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Racconti sulla nostalgia

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Perdersi

A volte non riusciamo a vedere le cose così come sono, forse perché non vogliamo vederle, vogliamo illuderci che sia tutto come vogliamo che sia, forse perché non possiamo neanche immaginare che non sia così; fatto sta che non le vediamo.
E ci andiamo allontanando, ci allontaniamo sempre di più, di più…senza che ce ne rendiamo conto.
Mentre pensiamo di camminare uno al fianco dell’altra, mano nella mano le nostre strade si dividono, prendiamo due direzioni diverse. Procediamo sicuri e spediti, certi di avere l’altro al nostro fianco, sempre e comunque. Non dubitiamo un attimo, mai un attimo un’incertezza.
E ci allontaniamo…
Parliamo e scherziamo e non ci rendiamo conto di non parlare più veramente. Non ci rendiamo conto di non sapere più realmente chi sia la persona al nostro fianco, quali siamo i suoi pensieri, i suoi desideri, i suoi sogni, i suoi reali interessi. Perché le persone crescono, cambiano, e maturano sempre nuovi sogni; e non capiamo più l’importanza di comunicare, di dire e chiedere, di essere sinceri e disposti a parlare di qualsiasi argomento. Perché siamo convinti di conoscere quella persona meglio di chiunque altro.
E quando pensiamo di aver raggiunto il culmine della felicità insieme, quando siamo ormai convinti di essere fatti l’uno per l’altro, ecco che quello è il momento in cui abbiamo superato il punto di non ritorno, in cui ci siamo totalmente distaccati, siamo ormai troppo lontani.
La piccola linea che ci separava inizialmente è diventata adesso, per colpa della troppa sicurezza, un baratro, profondo e insormontabile.
E d’un tratto apriamo gli occhi, ci guardiamo indietro e ci accorgiamo di essere soli, totalmente, desolatamente soli.
E ci vediamo infine, distati, troppo, e per quanto ci sforziamo di raggiungerci le nostre braccia, i nostri sforzi, la nostra volontà non possono nulla. Troppa, troppa distanza. Troppo tempo perduto. Troppa differenza.
E ci guardiamo sgomenti, non cap

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   0 commenti     di: Luana Andronico


Compagni di classe

Alcuni racconti senza molta importanza di un gruppo di amici che, dopo avere frequentato insieme le scuole elementari, per vari motivi si erano persi di vista.
Dopo molti anni si ritrovano al vecchio paese per l'inaugurazione della nuova scuola.

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(N 1)

Seduti al tavolo del bar, dove da ragazzi si sfidavano a giocare con un vecchio flipper, ricordavano i giorni trascorsi insieme. D’un tratto Luca, che era sempre stato il più estroverso del gruppo, chiese ai suoi ex compagni di scuola, per trascorrere in allegria il resto della serata di raccontare da buoni amici la loro prima esperienza con una ragazza.
Tutti furono d'accordo. Sarebbe stato come ritornare ai vecchi tempi, quando da ragazzi si divertivano a parlare delle ragazzine che frequentavano.
Chiesero al barista un mazzo di carte per scegliere chi sarebbe stato il primo a raccontare e la sorte scelse Giorgio, forse il più timido del gruppo.
“Dai Giorgio, raccontaci come si è svolto il tuo primo contatto con una ragazza” chiesero curiosi i suoi amici.
“E va bene, anche se io sono restio a raccontare certe cose.
Questa di cui vi dirò è la mia prima ragazza, la prima che ho conquistato. A dire la verità dovrei dire la prima che mi ha conquistato...
Avevo sedici anni, ma a dire dei miei genitori per la mia altezza dimostravo qualche anno in più.” “Questo non ci interessa dai. Dai, racconta la tua prima avventura. “lo sollecitarono gli amici.
Giorgio ricominciò: “Tutto accadde un giorno mentre passeggiavo in bicicletta con un mio amico lungo una strada di campagna. Chiacchieravamo tra noi senza pensare a ciò che ci sarebbe capitato di lì a poco. Durante il percorso incontrammo un gruppetto di ragazze ferme su un ponte, certamente in attesa che qualcuno si fermasse per scambiare due parole. Io non mi sarei voluto fermare perché all'epoca ero il tipo che appena incontrava una ragazza diventava subito rosso

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   2 commenti     di: Giuseppe Loda


1-un pomeriggio in areoporto-

Sono seduto sulla poltrona dell'aeroporto. Sono le cinque di una domenica pomeriggio nuvolosa e triste. Mi capita spesso di venire qui da solo, mi piace vedere la gente che viaggia; c'è chi parte, chi arriva, chi aspetta l'abbraccio di una persona cara in ritorno e poi ci sono io.
Con me non ho nulla per viaggiare, niente biglietto, niente valigia, niente soldi, solo la voglia di partire, tanta voglia, ma dove? Sul tabellone delle partenze non c'è tanta scelta, comunque le destinazioni sono abbastanza interessanti. Tra le mie preferite ci sono Londra Stansted, Barcellona Girona e New York JFK.
Manca poco meno di un'ora alla partenza di un volo per Londra. Vicino al banco del check-in si affrettano i ritardatari per mostrare la loro carta di imbarco. Proprio adesso sta arrivando una giovane coppia inglese con un bambino. Sembrano sereni soddisfatti, felici, staranno forse tornando a casa loro dopo una lunga estate passata al mare, forse dai loro parenti. Quello che dovrebbe essere il marito indossa una t-shirt celeste con un paio di pantaloncini avana e infradito ai piedi. Mi vengono i brividi solo a vederlo conciato in quel modo visto che io sono ricoperto da giacca con tanto di maglia di lana. Guardandoli mi chiedo che lavoro fanno, perché sono qui. Dal loro aspetto si può scorgere l'immagine di una classica famiglia inglese, con una vita tranquilla nella periferia di Londra ed un lavoro modesto. Mi piacerebbe stare insieme a loro, far parte della loro armonia, partire, volare via. Ma a Londra non ci sono mai stato! Dove vado? E poi non so una parola di inglese, le uniche cose che so, le ho imparate alla scuole elementari.
Ricordo che la maestra ci insegnava l'inglese con delle marionette con il nome dei frutti, e tra queste, la mia preferita era il pomodoro: tomato. Per il resto il mio livello è abbastanza basso, non saprei comprarmi neanche una bottiglietta di acqua. Comunque sia, Londra è una città bellissima. Me ne ha sempre parlato mio frate

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La “gebbia”

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Il tempo dell'amore

Eccolo il nostro liceo. Sempre qui, sempre uguale, anno dopo anno. Scriverti, e ricordare quel tempo diventato improvvisamente troppo lontano. Rivedo una ragazzina vivace e turbolenta, che fumava nei bagni della scuola e metteva il cervello in stand-by durante l'interminabile ora di matematica.
Risento la sua gioia esplosiva che ogni giorno, alla fine delle lezioni, contagiava l'intera classe.
E c'eri tu. Brufoloso, timido e innamorato perso di lei, la tua pestifera compagna di banco. Hai fatto di tutto per un suo sorriso ricordi? Le passavi soluzioni e risposte, le bisbigliavi date e nomi che non ricordava mai. E le volte che ti sei offerto di essere interrogato al suo posto? succedeva spesso, molto spesso. La guardavi incantato, le dedicavi poesie, canzoni e anche opere liriche. Lei trovava ridicolo quel corteggiamento d'altri tempi, e preferiva tipi arroganti e boriosi con le tasche piene di soldi e il nulla assoluto nel cervello.
Un giorno di maggio pieno di sole, hai deciso di chiederle se voleva essere la tua ragazza. Non avevi mai marinato la scuola prima di allora, ma volevi seguirla in uno dei suoi"filoni"primaverili. Mancava un mese alla fine dell'anno scolastico, e lei si sentiva un leone in gabbia in quell'aula che è sempre stata troppo stretta per contenere la sua libertà.
Ti ha riso in faccia, piantandoti in asso per salire su una moto enorme, guidata da un tipo che conoscevi, era un pluriripetente.
Tutto ti è crollato addosso. Il cielo e la città intera.
Tra le macerie cercavi i pezzi del tuo cuore distrutto da quella risata. Cuore che avresti voluto regalarle per sempre.
Ma a quell'età SEMPRE è una parola davvero troppo grossa.
Adesso sei diventato un uomo, e non hai mai dimenticato quel tuo primo, doloroso amore, che ogni tanto viene a farti visita nei sogni e nei ricordi. L'hai cercata, hai voluto incontrarla. E quando l'hai rivista, hai sentito un piccolo ago nel cuore. Erano le cicatrici che inaspettatamente pulsavano anc

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   13 commenti     di: Viky D.


La città di mare Cap. III (Le finestre di Mara)

Abitava ora in una città di mare.
La pensioncina era in una stretta via,“ nu vic", un vicolo.
Dalla finestra con le persiane socchiuse arrivava un odore aspro di vino e, di tanto in tanto, il profumo di cibi cucinati tipici del luogo.
Le voci che si percepivano chiaramente avevano una musicalità, una cadenza del tutto estranea alle sue orecchie e le parlavano di un'altra realtà.
Mara era distesa sul letto e quella stanza le sembrava una sorta di isola tutta sua nel rumore della città, mentre si abbandonava alle riflessioni e ai ricordi.
Decise di scendere e si ritrovò, ben presto, quasi inghiottita dallo stretto vicolo in ombra. Alti palazzi e biancheria stesa la sovrastavano.
La pavimentazione di grandi lastroni grigi era bagnata. . Sentì un forte odore di lisciva.
Qualche donna dei "bassi" aveva gettato dell’acqua saponata dopo il bucato.
Passò davanti alla cantina, alla latteria, a gruppetti di bambini che giocavano e si diresse poi sulla strada principale che brulicava di gente ed automobili. Un' atmosfera vivace e confusa l’assalì quasi stordendola. Attraversò la”Piazzetta del Gesù” costeggiò le mura di “Santa Chiara” e presto giunse all’Università. Una piacevole sensazione d' indipendenza la fece fremere dentro e rabbrividire, mentre sentiva sulla pelle quell' odore di brezza marina e di nuova vita.

Il palazzo dell’Università, sorgeva in una piazzetta e arrivandoci Mara provò una certa emozione e agitazione. L’edificio era alto e maestoso con una architettura del 700, epoca in cui era sorto.
Prima di scegliere il ciclo di studi Mara aveva valutato diverse possibilità ma aveva deciso di iscriversi in quell’Istituto universitario per un doppio motivo. Era la più antica scuola di orientalistica del continente europeo e oltre ad insegnare le lingue era specializzata nell’ insegnamento delle letterature, della civiltà ed istituzioni dell’Europa.
L’altro motivo era affettivo, infatti vi

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   1 commenti     di: MD L.


QUELL'ESTATE DEL SESSANTOTTO

< Ciao. > Più che un saluto sembrava un’esplosione di entusiasmo. Istintivamente mi guardai attorno, eravamo solo io, lei e l’addetto al garage, tutto indaffarato a sistemare le auto.
Non c’erano dubbi, era proprio rivolto a me. La guardai con maggiore attenzione, cercando disperatamente di ricordare. Nonostante gli sforzi, non avevo la minima idea di chi fosse, < Come stai? > Mi chiese avvicinandosi con decisione < Bene, e tu? > Risposi in modo poco convinto.
Sorridendo mi prese sottobraccio < Non mi hai riconosciuta?!! Tu invece non sei cambiato molto. > Non riuscivo proprio a ricordare.
< Nella. Estate 1968, Hotel Moderno, mi aiutavi con i bambini; ricordi? >
Aveva pronunciato quelle parole con un tono normale, come se stesse parlando di qualcosa successo ieri, invece erano trascorsi esattamente diciannove anni.
Nella! Credo di avere smesso di respirare. - Nella! - Questa volta, quasi gridai. < Sei proprio tu. > Balbettavo, non riuscivo a controllare la tensione, la fissavo incredulo.
Per un attimo pensai allo stupore dei miei collaboratori se avessero potuto vedermi.
Per fortuna lei comprese e mi abbracciò. Era così anche allora, riusciva a cogliere i miei imbarazzi, le mie insicurezze. Faceva sempre la cosa giusta per farmi sentire a mio agio.
Come avevo fatto a non riconoscerla? Certo vent’anni sono tanti, ma il suo sorriso, le fossette sotto gli occhi, il broncio di eterna bambina erano gli stessi. Nemmeno il fisico sembrava essere cambiato molto, anche se, per la verità, la pelliccia lasciava intravedere ben poco..
Ecco cosa mi aveva tratto in inganno, non l’avevo praticamente mai vista con gli abiti addosso.
Non potrei descrivere cosa stavo provando, avevo ripensato a lei migliaia di volte, la sua immagine, il suo ricordo, la nostra storia, erano qualcosa di prezioso che conservavo gelosamente, ma era un capitolo archiviato. Trovarmela di fronte significava dover fare i conti con la realtà e io, non vole

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   8 commenti     di: Ivan Bui



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