Racconti sulla nostalgia, racconto nostalgico - Pagina 4
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Racconti sulla nostalgia

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DELLA MIA REGIONE

Nei lontani anni 70, lasciai la mia terra natia
e venni a vivere in Lombardia, in un paese
molto accogliente, ma io molto sofferente, non
capivo niente, la gente mi guardava
continuamente.
Non fu' facile lasciarela mia adorata Versilia
il mare, le colline, le alte altitudini
le amiche a me care, e pure le mie abitudini...
Pero' devo dire mi ritrovai ad
ammirare la candida neve, soffice e lieve
un paesaggio imbiancato, puro e immacolato
io che non avevo mai visto la neve
cosi' da vicino, ne fui incantata
non l'avevo mai
neppure toccata
ne rimasi affascinata.!!!

   6 commenti     di: claudia checchi


Finale del capitolo del mio romanzo: Io capobranco nel mirino della mafia

Sale il dolore(Ultima parte del capitolo)
Gli anni si sono sciolti come neve al sole. Quando ancora mi avventuro in quei boschi, un velo di malinconia mi assale. Ogni volta mi pongo le stesse domande: "Chissà cosa avranno fatto? Dove saranno andati?". Spero tanto che anche per loro ci sia un paradiso. Quante volte nelle notti di luna piena sento ululare. Come vorrei fosse un richiamo per me. Forse è solo un sogno o un desiderio del mio subconscio che si prolunga nel tempo. Guardo il cielo e mi sembra di vederli tutti, come nei bei tempi, accorrere al mio ululato. Ascolto, è solo il vento che fischiando spazza le nuvole, lassù sui monti e lungo la valle. Spesso mi risveglio in un bagno di sudore. Fantasie, sogni, realtà, chi può dirlo? Dopo tanti anni, di un silenzio vuoto, torna a uscire ancora fumo dal comignolo della cascina. Nel giardino ora c'è una panchina, dove due donne stanno chiacchierando lasciandosi crogiolare dagli ultimi raggi di sole mentre un ragazzino di nove o dici anni sta giocando con un cane, un piccolo pastore tedesco. Una di loro avrà poco più di vent'anni, e il bambino non può essere suo. Mi sto domandando chi sia ma ho paura, credo si saperlo. "Già", mi rispondo, "si può rimanere in cinta anche a quarantaquattro anni, e se fosse mio?". Il tempo ha scolorito i ricordi della mente, la mente piano piano, sta scolorendo quelli del cuore. Ricominciare, no per favore, ancora sofferenza, ancora dolore. Sono sempre qui che aspetto che il telefono squilli, mentre il fumo dalla cascina sale sempre più in alto disperdendosi nell'aria portando via con sé i miei pensieri... ma devo sapere... voglio sapere.



Solo un misero giorno di pioggia

in questo misero giorno di pioggia, rinchiusa dentro quattro mura, il mio pensiero va a te, mio tenero amore. se solo potessi vederti, sfiorarti o addirittura toccarti, sarebbe il regalo più grande che dio potesse farmi. oh mio perduto amore, mio effimero ricordo, per oggi, in questo misero giorno di pioggia, dedico tutte le mie scongiure, paure, dolori. ricordati solo di una cosa, la nostra promessa infrangibile che ci lega l'una all'altro.



Doppia personalità

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Estati Cap. I da Le finestre di Mara

Come erano calde quelle estati, pigre, calde e assolate.
Se si affacciava alla finestra che dava sui Sassi li vedeva entrambi: il Caveoso ed il Barisano.
Nel basso si scorgevano le case, un groviglio di tante piccole case con gli usci bruni chiusi per il gran caldo. Dentro c’era la vita ma fuori tutto sembrava immobile. Appesi ai bianchi muri vasi di basilico profumato e rosmarino come ornamento e riserva di profumi per la cucina. Poi ruote o traini fermi negli angoli in una lenta attesa estiva.
In fondo di fronte al suo sguardo si stendeva l'orizzonte, un insieme ininterrotto di rocce brulle con cespugli marrone di erba ormai secca. Le sembrava di distinguere le pietre grigie, picchiettate di macchie brune o biancastre. Poteva immaginare anche cosa c'era ancora più in basso dall’altra parte: il torrente Gravina con le sue voragini, i suoi anfratti scuri tane di lucertole ma anche le sue siepi profumate di erbe selvatiche, timo, capperi, salvia. Le sembrava persino di udire i lunghi richiami sonori dei corvi in cerca di piccole prede.
Oltre quello spazio non immaginava nulla. Aveva sempre pensato, come gli antichi, che l'orizzonte fosse un muro di là del quale non c'era più niente.
Così guardando da quella finestra anche i suoi desideri e la sua immaginazione terminavano là con quel un muro oltre il quale finiva il mondo. Sentiva che quello spettacolo era la rappresentazione interiore di sé, di una parte antica della sua anima.
Se la finestra prescelta era l'altra, tutto cambiava! C'era la civiltà , la vita, l'immaginazione di ciò che voleva ma non aveva.
I desideri le pulsavano dentro imperiosi. Una struggente voglia di fare, un desiderio folle d'impossibile l’assaliva e le faceva esplodere l’anima.
Le macchine si arrestavano nella strada principale davanti al distributore di benzina.
Le vedeva, facevano il pieno e poi ripartivano. Alcuni automobilisti avevano le radioline accese e distingueva la musicalità di f

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   6 commenti     di: MD L.


Renaio: undici chilometri (prima parte)

All'epoca delle ferie d'agosto, dalla fine degli anni '60 al 1980, erano undici i chilometri che separavano Barga da Renaio, l'Ottocento dal Novecento, il presente dal passato, la vacanza dalla realtà di tutti i giorni.
Il confine fra le due realtà poteva variare, ma arrivava puntuale nel momento in cui si chiudevano le orecchie per la pressione atmosferica che diminuiva con l'altitudine e che di solito si sbloccavano poco dopo arrivati a destinazione. Undici chilometri di curve strette in una strada che era un grosso viottolo, inizialmente tutto sterrato, del quale si conosceva ogni curva, e che con il passare degli anni veniva asfaltato per tratti sempre più lunghi, traccia unica dell'avvicinamento della civiltà al piccolo paese che tardava invece a conoscere qualsiasi comodità.

La località si componeva di più nuclei; il principale era Renaio, con la bottega ed il telefono pubblico a scatti collocato nell'antibagno, con buona pace per la privacy di chi telefonava... ed anche di chi era in bagno.
Poco più in basso la scuola e, nella parte più alta del monte, da un lato la chiesa col campanile costruito poco discosto e dall'altro il cimitero. Poi, Bebbio, la Casermetta, una caserma della forestale in prossimità del sentiero che portava al Lago Santo, l'Abetaia, una vecchia casa di contadini abbandonata, ad un paio di chilometri dal centro, dove si potevano gustare le mele selvatiche e susine, ed infine Carpinecchio, a poca distanza, ma collegata alla già sperduta Renaio da un viottolo scosceso transitabile solo a piedi o con i muli. Una strada collegò la frazione solo alla fine degli anni Settanta, quando fu aperta una via che dal fondo valle risaliva su fino alla via dell'Alpe.
La strada, tutta curve, continuava infatti nel bosco fino al passo delle Radici, dal quale si poteva raggiungere San Pellegrino in Alpe. Qualche volta abbiamo fatto anche quella strada, che consentiva di arrivare al santuario senza tornare indietro a Barga e passare per

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Non lo so se è così

Chissà, forse è arrivato il momento. Quello giusto. E per cosa, poi?
Quando ti senti a mille non ci pensi. E a cosa, poi?
Boh, sarebbero tante le cose a cui dovrei pensare. Seriamente.
Ma non lo faccio. Non ne ho voglia, non ne ho tempo. Forse non ne sono capace. Ne ho paura, sicuramente.
Non avere un attimo mi fa sentire così protetta. Da me, credo.
Quando la testa si ferma, tutto va bene.
Non ci sono i silenzi che fanno male. Non ci sono i ricordi. E c'è perfino qualcuno che mi abbraccia. Che non c'è, poi. Ma forse è meglio così, che non ci sia. Il distacco mi farebbe male, dopo.
Quando la testa si ferma sorrido spavalda. E tutto va bene, proprio così com'è.
Ma me stessa torna sempre a fare i conti con me.
Fermati testa, fermati che così va tutto bene.
Non la sentire la nostalgia.
Non lo sentire che mi mancano i miei.
Non te lo chiedere cosa ci faccio qui, sola.
Tu lo sai che io sono superficiale e menefreghista. Che mi preoccupo soltanto di cose sciocche. Che non mi importa di capirci niente della vita. Perché non ne ho tempo, lo vedi. Vedi come tengo a distanza le persone. Perché non ne ho bisogno. Perché non mi importa di provare a capirle.
A che serve, poi?
Io non ho un attimo per sentire la mancanza.
Non ho un attimo per piangere.
E nemmeno per ridere davvero.
Neanche il cuore batte lento.
Sempre veloce.
Ma non è amore.
Non è stanchezza.
Non è attesa.
È niente. Così denso che mi sembra di toccarcela dentro tutta quella nostalgia.




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