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Racconti sulla nostalgia

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Il quaderno nuovo

In una domenica uggiosa, di quelle che non sai bene come riempire, mi ritrovo a fare un po di ordine in mobili, cassetti e scatole e... si sa... quando si fanno queste cose può uscire un po di tutto, cose di vario genere, cose che avevi cercato per tanto tempo senza trovare, cose che pensavi di non avere più, oppure cose che ti portano indietro nel tempo e che ti evocano ricordi e sensazioni dimenticate.
Così è successo che, sistemando un po di vecchi libri mi siano venuti fuori anche dei vecchi quaderni di scuola, quelli dei primi anni delle elementari, quelli che non puoi fare a meno di aprire e non puoi fare a meno di soffermarti a guardare per ricordare.
Ogni pagina ha una sua storia ed un suo ricordo ed ogni pagina sembra che si apra come un sipario su una storia... una persona... una sensazione...
Improvvisamente però tra questi quaderni ne sbuca uno completamente vuoto, nuovo ed immacolato e, con mio gran stupore, l'aprire quel quaderno nuovo mi ha evocato emozioni eguali ed anche più grandi.
Ricordo che un quaderno nuovo sembrava al tatto quasi ovattato, liscio e bianco come neve ed emanava pure un suo profumo, qualcosa di immacolato che cercavi di iniziare con una bella calligrafia, facendo attenzione a non fare errori magari usando una matita buona e nuova pure lei se si poteva!
Così pian piano le pagine cominciavano a riempirsi, ma più andavi avanti più la soddisfazione di scrivere bene si perdeva, a volte avevi fretta oppure qualcuno ti disturbava per dispetto, così scrivevi male fino ad arrivare a sbagliare, e ti rincuoravi poi del fatto che non eri ancora arrivato alla metà del quaderno e potevi strappare il foglio e rifare.
Il resto delle pagine scorreva poi quasi nell'indifferenza fino ad arrivare alle ultime che sembravano non finire mai e tu a volte avresti voluto abbandonare per tornare finalmente ad un bel quaderno nuovo!
Così mi sono ritrovata a pensare che la nostra vita si potrebbe paragonare ad un quaderno nuovo che, pu

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   3 commenti     di: Carla Maselli


Il primo amore non si scorda mai

Mi sono sempre chiesta per quale motivo il detto "il primo amore non si scorda mai" tutto sommato risulta essere vero...
sarà perchè i sentimenti che si provano a quella età sono più intensi o perchè è il modo di vivere le emozioni...
Gli anni passano eppure quel ragazzo che ti ha fatto battere il cuore, provare le prime vere sensazioni, la prima intimità è lì, nel tuo cuore.
puoi anche sposarti, crearti una famiglia ed essere felice, che quando lo rivedi ti viene quella morsa allo stomaco identica a quando avevi 16 anni, il cuore ti sale in gola e ti chiedi anche "chissà come sarebbe stato?". i rimpianti non ci sono, quella storia l'hai vissuta a pieno, facendo del tuo meglio per non farla finire e poi un bel giorno il destino ha deciso al posto tuo che quel ragazzo che tu amavi alla follia e che ti aveva giurato amore eterno, non faceva più al caso tuo. Lui non ti amava più!
Dopo svariati mesi e pianti disperati hai ripreso in mano la tua vita e sei andata avanti, conoscendo altre persone e allora perchè diavolo quello è sempre lì.
Se non era destino, come mai ancora lo penso?
Sarà nostalgia per qualcosa di perfetto che improvvisamente è diventato imperfetto oppure così perchè è un piacevole ricordo (anche se quando vi siete lasciati, tanto piacevole il suo ricordo non era), che ti fa tornare indietro all'età della spensieratezza, a quelle emozioni che nel tempo sono cambiate, non perchè non hai amato più, ma solo che crescendo vivi tutto in modo diverso, anche i sentimenti.

   3 commenti     di: anna gamberale


Doppia personalità

Doppia personalità

All’occhio del viaggiatore in osservazione affettuosa, le molli pareti e i versanti non troppo erti degli Iblei raccontavano, con orgoglio e con rispetto, qualcosa dei tempi di cui son figli e di cui portano il ricordo, affidando a una tenue brezza il bisbiglio che impercettibile narra di quando la terra si torse e si crepò, e dal suo straziato corpo, tra i lamenti e i rammarichi del parto, le cime e i crinali destinò fuori.
Magari Patonsio, su tali belle quaternarie storie, non rifletteva acutamente e troppo, ma oltre il parabrezza della lapa poteva, a suo bell’agio, ?" volendo prescindere dall’insignificante ostacolo delle pillacchere dei moschini a migliaia suicidatisi negli anni ruggenti del trabiccolo audace?" lanciare come un beffardo grido di sfida alle vanitose alture che osservava disegnate sull’orizzonte dello sterrato ch’egli percorreva, concedendosi, tra una curva e l’altra?" disordinata felicità! ?" la fregola della derapata nel tripudio del polverone lungo tratturi aspri, dove le peste di capre avevano arabescato il suolo di screzi, e il brivido asprigno della marcia gloriosa su due ruote, per metri pochi, ?" (vero è…) ?" ma esaltanti.
Ed era il grido d’orgoglio che Davide lanciò a Golia, l’urlo d’intrepidezza ch’Ettorre oppose al figlio borioso di Peleo, il bercio d’impudenza che la volpe sostenne appetto all’uva succosa e inaccessibile?" (del resto, un che di favolistico e leggendario conteneva la carcame dell’eroe nostro…).
Correva, Patò il briccone, col grintoso catorcio rombando, l’isterilita e riarsa contrada?" caduta in dimenticanza nella mente di Dio quando mise mano alle terre doviziose?" in un luminoso meriggio di giugno?" stravagante mese portator di misteriose preveggenze e malefici sensi, in cui s’aveva l’impressione che le stagioni con i loro torpori e le loro concitazioni vogliano scapricciarsi di correre in senso inverso a quelle degli uomini contrari

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Dove si apprende...

Dove si apprende in qual modo Carmine e Patò scamparono a uno consistente pericolo.

In una di quelle notti che?" avresti detto?" solo settembre sa predisporre, Carmine e Patò ripararono, temporaneamente arrestati da uno di quei guasti meccanici alle vetture che solo la sorte volubile sa apparecchiare, nell’unica abitazione visibile entro un raggio di pochi, ma scoraggianti chilometri, in aperta campagna.
Era in realtà una notte di primavera, silenziosa e flagrante. L’aria agitava i rami degli alberi con un movimento blando, e la luna illuminava per un istante l’ombra e il mistero dei fogliami.
Si sentiva come un lungo brivido passare in un giardino colpito da incantesimo, e poi tutto tornava a placarsi in quella pace amorosa delle notti serene. Tremavano le stelle nell’azzurra profondità, e la quiete del paesaggio terrestre sembrava anche maggiore della quiete del cielo.
E bussa, e « ... Di casa... Permesso..? Qualcuno..?», e presentati decorosamente, e spiega il fatto com’è, Carmine non aveva ancora posto rilievo a richieste d’assistenza, che il contadino ospite, rubizzo ruspante e pur tuttavia gentile, alla fin degli approssimati conti, offrì loro?" ma si direbbe ancor meglio impose?" ricovero tra i lastroni di pietra viva assetata della sua modesta ma ben attrezzata masseria.
?" Ma noi non vorremmo arrecar disturbo... disse Carmine (Ha anche i suoi svantaggi, il portamento. Nella goccia d’acqua la libertà del microbo è assoluta).
?" Aaaàh! In queste cose, alla mia casa dovete di stare muti SignorLèi ?" rispose l’energumeno brevilineo.
?" Oooòh! Amico, statti bello calmo che per come ci vedi noi siamo cristiani come il Signore comanda... ?" baccagliava lo stillante Patonsio, snervato dal sudore, compagno suo fedele e delle sue sofferte carni in primissimo luogo;
?" Ammè qua nella contrada “Minnasicca” mi canosciono tutto il mondo; chè io sono don Biagio Badditranti, ’u scannatùri dì lupi!
?" Vi

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Il tempo del Loden Cap. VII da "Le finestre di Mara"

E finalmente anche Mara comprò il suo Loden. Era arrivata nella Città del Nord con un montone grigio che le aveva regalato sua madre, preoccupata per il freddo di quel luogo.
Lo aveva indossato con molto piacere perché riparava magnificamente, anche se i suoi amici la prendevano in giro chiamandola “piccolo borghese”.
Tale termine aveva allora una connotazione negativa perché significava conservatrice, reazionaria. Sapeva comunque che loro scherzavano e non se ne preoccupava affatto. Fu però il nomignolo scherzoso dei suoi allievi “madamin” che le fece cambiare idea. In quel periodo, infatti, spesso “l’abito faceva il monaco”. Dall ’aspetto si distingueva se una persona era schierata da una parte o dall’altra. Per esempio i ragazzi di destra che preferivano vestirsi, soprattutto nei primi anni 70, ancora con giacca cravatta e capelli corti, utilizzavano i Ray-Ban, occhiali a goccia, diventata per loro una marca simbolo.
Così, per sentirsi allineata, un giorno anche Mara decise di fare il grande passo: abbandonò il caldo montone borghese di sua madre per indossare il nuovo indumento. Ne scelse uno di media qualità perché il vero Loden, con la sua bella lana morbida di lana mohair a pelo impermeabile e bottoni rigorosamente di cuoio, lo possedevano in pochi in quanto molto caro. Quello più diffuso era una imitazione di questo nel taglio ma non nella qualità della stoffa, molto più ruvida con i bottoni in plastica che riproducevano semplicemente il disegno in pelle. Il nuovo capo ricordava per il colore l’eskimo sessantottino ma a differenza di quello si era diffuso largamente sia tra gli uomini che tra le donne. Forse sottolineava una maggiore parità tra i due sessi ottenuta con le lotte femministe . Alla fine anche Andrea, spinto da Mara, a fu costretto a comprarsene uno. Così il vecchio eskimo, spesso usato anche come coperta, ricordo di tante battaglie politiche e amorose fu messo in so

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   2 commenti     di: MD L.


Il bacio alla zia

Appurato che non sarei andata a scuola, feci il programma della giornata.
Intanto restai a letto a lungo, crogiolandomi nel tepore delle coperte. Ogni tanto scappavo alla finestra a controllare che non smettesse di nevicare. Avrei telefonato a qualche compagna per sapere se fossero andate a scuola oppure no. Poi avrei chiesto a mamma il permesso di scendere in giardino con Pepe a giocare con la neve. Nel pomeriggio mi sarebbe piaciuto incontrare le mie amiche per tirarci le palle di neve. Ero felice.
Il libro che mi aveva regalato mamma per il compleanno s' intitolava "Il tamburo di latta."
Non avevo voglia di leggere. Lo sfogliai e mi ripromisi di cominciare a leggerlo al più presto, magari nel pomeriggio tardi. O meglio la sera. Tuttalpiù il giorno dopo. Oppure tra qualche giorno. Domenica sarebbe stata la giornata adatta. Lo comincerò domenica, pensai convinta. Lo poggiai sul comodino. Urtai con il libro il lume che cadde in terra e si ruppe la lampadina.
Pensai se dirlo o meno a mamma.
Non lo dissi. Scesi dal letto e andai giù in salotto senza farmi sentire.
Il salotto buono era tabù.
Ci si poteva entrare solo durante i ricevimenti di ospiti importanti e parenti lontani.
Lunghi pomeriggi costretta a sedere vicino a mamma a sorridere ai colleghi di papà o alle vecchie zie che mi portavano un regalo dopo la befana, quando ormai non avevo più voglia di regali. Mi davano il disgusto come guardare l'albero di Natale da disfare il sette gennaio.
Zia Silvana veniva a far visita qualche giorno dopo l'Epifania. Aveva sempre in mano due pacchi. Uno conteneva ineluttabilmente pasticcini da tè, l'altro rappresentava la protesi artificiosa delle feste natalizie, un prolungare l'attesa dei doni che spesso deludeva le aspettative.
Col senno del poi imparai che quei doni tanto disprezzati erano gli unici che rimanevano impressi nella mia memoria sino ai giorni nostri.
Il pacco con il regalo per me restava appoggiato a lungo sulla poltrona di destr

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   2 commenti     di: Giacomo D'Alia


L'uomo del fiume

Lo trovammo nei pressi di un cavalcavia, dove c’era un fiumiciattolo, di quelli quasi invisibili.
Viveva lì da solo.
Ma non aveva paura, almeno credo non ne avesse, ai miei occhi era il più sicuro uomo del mondo.
Il praticello era coperto dalle erbacce, carta, stracci, e lattine.
Quella mattina soleggiata era lì addormentato, beato al sole su una coperta sfilacciata
e logora.
Descriverlo non è difficile perché lui era un poeta di quelli senza voce, senza penna,
di quelli saggi, credo.
Ogni giorno passando in autostrada lo scorgevi seduto sul suo praticello, accanto al fiume, con gli occhi tristi e malinconici, sempre pensoso e silenzioso, quasi in meditazione, e ti veniva da guardarlo mentre rallentavi, fermandoti al casello.
A volte fumava, qualche sigaretta raccattata chissà dove, e questo lo so perché potevi osservare la sua vita, fermandoti alla coda del casello.
Non lo facevo per qualche motivazione, ma lo guardavo con curiosità, lui era strano,
sembrava sereno: Ci credo! Non aveva orari, non aveva file, code, non doveva correre, lui non era mai in ritardo, e soprattutto lui non indossava una cravatta, una divisa, non aveva mogli, non aveva ansie, tasse da pagare, lui pescava a volte; a dorso nudo.
Ti ipnotizzavi a guardarlo tanto era placido, bonario sembrava un Guru.
Lo beccavi nelle pose più strane in contemplazione del cielo, delle nuvole, del sole o dell’acqua del torrente, che ti sembrava un Re, a dire il vero a volte lo invidiavo guardava la natura con gli occhi di un padre benevolo quasi l’avesse creata!
Con quell’atteggiamento di distacco, di superiorità sembrava mi disapprovasse con disdegno con un sorrisino saccente sotto la barba folta e bianca, un sorrisino a ghigno di quelli a dire “sto meglio di te.. non te ne accorgi?” a volte mi infastidiva.
Eppure era così bonario.
Mi promettevo di fermarmi, volevo proprio scendere dalla macchina, lasciarla in coda e parlargli, non

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   7 commenti     di: Anna Lamonaca



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