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Racconti sulla nostalgia

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Il mio migliore amico

Voglio raccontarvi una storia.
Non è la storia della nascita di un supereroe o un thriller avvincente in cui l’assassino è svelato soltanto all’ultima pagina... e non è nemmeno una storia che tratta guerre e battaglie fra buoni e cattivi e che appassiona dall’inizio alla fine.
Non voglio raccontarvi nulla di tutto questo.
Questa è la storia di un uomo come tanti altri. Un uomo non diverso da tanti altri uomini. Un uomo con tanti pregi e tanti difetti, che aveva sogni e speranze come tutti noi.
Il suo nome era Mario.
Mario era una persona di quelle che forse non ti volti a guardarla per strada quando la incroci. Non era più alto di tanti altri né più bello o più brutto; forse era un po’ più in carne ma nemmeno troppo in fondo. Io non l’ho conosciuto per tanti anni ma posso dire di avere avuto la fortuna di poterlo chiamare amico. Ho imparato da lui cosa significasse veramente questa parola e non ho mai trovato nessuno dopo di lui, per il quale provassi un attaccamento del genere.
Forse era dovuto al fatto delle cose che avevamo in comune. Eravamo entrambi appassionati di cinema, anzi lui lo era molto più di me e devo ringraziarlo per avermi aiutato ad alimentare questa passione che conservo tutt’ora. È stato grazie a lui se ho amato ed amo il cinema di Sergio Leone; poche persone della mia età apprezzano questo regista e le sue opere e tanti non sanno davvero quello che si perdono. Devo ammettere a me stesso di essere stato riluttante a mia volta al principio, ma i dubbi hanno fatto molto presto a scomparire.
Era bello restare seduti sul divano di casa sua e passare interi pomeriggi guardando le pellicole che tanto lo appassionavano e che lui teneva molto a condividere con me. Mi ha sempre trattato come fossi un suo pari, anche se aveva parecchi anni più di me. Non mi ha mai deriso o detto che non avrei mai potuto raggiungere un obiettivo e quando parlavo, mi ascoltava interessato come io facevo con lui.
Come due veri amici ci complet

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Pensieri di marinaio

E sono qui, su uno scoglio, come ogni giorno da vent’ anni. È sempre lo stesso, lo scoglio. Il più alto di tutti quelli del villaggio, che dà le spalle al bosco folto. Il cielo oggi è così limpido… Neanche una nuvola.
Guardo giù. Vedo il mare che si apre davanti a me. Io lo conosco bene quest’uomo solitario dal profumo salmastro.
Lui. Di cose ne ha viste, lui. Ha visto le case abbandonate del paese, mangiate dall’edera. Ha visto le foglie sugli alberi dare un po’ di colore allo squallore grigio.
Ha visto, nelle sere di tempesta, navi rientrare nei porti ed altre sparire nei suoi abissi, assistendo al drammatico spettacolo con la calma di chi è cosciente della propria impotenza sul loro destino. Ha guardato uomini divertirsi, ubriacarsi, cantare e fare a botte nelle taverne vicino alle banchine. Ha osservato i bambini giocare sulle spiagge d’estate. Ha sorriso vedendo i loro scherzi, sentendo le loro risate, partecipando alla loro felicità.
Ah, bella e andata giovinezza!
Ricordo bene quando per la prima volta presi il mare. Mia madre mi accompagnò fino al porto e mi stampò un bacio sulla fronte, senza aggiungere parole inutili.
Allora era tutto diverso. Il paese era diverso. Così pieno di vita…
Eh, pensare che ancora la gente amava affacciarsi alle finestre, incontrarsi di sera! La banda suonava. I ragazzi ballavano, facevano l’amore sulla sabbia, sotto il cielo stellato, allora…
Ho attraversato oceani, raggiunto isole esotiche, ho fatto esperienze…
Sembrerà strano, ma di quei quarant’anni d’avventura non ho ricordi.
Quelle sere. La burrasca che strappava le vele e gli uomini dal ponte, la pioggia che ci batteva in faccia... E poi più nulla. Niente degli amici, degli scherzi. Ricordo solo di quel giorno lontano, di quel bacio…
Quando si é a largo si sogna sempre la terra, ma poi, nel momento in cui la si raggiunge, resta quel vuoto. Si è perso qualcosa.
Ah, che pace! A volte, ho l’impressione che questo vil

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   1 commenti     di: nella ruggiero


Sere del sud. :la signorina Clorinda e gli altri. (1)

Le finestre erano illuminate, le imposte spalancate per far entrare un po’ d’aria nella calda serata estiva. In quel rione di periferia, i palazzi grandi e massicci erano stati costruiti prima della guerra e verso la fine di questa utilizzati per ospitare i soldati dell’esercito polacco. Costoro avevano lasciato scritte sui muri e segni di ruggine sui pavimenti, ricordo di barattoli di vettovaglie militari ammonticchiate. Nel quartiere, quasi tutti si conoscevano. Ogni personaggio era setacciato inesorabilmente. Si sapeva tutto di tutti!
La sera, cercando il fresco sotto i portoni sedeva il vicinato. Sedeva la signorina Clorinda con i seni pieni ormai avvizziti e in evidenza per. la prodiga scollatura. E parlava., parlava. Al paese si diceva che non si era sposata proprio per il vizio della lingua sciolta.
Sedevano anche la “tabaccaia”e la “muratora”, soprannominate così per il lavoro dei mariti, che ne sapevano sempre una più del diavolo. Poi c’era la mamma di Luisa con la figlia grande e la vedova dell’ avvocato col cagnolino, un barboncino bianco. Chi non scendeva mai era la madre del ragioniere, che non si alzava quasi mai dalla sua poltrona di dolore, come lei soleva chiamarla. Altri pur non scendendo la sera, erano sui balconi a cenare e godere del fresco.
Nel viottolo, al centro dei due palazzi più grandi, c’era l’insegna del negozio di Sali e Tabacchi e la Salumeria. Il tabaccaio vendeva a peso il sale grosso che era conservato in una grossa buca in pietra. C’era solo di quel tipo perché il raffinato lo si otteneva poi in casa o con un pestello di legno o facendoci rotolare su, a più riprese, una bottiglia finché diventava più sottile. Pure le sigarette erano vendute in prevalenza sfuse e senza filtro. Di solito il contadino o l’artigiano ne compravano due. Una la fumavano subito e l’altra la poggiavano sull’orecchio per godersela nei momenti di sosta dal lavoro. Anche la Salumeria vendeva quasi tutto non

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   3 commenti     di: MD L.


Una giornata al mare

Le vacanze della mia infanzia altro non erano che gite fuoriporta che si facevano indiscutibilmente al mare d'estate.
Abitavo in città e la domenica mattina con la mia famiglia si partiva, ovviamente con il pullman, per raggiungere il mare, quelle vecchie corriere blu degli anni '50 che piene all'inverosimile ci portavano a destinazione.
Il mare di Mondello

Ci alzavamo la mattina abbastanza presto, ma sia per il viaggio interminabile sia perché dovevamo sempre comperare qualche cosa all'ultimo momento non arrivavamo mai prima delle 11 allo stabilimento balneare.
Ci sistemavamo nella cabina assegnataci, affittata per la giornata, cosa che non sempre ci potevamo permettere seppure i costi esigui di allora, e con mia madre e le sue sorelle che spesso venivano con noi, andavamo nel casotto sistemato vicino all'entrata a consumare il primo rito della giornata: l'affitto dei costumi da bagno.
Si perché negli anni 50' primi anni 60' non era tutto come vediamo adesso nelle riviste dell'epoca con modelle e ragazze in posa ai bordi di piscine nella sfavillante Saint-Tropez, con bikini o costumi interi tipici dei mitici anni '60, c'erano acquisti ben più necessari da privilegiare quindi il noleggio di un costume era la soluzione più economica ed immediata per godersi una giornata al mare con pochi soldi. La maggior parte di questi capi proveniva dal mercato americano, si chiamava cosi perche la merce era tutta proveniente dopo la guerra, dall'America, tutto abbigliamento che le signore americane donavano in beneficienza ma che da noi veniva venduto nelle bancarelle dei mercati o come in questo caso preso a nolo e, a ridosso delle spiagge più affollate c'era questo coloratissimo bazar dove ci buttavamo nell'affannosa ricerca di un capo adatto a noi anche se data l'ora tarda i pezzi migliori se ne erano già andati. Alcuni di questi costumi sembravano busti ortopedici, con stecche e reggiseni preformati ed alcuni, come usava allora, con un

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Dio ha fatto tutto storto

Dio ha fatto tutto storto,
La vita è inutile non serve a niente, è solo sofferenza, la felicità può essere correre con la macchina dopo essersi ubriacati, ascoltando strange days dei doors, e gridare come dei pazzi, un urlo che arriva fino al cielo nero, dove le anime dei cantanti mi sentono, e mi danno una speranza dolce ma malvagia, mi danno paura, paura di affrontare qualunque cosa, paura di vivere, paura di fare cose giuste, paura di soffrire, paura di tutto, paura del sole e della luce, paura della libertà, paura del sorriso, paura della gioia, paura dell'amicizia... essere delusi, scontrosi, stronzi, in solitudine, pensierosi, mandare tutti a quel paese, piangere, non riuscirci, dare solo odio, l'amore è per chi ha gli occhi appannati dalla luce del sole... Soffrire, gridare, correre, piangere! La morte è bella, la morte libera, la morte regala, la morte calma, la morte è bastarda come la vita.. morire per non rinascere più, dove si andrà dopo la morte? In un buio più profondo di dove siamo ora.. uccidersi per arrivare prima degli altri, scoprire la verità, delusione, finta gioia.. la vita è un modo di soffrire sul corpo prima di iniziare a soffrire per l'eternità sullo spirito.

   7 commenti     di: Marco Giardina


I teoremi di Euclide non servono a nulla

" Ma prof a cosa servono i teoremi di Euclide?"
Mi volto e ti guardo: Marco il mio alunno migliore, studioso, curioso, dotato di quella logica che ogni insegnante sogna... Marco già uomo di casa con una madre da proteggere e un fratellino da accudire...
Rivediamo le applicazioni ma, scuotendo i riccioli con quel tuo sorriso disarmante mi chiedi :
"ma nella vita a cosa mai serviranno?"
Ammutolisco come la classe che incantata aspetta che il suo capitano abbia la risposta..
Diviene la nostra battuta..." i due teoremi di Euclide valgono quanto il solo di Pitagora? " e come due complici ridiamo.. fino all'esame.
A settembre la notizia agghiacciante: leucemia linfoblastica acuta
Inizia quel calvario che affronti giorno per giorno sempre a ancora con quel tuo sorriso e quella battuta che mi ripeterai tante e tante altre volte ancora sempre uguale..
Accanto al tuo letto ti spiego la dimostrazione.. quella che i tuoi coetanei stanno ascoltando in un'aula e le applicazioni che vedrai nella geometria piana, che sicuramente vedrai nella geometria solida, che sicuramente vedrai...
poi... il buio.
Sono trascorsi tanti anni da allora... i programmi ministeriali non li hanno ancora cancellati... devo spiegarli.. ad alunni ogni volta diversi ma.. una improvvisa crisi allergica o una ciglia negli occhi giustifica sempre quella lacrima che proprio non vuole saperne di non scendere..
Girata verso la lavagna rivedo il tuo sorriso lontano e poi voltandomi lentamente con timore attendo...

   12 commenti     di: alice costa


Sempre qui ad aspettarti

Non riesco ancora a crederci. Quel giorno, quel momento che tanto avevo temuto è arrivato, portandosi via tutta la felicità che avevo in corpo. Non credevo potessi sentirmi così, così vuota. Un bacio, una lacrima a rigarci il viso, il fischio del treno... e il mio cuore è partito con te. Non ha voluto abbandonarti, voleva esser sicuro che una parte di me ti seguisse sempre e ti ricordasse che io sono ancora qui, sempre qui ad aspettarti.
Inevitabile il tempo passa. Sento però tutta la sua lentezza e ancora una volta i miei pensieri tornano a te; mi chiedo se anche tu noti il placido avanzare dei minuti, dei secondi e ti senti avvolgere il cuore dall'angoscia, proprio come me. Ogni giornata sembra non voler arrivare mai alla fine.
Solo la sera, un barlume di speranza, una tenue lucerna torna a scaldarmi, illuminando l'oscurità che mi prende ogni giorno. Dopo tanta impazienza, ecco aleggiare nell'aria la melodia di un pianoforte, prima flebile ma poi sempre più forte. Come una sveglia, la suoneria del mio cellulare mi scuote dal torpore quotidiano, mi riporta alla realtà. Corro a rispondere, ancora un po' incredula e titubante, ma ecco che ogni dubbio passa non appena vedo il tuo nome e la tua foto sullo schermo. Rispondo, la voce ancora un po' debole e tremolante e finalmente ti sento, ascolto la tua voce così intensa, così calda e così carica di emozioni. Immagino il tuo volto lì, a più di 500 km di distanza, e stranamente mi sento come se mi guardassi allo specchio. Forse perché anche tu proprio come me sei divorato dalla nostalgia. In quel momento mi sento più forte, più capace di riuscire a vincere la mia battaglia contro il tempo, fin quando il Destino deciderà di farci rincontrare. E sei proprio tu, che riesci a rendermi più forte.
Continuiamo a parlare, per quei pochi minuti che ci rimangono a disposizione. Sento dalla tua voce che sei stanco, anche se non lo ammetti. Poi ascolto la tua risata e come sempre ne rimango affascinata; inizio

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   8 commenti     di: Angela Lazzara



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