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Racconti sulla nostalgia

Pagine: 1234... ultimatutte

Bruno

Nonna sulla sua poltrona accanto alla finestra semichiusa, vista ormai la bella stagione che era iniziata, perché non entrasse tanta "aria" in casa; nonno alla mia destra davanti al tavolo tondo allungabile del soggiorno.
Alla televisione Gianni Minà presenta Joan Baez nel suo programma Blitz dicendo:
"Le abbiamo chiesto di cantarci una canzone italiana, le abbiamo proposto C'era un ragazzo... e la canzone di Marinella..."
La Baez sceglie quest'ultima e la canta.
Una versione particolare della canzone, alla fine della quale guardo nonno e lo vedo scosso. Mi sorprende, non credo avesse mai sentito la canzone poiché la musica leggera, specie quella dei cantautori, non gli piaceva per nulla.
Lo riguardo per trovare una conferma od una smentita:
"Mi ha commosso, ... non so perché ma mi ha commosso" mi dice asciugandosi gli occhi.
Non avevo mai visto mio nonno con le lacrime agli occhi eppure si commuoveva per una canzone, mio nonno.

Si commuoveva e sapeva coinvolgere, farsi coinvolgere e narrare. I suoi racconti della ritirata in Russia, erano la storia che ti entrava nella vita. Quando, alle medie, lessi "Centomila gavette di ghiaccio", in pratica lo conoscevo già, come il film "Italiani, brava gente", che già avevo visto con i suoi occhi.
Le storie che raccontava di quella ritirata, non erano cruente, edulcorava i fatti e te li metteva in una luce di racconto per bambini. Non erano spaventosi, come doveva essere stata quella pagina della sua vita che lo aveva visto richiamato alle armi, dopo i trenta anni con la mia mamma già nata.
Fu anche per questo che lui non si perse nell'inverno del quarantatré.
Pizzicotti, disse, e schiaffi in faccia per non addormentarsi nell'abbraccio della morte bianca, perché si era imposto di tornare a casa, da quell'inferno.
Rimase il ricordo delle isbe calde, del freddo e qualche parola di russo.

Dopo la Russia, la prigionia a Pratica di Mare, con la malaria in regalo, e la fuga nella scoscesa pineta, rinc

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La veranda dell'estate

La veranda, piena di rose e gelsomini era in ombra. Sedie di legno e paglia, vecchie poltroncine di vimini, con grossi cuscini a fiori usurati dal tempo, erano là, in attesa di essere occupate.

Noi arrivavamo tutti verso le cinque del pomeriggio, accaldati e sudati in quel fresco spazio in casa di mia suocera, per ritrovarci e raccontarci dopo un inverno di lavoro al nord.

I primi tempi si giungeva a coppie, poi, col passare degli anni, accompagnati da bambini strepitanti. Si cercava di quietarli in mille modi con giochi o con la presenza della vecchia tartaruga Gertrude. I piccoli, affascinati, finalmente tacevano sperando sempre di afferrarla finché lei, prudente, si rifugiava veloce nel suo grosso carapace.

Seduti in gruppo si parlava di cose nostre, di viaggi fatti o che si sognava fare mentre dalla strada arrivavano profumi e suoni familiari.
"Costa molto Gino prendere l'Orient- Express? Se ci accompagnate, un giorno partiamo insieme".
Un vento caldo, di tanto in tanto sfiorava la pelle mentre eravamo intenti a ridere e a fantasticare insieme.
"Gilda me lo passi quel ventaglio…. sono sudata"
“Rosa sono ottimi questi tuoi dolcetti, devi darmi la ricetta”.
“ Rosaria, la sai una nuova barzelletta.?. Se non è molto sporca raccontala.."

Intanto si presentava Lei, capelli d’ argento, il grembiule bianco a volants, felice di averci tutti, finalmente riuniti, a casa sua.
"Volete il caffé freddo, un succo di frutta, una granita?"
Accettavamo ciò che arrivava, con gioia, tanto bastava un niente a rinfrescarci, perché l'essenziale era stare insieme
per condividere momenti, esperienze, ricordi di famiglia.

Di fronte a noi, mentre volavamo via con la mente, imperturbabile ci guardava la montagna bruna e arida, dalle piccole torri, vecchie fortezze longobarde, ricordandoci, in quei caldi pomeriggi estivi, che eravamo là nel sud.

Ora la veranda è sempre in ombra.
Poche rose ma niente gelsomini.

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   4 commenti     di: MD L.


Il sofferto tempo andato

Smorzo silenzi con altri silenzi.
Corpi esausti a riva si lasciano, molli, cadere e riprendere dall'andare del vento.
Sospiro. Rivolgo agli altri cenni e saluti.
Mi trovo dispersa tra le facce di ogni giorno.
Perdo un frammento di me per poi ritrovarlo, con l'opaco negl'occhi.
Perdo ogni ideale.
Instabile mente in un corpo imperfetto.
Mi sorreggo a tentoni tra due binomi distinti:
l'abbandono del sè e la ricerca di una ritrovata realtà.
Cieca frugo, tocco, coloro.
Sorda, sobbalzo, impreco, chiedo.
Forse è distante mille miglia la strada del suono.
Del suono di una mano che si aggrappa alla mia.
Soave è l'arrivo della sera. Quando tece silente la luna e i coriandoli di luce della mia città abbandonano il triste palco per andare a dormire, chissà in quali letti. Chissà in quali luoghi.



Ombre (prima parte)

La vetrina risplendeva di mille colori, e il nero del velluto si rifletteva sul bianco della seta lanciando ammiccanti occhiate agli acquirenti. Giacche, pantaloni, maglie di tutte le taglie sorridevano a coloro che passavano, immagini vaghe di sogni proibiti e forse troppo lontani per essere raggiunti. Il ragazzo stava in piedi sul marciapiedi, e le ombre che si proiettavano dalla vetrina s’incontravano sul suo corpo per disegnare forme incomprensibili agli occhi dei passanti; ma lui non se ne curava, forse nemmeno le vedeva, perso nei sogni dei vestiti che lo chiamavano, chiavi d’accesso ad un magico mondo di desideri e piaceri, piaceri che si concentravano in notti passate in una discoteca- il Karma- e lei che lo guardava e gli diceva mi piaci, ti voglio qui e subito e loro due uscivano insieme ed andavano a passeggiare sulla spiaggia, loro due soli, le mani che si sfioravano e allora non ci sarebbero stati né la spiaggia, né il traffico lontano che gridava né i pedoni che camminavano distratti e indifferenti ai pensieri altrui…solo loro due e lì, in riva al mare, il traffico che gridava ma era lontano, sotto una calma luna primaverile si sarebbero baciati e lei gli avrebbe detto- piano ma la sua voce avrebbe sovrastato il mare: “Ti amo”. Ma per tutto questo ci voleva il vestito, la macchina, l’ingresso per il Karma, e lui, mentre guardava la vetrina, pensava che ci dovesse essere un modo per procurarsi i soldi, e che chissà chiedendo a Trent forse ci sarebbe riuscito- e le ombre si allungavano, invadevano la strada che si riempiva sempre più di pedoni affrettati, con il sole calante che annunciava il sabato sera imminente- e per alcuni, per Eddy tra questi, anticipo della notte esplosiva di sogni, ambizioni e desideri che chissà se si sarebbero avverati.
Una macchina inchiodò, e Trent gettò il mozzicone di sigaretta dal finestrino prima di rispondere con un gesto annoiato al clacson che suonava dietro di lui “Perché ti sei fermato” str

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   0 commenti     di: Simone Mascardi


Il quaderno nuovo

In una domenica uggiosa, di quelle che non sai bene come riempire, mi ritrovo a fare un po di ordine in mobili, cassetti e scatole e... si sa... quando si fanno queste cose può uscire un po di tutto, cose di vario genere, cose che avevi cercato per tanto tempo senza trovare, cose che pensavi di non avere più, oppure cose che ti portano indietro nel tempo e che ti evocano ricordi e sensazioni dimenticate.
Così è successo che, sistemando un po di vecchi libri mi siano venuti fuori anche dei vecchi quaderni di scuola, quelli dei primi anni delle elementari, quelli che non puoi fare a meno di aprire e non puoi fare a meno di soffermarti a guardare per ricordare.
Ogni pagina ha una sua storia ed un suo ricordo ed ogni pagina sembra che si apra come un sipario su una storia... una persona... una sensazione...
Improvvisamente però tra questi quaderni ne sbuca uno completamente vuoto, nuovo ed immacolato e, con mio gran stupore, l'aprire quel quaderno nuovo mi ha evocato emozioni eguali ed anche più grandi.
Ricordo che un quaderno nuovo sembrava al tatto quasi ovattato, liscio e bianco come neve ed emanava pure un suo profumo, qualcosa di immacolato che cercavi di iniziare con una bella calligrafia, facendo attenzione a non fare errori magari usando una matita buona e nuova pure lei se si poteva!
Così pian piano le pagine cominciavano a riempirsi, ma più andavi avanti più la soddisfazione di scrivere bene si perdeva, a volte avevi fretta oppure qualcuno ti disturbava per dispetto, così scrivevi male fino ad arrivare a sbagliare, e ti rincuoravi poi del fatto che non eri ancora arrivato alla metà del quaderno e potevi strappare il foglio e rifare.
Il resto delle pagine scorreva poi quasi nell'indifferenza fino ad arrivare alle ultime che sembravano non finire mai e tu a volte avresti voluto abbandonare per tornare finalmente ad un bel quaderno nuovo!
Così mi sono ritrovata a pensare che la nostra vita si potrebbe paragonare ad un quaderno nuovo che, pu

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   3 commenti     di: Carla Maselli


L'uomo del fiume

Lo trovammo nei pressi di un cavalcavia, dove c’era un fiumiciattolo, di quelli quasi invisibili.
Viveva lì da solo.
Ma non aveva paura, almeno credo non ne avesse, ai miei occhi era il più sicuro uomo del mondo.
Il praticello era coperto dalle erbacce, carta, stracci, e lattine.
Quella mattina soleggiata era lì addormentato, beato al sole su una coperta sfilacciata
e logora.
Descriverlo non è difficile perché lui era un poeta di quelli senza voce, senza penna,
di quelli saggi, credo.
Ogni giorno passando in autostrada lo scorgevi seduto sul suo praticello, accanto al fiume, con gli occhi tristi e malinconici, sempre pensoso e silenzioso, quasi in meditazione, e ti veniva da guardarlo mentre rallentavi, fermandoti al casello.
A volte fumava, qualche sigaretta raccattata chissà dove, e questo lo so perché potevi osservare la sua vita, fermandoti alla coda del casello.
Non lo facevo per qualche motivazione, ma lo guardavo con curiosità, lui era strano,
sembrava sereno: Ci credo! Non aveva orari, non aveva file, code, non doveva correre, lui non era mai in ritardo, e soprattutto lui non indossava una cravatta, una divisa, non aveva mogli, non aveva ansie, tasse da pagare, lui pescava a volte; a dorso nudo.
Ti ipnotizzavi a guardarlo tanto era placido, bonario sembrava un Guru.
Lo beccavi nelle pose più strane in contemplazione del cielo, delle nuvole, del sole o dell’acqua del torrente, che ti sembrava un Re, a dire il vero a volte lo invidiavo guardava la natura con gli occhi di un padre benevolo quasi l’avesse creata!
Con quell’atteggiamento di distacco, di superiorità sembrava mi disapprovasse con disdegno con un sorrisino saccente sotto la barba folta e bianca, un sorrisino a ghigno di quelli a dire “sto meglio di te.. non te ne accorgi?” a volte mi infastidiva.
Eppure era così bonario.
Mi promettevo di fermarmi, volevo proprio scendere dalla macchina, lasciarla in coda e parlargli, non

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   7 commenti     di: Anna Lamonaca


Spicchi di emozioni

Lungo i bordi della Senna, i soliti suonatori di colore.
Suoni tristi all'inizio e un crescendo di melodia briosa, poi.
Jazz.
Parigi si crogiolava nel suo fascino.

I "Sans Papiers" pulivano e ripulivano la città, per poi scomparire alle prime luci dell'alba.
Non avevano il diritto di calpestare le foglie morte.
Nell'aria le note del Passerotto.
La sua voce aveva commosso e dato speranza a tutto il paese.
I Francesi e non solo, l'ameranno per sempre.

Con Monique, si stava bene.
Amava il sole Lei, ed Io le stelle.
L'amore per le cose belle e i venti anni di età.
Vian, Brassens, Mouloudji e Brel, i nostri idoli.
" Le jeune Mendiant " il dipinto che rinnovava le emozioni.
"Le Voyage", impresso nel nostro sapere.

.
Dall'alto di un palazzone, ammiravamo l'intricato panorama delle tegole selvagge,
tese a soffocare la libertà della Canaglia parigina.
Canaglia che, durante la Rivoluzione, aveva dato il suo sangue.
Hugo, Balzac, Sue, Céline ed Altri, avevano saputo pennellare istantanee
di un mondo che, per loro merito, non si dissolveranno nello spazio.
Ogni angolo visualizzato, uno squarcio di autentica e immortale poesia.
Con tante chiese, la primavera nasceva sempre contenta.

Non è un Cimitero e non è nemmeno luogo della memoria.
Père Lachaise è posto d'incontro, dove gli appuntamenti sono assai importanti.
È noto ai più, dopo l'approdo di Jim Morrison.
Qui si possono scambiare quattro chiacchiere con Chopin, Modigliani, Wilde, Abelardo,
Eloisa, Bizet, Champollion, Delacroix e tanti altri Amici, cui saremo sempre debitori.

Prima di rientrare al mio paesello, mi fermai una settimana in Val d'Isère.

Il paesello mi stava stretto e me ne andai alla masseria.
Mi piaceva ascoltare le storie vere e in questo mia madre era una vera artista.
" Alè, te l'ho raccontato di quella volta che i Tedeschi volevano..."
" Non lo ricordo bene, ripetimelo per favore"
La Colf aveva sempre una buona ragione per allontanarsi, in quelle cir

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   10 commenti     di: oissela



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