In questa serata affidata al cielo estivo che pare giocare di stelle cadenti, ammiro la quiete risuonante di grilli. C'è quel silenzio solo sfiorato dai brusii della natura che non interrompe mai il suo cullare, nella penombra, riflessi d'ali intorno.
Ed io penso alla mia vita, penso agli attimi che più s'accalcano di episodi... e penso a te, caro ricordo.
Ti scrivo, ora, per fermare emozioni che tu hai saputo, forse inconsapevole, donare.
Ti rammenti il primo dialogare, il primo suscitare in me quelle sorprese divertite nel tuo intavolare questioni d'amore.
Domande e risposte, sollecitazioni e palpiti: ecco il mio primo aprire il cuore verso te. E tu, trascinavi facile in un sentiero fatto di fantasia, di sogni rinati alle tue premure e di viaggi nel tuo esistere ignoto. Forse la solitudine di un sentimento, sia tuo che mio, ha giocato per qualche giorno, ponendo come posta il desiderio impossibile. Ma ancor prima di aver vigore e trasformarsi in tangibile necessità, piano gli slanci teneri si affievoliscono in te, e restarono poi muti e sempre più lontani nel riprendere parole più importanti.
Poi il silenzio di giorni, e l'anno passato ti porta in un altro tempo dove solo tu sai le cadenze e i luoghi del tuo vivere.
Ormai, caro ricordo, mi chiedo se sei in effetti un ricordo, l'attimo speciale vissuto e superato da altri attimi di contorno, superficiali e riservati all'indifferenza di un passaggio sfuggito per sempre.
Tuttavia in questa serata di pacata malinconia, mi chiedo ancora, e forse finché resterai in me, perché il mio pensiero diventa felice al tuo nome, perché le tue parole sono in me vive e calde, e piene di dolcezza come al tuo primo ciao, perché immagino il tuo apparire sempre prossimo, perché... ti amo, se alla fine sei e resterai un ricordo scritto che sbiadirà anche in queste righe.
PANI CA MEUSA
È un panino con milza e ricotta, si gusta caldo.
Ricordo che da bambino mio padre me lo comprava in una stretta viuzza del centro.
Da schizzinoso qual'ero, stranamente lo amavo. Era di un sapore dolce, rotondo, privo di fronzoli ma conturbante. Sempre bagnato e caldissimo, mi fece compagnia per gran parte della mia infanzia.
CERVELLO DI BUE IMPANATO
Era delizioso, la delicatezza del suo gusto non aveva eguali se messo a confronto con altre "prelibatezze".
Aspettavo con ansia il momento di gustarmelo in santa pace: aveva un leggero sentore di mandorle e la compattezza di un budino. Peccato che da adolescente lo vidi sotto una luce completamente diversa e non ne volli più sapere.
FRAPPÈ DI CAFFE'
Nei primi anni del liceo, a volte andavo a studiare a casa di un compagno che era rimasto orfano di padre.
A un certo punto sua madre se ne usciva con questo "frappè di caffè". Non ho più gustato niente di altrettanto delizioso e aromatico di quell'intruglio. Ricordo che aspettavo il momento in cui la donna si presentava come una messaggera di pace col suo vassoio.
La sua freschezza era ineguagliabile!
L'UVA DEL SIGNOR GENOVA
Mio padre aveva un cugino di secondo o terzo grado che a volte ci invitava in campagna per mangiare l'uva bianca: un vero tesoro della natura! Credo che mangiare un grappolo di quell'uva equivalesse ad allungarsi la vita di almeno un mese. I chicchi enormi come susine, il gusto incredibilmente completo.
Ricordo quelle mangiate di uva come un momento speciale della mia adolescenza, un tempo diverso, qualcosa di prezioso al quale aggrapparsi quando il mondo sembra crollare addosso.
Lo trovammo nei pressi di un cavalcavia, dove c’era un fiumiciattolo, di quelli quasi invisibili.
Viveva lì da solo.
Ma non aveva paura, almeno credo non ne avesse, ai miei occhi era il più sicuro uomo del mondo.
Il praticello era coperto dalle erbacce, carta, stracci, e lattine.
Quella mattina soleggiata era lì addormentato, beato al sole su una coperta sfilacciata
e logora.
Descriverlo non è difficile perché lui era un poeta di quelli senza voce, senza penna,
di quelli saggi, credo.
Ogni giorno passando in autostrada lo scorgevi seduto sul suo praticello, accanto al fiume, con gli occhi tristi e malinconici, sempre pensoso e silenzioso, quasi in meditazione, e ti veniva da guardarlo mentre rallentavi, fermandoti al casello.
A volte fumava, qualche sigaretta raccattata chissà dove, e questo lo so perché potevi osservare la sua vita, fermandoti alla coda del casello.
Non lo facevo per qualche motivazione, ma lo guardavo con curiosità, lui era strano,
sembrava sereno: Ci credo! Non aveva orari, non aveva file, code, non doveva correre, lui non era mai in ritardo, e soprattutto lui non indossava una cravatta, una divisa, non aveva mogli, non aveva ansie, tasse da pagare, lui pescava a volte; a dorso nudo.
Ti ipnotizzavi a guardarlo tanto era placido, bonario sembrava un Guru.
Lo beccavi nelle pose più strane in contemplazione del cielo, delle nuvole, del sole o dell’acqua del torrente, che ti sembrava un Re, a dire il vero a volte lo invidiavo guardava la natura con gli occhi di un padre benevolo quasi l’avesse creata!
Con quell’atteggiamento di distacco, di superiorità sembrava mi disapprovasse con disdegno con un sorrisino saccente sotto la barba folta e bianca, un sorrisino a ghigno di quelli a dire “sto meglio di te.. non te ne accorgi?” a volte mi infastidiva.
Eppure era così bonario.
Mi promettevo di fermarmi, volevo proprio scendere dalla macchina, lasciarla in coda e parlargli, non
Alle sei devo trovarmi a casa, sono in corsia di sorpasso e penso: com’è strana la vita, continuo sempre a ripetermelo da quando faccio questo lavoro. L’autobus è semideserto 9-10 persone in tutto, radio spenta, il mio collega dorme tre sedili più indietro. Ma alla fine che cos’è la vita? La strada asfaltata che corre via sotto di me? Gli autotreni stranieri che non si sa da dove arrivano e non si sa dove vanno? La vita è un dono, una sorpresa, un dispiacere. Ogni giorno le posso dare un significato diverso. Oggi per l’ennesima volta mi sono venuti gli occhi lucidi. Mi succede sempre quando vedo due persone che si salutano, forse per l’ultima volta. Stamattina si trattava sicuramente di un fratello e di una sorella: era lui che ripartiva, probabilmente tornava in Argentina. Adesso, mi vengono in mente storie di nostri emigranti, quando all’epoca non c’era molta scelta: o partivi o morivi di fame. E lui ripartiva di nuovo: capelli bianchi, viso segnato dal tempo, mani che parlavano di sacrifici e due occhi piccoli e rammaricati: ”Forse questa è l’ultima volta che ci salutiamo”, sicuramente sarà stato questo quello che avranno pensato mentre si abbracciavano e piangevano. Un attimo dopo ho chiuso la porta, dato un po’ di gas all’acceleratore e ho “diviso” forse per sempre due vite, due anime.
Non riesco a rimanere freddo e ogni volta è sempre la stessa storia. Mi commuovo come un bambino.
Biiiip, la sbarra del casello si alza e in questo momento sembra una bandiera a scacchi più che un congegno automatico delle autostrade, la giornata lavorativa è prossima alla conclusione, alle sei devo trovarmi a casa per le solite faccende. Da quando vivo solo, tutto è in funzione della mia volontà. Se si fa la spesa il frigo è contento quando lo apro, altrimenti quel vuoto triste mi suggerisce solo una cosa: è meglio che stasera ceno dai miei!
Infatti, sono quasi le 20 quando suono il campanello della mia “vecchia” casa, mi apre mi
Il 31dicembre del 1971, incontro una ragazza che ha la mia stessa età. Siamo ospiti di amici in una ex scuderia del castello che domina la piazza del paese in cui abito. Si parla, e da subito, riscontriamo interessi comuni: lei ama Prévert, Baudelaire, io leggo Pavese, ascoltiamo De Andrè.
Io indosso l’eskimo, porto i capelli lunghi; lei fuma i gauloise, ma non è fumatrice, è di moda tra i contestatori; sotto il montgomery nero: minigonna per evidenziare due gambe dritte come fusi, ben tornite, niente male…
Ha due occhi stupendi, grandi, grandi, le dona molto la pettinatura che incornicia il viso lungo, spigoloso, non bellissimo ma intrigante. Le sue labbra sono sensuali, carnose, il labbro inferiore vellutato… È Angela. Come al solito, mi trovo un po’ a disagio per l’altezza…Con i tacchi mi sovrasta decisamente. Me ne frego, e mi butto. Pur vivendo nello stesso paese, non ci siamo mai incontrati né conosciuti. Se avrete pazienza di leggere il seguito, più avanti spiegherò il perché. Dunque in una ex stalla, seppur nobilitata dal progetto di Filippo Juvara nel 1720, si attende l’inizio del 1972. Stiamo per lasciarci alle spalle cruente giornate di sciopero nelle nostre fabbriche, mobilitazione di operai, che richiedono salari più elevati, al passo con la media europea, migliori condizioni di lavoro in fabbrica e di vita nelle città. La contestazione degli studenti, in sintonia con i movimenti pacifisti, le rivolte scoppiate nell’università di Torino. L’incertezza dei tempi duri che si prospettano non ci impedisce di festeggiare, anzi non si vede l'ora di incontrare amici, ritrovarsi per scambiare opinioni, voglia di divertirsi.
Le ragazze hanno preparato il tipico cenone piemontese, dopo qualche bicchiere, si attacca il mangiadischi, si spengono le luci: nonostante la “bagna cauda “, ci ritroviamo subito abbracciati, mi accorgo che non è poi così magra. Sento il suo
Mi ricordo una sera al bar, parlando con alcuni amici, eravamo andati sul discorso di lavori che oramai non esistevano più e ne abbiamo elencati alcuni.
Più tardi nel ritornare verso casa, mi ricordai di quando ero bambino e trascorrevo le vacanze dai miei nonni.
Ed è stato proprio durante una di quelle vacanze estive che vidi per la prima volta un anziano signore dalla apparente età di circa cinquant'anni con una vecchia bicicletta entrare nel cortile del nonno.
Con un sorriso lo salutò, poi iniziarono a parlare.
Io anche se piccolo ero abbastanza curioso e mi avvicinai per capire di cosa stessero parlando ed è stato in quel momento che il signore con la bicicletta mi guardò per poi chiedermi:
“Anche tu piccolo vuoi assaggiare questo liquore speciale?”
Io lo guardai esterrefatto, 'chissà cosa mai vorrà farmi assaggiare, pensai tra mè.
Il nonno, nell'udire quelle parole mi guardò poi mi fece un piccolo sorrisetto, io avevo un certo timore del nonno, una persona molto alta per quei tempi, con un paio i baffetti da sparviero, come direbbe un comico che vidi un giorno in televisione.
“Vai a prendere un bicchiere Bepe,” Disse in quel momento il signore arrivato con la bicicletta e nel dire questo lo vidi rimuovere una coperta la quale nascondeva un cesto al cui interno mi sembrò ci fosse una ruota di un automobile.
Io rimasi sbalordito a guardare, mentre il nonno si allontanò per ritornare subito dopo con un piccolo bicchiere.
“Dai fam tastà se lè bunò.” Disse il nonno.
Quel signore piegò la ruota che aveva nel cestello e aprì una valvola, rimasi sorpreso nel vedere che non ne usciva dell'aria, come pensai, ma una specie di liquido bianco.
Dopo averne versato solo alcune gocce nel bicchiere, quel signore chiese nuovamente al nonno:
Dai Bepe, bef e dim se lè bunò?”
Il nonno dopo averla assaggiata esclamò:” Bunò!” E subito dopo ritornò in casa dove poco dopo uscì con una bottiglia che quel signore si affr
Dio ha fatto tutto storto,
La vita è inutile non serve a niente, è solo sofferenza, la felicità può essere correre con la macchina dopo essersi ubriacati, ascoltando strange days dei doors, e gridare come dei pazzi, un urlo che arriva fino al cielo nero, dove le anime dei cantanti mi sentono, e mi danno una speranza dolce ma malvagia, mi danno paura, paura di affrontare qualunque cosa, paura di vivere, paura di fare cose giuste, paura di soffrire, paura di tutto, paura del sole e della luce, paura della libertà, paura del sorriso, paura della gioia, paura dell'amicizia... essere delusi, scontrosi, stronzi, in solitudine, pensierosi, mandare tutti a quel paese, piangere, non riuscirci, dare solo odio, l'amore è per chi ha gli occhi appannati dalla luce del sole... Soffrire, gridare, correre, piangere! La morte è bella, la morte libera, la morte regala, la morte calma, la morte è bastarda come la vita.. morire per non rinascere più, dove si andrà dopo la morte? In un buio più profondo di dove siamo ora.. uccidersi per arrivare prima degli altri, scoprire la verità, delusione, finta gioia.. la vita è un modo di soffrire sul corpo prima di iniziare a soffrire per l'eternità sullo spirito.
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