username: password: dati dimenticati?   |   crea nuovo account

Racconti sulla nostalgia

Pagine: 1234... ultimatutte

Non lo so se è così

Chissà, forse è arrivato il momento. Quello giusto. E per cosa, poi?
Quando ti senti a mille non ci pensi. E a cosa, poi?
Boh, sarebbero tante le cose a cui dovrei pensare. Seriamente.
Ma non lo faccio. Non ne ho voglia, non ne ho tempo. Forse non ne sono capace. Ne ho paura, sicuramente.
Non avere un attimo mi fa sentire così protetta. Da me, credo.
Quando la testa si ferma, tutto va bene.
Non ci sono i silenzi che fanno male. Non ci sono i ricordi. E c'è perfino qualcuno che mi abbraccia. Che non c'è, poi. Ma forse è meglio così, che non ci sia. Il distacco mi farebbe male, dopo.
Quando la testa si ferma sorrido spavalda. E tutto va bene, proprio così com'è.
Ma me stessa torna sempre a fare i conti con me.
Fermati testa, fermati che così va tutto bene.
Non la sentire la nostalgia.
Non lo sentire che mi mancano i miei.
Non te lo chiedere cosa ci faccio qui, sola.
Tu lo sai che io sono superficiale e menefreghista. Che mi preoccupo soltanto di cose sciocche. Che non mi importa di capirci niente della vita. Perché non ne ho tempo, lo vedi. Vedi come tengo a distanza le persone. Perché non ne ho bisogno. Perché non mi importa di provare a capirle.
A che serve, poi?
Io non ho un attimo per sentire la mancanza.
Non ho un attimo per piangere.
E nemmeno per ridere davvero.
Neanche il cuore batte lento.
Sempre veloce.
Ma non è amore.
Non è stanchezza.
Non è attesa.
È niente. Così denso che mi sembra di toccarcela dentro tutta quella nostalgia.



Tormentati

Era invisibile il suono, la sua pelle era avorio nella notte. Restava poco tempo per l'alba, ma a cosa serviva continuare ad aspettare. Il sole sarebbe tornato comunque, senza lui, senza nessuno che potesse fermarlo. Nelle vene bruciavano le lacrime che aveva pianto sulle sue braccia, tra i capelli sostavano urla. Disumane. Le mani sulla bocca a soffocare quei gemiti. Troppo umani. Abbassò le palpebre, pupille diradate in quelle ombre così fredde. Sul polso un bracciale. Tra le dita una matita, le piaceva giocare all'artista. Strusciò il piede sull'asfalto, contatto con la terra urbanizzata. Città, luce di neon in movimento, morire. Gusci di anime che camminano, che ora è? Una panchina bagnata, le gocce che sembrano improgionare piccoli globi di luce dorata. Cadono, l'erba le accoglie, tu puoi fermarle? Dieci e trenta. Rumore di rumori. Fermati, ascolta, respira. Occhi che vogliono aprirsi. Il vento non vuole fermarsi, ha paura di cosa possa succedere quando sarà tutto finito. Non lo vuole calmare, non lo vuole fermare. Gli angeli saranno li a guardarli come nei film, le ali alzate e ferme al dolce nido. Ma cosa ne sia delle tua grida. Disumane? Appartieni alla razza dei fragili. Puoi spezzarti. Cadere. Morire. Come tutti. Ma il suono può rendersi invisibile, si accalca tra le pieghe dei pantaloni, puoi camminare ancora. Ruote che sgommano, portiere che si aprono, una vena che continua a palpitare piano, come un canto che sta per finire. E ho paura mentre te lo dico. Città, fuori dalla finestra. Luci che voglio spegnere, morire? Ormai è tardi.



Al mio miglior errore

La notte odorava di sesso e fatalità. Aveva scelto il profumo adatto e si era agghindata a festa con tutte quelle stelle lontane e lucenti di desiderio. Entrambi camminavamo in silenzio verso nessun posto, evitando l'uno lo sguardo dell'altra. Parole non venivano dette, ma entrambi le percepivamo, trasportate dalla brezza estiva caratteristica di quelle nottate d'agosto senza nome. Ci ritrovammo sotto casa sua quasi per caso, come due turisti che dopo aver imboccato vicoli sconosciuti, scoprono di avere davanti il bar che cercavano. Guardai il portone di casa sua e poi lui. Mi domandai a chi dei due fosse venuta l'idea di guidare l'altro lì, ma la risposta era che ci seguivamo l un l'altra, ignari di dove i passi ci portavano. Ci guardammo sapendo benissimo che quella notte era già scritta. I suoi occhi verdi mi mostrarono il nostro primo incontro.
Era aprile ed io ero seduta sul marciapiede di un vicolo vuoto e senza identità. Lui passò proprio di lì con la birra in mano, mi guardò un attimo e come se ci conoscessimo da sempre, si sedette accanto a me e me ne offrì un sorso. Nei suoi occhi ritrovai me stessa e fu forse per non perdermi che passai sette anni della mia vita con lui. Io non lo amai mai, mentre lui amava abbastanza per entrambi. Non ci lasciammo nemmeno. Fu un tacito accordo: una sera di ottobre mi guardò con le lacrime agli occhi e capii che quell'amore sbagliato a lui faceva solo male. Molte notti avevo sperato fosse così cieco da non accorgersi che io in quel rapporto non avevo alcun ruolo emotivo, ma lui era perspicace e il mio volto era sempre stato un libro aperto. Quella sera feci le valige e me ne andai per strada, fra le foglie morte, trascinando un freddo ottobre via con me. Non mi girai nemmeno verso di lui, sapevo che mi osservava dalla finestra, guardando la donna che avrebbe dovuto odiare andarsene.
Così quella sera d'agosto, dopo un paio d'anni, ci eravamo ritrovati. Ci scambiammo un cenno di saluto e ci incamminammo i

[continua a leggere...]

   3 commenti     di: Persefone


Quanto è necessario...

Quanto è necessario sottoporre la propria anima ai patimenti e alle afflizioni quando si è divorati dal sacro fuoco dell’arte?
( Mah!?! )

Quando fu inaugurata nell’Ateneo universitario della gran città di * una pregiata mostra di pittura, gli organizzatori si trovarono d’accordo nel principio di emarginare il pubblico “grosso”, e a causa di una deplorevole cantonata sulla qualità della rappresentanza composta da Carmine e Patonsio?" in verità non solennizzati da austeri paludamenti (stante la irrinunciabile esigenza di libertà di manovra garantita da abiti…si dirà…confortevoli, in particolare quelli di Patonsio) ?" i nostri segnalati beniamini furono invitati?" attraverso la perentoria sollecitazione a guadagnare l’uscita?" ad inalveare altrove il proprio desiderio di tracciare nuovi confini nel campo della dimestichezza con le arti figurative, la qual cosa alimentò un rinnovato impulso a disseminare morte e distruzione nell’indole già esacerbata dell’eccellente Patonsio.
La spiacevole circostanza costrinse i due valorosi a non poter quindi riferire granché sull’evento principale, e invece nulla fu loro defalcato riguardo alla conoscenza?" che sarà infine posseduta in comune col benevolo lettore?" di fatti accessorî.
Che saranno qui di seguito riassunti.
***
Don Concetto Parrapicca, noto coltivatore di ciliegino sanguigno, e vera celebrità quale pappatore di interiora e succhiatore di un certo vinetto?" che possono celebrare a gloria il Signor Parroco di Castellazzo di Sotto, il fittavolo Signor Turi Magagna inteso Turi Giustizia (a motivo di una sua eccentrica disposizione a castigare incauti giovanottini di esitante identità sessuale), il Poeta etilista mistico don Fonfelmo di Perso e altri accreditati scienziati della materia?" uscì, in quell’occasione, come suol dirsi, fuori dai gangheri, e con ragione, contro gli screanzati dell’Ateneo.
Egli aveva un nipote a nome Gaetano, universalmente indi

[continua a leggere...]



“Non rinunciare mai ciò che ti viene offerto”

Ero piccolo.
Gli occhi annebbiati cercavano di scorgere la tua casa dalla finestra, ma l’unica cosa che vedevano era il vuoto improvviso del mio cuore. Sentendo il boato dei singhiozzi provenire dall’altra stanza, continuavo a ripetermi “non ci sei più” e non riuscivo a spiegarmi il perché, non riuscivo a capire che cosa si sarebbe spezzato. Non volevo più guardare quel viso, non volevo più vedere chi, con gli occhi arrossati cercava di spiegare a me e mia sorella quanto accaduto.
“Domani non può venire”. Al telefono una voce cercava di spiegare, senza le sue parole, quello che doveva provare, quello che sarebbe accaduto, quella portiera in corsa che si sarebbe aperta e subito bloccata da chissà quale mano. Girandomi al suono di quelle parole vedevo mia madre, sulla cassapanca guardare la schiena di mio zio, lei si era già accorta che ero lì, i suoi occhi non hanno parlato: è stato tutto il suo viso, la sua mano sul mio capo, ora sulle sue gambe…
Avevo iniziato a piangere, a singhiozzare, e non mi ricordo per quanto, ma ora so di non aver mai smesso, di non aver mai dimenticato.
Sono passati molti anni da quel primo giorno di primavera in cui sei andata via. Non è cambiato quasi nulla, quel gelo che si è formato nei cuori, da quel giorno non è andato più via, quel collante che solo tu, nonna, riuscivi con forza a gestire, si è andato sgretolando e si è spezzato. Quel bambino è cresciuto e molte cose che prima non sapeva, ora provocano solo dolore allo stomaco. Quei pugni ricevuti hanno lasciato per sempre il loro segno, e anche se cerco aiuto, la tua mano, il tuo conforto, non trovo risposta.
È difficile spiegarti che ci sono giorni in cui le lacrime non chiedono il permesso, è difficile farlo soprattutto a te che stai soffrendo, ne sono certo, quanto e più di noi. È difficile chiederti se quell’odio nascosto c’era anche quando c’eri tu, c’erano anche quando il mondo vissuto da un bambino era di colori allegri. F

[continua a leggere...]



Sempre qui ad aspettarti

Non riesco ancora a crederci. Quel giorno, quel momento che tanto avevo temuto è arrivato, portandosi via tutta la felicità che avevo in corpo. Non credevo potessi sentirmi così, così vuota. Un bacio, una lacrima a rigarci il viso, il fischio del treno... e il mio cuore è partito con te. Non ha voluto abbandonarti, voleva esser sicuro che una parte di me ti seguisse sempre e ti ricordasse che io sono ancora qui, sempre qui ad aspettarti.
Inevitabile il tempo passa. Sento però tutta la sua lentezza e ancora una volta i miei pensieri tornano a te; mi chiedo se anche tu noti il placido avanzare dei minuti, dei secondi e ti senti avvolgere il cuore dall'angoscia, proprio come me. Ogni giornata sembra non voler arrivare mai alla fine.
Solo la sera, un barlume di speranza, una tenue lucerna torna a scaldarmi, illuminando l'oscurità che mi prende ogni giorno. Dopo tanta impazienza, ecco aleggiare nell'aria la melodia di un pianoforte, prima flebile ma poi sempre più forte. Come una sveglia, la suoneria del mio cellulare mi scuote dal torpore quotidiano, mi riporta alla realtà. Corro a rispondere, ancora un po' incredula e titubante, ma ecco che ogni dubbio passa non appena vedo il tuo nome e la tua foto sullo schermo. Rispondo, la voce ancora un po' debole e tremolante e finalmente ti sento, ascolto la tua voce così intensa, così calda e così carica di emozioni. Immagino il tuo volto lì, a più di 500 km di distanza, e stranamente mi sento come se mi guardassi allo specchio. Forse perché anche tu proprio come me sei divorato dalla nostalgia. In quel momento mi sento più forte, più capace di riuscire a vincere la mia battaglia contro il tempo, fin quando il Destino deciderà di farci rincontrare. E sei proprio tu, che riesci a rendermi più forte.
Continuiamo a parlare, per quei pochi minuti che ci rimangono a disposizione. Sento dalla tua voce che sei stanco, anche se non lo ammetti. Poi ascolto la tua risata e come sempre ne rimango affascinata; inizio

[continua a leggere...]

   8 commenti     di: Angela Lazzara


Una volta arrivava l'estate

Promosso! Vacanze estive: andrò in bici al fiume, farò il bagno e pescherò con le mani, poi pranzo dai nonni... nel pomeriggio verrà mia cugina penso che guarderemo Doraemon e Don Chuck castoro poi le farò vedere che ho costruito Gordian (i tre robot uno dentro l'altro)con le lego e il giorno dopo? ehhh il giorno dopo sarà dura, invito da mio cugino Nicola di Santarcangelo come farò a scegliere con che Trasformers giocare che ne ha un'infinità! va bè se suo nonno ci porta al mare di sicuro scieglierò Devastator così nella sabbia farò lavorare i suoi componenti ruspa, betoniera, camion ecc... , ma devo stare attento a non stancarmi troppo se no come faccio la sera a giocare bene nella partitella a calcio? giusto, meglio dare un' occhiata alla puntata di Holly e Benji non si sa mai che riesca a carpire il segreto del tiro da tigre di Mark Lenders (che è stato scoccato tre episodi fa)... care vacanze estive vi amo, e questa visione di delfini dalla nave "Tirrenia" che ci riporta a casa dalla Sardegna è la ciliegina sulla torta di una vacanza splendida passata a nuotare fra le varie sfumature di azzurro, ma non è finita quest'anno posso anche andare al campeggio col prete, e qui tutte le bambine si innamorano di me! chissà cos'avrò in più rispetto all'inverno, che non mi caga nessuno?
Si vede che da felice sono più bello...
ma, ma cosa c'entra la sveglia adesso? no ti prego non dirmi che era un sogno, no no no
non ce la posso fare ad andare a lavorare... eppure il caldo la luce e i profumi sono sempre gli stessi... alieni se ci siete venitemi a rapire, ma non è originale neanche questo desiderio, c'ha già pensato Eugenio Finardi... però lo sfogo mi fa sorridere, almeno questo.




Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Nostalgia.