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Racconti sulla nostalgia

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Lettera a un ricordo

In questa serata affidata al cielo estivo che pare giocare di stelle cadenti, ammiro la quiete risuonante di grilli. C'è quel silenzio solo sfiorato dai brusii della natura che non interrompe mai il suo cullare, nella penombra, riflessi d'ali intorno.
Ed io penso alla mia vita, penso agli attimi che più s'accalcano di episodi... e penso a te, caro ricordo.
Ti scrivo, ora, per fermare emozioni che tu hai saputo, forse inconsapevole, donare.
Ti rammenti il primo dialogare, il primo suscitare in me quelle sorprese divertite nel tuo intavolare questioni d'amore.
Domande e risposte, sollecitazioni e palpiti: ecco il mio primo aprire il cuore verso te. E tu, trascinavi facile in un sentiero fatto di fantasia, di sogni rinati alle tue premure e di viaggi nel tuo esistere ignoto. Forse la solitudine di un sentimento, sia tuo che mio, ha giocato per qualche giorno, ponendo come posta il desiderio impossibile. Ma ancor prima di aver vigore e trasformarsi in tangibile necessità, piano gli slanci teneri si affievoliscono in te, e restarono poi muti e sempre più lontani nel riprendere parole più importanti.
Poi il silenzio di giorni, e l'anno passato ti porta in un altro tempo dove solo tu sai le cadenze e i luoghi del tuo vivere.
Ormai, caro ricordo, mi chiedo se sei in effetti un ricordo, l'attimo speciale vissuto e superato da altri attimi di contorno, superficiali e riservati all'indifferenza di un passaggio sfuggito per sempre.
Tuttavia in questa serata di pacata malinconia, mi chiedo ancora, e forse finché resterai in me, perché il mio pensiero diventa felice al tuo nome, perché le tue parole sono in me vive e calde, e piene di dolcezza come al tuo primo ciao, perché immagino il tuo apparire sempre prossimo, perché... ti amo, se alla fine sei e resterai un ricordo scritto che sbiadirà anche in queste righe.

   0 commenti     di: Marhiel Mellis


Una giornata al mare

Le vacanze della mia infanzia altro non erano che gite fuoriporta che si facevano indiscutibilmente al mare d'estate.
Abitavo in città e la domenica mattina con la mia famiglia si partiva, ovviamente con il pullman, per raggiungere il mare, quelle vecchie corriere blu degli anni '50 che piene all'inverosimile ci portavano a destinazione.
Il mare di Mondello

Ci alzavamo la mattina abbastanza presto, ma sia per il viaggio interminabile sia perché dovevamo sempre comperare qualche cosa all'ultimo momento non arrivavamo mai prima delle 11 allo stabilimento balneare.
Ci sistemavamo nella cabina assegnataci, affittata per la giornata, cosa che non sempre ci potevamo permettere seppure i costi esigui di allora, e con mia madre e le sue sorelle che spesso venivano con noi, andavamo nel casotto sistemato vicino all'entrata a consumare il primo rito della giornata: l'affitto dei costumi da bagno.
Si perché negli anni 50' primi anni 60' non era tutto come vediamo adesso nelle riviste dell'epoca con modelle e ragazze in posa ai bordi di piscine nella sfavillante Saint-Tropez, con bikini o costumi interi tipici dei mitici anni '60, c'erano acquisti ben più necessari da privilegiare quindi il noleggio di un costume era la soluzione più economica ed immediata per godersi una giornata al mare con pochi soldi. La maggior parte di questi capi proveniva dal mercato americano, si chiamava cosi perche la merce era tutta proveniente dopo la guerra, dall'America, tutto abbigliamento che le signore americane donavano in beneficienza ma che da noi veniva venduto nelle bancarelle dei mercati o come in questo caso preso a nolo e, a ridosso delle spiagge più affollate c'era questo coloratissimo bazar dove ci buttavamo nell'affannosa ricerca di un capo adatto a noi anche se data l'ora tarda i pezzi migliori se ne erano già andati. Alcuni di questi costumi sembravano busti ortopedici, con stecche e reggiseni preformati ed alcuni, come usava allora, con un

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cap. 3 -In volo-

Avevo lo sguardo perso nel vuoto, pensavo, riflettevo. Sono le 7 e mezzo di una caldissima sera di agosto. Fuori queste mura c’è il mondo, il movimento, la vita, io invece sono fermo, seduto su una sedia. Di fronte a me libri, tanti libri, ho tanto da studiare, ho un esame da preparare, ma non ho voglia. Domani sarà un grande giorno per me, sarà un appuntamento che deciderà le sorti della mia vita. Ci sto lavorando da molto tempo, circa tre mesi, e domani dovrò dare prova delle mie conoscenze. Nonostante tutto, sono ancora seduto con lo sguardo perso nell’infinito dei mie pensieri. I miei genitori sono stati chiari fin dall’inizio, ricordo ancora le parole di mia madre:” se non concludi niente all’università, di certo non vivrai a spese mie”. Quelle parole mi facevano paura, ancora adesso mi capita di risentirle e di ripensarci. Se le cose andranno diverse dal previsto sarò costretto a lavorare, ad organizzarmi una vita, a pagarmi le bollette, ad avere tante responsabilità. Mamma aveva ragione, ultimamente non stavo studiando, ero alla ricerca di distrazioni: donne, divertimento, riposo, nel mio mondo non c’era posto per l’impegno, lo studio. Di certo non avrei potuto continuare a vivere così, alle spalle dei miei genitori, che con tanti sacrifici, hanno sempre cercato di accontentarmi, rendermi felice. Non meritavano tutto questo. L’ avevo dimenticato. La voglia di fuggire dalla solita realtà, dalle solite persone, dal solito ambiente chiuso e ristretto, avevano preso in me il sopravvento, facendomi vedere l’università come un paradiso felice, come il paese dei balocchi. Mi sbagliavo. Avevo fatto male i miei calcoli, sottovalutato la situazione.
-Francescooo è pronta la cena!
Era Gigi, aveva preparato lo sformato di patate. Vado pazzo per la cucina di Gigi ma questa sera non avevo fame. In cucina era tutto pronto per mangiare Gigi e Luca erano seduti in sala, aspettavano con la birra alla mano il fischio di inizio di una important

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Dove si apprende...

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La partenza di Francesco Paolo

I manicaretti alle olive danzavano briosi e primitivi nella testa di Francesco Paolo. A volte, quando il treno partiva, ne riassaporava con immaginaria libertà il loro gusto materno, rimestando in bocca gli avanzi dell'ultimo cornetto, preso poco prima al bar della stazione. Lo faceva spesso perché, per qualche ragione, quel dolce fondersi della sfoglia e dello zucchero a velo sotto il palato lo allontanava dal pensiero di un altro tedioso viaggio tra i monti dell'Appennino. Per intanto suo padre, vestito di pezze, gli portava la valigia corrugando una flebile angoscia al suo dipartire. La mestizia gli screpolava il cuore e così, preso dal ricordo dell'ultima nostalgica golosità, affogava con il suo vecchio in discorsi blandi, al limite del ridicolo. Riempivano i silenzi dell'addio con poche frasi mangiucchiate sul tempo, sul ritorno a breve, sul sole a picco in testa alla stazione.
Poscia ch'ebbe ritrovato il binario al primo colpo, non manifestando alcuna ansia per l'attesa, Francesco Paolo si alzava sulle punte dei piedi per poi ricadere sui talloni a movimenti costanti, mascherando qualche leggera premura agli occhi del padre, lontano dai pensieri rincuoranti di manicaretti perduti.
Tra quei monti, nella valle dove la sua infanzia si era consumata in uno schioppo di fucile, di patate bollite e di scamorze fritte, il senso di vuoto spariva solo il giorno dopo, quando al pensiero del ritorno s'aggiungeva la serena follia di un'uscita con gli amici di sempre. Era là che Francesco Paolo non serbava più alcuna intimità, la perdeva disseminandosi d'allegrezza; rincasando sul fare del giorno, alle prime luci del crepuscolo e guardava laggiù oltre l'orizzonte, dove tosto l'attendeva il domani. Quello strano e speciale sentimento gli riempiva il cuore, si faceva beffe ben più alte di lui, al voltarsi indietro verso la vita di paese, ora che la città lo trastullava con altro odore di caffè.
"Rimetti la cintura al pantalone", biasciò suo padre sottovoce. "

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Solo un misero giorno di pioggia

in questo misero giorno di pioggia, rinchiusa dentro quattro mura, il mio pensiero va a te, mio tenero amore. se solo potessi vederti, sfiorarti o addirittura toccarti, sarebbe il regalo più grande che dio potesse farmi. oh mio perduto amore, mio effimero ricordo, per oggi, in questo misero giorno di pioggia, dedico tutte le mie scongiure, paure, dolori. ricordati solo di una cosa, la nostra promessa infrangibile che ci lega l'una all'altro.



E insieme vanno in giro

Non ero convinto che tu mi piacessi, anzi, quando ti vidi provai un certo fastidio. Quasi irritato per quella forzatura e già sentivo la costrizione, le giornate perse da dedicare a te.
"Guarda chi ho trovato" mi dissero, e due occhi neri mi guardavano come a dire "non è colpa mia".
Due occhi spaventati, neri e bastardi.
Mi allontano ma già mi hai fregato, perché torno indietro.
"Due giorni e poi te ne vai, troviamo una sistemazione perché io non ho voglia, né tempo. Figuriamoci!"
Dormii male sentendoti in camera mia, avevo il timore che le mia lenzuola ti toccassero e che prendessero il tuo odore. La mattina spalancavo per cambiare l'aria e mi lavavo ancora tutto perché, per tenerti buono lasciavo penzolare dal letto il braccio, fin dentro la tua scatola di cartone, però non puzzavi piccolo bastardo.
Poi alla scatola aggiungo due manici e si fa viaggiante, passa dalla camera alla cucina, all'auto e poi al lavoro.
Il sacchetto del pranzo si arricchisce, ma io non ingrasso, il resto è per lui.
Due giorni passano e poi altri ancora, finché la scatola diventa facile da scavalcare ed è bello dalle mie gambe guardare fuori mentre io guido, vero Toby?
Domani saremo nel bosco, ma non infilarti nelle tane come l'altra volta, quando non uscivi più e dallo spavento mi son messo a scavare.
E non ti tuffare ancora nel fiume, altrimenti devo venire a prenderti.

È così che un randagio ne trova un altro e insieme vanno in giro.

   0 commenti     di: giorgiomaurizio



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