di eterna bambina erano gli stessi. Nemmeno il fisico sembrava essere cambiato molto, anche se, per la verità, la pelliccia lasciava intravedere ben poco..
Ecco cosa mi aveva tratto in inganno, non l’avevo praticamente mai vista con gli abiti addosso.
Non potrei descrivere cosa stavo provando, avevo ripensato a lei migliaia di volte, la sua immagine, il suo ricordo, la nostra storia, erano qualcosa di prezioso che conservavo gelosamente, ma era un capitolo archiviato. Trovarmela di fronte significava dover fare i conti con la realtà e io, non vole

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   8 commenti     di: Ivan Bui


Al bar della Sacca

3 biliardi da boccette, otto tavolini per giocare a carte, un barista pelato e sua moglie che...
... Che gran tette.
Non so perché ma a noi della Sacca, le tette sono sempre piaciute.
Dimenticavo di dirvi che cosa è la Sacca: un rione popolare dove il dottore vive a stretto contatto col muratore, dove l’ingegnere gioca a carte con il barbiere, dove al bar della coop viene anche il Don Alberto e nessuno bestemmia. La sacca il quartiere dove sono nato e dopo sposato non sono più ritornato.
Ogni tanto amo andare con la mente a quei ricordi, quando la giornata è stata dura, si è sbagliato un lavoro, ed un cliente, o chi per esso, ti ha talmente rotto il cazzo che hai bisogno d’evasione.

Eccomi al bar della Sacca.
Vi è Alfredo, record 20 optalibon in un colpo e rimane quasi sveglio.
Mentore il tromba, tromba in continuazione e non solo a parole, per lui il sesso è tutto.
Ricordo una volta al cinema Ambra, cinema di malaffare, frequentato all’epoca da molti”gay”.
Ci siamo io, lui, Alfredo, Ivan, il Pappa, e Sniffa.
Ci sediamo, inizia il film, un capellone trito e ritrito. Siamo tutti sulla stessa fila, ci saranno 25 spettatori su un centinaio di posti. Dopo 15 minuti entra un tizio, 40/50 anni e si siede vicino a Sniffa che al suo fianco ha Mentore. Passa poco tempo e sento confabulare Mentore con Sniffa, dopodiché Mentore scambia il posto con Sniffa. Osservo il tipo e penso: agh sam, che tradotto significa: ci siamo.
Passa il primo tempo, nulla, finisce il film, nulla. Accendono le luci usciamo e chiedo a Sniffa:
che è successo?
Mi risponde:
eh, quella checca ha iniziato ad accarezzarmi una coscia, l’ho detto a Mentore che mi ha risposto,
ci penso io. Poi è venuto al mio posto.
Guardo Mentore con espressione interrogativa e lui:
Eh, mi son fatto fare una sega.
Questo è lui, il Tromba.
Poi ci sono il Biondo e Tarta, sempre insieme. Giocatori di Pinnacolo, si segnano tutto e se giochi una lira al punto sei rovinato. Io l’ho p

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   2 commenti     di: cesare righi


Struggimento

io, quando vedo le cose che non servono, mi viene come.. come quando.. quando sei piccolo e ti svegli e non trovi la mamma... e ti senti solo e triste e provi pena per te, e per tutto l'universo... si chiama struggimento, che è la voglia di qualcosa che non c'è o che hai perduto.
provo questo quando vedo le cose che non servono.. non perchè sono vecchie ma pewrchè sono nuove, ma non usate. in casa mia ci sono molte cose così. provo pena per esse.
come per cose che non sono amate...




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