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Racconti sulla nostalgia

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Pensieri di marinaio

E sono qui, su uno scoglio, come ogni giorno da vent’ anni. È sempre lo stesso, lo scoglio. Il più alto di tutti quelli del villaggio, che dà le spalle al bosco folto. Il cielo oggi è così limpido… Neanche una nuvola.
Guardo giù. Vedo il mare che si apre davanti a me. Io lo conosco bene quest’uomo solitario dal profumo salmastro.
Lui. Di cose ne ha viste, lui. Ha visto le case abbandonate del paese, mangiate dall’edera. Ha visto le foglie sugli alberi dare un po’ di colore allo squallore grigio.
Ha visto, nelle sere di tempesta, navi rientrare nei porti ed altre sparire nei suoi abissi, assistendo al drammatico spettacolo con la calma di chi è cosciente della propria impotenza sul loro destino. Ha guardato uomini divertirsi, ubriacarsi, cantare e fare a botte nelle taverne vicino alle banchine. Ha osservato i bambini giocare sulle spiagge d’estate. Ha sorriso vedendo i loro scherzi, sentendo le loro risate, partecipando alla loro felicità.
Ah, bella e andata giovinezza!
Ricordo bene quando per la prima volta presi il mare. Mia madre mi accompagnò fino al porto e mi stampò un bacio sulla fronte, senza aggiungere parole inutili.
Allora era tutto diverso. Il paese era diverso. Così pieno di vita…
Eh, pensare che ancora la gente amava affacciarsi alle finestre, incontrarsi di sera! La banda suonava. I ragazzi ballavano, facevano l’amore sulla sabbia, sotto il cielo stellato, allora…
Ho attraversato oceani, raggiunto isole esotiche, ho fatto esperienze…
Sembrerà strano, ma di quei quarant’anni d’avventura non ho ricordi.
Quelle sere. La burrasca che strappava le vele e gli uomini dal ponte, la pioggia che ci batteva in faccia... E poi più nulla. Niente degli amici, degli scherzi. Ricordo solo di quel giorno lontano, di quel bacio…
Quando si é a largo si sogna sempre la terra, ma poi, nel momento in cui la si raggiunge, resta quel vuoto. Si è perso qualcosa.
Ah, che pace! A volte, ho l’impressione che questo vil

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   1 commenti     di: nella ruggiero


La veranda dell'estate

La veranda, piena di rose e gelsomini era in ombra. Sedie di legno e paglia, vecchie poltroncine di vimini, con grossi cuscini a fiori usurati dal tempo, erano là, in attesa di essere occupate.

Noi arrivavamo tutti verso le cinque del pomeriggio, accaldati e sudati in quel fresco spazio in casa di mia suocera, per ritrovarci e raccontarci dopo un inverno di lavoro al nord.

I primi tempi si giungeva a coppie, poi, col passare degli anni, accompagnati da bambini strepitanti. Si cercava di quietarli in mille modi con giochi o con la presenza della vecchia tartaruga Gertrude. I piccoli, affascinati, finalmente tacevano sperando sempre di afferrarla finché lei, prudente, si rifugiava veloce nel suo grosso carapace.

Seduti in gruppo si parlava di cose nostre, di viaggi fatti o che si sognava fare mentre dalla strada arrivavano profumi e suoni familiari.
"Costa molto Gino prendere l'Orient- Express? Se ci accompagnate, un giorno partiamo insieme".
Un vento caldo, di tanto in tanto sfiorava la pelle mentre eravamo intenti a ridere e a fantasticare insieme.
"Gilda me lo passi quel ventaglio…. sono sudata"
“Rosa sono ottimi questi tuoi dolcetti, devi darmi la ricetta”.
“ Rosaria, la sai una nuova barzelletta.?. Se non è molto sporca raccontala.."

Intanto si presentava Lei, capelli d’ argento, il grembiule bianco a volants, felice di averci tutti, finalmente riuniti, a casa sua.
"Volete il caffé freddo, un succo di frutta, una granita?"
Accettavamo ciò che arrivava, con gioia, tanto bastava un niente a rinfrescarci, perché l'essenziale era stare insieme
per condividere momenti, esperienze, ricordi di famiglia.

Di fronte a noi, mentre volavamo via con la mente, imperturbabile ci guardava la montagna bruna e arida, dalle piccole torri, vecchie fortezze longobarde, ricordandoci, in quei caldi pomeriggi estivi, che eravamo là nel sud.

Ora la veranda è sempre in ombra.
Poche rose ma niente gelsomini.

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   4 commenti     di: MD L.


Il gabbiano

IL GABBIANO

Mamma, ti ricordi quando da piccola ti dicevo che avrei voluto essere un
gabbiano, si uno di quei gabbiani che noi vedevamo volare sopra il mare durante le nostre passeggiate sulla spiaggia.
Ero affascinata dal loro volteggiare e con il dito ti indicavo quelli che man mano si libravano dagli scogli verso il mare aperto.
Tu sorridevi e mi accarezzavi i capelli, io seguitavo, rassicurata dalla tua
carezza, a guardarli e ad immaginarmi al loro posto chiudendo gli occhi e pensando ai mille riflessi prodotti dal sole sull'acqua del mare che essi
ammiravano.
Pensavo è questo il senso della vita, anche io da grande dovrò librarmi dallo scoglio della mia esistenza verso il mare aperto della vita.
Quando sono diventata grande, lo sai, l'ho fatto e sono andata a vivere da sola la mia vita, lasciando la casa che mi aveva vista nascere spinta dal richiamo del mare della vita.
Poi, lo sai, mi ero illusa di avere trovato l'amore ed in quel momento la
mia casa mi è sembrata la nostra casa.
Questa è la gioia che avevo provata, ma poi quello che avevo pensato fosse l'amore, si è sciolto come neve al sole lasciandomi sola in quella casa che non era più la mia casa.
Il pensiero subito ha rievocato nella mia mente il gabbiano ed ho pensato che anche esso nel suo volo si allontana dal suo nido e che certe volte si spinge per l'anelito di libertà oltre le sue forze raggiungendo un punto di non ritorno dal quale cerca invano di ritornare al suo nido, ma
la lontananza ed il vento spesso contrario lo abbattono stremato sulla
superfice del mare, dove dibattendosi, per qualche istante, trova la sua
dolorosa morte.
Anche io, mamma, mi sono spinta nel mare della vita per l'anelito di
libertà verso un punto di non ritorno.
Invoco la tua mano che possa tendersi verso di me per guidare il mio volo verso casa, quella vera dove vi era una famiglia piena d'amore, ma tu non ci sei più e quella casa ormai è vuota.
Le mie ali sono state tarpate dal vento della

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Ricordi di quand'ero bambino

Ero un bambino, mano nella mano alla zia che mi portava in giro per la città a "vedere" quel che succedeva e scoprirne le usanze più tradizionali.
Quel che maggiormente attirava la mia attenzione, e la mia curiosità, era vedere i Vigili nella loro divisa sempre perfetta, fare il saluto - alla fine del proprio turno di lavoro - al collega che lo rilevava dalla sua predellino di legno al centro dell'incrocio di competenza da dove dirigeva il traffico cittadino.
Non c'erano tanti semafori come adesso e il loro compito era veramente importante e decisivo.
Ma soprattutto ero affascinato dalla cittadinanza che si riuniva nella piazza centrale della città - Piazza De Ferrari - (a Genova) in occasione dell'Epifania, per portare il proprio dono ai vigili che erano molto amati, specie da noi piccoli.
Un segno di gratitudine e di ringraziamento per il servizio svolto a favore del cittadino.
Chi portava un pacchetto, chi una bottiglia di vino, chi un pandolce... tutti insomma celebravano quel che era divenuto un rito affascinante agli occhi di noi bambini, ma che rinfrancava lo spirito anche dei grandi.
I Vigili erano esclusivamente genovesi - era una regola comunale di allora - e vigeva ancora l'altezza di 1 metro e 75 cm.
Già sognavo di essere adulto e di indossare quella divisa che mi avrebbe soggiogato per tutta la vita, anche adesso che ho raggiunto quasi i 70anni di età!
Oggi purtroppo quel rito è andato perso nel dimenticatoio; i vigili non sono più amati come una volta e col subentro delle vigilesse tanti nuovi problemi si sono affacciati nel Corpo non più formato da soli genovesi ma divenuto eterogeneo.
Non si fanno più i regali, anzi, quasi nessuno conosce questa vecchia usanza nota solo a noi del '40 o giù di lì.
Peccato davvero, era un momento di unione fra cittadinanza e pubblici funzionari che mi è rimasto indelebile nel cuore come un bellissimo ricordo da riportare su queste poche righe per chi non ne fosse a conoscenza.

Chissà...

   42 commenti     di: Bruno Briasco


La lunga notte insonne

Vanni si svegliò all’improvviso senza una ragione apparente. Iniziò a girarsi e rigirarsi senza riuscire a riaddormentarsi. Si voltò alla sua sinistra, Vanessa dormiva serenamente. Iniziò ad osservarla, poiché quando dormiva sembrava ancora più bella. Si soffermò sui lunghi capelli biondi, che si posavano lungo la schiena che a sua volta scendeva una piccola curva poco prima di allargarsi su due fianchi generosi. I suoi seni rotondi e ben fatti, invece, se ne stavano schiacciati contro il materasso, sembrando ancor di grossi di quello che effettivamente erano.

Per evitare di svegliarla, Vanni preferì alzarsi, prima però la baciò delicatamente sul e collo.

Vanessa era la sua nuova compagna, aveva 42 anni, una donna estremamente attraente, con un divorzio alle spalle, titolare di una casa editrice.
Dopo una cena, accompagnata da un buon vino rosso e da musica new age, avevano finito la serata facendosi sopraffare da una passione dirompente ed addormentandosi poi teneramente abbracciati.

Vanni si rifugiò in mansarda, si sedette alla sua scrivania ed accese un sigaro, “antica riserva”. Si stirò le gambe osservando attraverso la finestra la splendida luna di quella notte, poi si alzò ed aprì la finestra di fronte a lui, permettendo all’aria salmastra del mare di invadere la stanza.

Abitava in una villetta sulla la Riviera dei Ciclopi, dalla quale si godeva una vista eccezionale che comprendeva oltre ad una parte del porticciolo di Acitrezza anche i Faraglioni. Si trattava di scogli basaltici che, secondo la leggenda, erano stati lanciati da Polifemo ad Ulisse durante la sua fuga.

Nella mansarda, Vanni aveva stabilito il suo angolo segreto, quello dove poter stare da solo a pensare, a studiare, lavorare al computer, a rifugiarsi, come in quel caso nelle lunghi notti insonni.

Era un periodo sereno e prospero, il suo lavoro di investigatore privato, lo riempiva di soldi e soddisfazioni, la sua relazione con Vanessa lo

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Supermonteradio 100. 2 Mz (seconda e ultima parte)

Sono passati dieci giorni da quella sera umida e nebbiosa; il tempo si è rifatto discreto, non c'è più la nebbia, la temperatura, comunque, è rimasta invariata. Di giorno però fa sensibilmente più caldo, non è l'estate di san Martino ma, almeno, non piove e le strade sono spazzate da una costante tramontana.
I giubbotti di tela jeans sono stati tuttavia sostituiti da giacconi un po' più pesanti. Sono di moda i Montgomery, di panno pesante o impermeabili e foderati.
Le macchine continuano a sostare una dietro l'altra in fila indiana in piazza Monumento ed anche nell'altra piazza, un po' più piccola, e il frastuono si fa sempre più intenso quando i cosiddetti nottambuli si concentrano in questi due spazi, ormai in loro possesso per usucapione serale.
Qualcosa nell'aria, però, bolle. La notizia che un gruppo di soci ha intenzione di installare una stazione radiofonica, in gergo paesano aprire una radio, è diventata di dominio pubblico e, quindi, argomento di discussione non solo la sera, nelle due piazze, ma in ogni ambiente solare.
L'eccitazione sta crescendo con il passare dei giorni e i pareri contrapposti danno adito a infinite diatribe circa l'esito dell'impresa, così come è vista e considerata l'intera operazione. I più giovani, ovviamente, sono entusiasti e fremono d'impazienza; almeno non dovranno dissanguarsi in spese telefoniche per le dediche visto che attualmente la radio più vicina è raggiungibile solo con telefonate fuori distretto.
Gli anziani sono per lo più scettici, ovviamente quelli che si intendono di radio perché la quasi totalità ha ben altro a cui pensare. Quelli che, in ogni caso, mostrano interesse e quindi animano le discussioni sono i rappresentanti del ceto medio ed inoltre, dai cinquant'anni in giù.
Quasi tutte le rappresentanti del sesso debole, di ogni lignaggio, in modo discreto e con il civettuolo silenzio che li distingue, tutte indifferentemente. Esse, le donne, fingono di non capire alcunché d

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   3 commenti     di: Michele Rotunno


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