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Racconti sulla nostalgia

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Anni di piombo dentro e fuori- (Le Finestre di Mara)

Verso la fine degli anni ‘70 Mara aveva cambiato ancora una volta casa. Dopo essere stata, infatti, per qualche tempo in un paese delle valli di Lanzo, annoiata da una vita troppo tranquilla era tornata ad abitare nella grande Città del Nord. Il palazzo della nuova abitazione, esternamente di marmo con balconi in pietra bianca era una di quelle tipiche e belle costruzioni del periodo Liberty. Quasi tutte le abitazioni della zona erano sorte nel periodo dell’Art Nouveau e trasmettevano al quartiere un ‘aria di sofisticata eleganza.
Il vicino mercato di “Piazzetta Benefica” brulicante di gente e di colori era per Mara il suo sfogo. Si intratteneva lì per ore, gironzolando fra le bancarelle alla ricerca di qualcosa. Prediligeva i luoghi affollati, che illudessero la sua solitudine. Colmava così, con gli acquisti, un certa sensazione inspiegabile che talune volte sentiva dentro sé e che sulle prime non aveva saputo identificare. Ma maturando, cominciava a prendere sempre più coscienza delle sue reazioni emotive alle difficoltà del mondo esterno. Si rendeva conto che per difesa personale evitava di esaminare le sue emozioni, di guardarsi dentro. Spesso fingeva con se stessa di non vedere ciò che le faceva male soffermandosi più sugli aspetti concreti della vita. Cercava di non restare sola anche a costo di circondarsi di anime senza volto, visi anonimi che si incontrano per strada. A volte camminando canticchiava persino per non sentire il silenzio assordante della sua testa.. La si sarebbe presa per una donna molto spensierata e felice ma in realtà sentiva un vuoto dentro, un vuoto denso di emozioni non manifestate, di sensazioni non vissute che investono e colpiscono molto più di fiumi di pensieri o di parole urlate.
Mara si rendeva conto, in realtà, che la sua vita privata si era offuscata. I suoi sogni di ragazza ridimensionati pesantemente con la quotidianità e con il carattere sempre più spigoloso e chiuso di Andrea. Delle volte se

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   7 commenti     di: MD L.


Un amico

Baldo era il mio basset-hound.
Me l'aveva regalato Paolo a Natale, appena sposati.
Quando me lo portò era un cucciolo piccolissimo, che stava in una mano e camminando si pestava
le orecchie.
Bisogna infatti sapere che le orecchie lunghissime costituiscono una caratteristica peculiare dei
Bassets.
E le sue lunghissime lo erano per davvero, e anche liscie e setose, fatte apposta per essere
accarezzate.
Aveva enormi occhi umidi, di un caldo color castagna che riuscivano a intenerirti anche se ti aveva
appena fregato una bistecca, il che accadeva piuttosto spesso perchè era un ladro matricolato.
È stato da subito adorato e vezzeggiato da tutti.
In realtà era un grandissimo paraculo.
Probabilmente aveva un'anima tzigana; in effetti quanto gli piaceva darsela a gambe, tagliando per i
campi per poi fare una capatina all'albergo del Nencini, dove gli allungavano una pasta pensando
che fosse affamato; dopodichè faceva una giratina in centro, passeggiando per le vie cittadine con la
sua tipica flemma inglese.
Al mercatino americano di Livorno, gli avevo quindi comprato una piastrina di riconoscimento,
come quelle che portano al collo i Marines, con sopra inciso il mio nome e numero di telefono,
nell'eventualità nemmen tanto remota che si perdesse.
Quando camminava, sculettando allegramente e tenendo la coda diritta, con il pennacchietto bianco
bene in vista, la faceva tintinnare.
Da quel gran furbone che era aveva però imparato a muoversi con circospezione, come se stesse
camminando su di un cesto pieno di uova, senza farla suonare, per cui come vedeva la porta
socchiusa, la infilava zitto zitto e se la svignava.
Meno male che a Volterra, di quella razza, un po' particolare diciamo la verità, c'era solo lui, per cui
ricevevo regolarmente telefonate in ufficio da parte di amici che lo avevano avvistato e che me ne
fornivano le coordinate.
Io allora chiamavo subito la zia Isa, gliele comunicavo a mia volta, e lei partiva in tromba, armata
di

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   0 commenti     di: CARLA MASINI


La cornice

Una sera rientri a casa e sei completamente spento. Stanco ma senza sonno, solo ma senza la voglia di vedere alcuno. Sei solo l'ombra di quello che sai di essere e che da qualche tempo sai anche di non essere più.
Dopo il lavoro ti trascini ciondolante fino al divano e rimani a fissare la parete come fosse una tv accesa, che poi è la stessa cosa.
È in quel momento che fai caso per la prima volta a quella macchia biancastra nel bel mezzo della parete del tuo salone. Sicuramente l'avevi già vista ma ancora non gli avevi dato peso. Cosa vuoi che sia un po' di alone bianco lasciato da un quadro che non c'è più. Lasciato da un quadro che tu stesso hai staccato perché non riuscivi più a vederlo tanto ti faceva male, tanto ti riportava alla mente ricordi a volte belli, a volte brutti, ma che sapevi solo ricordi e che non sarebbero tornati più.
Così, un sabato mattina con più nostalgia del solito, esasperato, senza pensarci troppo per evitare di non farlo più, lo hai preso, lo hai staccato dalla parete e lo hai buttato in strada.
Quel quadro che oramai conoscevi a memoria in ogni pennellata, che non avevi mai smesso di guardare perché lì si concentrava tutta la tua vita, fuori dalla tua vita.
Ma stupidamente non avevi pensato alle conseguenza di quel gesto. Non avevi considerato che non sarebbe bastato togliere quel quadro per non vederlo più. Non avevi considerato che non ti saresti liberato affatto di quel dipinto, ma che avresti fatto solo posto alla sua assenza. Quell'assenza sottolineata da una macchia che ne avrebbe ricalcato perfettamente la cornice. E non immaginavi che, in quella sagoma bianca, nonostante il tempo che sarebbe passato, ne avresti potuto ricostruire tutto il resto, ogni colore, ogni sensazione, ogni pennellata.
E quando a forza di fissare quel buco il dipinto sarebbe quasi riapparso ai tuoi occhi, avresti cominciato a domandarti dove fosse finito, chi l'avesse raccolto e appeso nel proprio salone. In che mani fosse finito. Ci sar

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   4 commenti     di: Moment


Quaglia Roberto Vigile urbano: La morte di Iris

Sguardo fisso, occhi rossi, divisa stropicciata. Non riesce a distogliere lo sguardo da quel corpo inanimato coperto dal lenzuolo bianco. La signora Iris.
"È sbucata all'improvviso, non ho potuto fare niente." Mario racconta l'accaduto con voce monotona, inespressiva. Loris, con lui sullo scooter, resta in silenzio e ogni tanto accenna un segno di assenso con la testa. Il brigadiere rilegge il verbale e chiede conferma. Sembra perplesso, forse é solo scosso. Pinuccio, questo il nome del carabiniere, guarda il vigile urbano quasi a chiedergli soccorso, ma Roberto Quaglia sembra assente nonostante la mente appannata dal dolore. Sta macinando pensieri. Nessun testimone. Com'è possibile? Un incidente sulla via principale del paese alle sette di sera in giugno e nessuno vede nulla, nessuno sa nulla.

È sbucata all'improvviso... Perché quelle parole gli suonano false? Certo è difficile essere obiettivo. Era legatissimo a Iris. Sempre gentile, una sorta di nonna per tutti, sua in particolare. Una presenza discreta, sempre sorridente, sempre disponibile. Non riesce a stare concentrato, troppi ricordi, troppo dolore.

Sbucata all'improvviso? Sbucata da dove? Stava uscendo dal cortile di casa. A volte le persone fanno cose strane, ma proprio non riusciva a vedere quell'anziana signora piombare sulla strada dal sentiero cortissimo che collegava il cortile alla strada principale. Un tratto ripido e disagevole, perfino lui avrebbe avuto difficoltà a effettuare quella manovra. La rivedeva in bicicletta, prudente, sempre attenta, spesso camminava a piedi con le borse della spesa infilate nel manubrio. Come poteva sbucare all'improvviso? È anche vero che Mario e Loris sono due bravi ragazzi, magari non particolarmente svegli, ma nulla motiva la sua riluttanza a credere nella loro versione. Perché dovrebbero mentire? Quale altra spiegazione potrebbe esserci? Strada completamente dritta, deserta, visibilità perfetta. Eppure non si rassegnava ad accettare

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   10 commenti     di: Ivan Bui


Crete d'autunno

È un autunno pigro, dal fascino dorato e molle, e’ sole tiepido che filtra dalle persiane abbassate, sono fiori che sbiadiscono sui terrazzi perdendo petali e colore. È autunno di creta, ha l’anima calda, l’ombra di un uomo schiacciata sul muro, senza spessore, nè dolore. Ha tramonti di resa, lo sguardo profondo dell’amore nel suo cammino senza fine, il desiderio appoggiato alle spalle e il mistero di foglie ingiallite alla deriva sul cuore.
Ed è sogno a finestre socchiuse, strada da percorrere, sorridente agli specchi e alla vita, ha occhi che parlano di niente alla luna, ed è invadente il suo vento, fa alzare la gonna e abbandonare all’istinto, dischiude le gambe all’amore, è stagione che gioca col fuoco, che ha bisogno di andare, che bagna poi asciuga la mente e i ricordi.
È carne cruda, linfa vitale,è forza che annienta, un angelo nero incontrato di sera, seduto ai bordi del tempo a modellare le stelle e a trattenere la voglia.
È coda tesa e febbre calda, accattivante e indiscreto con quel cielo violaceo che ti scivola addosso e possiede.
Ha voce di sirena quest’autunno, inciso nella pietra, con case di calce bianca e sentieri sterrati, vie che si moltiplicano in labirinti di nebbia, uno stordimento leggero come la vita, giorni scanditi velati di grigio, formule magice e lingue oscure per fare l’amore durante la notte, per sentire il latrato dei lupi fra i lampioni di strada.
E in quel giardino di rose sfiorite, sotto la pioggia che cola, in ogni respiro ci sento il tuo cuore che divide il buio in diamanti neri dalle cornici d’argento.

   8 commenti     di: Tiziana Monari


It was a Dream

... una sala... uno stereo... un pensiero confuso... una vita... debolezze che odi schiarire... corazze su corazze fatte di finti sorrisi e ipocrite parole... paura di trovare in quello che uno specchio ti rimanda indietro la bugiarda verità... che sogghignando si prende gioco di te... e la forza che non hai... e il coraggio che si scioglie come zucchero soluto in acqua... e la pelle che livida si deturba tra i battiti irregolari di un cuore senza vita... e il dolore che ami... che ti "aiuta" a farti sentire piena... che ti ricorda meglio il sorriso che viene subito dopo... un foglio bianco... una penna dal tratto pesante... e le mille parole che a raffica si aggrappano a un quadretto piuttosto che ad un altro... e la folle disperazione di non avere più un sogno... di non avere più una vita... di tornare ad essere Vuota...



Il venditore di grappa

Mi ricordo una sera al bar, parlando con alcuni amici, eravamo andati sul discorso di lavori che oramai non esistevano più e ne abbiamo elencati alcuni.
Più tardi nel ritornare verso casa, mi ricordai di quando ero bambino e trascorrevo le vacanze dai miei nonni.
Ed è stato proprio durante una di quelle vacanze estive che vidi per la prima volta un anziano signore dalla apparente età di circa cinquant'anni con una vecchia bicicletta entrare nel cortile del nonno.
Con un sorriso lo salutò, poi iniziarono a parlare.
Io anche se piccolo ero abbastanza curioso e mi avvicinai per capire di cosa stessero parlando ed è stato in quel momento che il signore con la bicicletta mi guardò per poi chiedermi:
“Anche tu piccolo vuoi assaggiare questo liquore speciale?”
Io lo guardai esterrefatto, 'chissà cosa mai vorrà farmi assaggiare, pensai tra mè.
Il nonno, nell'udire quelle parole mi guardò poi mi fece un piccolo sorrisetto, io avevo un certo timore del nonno, una persona molto alta per quei tempi, con un paio i baffetti da sparviero, come direbbe un comico che vidi un giorno in televisione.
“Vai a prendere un bicchiere Bepe,” Disse in quel momento il signore arrivato con la bicicletta e nel dire questo lo vidi rimuovere una coperta la quale nascondeva un cesto al cui interno mi sembrò ci fosse una ruota di un automobile.
Io rimasi sbalordito a guardare, mentre il nonno si allontanò per ritornare subito dopo con un piccolo bicchiere.
“Dai fam tastà se lè bunò.” Disse il nonno.
Quel signore piegò la ruota che aveva nel cestello e aprì una valvola, rimasi sorpreso nel vedere che non ne usciva dell'aria, come pensai, ma una specie di liquido bianco.
Dopo averne versato solo alcune gocce nel bicchiere, quel signore chiese nuovamente al nonno:
Dai Bepe, bef e dim se lè bunò?”
Il nonno dopo averla assaggiata esclamò:” Bunò!” E subito dopo ritornò in casa dove poco dopo uscì con una bottiglia che quel signore si affr

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   0 commenti     di: Giuseppe Loda



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