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Racconti sulla nostalgia

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Per te, mamma

Più passa il tempo e più mi manchi, lo sai, mamma?
Ti sogno quasi tutte le notti, a volte sono sogni stupidi, senza senso, dove ti ricordo com'eri - felice, bella, con i capelli lunghi e con quel sorriso sempre dipinto sulle labbra. Come facevi ad essere sempre così contenta, come se la vita non avesse fatto altro che darti gioie e soddisfazioni?
Non nego che queste ultime non ci siano state, anzi, spero di sì; ma adesso, col senno di poi, mi sembra che siano stati molti di più i dolori.
Perderti così è stata la cosa più atroce che potesse mai capitarmi.
Ti ho detto troppe poche volte che ti volevo bene, che te ne voglio ancora, che te ne vorrò sempre, che avevo e ho, tuttora, bisogno di te, di sentirti e vederti vicina, di abbracciarti. Dio, mammi, quanto ti vorrei stringere a me, adesso, proprio in questo momento. Non riesco a scrivere una sola parola senza piangere e singhiozzare, ma magari se riesco a mettere per iscritto queste... cose, questi sentimenti che non mi abbandonano in nessun momento, forse potrebbe farmi stare meglio.
No, la verità è che niente potrà farmi stare meglio. Forse mi piace solo l'idea che tu, se davvero mi sei ancora accanto in qualche forma incorporea che io non posso vedere né sentire, in qualche modo possa leggerle e venire a conoscenza di quello che non ho mai avuto il coraggio di dirti.
Mi pento immensamente per quelle volte in cui ho alzato la voce, o ti ho dato le spalle, o mi sono comportata come una bambina che non capisce che tutto quello che dicevi e facevi era perché mi volevi bene e non per farmi dispetto o chissà cos'altro. In questo momento mi mancano anche quelle volte in cui mi mettevi in punizione o le volte in cui mi sgridavi, qualsiasi cosa pur di sentirti ancora qui.
All'inizio ho messo la tua fede al dito perché mi sembrava un buon modo per averti vicino, sai, avere qualcosa di tuo sempre appresso; man mano che passa il tempo mi rendo conto invece che accarezzare questo semplice anellino d'oro

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   2 commenti     di: Giulia


Il tempo del Loden Cap. VII da "Le finestre di Mara"

E finalmente anche Mara comprò il suo Loden. Era arrivata nella Città del Nord con un montone grigio che le aveva regalato sua madre, preoccupata per il freddo di quel luogo.
Lo aveva indossato con molto piacere perché riparava magnificamente, anche se i suoi amici la prendevano in giro chiamandola “piccolo borghese”.
Tale termine aveva allora una connotazione negativa perché significava conservatrice, reazionaria. Sapeva comunque che loro scherzavano e non se ne preoccupava affatto. Fu però il nomignolo scherzoso dei suoi allievi “madamin” che le fece cambiare idea. In quel periodo, infatti, spesso “l’abito faceva il monaco”. Dall ’aspetto si distingueva se una persona era schierata da una parte o dall’altra. Per esempio i ragazzi di destra che preferivano vestirsi, soprattutto nei primi anni 70, ancora con giacca cravatta e capelli corti, utilizzavano i Ray-Ban, occhiali a goccia, diventata per loro una marca simbolo.
Così, per sentirsi allineata, un giorno anche Mara decise di fare il grande passo: abbandonò il caldo montone borghese di sua madre per indossare il nuovo indumento. Ne scelse uno di media qualità perché il vero Loden, con la sua bella lana morbida di lana mohair a pelo impermeabile e bottoni rigorosamente di cuoio, lo possedevano in pochi in quanto molto caro. Quello più diffuso era una imitazione di questo nel taglio ma non nella qualità della stoffa, molto più ruvida con i bottoni in plastica che riproducevano semplicemente il disegno in pelle. Il nuovo capo ricordava per il colore l’eskimo sessantottino ma a differenza di quello si era diffuso largamente sia tra gli uomini che tra le donne. Forse sottolineava una maggiore parità tra i due sessi ottenuta con le lotte femministe . Alla fine anche Andrea, spinto da Mara, a fu costretto a comprarsene uno. Così il vecchio eskimo, spesso usato anche come coperta, ricordo di tante battaglie politiche e amorose fu messo in so

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   2 commenti     di: MD L.


IL FIGLIO DELLA TIGRE.

Lentamente i granelli di sabbia si disponevano sul fondo della clessidra. Per infinite volte si girava su se stessa per sottolineare quell’incedere costante del tempo. In altri posti, lontano da Guadalavez, l’alternarsi delle stagioni scandisce il ritmo della vita, a Guadalavez neanche quello. Il clima è costante, immune ai cambiamenti di questo mondo. Come se la città fosse vaccinata contro tutto e contro tutti. Indenne, nella sua perenne decadenza. Quando i padri fondatori posero le prime pietre il destino della città era già segnato. Si narra che la tribù india che generò la città fece un incantesimo per renderla immortale. I più anziani raccontano che tanto tempo prima, nessuno sa quando, un uccello dalle piume di fuoco guidò una tribù di indios attraverso la foresta; e si posò su una roccia, pietrificandosi. Fu lì, ai piedi della roccia, che al calar del sole lo sciamano incominciò la sua danza rituale. Fu accesa una pira alle pendici del masso sacro; e alte fiamme si levarono fino alla sommità, quasi a lambire l’uccello pietrificato; le punte delle fiamme sembravano voler riaccendere le sue piume; e intorno al fuoco gli indios cantavano antiche nenie, bevendo distillati d’erbe fino allo stordimento. Le figure si confondevano con il tremolio delle fiamme e le donne danzavano sopra i corpi degli uomini trascinandoli in un’orgia confusa di sensi. Al primo raggio di sole lo sciamano mise fine alla danza tribale, prese con sé l’ultimogenito della tribù, un maschio di giovane età, e lo condusse in cima alla roccia, al cospetto dell’uccello di pietra. Lo mise in ginocchio e lo uccise, pronunciando frasi in una lingua conosciuta solo dagli dei. Il sangue del ragazzo colava sulle fiamme mentre tutti sotto stavano a guardare, in un silenzio irreale, rotto solo dal crepitare del fuoco. Le fiamme, invece di assottigliarsi, sembravano nutrirsi di quella sacra linfa; l’uccello di pietra colorò le sue piume col rosso di quel sangue, si riani

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La città di mare Cap. III (Le finestre di Mara)

Abitava ora in una città di mare.
La pensioncina era in una stretta via,“ nu vic", un vicolo.
Dalla finestra con le persiane socchiuse arrivava un odore aspro di vino e, di tanto in tanto, il profumo di cibi cucinati tipici del luogo.
Le voci che si percepivano chiaramente avevano una musicalità, una cadenza del tutto estranea alle sue orecchie e le parlavano di un'altra realtà.
Mara era distesa sul letto e quella stanza le sembrava una sorta di isola tutta sua nel rumore della città, mentre si abbandonava alle riflessioni e ai ricordi.
Decise di scendere e si ritrovò, ben presto, quasi inghiottita dallo stretto vicolo in ombra. Alti palazzi e biancheria stesa la sovrastavano.
La pavimentazione di grandi lastroni grigi era bagnata. . Sentì un forte odore di lisciva.
Qualche donna dei "bassi" aveva gettato dell’acqua saponata dopo il bucato.
Passò davanti alla cantina, alla latteria, a gruppetti di bambini che giocavano e si diresse poi sulla strada principale che brulicava di gente ed automobili. Un' atmosfera vivace e confusa l’assalì quasi stordendola. Attraversò la”Piazzetta del Gesù” costeggiò le mura di “Santa Chiara” e presto giunse all’Università. Una piacevole sensazione d' indipendenza la fece fremere dentro e rabbrividire, mentre sentiva sulla pelle quell' odore di brezza marina e di nuova vita.

Il palazzo dell’Università, sorgeva in una piazzetta e arrivandoci Mara provò una certa emozione e agitazione. L’edificio era alto e maestoso con una architettura del 700, epoca in cui era sorto.
Prima di scegliere il ciclo di studi Mara aveva valutato diverse possibilità ma aveva deciso di iscriversi in quell’Istituto universitario per un doppio motivo. Era la più antica scuola di orientalistica del continente europeo e oltre ad insegnare le lingue era specializzata nell’ insegnamento delle letterature, della civiltà ed istituzioni dell’Europa.
L’altro motivo era affettivo, infatti vi

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   1 commenti     di: MD L.


La Città del Nord (Cap. VI da Le Finestre di Mara)

L a città in cui si era trasferita con Andrea per trovare lavoro era grande, elegante nelle sue belle piazze ma molto fredda.
Dalla finestra della casa in affitto vedeva nelle giornate serene le montagne innevate. Queste assumevano delle sfumature diverse a seconda delle stagioni e delle diverse ore del giorno.
A volte sembravano blu, altre rosa. A primavera col cielo terso, nei tramonti color arancio Mara ritrovava persino immagini e colori persi nel tempo.
Nelle sere di inverno la nebbia era però una costante poco piacevole. Il cielo stellato delle sue serate da ragazza nella città dei Sassi era solo un ricordo lontano.
Avevano trovato non con una certa difficoltà, quella piccola casa nel quartiere Crocetta uno dei più chic della città..
Erano stati fortunati da meridionali ad avere quell ‘appartamento, ma solo perchè insegnanti. Avevano dovuto promettere, però, alla proprietaria di non aver subito dei figli.
Avere figli...? Non era certo il primo pensiero di Mara. Si era trasferita là proprio per lavorare e conduceva, lontana chilometri dagli affetti familiari, una vita non facile.
Aveva ottenuto un incarico di insegnamento piuttosto complicato: tre volte alla settimana insegnava letteratura francese in un Liceo, gli altri giorni aveva lezione la sera in un Istituto Professionale dell’ Agricoltura. Ambedue le scuole erano fuori città.
Praticamente era quasi buio quando la mattina usciva di casa per andare al Liceo che si trovava in montagna.
Seduta sui freddi sedili del pullman sbirciava fuori insonnolita. Vedeva i grandi viali alberati ancora scuri e avvolti dalla nebbia che davano tanta tristezza. La città laboriosa, in parte pigramente si risvegliava e in parte andava ormai a riposare.
Sul grande viale di Mirafiori, dove il pullman faceva sosta per alcuni minuti, osservava gli operai del turno di notte. Uscivano stanchi dalle fabbriche e imbacuccati fino alla testa per ripararsi dal freddo. Si salutavano velocemente, saltavano su di u

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   2 commenti     di: MD L.


Foglie secche

Ero giovane a quel tempo, molto più giovane di ora. Nella vita i ricordi si accavallano, si accoppiano, scoppiano, si riproducono, fanno famiglia, alcuni cambiano sesso, altri cambiano nazionalità mentre altri parlano in una lingua sconosciuta. Ciò che voglio dire è che i ricordi finiscono per diventare delle grossissime sfere di materia informe, roba malata dove puoi trovare la gioia e il dolore. Questa grossa palla di ricordi, davvero disgustosa, credetemi, se ne sta nella nostra testa. Alla mia età, ormai, non sento nemmeno più il bisogno di infilare le mani in quella sfera molliccia per estrarre qualcosa di significativo. Il tempo storpia molti ricordi, il tempo e i ricordi sono nemici e allo stesso tempo compagni inseparabili.
Ma mi sto confondendo, probabilmente la colpa è di quella stupida coppia che abita sopra di me. Sesso, sesso e solo sesso tutta la notte. Inizialmente ispiravano la mia scrittura ma ora sono solo una terribile distrazione. Torniamo a noi, sessant'anni di vita non si cancellano in pochi secondi ma non si recuperano con facilità. Quando però provo a cercare qualcosa nelle mie memorie si formano due piccoli settori: Un settore formato dalla palla di ricordi confusi che ho già descritto e un altro settore formato dall'autunno di quarantacinque anni fa. Come ho già detto all'inizio di questo racconto ero molto giovane a quel tempo. Me ne andavo spensierato per la città e non mi ponevo alcun problema, beh, un problema c'era ma ormai non mi sembra più una cosa così importante. A quel tempo, il mio problema, erano le ragazze! Così belle, tutte diverse e tutte attraenti, a volte, nel vederle da lontano, veniva l'istinto di correr loro incontro per stringerle il più possibile.
Dannate ragazze, sempre così colorate, profumate, sorridenti, tristi, piangenti, oscure, misteriose, scherzose, giocose, maledette. Fottute ragazze.
In quell'autunno, parliamoci chiaro, giravo per la città alla ricerca di qualche avventura amorosa che

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   2 commenti     di: Andrea Pezzotta


UN PRETE DI CAMPAGNA

Mi piace pensarti in uno dei tanti vialetti del Paradiso, seduto con il tuo immancabile libro. Poco importa se sono convinto che dopo la morte ci sia il nulla, per te farò un’eccezione.

                                        *    *    *

“È morto Don Antonio.”
“Quanti anni aveva?”
Mentre salgo le scale, sento la voce di mia madre che dice “Novantadue.”
Bella età. Sarei contento di arrivarci, soprattutto nelle sue condizioni.
Si. Bella età. Mentre mi infilo sotto la doccia, continuo a pensare a lui. Non posso dire di provare dolore, tutto ha una fine e la morte di un uomo di novantadue anni può essere considerata quasi normale: ma il pensiero non si ferma, è incredibile come un avvenimento ti porti a rivivere episodi tanto lontani, riprovando le stesse sensazioni, gli stessi sentimenti, le stesse paure.
Don Antonio è stato una figura di grande rilievo nella nostra minuscola comunità, ha saputo essere un riferimento prezioso. Ha svolto la sua missione d uomo di chiesa con garbo, con coerenza, rapportandosi con tutti, senza imposizioni, con grande rispetto. Sacerdote, ma soprattutto persona colta, attenta, inserita nella società. Una discrezione quasi esagerata, tanto da essere spesso scambiata per superficialità, per poco interesse.
Sono molti i ricordi, soprattutto della mia gioventù, legati a lui, alla parrocchia: gli anni da chierichetto, le partitelle nel campetto prima della costruzione dell’asilo, il biliardo. Seduto sotto il portico con l’immancabile libro in mano, fingeva di non vedere quando combinavamo qualche marachella. Ci arrampicavamo per prendere le “mitiche” prugne rosse e quando soddisfatti pensavamo di averla fatta franca, sentivamo il rimprovero per il ramo rotto o per il rischio corso.
Una volta ci sorprese (eravamo io, Carlo, Mauro, Antonio, tutta la banda insomma) con la sigaretta accesa; noi paralizzati dalla vergogna (forse era solo paura che lo r

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   12 commenti     di: Ivan Bui



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