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Racconti sulla nostalgia

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It was a Dream

... una sala... uno stereo... un pensiero confuso... una vita... debolezze che odi schiarire... corazze su corazze fatte di finti sorrisi e ipocrite parole... paura di trovare in quello che uno specchio ti rimanda indietro la bugiarda verità... che sogghignando si prende gioco di te... e la forza che non hai... e il coraggio che si scioglie come zucchero soluto in acqua... e la pelle che livida si deturba tra i battiti irregolari di un cuore senza vita... e il dolore che ami... che ti "aiuta" a farti sentire piena... che ti ricorda meglio il sorriso che viene subito dopo... un foglio bianco... una penna dal tratto pesante... e le mille parole che a raffica si aggrappano a un quadretto piuttosto che ad un altro... e la folle disperazione di non avere più un sogno... di non avere più una vita... di tornare ad essere Vuota...



Ricordo

Succede spesso, arrivati ad una certa età, di andare a dormire e di non poter prendere sonno. Allora si pensa ai fatti nostri, alla nostra famiglia, ai nostri morti.
Sovente la memoria va ai tempi passati, ai primi anni della nostra vita,
proprio quando eravamo bambini.
Come in un sogno ecco cosa mi è venuto in mente.
Da bambino, al mio paese ci saranno state non più di mille persone.
Tre file di case, una dietro l’altra, quasi tutte uguali: tutto li.
A mezzogiorno tutti a casa; alla sera, d’inverno, tutti nella stalla. Quasi tutti avevano del bestiame: il bue, la mucca, vitellino, la capretta: i più ricchi, due buoi e un cavallo. Per il trasporto dell’uva e del fieno, il carretto e il carro.
I cortili erano tutti uguali, e non mancavano conigli e galline.
Tutti avevano una o più vigne e lavoravano fino a quando riuscivano a trascinare le gambe.
Tutte le famiglie si facevano il vino. Quando tutta l’uva era in cantina, nei tini, gli uomini più robusti si mettevano scalzi, danzando sui grappoli, pigiavano fino a mezzanotte. I ragazzi e le ragazze, scherzando e cantando pigiavano nelle tinozze, alla fine, una pentola di acqua calda per lavarsi le gambe rosse come il sangue e togliersi le bucce che rimanevano tra le dita dei piedi.
Si conoscevano tutti: i giovani si davano del tu; ai vecchi, del voi. Al parroco e alle maestre”Riverisco”.
Quando ci si incontrava si salutava: buondì, buonasera. Vieni, vai, andiamo? Se c’era una festa, una ricorrenza, una sepoltura: tutti presenti.
Per la riparazione delle strade si stabiliva il giorno e vi partecipava un rappresentante per famiglia.
Tutti nel loro pezzo di terra, vigna o campo, seminavano grano, mais, fagioli, patate: un po’ di tutto.
A seconda delle stagioni, al venerdì, si vedevano le donne che facevano la fila, con cesta in testa e bambino per mano, sette chilometri per andare al mercato a Nizza monferrato
a vendere una coppia di polli, una dozzina di uova, una cesta di moscato pe

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   8 commenti     di: Gian AR


Il bianco e il nero

Ancora una volta la vita mi stava portando via un dono che ritenevo prezioso.
Tu la mia rarità: Un tesoro nel mio scrigno:
Come una perla rara nel mio cuore.
Il tarlo della gelosia si è impossessato di me.
Il mio corpo, come un oggetto senz'anima, senza te.
Alle volte sei adorabile, altre nevrotico,
un vero rompiscatole.
Siamo come il bianco e il nero.
Mi sono sempre sentita sconfitta in partenza,
due caratteri opposti, ma che divisi sono persi.
Quando riuscivo a dimenticarti, tu riapparivi,
al momento mi sentivo proprio bene,
ma inevitabilmente, il litigio era li: covava sotto la cenere,
e si incendiava in un secondo.
Di nascosto piango, mi sfogo in un fiume di lacrime.
Un dolore dentro che passa poco per volta,
bisogna dargli tempo.
Il mio disagio, che prende voce,
forse ci sono cose che con fatica si superano,
ma mi sento comunque una donna nuova.
Voglio credere ancora nell'amore.
La vita mi ha riservata già molte delusioni.
Ma tutto sommato, mi sembra di essere
come un'araba fenice, che con forza,
determinazione e volontà.
Risorge dalle proprie ceneri...

   7 commenti     di: claudia checchi


Ombre (seconda parte)

“Ragazzi, siamo nei guai”. Venendo da Trent queste parole erano particolarmente allarmanti. La grossa mercedes nera era parcheggiata in una piccola radura ai bordi della strada, in un piccolo boschetto a circa 5 Km da Hallow. Nell’abitacolo pieno di fumo, Trent e gli altri si passavano nervosamente uno spinello. In genere questa operazione era qualcosa di piacevole, ma quella notte nessuno dei quattro occupanti della macchina era in grado di rilassarsi. Il piano preparato da Trent era fallito, e lui e la sua banda erano al punto di partenza. A dire la verità Eddy non aveva ancora capito bene in cosa consistesse questo piano, ma lui era abituato a non fare domande e a obbedire a quello che gli diceva Trent. Così non si era chiesto perché avessero comprato tutto quel fumo, ne perché avessero guidato per così tante ore. Una volta arrivati a destinazione, in una piccola cittadina di cui si era già scordato il nome, lui e Hugh erano stati obbligati a rimanere in macchina, mentre Trent e Lucky erano usciti baldanzosi dicendo che andavano “a concludere un affare”. Chiusi in quella macchina, con Hugh che si rollava uno spinello come sua abitudine, Eddy aveva pensato che non sarebbe stato male se Marion lo avesse visto adesso, lì a trattare gli affari come un duro, e magari si sarebbe detta che lui era molto più forte di quel fighetto di Jimmy, e avrebbe aggiunto che sì, sarebbe voluta uscire con lui, e camminare insieme sulla spiaggia, e che non le importava che lui non avesse la macchina sportiva, o gli abiti firmati, perché a lei interessava solo lui e la sua compagnia, e lui l’avrebbe guardata negli occhi e le avrebbe detto…Fu in quel momento che Eddy si rese conto che se Trent non si fosse procurato i soldi, tutti i suoi sogni, quelle stronzate che gli avevano riempito la testa in quegli anni, non sarebbero serviti a niente, perché Rock lo avrebbe fatto fuori, e contro i coltelli di Rock non sarebbero servite le illusioni che da sempre lo avevan

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   0 commenti     di: Simone Mascardi


il cammino

La campagna dormiva. Non si udiva nemmeno il suono delle cicale o il ronzare degli insetti in quel momento della giornata che i contadini chiamano “controra”.
La controra, dalle mie parti, sono quelle ore che, nelle giornate estive, vanno dall’una alle cinque del pomeriggio, quando il sole picchia le sue martellate più violente e non vedi nessuno per il paese o per le campagne.
La terra era secca, spaccata da secoli di siccità che le rare piogge e il sudore di quelli che la lavoravano non riuscivano ad alleviare, solo il vento giocava con i rami degli olivi centenari, che mio padre curava con amore ed entusiasmo.
Centocinquanta piante d’olivo in quello che era stato il podere di mio nonno materno, Domenico, e che ora lui stava facendo rifiorire.
Piante d’olivo a perdita d’occhio nello scenario di colline che dal paese rotolavano giù fino alla piana che aveva visto, secoli prima, la città di Sibari brillare e poi cadere.
Più avanti ancora, l’azzurro stupendo del mare.
Da lì, allungando le mani, si poteva quasi toccare il mare.
Conosco bene quel pezzo di terra che, ragazzino, quando si abitava ancora in paese, mi aveva visto vagare fra i suoi olivi, i fichi d’india fittissimi, le siepi di rosmarino.
Andavo in campagna con mio nonno ogni volta che potevo. Avevo circa otto anni allora e quando uscivo da scuola andavo a casa dai nonni a pranzare. Casa mia era distante dalla scuola un paio di chilometri ed io preferivo andare da loro, nel centro storico del paese. Lì vicino abitavano i miei amici, i compagni di classe, eravamo ancora in molti allora a giocare per i vicoli. Ricordo nitidamente soprattutto il profumo dell’aria quando si affacciava la primavera, e la luce abbagliante del sole che ci investiva quando si apriva il portone della scuola.
Mentre camminavo per arrivare dai nonni sentivo attorno a me la vit

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   1 commenti     di: domenico gullo


Treno del sud Cap. II (Le finestre di Mara)

Il treno era fermo nella stazioncina. Si percepiva il vociare confuso della gente come il sonoro di un film ascoltato in lontananza.
Mara in piedi nel corridoio affollato con il vetro del finestrino abbassato, sentiva sul viso l’aria calda ed umida e l’aspirò profondamente. Si soffermò, nell’attesa, a guardare in un angolo del vetro un moscone che aveva smesso di ronzare. Un uomo, il bavero del colletto sollevato, la salutò e salì sul vagone accanto. Due giovani sul marciapiede la stavano osservando e lei fece allora il gesto di chiudersi la giacca quasi a difesa, per timore che quelli le leggessero dentro l’emozione e la confusione.
Aveva gioia e paura di partire. Al primo fischio del capostazione, grossi vasi di oleandri dai colori accesi si imposero al suo sguardo, ricordandole che andando lontano in una città, stava perdendo quella rigogliosa natura. Le sembrò un tradimento alle sue origini ma rimase là, affacciata al finestrino.
Il fischio si ripeté ed il treno prese man mano velocità. L’aria le accarezzava il volto e tutto sembrava collaborare a risvegliare in lei il sentimento della nostalgia e della colpa. Stava appena partendo e provava già tanto dolore? Non era quello che aveva sempre sognato nelle lunghe calde giornate o nei lunghi inverni? Intanto un paesaggio familiare sembrava scorrere come un film sotto i suoi occhi. Alberi di ulivo dai tronchi grossi e contorti pareva le venissero incontro frettolosamente per poi abbandonarla con rapidità. Sembravano mostri pietrificati. In quella luce calda e accecante, le ombre scure dei buchi nei tronchi, erano come caverne e parevano mostrare una natura forte e tenace che sapeva sopravvivere anche nelle difficoltà.
Interminabili “muretti a secco” ricordo della fatica dell’uomo per dissodare la terra correvano lungo i fianchi delle rotaie. In lontananza si distinguevano le strisce bianche dei “trat

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   5 commenti     di: MD L.


Patonsio si reincarna!

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