Basta saper volare, lo ripeteva continuamente in se, volare per
scappare via dal mondo, ma l'uomo non ha ali, se non il pensiero,
capace di planare oltre i confini dell'universo, l'infinito per
concepire ogni mistero del cielo.
Passava ore su uno scoglio in riva al mare con gli occhi rivolti ad
una nuvola, lo chiamavano l'uomo delle nuvole, il sognatore, perchè
sembrava vivere in un altra dimensione.
Forse era una verità, era un tipo strano, oserei dire misantropo.
Si racconta che chi ha perso tutto trascorre i giorni con lo sguardo
rivolto al sole e quel piglio austero di chi è sul punto di fare un
interrogatorio, ma trova difficoltà a cercarne le domande.
A volte lo chiamavano l'alieno, e forse lo era...
Tutto era iniziato quando lei era andata via, Graziella e i suoi
occhi scuri e profondi.
A volte sentiva che ci sarebbe affogato dentro.
Era un uomo solitario e niente aveva senso dopo che lei era partita.
Giovanni viveva di ossessioni e malattie immaginarie. Di notte aveva
incubi, presagi oscuri sul suo futuro.
Nel mezzo dell'oscurità si svegliava freddo, sudato, ansimante. Aveva
paura, paura della sua solitudine.
Graziella lo aveva amato di quell'amore pulito, spontaneo che non
chiedeva nulla in cambio se non amore, la loro era una storia
semplice di quelle quasi banali, di quelle che passano inosservate.
Importante solo per chi la stava vivendo.
Giovanni non viveva più nulla se non il cielo dopo che Graziella era
andata via.
Del resto lei era una tipa particolare, una vagabonda e una notte era
partita, così di punto in bianco senza avvertire, lasciandolo solo con
le sue ossessioni, un biglietto sul comodino con segni incerti e una
grafia infantile - ADDIO.
Dapprima aveva cercato di farsene una ragione, aveva valutato ogni
prospettiva futura, ma niente valeva Graziella e la sua vita con lei,
i suoi giorni felici.
Ossessionato da quei ricordi di punto in bianco, aveva mollato ogni
cosa, la sua casa
Lei.
Vorrebbe solo riuscire a non sentirsi così, sola.
Anche se sola lo è stata, sempre.
Fino a che è arrivato lui, con la sua presenza capace di riempirle quel vuoto d'anima che sentiva.
Quel vuoto che nessuno coglieva in lei, solo lui, che avendone la parte mancante la sentiva, come un richiamo a distanza.
Quella metà di lei, quella lontana, quella che con poco riusciva a riempirle il vuoto, il silenzio.
Gli occhi da bambina non sorridono, bagnati ad oltranza da lacrime amare e solitarie, le labbra serrate in un muto richiamo, curvano tristi in quella smorfia passata.
Gambe stanche non riescono a tenere il passo di quel suo cuore innamorato, chiedono riposo, lo impongono rimanendo immobili e aspettando che gli occhi, sempre fissi a scrutare il Loro orizzonte, riescano finalmente a vedere il suo passo, quello tanto atteso, quello che riporterà gioia negli occhi, calore nel cuore.
Quello che rimetterà la parole in quella smorfia triste che è diventata il suo sorriso.
Insomma sembrava mi stessi avvicinando ad un punto di non ritorno. Quello che avevo fatto fino ad ora sembrava volesse andare via allontanarsi. Era così tutto assurdo, una cosa del genere mi era già capitata con gli amici, con quelli con cui avevo diviso le esperienze adolescenziali. Ad uno ad uno avevamo preso delle strade, ci eravamo allontanati ed era sorta anche una certa “invidia” per le diverse vite che conducevamo. Si sapeva tutto degli altri e gli altri sapevano di me. Poi, quando ci incontravamo si rimaneva sul vago o iniziavamo a ricordare i bei tempi delle cazzate fatte insieme. Ogni tanto ci pensavo. Pensavo a quello che ero e a quello che sono oggi: niente di più che un semplice autista di linea, penso alle persone che conosco, che contornano la mia giornata. Credo che la vita di un uomo sia anche fatta così: ti vedi in relazione agl’altri, gl’altri sono come satelliti che girano intorno a te e ai quali fai riferimento. Tutti questi pensieri per fortuna, non rimanevano chiusi in qualche cassetto della mia testa. Per fortuna conoscevo qualcuno più grande di me, con cui condividerli. Era Guido. Lui è un uomo maturo sposato, con figli. Nonostante la sua vita sia quasi satura è bravissimo, riesce a ritagliarsi degli spazi, a trovarsi delle nicchie solo sue, dei territori dove ci incontriamo. Di solito succede un paio di volte al mese, la Domenica pomeriggio, ci diamo appuntamento per un caffè verso le 14 e poi facciamo un giro al mare o in uno dei paesini verso i monti dell’Appennino. Il caffè è la scusa ovviamente: quelle mezze giornate servono per riquadrare, per riallineare, per ricollocare i suoi ed i miei pensieri e perché no fare anche dei progetti. Da quando un po’ di anni fa l’ho conosciuto, mi ci sono sempre rivisto, un po’ pensavo, immaginavo che alla sua età avrei voluto essere un po’ come lui. Sai quando nutri stima ed ammirazione per qualcuno? Qualcuno normale, (il tuo collega di lavoro, la commessa al banco carne)
[continua a leggere...]Appurato che non sarei andata a scuola, feci il programma della giornata.
Intanto restai a letto a lungo, crogiolandomi nel tepore delle coperte. Ogni tanto scappavo alla finestra a controllare che non smettesse di nevicare. Avrei telefonato a qualche compagna per sapere se fossero andate a scuola oppure no. Poi avrei chiesto a mamma il permesso di scendere in giardino con Pepe a giocare con la neve. Nel pomeriggio mi sarebbe piaciuto incontrare le mie amiche per tirarci le palle di neve. Ero felice.
Il libro che mi aveva regalato mamma per il compleanno s' intitolava "Il tamburo di latta."
Non avevo voglia di leggere. Lo sfogliai e mi ripromisi di cominciare a leggerlo al più presto, magari nel pomeriggio tardi. O meglio la sera. Tuttalpiù il giorno dopo. Oppure tra qualche giorno. Domenica sarebbe stata la giornata adatta. Lo comincerò domenica, pensai convinta. Lo poggiai sul comodino. Urtai con il libro il lume che cadde in terra e si ruppe la lampadina.
Pensai se dirlo o meno a mamma.
Non lo dissi. Scesi dal letto e andai giù in salotto senza farmi sentire.
Il salotto buono era tabù.
Ci si poteva entrare solo durante i ricevimenti di ospiti importanti e parenti lontani.
Lunghi pomeriggi costretta a sedere vicino a mamma a sorridere ai colleghi di papà o alle vecchie zie che mi portavano un regalo dopo la befana, quando ormai non avevo più voglia di regali. Mi davano il disgusto come guardare l'albero di Natale da disfare il sette gennaio.
Zia Silvana veniva a far visita qualche giorno dopo l'Epifania. Aveva sempre in mano due pacchi. Uno conteneva ineluttabilmente pasticcini da tè, l'altro rappresentava la protesi artificiosa delle feste natalizie, un prolungare l'attesa dei doni che spesso deludeva le aspettative.
Col senno del poi imparai che quei doni tanto disprezzati erano gli unici che rimanevano impressi nella mia memoria sino ai giorni nostri.
Il pacco con il regalo per me restava appoggiato a lungo sulla poltrona di destr
In tre anni, dalle emissioni sul territorio, la televisione si era abbastanza diffusa ma non tutte le famiglie ne sentivano ancora l’esigenza o potevano permettersela. Le case dei propri vicini o i bar erano diventati luoghi prediletti per visioni di gruppo. Nel palazzo giallo, la sera a casa di Luisa, c’era il ritrovo. Ognuno portava la sua sedia e cercava di occupare la postazione migliore in quella sorta di cinema casalingo. L’orario delle famiglie a cena era ormai cambiato. Si doveva far presto per ritrovarsi tutti là in quella grande famiglia a godere della bella novità. Superando la riservatezza che gli apparteneva, arrivava anche il “ragioniere” che viveva solo con la madre. Ore 20, 50 iniziava “Carosello” e là davanti allo schermo grandi e piccini. tutti a sognare! Verso una certa ora in quella casa restavano però solo gli adulti “affezionati” a guardare commedie in bianco e nero o telequiz con Mario Riva o Mike Bongiorno mentre i bambini ritornavano nelle loro case con grande gioia della madre di Luisa che così ritrovava un po’ di calma e di tranquillità.
Il boom economico degli anni sessanta di li a poco portò la modernità anche nel quartiere. Le vecchie flebili lampadine con lunghi fili elettrici che passavano da un palo di legno all’altro, delizia di cani randagi, furono sostituite da moderni lampioni in metallo. Questi davano alla strada una atmosfera da città ma toglievano l’intimità. Gli uccelli non ebbero più uno spazio per dormire vicini sui fili elettrici e tutta l’atmosfera serale, così intima e confidenziale cambiò totalmente.
Si escogitò perciò tra le ragazze, Mara e le sue amiche, ormai adolescenti, un nuovo sistema per appartarsi e raccontarsi degli amori segreti. Non più muretti nascosti e angoli bui dei palazzi ma terrazze condominiali che sembravano quasi a contatto con le stelle. Quelle terrazze di giorno animate da lenzuola bianche di bucato, danzanti leggere come ballerine, la sera, di
All'epoca delle ferie d'agosto, dalla fine degli anni '60 al 1980, erano undici i chilometri che separavano Barga da Renaio, l'Ottocento dal Novecento, il presente dal passato, la vacanza dalla realtà di tutti i giorni.
Il confine fra le due realtà poteva variare, ma arrivava puntuale nel momento in cui si chiudevano le orecchie per la pressione atmosferica che diminuiva con l'altitudine e che di solito si sbloccavano poco dopo arrivati a destinazione. Undici chilometri di curve strette in una strada che era un grosso viottolo, inizialmente tutto sterrato, del quale si conosceva ogni curva, e che con il passare degli anni veniva asfaltato per tratti sempre più lunghi, traccia unica dell'avvicinamento della civiltà al piccolo paese che tardava invece a conoscere qualsiasi comodità.
La località si componeva di più nuclei; il principale era Renaio, con la bottega ed il telefono pubblico a scatti collocato nell'antibagno, con buona pace per la privacy di chi telefonava... ed anche di chi era in bagno.
Poco più in basso la scuola e, nella parte più alta del monte, da un lato la chiesa col campanile costruito poco discosto e dall'altro il cimitero. Poi, Bebbio, la Casermetta, una caserma della forestale in prossimità del sentiero che portava al Lago Santo, l'Abetaia, una vecchia casa di contadini abbandonata, ad un paio di chilometri dal centro, dove si potevano gustare le mele selvatiche e susine, ed infine Carpinecchio, a poca distanza, ma collegata alla già sperduta Renaio da un viottolo scosceso transitabile solo a piedi o con i muli. Una strada collegò la frazione solo alla fine degli anni Settanta, quando fu aperta una via che dal fondo valle risaliva su fino alla via dell'Alpe.
La strada, tutta curve, continuava infatti nel bosco fino al passo delle Radici, dal quale si poteva raggiungere San Pellegrino in Alpe. Qualche volta abbiamo fatto anche quella strada, che consentiva di arrivare al santuario senza tornare indietro a Barga e passare per
Le vacanze della mia infanzia altro non erano che gite fuoriporta che si facevano indiscutibilmente al mare d'estate.
Abitavo in città e la domenica mattina con la mia famiglia si partiva, ovviamente con il pullman, per raggiungere il mare, quelle vecchie corriere blu degli anni '50 che piene all'inverosimile ci portavano a destinazione.
Il mare di Mondello
Ci alzavamo la mattina abbastanza presto, ma sia per il viaggio interminabile sia perché dovevamo sempre comperare qualche cosa all'ultimo momento non arrivavamo mai prima delle 11 allo stabilimento balneare.
Ci sistemavamo nella cabina assegnataci, affittata per la giornata, cosa che non sempre ci potevamo permettere seppure i costi esigui di allora, e con mia madre e le sue sorelle che spesso venivano con noi, andavamo nel casotto sistemato vicino all'entrata a consumare il primo rito della giornata: l'affitto dei costumi da bagno.
Si perché negli anni 50' primi anni 60' non era tutto come vediamo adesso nelle riviste dell'epoca con modelle e ragazze in posa ai bordi di piscine nella sfavillante Saint-Tropez, con bikini o costumi interi tipici dei mitici anni '60, c'erano acquisti ben più necessari da privilegiare quindi il noleggio di un costume era la soluzione più economica ed immediata per godersi una giornata al mare con pochi soldi. La maggior parte di questi capi proveniva dal mercato americano, si chiamava cosi perche la merce era tutta proveniente dopo la guerra, dall'America, tutto abbigliamento che le signore americane donavano in beneficienza ma che da noi veniva venduto nelle bancarelle dei mercati o come in questo caso preso a nolo e, a ridosso delle spiagge più affollate c'era questo coloratissimo bazar dove ci buttavamo nell'affannosa ricerca di un capo adatto a noi anche se data l'ora tarda i pezzi migliori se ne erano già andati. Alcuni di questi costumi sembravano busti ortopedici, con stecche e reggiseni preformati ed alcuni, come usava allora, con un
La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Nostalgia.