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Racconti sulla nostalgia

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Sabato

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   1 commenti     di: Matteo Zanetti


cap. 3 -In volo-

Avevo lo sguardo perso nel vuoto, pensavo, riflettevo. Sono le 7 e mezzo di una caldissima sera di agosto. Fuori queste mura c’è il mondo, il movimento, la vita, io invece sono fermo, seduto su una sedia. Di fronte a me libri, tanti libri, ho tanto da studiare, ho un esame da preparare, ma non ho voglia. Domani sarà un grande giorno per me, sarà un appuntamento che deciderà le sorti della mia vita. Ci sto lavorando da molto tempo, circa tre mesi, e domani dovrò dare prova delle mie conoscenze. Nonostante tutto, sono ancora seduto con lo sguardo perso nell’infinito dei mie pensieri. I miei genitori sono stati chiari fin dall’inizio, ricordo ancora le parole di mia madre:” se non concludi niente all’università, di certo non vivrai a spese mie”. Quelle parole mi facevano paura, ancora adesso mi capita di risentirle e di ripensarci. Se le cose andranno diverse dal previsto sarò costretto a lavorare, ad organizzarmi una vita, a pagarmi le bollette, ad avere tante responsabilità. Mamma aveva ragione, ultimamente non stavo studiando, ero alla ricerca di distrazioni: donne, divertimento, riposo, nel mio mondo non c’era posto per l’impegno, lo studio. Di certo non avrei potuto continuare a vivere così, alle spalle dei miei genitori, che con tanti sacrifici, hanno sempre cercato di accontentarmi, rendermi felice. Non meritavano tutto questo. L’ avevo dimenticato. La voglia di fuggire dalla solita realtà, dalle solite persone, dal solito ambiente chiuso e ristretto, avevano preso in me il sopravvento, facendomi vedere l’università come un paradiso felice, come il paese dei balocchi. Mi sbagliavo. Avevo fatto male i miei calcoli, sottovalutato la situazione.
-Francescooo è pronta la cena!
Era Gigi, aveva preparato lo sformato di patate. Vado pazzo per la cucina di Gigi ma questa sera non avevo fame. In cucina era tutto pronto per mangiare Gigi e Luca erano seduti in sala, aspettavano con la birra alla mano il fischio di inizio di una important

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Spliff

Dal mio ufficio vedo rossi palazzi, tinte salmone e mattone strisciate di bianco e di vetri lucenti. Mi torna in mente che devo lavare i vetri della mia finestra. Ma so che me ne dimenticherò prima di tornare a casa.
Accanto a me una scala anti-incendio. Di fronte una via trafficata da formiche-automobili di variopinti colori, guidate da stanchi conducenti in doppiopetto grigio.
Ai margini della strada i campi. Gialli di grano appena raccolto e cilindri di fieno sbiadito. Verdi di erba tagliata da poco e cespugli di rovi spinosi.
Un autobus arancione si erge solitario. Avanza con passo lento, maestoso, un po' vacillante. Il conducente è stordito dal suo spliff mattutino, pensieroso per l'ultimo litigio con la sua donna, dolorante per quello zoccolo di legno, con rinforzi in ferro bruciato, che ha centrato il suo occhio destro. Era primo mattino. I suoi riflessi appannati, i movimenti lenti. Così ha raccontato ai suoi amici al bar della stazione, tra un caffè e una sigaretta che aspirava lento.
Una scusa. I suoi amici lo sanno. Dieci anni fa avrebbe scansato il proiettile a occhi chiusi. Oggi è troppo vecchio.
E lei? Lei è invecchiata nella bellezza delle sue forme, non nella forza dei suoi lanci, nella precisione della sua mira, nella velocità con cui si chiude nel bagno, sfuggendo alla sua ira e alla sua vendetta.



Quanto è necessario...

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Quaglia Roberto Vigile urbano: La morte di Iris

Sguardo fisso, occhi rossi, divisa stropicciata. Non riesce a distogliere lo sguardo da quel corpo inanimato coperto dal lenzuolo bianco. La signora Iris.
"È sbucata all'improvviso, non ho potuto fare niente." Mario racconta l'accaduto con voce monotona, inespressiva. Loris, con lui sullo scooter, resta in silenzio e ogni tanto accenna un segno di assenso con la testa. Il brigadiere rilegge il verbale e chiede conferma. Sembra perplesso, forse é solo scosso. Pinuccio, questo il nome del carabiniere, guarda il vigile urbano quasi a chiedergli soccorso, ma Roberto Quaglia sembra assente nonostante la mente appannata dal dolore. Sta macinando pensieri. Nessun testimone. Com'è possibile? Un incidente sulla via principale del paese alle sette di sera in giugno e nessuno vede nulla, nessuno sa nulla.

È sbucata all'improvviso... Perché quelle parole gli suonano false? Certo è difficile essere obiettivo. Era legatissimo a Iris. Sempre gentile, una sorta di nonna per tutti, sua in particolare. Una presenza discreta, sempre sorridente, sempre disponibile. Non riesce a stare concentrato, troppi ricordi, troppo dolore.

Sbucata all'improvviso? Sbucata da dove? Stava uscendo dal cortile di casa. A volte le persone fanno cose strane, ma proprio non riusciva a vedere quell'anziana signora piombare sulla strada dal sentiero cortissimo che collegava il cortile alla strada principale. Un tratto ripido e disagevole, perfino lui avrebbe avuto difficoltà a effettuare quella manovra. La rivedeva in bicicletta, prudente, sempre attenta, spesso camminava a piedi con le borse della spesa infilate nel manubrio. Come poteva sbucare all'improvviso? È anche vero che Mario e Loris sono due bravi ragazzi, magari non particolarmente svegli, ma nulla motiva la sua riluttanza a credere nella loro versione. Perché dovrebbero mentire? Quale altra spiegazione potrebbe esserci? Strada completamente dritta, deserta, visibilità perfetta. Eppure non si rassegnava ad accettare

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   10 commenti     di: Ivan Bui


Il venditore di grappa

Mi ricordo una sera al bar, parlando con alcuni amici, eravamo andati sul discorso di lavori che oramai non esistevano più e ne abbiamo elencati alcuni.
Più tardi nel ritornare verso casa, mi ricordai di quando ero bambino e trascorrevo le vacanze dai miei nonni.
Ed è stato proprio durante una di quelle vacanze estive che vidi per la prima volta un anziano signore dalla apparente età di circa cinquant'anni con una vecchia bicicletta entrare nel cortile del nonno.
Con un sorriso lo salutò, poi iniziarono a parlare.
Io anche se piccolo ero abbastanza curioso e mi avvicinai per capire di cosa stessero parlando ed è stato in quel momento che il signore con la bicicletta mi guardò per poi chiedermi:
“Anche tu piccolo vuoi assaggiare questo liquore speciale?”
Io lo guardai esterrefatto, 'chissà cosa mai vorrà farmi assaggiare, pensai tra mè.
Il nonno, nell'udire quelle parole mi guardò poi mi fece un piccolo sorrisetto, io avevo un certo timore del nonno, una persona molto alta per quei tempi, con un paio i baffetti da sparviero, come direbbe un comico che vidi un giorno in televisione.
“Vai a prendere un bicchiere Bepe,” Disse in quel momento il signore arrivato con la bicicletta e nel dire questo lo vidi rimuovere una coperta la quale nascondeva un cesto al cui interno mi sembrò ci fosse una ruota di un automobile.
Io rimasi sbalordito a guardare, mentre il nonno si allontanò per ritornare subito dopo con un piccolo bicchiere.
“Dai fam tastà se lè bunò.” Disse il nonno.
Quel signore piegò la ruota che aveva nel cestello e aprì una valvola, rimasi sorpreso nel vedere che non ne usciva dell'aria, come pensai, ma una specie di liquido bianco.
Dopo averne versato solo alcune gocce nel bicchiere, quel signore chiese nuovamente al nonno:
Dai Bepe, bef e dim se lè bunò?”
Il nonno dopo averla assaggiata esclamò:” Bunò!” E subito dopo ritornò in casa dove poco dopo uscì con una bottiglia che quel signore si affr

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   0 commenti     di: Giuseppe Loda


Che sensazione di leggera follia!

    Ero già stato una volta a Parigi. Un brutto ricordo: una storia finita male, della quale racconterò un'altra volta. Per di più, in uno squallido alberghetto, quella volta, avevo contratto le piattole. Ma la voglia di rivedere Blanche era più forte di tutte le disavventure passate. Amavo quella francesina, ma la lontananza poteva rappresentare una minaccia. Già da qualche tempo, quando le telefonavo, avevo la sensazione che fosse un po' freddina: non sentivo più quella passione nella sua voce.
    Mi aveva lasciato per telefono l'indirizzo del negozio di suo padre dove mi avrebbe raggiunto e sinceramente, una volta lì, non seppi bene che pesci prendere: un napoletano, simpatico, ma pur sempre il padre; per fortuna poco dopo giunse la madre che iniziò a ringraziarmi per come avevo aiutato la figlia quando era a Roma: aveva avuto un problema ai denti e grazie alle mie conoscenze l'avevo fatta curare gratis all'Eastman. (Control)
    Finalmente dopo qualche minuto giunse anche Blanche, l'abbracciai delicatamente, ero pur di fronte ai suoi genitori e la differenza di età tra noi, in fondo, era notevole. Lei 20 io 39 appena compiuti.
- Vieni stanotte dormi da me, domani andremo a cena da loro-.
Durante il tragitto verso la sua abitazione, abbastanza centrale, tentai di abbracciarla e di baciarla: in fondo era per questo che ero venuto. Ma la trovai un poco scostante.
    Giunti a casa sua vi trovai un tale, di cui non ricordo nemmeno il nome, tanto lo odiai in quel momento, un punk gay, che Blanche si era prefissa di normalizzare e che dormiva con lei. Ragazzi, una delusione: possibile che Parigi ogni volta mi serbava una sorpresa negativa? Sistemammo un divano letto e dormii in sala: ci riuscii solo perché ero stanco del viaggio.
    La mattina seguente facemmo colazione tutti e tre dovendo fare buon viso a cattiva sorte, poi Blanche mi chiese se conoscevo un po' Parigi: alla mia risposta affermativa mi invitò a farmi un giro per la

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