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Racconti sulla nostalgia

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Ricordi di quand'ero bambino

Ero un bambino, mano nella mano alla zia che mi portava in giro per la città a "vedere" quel che succedeva e scoprirne le usanze più tradizionali.
Quel che maggiormente attirava la mia attenzione, e la mia curiosità, era vedere i Vigili nella loro divisa sempre perfetta, fare il saluto - alla fine del proprio turno di lavoro - al collega che lo rilevava dalla sua predellino di legno al centro dell'incrocio di competenza da dove dirigeva il traffico cittadino.
Non c'erano tanti semafori come adesso e il loro compito era veramente importante e decisivo.
Ma soprattutto ero affascinato dalla cittadinanza che si riuniva nella piazza centrale della città - Piazza De Ferrari - (a Genova) in occasione dell'Epifania, per portare il proprio dono ai vigili che erano molto amati, specie da noi piccoli.
Un segno di gratitudine e di ringraziamento per il servizio svolto a favore del cittadino.
Chi portava un pacchetto, chi una bottiglia di vino, chi un pandolce... tutti insomma celebravano quel che era divenuto un rito affascinante agli occhi di noi bambini, ma che rinfrancava lo spirito anche dei grandi.
I Vigili erano esclusivamente genovesi - era una regola comunale di allora - e vigeva ancora l'altezza di 1 metro e 75 cm.
Già sognavo di essere adulto e di indossare quella divisa che mi avrebbe soggiogato per tutta la vita, anche adesso che ho raggiunto quasi i 70anni di età!
Oggi purtroppo quel rito è andato perso nel dimenticatoio; i vigili non sono più amati come una volta e col subentro delle vigilesse tanti nuovi problemi si sono affacciati nel Corpo non più formato da soli genovesi ma divenuto eterogeneo.
Non si fanno più i regali, anzi, quasi nessuno conosce questa vecchia usanza nota solo a noi del '40 o giù di lì.
Peccato davvero, era un momento di unione fra cittadinanza e pubblici funzionari che mi è rimasto indelebile nel cuore come un bellissimo ricordo da riportare su queste poche righe per chi non ne fosse a conoscenza.

Chissà...

   42 commenti     di: Bruno Briasco


Illusioni

Il suo sguardo viaggiava lungo quel sentiero ciottoloso tra aride distese autunnali, punteggiate qua e là da imponenti querce immerse in un sogno crepuscolare. I raggi rossastri del sole nella sua quotidiana decadenza abbozzarono un fugace sorriso che subito si sciolse in un'amara consapevolezza: si stava solamente illudendo di aver potuto trovare un sostituto della sua dolce ispirazione.
Aveva scritto per lei. Aveva scritto a causa di lei. Scriverà solo di lei.

   5 commenti     di: Primo Wong


2 - SABATO. Sul viaggio di ritorno

Alle sei devo trovarmi a casa, sono in corsia di sorpasso e penso: com’è strana la vita, continuo sempre a ripetermelo da quando faccio questo lavoro. L’autobus è semideserto 9-10 persone in tutto, radio spenta, il mio collega dorme tre sedili più indietro. Ma alla fine che cos’è la vita? La strada asfaltata che corre via sotto di me? Gli autotreni stranieri che non si sa da dove arrivano e non si sa dove vanno? La vita è un dono, una sorpresa, un dispiacere. Ogni giorno le posso dare un significato diverso. Oggi per l’ennesima volta mi sono venuti gli occhi lucidi. Mi succede sempre quando vedo due persone che si salutano, forse per l’ultima volta. Stamattina si trattava sicuramente di un fratello e di una sorella: era lui che ripartiva, probabilmente tornava in Argentina. Adesso, mi vengono in mente storie di nostri emigranti, quando all’epoca non c’era molta scelta: o partivi o morivi di fame. E lui ripartiva di nuovo: capelli bianchi, viso segnato dal tempo, mani che parlavano di sacrifici e due occhi piccoli e rammaricati: ”Forse questa è l’ultima volta che ci salutiamo”, sicuramente sarà stato questo quello che avranno pensato mentre si abbracciavano e piangevano. Un attimo dopo ho chiuso la porta, dato un po’ di gas all’acceleratore e ho “diviso” forse per sempre due vite, due anime.
Non riesco a rimanere freddo e ogni volta è sempre la stessa storia. Mi commuovo come un bambino.
Biiiip, la sbarra del casello si alza e in questo momento sembra una bandiera a scacchi più che un congegno automatico delle autostrade, la giornata lavorativa è prossima alla conclusione, alle sei devo trovarmi a casa per le solite faccende. Da quando vivo solo, tutto è in funzione della mia volontà. Se si fa la spesa il frigo è contento quando lo apro, altrimenti quel vuoto triste mi suggerisce solo una cosa: è meglio che stasera ceno dai miei!
Infatti, sono quasi le 20 quando suono il campanello della mia “vecchia” casa, mi apre mi

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   0 commenti     di: Emilio C.


It was a Dream

... una sala... uno stereo... un pensiero confuso... una vita... debolezze che odi schiarire... corazze su corazze fatte di finti sorrisi e ipocrite parole... paura di trovare in quello che uno specchio ti rimanda indietro la bugiarda verità... che sogghignando si prende gioco di te... e la forza che non hai... e il coraggio che si scioglie come zucchero soluto in acqua... e la pelle che livida si deturba tra i battiti irregolari di un cuore senza vita... e il dolore che ami... che ti "aiuta" a farti sentire piena... che ti ricorda meglio il sorriso che viene subito dopo... un foglio bianco... una penna dal tratto pesante... e le mille parole che a raffica si aggrappano a un quadretto piuttosto che ad un altro... e la folle disperazione di non avere più un sogno... di non avere più una vita... di tornare ad essere Vuota...



Ottavio Pratesi

La sua casa era diventata una Sant'Elena, lui che aveva partecipato a giri d'Italia e tour de France con Binda e Girardengo, Calzolari e Bottecchia.
Come una punizione dantesca la sua era nei pressi della ferrovia, vicino alla stazione di Antignano e tutti i giorni attraversava le rotaie per andare al distributore che gestiva sull'Aurelia nell'ultimo tratto rettilineo verso sud, prima che diventasse un serpente che avvolgeva il Romito.
La bici un ricordo lasciato sulle strade polverose delle Alpi e dei Pirenei, ed ora solo un mezzo ormai inutile tra il ferro dei treni che sfrecciavano senza fermarsi davanti casa ed il rumore delle auto immerso tutto il giorno nell'odore della gomma e della benzina.
Quando io l'ho conosciuto o inizio a ricordarlo era già vecchio, o così a me sembrava. Mio nonno lo salutava ogni volta che passavamo dalla via di Banditella, dopo il campino di calcio, come si fa con un vecchio compagno di scuola schivo e riservato.
La sera, nelle estati degli anni sessanta accanto alla sua bici, si godeva il tramonto, uguale ed opposto a quello goduto al di la' del mare di Nizza nel suo primo tour del 1911, ricordando il sole che spariva ad ovest dietro ai monti.
E "nell'onda dei ricordi l'assalse il sovvenir..."



Renaio: undici chilometri (prima parte)

All'epoca delle ferie d'agosto, dalla fine degli anni '60 al 1980, erano undici i chilometri che separavano Barga da Renaio, l'Ottocento dal Novecento, il presente dal passato, la vacanza dalla realtà di tutti i giorni.
Il confine fra le due realtà poteva variare, ma arrivava puntuale nel momento in cui si chiudevano le orecchie per la pressione atmosferica che diminuiva con l'altitudine e che di solito si sbloccavano poco dopo arrivati a destinazione. Undici chilometri di curve strette in una strada che era un grosso viottolo, inizialmente tutto sterrato, del quale si conosceva ogni curva, e che con il passare degli anni veniva asfaltato per tratti sempre più lunghi, traccia unica dell'avvicinamento della civiltà al piccolo paese che tardava invece a conoscere qualsiasi comodità.

La località si componeva di più nuclei; il principale era Renaio, con la bottega ed il telefono pubblico a scatti collocato nell'antibagno, con buona pace per la privacy di chi telefonava... ed anche di chi era in bagno.
Poco più in basso la scuola e, nella parte più alta del monte, da un lato la chiesa col campanile costruito poco discosto e dall'altro il cimitero. Poi, Bebbio, la Casermetta, una caserma della forestale in prossimità del sentiero che portava al Lago Santo, l'Abetaia, una vecchia casa di contadini abbandonata, ad un paio di chilometri dal centro, dove si potevano gustare le mele selvatiche e susine, ed infine Carpinecchio, a poca distanza, ma collegata alla già sperduta Renaio da un viottolo scosceso transitabile solo a piedi o con i muli. Una strada collegò la frazione solo alla fine degli anni Settanta, quando fu aperta una via che dal fondo valle risaliva su fino alla via dell'Alpe.
La strada, tutta curve, continuava infatti nel bosco fino al passo delle Radici, dal quale si poteva raggiungere San Pellegrino in Alpe. Qualche volta abbiamo fatto anche quella strada, che consentiva di arrivare al santuario senza tornare indietro a Barga e passare per

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Veneto Fantasma

Veneto fantasma, Veneto che esisti solo nella memoria dei sopravvissuti.
Terra amata, ricca di sogni. Terra profonda, fatta di anime e di speranze.
Veneto, ti vedo come un miraggio, come una terra degli Dei usurpata dall'uomo.
Ricordi del Veneto, messaggi del Veneto ormai estinto. Segni come menhir della memoria. Case piantate in lande desolate dove danzano le stagioni.
Luci e ombre di amori passati, di illusioni di donne. Galleria di sussurri e di carezze del vento. Qui il passato parla, qui il passato grida.
Vite intrecciate, vite finite, vite sbocciate. Anime dure, parole dolci e sensazioni amare sul limitare del tempo.
Un cuore batte. Una musica si spegne nel tintinnio del ferro. Qualcuno viene. Con passi d'ombra al chiarore della luna. Veneto di ricordi e di rimpianti.
Case che ridono, case che piangono, case che sognano... Emozioni sulla soglia dell'eternità.
Case della mente o case del cuore. Case dai lunghi sospiri, che raccontano le loro storie...

   7 commenti     di: sergio bissoli



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