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Racconti sulla nostalgia

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Lettera a un ricordo

In questa serata affidata al cielo estivo che pare giocare di stelle cadenti, ammiro la quiete risuonante di grilli. C'è quel silenzio solo sfiorato dai brusii della natura che non interrompe mai il suo cullare, nella penombra, riflessi d'ali intorno.
Ed io penso alla mia vita, penso agli attimi che più s'accalcano di episodi... e penso a te, caro ricordo.
Ti scrivo, ora, per fermare emozioni che tu hai saputo, forse inconsapevole, donare.
Ti rammenti il primo dialogare, il primo suscitare in me quelle sorprese divertite nel tuo intavolare questioni d'amore.
Domande e risposte, sollecitazioni e palpiti: ecco il mio primo aprire il cuore verso te. E tu, trascinavi facile in un sentiero fatto di fantasia, di sogni rinati alle tue premure e di viaggi nel tuo esistere ignoto. Forse la solitudine di un sentimento, sia tuo che mio, ha giocato per qualche giorno, ponendo come posta il desiderio impossibile. Ma ancor prima di aver vigore e trasformarsi in tangibile necessità, piano gli slanci teneri si affievoliscono in te, e restarono poi muti e sempre più lontani nel riprendere parole più importanti.
Poi il silenzio di giorni, e l'anno passato ti porta in un altro tempo dove solo tu sai le cadenze e i luoghi del tuo vivere.
Ormai, caro ricordo, mi chiedo se sei in effetti un ricordo, l'attimo speciale vissuto e superato da altri attimi di contorno, superficiali e riservati all'indifferenza di un passaggio sfuggito per sempre.
Tuttavia in questa serata di pacata malinconia, mi chiedo ancora, e forse finché resterai in me, perché il mio pensiero diventa felice al tuo nome, perché le tue parole sono in me vive e calde, e piene di dolcezza come al tuo primo ciao, perché immagino il tuo apparire sempre prossimo, perché... ti amo, se alla fine sei e resterai un ricordo scritto che sbiadirà anche in queste righe.

   0 commenti     di: Marhiel Mellis


Al mio miglior errore

La notte odorava di sesso e fatalità. Aveva scelto il profumo adatto e si era agghindata a festa con tutte quelle stelle lontane e lucenti di desiderio. Entrambi camminavamo in silenzio verso nessun posto, evitando l'uno lo sguardo dell'altra. Parole non venivano dette, ma entrambi le percepivamo, trasportate dalla brezza estiva caratteristica di quelle nottate d'agosto senza nome. Ci ritrovammo sotto casa sua quasi per caso, come due turisti che dopo aver imboccato vicoli sconosciuti, scoprono di avere davanti il bar che cercavano. Guardai il portone di casa sua e poi lui. Mi domandai a chi dei due fosse venuta l'idea di guidare l'altro lì, ma la risposta era che ci seguivamo l un l'altra, ignari di dove i passi ci portavano. Ci guardammo sapendo benissimo che quella notte era già scritta. I suoi occhi verdi mi mostrarono il nostro primo incontro.
Era aprile ed io ero seduta sul marciapiede di un vicolo vuoto e senza identità. Lui passò proprio di lì con la birra in mano, mi guardò un attimo e come se ci conoscessimo da sempre, si sedette accanto a me e me ne offrì un sorso. Nei suoi occhi ritrovai me stessa e fu forse per non perdermi che passai sette anni della mia vita con lui. Io non lo amai mai, mentre lui amava abbastanza per entrambi. Non ci lasciammo nemmeno. Fu un tacito accordo: una sera di ottobre mi guardò con le lacrime agli occhi e capii che quell'amore sbagliato a lui faceva solo male. Molte notti avevo sperato fosse così cieco da non accorgersi che io in quel rapporto non avevo alcun ruolo emotivo, ma lui era perspicace e il mio volto era sempre stato un libro aperto. Quella sera feci le valige e me ne andai per strada, fra le foglie morte, trascinando un freddo ottobre via con me. Non mi girai nemmeno verso di lui, sapevo che mi osservava dalla finestra, guardando la donna che avrebbe dovuto odiare andarsene.
Così quella sera d'agosto, dopo un paio d'anni, ci eravamo ritrovati. Ci scambiammo un cenno di saluto e ci incamminammo i

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   3 commenti     di: Persefone


L'Italia

Basta parole buttate al vento per avere l'applauso del popolo Italiano.
Quì non stiamo giocando una partita di calcio dove ci sfottiamo e Rosichiamo se la nostra squadra del cuore perde. Quì c'e' in gioco il futuro delle persone; dei giovani, dei meno giovani e degli anziani! un popolo intero che si trova nelle mani di questi personaggi che come nel poker, barano, facendoci credere di avere una scala reale quando in verità hanno solo una carta isolata.
Cari partiti è ora di fermarsi e riflettere, è ora che vi fate un esame di coscienza per capire cosa sta succedendo.
Tantissimi voti di protesta; ma voi vi state chiedendo il perchè?
vi siete accorti che c'e' stato un grande fallimento?
la gente è stanca di questa spazzatura che ogni giorno ci viene propinata, la gente vuole iniziare a respirare aria pulita, vuole poter credere, vuole poter tornare ad avere una speranza nel cuore.
L'Italia ha bisogno di rinascere, di spazzare via tutta questa corruzione, tutti questi ladri che hanno mangiato a nostre spese, che si sono permessi di Infangare e Umiliare una Nazione come la nostra, fregandosene di guardare verso il popolo, verso coloro che hanno la dignità di soffrire e guadagnarsi onestamente il pane.
È ora di cambiare, è ora di ridare a questa Italia la propria dignità, il proprio rispetto, è ora che quella poltrona non sia solo un trofeo, ma un ideale!
Non mi vergogno di essere Italiana, perché la mia terra non ha colpe, lei ha solo bellezze da scoprire, lei ci regala le meraviglie e ci mette a disposizione tutti i mezzi per realizzare i nostri sogni.
Gli errori sono stati fatti dal potere, da coloro che ci hanno violentati, strappandoci ogni diritto di esseri umani. Ma oggi dico Basta! È ora di cambiare, è ora di far emozionare questa Italia, che silenziosa aspetta in disparte qualcuno che la sappia amare.
Ora Basta!

   5 commenti     di: laura


DELLA MIA REGIONE

Nei lontani anni 70, lasciai la mia terra natia
e venni a vivere in Lombardia, in un paese
molto accogliente, ma io molto sofferente, non
capivo niente, la gente mi guardava
continuamente.
Non fu' facile lasciarela mia adorata Versilia
il mare, le colline, le alte altitudini
le amiche a me care, e pure le mie abitudini...
Pero' devo dire mi ritrovai ad
ammirare la candida neve, soffice e lieve
un paesaggio imbiancato, puro e immacolato
io che non avevo mai visto la neve
cosi' da vicino, ne fui incantata
non l'avevo mai
neppure toccata
ne rimasi affascinata.!!!

   6 commenti     di: claudia checchi


Doppia personalità

Doppia personalità

All’occhio del viaggiatore in osservazione affettuosa, le molli pareti e i versanti non troppo erti degli Iblei raccontavano, con orgoglio e con rispetto, qualcosa dei tempi di cui son figli e di cui portano il ricordo, affidando a una tenue brezza il bisbiglio che impercettibile narra di quando la terra si torse e si crepò, e dal suo straziato corpo, tra i lamenti e i rammarichi del parto, le cime e i crinali destinò fuori.
Magari Patonsio, su tali belle quaternarie storie, non rifletteva acutamente e troppo, ma oltre il parabrezza della lapa poteva, a suo bell’agio, ?" volendo prescindere dall’insignificante ostacolo delle pillacchere dei moschini a migliaia suicidatisi negli anni ruggenti del trabiccolo audace?" lanciare come un beffardo grido di sfida alle vanitose alture che osservava disegnate sull’orizzonte dello sterrato ch’egli percorreva, concedendosi, tra una curva e l’altra?" disordinata felicità! ?" la fregola della derapata nel tripudio del polverone lungo tratturi aspri, dove le peste di capre avevano arabescato il suolo di screzi, e il brivido asprigno della marcia gloriosa su due ruote, per metri pochi, ?" (vero è…) ?" ma esaltanti.
Ed era il grido d’orgoglio che Davide lanciò a Golia, l’urlo d’intrepidezza ch’Ettorre oppose al figlio borioso di Peleo, il bercio d’impudenza che la volpe sostenne appetto all’uva succosa e inaccessibile?" (del resto, un che di favolistico e leggendario conteneva la carcame dell’eroe nostro…).
Correva, Patò il briccone, col grintoso catorcio rombando, l’isterilita e riarsa contrada?" caduta in dimenticanza nella mente di Dio quando mise mano alle terre doviziose?" in un luminoso meriggio di giugno?" stravagante mese portator di misteriose preveggenze e malefici sensi, in cui s’aveva l’impressione che le stagioni con i loro torpori e le loro concitazioni vogliano scapricciarsi di correre in senso inverso a quelle degli uomini contrari

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Ricordo

Succede spesso, arrivati ad una certa età, di andare a dormire e di non poter prendere sonno. Allora si pensa ai fatti nostri, alla nostra famiglia, ai nostri morti.
Sovente la memoria va ai tempi passati, ai primi anni della nostra vita,
proprio quando eravamo bambini.
Come in un sogno ecco cosa mi è venuto in mente.
Da bambino, al mio paese ci saranno state non più di mille persone.
Tre file di case, una dietro l’altra, quasi tutte uguali: tutto li.
A mezzogiorno tutti a casa; alla sera, d’inverno, tutti nella stalla. Quasi tutti avevano del bestiame: il bue, la mucca, vitellino, la capretta: i più ricchi, due buoi e un cavallo. Per il trasporto dell’uva e del fieno, il carretto e il carro.
I cortili erano tutti uguali, e non mancavano conigli e galline.
Tutti avevano una o più vigne e lavoravano fino a quando riuscivano a trascinare le gambe.
Tutte le famiglie si facevano il vino. Quando tutta l’uva era in cantina, nei tini, gli uomini più robusti si mettevano scalzi, danzando sui grappoli, pigiavano fino a mezzanotte. I ragazzi e le ragazze, scherzando e cantando pigiavano nelle tinozze, alla fine, una pentola di acqua calda per lavarsi le gambe rosse come il sangue e togliersi le bucce che rimanevano tra le dita dei piedi.
Si conoscevano tutti: i giovani si davano del tu; ai vecchi, del voi. Al parroco e alle maestre”Riverisco”.
Quando ci si incontrava si salutava: buondì, buonasera. Vieni, vai, andiamo? Se c’era una festa, una ricorrenza, una sepoltura: tutti presenti.
Per la riparazione delle strade si stabiliva il giorno e vi partecipava un rappresentante per famiglia.
Tutti nel loro pezzo di terra, vigna o campo, seminavano grano, mais, fagioli, patate: un po’ di tutto.
A seconda delle stagioni, al venerdì, si vedevano le donne che facevano la fila, con cesta in testa e bambino per mano, sette chilometri per andare al mercato a Nizza monferrato
a vendere una coppia di polli, una dozzina di uova, una cesta di moscato pe

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   8 commenti     di: Gian AR


Su di un letto di foglie secche

Si portò vicino al sofà, fece per sistemare il copri divano che si era un poco scostato, poi, con un pesante respiro, si lasciò cadere su una pila di cuscini. Sollevò le gambe e si adagiò mollemente, assumendo una posa che ricordava tanto quella di un triclinio. Occhiaie profonde segnavano lo sguardo di Rita. Si aggiustò istintivamente una ciocca ribelle dietro l’orecchio e incrociò le gambe.
“Non so nemmeno bene come dirtelo Massimo…” aveva gli occhi persi nella plafoniera della lampada appesa al muro.
“Lo so già.” Massimo stette fermo sull’ingresso, le mani in tasca e lo sguardo puntato sul pavimento. Era la confessione di un tradimento
“Sai bene come vanno queste cose… io sono distrutta…” pianse qualche lacrima, reggendosi con la mano la frangia di capelli ricci e neri che le pendeva sulla fronte. “So che anche tu stai soffrendo, Massimo, tesoro…” si portò il fazzoletto sulla bocca e riprese a singhiozzare.
“Ma non è niente, davvero, non è come tu puoi pensare… cioè, forse nemmeno me ne rendo conto, ma va bene così, sei andata a letto con un altro, pace, che vuoi che faccia…” si appoggiò con una spalla allo stipite della porta e rimase a fissare la donna, che nel frattempo si era asciugata le gote.
“Ma… Giorgio è il tuo migliore amico… e….” era incredula. Non voleva pensare che tutto si potesse risolvere così, come un cerino che si affievolisce, senza nemmeno una scenata, una scarica di botte da mettere in conto. Niente.
Il migliore amico. La classifica degli amici. Tu sei il secondo mio migliore amico. Massimo desistette dal ripeterle ancora una volta lo stesso discorso: “Non fa nessuna differenza. È sintomo di qualcosa che tra noi non funzionava da tempo, questo è quanto. Se ti aspetti che mi arrampichi sui vetri o che spacchi qualcosa o che minacci di morte qualcuno resterai delusa.”
Il solito Massimo pensò Rita. Il solito mezzo uomo che si tira indietro al primo accenno di lotta. Il

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