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Racconti sulla nostalgia

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L'uomo che cercava risposte dal cielo

Basta saper volare, lo ripeteva continuamente in se, volare per
scappare via dal mondo, ma l'uomo non ha ali, se non il pensiero,
capace di planare oltre i confini dell'universo, l'infinito per
concepire ogni mistero del cielo.

Passava ore su uno scoglio in riva al mare con gli occhi rivolti ad
una nuvola, lo chiamavano l'uomo delle nuvole, il sognatore, perchè
sembrava vivere in un altra dimensione.
Forse era una verità, era un tipo strano, oserei dire misantropo.

Si racconta che chi ha perso tutto trascorre i giorni con lo sguardo
rivolto al sole e quel piglio austero di chi è sul punto di fare un
interrogatorio, ma trova difficoltà a cercarne le domande.
A volte lo chiamavano l'alieno, e forse lo era...

Tutto era iniziato quando lei era andata via, Graziella e i suoi
occhi scuri e profondi.
A volte sentiva che ci sarebbe affogato dentro.
Era un uomo solitario e niente aveva senso dopo che lei era partita.

Giovanni viveva di ossessioni e malattie immaginarie. Di notte aveva
incubi, presagi oscuri sul suo futuro.

Nel mezzo dell'oscurità si svegliava freddo, sudato, ansimante. Aveva
paura, paura della sua solitudine.

Graziella lo aveva amato di quell'amore pulito, spontaneo che non
chiedeva nulla in cambio se non amore, la loro era una storia
semplice di quelle quasi banali, di quelle che passano inosservate.
Importante solo per chi la stava vivendo.
Giovanni non viveva più nulla se non il cielo dopo che Graziella era
andata via.

Del resto lei era una tipa particolare, una vagabonda e una notte era
partita, così di punto in bianco senza avvertire, lasciandolo solo con
le sue ossessioni, un biglietto sul comodino con segni incerti e una
grafia infantile - ADDIO.

Dapprima aveva cercato di farsene una ragione, aveva valutato ogni
prospettiva futura, ma niente valeva Graziella e la sua vita con lei,
i suoi giorni felici.

Ossessionato da quei ricordi di punto in bianco, aveva mollato ogni
cosa, la sua casa

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   4 commenti     di: Anna Lamonaca


La partenza di Francesco Paolo

I manicaretti alle olive danzavano briosi e primitivi nella testa di Francesco Paolo. A volte, quando il treno partiva, ne riassaporava con immaginaria libertà il loro gusto materno, rimestando in bocca gli avanzi dell'ultimo cornetto, preso poco prima al bar della stazione. Lo faceva spesso perché, per qualche ragione, quel dolce fondersi della sfoglia e dello zucchero a velo sotto il palato lo allontanava dal pensiero di un altro tedioso viaggio tra i monti dell'Appennino. Per intanto suo padre, vestito di pezze, gli portava la valigia corrugando una flebile angoscia al suo dipartire. La mestizia gli screpolava il cuore e così, preso dal ricordo dell'ultima nostalgica golosità, affogava con il suo vecchio in discorsi blandi, al limite del ridicolo. Riempivano i silenzi dell'addio con poche frasi mangiucchiate sul tempo, sul ritorno a breve, sul sole a picco in testa alla stazione.
Poscia ch'ebbe ritrovato il binario al primo colpo, non manifestando alcuna ansia per l'attesa, Francesco Paolo si alzava sulle punte dei piedi per poi ricadere sui talloni a movimenti costanti, mascherando qualche leggera premura agli occhi del padre, lontano dai pensieri rincuoranti di manicaretti perduti.
Tra quei monti, nella valle dove la sua infanzia si era consumata in uno schioppo di fucile, di patate bollite e di scamorze fritte, il senso di vuoto spariva solo il giorno dopo, quando al pensiero del ritorno s'aggiungeva la serena follia di un'uscita con gli amici di sempre. Era là che Francesco Paolo non serbava più alcuna intimità, la perdeva disseminandosi d'allegrezza; rincasando sul fare del giorno, alle prime luci del crepuscolo e guardava laggiù oltre l'orizzonte, dove tosto l'attendeva il domani. Quello strano e speciale sentimento gli riempiva il cuore, si faceva beffe ben più alte di lui, al voltarsi indietro verso la vita di paese, ora che la città lo trastullava con altro odore di caffè.
"Rimetti la cintura al pantalone", biasciò suo padre sottovoce. "

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Quattromenodieci

Oramai la data era fissata. Quel pezzo di storia, sarebbe tornata polvere entro la fine del mese. Eretta più di cent' anni fa, era divenuta in poco tempo la stazione più importante della provincia. Una costruzione semplice, senza particolari abbellimenti stilistici, testimone del primo grande boom industriale della nostra Italia, e tra breve non avrebbe più fatto parte della realtà contemporanea. I suoi muri esterni prima perfettamente intonacati color ocra pallido, ora sembravano spellati a chiazze lasciando intravedere i mattoni rossi vividi impastati con la sabbia, forse di fiume. Sulla facciata, sopra l'ingresso principale, un enorme orologio tondo con i numeri romani a fare il girotondo e le grandi lancette ferme da un paio d'anni alle quattro meno dieci. Il portone che dava l'accesso all'interno era stato riverniciato forse una decina di anni fa e pareva, rispetto a tutto il resto, ancora in buono stato. Era chiuso, i suoi vetri ormai opacizzati dallo smog e dal tempo, lasciavano appena intravedere un "dentro"... molto fuori forma: un vano unico che comprendeva la sala d'aspetto a destra, e la biglietteria a sinistra. Nella sala d'attesa ancora tre file di poltroncine, alcune di esse senza schienale, e tutte sbiadite di un marrone ormai poco elegante.
Quante persone in procinto di partire calcarono quel pavimento. Gente che andava, o che arrivava, un andirivieni frenetico di borse, valigie, sguardi veloci a quell'orologio appeso a parete che ora non c'era più, paltò e soprabiti appoggiati agli schienali di quelle vecchie sedie magari solo per pochi minuti, e poi saliti su un treno diretto chissà dove... Quelle pareti, se avessero potuto parlare... Discorsi, dialoghi, frasi, pensieri felici sfociati in risate o pianti per quegli addii struggenti che solo le partenze col treno dispensano. Tutto questo era stato assorbito dalla stazione, era diventata un po' parte della famiglia di ogni viaggiatore che l'aveva attraversata.
La biglietteria era carat

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   0 commenti     di: andrea anfossi


Una volta arrivava l'estate

Promosso! Vacanze estive: andrò in bici al fiume, farò il bagno e pescherò con le mani, poi pranzo dai nonni... nel pomeriggio verrà mia cugina penso che guarderemo Doraemon e Don Chuck castoro poi le farò vedere che ho costruito Gordian (i tre robot uno dentro l'altro)con le lego e il giorno dopo? ehhh il giorno dopo sarà dura, invito da mio cugino Nicola di Santarcangelo come farò a scegliere con che Trasformers giocare che ne ha un'infinità! va bè se suo nonno ci porta al mare di sicuro scieglierò Devastator così nella sabbia farò lavorare i suoi componenti ruspa, betoniera, camion ecc... , ma devo stare attento a non stancarmi troppo se no come faccio la sera a giocare bene nella partitella a calcio? giusto, meglio dare un' occhiata alla puntata di Holly e Benji non si sa mai che riesca a carpire il segreto del tiro da tigre di Mark Lenders (che è stato scoccato tre episodi fa)... care vacanze estive vi amo, e questa visione di delfini dalla nave "Tirrenia" che ci riporta a casa dalla Sardegna è la ciliegina sulla torta di una vacanza splendida passata a nuotare fra le varie sfumature di azzurro, ma non è finita quest'anno posso anche andare al campeggio col prete, e qui tutte le bambine si innamorano di me! chissà cos'avrò in più rispetto all'inverno, che non mi caga nessuno?
Si vede che da felice sono più bello...
ma, ma cosa c'entra la sveglia adesso? no ti prego non dirmi che era un sogno, no no no
non ce la posso fare ad andare a lavorare... eppure il caldo la luce e i profumi sono sempre gli stessi... alieni se ci siete venitemi a rapire, ma non è originale neanche questo desiderio, c'ha già pensato Eugenio Finardi... però lo sfogo mi fa sorridere, almeno questo.



Ricordo

Succede spesso, arrivati ad una certa età, di andare a dormire e di non poter prendere sonno. Allora si pensa ai fatti nostri, alla nostra famiglia, ai nostri morti.
Sovente la memoria va ai tempi passati, ai primi anni della nostra vita,
proprio quando eravamo bambini.
Come in un sogno ecco cosa mi è venuto in mente.
Da bambino, al mio paese ci saranno state non più di mille persone.
Tre file di case, una dietro l’altra, quasi tutte uguali: tutto li.
A mezzogiorno tutti a casa; alla sera, d’inverno, tutti nella stalla. Quasi tutti avevano del bestiame: il bue, la mucca, vitellino, la capretta: i più ricchi, due buoi e un cavallo. Per il trasporto dell’uva e del fieno, il carretto e il carro.
I cortili erano tutti uguali, e non mancavano conigli e galline.
Tutti avevano una o più vigne e lavoravano fino a quando riuscivano a trascinare le gambe.
Tutte le famiglie si facevano il vino. Quando tutta l’uva era in cantina, nei tini, gli uomini più robusti si mettevano scalzi, danzando sui grappoli, pigiavano fino a mezzanotte. I ragazzi e le ragazze, scherzando e cantando pigiavano nelle tinozze, alla fine, una pentola di acqua calda per lavarsi le gambe rosse come il sangue e togliersi le bucce che rimanevano tra le dita dei piedi.
Si conoscevano tutti: i giovani si davano del tu; ai vecchi, del voi. Al parroco e alle maestre”Riverisco”.
Quando ci si incontrava si salutava: buondì, buonasera. Vieni, vai, andiamo? Se c’era una festa, una ricorrenza, una sepoltura: tutti presenti.
Per la riparazione delle strade si stabiliva il giorno e vi partecipava un rappresentante per famiglia.
Tutti nel loro pezzo di terra, vigna o campo, seminavano grano, mais, fagioli, patate: un po’ di tutto.
A seconda delle stagioni, al venerdì, si vedevano le donne che facevano la fila, con cesta in testa e bambino per mano, sette chilometri per andare al mercato a Nizza monferrato
a vendere una coppia di polli, una dozzina di uova, una cesta di moscato pe

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   8 commenti     di: Gian AR


Edge of forever

La terra trema, le clessidre si rovesciano. Il peso dei secondi le schianta al suolo senza che nessun corpo sacrifichi sè stesso nell'attutire l'impatto, mentre le nubi si addensano, forse di cattivo umore e presaghe di temporali, forse solamente strappate dai venti alla loro meta e in cerca di un po' di riposo. Così me ne sto lì, nel fallout, a respirare a pieni polmoni il profumo di vetri in frantumi e di strade spazzate via dall'insostenibile peso di una rosa. Ad assaporare ognuno dei minuscoli granelli che dalle ampolle si alzano irrequieti, in balia dell'uragano che li solleva e scuote. Ad osservare la loro danza dipingere il ritratto di parole mai veramente perse, ma impossibili da ritrovare. Di tempi e sogni mai veramente vissuti, ma indelebili nella mente e nel corpo. Lo Yin e lo Yang si celano, in fin dei conti nemmeno troppo sorpresi, dietro un velo di malinconia per il terrore di vampireschi capelli color verde Starbucks, per l'ennesima nebbia parallattica. Demoni delle nevi sussurrano frasi sconnesse riavvolgendo demotape persi nel silenzio colpevole di una notte non segnata su alcun calendario. Vecchie bandiere di Svezia e memoria a decorare il feretro di un cielo in fiamme. Un cielo rovente e purtroppo troppo lontano perchè si possa berne un po' di calore. Un cielo rovente e fortunamante troppo lontano perchè le piogge acide trafiggano la terra dei cimiteri prima di evaporare.



Dio ha fatto tutto storto

Dio ha fatto tutto storto,
La vita è inutile non serve a niente, è solo sofferenza, la felicità può essere correre con la macchina dopo essersi ubriacati, ascoltando strange days dei doors, e gridare come dei pazzi, un urlo che arriva fino al cielo nero, dove le anime dei cantanti mi sentono, e mi danno una speranza dolce ma malvagia, mi danno paura, paura di affrontare qualunque cosa, paura di vivere, paura di fare cose giuste, paura di soffrire, paura di tutto, paura del sole e della luce, paura della libertà, paura del sorriso, paura della gioia, paura dell'amicizia... essere delusi, scontrosi, stronzi, in solitudine, pensierosi, mandare tutti a quel paese, piangere, non riuscirci, dare solo odio, l'amore è per chi ha gli occhi appannati dalla luce del sole... Soffrire, gridare, correre, piangere! La morte è bella, la morte libera, la morte regala, la morte calma, la morte è bastarda come la vita.. morire per non rinascere più, dove si andrà dopo la morte? In un buio più profondo di dove siamo ora.. uccidersi per arrivare prima degli altri, scoprire la verità, delusione, finta gioia.. la vita è un modo di soffrire sul corpo prima di iniziare a soffrire per l'eternità sullo spirito.

   7 commenti     di: Marco Giardina



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