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Racconti sulla nostalgia

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I teoremi di Euclide non servono a nulla

" Ma prof a cosa servono i teoremi di Euclide?"
Mi volto e ti guardo: Marco il mio alunno migliore, studioso, curioso, dotato di quella logica che ogni insegnante sogna... Marco già uomo di casa con una madre da proteggere e un fratellino da accudire...
Rivediamo le applicazioni ma, scuotendo i riccioli con quel tuo sorriso disarmante mi chiedi :
"ma nella vita a cosa mai serviranno?"
Ammutolisco come la classe che incantata aspetta che il suo capitano abbia la risposta..
Diviene la nostra battuta..." i due teoremi di Euclide valgono quanto il solo di Pitagora? " e come due complici ridiamo.. fino all'esame.
A settembre la notizia agghiacciante: leucemia linfoblastica acuta
Inizia quel calvario che affronti giorno per giorno sempre a ancora con quel tuo sorriso e quella battuta che mi ripeterai tante e tante altre volte ancora sempre uguale..
Accanto al tuo letto ti spiego la dimostrazione.. quella che i tuoi coetanei stanno ascoltando in un'aula e le applicazioni che vedrai nella geometria piana, che sicuramente vedrai nella geometria solida, che sicuramente vedrai...
poi... il buio.
Sono trascorsi tanti anni da allora... i programmi ministeriali non li hanno ancora cancellati... devo spiegarli.. ad alunni ogni volta diversi ma.. una improvvisa crisi allergica o una ciglia negli occhi giustifica sempre quella lacrima che proprio non vuole saperne di non scendere..
Girata verso la lavagna rivedo il tuo sorriso lontano e poi voltandomi lentamente con timore attendo...

   12 commenti     di: alice costa


Ombre (prima parte)

La vetrina risplendeva di mille colori, e il nero del velluto si rifletteva sul bianco della seta lanciando ammiccanti occhiate agli acquirenti. Giacche, pantaloni, maglie di tutte le taglie sorridevano a coloro che passavano, immagini vaghe di sogni proibiti e forse troppo lontani per essere raggiunti. Il ragazzo stava in piedi sul marciapiedi, e le ombre che si proiettavano dalla vetrina s’incontravano sul suo corpo per disegnare forme incomprensibili agli occhi dei passanti; ma lui non se ne curava, forse nemmeno le vedeva, perso nei sogni dei vestiti che lo chiamavano, chiavi d’accesso ad un magico mondo di desideri e piaceri, piaceri che si concentravano in notti passate in una discoteca- il Karma- e lei che lo guardava e gli diceva mi piaci, ti voglio qui e subito e loro due uscivano insieme ed andavano a passeggiare sulla spiaggia, loro due soli, le mani che si sfioravano e allora non ci sarebbero stati né la spiaggia, né il traffico lontano che gridava né i pedoni che camminavano distratti e indifferenti ai pensieri altrui…solo loro due e lì, in riva al mare, il traffico che gridava ma era lontano, sotto una calma luna primaverile si sarebbero baciati e lei gli avrebbe detto- piano ma la sua voce avrebbe sovrastato il mare: “Ti amo”. Ma per tutto questo ci voleva il vestito, la macchina, l’ingresso per il Karma, e lui, mentre guardava la vetrina, pensava che ci dovesse essere un modo per procurarsi i soldi, e che chissà chiedendo a Trent forse ci sarebbe riuscito- e le ombre si allungavano, invadevano la strada che si riempiva sempre più di pedoni affrettati, con il sole calante che annunciava il sabato sera imminente- e per alcuni, per Eddy tra questi, anticipo della notte esplosiva di sogni, ambizioni e desideri che chissà se si sarebbero avverati.
Una macchina inchiodò, e Trent gettò il mozzicone di sigaretta dal finestrino prima di rispondere con un gesto annoiato al clacson che suonava dietro di lui “Perché ti sei fermato” str

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   0 commenti     di: Simone Mascardi


Il venditore di grappa

Mi ricordo una sera al bar, parlando con alcuni amici, eravamo andati sul discorso di lavori che oramai non esistevano più e ne abbiamo elencati alcuni.
Più tardi nel ritornare verso casa, mi ricordai di quando ero bambino e trascorrevo le vacanze dai miei nonni.
Ed è stato proprio durante una di quelle vacanze estive che vidi per la prima volta un anziano signore dalla apparente età di circa cinquant'anni con una vecchia bicicletta entrare nel cortile del nonno.
Con un sorriso lo salutò, poi iniziarono a parlare.
Io anche se piccolo ero abbastanza curioso e mi avvicinai per capire di cosa stessero parlando ed è stato in quel momento che il signore con la bicicletta mi guardò per poi chiedermi:
“Anche tu piccolo vuoi assaggiare questo liquore speciale?”
Io lo guardai esterrefatto, 'chissà cosa mai vorrà farmi assaggiare, pensai tra mè.
Il nonno, nell'udire quelle parole mi guardò poi mi fece un piccolo sorrisetto, io avevo un certo timore del nonno, una persona molto alta per quei tempi, con un paio i baffetti da sparviero, come direbbe un comico che vidi un giorno in televisione.
“Vai a prendere un bicchiere Bepe,” Disse in quel momento il signore arrivato con la bicicletta e nel dire questo lo vidi rimuovere una coperta la quale nascondeva un cesto al cui interno mi sembrò ci fosse una ruota di un automobile.
Io rimasi sbalordito a guardare, mentre il nonno si allontanò per ritornare subito dopo con un piccolo bicchiere.
“Dai fam tastà se lè bunò.” Disse il nonno.
Quel signore piegò la ruota che aveva nel cestello e aprì una valvola, rimasi sorpreso nel vedere che non ne usciva dell'aria, come pensai, ma una specie di liquido bianco.
Dopo averne versato solo alcune gocce nel bicchiere, quel signore chiese nuovamente al nonno:
Dai Bepe, bef e dim se lè bunò?”
Il nonno dopo averla assaggiata esclamò:” Bunò!” E subito dopo ritornò in casa dove poco dopo uscì con una bottiglia che quel signore si affr

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   0 commenti     di: Giuseppe Loda


Illusioni

Il suo sguardo viaggiava lungo quel sentiero ciottoloso tra aride distese autunnali, punteggiate qua e là da imponenti querce immerse in un sogno crepuscolare. I raggi rossastri del sole nella sua quotidiana decadenza abbozzarono un fugace sorriso che subito si sciolse in un'amara consapevolezza: si stava solamente illudendo di aver potuto trovare un sostituto della sua dolce ispirazione.
Aveva scritto per lei. Aveva scritto a causa di lei. Scriverà solo di lei.

   5 commenti     di: Primo Wong


Renaio: undici chilometri (seconda parte)

La tombola era un altro dei divertimenti quando c'era abbastanza gente e ci si accordava prima della cena per essere in tanti, il più possibile.
"Allora stasera si gioca, mi raccomando venite!".
Si sistemava per il gioco preparando un tavolo unico nella parte dell'entrata della locanda; in quel caso erano essenziali le candele perché quando andava via anche la miserrima luce era necessario concludere la partita. La vecchia matrona Eva, madre di Giovanni ed Enrico, era l'organizzatrice delle tombole e quando si facevano non c'erano storie: la stanza di ingresso era per la tombola; quelli che volevano giocare a carte dovevano andare in cucina, nella stanza del caminetto o nella adiacente stanza del bar. Per chi non giocava rimanevano comunque le chiacchiere all'aperto.

Quella delle discussioni politiche era un'altra maniera per passare le serate. Le più spettacolari erano annunciate dalla presenza del "Notarone", un notaio di Barga, parente acquisito della famiglia; il Notarone era un liberale che affrontava le discussioni con i comunisti di montagna tra i quali mio padre, i socialisti di passaggio ed il prete: il Peppe poi dava il suo contributo, non di grande spessore, ma condiva la discussione con le sue infinite bestemmie che facevano arrabbiare il prete: quando c'erano tutti lo spettacolo era assicurato.
Nelle sere d'estate, quando era possibile, la piazza o terrazza era il luogo ideale per le discussioni che "sapevan di vino e di scienza": stavamo sdraiati sulle sdraio nel buio rischiarato solo dalla luna, o seduti sulle sedie o sulla panca che cingeva lo spiazzo; le discussioni, alla fine di agosto per l'inizio dell'autunno di montagna, si spostavano attorno al camino; si poteva partire dall'universale (il comunismo, la socialdemocrazia, il cristianesimo, i valdesi) giù fino al particolare o viceversa.
"Perché il comune di Barga non ci fa arrivare la corrente?"
"Perché la comunità montana non si muove per questa cosa."
"Ma come comunisti cosa pe

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La Spiga Incolta

PREFAZIONE DELL'AUTORE
Alcune precisazioni veloci. Essendo questo un insieme di ricordi di un uomo, il narratore( cioè io) ricorre a un uso che vi potrà sembrare esagerato di aggettivi: ma ciò è necessario, perchè aiuta il protagonista che ha vissuto una lunga vita a riportare alla mente i propri ricordi d'un tempo. Lo stile è leggermente diverso, credo sia un un nuovo esperimento, e spero lo apprezziate. Buona lettura.


Ricordo molto bene le terre in cui sono nato.
Ricordo le loro fattezze, gli arbusti e i fiori che le adornavano, gli odori che ne alternavano i giorni, le sorgenti limpide che inebriavano gli assetati, le distese dei papaveri che adombravano di rosso il cielo e addormentavano gli inquieti.
Ricordo soprattutto il mio piccolo paesello, che si allungava a settentrione al di là dei vetusti colli e di esso le stradine sconnesse, le osterie consunte, le case annerite, i mercati stracolmi di ogni bene, la piazza oblunga con la statua bronzea dell’indefesso lavoratore che dall’alto della sua monumentale austerità correggeva i paesani.
E ho in mente i compaesani, le loro facce impolverate, i contadini grevi ed accasciati, delle donne il pancione prominente, i bottegai stanchi, le commari affaccendate e i pargoli scalpitanti, colonna sonora più bella del mio piccolo, eterno paesello.
La mia casetta sorgeva in tutta la sua semplicità sulla congiuntura nord che si affacciava sulla piazza.
Di essa sono memore delle persiane scrostate e dell’umile facciata annerita dai primi smog delle nasciture automobili, e le scale dissestate che conducevano al salottino asciutto con annessa la cucina e l’adiacente camera da letto con il gabinetto e il necessario per l’igiene primario.
Mi ricordo il saggio tanfo della poltrona verde, l’unica tra l’altro che troneggiava nel salotto, che mi coccolava negli inverni più freddi, con l’ausilio della stufa in ghisa, regalatami anni prima che ivi mi trasferissi, da una contrabbandiere mio vecc

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Guadalavez

Non piove ormai da chissà quanto a Guadalavez. Si potrebbe andare al mare, oppure... oppure stare a casa col ventilatore ad un centimetro dal viso. Devo scrivere il racconto per El Diario de Guadalavez ma fa veramente troppo caldo. "Buon giorno maestro, anche oggi caldo da morire; eh beato lei che si gode la vita; ha visto che partita ieri? Se continua così le suoniamo anche a quei spocchiosi di brasiliani. Ecco il solito caffè maestro, ora le porto anche l'acqua". Ogni giorno così a Guadalavez, sempre uguale, sempre la stessa sedia, lo stesso tavolino e lo stesso caffè, che oltretutto non è neanche buono. “ Macchisenefrega del calcio, del brasile, a me non piace neanche il calcio, e così che vi tengono buoni. Panem et circenses. Ma io non ci casco, ahh no. Che si impicchino." Questi pensieri gli strisciavano tra le labbra mentre arrotolava del tabacco dentro una cartina, rituale giornaliero del dopo caffè; le sue labbra socchiuse davano il ritmo ai movimenti delle mani. "Che... si... impi... cchi... no...". Così silenziosamente borbottando completò la sua sigaretta. Ma quei gesti erano figli di un automatismo ricorrente. Quello che attraeva veramente la sua attenzione erano dei pantaloncini, guarda caso da calciatore, gialli bordati di verde con un numero dieci rosso stampato sul lato destro; sul lato sinistro un rombo verde con dentro un globo azzurro. Ma si, insomma, i colori del Brasile. Chi non conosce i colori del Brasile? Pantaloncini da calciatore attillati e molto corti, quelli dei tempi di Pelè, per intenderci. Don Fernando seguiva con una meticolosa panoramica quell'incedere lento. Dal suo tavolino aveva il pieno dominio visivo di Plaça de Libertadores e solo un idiota non si sarebbe potuto accorgere di quella camminata che tagliava lentamente la piazza. Del resto l'espressione dello scrittore era molto simile a quella di un idiota. Felicia era comunque accaldata anche se indossava solo quei pantaloncini e una canotta arancione. La sua

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