Racconti sulla nostalgia, racconto nostalgico - Pagina 3
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Racconti sulla nostalgia

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L'uomo che cercava risposte dal cielo

Basta saper volare, lo ripeteva continuamente in se, volare per
scappare via dal mondo, ma l'uomo non ha ali, se non il pensiero,
capace di planare oltre i confini dell'universo, l'infinito per
concepire ogni mistero del cielo.

Passava ore su uno scoglio in riva al mare con gli occhi rivolti ad
una nuvola, lo chiamavano l'uomo delle nuvole, il sognatore, perchè
sembrava vivere in un altra dimensione.
Forse era una verità, era un tipo strano, oserei dire misantropo.

Si racconta che chi ha perso tutto trascorre i giorni con lo sguardo
rivolto al sole e quel piglio austero di chi è sul punto di fare un
interrogatorio, ma trova difficoltà a cercarne le domande.
A volte lo chiamavano l'alieno, e forse lo era...

Tutto era iniziato quando lei era andata via, Graziella e i suoi
occhi scuri e profondi.
A volte sentiva che ci sarebbe affogato dentro.
Era un uomo solitario e niente aveva senso dopo che lei era partita.

Giovanni viveva di ossessioni e malattie immaginarie. Di notte aveva
incubi, presagi oscuri sul suo futuro.

Nel mezzo dell'oscurità si svegliava freddo, sudato, ansimante. Aveva
paura, paura della sua solitudine.

Graziella lo aveva amato di quell'amore pulito, spontaneo che non
chiedeva nulla in cambio se non amore, la loro era una storia
semplice di quelle quasi banali, di quelle che passano inosservate.
Importante solo per chi la stava vivendo.
Giovanni non viveva più nulla se non il cielo dopo che Graziella era
andata via.

Del resto lei era una tipa particolare, una vagabonda e una notte era
partita, così di punto in bianco senza avvertire, lasciandolo solo con
le sue ossessioni, un biglietto sul comodino con segni incerti e una
grafia infantile - ADDIO.

Dapprima aveva cercato di farsene una ragione, aveva valutato ogni
prospettiva futura, ma niente valeva Graziella e la sua vita con lei,
i suoi giorni felici.

Ossessionato da quei ricordi di punto in bianco, aveva mollato ogni
cosa, la sua casa

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   4 commenti     di: Anna Lamonaca


DELLA MIA REGIONE

Nei lontani anni 70, lasciai la mia terra natia
e venni a vivere in Lombardia, in un paese
molto accogliente, ma io molto sofferente, non
capivo niente, la gente mi guardava
continuamente.
Non fu' facile lasciarela mia adorata Versilia
il mare, le colline, le alte altitudini
le amiche a me care, e pure le mie abitudini...
Pero' devo dire mi ritrovai ad
ammirare la candida neve, soffice e lieve
un paesaggio imbiancato, puro e immacolato
io che non avevo mai visto la neve
cosi' da vicino, ne fui incantata
non l'avevo mai
neppure toccata
ne rimasi affascinata.!!!

   6 commenti     di: claudia checchi


La Spiga Incolta

PREFAZIONE DELL'AUTORE
Alcune precisazioni veloci. Essendo questo un insieme di ricordi di un uomo, il narratore( cioè io) ricorre a un uso che vi potrà sembrare esagerato di aggettivi: ma ciò è necessario, perchè aiuta il protagonista che ha vissuto una lunga vita a riportare alla mente i propri ricordi d'un tempo. Lo stile è leggermente diverso, credo sia un un nuovo esperimento, e spero lo apprezziate. Buona lettura.


Ricordo molto bene le terre in cui sono nato.
Ricordo le loro fattezze, gli arbusti e i fiori che le adornavano, gli odori che ne alternavano i giorni, le sorgenti limpide che inebriavano gli assetati, le distese dei papaveri che adombravano di rosso il cielo e addormentavano gli inquieti.
Ricordo soprattutto il mio piccolo paesello, che si allungava a settentrione al di là dei vetusti colli e di esso le stradine sconnesse, le osterie consunte, le case annerite, i mercati stracolmi di ogni bene, la piazza oblunga con la statua bronzea dell’indefesso lavoratore che dall’alto della sua monumentale austerità correggeva i paesani.
E ho in mente i compaesani, le loro facce impolverate, i contadini grevi ed accasciati, delle donne il pancione prominente, i bottegai stanchi, le commari affaccendate e i pargoli scalpitanti, colonna sonora più bella del mio piccolo, eterno paesello.
La mia casetta sorgeva in tutta la sua semplicità sulla congiuntura nord che si affacciava sulla piazza.
Di essa sono memore delle persiane scrostate e dell’umile facciata annerita dai primi smog delle nasciture automobili, e le scale dissestate che conducevano al salottino asciutto con annessa la cucina e l’adiacente camera da letto con il gabinetto e il necessario per l’igiene primario.
Mi ricordo il saggio tanfo della poltrona verde, l’unica tra l’altro che troneggiava nel salotto, che mi coccolava negli inverni più freddi, con l’ausilio della stufa in ghisa, regalatami anni prima che ivi mi trasferissi, da una contrabbandiere mio vecc

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Treno del sud Cap. II (Le finestre di Mara)

Il treno era fermo nella stazioncina. Si percepiva il vociare confuso della gente come il sonoro di un film ascoltato in lontananza.
Mara in piedi nel corridoio affollato con il vetro del finestrino abbassato, sentiva sul viso l’aria calda ed umida e l’aspirò profondamente. Si soffermò, nell’attesa, a guardare in un angolo del vetro un moscone che aveva smesso di ronzare. Un uomo, il bavero del colletto sollevato, la salutò e salì sul vagone accanto. Due giovani sul marciapiede la stavano osservando e lei fece allora il gesto di chiudersi la giacca quasi a difesa, per timore che quelli le leggessero dentro l’emozione e la confusione.
Aveva gioia e paura di partire. Al primo fischio del capostazione, grossi vasi di oleandri dai colori accesi si imposero al suo sguardo, ricordandole che andando lontano in una città, stava perdendo quella rigogliosa natura. Le sembrò un tradimento alle sue origini ma rimase là, affacciata al finestrino.
Il fischio si ripeté ed il treno prese man mano velocità. L’aria le accarezzava il volto e tutto sembrava collaborare a risvegliare in lei il sentimento della nostalgia e della colpa. Stava appena partendo e provava già tanto dolore? Non era quello che aveva sempre sognato nelle lunghe calde giornate o nei lunghi inverni? Intanto un paesaggio familiare sembrava scorrere come un film sotto i suoi occhi. Alberi di ulivo dai tronchi grossi e contorti pareva le venissero incontro frettolosamente per poi abbandonarla con rapidità. Sembravano mostri pietrificati. In quella luce calda e accecante, le ombre scure dei buchi nei tronchi, erano come caverne e parevano mostrare una natura forte e tenace che sapeva sopravvivere anche nelle difficoltà.
Interminabili “muretti a secco” ricordo della fatica dell’uomo per dissodare la terra correvano lungo i fianchi delle rotaie. In lontananza si distinguevano le strisce bianche dei “trat

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   5 commenti     di: MD L.


capitolo 2 -Samantha-

Avevo un mal di testa atroce, sarà stato l’effetto del caffé e della tisana messi insieme. Alzo subito lo sguardo verso l’orologio e mi accorgo che è tardissimo, sono le 11. Corro immediatamente verso il bagno, mi do una lavata veloce e di nuovo sui libri, questa volta sul serio. Sulla scrivania avevo tutto: libri, matite, penne, fogli, righe, squadre, gomma, scolorina, cellulare e come al solito non poteva mancare il caffé. Sono un malato di caffé. Ho scoperto la sua magica proprietà ai tempi del liceo. Ricordo che quando ero a corto di energie mi preparavo un’intera macchinetta tutta per me. La caffeina mi dava energia, mi faceva sentire al massimo, pronto ad ulteriori sforzi. Era proprio questo che mancava alla mia vita: l’energia, la forza di abbattere gli ostacoli.

Era ormai pronto per studiare quando improvvisamente…squilla il cellulare. Chi poteva essere alle 2 di pomeriggio?? Di solito non ricevevo né chiamate né messaggi. Di certo non poteva neanche essere la mia ragazza non ne ho una. Non sono il classico ragazzo amato dalle ragazze. Anzi si direbbe che non sono tanto in sintonia con il mondo femminile. Per me la donna, è sempre stata un universo a sé, un altro mondo, un mistero affascinante. Ho spesso desiderato avere una ragazza al mio fianco. Ma purtroppo come mi dicevano sempre i miei amici sono proprio fuori strada. Diciamo che non ci so fare per farla breve. Più di una volta mi è capitato di incontrare una bella ragazza e magari innamorarmene ancor prima di conoscerla. Immaginavo sempre la nostra storia, le nostre passeggiate lungo il mare, i nostri baci intensi, i nostri appuntamenti. Tutto in me era in funzione di lei. Capitava che non vedendola per un po’ cominciavo a preoccuparmi; il mio umore cambiava spesso, c’erano delle volte che ero nervoso, triste, solo, abbandonato, altre in cui bastava uno suo sguardo od un suo semplice “ciao” per dare un senso alla mia giornata. Ero un burattino succube degli altri. Non m

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Nonna Maria

La casa di Elena non distava molto da quella dei nonni materni: bastava percorrere qualche viuzza del paese, attraversare la piazza grande, una corsa in un prato ed infine il gioco era fatto.
Sua madre lasciava che la bimba si recasse a far loro visita tutte le volte che ne avesse voglia, da sola, con la sua bicicletta, cosa che la rendeva felice perché era abbastanza raro che la lasciassero girare senza qualcuno che la sorvegliasse.
Le strade dei paesi alle due del pomeriggio sono deserte, non vi passa anima viva perché è l’ora consacrata alla siesta pomeridiana, per cui anche una bimba di quell’ età poteva benissimo passeggiare senza timore.
Quel pomeriggio il cielo era terso; non una nuvola ad offuscarlo, era perciò l’occasione migliore per provare la nuova Graziella arancione che le era stata regalata da poco.
Si sentiva alta su quella sella e le sembrava di dominare la strada.
La mamma la salutò dalla finestra dopo le ultime raccomandazioni.
Elena promise che non avrebbe dato retta al suo istinto di sfrecciare veloce, che sarebbe stata cauta, ma soprattutto promise che si sarebbe recata solo da nonna Maria che l’aspettava sempre in quell’ora del pomeriggio.
Abitava in una grande casa insieme al marito e ad un figlio Orlando allora scapolo e si dilettava a fare delle ottime torte e montagne di polenta.
La stanza più frequentata della villa, era una grande stanza nell’interrato che faceva da cucina, arredata con mobili rustici, vissuti, carichi di ricordi.
La solita pentola d’acqua bollente borbottava sulla piastra della stufa a legna e c’era odore di pesce, forse di gamberetti al sugo che in quella famiglia amavano molto gustare insieme ad una bella fetta di polenta e ad un buon bicchiere di vino.
Il caffè era stato appena fatto e ce n’era sempre un cucchiaio, solo un cucchiaio per la più piccola.
Amava molto il sapore amaro di quella bevanda, purtroppo prerogativa dei soli adulti e si chiedeva quando sarebbe arrivato

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Il suono del vento nel bosco

Ascolto il suono del vento nel bosco, una melodia appena sussurrata; larici, abeti, faggi, vecchi e saggi maghi che parlano con me fin da bambino.
È strano: guardavo mio padre, forte e deciso, camminare sul sentiero ombroso. Sordo alle loro parole. Io rimanevo incantato e commosso.
"Carlo vieni ", la voce di mio padre impaziente, i miei fratelli che ridevano per la mia testa fra le nuvole. Ero rimasto di nuovo indietro, il mio cesto vuoto, perfino le mie sorelle avevano raccolto qualche fungo e se ne vantavano.
Anni dilavati dalla pioggia; percorro vecchi sentieri, non mi serve pensare dove sto andando, hanno tracciato un solco nella memoria, potrei farli ad occhi chiusi.
Mi fermo appoggiandomi a una roccia e assaporo il caldo del sole sul viso. I vecchi saggi continuano a parlarmi; vorrei tacessero, perché insistono a scavarmi nell'anima facendo uscire i ricordi.
Il suono di una cascata poco lontano mi riporta alla memoria il tuo sorriso, ( il sorriso di un bambino), innocente e spontaneo. Una giornata come tante, passata al mare con gli amici, stanco di lazzi e scherzi mi allontano quieto per guardare un tramonto di fuoco sul mare.
Ne ho visti tanti dalla cima del monte; tutti nuovi ogni volta e straordinari.
Ma questo, che si rifrange in mille luci sulle onde, è diverso. Capto qualcosa nell'aria, come quando l'odore di ozono preannuncia la folgore imminente.
Una risata cristallina mi fa l'effetto di una scossa elettrica; mi volto e rimango impietrito, incontro i tuoi occhi, un azzurro infinito dentro il quale si riflettono le stelle.
Mi guardi e sorridi; le tue labbra si muovono. ma mi sembra d'essere sott'acqua.
Non sento niente, non respiro, resto li non so per quanto, un attimo e l'eternità che si uniscono.
Il tuo volto si fa serio, ti avvicini e raccogli una palla che era finita ai miei piedi; quando ti rialzi mi pianti di nuovo gli occhi negli occhi, la tua mano tocca la mia guancia( la carezza di una donna).
"Ti senti bene?" mi chiedi.
Bocc

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   3 commenti     di: gina



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