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Racconti sulla nostalgia

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Perdersi

A volte non riusciamo a vedere le cose così come sono, forse perché non vogliamo vederle, vogliamo illuderci che sia tutto come vogliamo che sia, forse perché non possiamo neanche immaginare che non sia così; fatto sta che non le vediamo.
E ci andiamo allontanando, ci allontaniamo sempre di più, di più…senza che ce ne rendiamo conto.
Mentre pensiamo di camminare uno al fianco dell’altra, mano nella mano le nostre strade si dividono, prendiamo due direzioni diverse. Procediamo sicuri e spediti, certi di avere l’altro al nostro fianco, sempre e comunque. Non dubitiamo un attimo, mai un attimo un’incertezza.
E ci allontaniamo…
Parliamo e scherziamo e non ci rendiamo conto di non parlare più veramente. Non ci rendiamo conto di non sapere più realmente chi sia la persona al nostro fianco, quali siamo i suoi pensieri, i suoi desideri, i suoi sogni, i suoi reali interessi. Perché le persone crescono, cambiano, e maturano sempre nuovi sogni; e non capiamo più l’importanza di comunicare, di dire e chiedere, di essere sinceri e disposti a parlare di qualsiasi argomento. Perché siamo convinti di conoscere quella persona meglio di chiunque altro.
E quando pensiamo di aver raggiunto il culmine della felicità insieme, quando siamo ormai convinti di essere fatti l’uno per l’altro, ecco che quello è il momento in cui abbiamo superato il punto di non ritorno, in cui ci siamo totalmente distaccati, siamo ormai troppo lontani.
La piccola linea che ci separava inizialmente è diventata adesso, per colpa della troppa sicurezza, un baratro, profondo e insormontabile.
E d’un tratto apriamo gli occhi, ci guardiamo indietro e ci accorgiamo di essere soli, totalmente, desolatamente soli.
E ci vediamo infine, distati, troppo, e per quanto ci sforziamo di raggiungerci le nostre braccia, i nostri sforzi, la nostra volontà non possono nulla. Troppa, troppa distanza. Troppo tempo perduto. Troppa differenza.
E ci guardiamo sgomenti, non cap

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   0 commenti     di: Luana Andronico


Il suono del vento nel bosco

Ascolto il suono del vento nel bosco, una melodia appena sussurrata; larici, abeti, faggi, vecchi e saggi maghi che parlano con me fin da bambino.
È strano: guardavo mio padre, forte e deciso, camminare sul sentiero ombroso. Sordo alle loro parole. Io rimanevo incantato e commosso.
"Carlo vieni ", la voce di mio padre impaziente, i miei fratelli che ridevano per la mia testa fra le nuvole. Ero rimasto di nuovo indietro, il mio cesto vuoto, perfino le mie sorelle avevano raccolto qualche fungo e se ne vantavano.
Anni dilavati dalla pioggia; percorro vecchi sentieri, non mi serve pensare dove sto andando, hanno tracciato un solco nella memoria, potrei farli ad occhi chiusi.
Mi fermo appoggiandomi a una roccia e assaporo il caldo del sole sul viso. I vecchi saggi continuano a parlarmi; vorrei tacessero, perché insistono a scavarmi nell'anima facendo uscire i ricordi.
Il suono di una cascata poco lontano mi riporta alla memoria il tuo sorriso, ( il sorriso di un bambino), innocente e spontaneo. Una giornata come tante, passata al mare con gli amici, stanco di lazzi e scherzi mi allontano quieto per guardare un tramonto di fuoco sul mare.
Ne ho visti tanti dalla cima del monte; tutti nuovi ogni volta e straordinari.
Ma questo, che si rifrange in mille luci sulle onde, è diverso. Capto qualcosa nell'aria, come quando l'odore di ozono preannuncia la folgore imminente.
Una risata cristallina mi fa l'effetto di una scossa elettrica; mi volto e rimango impietrito, incontro i tuoi occhi, un azzurro infinito dentro il quale si riflettono le stelle.
Mi guardi e sorridi; le tue labbra si muovono. ma mi sembra d'essere sott'acqua.
Non sento niente, non respiro, resto li non so per quanto, un attimo e l'eternità che si uniscono.
Il tuo volto si fa serio, ti avvicini e raccogli una palla che era finita ai miei piedi; quando ti rialzi mi pianti di nuovo gli occhi negli occhi, la tua mano tocca la mia guancia( la carezza di una donna).
"Ti senti bene?" mi chiedi.
Bocc

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   3 commenti     di: gina


Crete d'autunno

È un autunno pigro, dal fascino dorato e molle, e’ sole tiepido che filtra dalle persiane abbassate, sono fiori che sbiadiscono sui terrazzi perdendo petali e colore. È autunno di creta, ha l’anima calda, l’ombra di un uomo schiacciata sul muro, senza spessore, nè dolore. Ha tramonti di resa, lo sguardo profondo dell’amore nel suo cammino senza fine, il desiderio appoggiato alle spalle e il mistero di foglie ingiallite alla deriva sul cuore.
Ed è sogno a finestre socchiuse, strada da percorrere, sorridente agli specchi e alla vita, ha occhi che parlano di niente alla luna, ed è invadente il suo vento, fa alzare la gonna e abbandonare all’istinto, dischiude le gambe all’amore, è stagione che gioca col fuoco, che ha bisogno di andare, che bagna poi asciuga la mente e i ricordi.
È carne cruda, linfa vitale,è forza che annienta, un angelo nero incontrato di sera, seduto ai bordi del tempo a modellare le stelle e a trattenere la voglia.
È coda tesa e febbre calda, accattivante e indiscreto con quel cielo violaceo che ti scivola addosso e possiede.
Ha voce di sirena quest’autunno, inciso nella pietra, con case di calce bianca e sentieri sterrati, vie che si moltiplicano in labirinti di nebbia, uno stordimento leggero come la vita, giorni scanditi velati di grigio, formule magice e lingue oscure per fare l’amore durante la notte, per sentire il latrato dei lupi fra i lampioni di strada.
E in quel giardino di rose sfiorite, sotto la pioggia che cola, in ogni respiro ci sento il tuo cuore che divide il buio in diamanti neri dalle cornici d’argento.

   8 commenti     di: Tiziana Monari


“Non rinunciare mai ciò che ti viene offerto”

Ero piccolo.
Gli occhi annebbiati cercavano di scorgere la tua casa dalla finestra, ma l’unica cosa che vedevano era il vuoto improvviso del mio cuore. Sentendo il boato dei singhiozzi provenire dall’altra stanza, continuavo a ripetermi “non ci sei più” e non riuscivo a spiegarmi il perché, non riuscivo a capire che cosa si sarebbe spezzato. Non volevo più guardare quel viso, non volevo più vedere chi, con gli occhi arrossati cercava di spiegare a me e mia sorella quanto accaduto.
“Domani non può venire”. Al telefono una voce cercava di spiegare, senza le sue parole, quello che doveva provare, quello che sarebbe accaduto, quella portiera in corsa che si sarebbe aperta e subito bloccata da chissà quale mano. Girandomi al suono di quelle parole vedevo mia madre, sulla cassapanca guardare la schiena di mio zio, lei si era già accorta che ero lì, i suoi occhi non hanno parlato: è stato tutto il suo viso, la sua mano sul mio capo, ora sulle sue gambe…
Avevo iniziato a piangere, a singhiozzare, e non mi ricordo per quanto, ma ora so di non aver mai smesso, di non aver mai dimenticato.
Sono passati molti anni da quel primo giorno di primavera in cui sei andata via. Non è cambiato quasi nulla, quel gelo che si è formato nei cuori, da quel giorno non è andato più via, quel collante che solo tu, nonna, riuscivi con forza a gestire, si è andato sgretolando e si è spezzato. Quel bambino è cresciuto e molte cose che prima non sapeva, ora provocano solo dolore allo stomaco. Quei pugni ricevuti hanno lasciato per sempre il loro segno, e anche se cerco aiuto, la tua mano, il tuo conforto, non trovo risposta.
È difficile spiegarti che ci sono giorni in cui le lacrime non chiedono il permesso, è difficile farlo soprattutto a te che stai soffrendo, ne sono certo, quanto e più di noi. È difficile chiederti se quell’odio nascosto c’era anche quando c’eri tu, c’erano anche quando il mondo vissuto da un bambino era di colori allegri. F

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4 - Il Sogno: Gabriella

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   1 commenti     di: Emilio C.


Al mio miglior errore

La notte odorava di sesso e fatalità. Aveva scelto il profumo adatto e si era agghindata a festa con tutte quelle stelle lontane e lucenti di desiderio. Entrambi camminavamo in silenzio verso nessun posto, evitando l'uno lo sguardo dell'altra. Parole non venivano dette, ma entrambi le percepivamo, trasportate dalla brezza estiva caratteristica di quelle nottate d'agosto senza nome. Ci ritrovammo sotto casa sua quasi per caso, come due turisti che dopo aver imboccato vicoli sconosciuti, scoprono di avere davanti il bar che cercavano. Guardai il portone di casa sua e poi lui. Mi domandai a chi dei due fosse venuta l'idea di guidare l'altro lì, ma la risposta era che ci seguivamo l un l'altra, ignari di dove i passi ci portavano. Ci guardammo sapendo benissimo che quella notte era già scritta. I suoi occhi verdi mi mostrarono il nostro primo incontro.
Era aprile ed io ero seduta sul marciapiede di un vicolo vuoto e senza identità. Lui passò proprio di lì con la birra in mano, mi guardò un attimo e come se ci conoscessimo da sempre, si sedette accanto a me e me ne offrì un sorso. Nei suoi occhi ritrovai me stessa e fu forse per non perdermi che passai sette anni della mia vita con lui. Io non lo amai mai, mentre lui amava abbastanza per entrambi. Non ci lasciammo nemmeno. Fu un tacito accordo: una sera di ottobre mi guardò con le lacrime agli occhi e capii che quell'amore sbagliato a lui faceva solo male. Molte notti avevo sperato fosse così cieco da non accorgersi che io in quel rapporto non avevo alcun ruolo emotivo, ma lui era perspicace e il mio volto era sempre stato un libro aperto. Quella sera feci le valige e me ne andai per strada, fra le foglie morte, trascinando un freddo ottobre via con me. Non mi girai nemmeno verso di lui, sapevo che mi osservava dalla finestra, guardando la donna che avrebbe dovuto odiare andarsene.
Così quella sera d'agosto, dopo un paio d'anni, ci eravamo ritrovati. Ci scambiammo un cenno di saluto e ci incamminammo i

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   3 commenti     di: Persefone


I teoremi di Euclide non servono a nulla

" Ma prof a cosa servono i teoremi di Euclide?"
Mi volto e ti guardo: Marco il mio alunno migliore, studioso, curioso, dotato di quella logica che ogni insegnante sogna... Marco già uomo di casa con una madre da proteggere e un fratellino da accudire...
Rivediamo le applicazioni ma, scuotendo i riccioli con quel tuo sorriso disarmante mi chiedi :
"ma nella vita a cosa mai serviranno?"
Ammutolisco come la classe che incantata aspetta che il suo capitano abbia la risposta..
Diviene la nostra battuta..." i due teoremi di Euclide valgono quanto il solo di Pitagora? " e come due complici ridiamo.. fino all'esame.
A settembre la notizia agghiacciante: leucemia linfoblastica acuta
Inizia quel calvario che affronti giorno per giorno sempre a ancora con quel tuo sorriso e quella battuta che mi ripeterai tante e tante altre volte ancora sempre uguale..
Accanto al tuo letto ti spiego la dimostrazione.. quella che i tuoi coetanei stanno ascoltando in un'aula e le applicazioni che vedrai nella geometria piana, che sicuramente vedrai nella geometria solida, che sicuramente vedrai...
poi... il buio.
Sono trascorsi tanti anni da allora... i programmi ministeriali non li hanno ancora cancellati... devo spiegarli.. ad alunni ogni volta diversi ma.. una improvvisa crisi allergica o una ciglia negli occhi giustifica sempre quella lacrima che proprio non vuole saperne di non scendere..
Girata verso la lavagna rivedo il tuo sorriso lontano e poi voltandomi lentamente con timore attendo...

   12 commenti     di: alice costa



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