Racconti sulla nostalgia, racconto nostalgico - Pagina 20
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Racconti sulla nostalgia

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RISVEGLIO

Sono stanco, ho bevuto troppo, esco dal bar con le ginocchia che tremano: "Ecco" penso "L'ho fatto di nuovo!".
Saranno ormai quasi due anni che va avanti: la mattina mi alzo, mi preparo e prendo il treno delle sei e un quarto. Seguo le lezioni, torno a casa. Studio tutto il pomeriggio, poi mi vedo alle dieci con i miei vecchi amici al solito bar con la birra davanti, spariamo cazzate Mario racconta della brunetta che si è fatto la sera prima, Giorgio fantastica su quella incontrata oggi, Luca si dispera dell'ennesimo fiasco e io guardo e ascolto da lontano, come di fronte ad un programma che quasi so a memoria; e bevo e chiedo un'altra bionda e poi un'altra, finché qualcuno si ricorda di me e mi chiede: "Non hai niente da raccontarci, Riccardo?" Faccio cenno al barista ed ecco un altro boccale brillare sul bancone. Mi giro e vedo i loro occhi curiosi e sento che la vita è vuota e insensata: "Che volete che vi dica non vedo una donna da quasi un anno!" così rispondo, sentendo l'amaro in bocca, il vuoto dentro. Quando usciamo so già che Giorgio ci riaccompagnerà a casa perché è il meno brillo e che per infilare la chiave nella serratura dovrò sprecare una buona mezzora. Poi senza neanche spogliarmi mi sdraio sul letto e cado in un atroce dormiveglia, in cui incubi e ricordi si mescolano. Mi vedo ancora al liceo in mezzo ai miei compagni, mentre suona la campanella, ci sediamo e tutti tirano fuori i quaderni dai loro zaini, ma lo zaino, il mio zaino dov'è? Non c' è, non lo trovo. Allora quasi meccanicamente mi giro e, come al solito, c'è lei che è già pronta con foglio e penna in mano: me li passa e in quel gesto trovo un calore e una sicurezza da tempo dimenticati Mi trovo fuori scuola, sono già andati tutti via. Mi sento solo, abbandonato di nuovo. Mi appoggio al muro e do un'occhiata alla strada: mio padre non si vede. Sento allora gli occhi di qualcuno posarsi su di me, mi giro e la vedo, ancora lei, silenziosa e solitaria, mi sorride dolcement

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   1 commenti     di: Michela Cinti


Quaglia Roberto Vigile urbano: La morte di Iris

Sguardo fisso, occhi rossi, divisa stropicciata. Non riesce a distogliere lo sguardo da quel corpo inanimato coperto dal lenzuolo bianco. La signora Iris.
"È sbucata all'improvviso, non ho potuto fare niente." Mario racconta l'accaduto con voce monotona, inespressiva. Loris, con lui sullo scooter, resta in silenzio e ogni tanto accenna un segno di assenso con la testa. Il brigadiere rilegge il verbale e chiede conferma. Sembra perplesso, forse é solo scosso. Pinuccio, questo il nome del carabiniere, guarda il vigile urbano quasi a chiedergli soccorso, ma Roberto Quaglia sembra assente nonostante la mente appannata dal dolore. Sta macinando pensieri. Nessun testimone. Com'è possibile? Un incidente sulla via principale del paese alle sette di sera in giugno e nessuno vede nulla, nessuno sa nulla.

È sbucata all'improvviso... Perché quelle parole gli suonano false? Certo è difficile essere obiettivo. Era legatissimo a Iris. Sempre gentile, una sorta di nonna per tutti, sua in particolare. Una presenza discreta, sempre sorridente, sempre disponibile. Non riesce a stare concentrato, troppi ricordi, troppo dolore.

Sbucata all'improvviso? Sbucata da dove? Stava uscendo dal cortile di casa. A volte le persone fanno cose strane, ma proprio non riusciva a vedere quell'anziana signora piombare sulla strada dal sentiero cortissimo che collegava il cortile alla strada principale. Un tratto ripido e disagevole, perfino lui avrebbe avuto difficoltà a effettuare quella manovra. La rivedeva in bicicletta, prudente, sempre attenta, spesso camminava a piedi con le borse della spesa infilate nel manubrio. Come poteva sbucare all'improvviso? È anche vero che Mario e Loris sono due bravi ragazzi, magari non particolarmente svegli, ma nulla motiva la sua riluttanza a credere nella loro versione. Perché dovrebbero mentire? Quale altra spiegazione potrebbe esserci? Strada completamente dritta, deserta, visibilità perfetta. Eppure non si rassegnava ad accettare

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   10 commenti     di: Ivan Bui


La partenza di Francesco Paolo

I manicaretti alle olive danzavano briosi e primitivi nella testa di Francesco Paolo. A volte, quando il treno partiva, ne riassaporava con immaginaria libertà il loro gusto materno, rimestando in bocca gli avanzi dell'ultimo cornetto, preso poco prima al bar della stazione. Lo faceva spesso perché, per qualche ragione, quel dolce fondersi della sfoglia e dello zucchero a velo sotto il palato lo allontanava dal pensiero di un altro tedioso viaggio tra i monti dell'Appennino. Per intanto suo padre, vestito di pezze, gli portava la valigia corrugando una flebile angoscia al suo dipartire. La mestizia gli screpolava il cuore e così, preso dal ricordo dell'ultima nostalgica golosità, affogava con il suo vecchio in discorsi blandi, al limite del ridicolo. Riempivano i silenzi dell'addio con poche frasi mangiucchiate sul tempo, sul ritorno a breve, sul sole a picco in testa alla stazione.
Poscia ch'ebbe ritrovato il binario al primo colpo, non manifestando alcuna ansia per l'attesa, Francesco Paolo si alzava sulle punte dei piedi per poi ricadere sui talloni a movimenti costanti, mascherando qualche leggera premura agli occhi del padre, lontano dai pensieri rincuoranti di manicaretti perduti.
Tra quei monti, nella valle dove la sua infanzia si era consumata in uno schioppo di fucile, di patate bollite e di scamorze fritte, il senso di vuoto spariva solo il giorno dopo, quando al pensiero del ritorno s'aggiungeva la serena follia di un'uscita con gli amici di sempre. Era là che Francesco Paolo non serbava più alcuna intimità, la perdeva disseminandosi d'allegrezza; rincasando sul fare del giorno, alle prime luci del crepuscolo e guardava laggiù oltre l'orizzonte, dove tosto l'attendeva il domani. Quello strano e speciale sentimento gli riempiva il cuore, si faceva beffe ben più alte di lui, al voltarsi indietro verso la vita di paese, ora che la città lo trastullava con altro odore di caffè.
"Rimetti la cintura al pantalone", biasciò suo padre sottovoce. "

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QUELL'ESTATE DEL SESSANTOTTO

< Ciao. > Più che un saluto sembrava un’esplosione di entusiasmo. Istintivamente mi guardai attorno, eravamo solo io, lei e l’addetto al garage, tutto indaffarato a sistemare le auto.
Non c’erano dubbi, era proprio rivolto a me. La guardai con maggiore attenzione, cercando disperatamente di ricordare. Nonostante gli sforzi, non avevo la minima idea di chi fosse, < Come stai? > Mi chiese avvicinandosi con decisione < Bene, e tu? > Risposi in modo poco convinto.
Sorridendo mi prese sottobraccio < Non mi hai riconosciuta?!! Tu invece non sei cambiato molto. > Non riuscivo proprio a ricordare.
< Nella. Estate 1968, Hotel Moderno, mi aiutavi con i bambini; ricordi? >
Aveva pronunciato quelle parole con un tono normale, come se stesse parlando di qualcosa successo ieri, invece erano trascorsi esattamente diciannove anni.
Nella! Credo di avere smesso di respirare. - Nella! - Questa volta, quasi gridai. < Sei proprio tu. > Balbettavo, non riuscivo a controllare la tensione, la fissavo incredulo.
Per un attimo pensai allo stupore dei miei collaboratori se avessero potuto vedermi.
Per fortuna lei comprese e mi abbracciò. Era così anche allora, riusciva a cogliere i miei imbarazzi, le mie insicurezze. Faceva sempre la cosa giusta per farmi sentire a mio agio.
Come avevo fatto a non riconoscerla? Certo vent’anni sono tanti, ma il suo sorriso, le fossette sotto gli occhi, il broncio di eterna bambina erano gli stessi. Nemmeno il fisico sembrava essere cambiato molto, anche se, per la verità, la pelliccia lasciava intravedere ben poco..
Ecco cosa mi aveva tratto in inganno, non l’avevo praticamente mai vista con gli abiti addosso.
Non potrei descrivere cosa stavo provando, avevo ripensato a lei migliaia di volte, la sua immagine, il suo ricordo, la nostra storia, erano qualcosa di prezioso che conservavo gelosamente, ma era un capitolo archiviato. Trovarmela di fronte significava dover fare i conti con la realtà e io, non vole

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   8 commenti     di: Ivan Bui


Per te, mamma

Più passa il tempo e più mi manchi, lo sai, mamma?
Ti sogno quasi tutte le notti, a volte sono sogni stupidi, senza senso, dove ti ricordo com'eri - felice, bella, con i capelli lunghi e con quel sorriso sempre dipinto sulle labbra. Come facevi ad essere sempre così contenta, come se la vita non avesse fatto altro che darti gioie e soddisfazioni?
Non nego che queste ultime non ci siano state, anzi, spero di sì; ma adesso, col senno di poi, mi sembra che siano stati molti di più i dolori.
Perderti così è stata la cosa più atroce che potesse mai capitarmi.
Ti ho detto troppe poche volte che ti volevo bene, che te ne voglio ancora, che te ne vorrò sempre, che avevo e ho, tuttora, bisogno di te, di sentirti e vederti vicina, di abbracciarti. Dio, mammi, quanto ti vorrei stringere a me, adesso, proprio in questo momento. Non riesco a scrivere una sola parola senza piangere e singhiozzare, ma magari se riesco a mettere per iscritto queste... cose, questi sentimenti che non mi abbandonano in nessun momento, forse potrebbe farmi stare meglio.
No, la verità è che niente potrà farmi stare meglio. Forse mi piace solo l'idea che tu, se davvero mi sei ancora accanto in qualche forma incorporea che io non posso vedere né sentire, in qualche modo possa leggerle e venire a conoscenza di quello che non ho mai avuto il coraggio di dirti.
Mi pento immensamente per quelle volte in cui ho alzato la voce, o ti ho dato le spalle, o mi sono comportata come una bambina che non capisce che tutto quello che dicevi e facevi era perché mi volevi bene e non per farmi dispetto o chissà cos'altro. In questo momento mi mancano anche quelle volte in cui mi mettevi in punizione o le volte in cui mi sgridavi, qualsiasi cosa pur di sentirti ancora qui.
All'inizio ho messo la tua fede al dito perché mi sembrava un buon modo per averti vicino, sai, avere qualcosa di tuo sempre appresso; man mano che passa il tempo mi rendo conto invece che accarezzare questo semplice anellino d'oro

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   2 commenti     di: Giulia


L'incontro

Il 31dicembre del 1971, incontro una ragazza che ha la mia stessa età. Siamo ospiti di amici in una ex scuderia del castello che domina la piazza del paese in cui abito. Si parla, e da subito, riscontriamo interessi comuni: lei ama Prévert, Baudelaire, io leggo Pavese, ascoltiamo De Andrè.
Io indosso l’eskimo, porto i capelli lunghi; lei fuma i gauloise, ma non è fumatrice, è di moda tra i contestatori; sotto il montgomery nero: minigonna per evidenziare due gambe dritte come fusi, ben tornite, niente male…
Ha due occhi stupendi, grandi, grandi, le dona molto la pettinatura che incornicia il viso lungo, spigoloso, non bellissimo ma intrigante. Le sue labbra sono sensuali, carnose, il labbro inferiore vellutato… È Angela. Come al solito, mi trovo un po’ a disagio per l’altezza…Con i tacchi mi sovrasta decisamente. Me ne frego, e mi butto. Pur vivendo nello stesso paese, non ci siamo mai incontrati né conosciuti. Se avrete pazienza di leggere il seguito, più avanti spiegherò il perché. Dunque in una ex stalla, seppur nobilitata dal progetto di Filippo Juvara nel 1720, si attende l’inizio del 1972. Stiamo per lasciarci alle spalle cruente giornate di sciopero nelle nostre fabbriche, mobilitazione di operai, che richiedono salari più elevati, al passo con la media europea, migliori condizioni di lavoro in fabbrica e di vita nelle città. La contestazione degli studenti, in sintonia con i movimenti pacifisti, le rivolte scoppiate nell’università di Torino. L’incertezza dei tempi duri che si prospettano non ci impedisce di festeggiare, anzi non si vede l'ora di incontrare amici, ritrovarsi per scambiare opinioni, voglia di divertirsi.
Le ragazze hanno preparato il tipico cenone piemontese, dopo qualche bicchiere, si attacca il mangiadischi, si spengono le luci: nonostante la “bagna cauda “, ci ritroviamo subito abbracciati, mi accorgo che non è poi così magra. Sento il suo

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   3 commenti     di: Gian AR


Pensieri di marinaio

E sono qui, su uno scoglio, come ogni giorno da vent’ anni. È sempre lo stesso, lo scoglio. Il più alto di tutti quelli del villaggio, che dà le spalle al bosco folto. Il cielo oggi è così limpido… Neanche una nuvola.
Guardo giù. Vedo il mare che si apre davanti a me. Io lo conosco bene quest’uomo solitario dal profumo salmastro.
Lui. Di cose ne ha viste, lui. Ha visto le case abbandonate del paese, mangiate dall’edera. Ha visto le foglie sugli alberi dare un po’ di colore allo squallore grigio.
Ha visto, nelle sere di tempesta, navi rientrare nei porti ed altre sparire nei suoi abissi, assistendo al drammatico spettacolo con la calma di chi è cosciente della propria impotenza sul loro destino. Ha guardato uomini divertirsi, ubriacarsi, cantare e fare a botte nelle taverne vicino alle banchine. Ha osservato i bambini giocare sulle spiagge d’estate. Ha sorriso vedendo i loro scherzi, sentendo le loro risate, partecipando alla loro felicità.
Ah, bella e andata giovinezza!
Ricordo bene quando per la prima volta presi il mare. Mia madre mi accompagnò fino al porto e mi stampò un bacio sulla fronte, senza aggiungere parole inutili.
Allora era tutto diverso. Il paese era diverso. Così pieno di vita…
Eh, pensare che ancora la gente amava affacciarsi alle finestre, incontrarsi di sera! La banda suonava. I ragazzi ballavano, facevano l’amore sulla sabbia, sotto il cielo stellato, allora…
Ho attraversato oceani, raggiunto isole esotiche, ho fatto esperienze…
Sembrerà strano, ma di quei quarant’anni d’avventura non ho ricordi.
Quelle sere. La burrasca che strappava le vele e gli uomini dal ponte, la pioggia che ci batteva in faccia... E poi più nulla. Niente degli amici, degli scherzi. Ricordo solo di quel giorno lontano, di quel bacio…
Quando si é a largo si sogna sempre la terra, ma poi, nel momento in cui la si raggiunge, resta quel vuoto. Si è perso qualcosa.
Ah, che pace! A volte, ho l’impressione che questo vil

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   1 commenti     di: nella ruggiero



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