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Racconti sulla nostalgia

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Ricordo

Succede spesso, arrivati ad una certa età, di andare a dormire e di non poter prendere sonno. Allora si pensa ai fatti nostri, alla nostra famiglia, ai nostri morti.
Sovente la memoria va ai tempi passati, ai primi anni della nostra vita,
proprio quando eravamo bambini.
Come in un sogno ecco cosa mi è venuto in mente.
Da bambino, al mio paese ci saranno state non più di mille persone.
Tre file di case, una dietro l’altra, quasi tutte uguali: tutto li.
A mezzogiorno tutti a casa; alla sera, d’inverno, tutti nella stalla. Quasi tutti avevano del bestiame: il bue, la mucca, vitellino, la capretta: i più ricchi, due buoi e un cavallo. Per il trasporto dell’uva e del fieno, il carretto e il carro.
I cortili erano tutti uguali, e non mancavano conigli e galline.
Tutti avevano una o più vigne e lavoravano fino a quando riuscivano a trascinare le gambe.
Tutte le famiglie si facevano il vino. Quando tutta l’uva era in cantina, nei tini, gli uomini più robusti si mettevano scalzi, danzando sui grappoli, pigiavano fino a mezzanotte. I ragazzi e le ragazze, scherzando e cantando pigiavano nelle tinozze, alla fine, una pentola di acqua calda per lavarsi le gambe rosse come il sangue e togliersi le bucce che rimanevano tra le dita dei piedi.
Si conoscevano tutti: i giovani si davano del tu; ai vecchi, del voi. Al parroco e alle maestre”Riverisco”.
Quando ci si incontrava si salutava: buondì, buonasera. Vieni, vai, andiamo? Se c’era una festa, una ricorrenza, una sepoltura: tutti presenti.
Per la riparazione delle strade si stabiliva il giorno e vi partecipava un rappresentante per famiglia.
Tutti nel loro pezzo di terra, vigna o campo, seminavano grano, mais, fagioli, patate: un po’ di tutto.
A seconda delle stagioni, al venerdì, si vedevano le donne che facevano la fila, con cesta in testa e bambino per mano, sette chilometri per andare al mercato a Nizza monferrato
a vendere una coppia di polli, una dozzina di uova, una cesta di moscato pe

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   8 commenti     di: Gian AR


1-un pomeriggio in areoporto-

Sono seduto sulla poltrona dell'aeroporto. Sono le cinque di una domenica pomeriggio nuvolosa e triste. Mi capita spesso di venire qui da solo, mi piace vedere la gente che viaggia; c'è chi parte, chi arriva, chi aspetta l'abbraccio di una persona cara in ritorno e poi ci sono io.
Con me non ho nulla per viaggiare, niente biglietto, niente valigia, niente soldi, solo la voglia di partire, tanta voglia, ma dove? Sul tabellone delle partenze non c'è tanta scelta, comunque le destinazioni sono abbastanza interessanti. Tra le mie preferite ci sono Londra Stansted, Barcellona Girona e New York JFK.
Manca poco meno di un'ora alla partenza di un volo per Londra. Vicino al banco del check-in si affrettano i ritardatari per mostrare la loro carta di imbarco. Proprio adesso sta arrivando una giovane coppia inglese con un bambino. Sembrano sereni soddisfatti, felici, staranno forse tornando a casa loro dopo una lunga estate passata al mare, forse dai loro parenti. Quello che dovrebbe essere il marito indossa una t-shirt celeste con un paio di pantaloncini avana e infradito ai piedi. Mi vengono i brividi solo a vederlo conciato in quel modo visto che io sono ricoperto da giacca con tanto di maglia di lana. Guardandoli mi chiedo che lavoro fanno, perché sono qui. Dal loro aspetto si può scorgere l'immagine di una classica famiglia inglese, con una vita tranquilla nella periferia di Londra ed un lavoro modesto. Mi piacerebbe stare insieme a loro, far parte della loro armonia, partire, volare via. Ma a Londra non ci sono mai stato! Dove vado? E poi non so una parola di inglese, le uniche cose che so, le ho imparate alla scuole elementari.
Ricordo che la maestra ci insegnava l'inglese con delle marionette con il nome dei frutti, e tra queste, la mia preferita era il pomodoro: tomato. Per il resto il mio livello è abbastanza basso, non saprei comprarmi neanche una bottiglietta di acqua. Comunque sia, Londra è una città bellissima. Me ne ha sempre parlato mio frate

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Renaio: undici chilometri (prima parte)

All'epoca delle ferie d'agosto, dalla fine degli anni '60 al 1980, erano undici i chilometri che separavano Barga da Renaio, l'Ottocento dal Novecento, il presente dal passato, la vacanza dalla realtà di tutti i giorni.
Il confine fra le due realtà poteva variare, ma arrivava puntuale nel momento in cui si chiudevano le orecchie per la pressione atmosferica che diminuiva con l'altitudine e che di solito si sbloccavano poco dopo arrivati a destinazione. Undici chilometri di curve strette in una strada che era un grosso viottolo, inizialmente tutto sterrato, del quale si conosceva ogni curva, e che con il passare degli anni veniva asfaltato per tratti sempre più lunghi, traccia unica dell'avvicinamento della civiltà al piccolo paese che tardava invece a conoscere qualsiasi comodità.

La località si componeva di più nuclei; il principale era Renaio, con la bottega ed il telefono pubblico a scatti collocato nell'antibagno, con buona pace per la privacy di chi telefonava... ed anche di chi era in bagno.
Poco più in basso la scuola e, nella parte più alta del monte, da un lato la chiesa col campanile costruito poco discosto e dall'altro il cimitero. Poi, Bebbio, la Casermetta, una caserma della forestale in prossimità del sentiero che portava al Lago Santo, l'Abetaia, una vecchia casa di contadini abbandonata, ad un paio di chilometri dal centro, dove si potevano gustare le mele selvatiche e susine, ed infine Carpinecchio, a poca distanza, ma collegata alla già sperduta Renaio da un viottolo scosceso transitabile solo a piedi o con i muli. Una strada collegò la frazione solo alla fine degli anni Settanta, quando fu aperta una via che dal fondo valle risaliva su fino alla via dell'Alpe.
La strada, tutta curve, continuava infatti nel bosco fino al passo delle Radici, dal quale si poteva raggiungere San Pellegrino in Alpe. Qualche volta abbiamo fatto anche quella strada, che consentiva di arrivare al santuario senza tornare indietro a Barga e passare per

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L'Italia

Basta parole buttate al vento per avere l'applauso del popolo Italiano.
Quì non stiamo giocando una partita di calcio dove ci sfottiamo e Rosichiamo se la nostra squadra del cuore perde. Quì c'e' in gioco il futuro delle persone; dei giovani, dei meno giovani e degli anziani! un popolo intero che si trova nelle mani di questi personaggi che come nel poker, barano, facendoci credere di avere una scala reale quando in verità hanno solo una carta isolata.
Cari partiti è ora di fermarsi e riflettere, è ora che vi fate un esame di coscienza per capire cosa sta succedendo.
Tantissimi voti di protesta; ma voi vi state chiedendo il perchè?
vi siete accorti che c'e' stato un grande fallimento?
la gente è stanca di questa spazzatura che ogni giorno ci viene propinata, la gente vuole iniziare a respirare aria pulita, vuole poter credere, vuole poter tornare ad avere una speranza nel cuore.
L'Italia ha bisogno di rinascere, di spazzare via tutta questa corruzione, tutti questi ladri che hanno mangiato a nostre spese, che si sono permessi di Infangare e Umiliare una Nazione come la nostra, fregandosene di guardare verso il popolo, verso coloro che hanno la dignità di soffrire e guadagnarsi onestamente il pane.
È ora di cambiare, è ora di ridare a questa Italia la propria dignità, il proprio rispetto, è ora che quella poltrona non sia solo un trofeo, ma un ideale!
Non mi vergogno di essere Italiana, perché la mia terra non ha colpe, lei ha solo bellezze da scoprire, lei ci regala le meraviglie e ci mette a disposizione tutti i mezzi per realizzare i nostri sogni.
Gli errori sono stati fatti dal potere, da coloro che ci hanno violentati, strappandoci ogni diritto di esseri umani. Ma oggi dico Basta! È ora di cambiare, è ora di far emozionare questa Italia, che silenziosa aspetta in disparte qualcuno che la sappia amare.
Ora Basta!

   5 commenti     di: laura


Le mie colline

Le colline del Monferrato sono la mia patria. Sono nato, a metà del ‘900, in una casetta in mezzo ai vigneti, in cima ad una ripida collina, con stradine polverose in estate, fangose d'inverno.
La strada che la fiancheggiava, per noi bambini del borgo, era l'attrazione, il divertimento: si giocava al pallone, nella polvere si costruivano piste per le biglie... Si facevano epiche battaglie con pistole di legno, le nostre armi segrete erano le fionde… Talvolta i giochi venivano interrotti dal rombo di un'automobile, che lentamente arrancava su per la salita, ci si buttava nel fossato e si guardava stupefatti il modello, il guidatore, quasi sempre era un commesso viaggiatore fornitore dell'unico negozio del paese.
Il paese stava, anzi sta ancora, appoggiato su una collina. Dalla sommità di questa la veduta è veramente spettacolare: una successione di colli, sui quali si arrampicano i vigneti, lavorati con amore, rubati ai boschi meno redditizi, che di tanto in tanto lasciano affiorare gruppi di casupole che paiono spuntare dal suolo come funghi. La piazza dominata dalla chiesa con l'oratorio, la scuola incorporata nell’ edificio municipale, in fondo c’era la bottega, con il pavimento in legno, il banco di vendita fatto a U per i vari scomparti: frutta, pane, cartoleria, tabacchi... insomma entrando si sentivano gli odori più disparati, dalla fragranza del pane fresco, all’aroma del tabacco misto al profumo di frutta matura…Un centinaio di case, che stanno in piedi perché da secoli si appoggiano l’una all’altra, costruite quando ancora i mattoni non erano cotti nelle fornaci.
In ogni casa c’era la cantina, ove si custodiva gelosamente il vino prodotto.
Prima di Pasqua, i mediatori vinai, iniziavano il giro delle “Crote”, così
venivano chiamate le cantine. Ricordo, con rabbia, la cerimonia dell’assaggio: spillavano il vino dalla botte in un bicchiere, ne verificavano la trasparenza in controluce, si sciacquavano a lungo la bocca

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   3 commenti     di: Gian AR


... Aria Colorata

Strofino la manica del maglioncino contro il vetro della finestra, dando vita a un piccolo quadrato di chiarezza, che mi permette di vedere al di fuori della casa.
Goccioloni d'acqua scivolano lungo quella superficie liscia e l'umidità ne appanna la maggior parte.
La pioggia è da giorni che incessante riempie l'asfalto di se.
E la mia anima, ormai spenta e distrutta, di malinconia.
Riesce a rappresentare pienamente me stessa questa pioggia prorompente e forte, cruenta.
Premo le dita sulla parete creando due cerchietti, e affiancandomici con gli occhi osservo i mille ombrelli colorati dare un pugno di colore alla città.


Cammina con la mano destra nella tasca del cappotto e con l'altra regge l'ombrello rosso sulla sua testa.
"Amore esistono gli ombrelli per non bagnarsi" mi avvisa sorridendo.
Cammino all'indietro non distogliendo mai il suo sguardo dal mio.
"Vale ma guarda che natura, cioè è pioggia, acqua. Magnifica."
Apro le braccia mentre le gocce si infrangono sulla mia pelle, sui miei capelli, bagnandomi completamente.
Ma chissenè adoro sentirmi bene sotto questa cascata d'acqua.
"ti prenderai un accidenti"
aumenta il passo raggiungendomi e coprendomi con l'ombrello.
"sei pesante Vale"
Alza un sopracciglio circondandomi la vita col braccio e facendo cozzare i nostri corpi.
Porto le mani a sfiorare il suo petto avvolto in un maglioncino grigio, e a stringermi tra la stoffa del suo cappotto, bagnando anche lui.
"tu sei un'incosciente piccola"
Sorrido, alzandomi sulle punte e raccogliendo velocemente le sue labbra perfette tra le mie.
Il suo sapore mi avvolge e mi fa sentire viva, come la pioggia pochi minuti prima.
Un forte venticello mi porta i capelli a sbattermi sul viso e la stoffa dell'ombrello di Valerio a staccarsi dai sottili ferri che la tenevan stretta ad essi.
Scoppiamo a ridere staccando appena le nostre labbra.
Alza gli occhi al cielo e la pioggia gli batte potente sul volto.
Sbuffa sonoramente.
"ma porca..."
Poggio

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George

Era visibilmente bagnato di piscio. Jeans chiari e chiazza scura. Del tutto improbabile che si fosse schizzato con dell'acqua nel mentre lavava le mani. Uscì dal bagno a testa china, concentrato nell'intento di sollevare la zip dei calzoni. Questo gli provocò un leggero movimento ondulatorio che lo fece barcollare dapprima in maniera impercettibile, poi sempre più vistosamente. Finì per terra, disteso tra i tavoli, con le scarpe imbrattate di terra rossa proiettate per aria. Ebbe una reazione istintiva, forse di vergogna, trasmetteva come l'impressione di non essere abituato ad assumere comportamenti di quel genere. Si sollevò in tutta fretta da terra, allargò le braccia mostrando ai tizi seduti ai tavolini il palmo di entrambe le mani e si giustificò seccato "Sto bene, sto bene, sto bene, grazie. Ho tracannato una birra gelida e ho avvertito un leggero sbalzo di pressione, non sono ubriaco. Tranquilli". Non era assolutamente vero, da dietro al bancone il barista indicò con un movimento impercettibile del capo la sesta pinta ancora per metà nel boccale. Ed erano ancora le ventuno di un mercoledì sera anonimo.
Scuro in volto, lunga barba incolta, testa calva, di certo non aveva più di quarant'anni, anche se ne dimostrava molti di più. Svuotò anche l'ultimo bicchiere, pagò in cassa, si scusò con il titolare per l'accaduto, puntò la porta e con passo lento ed incerto la raggiunse sulle sue gambe. Non riuscì però a trattenere l'impulso soffocante che prepotente risaliva ad intermittenza il suo esofago e prima di uscire per strada, rigurgitò sull'ampia vetrata posta all'ingresso del locale ogni eccesso di una serata cominciata male e finita ancor peggio. Si scusò nuovamente, poi sparì.
Neppure un solo cliente diede l'impressione di nutrire fastidio per quello che era appena accaduto. Al contrario, si diffuse tra i tavoli un alone di amore fraterno e tutti, ad esclusione di nessuno, cominciarono a discutere con tono raccolto scambiandosi vicendevolm

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