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Racconti sulla nostalgia

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Una volta arrivava l'estate

Promosso! Vacanze estive: andrò in bici al fiume, farò il bagno e pescherò con le mani, poi pranzo dai nonni... nel pomeriggio verrà mia cugina penso che guarderemo Doraemon e Don Chuck castoro poi le farò vedere che ho costruito Gordian (i tre robot uno dentro l'altro)con le lego e il giorno dopo? ehhh il giorno dopo sarà dura, invito da mio cugino Nicola di Santarcangelo come farò a scegliere con che Trasformers giocare che ne ha un'infinità! va bè se suo nonno ci porta al mare di sicuro scieglierò Devastator così nella sabbia farò lavorare i suoi componenti ruspa, betoniera, camion ecc... , ma devo stare attento a non stancarmi troppo se no come faccio la sera a giocare bene nella partitella a calcio? giusto, meglio dare un' occhiata alla puntata di Holly e Benji non si sa mai che riesca a carpire il segreto del tiro da tigre di Mark Lenders (che è stato scoccato tre episodi fa)... care vacanze estive vi amo, e questa visione di delfini dalla nave "Tirrenia" che ci riporta a casa dalla Sardegna è la ciliegina sulla torta di una vacanza splendida passata a nuotare fra le varie sfumature di azzurro, ma non è finita quest'anno posso anche andare al campeggio col prete, e qui tutte le bambine si innamorano di me! chissà cos'avrò in più rispetto all'inverno, che non mi caga nessuno?
Si vede che da felice sono più bello...
ma, ma cosa c'entra la sveglia adesso? no ti prego non dirmi che era un sogno, no no no
non ce la posso fare ad andare a lavorare... eppure il caldo la luce e i profumi sono sempre gli stessi... alieni se ci siete venitemi a rapire, ma non è originale neanche questo desiderio, c'ha già pensato Eugenio Finardi... però lo sfogo mi fa sorridere, almeno questo.



Una margherita

Una tavola apparecchiata, cosa si festeggia? non lo so, un compleanno, un Natale, una festa rivedervi tutti.
E a me non mi saluti? Mia nonna, la spilla sul vestito con le perle bianche, quella delle grandi occasioni, ciao quanto tempo... mio padre affetta il pane, mia mamma non ha tempo deve sempre far qualcosa, la vedo correre come sempre.
Ed io che ritorno bambina a farmi coccolare, parlaci di te, ho lo stesso sguardo basso che sembra imbronciato, ma non lo è e il cuore che scoppia nella gola, fingo indifferenza eppure sono davvero felice, scrivo pagine di gioia, scrivo di sapori che non ho più sentito, scrivo, anche a tavola, scrivo sempre. Eppure non sembra passato, vi vedo tutti ringiovaniti, con la forza degli anni migliori, il cielo adesso è fuori, non lo sto cercando, mi bastano quattro pareti e un tavolo, metti via quel foglio e quella penna e stai composta, mio padre severo quanto basta, per fare rispettare le regole che anche se mi stanno strette sono un bel vestito da portare, quel paio di scarpe di vernice nera che mi ostinavo a portare anche se mi facevano un po' male, ma erano troppo belle per potere rinunciare, mi facevano sentire importante.
Una bicicletta, un regalo, non capisco se è il mio compleanno e voi che mi augurate di andare lontano, ma io non voglio, vorrei tanto restare qui e fermare il tempo, non mi interessa quella strada la fuori è troppo in salita ed è ripida la discesa, per chi si sveglia all'improvviso.
Il giorno sta quasi spuntando dietro la tenda lavata di fresco, abbiamo fatto quasi l'alba e il tempo è lui che vince sempre è già arrivato, vi vedo allontanare dietro il finestrino di un sogno...
Vi prego... tornatemi a trovare, ho ripreso a scrivere, adesso scrivo di voi, il mio letto è diventato un prato in cui cercare una margherita, questa che ora vi dono.
La festa è finita.

   2 commenti     di: laura marchetti


Edge of forever

La terra trema, le clessidre si rovesciano. Il peso dei secondi le schianta al suolo senza che nessun corpo sacrifichi sè stesso nell'attutire l'impatto, mentre le nubi si addensano, forse di cattivo umore e presaghe di temporali, forse solamente strappate dai venti alla loro meta e in cerca di un po' di riposo. Così me ne sto lì, nel fallout, a respirare a pieni polmoni il profumo di vetri in frantumi e di strade spazzate via dall'insostenibile peso di una rosa. Ad assaporare ognuno dei minuscoli granelli che dalle ampolle si alzano irrequieti, in balia dell'uragano che li solleva e scuote. Ad osservare la loro danza dipingere il ritratto di parole mai veramente perse, ma impossibili da ritrovare. Di tempi e sogni mai veramente vissuti, ma indelebili nella mente e nel corpo. Lo Yin e lo Yang si celano, in fin dei conti nemmeno troppo sorpresi, dietro un velo di malinconia per il terrore di vampireschi capelli color verde Starbucks, per l'ennesima nebbia parallattica. Demoni delle nevi sussurrano frasi sconnesse riavvolgendo demotape persi nel silenzio colpevole di una notte non segnata su alcun calendario. Vecchie bandiere di Svezia e memoria a decorare il feretro di un cielo in fiamme. Un cielo rovente e purtroppo troppo lontano perchè si possa berne un po' di calore. Un cielo rovente e fortunamante troppo lontano perchè le piogge acide trafiggano la terra dei cimiteri prima di evaporare.



Che sensazione di leggera follia!

    Ero già stato una volta a Parigi. Un brutto ricordo: una storia finita male, della quale racconterò un'altra volta. Per di più, in uno squallido alberghetto, quella volta, avevo contratto le piattole. Ma la voglia di rivedere Blanche era più forte di tutte le disavventure passate. Amavo quella francesina, ma la lontananza poteva rappresentare una minaccia. Già da qualche tempo, quando le telefonavo, avevo la sensazione che fosse un po' freddina: non sentivo più quella passione nella sua voce.
    Mi aveva lasciato per telefono l'indirizzo del negozio di suo padre dove mi avrebbe raggiunto e sinceramente, una volta lì, non seppi bene che pesci prendere: un napoletano, simpatico, ma pur sempre il padre; per fortuna poco dopo giunse la madre che iniziò a ringraziarmi per come avevo aiutato la figlia quando era a Roma: aveva avuto un problema ai denti e grazie alle mie conoscenze l'avevo fatta curare gratis all'Eastman. (Control)
    Finalmente dopo qualche minuto giunse anche Blanche, l'abbracciai delicatamente, ero pur di fronte ai suoi genitori e la differenza di età tra noi, in fondo, era notevole. Lei 20 io 39 appena compiuti.
- Vieni stanotte dormi da me, domani andremo a cena da loro-.
Durante il tragitto verso la sua abitazione, abbastanza centrale, tentai di abbracciarla e di baciarla: in fondo era per questo che ero venuto. Ma la trovai un poco scostante.
    Giunti a casa sua vi trovai un tale, di cui non ricordo nemmeno il nome, tanto lo odiai in quel momento, un punk gay, che Blanche si era prefissa di normalizzare e che dormiva con lei. Ragazzi, una delusione: possibile che Parigi ogni volta mi serbava una sorpresa negativa? Sistemammo un divano letto e dormii in sala: ci riuscii solo perché ero stanco del viaggio.
    La mattina seguente facemmo colazione tutti e tre dovendo fare buon viso a cattiva sorte, poi Blanche mi chiese se conoscevo un po' Parigi: alla mia risposta affermativa mi invitò a farmi un giro per la

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La Spiga Incolta

PREFAZIONE DELL'AUTORE
Alcune precisazioni veloci. Essendo questo un insieme di ricordi di un uomo, il narratore( cioè io) ricorre a un uso che vi potrà sembrare esagerato di aggettivi: ma ciò è necessario, perchè aiuta il protagonista che ha vissuto una lunga vita a riportare alla mente i propri ricordi d'un tempo. Lo stile è leggermente diverso, credo sia un un nuovo esperimento, e spero lo apprezziate. Buona lettura.


Ricordo molto bene le terre in cui sono nato.
Ricordo le loro fattezze, gli arbusti e i fiori che le adornavano, gli odori che ne alternavano i giorni, le sorgenti limpide che inebriavano gli assetati, le distese dei papaveri che adombravano di rosso il cielo e addormentavano gli inquieti.
Ricordo soprattutto il mio piccolo paesello, che si allungava a settentrione al di là dei vetusti colli e di esso le stradine sconnesse, le osterie consunte, le case annerite, i mercati stracolmi di ogni bene, la piazza oblunga con la statua bronzea dell’indefesso lavoratore che dall’alto della sua monumentale austerità correggeva i paesani.
E ho in mente i compaesani, le loro facce impolverate, i contadini grevi ed accasciati, delle donne il pancione prominente, i bottegai stanchi, le commari affaccendate e i pargoli scalpitanti, colonna sonora più bella del mio piccolo, eterno paesello.
La mia casetta sorgeva in tutta la sua semplicità sulla congiuntura nord che si affacciava sulla piazza.
Di essa sono memore delle persiane scrostate e dell’umile facciata annerita dai primi smog delle nasciture automobili, e le scale dissestate che conducevano al salottino asciutto con annessa la cucina e l’adiacente camera da letto con il gabinetto e il necessario per l’igiene primario.
Mi ricordo il saggio tanfo della poltrona verde, l’unica tra l’altro che troneggiava nel salotto, che mi coccolava negli inverni più freddi, con l’ausilio della stufa in ghisa, regalatami anni prima che ivi mi trasferissi, da una contrabbandiere mio vecc

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Renaio: undici chilometri (prima parte)

All'epoca delle ferie d'agosto, dalla fine degli anni '60 al 1980, erano undici i chilometri che separavano Barga da Renaio, l'Ottocento dal Novecento, il presente dal passato, la vacanza dalla realtà di tutti i giorni.
Il confine fra le due realtà poteva variare, ma arrivava puntuale nel momento in cui si chiudevano le orecchie per la pressione atmosferica che diminuiva con l'altitudine e che di solito si sbloccavano poco dopo arrivati a destinazione. Undici chilometri di curve strette in una strada che era un grosso viottolo, inizialmente tutto sterrato, del quale si conosceva ogni curva, e che con il passare degli anni veniva asfaltato per tratti sempre più lunghi, traccia unica dell'avvicinamento della civiltà al piccolo paese che tardava invece a conoscere qualsiasi comodità.

La località si componeva di più nuclei; il principale era Renaio, con la bottega ed il telefono pubblico a scatti collocato nell'antibagno, con buona pace per la privacy di chi telefonava... ed anche di chi era in bagno.
Poco più in basso la scuola e, nella parte più alta del monte, da un lato la chiesa col campanile costruito poco discosto e dall'altro il cimitero. Poi, Bebbio, la Casermetta, una caserma della forestale in prossimità del sentiero che portava al Lago Santo, l'Abetaia, una vecchia casa di contadini abbandonata, ad un paio di chilometri dal centro, dove si potevano gustare le mele selvatiche e susine, ed infine Carpinecchio, a poca distanza, ma collegata alla già sperduta Renaio da un viottolo scosceso transitabile solo a piedi o con i muli. Una strada collegò la frazione solo alla fine degli anni Settanta, quando fu aperta una via che dal fondo valle risaliva su fino alla via dell'Alpe.
La strada, tutta curve, continuava infatti nel bosco fino al passo delle Radici, dal quale si poteva raggiungere San Pellegrino in Alpe. Qualche volta abbiamo fatto anche quella strada, che consentiva di arrivare al santuario senza tornare indietro a Barga e passare per

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La partenza di Francesco Paolo

I manicaretti alle olive danzavano briosi e primitivi nella testa di Francesco Paolo. A volte, quando il treno partiva, ne riassaporava con immaginaria libertà il loro gusto materno, rimestando in bocca gli avanzi dell'ultimo cornetto, preso poco prima al bar della stazione. Lo faceva spesso perché, per qualche ragione, quel dolce fondersi della sfoglia e dello zucchero a velo sotto il palato lo allontanava dal pensiero di un altro tedioso viaggio tra i monti dell'Appennino. Per intanto suo padre, vestito di pezze, gli portava la valigia corrugando una flebile angoscia al suo dipartire. La mestizia gli screpolava il cuore e così, preso dal ricordo dell'ultima nostalgica golosità, affogava con il suo vecchio in discorsi blandi, al limite del ridicolo. Riempivano i silenzi dell'addio con poche frasi mangiucchiate sul tempo, sul ritorno a breve, sul sole a picco in testa alla stazione.
Poscia ch'ebbe ritrovato il binario al primo colpo, non manifestando alcuna ansia per l'attesa, Francesco Paolo si alzava sulle punte dei piedi per poi ricadere sui talloni a movimenti costanti, mascherando qualche leggera premura agli occhi del padre, lontano dai pensieri rincuoranti di manicaretti perduti.
Tra quei monti, nella valle dove la sua infanzia si era consumata in uno schioppo di fucile, di patate bollite e di scamorze fritte, il senso di vuoto spariva solo il giorno dopo, quando al pensiero del ritorno s'aggiungeva la serena follia di un'uscita con gli amici di sempre. Era là che Francesco Paolo non serbava più alcuna intimità, la perdeva disseminandosi d'allegrezza; rincasando sul fare del giorno, alle prime luci del crepuscolo e guardava laggiù oltre l'orizzonte, dove tosto l'attendeva il domani. Quello strano e speciale sentimento gli riempiva il cuore, si faceva beffe ben più alte di lui, al voltarsi indietro verso la vita di paese, ora che la città lo trastullava con altro odore di caffè.
"Rimetti la cintura al pantalone", biasciò suo padre sottovoce. "

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